Le tre lettere di Giovanni 9788839911360

Stiamo vivendo un tempo prezioso nella vita della chiesa: al centro della sua missione evangelizzatrice è tornata la par

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Le tre lettere di Giovanni
 9788839911360

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Stiamo vivendo un tempo pre­

GIORGIO ZEVINI, sacerdote sale­

zioso nella vita della Chiesa: al cen­

siano, è decano e docente emerito

tro della sua missione evangeliz­

di Nuovo Testamento presso l'U­

zatrice è tornata la parola di Dio,

niversità Pontificia Salesiana. Ha

favorendo così una rinnovata vita

compiuto studi teologici e biblici

spirituale dei cristiani, singoli e co­

a Roma, Gerusalemme e Oxford.

munità, ma anche fecondando la

Tra le sue pubblicazioni: Il Vangelo

catechesi e gli spazi di trasmissione

secondo Giovanni, Roma 20099 (tra­

della fede.

dotto in otto lingue); Gesù e la cate­

Il presente commento alle tre

chesi nei vangeli, Città del Vaticano

lettere di Giovanni si qualifica per

2015; Il testamento spirituale di Ge­

uno spiccato carattere teologico­

sù nel vangelo di Giovanni, Brescia

spirituale. Arricchito da letture pa­ scere meglio alcuni dei testi biblici

2017; La lectio divina: silenzio) pa­ rola) comunità, Brescia 2018. Presso Queriniana, fra il2002 e il2010, ha

tristiche, ha il pregio di far cono­ tra i più penetranti e ricchi di spi­

curato le collane «Lectio divina per

ritualità del Nuovo Testamento. Le

ogni giorno dell'anno» (17 volumi)

tre lettere - scritte in un periodo

e «Lectio divina per la vita quoti­

in cui le prime comunità cristiane

diana» (16 volumi).

sperimentavano delle difficoltà a rimanere salde nella fede - ripro­ pongono non a caso l'essenza del­ l'annuncio cristiano nella sua in­ sostituibilità: la comunità cristiana riceve il dono dell'acqua viva del Vangelo per poter giungere alla co­ munione con Dio, ovvero - detto diversamente - per realizzare l'u­ nità tra Parola, Spirito Santo e vita cristiana.

«Nel metodo di Zevini, nitido e costante, ogni componente struttu­ rale della pagina biblica, ogni sua unità letteraria, anzi ogni suo para­ grafo sono illuminati non solo dal riflettore dell'analisi storico-critica, ma anche e soprattutto dalla fiacco­ la della teologia spirituale, proprio perché quei capitoli non contengo­ no una serie di teoremi trascendenti

«Metteremo qui in luce lo Spi­ rito nella lettera, cercando la con­ tinuità tra esegesi critica e pro­ lungamento spirituale. Il senso spirituale autentico della Scrittura consiste infatti nell'approfondire,

o di riflessioni elaborate in un con­ testo tematico astratto. Sono, inve­ ce, un annuncio, una "rivelazione" epifanica di Dio all'umanità» (dalla Prefazione del card. GIANFRANCO

RAVASI).

esplicitare e assimilare proprio il senso letterale» (Giorgio Zevini).



20,00 (i.i.)

Giorgio Zevini

LE TRE LETTERE DI GIOVANNI

Prefazione del Card. GIANFRANCO RAvASI

QUERINIANA

©2019

by Editrice Queriniana, Brescia

75 - 25123 Brescia (Italia/UE) 030 2306925 - fax 030 2306932

via Ferri, tel.

e-mail: [email protected] Tutti i dlrittl sono riservati. fl pertanto vietata la riproduzione, l'archiviazione o la trasmissione, in qualsiasi forma e con qualsiasi mezzo, comprese la fotocopia e la dlgitallzzazione, senza l'autorizzazione scritta del­ l'Editrice Queriniana. - Le fotocopie per uso personale possono essere effettuate, nei Umili del 15% eU cia­ scun volume, dletro pagamento alla SIAE del compenso previsto dall'art. 68, commi 4-5, della Legge n. 633 del 22 aprile 1941. Le fotocopie effettuate per finalità di carattere professionale, economico o commerciale, o comunque per uso diverso da quello personale, possono essere effettuate a seguito di specifica autorizza­ zione rilasciata da CLEARedi (www.clearedl.org) .

ISBN

978-88-399-1136-0

vvww.queriniana.it Stampato da Mediagraf spa - Noventa Padovana

(PD)-

www.printbee.lt

Prefazione del Card. GIANFRANCO RAVASI

Chi sta sulla soglia di un libro, chiamato a presentarlo ai futuri lettori, è come se

si trovasse davanti a due orizzonti. Da un lato, entra in scena la figura dell'au­

tore e quindi la dimensione soggettiva di un legame di sintonia e talora anche

di amicizia personale. D'altro canto, si allarga l'ambito del testo, della materia o del tema trattato e qui ci si muove secondo un profilo oggettivo, basato sul merito dell'argomento sviluppato. Ecco, questa premessa piuttosto ampia al volume che il lettore ha ora tra le mani vuole proprio svolgersi secondo i due sguardi appena indicati.

È spontaneo iniziare col primo, quello che abbiamo definito come "soggetti­ vo" e personale. Sì, perché il ponte ideale che mi unisce ormai da decenni a don Giorgio Zevini è quello dell'amicizia, nata quando anch'io svolgevo come

lui un'attività accademica e si era stabilita una trama comune di conoscenze, di incontri, di dialoghi, nonostante la distanza delle nostre sedi, per lui l'Universi­

tà Pontificia Salesiana a Roma, per me la diocesi di Milano. Don Giorgio alla sua indubbia e straordinaria competenza e finezza esegetica unisce, infatti, il dono

di una personalità amabile, delicata, sensibile, totalmente aliena da quel veleno che spesso serpeggia e s'insinua tra gli accademici, anche ecclesiastici, cioè l'invidia, il distacco un po' altezzoso e persino la critica malevola. Il dialogo con lui è stato, invece, sempre caloroso e tutti coloro che hanno seguito le sue lezioni o hanno vissuto con lui corsi di predicazione o di ritiri spirituali possono confermare la bellezza degli incontri e dei confronti che sbocciano dalla sua personalità e dalla sua parola. Una parola piana, limpida, serena, gradevole, persino deliziosa, eppure capace di incidere con forza nella mente e nell'animo del suo uditorio. È ciò che si è sempre cristallizzato anche

6

Prefazione

nelle sue pagine, affidate a uno stile trasparente e lineare ma al tempo stesso coerente e rigoroso. È attraverso questa via, senza soluzione di continuità, che sono condotto al secondo profilo della mia premessa, al dato "oggettivo", cioè al tema della sua ricerca esegetica che alimenta lo scritto che ora sta davanti a noi tutti. ***

La particolare cifra prima delineata l'ha, infatti, condotto quasi spontaneamen­ te ad avere come stella polare dei suoi studi esegetici le opere giovannee che hanno come insegna proprio la fede nell'amore. Basti solo citare quel suo

Van­

gelo secondo Giovanni che conservo ancora nella prima delle decine di edizio­ ni che ha poi registrato, con una sua dedica affettuosa, e che si è diffuso un po' in tutto il mondo con le otto lingue in cui è stato tradotto. Il quarto Vangelo e le Lettere collegate alla figura di Giovanni colgono nell'amore "verticale" divino e in quello "orizzontale" umano non solo la cifra della morale cristiana ma anche il nodo d'oro che unisce in armonia l'intera fede, la teologia e il programma vitale dei discepoli di Gesù. C'è, quindi, una sorta di simbiosi tra la sensibilità umana e spirituale di don Zevini

e

il messaggio fondante di quelle Scritture

neotestamentarie. Ma, a questo punto, c'è un ulteriore dato da segnalare, seguendo sempre la prospettiva "oggettiva", ed è la particolare tipologia dell'approccio con cui egli affronta quei testi sacri. Emblematico ih questo senso è proprio il presente com­ mento alle tre Lettere giovannee. Il suo metodo è nitido e costante e si fonda, come egli stesso dichiara, sull'«integrazione tra esegesi scientifica ed esegesi spirituale, tra ricerca critica e ricerca teologica•. Detto in altri termini, ogni com­ ponente strutturale della pagina biblica, ogni sua unità letteraria, anzi ogni suo paragrafo o segmento testuale sono illuminati non solo dal riflettore dell'analisi storico-critica, ma anche e soprattutto dalla fiaccola della teologia spirituale, proprio perché quei capitoli non contengono una seri� di teoremi trascendenti o di riflessioni elaborate in un contesto tematico astratto. Sono, invece, un an­ nuncio, una "rivelazione" epifanica di Dio all'umanità che crede, spera e ama ed entra, perciò, in comunione con lui. Questa ermeneutica - che non elimina ma manifesta in filigrana l'attrezzatu­ ra esegetica necessaria per individuare la radice del testo nella sua "lettera" vuole cogliere l'intera risonanza della Parola di Dio nella linea di quanto già

7

Prefazione

proponeva l'interpretazione giudaica della Torah, convinta che settanta fossero i volti di ogni enunciato biblico perché destinato alle settanta lingue universali, cioè a tutte le culture e le persone della storia (così in

Bemidbar Rabbà 13, 5).

Ecco perché sono costantemente convocati i Padri e l'intero filo della Tradizio­ ne della Chiesa che gareggiano nell'individuare e svelare alcuni di quei settanta volti celati nello stampo delle parole sacre (si sfoglino, ad esempio, le pagine

di questo volume, fissando l'attenzione alle note che sono una suggestiva inin­ terrotta rete di rimandi patristici). Lasciamo ancora risuonare la voce stessa di don Giorgio: «Metteremo qui in luce lo Spirito nella lettera, cercando la conti­ nuità tra esegesi critica e prolungamento spirituale. Il senso spirituale autentico della Scrittura consiste infatti nell'approfondire, esplicitare e assimilare proprio

il senso letterale». È, questa, l'esperienza che farà il lettore procedendo attraverso ogni porzione testuale delle Lettere giovannee, soprattutto della Prima: egli scoprirà quanto siano in armonia tra loro, diremmo in contrappunto musicale mirabile, scritto e Scrittura, parole e Parola, lettura esegetica e

lectio divina, senza fratture, senza

ramificazioni divaganti perché l'ascesa nel cielo dello Spirito è sempre salda­ mente vincolata alla terra del testo. Attraverso la Parola sacra Dio che è luce trascendente (1

Gv 1 ,5), che è amore supremo (1 Gv 4,8. 16), che è Padre fede­ le e fecondo (1 Gv 1 ,3; 2 Gv 3), illumina, ama e si china sulle sue creature coinvolgendole in un abbraccio, sedando anche le tempeste che tormentano la fede delle comunità cristiane, tentate dallo gnosticismo o da una sorta di flacci­

dità· morale ed esistenziale. ***

Ora vorremmo, stando sempre nel registro "oggettivo", sulla scorta della gui­

da offerta da don Giorgio nel suo commento, far balenare solo qualche coordi­ nata concreta e tematica dell'epistolario giovanneo. Partiamo dalla coda, gettan­ do uno sguardo su quella sorta di biglietti che sono la Seconda e la Terza Lettera di Giovanni, attribuite a un "Presbitero" che la tradizione ha identificato con lo stesso evangelista. "Lettere" in senso stretto lo sono, indirizzate rispetti­ vamente a una Chiesa locale, chiamata in modo curioso •Signora eletta da Dio»

(2 Gv vv. 1 . 5), e a un non meglio noto Gaio, elogiato per la sua generosa ospi­ talità nei confronti dei missionari itineranti (3 Gv vv. 1-8). A Gaio si oppone un certo Diotrefe che ambisce a far carriera ecclesiastica e non accoglie con scelta

Pr(/{aztone

8

premeditata i fratelli e uimpedisce di farlo a quelli che lo vorrebbero, espellen­ doli dalla Chiesa• (3 Gv vv. 9-10). Questo è, però, in una sorta di controreplica anche il comportamento che il Presbitero suggerisce nei confronti degli eretici e dei dissidenti: uSe qualcuno viene da voi e non porta questo insegnamento, non ricevetelo in casa e non salutatelO» (2 Gv v. 10). Due atteggiamenti apparentemente contraddittori che si spiegano considerando il travaglio della Chiesa delle origini, un travaglio inter­ . no già registrato dallo stesso epistolario paolino. Al contrario di certe idealizza­ zioni, la cristianità fu subito attraversata da tensioni

e

lacerazioni, da crisi e di­

visioni teoriche e operative e vari scritti neotestamentari ne sono una testimonianza non ipocrita. La Seconda Lettera di Giovanni individua nitidamente la ragione della crisi . teologica nella negazione dell'incarnazione di Cristo. Le parole sono chiare: cMolti seduttori sono apparsi nel mondo: essi non riconoscono che Gesù è ve­ nuto nella carne. Ecco il Seduttore e l'Anticristo!• (v. 7). Siamo, quindi, all'inter­ no di un orizzonte ideologico di stampo gnostico che avrà una storia successiva molto vivace: esso esclude l'umiliazione del Logos divino nella carne umana, fragile e misera. Si ricordi che già il prologo del Vangelo giovanneo ribadiva come vertice della fede cristiana proprio il uLogos divenuto carne» e inserito a pieno·titolo nell'umanità (Gv 1 ,14). Contro questa "eresia" si erge il Presbitero col suo messaggio vigoroso e fermo. Abbiamo prima evocato una crisi ecclesiale non solo teorica, ma anche pra­ tica e legata a un reciproco rifiuto dell'accoglienza e dell'ospitalità. Essa, per il Presbitero, ha la sua terapia nella fedeltà al comandamento uricevuto fin dal principio: amiamoci gli uni gli altri• (2 Gv v. 5). Ritorna, dunque, il precetto fondamentale dell'etica cristiana, quello dell'agape-amore che tanto spazio ave­ va avuto già nel discorso-testamento di Gesù nell'ultima cena (Gv 13-17). Fede e amore sono, quindi, le due vie sante per ricostruire l'unità lacerata della Chie­ sa. E questi due temi centrali reggono la Prima Lettera di Giovanni, uno scritto di per sé anonimo nella titolatura ma da riportare sicuramente allo stesso clima ecclesiale delle altre due Lettere appena esaminate. ***

La Prima Lettera di Giovanni - come dimostra la lettura accurata e ampia di don Zevini - è un testo che rivela alcune sorprese a chi lo studia con una certa

9

Prejaztone

accuratezza. Priva dei soliti apparati protocollari epistolari (mancano il mittente, l'indirizzo iniziale, i destinatari e il saluto finale), espressione di un "noi", cioè

di un gruppo che si rivolge a un orizzonte lasciato nel vago, questa Lettera è in realtà molto simile a un'omelia o a un trattato teologico, forse destinato a circo­ lare in più Chiese e comunità. Che l'ambito sia, comunque, quello della tradi­ zione giovannea emerge nettamente dai temi già evocati, cioè l'incarnazione come verità fondamentale della fede cristiana e l'amore come cardine esisten­ ziale e morale della vita ecclesiale. Tuttavia non mancano novità. Al di là dell'as­ senza

di altri temi giovannei rilevanti e della presenza di 39 vocaboli inediti ri­

spetto al quarto Vangelo, ci si imbatte, ad esempio, in una variazione di significati: il «Paraclito», cioè il "confortatore" e "difensore" del cristiano nella storia, non è più lo Spirito Santo, come nel Vangelo, bensì Cristo stesso. Buon conoscitore della lingua greca, l'autore rivela non solo le matrici ebrai­

che classiche (l'Antico Testamento, pur non essendo mai citato esplicitamente, è presente in immagini, allusioni, idee) ma anche influenze più specifiche:

l'interpretazione della storia di Caino in 3, 1 2 - secondo la quale Abele fu ucci­ so perché era il giusto, mentre il fratello era per eccellenza il perverso - fa parte di una particolare lettura giudaica. Ma, secondo alcuni esegeti, è forse un implicito contatto con gli scritti giudaici di Qumran a sorprendere maggiormen­ te: il dualismo marcato tra luce e tenebre, l'antitesi tra i due llSpiriti• della verità e

della menzogna, di Dio e dell'Anticristo, l'insistenza sulla comunione fraterna

(a Qumran la comunità doveva esserejahad, cioè "insieme", unita e compatta). In realtà l'impostazione globale dello scritto va ben oltre questo orizzonte, a partire dalla stessa comunione fraterna che è espressa in un modo che riflette le caratteristiche tipiche dell'agape cristiana. Il prologo tanto celebrato della Lettera ci introduce subito

in medias res e il

panorama ideale in cui ci troviamo immersi è sin dall'inizio fortemente cristo­ logico � È l'incarnazione, il cuore della fede cristiana, un cuore ferito dalle prime

negazioni, ad essere dominante. Che la fede sia una questione centrale appare

anche dal verbo "credere" che nella Lettera risuona 9 volte, dai sinonimi "cono­ scere" (25 volte) e "sapere" (15 volte). Ecco, allora, il proemio dello scritto, con

la sua tipica costruzione quasi fluviale, tutta annodata attorno a quel forte e raro verbo greco pselaphàn, "toccare, palpare" (ricorre altrove solo in Le

24,39; At

17,27 ed E/ 12, 18) con mano il Logos, cioè il Verbo, Cristo Signore, un vero e proprio paradosso per il mondo culturale greco che nel Logos concentrava la spiritualità e la trascendenza.

lO

Prefazione

Riascoltiamo il passo: cQuello che era da principio, quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono del Verbo della vita - la vita infatti si manifestò, noi l'abbiamo veduta e di ciò diamo testimonianza e vi annunciamo la vita eterna, che era presso il Padre e che si manifestò a noi -, quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunciamo anche a voi, perché anche voi siate in co­ munione con noi. E la nostra comunione è con il Padre e con il Figlio suo, Gesù CristO»

(l Gv 1 , 1-3).

Da questo momento in avanti la Lettera procede come un fiume: il percorso fondamentale può essere sempre seguito, ma non mancano ramificazioni late­ rali, anse, affluenti. La guida di don Giorgio rende non solo agevole ma anche affascinante questa navigazione. Le acque sono ora limpidissime e riflettono il cielo della contemplazione teologica; ora s'intorbidano e rispecchiano le spon­ de cupe della polemica; la foce è, però, un estuario sereno dominato dalla fi­ gura gloriosa di Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo. Là desidera approdare anche la Chiesa, allorché tutti i fedeli diverranno «Simili a Dio, perché lo vedran­ no cosl come egli è» (3,2). Procedendo lungo i vari tratti di questo fiume dello spirito, ci incontriamo con variazioni di colore delle acque, ossia con mutamen­ ti tematici. Nel fluire dei capitoli 1-2, attraverso un gioco di iridescenze e di contrappunti, si oppongono acque chiare e acque scure, cioè si delinea l'anti­ tesi "luce-tenebra" come appare nella dichiarazione solenne iniziale: cDio è luce

[bo Tbeòs pbos estin] e in lui non c'è tenebra alcuna» ( 1 , 5). Subito dopo, ecco il volto del cristiano dipinto anch'esso su un contrasto tra il profilo di luce e il fondo oscuro: «Se diciamo di essere in comunione con lui e camminiamo nelle tenebre, siamo bugiardi e non mettiamo in pratica la veri­

tà. Ma se camminiamo nella luce, come egli è nella luce, siamo in comunione gli uni con gli altri, e il sangue di Gesù, il Figlio suo, ci purifica da ogni pecca­ to . . . Eppure vi scrivo un comandamento nuovo, e ciò è vero in lui e in voi, perché le tenebre stanno diradandosi e già appare la luce vera. Chi dice di es­ sere nella luce e odia suo fratello, è ancora nelle tenebre. Chi ama suo fratello, rimane nella luce e non vi è in lui occasione di inciampo. Ma chi odia suo fratello, è nelle tenebre, cammina nelle tenebre e non sa dove va, perché le tenebre hanno accecato i suoi occhi• (1 ,6-7 e 2,8- 1 1). Quasi senza accorgercene veniamo già condotti su un altro tratto di fiume: le acque della luce si mischiano con quelle dell'agape-amore. E sarà l'ultimo scorrere del testo, il più placido e disteso, a essere totalmente sotto il segno del

11

Prefazione

«Comandamento• per eccellenza di Gesù . Si tratta dei capitoli 4-5, scanditi dalla citata celebre dichiarazione teologica: ·Dio è amore>, ho Tbeòs agape estfn (4,8 . 1 6). C'è, allora, un intero percorso del fiume giovanneo- da 1 Gv 4,7 a 5,4 - che è sotto il cielo dell'amore: si pensi che in questa parte la parola greca

agape con i suoi derivati risuona ben 32 volte! "' "' "'

Si tratta di «Un messaggio che abbiamo udito fin dal principio: che ci amiamo

gli uni gli

altri• (1 Gv 3,1 1). Se vogliamo continuare la metafora del fiume, po­

tremmo raffigurare l'effusione dell'amore con l'immagine di una cascata : essa cUscende da Dio stesso, che per definizione è amore, e diffonde le sue acque attraverso il Figlio suo Gesù Cristo, il segno visibile e sperimentale dell'amore divino. L'incarnazione è, quindi, interpretata secondo la categoria dell'agape. Ed

è Cristo a offrire la presenza più alta del Dio d'amore. Lo scritto giovanneo si rivela così , per usare un'espressione del teologo Karl Barth, un testo «a forte concentrazione cristologica•. «Abbiamo un Paraclito presso il Padre: Gesù Cristo, il giusto. È lui la vittima di espiazione per i nostri peccati; non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo• (2, 1-2). La redenzione stessa è, perciò, vista come un atto di comunione solidale nei confronti dell'umanità ed è per tale via che noi risaliamo alla sorgente dell'amore divino: cln questo ab­ biamo conosciuto l'amore, nel fatto che egli [Cristo] ha dato la sua vita per noh (3, 16). Rappresentazione della donazione d'amore è la croce di Cristo. Alludendo al sangue e all'acqua sgorgati dal costato di Cristo trapassato dalla lancia del sol­ dato romano (Gv 19,34-35), si ripropone la scena della crocifissione in questi termini : «Egli è colui che è venuto con acqua e sangue, Gesù Cristo; non con l'acqua soltanto, ma con l'acqua e con il sangue. Ed è lo Spirito che dà testimo­ nianza, perché lo Spirito è la verità . Poiché tre sono quelli che danno testimo­ nianza: lo Spirito, l'acqua e il sangue, e questi tre sono concordi• (5,5-8). Sulla croce di Cristo, striata dal sangue e dall'acqua, si posa lo Spirito Santo che è il segno supremo della presenza di Dio e della sua gloria. Si ha, in tal modo, an­ che la proclamazione della Pasqua di Cristo e al tempo stesso l'orizzonte- at­ traverso lo Spirito- si dilata alla Chiesa nella quale l'amore, donato nella morte e risurrezione di Cristo, viene continuamente effuso attraverso i sacramenti dell'acqua, cioè il battesimo, e del sangue, cioè l'eucaristia.

Prefazione

12

La cascata dell'amore da Dio e da Cristo procede, dunque, diramandosi nell'umanità intera. Se vogliamo ricorrere non più alla grande tradizione patri­ stica ma alla nostra tumultuosa e incerta contemporaneità,. potremmo ricorrere a un commento libero, sorprendente e paradossale. Alludendo alla morte di Cristo in croce e alla presenza di sua madre Maria e del discepolo amato ( Gv

19,25-27), il cantautore Fabrizio De André nella sua canzone II testamento di Tito, appartenente alla raccolta dal titolo significativo La buona novella (1 970), dichiarava: «lo nel vedere quest'uomo che muore, l madre, ho imparato l'amo­ re. l Nella pietà che non cede al rancore, l madre, ho scoperto l'amor�. Già nella nostra Lettera si affermava: «Noi amiamo perché egli ci ha amati per primOJ (4,19). E se cabbiamo conosciuto l'amore nel fatto che egli ha dato la sua vita per noi, anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli• (3, 16). «Se uno dice: "Io amo Dio" e odia suo fratello, è un bugiardo. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. E questo è il comanda­ mento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche suo fratellOJ (4,20-21). Si noti come vengono fuse insieme le due dimensioni dell'amore, quella "vertica­ le" dell'amore divino e quella "orizzontale" dell'amore fraterno. La traccia, po­ tremmo dire l'impronta, che l'amore di Dio lascia nell'uomo è la sua trasforma­ zione in figlio: a questo tema è dedicata un'intera sezione dello scritto (2,29-4,6), ove per otto volte ricorre l'espressione «figli di Dio•. L'autore, infine, ci offre lui stesso una sintesi della sua originale rilettura del­ la storia della salvezza in chiave d'amore. Lo fa in una pagina che è anche una testimonianza della fede trinitaria della Chiesa delle origini nel Dio Padre, nel Figlio Gesù Cristo e nello Spirito Santo. Sottolineiamo l'insistenza sul tema dell'a­ gape-amore con il corsivo e con una versione più ricalcata sull'originale greco. «Miei amati, amiamoci reciprocamente, perché l'amore è da Dio e chiunque

ama è stato generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio perché Dio è amore. In questo si è manifestato l'a more di Dio in noi: Dio ha mandato il suo unigenito Figlio nel mondo, perché noi vivessimo per mezzo di lui. In questo sta l'amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha

amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati. Miei amati, se Dio ci ha amato così, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri. Nessuno mai ha visto Dio: se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l'amore di lui è perfetto in noi. In questo si conosce che noi rimaniamo in lui ed egli in noi: egli ci ha donato il suo Spirito• (4,7-13).

13

Prefr:;zione ** *

Come ininterrottamente conferma il. commento di Zevini, la sostanza della Prima Lettera di Giovanni è affidata a un appello intenso, appassionato e reite­ rato alla fede e all'amore, un appello rivolto a una Chiesa probabilmente in crisi teologica e di comunione. Da un lato, è necessaria la professione di fede nell'incarnazione così da impedire una religiosità gnostica, spiritualistica e inti­ mistica: «In questo potete riconoscere lo Spirito di Dio: ogni spirito che ricono­ sce Gesù Cristo venuto nella carne, è da Dio» (4,2). Dall'altro, a partire dalla fede si proclama la seconda esigenza fondamentale, quella dell'amore: «Questo è il suo comandamento: che crediamo nel nome del Figlio suo Gesù Cristo e ci amiamo gli uni gli altri, secondo il precetto che egli ci ha dato» (3,23). E tale appello caloroso alla fede autentica e all'amore genuino supera le generazioni, si dilata nel tempo e nello spazio. La voce dell'autore della Lettera tenta, allora, di raggiungere chiunque legga il suo scritto, come si scoprirà seguendo il para­ grafo quasi poetico di 2 , 1 2-14 accompagnato dalle voci della tradizione cristia­ na e dal commento di don Giorgio Zevini. Rimane, infatti, viva nel lettore della sua analisi esegetica l'eco dell'appello all'amore che s'intreccia e nutre la fede. Le spiegazioni offerte dallo studioso salesiano hanno, infatti, una caratteristica che vorremmo definire con un termi­ ne suggestivo usato per altre finalità da Teilhard de Chardin: la sua è una "dia­ fania", cioè è un rendere trasparente la luce della Parola di Dio attraverso il prisma limpido della spiritualità secolare della Chiesa . È così aperto a tutti il messaggio giovanneo che si esprime soprattutto nella fioritura dell'agape. Un famoso scrittore agnostico come il francese Albert Camus nel settembre 1937 nei suoi Taccuini annotava: «Dovessi scrivere io un trattato di morale, avrebbe cento pagine, novantanove delle quali assolutamente bianche. Sull'ultima scri­ verei: Conosco un solo dovere ed è quello di amare. A tutto il resto dico no». Ma già secoli prima il vescovo di Milano s. Ambrogio proclamava in modo fol­ gorante: Nibil caritate dulcius, nulla è più dolce dell'amore (De Officiis II, 30 ,

155). Card.

GIANFRANCO RAVASI

Premessa

Stiamo vivendo un tempo prezioso nella vita della Chiesa che ha posto al centro della sua missione evangelizzatrice la parola di Dio per una rinnovata vita spirituale di tutti i cristiani, sia a livello personale che comunitario. «È fon­ damentale che la Parola rivelata - ha detto papa Francesco -fecondi radical­ mente la catechesi e tutti gli spazi per trasmettere la fed�. Questo commento teologico-spirituale alle tre lettere dell'apostolo Giovanni, arricchito da letture patristiche, ha semplicemente lo scopo di far conoscere sempre più alcuni dei testi biblici tra i più penetranti e ricchi di spiritualità del Nuovo Testamento con una lettura teologico-spirituale e far sì che si realizzi quell'unità nella carità dei credenti attorno alla parola di Dio, ma anche e soprattutto unità tra parola di Dio, Spirito Santo e vita cristiana. Affrontare il problema della intelligenza spirituale della Sacra Scrittura è impresa quanto mai ardua e complessa perché la lettura della Bibbia nello Spi­

rito comprende tutte le altre forme di approccio alla parola di Dio. Questa è una delle ragioni per cui, purtroppo, su questo tema si riflette ancora troppo

poco da parte degli esegeti e teologi, nonostante il grande impulso ricevuto dal concilio Vaticano II e prima ancora da tutta la Tradizione cristiana . Nella storia della Chiesa questo problema ha subìto una grande evoluzione1 • Quando para­ goniamo l'antichità cristiana, cioè il tempo patristico-medievale, con i tempi moderni, notiamo una notevole differenza . Per gli antichi fino al medioevo, esegesi, teologia, spiritualità e pastorale costituivano un "tutto organico". Per la teologia sistematica all'epoca scolastica e poi con l'emanciparsi di un'esegesi

1

Cfr. Lectto dtvina et Lecture sptrltu.elle.

In

Dtcttonnatre de Sptrltualtté IX (1976) 470-510.

16

Premessa

critica come scienza autonoma, l'unità di queste discipline si è rotta, fino a ra­ dicalizzarsi con l'avvento dell'epoca moderna2• Si arriva cioè ad una progressiva separazione e rottura delle discipline teologiche, che si mantiene fino ai nostri giorni. Dopo la molteplicità e la separazione di queste discipline in tanti fram­ menti, oggi si sente il bisogno di reintegrare tutto in una nuova sintesi. Così si esprime H. Urs von Balthasar: •Noi oggi ripieghiamo sull'uno. Non per rasse­ gnazione, ma per riguadagnare l'origine. Siamo arenati sulle spiagge del razio­ nalismo, ritorniamo a tastoni alla roccia scoscesa del mysteriurrP3• Rifare l'unità, dopo il frazionamento di vari secoli, è un bisogno sentito anche in campo bi­ blico. È urgente oggi sensibilizzare tutti circa questa necessità e lavorare per rifare la sintesi. I Padri della Chiesa rappresentano un'epoca fondamentale per la loro testi­

monianza di fede e per la loro riflessione biblico-teologico-vitale. Riassumere il loro insegnamento non è facile. Ci limitiamo a cogliere l'istanza ermeneutica della Bibbia, nella quale i Padri sono stati maestri ineguagliabili. Non è il caso di ritornare a ripetere semplicemente la loro esegesi, perché non avevano an­ cora tanti validi strumenti, che oggi la scienza biblica moderna ha messo nelle nostre mani. Ma si deve ritrovare l'aspetto centrale della loro ricerca: porre al centro di ogni interesse la parola di Dio e così leggere e prolungare la storia sacra in corde Ecclesiae e pro Ecclesia. La teologia patristica ha infatti per anima la parola di Dio. Gli autori antichi sono essenZialmente a:gli interpreti della Pa­ rola�, «i commentatori dei libri sacri�4• La Bibbia per loro è "il libro" della vita. I Padri •respirano la Scrittura�5 , che diventa per loro il pane e il nutrimento della loro •quotidiana ruminazion�6• Questo libro della loro formazione, essi lo com­ mentano nelle catechesi, proponendo una lettura re-interpretativa dell'evento salvifico per la comunità cristiana. Per i Padri della Chiesa il senso più vero e profondo della Scrittura è cogliere lo Spirito del testo. La loro intuizione essen-

2 Cfr. H. DE LUBAC, Histotre et Esprit. L'tntelltgence de l'Écrlture d'après Orlgène, Parls 1950 (trad. lt., Storia e Sptrito, Jaca Book, Milano 1985); Io., Exégèse médtévale. Les quatre sens de l'Écriture, 4 voli., Parls 1959-1964 (trad. lt., Esegest medievale, 4 voli., ]aca Book, Milano 1986-2006); Io., L'Écrlture dans la Tradttton, Parls 1966 (trad. lt., La Sacra Scrittura nella Tradizione, Morcelllana, Brescia 1969). 3 H. URS voN BALTHASAR, Con occbt sempltct. Verso una nuova cosctenza cristiana, Morcelllana, Brescia 1970, 9. � AGOSTINO, De Trtnttate 2,1,2: CCL 50,81 ,3; Sermones 270,3: PL 38,1240. 5 ATANASIO, Ep. ad Afr. 4: PG 26,1036 B. 6 GREGORIO MAGNo, Hom. tn Ez. 1,5: PL 76,821 C.

Premessa

17

ziale è questa: tutta la Bibbia, sia l'Antico che il Nuovo Testamento, ci parla di Cristo e riguarda personalmente ogni uomo . Questo tentativo metodologico è chiamato da loro intelligenza spirituale della Scrittura. È in questa visuale uni­ taria dei due Testamenti che si innesta la dottrina dei quattro sensi della Sacra Scrittura, in cui coincidono esegesi, teologia, vita spirituale ed impegno comu­ nitario. L'esegesi della tradizione antica conosce due sensi biblici: il senso letterale e

il senso spirituale. Le altre formulazioni del triplice o quadruplice senso biblico vanno sempre viste in rapporto con lo sviluppo del senso spirituale. Se si svi­ luppa l'aspetto dogmatico si ha il senso allegorico, se si sviluppa la dimensione pratico-morale si ha il senso tropologico, se prevale l'aspetto escatologico e contemplativo si ha il senso anagogico. Tutte queste articolazioni del senso spi­ rituale che esprimono in modo chiaro ed armonico la complessità del mistero di Cristo e le relative tappe della storia della salvezza, non devono però indurre a pensare ad una pluralità di sensi biblici. Il senso della Bibbia è unico ed espri­ me una sola realtà: il mistero di Cristo, che è contemporaneamente quello del popolo di Israele, della Chiesa, dei singoli fedeli e della vita futura. Possiamo dire allora che l'idea basilare che domina tutta la tradizione antica è questa: la storia della salvezza ha il suo vertice in Cristo, si riproduce nella Chiesa, poi nell'anima del fedele, specie attraverso il ciclo dell'anno liturgico. Gli autori antichi non conoscono altri itinerari spirituali e per questo ci descrivono la Sacra Scrittura come la scala che conduce al cielo e i vari sensi ne sono le singole tappe. A ben riflettere il problema dell'attualizzazione della parola di Dio, di cui oggi tanto si parla, trova qui la sua soluzione e realizzazione. All'inizio dell'epoca moderna la grande intuizione della Tradizione antica circa l'intelligenza spirituale della Sacra Scrittura entra apertamente in crisi col nascere dell'esegesi storico-critica. Questa esegesi, fondata sulla conoscenza delle lingue bibliche e del mondo antico, permette di realizzare notevoli pro­ gressi in campo biblico. In breve la differenza tra l'esegesi antica e quella mo­ derna è questa: l'esegesi moderna, iniziata con il Rinascimento, è tutta protesa a ricercare unicamente il senso letterale e storico della Scrittura, dando impor­ tanza alle ricerche della linguistica, della filologia, della critica letteraria e stori­ ca e perdendo l'interesse per il senso spirituale. L'esegesi spirituale non appar­ tiene più al campo della ricerca esegetica e viene abbandonata agli spirituali e ai mistici. Questo nuovo clima creato dall'esegesi scientifica non è una situazio­ ne ideale. Esso, in verità, rispetto al passato, è un progresso e un regresso in-

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Premessa

sieme. È un progresso perché l'aprirsi a tutta la dimensione storico-umana della Bibbia ci aiuta a mettere in luce che il testo sacro è una vera storia di salveiza che traccia l'itinerario dell'uomo verso Dio. Ma è anche regresso, perché l'ese­ geta rischia di cadere nello storicismo e di non essere sensibile alla presenza e alla rivelazione del mistero nella storia sacra, cioè alla dimensione non solo umana e storica, ma trascendente e divina della parola di Dio. Ora qual è la situazione odierna? Lo studio storico-critico della Bibbia è cer­ to fondamentale, ma spesso questo diventa fine a se stesso, si studia il passato del testo, la sua genesi e la lettura biblica diventa «archeologica� (Ricoeur); c'è un grande interesse più per il fatto storico che per il suo senso, più per la ge­ nesi e la forma letteraria dei testi che per il loro significato teologico e religioso. Si arriva così a un vero pericolo di positivismo o di formalizzazione negli studi biblici. L'esegesi diventa così una scienza per specialisti, quella cexégèse séparéeo, che M. Blondel, al tempo del modernismo, considerava tanto pericolosa. Oggi è maturo il tempo, e questo sembra essere il grande compito degli esegeti in questi anni, per tentare di rifare una nuova sintesi e di ricreare l'uni­ tà tra Bibbia, teologia, spiritualità e vita. Da una parte bisogna ritrovare l'idea della tradizione antica, che la Sacra Scrittura va letta nella vita della Chiesa, dall'altra non si deve perdere il contributo offertoci dall'esegesi moderna attra­ verso le conquiste del metodo storico-critico. Si deve fare integrazione tra ese­

gesi scientifica ed esegesi spirituale, tra ricerca critica e ricerca teologica. Con l'esegesi moderna dobbiamo conoscere meglio l'ambiente concreto della storia biblica, il lungo sviluppo della rivelazione e delle sue espressioni letterarie; ma nello spirito degli antichi, dobbiamo anche cercare la dimensione profonda, teologica e spirituale del messaggio della Bibbia, oltre il senso ovvio della let­ tera . L'esegesi e la teologia dunque dovranno di nuovo familiarizzare con il senso non solo letterale

ma

anche spirituale della Sacra Scrittura per poi aprirsi

alla vita pastorale della comunità credente. Lo scopo vero da raggiungere nell'interpretazione dei libri sacri è quello di arrivare al senso spirituale della Scrittura . E si raggiunge questo traguardo, quando l'evento raccontato e il testo della Bibbia diventano spirito, oppure quando manifestano ciò che i Padri latini chiamavano il sensus interior o la

interior intelligentia. Giustamente gli antichi dicevano: «il significato letterale è

19

Premessa

evidente: dobbiamo saper cogliere lo Spirito•7• La Dei Verbum afferma che lo scopo dell'esegesi cristiana è l'esegesi nello Spirito, e canonizza queste norme, quando dice che ·dovendo la sacra Scrittura essere letta ed interpretata con

l'aiuto dello stesso Spirito mediante il quale è stata scritta, per ricavare con esat­ tezza il senso dei sacri testi, si deve badare. . . al contenuto e all'unità di tutta la Scrittura, tenuto debito conto della viva tradizione di tutta la Chiesa e dell'ana­ logia della fede. (DV 1 2)8• Questo testo del Vaticano II contiene i principi basi­ lari dell'ermeneutica teologica della Scrittura, che consistono nel cogliere il vero senso dei testi. Nell'approfondimento di un testo sacro, va sempre messo in luce lo Spirito nella lettera, cercando la continuità tra esegesi critica eprolungamento spiritua­ le. Il senso spirituale autentico della Scrittura allora non consiste - e ciò è im­ portante per evitare il soggettivismo - nell'andare al di là del senso letterale, oome se questo fosse una tappa da sorpassare, ma consiste nell'approfondirlo, nell'esplicitarlo e nell'assimilarlo. Il senso spirituale è il vero senso della Bibbia in quanto è la parola di Dio e non una costruzione qualunque al di fuori, al di sotto, al di là del testo. È il testo stesso che rimane, ma tuttavia apre le sue im­ plicite ricchezze. Rimane la parola di Dio, che diventa luminosa e così, dal di dentro, riprende ed incomincia ad interpellare il credente e ad invitarlo alla conversione e alla santificazione. Il senso spirituale in realtà è un invito a trova­ re Cristo attraverso le Scritture (cfr. Gv 5,39). Il testo arricchito così, prima dalla riflessione religiosa del popolo di Israele, poi dalla vita cristiana della comunità primitiva, infine dal pensiero e dall' espe­ rienza spirituale di tutta la tradizione posteriore della Chiesa prende un signifi­ cato sempre più ricco e profondo e ci porta a comprendere e a vivere un tema tanto caro agli antichi: quello della mira profunditas della Sacra Scrittura . Ciò comporta che i singoli fedeli facciano attenzione al messaggio biblico nella sua totalità, tenendo presenti alcuni requisiti che regolano questa interpretazione spirituale della Bibbia, e così evitare interpretazioni arbitrarie e soggettive. Ele­ mento fondamentale per l'incontro con le Scritture è l'ascolto della parola di Dio. Si vive la vita secondo lo Spirito in proporzione alla capacità di fare spazio GrROLAMo, Tr. in Mc. Ev. 8,22-26: CCL 78,474,10- 1 1 : ·h istoria manifesta est, litt cra patet: Spiritus requ iratur• 8 Il principio indicato all'inizio è del tutto tradizionale: cfr. ad es. GuGLIELMO DI SArNr-THmRRY, Epist. adfratres de monte Dei, 1 , 10,31: PL 184, 32 7 C: •Quo enim spiritu Scripturae factae sunt, co spiritu lc­ gl desiderant: ipso etiam intellìgendac sunto. .

.

20

Premessa

alla Parola, di far nascere il Verbo di Dio nel cuore dell'uomo. Dall'ascolto del­ la parola di Dio nasce nel credente la risposta, che è la conversione a Dio: passare dall'autosufficienza personale alla dipendenza totale da Dio e dalla sua Parola. Come è stato necessario lo Spirito Santo per la composizione del libro sacro, altrettanto è necessario lo Spirito per la sua intelligenza . La conoscenza delle Scritture, opera dello Spirito Santo, è posta nelle mani di tutti coloro che sono docili allo Spirito e si lasciano illuminare da esso. Di fronte alla parola di Dio è necessario suscitare in sé e negli altri, prima di ogni altra cosa, un atteggiamen­ to di fede. Quando siamo a contatto con la Bibbia, leggiamo una stupenda clettera di amore•, diceva Gregorio Magno che Dio, attraverso lo Spirito Santo, ci ha scritto. Da ciò segue un atteggiamento di umiltà e di preghiera di fronte alla parola di Dio, altrimenti si può rischiare, se ci si inorgoglisce, di venir acce­ cati dalla Scrittura stessa. La parola di Dio, non dimentichiamolo, va ricercata ogni giorno; solo il colloquio assiduo, prolungato e confidente ci introduce nel segreto della vita di comunione con Dio. Questo è l'auspicio che facciamo ai lettori di queste pagine nella convinzione che il Vangelo è il dono dello Spirito Santo, che si manifesta nella fede e agisce nell'amore, ma va tenuto in mano ogni giorno per conoscere meglio Cristo.

Introduzione

l.

Lo sfondo storico-religioso

Le Chiese cristiane nel Vicino Oriente, tra le quali quelle dei Parti, a cui l'a­ postolo Giovanni invia la prima lettera sul finire del primo secolo, erano in via d'espansione. Esse, però, cominciavano ad avere le prime difficoltà a rimanere salde nella fede, perché l'annuncio del Vangelo provocava contrasti notevoli con

il mondo pagano, e tale contrapposizione era causa di divergenze dottrinali e liturgiche. Quelle Chiese, in tal modo, ispirate dallo Spirito Santo iniziavano a

tutta la verità ed in particolare, che: «È necessario che avvengano divisioni tra voi, perché si manifestino quelli che sono i veri credenti in mezzo a vo'b (1 Cor 1 1 , 19). Esse, inoltre, avevano la necessità di contrapporsi alla Sina­ conoscere

goga in tutti i modi possibili con riguardo all'autorità della legge mosaica, e tale contrasto era aggravato dalla incipiente filosofia gnostica che, da un lato, sov­ vertiva il principio fideistico e, dall'altro, lo rendeva superfluo. L'uomo, secondo tale dottrina, poteva avere l'idea di Dio ad opera della sua sola capacità di co­ noscere, onde veniva esaltata la via intellettiva e, quindi, veniva svalutata l'in­

carnale della concezione dello spirito. Sant'Agostino nel suo tempo affrontò tali anticri­ sti sotto l'aspetto pragmatico del vantaggio personale prendendo lo spunto dal versetto di san Paolo il giusto vivrà mediante lafede (Rm 1 , 17). Egli esprimeva carnazione di Cristo e la sua stessa divinità come una dimensione

il suo pensiero dicendo che è eretico colui che concepisce o segue opinioni false, spinto solo da vantaggi temporali e in particolare dal desiderio della pro­ pria gloria e affermazione.

22

Introduzione

L'influenza gnostica indusse subito molti cristiani a separarsi dalle loro comu­ nità (cfr. 1 Gv 2,18) e, dicendosi mossi dallo Spirito (cfr. 1 ,6), iniziarono a de­ formare ed a corrompere alcuni articoli di fede, e ciò spinse l'evangelista Gio­ vanni ad alzare la guardia: «Ogni spirito che non riconosce Gesù, non è da Dio.

Questo è lo spirito dell'anticristo che, come avete udito, viene, anzi è già nel mondO» (4,3). Questi falsi cristiani, influenzati da concezioni dualistiche assai diffuse nel tempo, separavano la sfera divina da quella umana e negavano che il Figlio di Dio si fosse realmente incarnato. Questi falsi profeti negavano l'in­ carnazione di Cristo e rifiutavano la sua umanità (cfr. 1 ,6-10; 4,8. 20). Pretende­ vano, inoltre, di avere una conoscenza superiore, doni straordinari dello spirito, e vedevano in Cristo una forza universale, sganciata da ogni legame con il comportamento morale, per cui negavano ogni realtà di peccato. L'apostolo Giovanni, di conseguenza, riproponeva a quelle prime comunità l'essenzialità del messaggio cristiano con concetti chiari e profondi, secondo il linguaggio e la mentalità del tempo, senza cedere a compromessi o a contaminazioni ideo­ logiche e difendeva l'unità della persona di Cristo, umana e divina, e di conse­ guenza la stessa unità della vita cristiana, l'unità tra conoscenza e vissuto, tra fede e amore.

2. L'attualità del messaggio giovanneo

La catechesi di Giovanni è perennemente attuale e particolarmente in un tempo come il nostro nel quale la fede è disertata sotto gli aspetti più disparati. L'insegnamento dell'evangelista acquista oggi un interesse del tutto nuovo, poi­ ché ripropone l'essenzialità dell'annuncio cristiano nella sua insostituibilità. La Chiesa che vede relativizzare o porre in dubbio la fede, ovvero negare addirit­ tura i suoi insegnamenti morali o dogmatici, ha bisogno di essere incoraggiata nella sua opera di evangelizzazione e di conversione. Essa deve esser posta in condizione di conoscere chiaramente cosa è fondamentale per la sua scelta in favore di Cristo e del modo in cui far vivere pienamente il Vangelo senza com­ mistioni con le dottrine del tempo, intese tutte al contingente e al corruttibile, poiché molti uomini channo come dio il loro ventre. (Fi/ 3, 19). Come portare il mondo a credere che Gesù Cristo è il Figlio di Dio? Come farlo vivere in comunione con il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo e condurlo a

Introduzione

23

compierne l'esperienza? Come far allontanare gli uomini dal peccato per cam­ minare alla luce di Dio? Come far osservare i comandamenti, a cominciare da quello dell'amore per il prossimo e per i propri nemici? Qual è nel momento

presente il punto d'equilibrio tra l'amore verso Dio e quello verso i fratelli, tra U distacco dal mondo e l'amore per il mondo, tra la realtà del peccato e l'im­ peccabilità del credente? Giovanni nelle sue lettere risponde esaurientemente a tali interrogativi che toccano la nostra vita ed il nostro cuore: •La fede dipende

dalla predic-azione e la predicazione a sua volta si attua per la parola di CristO> (Rm 10,17), per cui il volerla ricevere è di per sé l'accettazione salvifica della parola di Dio. Voler ascoltare tale annuncio è un invito a riconsiderare la nostra storia personale e quella comunitaria come storia di salvezza. Voler leggere ed

ascoltare U messaggio evangelico significa gioire che esso riecheggi nel nostro cuore e

allo stesso tempo ci contesti e ci giudichi, secondo la parola di Marco:

«Convertitevi e credete nel Vangelo» (11 , 5). È

ovvio, quindi, che una comunità

siffatta trovi oggi senz'altro il modo di porsi in sintonia con il mondo nel quale vive ed opera.

3. L'uso

liturgico e la catechesi giovannea

La liturgia della Chiesa, in particolare, si giova molto della prima lettera dell'a­

postolo Giovanni. Essa, dalla seconda alla settima domenica di Pasqua dell'anno

B, nonché nel tempo di Natale, che va dal 29 dicembre al12 gennaio del lezio­ nario feriale, offre alla comunità cristiana la lettura di tale lettera come il fonda­ mento teologico del Nuovo Testamento1• Giovanni ricorda a coloro che ritengo­ no la loro vita assurda e senza speranza che vi è un Padre che ha donato agli uomini il suo amore infinito e misericordioso e che, pertanto, li chiama a dive-

Tale liturgia è una tradizione antichissima, e lo era già a� tempo di sant'Agostino, secondo

quanto egli stesso riferisce: ·Stavo appunto pensando quali pagine della Scrittura, intonate alla gioia di questi giorni, dovessi, con l'aiuto del Signore, nel corso di questa settimana santa, commentarvi, cos1 da terminare la trattazione in sette o otto giorni, quando mi capitò sott'occhio l'Epistola del bc-4-

to Giovanni. Era una buona occasione di ritornare a sentire, col commento della sua Epistola, la voce

di quello stesso di cui avevamo, per il momento, messo da parte il Vangelo•: Aao�'TINO, Commento all'Epistola at Partt dt San Gtovannt: prologo, intr. e trad. a cura di G. Madurini - L. Miscolino, Città Nuova, Roma 1968, 1637.

24

Introduzione

nire figli suoi. Egli chiede ai cristiani in preda al dubbio o schiavi del peccato di essere i vincitori del demonio e del mondo con la forza della fede; di vivere dell'amore per il prossimo ed essere testimoni del Figlio di Dio fatto uomo, secondo quanto afferma san Beda: «La gioia di ogni maestro è piena quando con la sua predicazione porta molti alla comunione con la santa Chiesa e con colui grazie al quale la Chiesa si fortifica e cresce, Dio Padre e il Figlio suo Gesù Cristo•2•

La chiave di lettura delle lettere di Giovanni consiste nel riguardare la comu­ nità cristiana come colei che riceve il dono dell'acqua viva del Vangelo. Chi ascolta la parola di Dio deve viverla nel suo cuore e nelle sue opere, e dame testimonianza alla comunità, che può dirsi tale, se è suscettibile di far accoglie­ re con gioia l'intervento di Dio nella vita di ciascuno, affinché tutti operino nella verità e nella carità, e quindi, la convinzione che lo scritto giovanneo ha come scopo di portare ogni cristiano alla comunione con Dio e con la Chiesa.

4. n messaggio teologico-spirituale

Nel leggere le tre lettere ci sentiamo soggiogati nello spirito dalla molteplici­ tà dei temi trattati e dalle esortazioni affettuose che Giovanni rivolge ai fratelli di fede. La sua parola è penetrante, viva ed efficace per ogni comunità ecclesia­ le, ed è un dovere morale riceverla nel nostro cuore in tutta la sua trascenden­ za. Giovanni ci sollecita ripetutamente a riflettere sulla nostra fede, sulla perso­ na di Gesù e sul suo messaggio. Egli ci aiuta a guardare in profondità l'esistenza cristiana messa di fronte alla diffusione di gravi errori, per cui espo­ ne in forma ampia i punti fondamentali della fede cristiana e quali sono le ca­ ratteristiche del credente e la sua vera identità. Egli ritorna ripetutamente su tre temi: «Dio è luce. (1 Gv l ,5) e per mezzo di Gesù Cristo ha rivelato il suo disegno di salvezza; «Dio è Padre. (1 Gv 1,3; 2 Gv 3) e ci rende tutti suoi figli offendoci la comunione con la sua vita; «Dio è amo-

2 BI!DA IL VI!NERABILE, Commento alla prima lettera dt Gtovannt 1 ,4 in A. GllNOVESI! (ed.), La Btbbta commentata dai Padri, NT 1 1 , Città Nuova, Roma 2005, 205 (cfr. le fonti bibliografiche alla fme del

volume). Tutte le traduzioni dei testi patristici sono ritoccate da me confrontando

il

testo originale.

Introduzione re:.

25

(1 Gv 4,8) e desidera che i suoi figli vivano nell'amore reciproco e nella fede.

Lo sforzo di questo insegnamento e di tale adattamento pedagogico-pastorale affonda le radici nell'esperienza che ciascuno di noi può fare di Cristo, proprio come Giovanni l'ha compiuto con la sua esperienza apostolica svolta in una Chiesa ispirata e ardente di amore. Il tentativo di una sintesi che ora vogliamo proporre ci sembra di grande utilità e renderà più evidenti e chiari i vari ele­ menti che costituiscono la vita di ogni comunità cristiana. Alla base dell'inse­ gnamento giovanneo si colloca però una verità fondamentale: Gesù Cristo è Figlio di Dio, venuto nella carne; a coloro che l'accolgono Dio dona il suo Spirito che li guida alla vita e. alla comunione trinitaria.

4. 1 . UNA COMUNITÀ TURBATA DA FALSI PROFETI È ragionevole che il motivo per il quale Giovanni scrisse le sue lettere sia stata la crisi spirituale in cui erano cadute le comunità ecclesiali dell'Asia Mino­ re a causa dello gnosticismo filosofico imperante in quel tempo e, particolar­ mente, nei territori ad est della Terra santa ove l'ellenizzazione culturale era stata più profonda e vissuta anche politicamente. Quel che aggravava ancor più il disorientamento dei fedeli erano le tesi sostenute dalle nascenti scuole teolo­

giche che molto spesso si trovavano in contrasto sull'interpretazione delle sacre Scritture, e da qui l'origine delle prime eresie come l'arianesimo, il donatismo, il pelagianesimo, il sabellianesimo, la simonia ed il manicheismo ecc. Giovanni

reagisce a tali deviazioni dogmatiche, tenendo ferma la rivelazione evangelica sulla natura di Dio con riguardo alla sua unità, nonché all'incarnazione del Figlio ed all'amore essenziale verso l'umanità. Egli, in tal modo, esclude sia ogni ori­ gine esclusivamente umana di Cristo, sia ogni ineguaglianza fra le tre persone, ed afferma, al contrario, la soggezione dell'uomo all'unico e vero Dio, purissimo spirito, personale e provvidenziale. Le eresie di quel tempo investivano prevalentemente due aspetti: quello cri­ stologico e quello morale. Circa la persona di Cristo se ne rigettava la messiani­ cità (cfr. 1 Gv 2,22-23) sul rilievo che •il Cristo non si èfatto uomo» (1 Gv 4,2; 2

Gv 7), e che -egli non era il Figlio del Padre:. (1 Gv 4, 14;5,5), onde si negava che fosse vero Dio e vero uomo. Questi eretici dividevano la persona del Salvatore, separando in lui la persona di Gesù da quella di Cristo (cfr. Ireneo, Adv. baer.

3,16,5: PG 7, 924-925). La redenzione dell'umanità che discende dalla croce da

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Introduzione

Gesù, inoltre, era considerata inconcepibile e, comunque, di nessun valore spirituale, poiché la ragione umana consente d'intuire di per sé l'esistenza di Dio con il quale l'uomo può colloquiare direttamente. L'intermediazione del Figlio, pertanto, sarebbe stata irragionevole o superflua. Gesù, quindi, era sol­ tanto un saggio che si valeva delle sue possibilità: razionali, munito, però, di uno spirito profetico. Questi falsi profeti seguivano un pensiero gnostico e vedeva­ no Gesù "essere divino" apparso come uomo. I sostenitori, poi, di tali eresie, negavano qualsiasi peccato per cui sosteneva­ no che non vi era alcuna necessità di salvezza dell'umanità da parte di Cristo, ed ancor meno della sua parola che giudica e perdona (cfr. 1 Gv 1,8-10). Ne conseguiva la superfluità di qualsiasi canone morale e l'inutilità dei comanda­ menti stessi (cfr. 1 Gv 2,4; 5,2-3) e, quel che è più grave, l'assurdità del precetto dell'amore fraterno (cfr. 1 Gv 2,9-1 1 ; 3,10.14-16; 4,8; 5,2). Tali eresie fondate, come già detto, in parte sulla filosofia gnostica, ed in parte elaborate dalle scuo­ le teologiche dei primi secoli, ponevano in questione l'esistenza stessa della rivelazione evangelica ed il rapporto intimo e fruitivo tra Dio e l'uomo, e da qui la crisi spirituale di quelle prime comunità. Giovanni chiama gli eretici con il nome di anticristi (1 Gv 2,18-22; 4,3; 2 Gv 7) e di falsi profeti (1 Gv 4,1) e li connota come uomini cdel mondo che non sono da Dio� (1 Gv 4,5-6) e seduttori

(2 Gv 7). La pretesa comune che li animava era quella di affermare presuntuo­ samente e perfidamente di vivere in comunione con Dio senza ammettere che il suo avvento si era realizzato nell'incarnazione del Figlio suo unigenito.

4.2. L'INSEGNAMENTO APOSTOUCO La teologia di Giovanni è ricca di affermazioni di fede (cfr. 1 Gv 1, 1-2.7; 2,2. 12-

14.22-24; 3,8; 4,2.9-10. 14; 5,6. 12.20) che si contrappongono alle menzogne su Cristo e sui suoi comandamenti. Le sue lettere contribuirono grandemente a mantenere vivo e saldo il messaggio evangelico, elevarono lo spirito cristiano delle prime comunità e le sue parole, ancor oggi, sono di un'attualità sorpren­ dente. Giovanni risponde a molti interrogativi anche nostri: chi è Gesù, chi è il Padre e lo Spirito Santo? Cosa comporta accettare e vivere la verità? (cfr. 3, 19). Cosa significa diventare discepoli di Cristo? Il fedele, che è disponibile ed im­ pegnato, s'incontra con Gesù in modo esistenziale e ne acquista una conoscen­ za interiore che Giovanni chiama verità. Essa è uria liberazione piena e com-

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pleta dell'anima che progredisce in purificazione e santificazione, e realizza il nostro voler essere figli di Dio. Il Signore, pertanto, si rivela come l'amore che si dona e che perdona (cfr. 4,8); egli è la carità che entra nella storia mediante l'incarnazione del Figlio (4,15) e ci condiziona nel renderei partecipi della sua natura mediante l'amore verso i fratelli e verso il prossimo (cfr. 4,12). Dio, quindi, ci ha donato lo Spirito che guida la nostra vita da cristiani (cfr. 4, 13) e rafforza la nostra fede in Gesù Cristo redentore (cfr. 4, 14-15), perché può amarlo soltanto chi lo crede e lo conosce.

5. L'esperienza giovannea: vivere la comunione con Dio

L'obiettivo che Giovanni intende raggiungere è racchiuso in tale osservazione:

cQuesto vi ho scritto perché sappiate che possedete la vita eterna, voi che credete nel nome del Figlio di DiO> (1 Gv 5,13). Egli vuol risvegliare nelle sue comunità la speranza della vita eterna in Dio, salvifico e redentore. L'insegnamento fin dal principio, cioè quello ricevuto nel momento della conversione alla fede, è l'unica via per conoscere Dio, dimorare in lui e possedere la vita eterna. Il richiamo di Giovanni di avversare le tesi degli anticristi è il fondamento

stesso della vita cristiana: far rimeditare ai discepoli il messaggio apostolico nei suoi tratti essenziali, e far riprendere ad essi la consapevolezza delle ricchezze spirituali racchiuse nel canunino di fede. La vita cristiana, secondo la sua con­ cezione, è il nascere alla vita di Dio che c'impegna nella verità evangelica (2,21-

24). Essa è conoscerlo quale purissimo spirito e verità eterna che si oppone alla menzogna ed all'errore (cfr. 2,18-23). Il Signore è la vita eterna che inizia nel nostro esilio terreno e ci fa resistere alle lusinghe del mondo ed alla cupidigia della carne (cfr. 2,15-17). La vita cristiana è vivere in comunione con Dio, che ci ispira l'amore verso i fratelli e ci rende vittoriosi sul peccato (cfr. 3,6-9; 3,1118). Giovanni esprime in modo mirabile tale grido di vittoria della fede in Cristo, poiché la fonda sulla sua incarnazione e sulla sua crocifissione: «Sappiamo che

chiunque è nato da Dio non pecca: chi è nato da Dio preserva se stesso ed il maligno non lo tocca. Noi sappiamo che siamo da Dio, mentre tutto il mondo giace sotto il potere del maligno. Sappiamo anche che il Figlio di Dio è venuto e

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Introduzione

ci ha dato l 'intelligenza per conoscere il vero Dio. E noi siamo nel vero Dio e nel . Figlio suo Gesù Cristo: egli è il vero Dio e la vita eterna» (1 Gv 5,18-20). 5 . 1 . l CRITERI AUTENTICI DI COMUNIONE CON Dro Giovanni nella sua prima lettera indica alle comunità quali sono i veri criteri per conoscere Dio ed essere in intimità con lui: camminare nella sua luce (cfr.

1,5; 2,28),

vivere da figli suoi (cfr.

prossimo (cfr.

2,29; 4,6)

e vivere di amore per lui e per il

4,7; 5, 1 3). È compito di ogni fedele scoprire le componenti spiri­

tuali di tale messaggio ed applicarlo alla propria vita. Tali criteri sono moltepli­ ci e vertono sulla comunione ecclesiale, cioè, sui criteri per discernere il vero dal falso: chi dice di essere in comunione con Dio e cammina nella tenebra è

1,6); chi dice di essere senza peccato inganna se stesso (cfr. 1,8; 1 , 10); chi dice: «lo conosco, ma non osserva i suoi comandament'b, è bugiar­ do (2,4); chi dice di cdimorare in Cristo deve comportarsi come lui si è compor­ tatO> (2,6); chi dice di «essere nella luce e odia suofratello è ancora nelle tenebre. (2,9); chi nega che Ges� sia il Messia sostiene una falsa dottrina (cfr. 2,22); chi un bugiardo (cfr.

nega il Figlio non possiede il Padre, e chi lo confessa possiede anche il Padre

2,23), conosce di essere dalla parte della verità e rassicura il suo cuore (cfr. 3,19). I figli del diavolo si distinguono dai figli del Padre, perché non praticano la giustizia e non amano i fratelli (cfr. 3,10), mentre Cristo, innocente per essen­ za, si è manifestato al mondo per assumerne i peccati su di sé (cfr. 3,5). Giovanni ci presenta tali criteri in modi diversi : essere in comunione cqn Dio (1,6-7), conoscere Dio (2, 14; 4,8), vedere Dio (3,6; 4,7; 3 Gv 1 1), essere nato da Dio (2,29; 3,9; 4,7; 5,1; 5,18)), essere nella luce (2,9), rimanere in lui (2,6; 4,13), possedere il Padre (2,23), amare Dio (4,20; 5,2), possedere la vita (5,13), cono­ scere il vero (5,20), operare la giustizia (2,29), praticare la giustizia (3, 10), os­ servare i suoi comandamenti (2,3; 3,24, 5,2), osservare la parola (2,5), non amare il mondo (2, 15), confessare i peccati (1,9), quello che avete udito fin dal principio rimanga in voi (2,24), riconoscere Gesù Cristo venuto nella carne (4,2); credere Gesù Cristo generato da Dio (5, 1). (cfr.

Tali espressioni, dissimili nella forma ma identiche nella sostanza, hanno un convincimento di fondo : è sempre il Padre che prende l'iniziativa mediante l'unica via che ci ha aperto: il Figlio suo redentore che comunica a noi lo Spi­ rito di entrambi, ci rende fratelli suoi e partecipi della vita eterna. L'epicentro

29

Introduzione

della nostra chiamata è l'osservanza dei comandamenti e l'amore verso i fratel­ li; vivere in unità ed in sintonia con il messaggio apostolico è la garanzia della comunione con Dio (cfr. 1 ,3: 4,6) e di ricevere la sua luce nell'anima . Si tratta, dunque, di un'acuta riflessione sull'esistenza cristiana per evidenziare i segni che qualificano il cristiano, l'uomo nato dalla parola di Dio e, quindi, conosce­ re la sua vera identità.

5.2. IL CRISTIANO E

LA

FEDE IN CRISTO

Giovanni nelle sue lettere deve combattere contro avversari che pretendono di diffondere una nuova fede, negando la realtà dell'incarnazione del Figlio di

Dio. Contro questi eretici, l'apostolo insegna e ripropone con energia la fede nell'uomo Gesù, Figlio di Dio, morto e fatto vittima di espiazione per i peccati e nostro intercessore presso il Padre (cfr. 2, 1-2). Con Gesù di Nazaret e su di lui Dio ha voluto manifestare il suo amore per noi (cfr. 1,2) e fondare tutto il mi­ stero cristiano. Il fedele che crede in lui cammina nella luce (cfr. 1 ,7), possiede la vita eterna (cfr. 5,13), diventa figlio di Dio (cfr. 3,1). L'opzione della fede è possibile attraverso la testimonianza dell'apostolo (cfr.

1,2-3), che ha potuto vedere, sentire e toccare quel Gesù che la Chiesa confes­ sa come Figlio di Dio, rimanendo fedele all'insegnamento ricevuto (cfr. 2,23-27; 5,1). La fede, però, si manifesta in una vita senza peccato (cfr. 3,9), anzi anima­ ta e rafforzata dall'amore fraterno (cfr. 4, 10-12; 5, 1-5). Il cristiano che vive la fede nell'amore sa dare un senso al mondo e alla vita: entra in un rapporto persona­ le con Cristo, si mette alla sua scuola in religioso ascolto delle sue parole, vive la comunione con lui e possiede la vita eterna: �Dio ci ba dato la vita eterna e

questa vita è nel suo Figlio. Chi ba il Figlio ba la vita; chi non ba il Figlio di Dio, non ba la vita. Questo vi bo scritto perché sappiate che possedete la vita eterna, voi che credete nel nome del Figlio di DiO» (5, 1 1-13). 5.3. IL CRISTIANO E IL COMANDAMENTO , DELL'AMORE Per comprendere tale comandamento in base alle lettere di Giovanni occor­ re iniziare dalla comprensione dell'amore di Dio così come lo presentano le Scritture. Dio a chi l'invoca o l'incontra comunica se stesso nell'amore, ed in esso viene ricambiato; egli è apparso tra noi nella storia mediante Cristo che,

30

Introduztone

per la sua incarnazione, è per noi la via dell'amore (cfr. 1 , 2; 3,5-8). Giovanni, sul punto, è inequivocabile: u/n questo si è manifestato l'amore di Dio per noi:

Dio ba mandato il suo Figlio unigenito nel mondo, perché noi avessimo la vita per lu'b (4,9). Cristo redentore ci ha fatto passare dalla morte alla vita renden­ doci figli dell'amore. E noi come possiamo ricambiarlo? Come possiamo viverlo nel nostro cuore e verso il prossimo? Giovanni ci viene incontro dicendoci che chi osserva i comandamenti e la parola conosce Dio, dimora in lui e lo ama (cfr.

2,3-5; 3,22-24): «In questo consiste l'amore di Dio, nell'osservare i suoi coman­ dament'b (5,3). Il decalogo, allora, è la strada maestra per vivere nel Signore che da noi desidera una risposta, onde i comandamenti sono l'adempimento alla sollecitudine del suo amore. Essi non sono una regola esteriore da osservare, ma una regola viva per una Persona da amare: uCbi dice di dimorare in Cristo,

deve comportarsi come lui si è comportato» (2,6). In che modo, però, dobbiamo manifestare l'amore per Dio? Mediante l'a­ more per i fratelli: questo è l'apice della vita cristiana e la risposta manifesta al suo amore (cfr. 3,13; 2 Gv 5,6): .Se uno dicesse: io amo Dio e odiasse il suofra­

tello, è un mentitore, Chi, infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non ved� (4,20); uCbi dice di dimorare in Cristo deve comportar­ si come lui si è comportato• (2,6). Dobbiamo chiederci ancora come vivere l'a­ more fraterno: amandoci gli uni gli altri come lui ci ba amato e ciò è di massima elevazione ed esempio. Imitare Cristo diviene per noi un'esigenza spirituale ed una donazione totale che gli facciamo del nostro cuore; l'amore cristiano è vi­ cendevole e reciprocamente gratuito; esso soltanto edifica la comunità in oppo­ sizione all'odio che distrugge (cfr. 3, 15). L'amore fraterno, che in Cristo ha la sua espressione più alta, ci fa passare ogni giorno da morte a vita; uNoi siamo pas­

sati dalla morte alla vita, perché amiamo ifratell'b (3, 14). Soltanto a tale condi­ zione il cristiano entra nel mistero della comunione con Dio e lo ama veramen­ te come Amore (cfr. 4,8; 4,16). Questa verità non è solo informativa e ci fa conoscere la nozione, ma è performativa, realizza ciò che annuncia e trasforma il cuore umano davanti a Dio e lo apre all'amore verso i fratelli.

31

Introduzione

6 . La struttura e ll genere letterario della prima lettera di Giovanni

Le tre lettere attribuite all'apostolo Giovanni contengono tematiche che si ritrovano nel quarto vangelo . La prima di tali lettere

(105

versetti), scritta pro­

babilmente dopo le altre due, che sono semplici biglietti inviati a comunità di credenti per metterle in guardia da false dottrine, è una meditazione appassio­ nata sull'autenticità cristiana espressa in termini di amore e di fede. Essa è sud­ divisa in tre parti che sviluppano in modo sempre più approfondito il tema della comunione tra Dio e l'uomo. Tale scritto inizia con un

prologo breve (1, 1-4)

che presenta alla comunità

cristiana, forte della sua esperienza, le difficoltà di vivere la fede in Cristo: un testo introduttivo 'ed esperienziale che illumina tutta la lettera. Segue, quindi, la prima parte (1,5-2, 28) che fa prendere coscienza alla co­ munità ecclesiale che per avere la fede è necessario entrare in comunione con

(1,5-2,2), osservarne i comandamen­ verso Dio e verso il prossimo (2-3, 1 1), e

Dio, camminare alla luce della sua parola ti, in particolare quello dell'amore

proclamare la parola di Dio al mondo. Nella

seconda parte (2, 29-4, 6),

si evidenzia che per entrare in comunione

con Dio bisogna vivere da figli suoi, cioè praticare la giustizia e lottare contro

il peccato (2,29-3,10), far proprio il messaggio dell'amore verso il prossimo, e professare la fede in Cristo nel segno dello Spirito Santo La

(4,1-6).

terza parte (4, 7-5, 12) riprende il tema della comunione con Dio in termi­

ni di fede e di amore: il cristiano, per Giovanni, è colui che crede ed ama perché

è nato da Dio , vive in comunione con lui ed è il testimone della sua presenza nel cuore e della sua misericordia . Soltanto la fede e l'amore, forze interiori che nascono dall'adozione a figli di Dio, consentono ai fedeli di affrontare le diffi­ coltà che il mondo oppone ad essi, e superare tutti gli ostacoli che vi si fram­

(5, 1-12). L'epilogo (5, 13-21),

mettono

infine, riassume i temi già affrontati sotto forma di esor­

tazione, e da qui la connotazione di tale lettera pastorale come un invito a ciascun credente ed alle singole comunità di rendere un tutt'uno la fede e l'a­ gire, la conoscenza e la prassi, lo spirito e la materia, la testimonianza evange­ lica e l'amore verso Dio ed il prossimo, a iniziare dai propri nemicP.

3

Si

veda con profitto G. GruRisAro, Struttura della prtma

lettera dt Gtovannt,

in

Rivista Btblica 21

32

Introduzione

Nel passato il nostro scritto ha ricevuto dalla tradizione la qualifica di

lct.

episto­

Ma nel testo non abbiamo nessuna inserzione di saluti, come nelle lettere

paoline, e l'autore del testo biblico inizia lo scritto senza indicare lo scrivente e i destinatari . Al posto di questi dati, invece, abbiamo un luminoso e solenne brano a carattere dottrinale e pastorale. Per questo, alcuni autori pensano che la lettera appartenga al genere letterario della omelia o della catechesi o del discorso esortativo, in quanto l'autore presuppone una cerchia di lettori con i quali egli è in dialogo. Più valida ci sembra la posizione esposta da R.E. Brown nel suo commentario alla prima lettera. Egli, dopo un'ampia esposizione delle diverse teorie sull'argomento, considera la lettera e specie il prologo come uno scritto introduttivo che serviva per accompagnare il vangelo e renderlo più comprensibile all'interno della comunità giovannea, dove non mancavano dei problemi circa l'identità cristiana5.

(1973) 361-381. Inoltre per coloro che desiderano approfondire la lettera di Giovanni: Io. , Struttura e teologia della prima lettera dt Giovanni. Analisi letteraria e retorica, contenuto teologico, PIB, Roma 1998. 4 Tra gli studiosi che si schierano per il genere epistolare sono da segnalare ]. Chaine, A. Feuillet, R. Bultmann. Il genere epistolare è rlscontrabile solo nella terza lettera di Giovanni. In realtà si può parlare di lettera circolare o enciclica, In cui si riassume la predicazione orale dell'apostolo Giovanni. 5 R.E. BRoWN, Le lettere dt Gtovannt, Cittadella, Assisi 1986, 253 e anche 137-145.

Prima lettera di Giovanni Vita di comunità Vita di comunione

È nostro desiderio commentare le tre lettere dell'apostolo Giovanni alla luce della teologia biblica in modo molto semplice e alla portata di tutti i lettori: darvi

un'interpretazione teologico-spirituale secondo .:il senso espresso dai testi

biblici quando vengono letti sotto l'influsso dello Spirito Santo nel contesto del mistero pasquale di Cristo.1, e successivamente offrire un'antologia di testi pa­ tristici che ci aiutano a cogliere un 'interpretazione patristica data dalla Tradi­ zione cristiana, secondo la quale .:la Chiesa porta nella sua tradizione la memo­ ria viva della parola di Dio ed è lo Spirito Santo che gliene dona l'interpretazione secondo il suo senso spiritual�2• Tenteremo di farlo in modo più ampio, iniziando dal

senso teologico-spirituale che emerge dal testo sacro e successivamente presentando alcune significative e selezionate letture dei Padri

della Chiesa.

1 PoNTIFICIA CoMMISSIONE BIBUCA, L'interpretazione della Bibbia nella Chiesa, in Encbirldion Btblt­ cum 2, EDB, Bologna 1994, 1 535 . 1 539. 2 BENEDI!'ITO XVI, Ai membri della Pontificia Commissione Btbltca (giovedl, 23 aprile 2009).

STRUTTURA DELLA PRIMA LETTERA

1 , 1-4 Un annuncio autentico ed ecclesiale

I.

II.

III.

1 , 5-2,28

2,29-4,6

4,7-5, 13

LA COMUNIONE CON

LA COMUNIONE

LA COMUNIONE CON

DIO: CAMMINARE

CON DIO: VIVERE

DIO: VIVERE DI FEDE

NELLA LUCE

DA FIGU DI DIO

E DI AMORE

O 1,5-2,2

Camminare

nella luce

O 4,7-21 Alla sorgente

O 2,2-3,10 Giustizia sì, peccato no

dell'amore

Dio è luce senza tenebra 1 , 5

Siamo figli di Dio 2, 29-3,3

Dio è amore 4,7-10

Chi è nella luce s i riconosce

Il cristiano nato da Dio non

Chi ama dimora in Dio

peccatore 1 ,6-10

pecca 3,4-10

4, 1 1-16 Chi ama non teme 4, 17-21

Cristo vincitore del peccato 2, 1-2

@

2,3-11 Osservare

cristiano: ama tuo

amare

fratello

L'autentica esperienza di Dio 2, 3-6 Amore: sintesi di ogni comandamento 2,7-8

@

@ 3,1 1-24 L'imperativo

i comandamenti:

5,1-13 Alla sorgente della fede

La vittoria del cristiano 5 , 1 -5

Chi non ama è nella morte

La testimonianza di Dio 5,6-9

3, 1 1-18

Chi crede nel Figlio ha la vita

Chi crede ama ed ha fiducia

5, 10-13

in Dio 3, 19-24

Odio e amore 2,9- 1 1

4B

2,12-28 Proclamare la propria fede

La vittoria dei credenti 2,12-14 I credenti c il mondo 2, 15-17

L'ultima ora è presente 2, 18-2 1

La fede segno dei veri

credenti 2, 22-25 Rimanere saldi nella vera fede 2, 26-28

4B 4,1-6 La fede in

Cristo

segno dello Spirito Dio

di

4B 5,14-21 Un'esortazione che

è

un vero

"ep ilogo "

Il peccato che porta alla morte 5 , 16 La fede di chi

è generato

da Dio 5, 17-21

Il prologo della lettera l ' 1-4

Un annuncio autentico ed ecclesiale

Il prologo della 1 Gv può essere considerato un condensato teologico a tinta polemica. Lo sfondo teologico del breve testo giovanneo è sottolineato dai temi del kerigma ecclesiale (v. la), della vita (vv. 1-2), della comunione (vv. 3cde), mentre l'aspetto polemico traspare nell'insistenza dell' esperienza apostolica dei primi testimoni (vv. 1-3) e nell'accentuazione data dall'unità ecclesiale, quale condizione per vivere in perfetta comunione con il Padre e il Figlio (vv. 3cde) . L'inizio della 1 Gv rispetto al quarto vangelo presenta la sua originalità . Questa risulta dalla finalità che l'autore intende raggiungere con il testo, come è detto nel v. 3, che non si presenta come un'ouverture o inno al L6gos, tipico del van­ gelo, ma come un modo concreto per entrare nella vicenda esistenziale di una comunità cristiana minacciata nella fede da false dottrine. Il fatto poi che la lettera cominci con l'annuncio del kerigma ecclesiale, qua­ le dato di esperienza da parte di coloro che furono i primi testimoni del Signo­ re, ci porta a dire che il prologo della lettera presuppone quello del vangelo e lo utilizza per l'annuncio attuale3. •È molto probabile che il prologo del vange­ lo (1, 1-18) sia servito da modello al prologo della lettera. Le prospettive però sono diverse: nel vangelo è in primo piano la persona del L6gos, nella lettera è in primo piano l'evento e il messaggio [ . . . ]. Non si tratta, come alcuni pensano, di minore profondità teologica, di una caduta della tensione religiosa. Si tratta

3

Cfr.

R. ScHNACKENBURG , Diejobannesbriefe, Freiburg - Base! - Wien 1963, 5 1 .

36

Prima lettera dt Gtovannt

più semplicemente di una prospettiva diversa e complementare. Nella lettera non è in gioco la persona di Cristo come tale, ma le modalità dell'evento cristia­ no e la dottrina. Il discorso non è tra fede e incredulità, accettazione di Cristo e rifiuto,

ma

tra fede corretta e scorretta. Gli eretici credevano in Cristo e preten­

devano di essere in comunione con lui, ma avevano una visione distorta del suo evento e del suo messaggio, Ecco perché la lettera pone in primo piano il fatto e la dottrina•4• Il discorso, dunque, non è come nel quarto vangelo tra fede e incredulità,

ma

tra fede giusta e fede falsa. In conclusione, l'autore della 1 Gv vuole raggiunge­ re lo scopo di testimoniare e annunciare Gesù e l:i sua opera di salvezza attra­ verso l'esperienza di testimoni qualificati. Leggiamo il testo: 1Quello che era da principio, quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccaro­ no del Verbo della vita - 2la vita infatti si manifestò, noi l'abbiamo veduta e di ciò diamo testimonianza e vi annunciamo la vita eterna, che era presso il Padre e che si manifestò a noi -, 3quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunciamo an­ che a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. E la nostra comunione è con il Padre e con il Figlio suo, Gesù Cristo. 4Queste cose vi scriviamo, perché la nostra gioia sia piena.

LETTU RA TEOLOGICQ-SPIRITUALE

Abbiamo visto lo sfondo storico-religioso in cui maturò lo scritto dell'aposto­ lo e come 1 Gv 1,1-4 formi un'unità letteraria ben definita, avente la funzione di introdurre al messaggio dell'intera lettera. Ora volendo penetrare più a fondo il contenuto dottrinale della pericope, possiamo seguire il pensiero dell'autore così come si sviluppa attraverso la struttura del prologo che abbiamo esamina­ to. Ad una prima lettura ci si sente afferrati dall'emozione per l'esperienza spi­ rituale della Chiesa giovannea che bisognerebbe trasmettere tutta di un fiato. Noi cercheremo, invece, di esporla descrivendo i diversi momenti del cammino spirituale, tipico della conoscenza di Dio, che sono l'esperienza, la testimonian­

za, l'annuncio, la comunione e la gioia.



B. MAGGIONI, La prima lettera di Giovanni,

Cittadella, Assisi 2010\ 14.

nprologo della lettera 1, 1-4

37

1. L'esperienza del Verbo e la testimonianza di vita

Il prologo inizia con un paradosso, espresso con semplicità di linguaggio. Il paradosso è l'esperienza sensibile del Verbo della vita, verità centrale del cristia­ nesimo. Colui che è puro spirito si è reso visibile attraverso il mistero dell'incar­ nazione e l'uomo ora può toccare Dio. Il mistero dell'incarnazione fonda l'espe­ rienza cristiana. Dice Giovanni: «noi abbiamo udito, noi abbiamo veduto con i

nostri occhi, noi contemplammo e le nostre mani hanno toccato il Verbo della vita» (v. l). L'esperienza fatta dall'apostolo mette in luce la fondazione storica dell'annuncio cristiano. Essa si richiama alla tradizione storica di Gesù e del kerigma primitivo, ed è insieme esperienza umana ed esperienza di Dio. Questa è la caratteristica dell'esperienza cristiana: Dio si fa presente nell'esperienza dell'uomo. Certo è necessaria la fede. L'uomo di fede, infatti, in Gesù contempla un uomo e vede Dio, in un uomo tocca il Verbo della vita. Nel prologo questa fondazione storica è espressa dall'apostolo con quattro verbi al passato: udire, vedere, contemplare, toccare5• Siamo di fronte a un rea­ lismo e ad una storicità fondata. Ciò che l'apostolo crede e annuncia non è un'idea astratta o una rivelazione privata, ma un fatto storico accaduto e verifi­ cabile, che rivela il mistero di Dio. Giovanni in poche righe sembra ricordare i giorni passati con Gesù, l'esperienza condivisa con colui che è la Parola che dà la Vita, l'incontro con una Persona, apparsa tra gli uomini in un determinato momento della storia come luce del mondo, il Figlio di Dio. Il tema della conoscenza e dell'esperienza di Dio ha sempre assillato l'uomo. Secondo la cultura occidentale, dominata dalla scienza e dalla tecnica, la cono­ scenza è un'attività intellettuale che non impegna la totalità della persona, in quanto astratta e anonima. Per la concezione biblica, invece, la conoscenza comporta una relazione esistenziale, un rapporto con qualcosa e con qualcuno. Conoscere Dio, perciò, vuoi dire stabilire un legame e fare un'esperienza diret­ ta con lui. Ma si può conoscere Dio? E come farne esperienza? La risposta a questi interrogativi può venire solo da un presupposto di fede. La conoscenza 5 I verbi vedere e udire sono al perfetto e Indicano un'azione Il cui contenuto continua nel pre­ sente; l verbi osserva re e toccare sono Invece all'aoristo c indicano un'esperienza storica passata, il cui effetto non perdura. Ovviamente il legame con il testimone e con Dio avviene attraverso l'udire e il vedere. Cfr. A. DALBFSIO, Alle sorgenti dell'esperienza cristiana. Il messaggio spirituale della prima lettera di Giovanni, EDB, Bologna 1993 , 134s.

Prima letter a

38

di Giovanni

di Dio, per colui che vive di fede, non è un problema filosofico o una ideologia. Essa è frutto della rivelazione che introduce l'uomo al mistero. Tale mistero, che l'apostolo Giovanni testimonia e annuncia nella sua lettera, è la comunione tra il Padre e il Figlio e la comunione degli uomini con Dio e fra di loro. Di questa realtà già presente, sperimentata e posseduta dal cristiano, l'autore della 1 Gv dischiude il ricco significato nel prologo quando scrive: �la vita eterna, che era

presso il Padre, si è resa visibile a noi• (v. 2). E Ireneo di Lione commenta: cNon avremmo potuto conoscere i misteri di Dio, se il nostro maestro, che è il Verbo, non si fosse fatto uomo; né un altro era capace di rivelare i segreti del Padre, · tranne il suo proprio Verbo. 'Chi' altro, 'infatti, ha conosciuto il pensiero del Signore? O 'chi' altro 'è stato suo consigliere'? D'altra parte non potevamo cono­ scerlo altrimenti se non vedendo il nostro maestro e percependo la sua voce con il nostro orecchio affinché divenendo imitatori delle sue opere ed esecuto­ ri delle sue parole, avessimo la comunione con luil La testimonianza poi presuppone la conoscenza, che ha alla radice il vedere e l'udire. Il nostro testo parla al v. 2 della testimonianza, elemento che si pone fra l'esperienza e l'annuncio. La testimonianza, di cui parla l'apostolo, è un tema caro alla tradizione giovannea. Giovanni Battista, dopo la teofania del Giordano, dichiara: c/o ho visto e ho reso testimonianza che questi è il Figlio di Dia. (Gv 1 , 34) . Anche Gesù testimonia ciò che ha visto e udito (cfr. Gv 3, 1 1 .32). L'evan­ gelista stesso qui testimonia perché ha visto (v. 2; cfr. Gv 19,35). Ma il rapporto vedere-testimoniare non può essere lo stesso in Dio e nell'uomo. In Cristo, in­ fatti, vi è piena corrispondenza tra il vedere e il testimoniare: «Colui che viene

dal cielo è al di sopra di tutti. Egli attesta ciò che ha visto e udito� (Gv 3,3 1-32). Gesù è rappresentato come il testimone oculare del Padre e la sua testimonian­ za si identifica con la rivelazione. Per l'uomo, le cose stanno in ben altro modo: «in essi si opera una dissociazione tra l'oggetto della visione e quello della te­ stimonianza: l'avvenimento che si è visto dà conoscenza di un'altra cosa che non si vede, ed è appunto di questa realtà che si renderà testimonianza•7• Giovanni si presenta quale testimone di Gesù, uomo-Dio; lo ha visto all'ope­ ra e ha ricavato dalla sua vita terrestre una conoscenza sperimentale. Attraverso questa vita umana, gli è stato concesso d'intravedere l'azione del Figlio di Dio

6 IRENEO DI LioNE,

Contro le Eresie V, l , l , jaca Book, Milano 1979, 4 1 1 . l . D E LA POTTERIE , La notion de témotgnage dans S. ]ean, i n Sacra Pagina I l , Paris - Gembloux 1959, 197. 7

Ilprologo della lettera 1, 1-4

39

manifestatasi agli uomini . Mosso dallo Spirito Santo (Gv 3,8), vuol far conosce­ re agli altri il Maestro e spiegare loro che egli è il Figlio di Dio. Egli si presenta quindi come testimone storico privilegiato e come testimone illuminato dalla luce della grazia . Egli ha visto e toccato il Maestro (vv. l-3): è stato da lui ama­ to in modo particolare, per cui egli non può fare a meno di comunicare la luce e

la vita da lui ricevuta. Qui nel prologo della prima lettera , però, siamo nel tempo della Chiesa,

quando la testimonianza al Cristo viene data dai primi discepoli del Signore. Tutta la Chiesa dipende dalla testimonianza degli apostoli. Questa è fondata sull'esperienza personale che essi hanno avuto del Cristo, trasmessa con il loro annuncio. Siamo nella logica della mediazione. Coloro ai quali l'apostolo si ri­ volge non hanno conosciuto e veduto Gesù, ma hanno visto gli apostoli. La loro testimonianza è il fondamento della fede dei discepoli. Essi entrano in comu­ nione con gli apostoli che lo hanno veduto. Questo è un grande insegnamento del prologo: la vita del cristianesimo è un entrare, un partecipare all'esperienza degli apostoli, un conoscere Gesù attraverso il cuore e gli occhi degli apostoli. Allora testimoniare Cristo significa, in concreto, annunciare a tutti gli uomini l'esperienza storica di Gesù , perché tutti giungano a partecipare della stessa .esperienza salvifica fatta dall'apostolo.

2. L'annuncio della vita, la comunione e la gioia

La forma concreta della testimonianza dell'apostolo è l'annuncio. L'apostolo nel modo di comunicare la s4lvezza condensa tutta la sua esperienza personale e

s'identifica con il Cristo. Nella luce dello Spirito e del mistero pasquale gli

apostoli, infatti, hanno compreso ciò che prima era oscuro ai loro occhi e con la loro missione lo hanno comunicato fedelmente. Ai loro ascoltatori essi non hanno recato solo un'eco di quella Parola definitiva che è Cristo, ma realmente la stessa Parola: cla fede dipende dalla predicazione e la predicazione si attua

per la parola di CristO» (Rm 10,17). L'annuncio è parola che Dio stesso pronuncia per mezzo dell'apostolo e che questi contrappone a quella che pronunciano gli uomini. Giovanni in questo prologo proclama: cNoi vi annunciamo la vita eterna, che era presso il Padre e

40

Prima lettera di Giovanni

si è resa visibile a noi> (v. 2). La Parola

è quindi una realtà divina che viene af­

fidata all'apostolo e che non gli appartiene. Egli è un servitore della parola di Dio e questo servizio esigente afferra tutta la sua vita in una dedizione totale. Se accolta, la Parola ha una sua forza che opera la salvezza e la vita; se rifiutata, invece, conduce alla perdizione e alla rovina, perché la parola di Dio ha sempre il potere di rendere attuale un'esperienza passata, il cui effetto salvifico si attua­ lizza per mezzo della predicazione . Da qui l'aspetto di tradizionalità che il prologo sottolinea. Si tratta di una verità che continua nell'oggi della Chiesa,

ma

che ebbe inizio con la stessa pre­

dicazione del Signore fatta ai primi discepoli. Per cui l'annuncio dell'apostolo riporta fedelmente ciò che è stato creduto e annunciato fin dall'inizio del cri­ stianesimo. Egli così invita a credere e a vivere nella fede e nell'amore la stessa Parola di vita eterna, «che era presso il Padre» (v. 2), e che egli ha ascoltato in prima persona. Per mezzo dell'apostolo Giovanni Dio continua ad annunciare oggi la Parola ultima che ha pronunciato nel suo Figlio e ad offrire ad ogni uomo la salvezza che egli è venuto a portare. L'annuncio diventa allora un invito a fare la stessa esperienza di vita spirituale che l'apostolo ha fatto personalmente con il Cristo per giungere, attraverso il testimone, ad una intimità di vita che è unità

di comunione e di amore con Dio Lo scopo dell'annuncio è la comunione. Lo scritto dell'apostolo vuole rag­ giungere nel prologo uno spessore di alta spiritualità, espresso con queste pa­ role: «Perché anche voi siate in comunione con noi. La nostra comunione è col

Padre e col Figlio suo Gesù Cristffl (v. 3). L'autentica esperienza di Dio, che il cristiano può fare nella sua vita, nasce quindi dall'inserimento, attraverso l'ac­ coglienza della testimonianza apostolica, nella comunione con gli apostoli e, per mezzo loro, col Padre e col Figlio, da cui scaturisce la sorgente della pace e il possesso dello Spirito. In altre parole, l'apostolo afferma che per giungere alla comunione con le Persone divine la strada obbligata è quella della comu­ nione ecclesiale. La vera essenza della vita cristiana, secondo l'insegnamento di questo testo giovanneo, non è tanto l'esercizio delle virtù o una trasfigurazione dell'essere, apostoli.

ma

è la comunione col Padre e col Figlio attuata per mezzo degli

Qual è però il rapporto che esiste tra la comunione con i testimoni qualifica­ ti e quella con le Persone divine? Il nostro autore offre la risposta in tutta la lettera e anche nel prologo: la necessità che i credenti siano in comunione con i testimoni autorevoli per poter godere della comunione divina. E questo contro

Ilprologo della lettera 1, 1-4

41

i falsi predicatori, che propugnavano u n cristianesimo gnosticizzante e vissuto solo nel rapporto intimista con Dio. Rifiutare la fede annunciata dall'apostolo è il criterio per riconoscere la rottura della comunione. Al contrario, l'accoglienza interiore della testimonianza e dell'annuncio del testimone qualificato è garanzia di vera comunione e possesso di vita eterna, dono che introduce nel mistero trinitario. La fede cristiana, dunque, scaturisce da un annuncio accolto che ha per og­ getto non una conoscenza astratta e teorica, ma la vita divina stessa che si è manifestata nel mistero dell'incarnazione del Cristo. Non esiste vera comunione con Dio se si prescinde dal Cristo storico e non esiste vero contatto con il Cristo senza il collegamento con i testimoni qualificati della tradizione, che banno

udito e visto l'evento della salvezza . Questa comunione, infine, si apre anche alla comunione con tutti gli altri fratelli nella pratica del comandamento dell'a­ more vicendevole (cfr. 1 Gv 1 ,6-7). Senza il valore salvifico della comunione ecclesiale non esiste autentica esperienza e comunione con Dio. Chiara è la testimonianza di Beda il Venerabile: «Il beato Giovanni mostra chiaramente che chiunque desidera avere comunione con Dio deve innanzi tutto unirsi al corpo della Chiesa e apprendere quella fede e partecipare di quei sacramenti che i discepoli hanno ricevuto dalla stessa Verità mentre era quaggiù in terra•8. Qual è però il frutto della comunione con il testimone e le Persone divine? Secondo il pensiero dell'apostolo, il frutto naturale è la gioia. Certo si può vi­ vere nell'aridità e nella desolazione, ma la gioia che scaturisce dall'unione con Dio e con i fratelli è qualcosa di interiore e di profondo, perché la comunione è espressione di amore, che ci lega e ci fa partecipare alla vita di coloro che

amiamo e soprattutto alla vita di Dio: questa è beatitudine eterna e infinita . Giovanni esprime questo pensiero dicendo: «Queste cose vi scriviamo perché la

nostra gioia sia piena» (v. 4). Qui non si tratta solo della gioia personale dell'a­ postolo, che constata la piena comunione dei fratelli di fede con lui per la loro fedeltà alla parola di Dio e per la salvezza che loro procura, ma anche quella di coloro che ascoltano o leggono il suo messaggio. Il tema della gioia cristiana nella tradizione biblica è legato al tempo della salvezza9• Nel quarto vangelo la gioia, in connessione anche con la simbologia delle nozze e della mietitura (cfr. Gv 3,29; 4,36), è gioia piena (Gv 14,28; 1 5 , 1 1 ; 16, IL

VENERABILI!,

8

BI!DA

9

Cfr. H. CoNZELMANN, Cbairo, in GLNI' XV, 522-524.

In Eptsto/as Septem Catbolicas : CCL 121, 285.

42

Prima lettera di Giovanni

22.24; 17, 1 3;

1 Gv

1,4; 2 Gv 12) e denota la gioia dell'unità e della comunione

con Dio e tra i fratelli. La gioia della salvezza e il sentirsi amati, vivendo all'in­ terno di una tradizione ecclesiale, conducono all'esperienza di Dio sperimenta­ ta attraverso la comunione di vita col Cristo. Sant'Agostino dirà: •In che consiste la gioia di Cristo in noi, se non nel fatto che egli si degna di godere di noi? E in che consiste la nostra gioia perfetta, se non nell'essere in comunione con lui?•10• La gioia che allora scaturisce da questa comunione con Dio è possesso perenne di una vita con lui, è pace, è salvezza con i fratelli, è partecipazione alla gioia della Chiesa e di Cristo, è segno che distingue il cristial)o in tutti gli attimi della sua vita, essendo dono dello Spirito, frutto della comunione. Per il cristiano il termine ultimo della vita è la comunione dell'amore e nella comunione dell'a­ more il trionfo della gioia . È nell'amore vero, infatti, che l'uomo trova finalmen­ te il suo riposo. La gioia è il frutto dell'amore, è il segno di una comunione reale, che è esperienza e vita in Dio.

3. Conclusione

La lettura del prologo della 1 Gv offre notevoli spunti di attualizzazione per la vita ecclesiale di ogni comunità di fede. I dati che sono emersi mettono in luce che l'esperienza cristiana si fonda sull'evento storico dell'incarnazione del Figlio di Dio, rivelatore dell'amore del Padre. Questo fatto fu sperimentato dai primi testimoni qualificati. È attraverso di loro che a tutti i cristiani di ogni epo­ ca è dato di partecipare nella fede a questo evento di salvezza. Questo elemen­ to sottolinea l'importanza della parola di Dio annunciata dagli apostoli, che ri­ mane il fondamento del cammino di fede di ogni singolo credente nella Chiesa. Un altro aspetto, tuttavia, presente nel prologo giovanneo, merita di essere evidenziato: quello relativo all'importanza dell'annuncio, fatto da un testimone autorevole per trasmettere la fede e creare una comunità che viva unita nell'amo­ re. Oggi spesso si sente dire che la testimonianza di vita deve sostituire l'annun­ cio e che è sufficiente la testimonianza cristiana nel campo dell'evangelizzazione, mentre la predicazione vale poco. Certo l'esperienza di una vita di fede costituì10

AGosnNo,

In]oannem 83, 1 : PL 35, 1844.

Il prologo della lettera 1, 1-4

43

sce il fondamento della pred.icazione, ma non si può contrapporre la testimonian­ za all'annuncio, perché vi è uno stretto legame tra i due. L'insegnamento spiritua­ le che scaturisce dall'apostolo Giovanni è senza incertezza: l'annuncio è insostituibile perché è il legame nella fede con la parola di Gesù e con il messag­ gio della Chiesa apostolica. L'autentica vita di comunione con Dio e con i fratel­ li si stabilisce prima nella professione di fede annunciata e accolta per mezzo della predicazione in un cuore buono e convertito a Dio, e poi nell'adesione sincera all'esperienza storica dell'apostolo e nella donazione di sé sul modello di Cristo con una testimonianza di vita, che diventa luce per tanti fratelli. Questa nostra riflessione sull'esperienza di Dio nella vita personale e comu­ nitaria del cristiano ci conduce a una conclusione più che mai necessaria oggi nella Chiesa per non cadere nel pericolo di false o incomplete letture della dottrina cristiana, tendenti a escludere la mediazione ecclesiale nella vita di fede.

È necessario oggi, al contrario, che il cammino della vita spirituale, che condu­ ce all'esperienza di Dio, sia visto in un'ottica ampia, che abbracci vari livelli. Essi vanno dall'adesione sincera al magistero autentico della Chiesa, all'osservanza del comandamento dell'amore fraterno, in una parola che si faccia attenzione sia all'ortodossia che all'ortoprassi, per evitare un cristianesimo fatto di intimismo individualista o di personalismo illuminato, che non si integri nella comunità ecclesiale. L'insegnamento dell'apostolo Giovanni a riguardo dell'esperienza di Dio, giunta a noi tramite il suo prologo, ci insegna ancora una volta che la pa­ rola di Dio è normativa per la nostra fede.

LETI1JRA PATRISTICA

I Padri della Chiesa hanno commentato tale prologo con grande impegno e con concetti aderenti perfettamente al tempo in cui Giovanni scriveva, tenuto conto delle difficoltà che egli aveva incontrato circa la diffusione dell'evangeliz­ zazione.

Versetto 1 , 1 : •Quello che era da principio, quello che noi abbiamo udito,

quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono del Verbo della vita». Ecumenio commenta la frase: Quel che era da principio: «Giovanni scrive contro i giudei ed i greci, perché si la­ mentavano del fatto che il mistero era apparso fra noi troppo di recente per

44

Prima lettera dt Giovanni

essere preso sul serio. Egli, quindi, risponde di essere molto vecchio, e risale al principio che è più sublime non solo della legge, ma della stessa creazione, perché mentre questa iniziava, Egli già esisteva, senza inizio.11• San Clemente di Alessandria si appunta anche lui sul principio: ·Giovanni scrivendo fin da prin­

cipio si riferisce alla prima generazione che fu creata. Cosl, quando dice che era fin dal principio si riferisce al Figlio unigenito che esiste da sempre con il Padre ed è della stessa sostanza. Egli, pertanto, è la parola di Dio fin dall'eternità sen­ za che avesse avuto inizialmente un corpo. Quando Giovanni dice che le nostre

mani toccarono il Verbo della vita non si riferisce soltanto all'incarnazione di Gesù, anche al suo potere, come un raggio di sole che penetra fin nelle profon­ dità del cuore. Cristo, come raggio di sole, è divenuto uomo per noi e si è fatto toccare dai discepolh12•

Versetto 1,2: ·la vita infatti si manifestò, noi l'abbiamo veduta e di ciò diamo

testimonianza e vi annunciamo la vita eterna, che era presso il Padre e che si manifestò a noi Didimo commenta l'annuncio della vita eterna chè fa Giovan­ •.

ni: «Vi è molta differenza tra vedere e contemplare. Tale concetto si può espri­ mere in questo modo: ciò che si vede può essere raccontato agli altri, nella contemplazione non è sempre possibile. Ci sono molte cose che possono esse­ re perfettamente contemplate ma che non possono essere espresse a parole, in quanto vengono conosciute per via di un'ineffabile comprensione. Inoltre, chi rende testimonianza non sta convalidando la via di Gesù, ma sta migliorando se stesso esplicitando questa testimonianza•13• Andrea chiarisce come deve essere inteso l'annuncio della vita eterna: •Quando Giovanni dice: Vi annun­

ciamo la vita eterna lo fa con riferimento all'unione profonda tra la parola e l'incarnazione di Cristo, e lo fa del pari anche con riferimento alla sua risurre­ zione, cioè come essa, grazie a Tommaso, era stata resa nota agli apostoli. Era risorto, infatti, lo stesso corpo che era stato innalzato sulla croce.14•

Versetto 1,3: •quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunciamo anche

a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. E la nostra comunione è con 11 EcuMI!NIO, Commento alla prima lettera di Giovanni, 1,1, citato da La Bibbia commentata dai Padri, NT 1 1 , cit., 203. 12 CLEMI!NTI! DI AlEssANDRIA, Adumbrationes, 1 , 1 , lbid., 201s. 13 DmiMo, Commento alla prima lettera di Giovanni, 1 ,2, ibid., 203. 14 ANDREA (monaco), Catena, 1,2, ibid., 204.

n prologo della lettera 1, 1-4

il Padre e con il Figlio suo,

45 Gesù

Cristo.•. San Beda si rifa alla prima parte di tale

versetto: cGiovanni mostra con molta chiarezza che chi vuoi essere in comunio­ ne con Dio dev'essere, anzitutto, un membro della Chiesa, avere la fede e nu­ trirsi dei sacramenti che gli apostoli ricevettero dalla Verità incarnata. Chi crede alla loro testimonianza è fratello di Cristo così come lo furono i discepoli che gli credettero quando lo sentirono predicare, salvo che per una differenza qua­ litativa nelle opere di fede compiute.1 5 • Sant'Ilario di Arles spiega come debba intendersi l'annuncio che fa Giovanni: •La nostra comunione consiste nell'unità di fede e nel vincolo di pace e di amore fra noi da viversi qui sulla terra e poi anche nell'eternità della dimora celeste.16.

Versetto

1,4: «Queste cose vi scriviamo, perché la nostra gioia sia piena.. Sant'Agostino spiega il motivo di tale gioia: � (Gv 8, 12). Fu, poi, Gesù stesso che confermò a Nicodemo: •La luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce e non viene alla luce perché non siano svelate le loro opere. (Gv 3,19-20). La luce è un simbolo divino che riassume in sé due attributi altamente qua­ lificativi di Dio: anzitutto la sua trascendenza; in proposito deve dirsi che la luce è, per l'appunto, estrinseca a noi e ci supera; in secondo luogo, la sua presen­ za è costante nella creazione e nella storia dell'uomo: essa ci avvolge, ci impe­ gna, ci rivela. Ecco perché anche i credenti diventano luminosi nell'anima quan­ do nella preghiera si trovano a colloquio con il Signore , e al riguardo basterebbe pensare al volto di Mosè, irradiato dalla luce dopo essere stato a colloquio con Dio: ·Gli israeliti, guardando in faccia Mosè, vedevano che la

1 B. MAGGJONI, La prima

lettera di Giovanni, cit. , 20.

51

Camminare nella luce 1,5-2,2

pelie del suo viso era raggiante- (Es 34,35). Paolo fa anch'egli riferimento alla luce di Cristo: c// solo che possiede l'immortalità, che abita una luce inaccessibi­ le» (1 Tm 6,16). Il Figlio stesso rivelò tale attributo della sua divinità nella trasfi­ gurazione sul monte Tabor: •Il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divenne­ ro candide come la luce- (Mt 17,2; Mc 9,3; Le 9, 29). Anche i credenti, a sua somiglianza, sono chiamati da lui ad essere una lu­ cerna per rischiarare le tenebre in cui si dibattono gli uomini che vivono in terra: • Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città collocata

sopra un monte, né si accende una lucerna per metter/a sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perchéfaccia luce a tutti quelli che sono nella casa. Così ri­ splenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cielb (Mt 5,14-16). Anche il tempo e la storia sono nella luce di Dio, come ad esempio, lo sono nell'era messianica cantata da Isaia: •Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce;

coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rijit/seo (9, 1). La terra sim­ bolicamente illuminata è, sopra tutto, la città santa: ·À lzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla sopra di te [. . . ] . Cammineranno i popoli alla tua luce, i re allo splendore del suo sorgere» (Js 60, 1 . 3). Dio è luce su

specie per noi. Egli è luce «non nel senso che noi lo vediamo, ma piuttosto nel senso che lui illumina noi: manifesta il suo disegno, ci svela chi siamo, ci fa conoscere il cammino che dobbiamo percorrere per raggiungerlo•2• La luce di Dio illumina il nostro cammino e Giovanni aggiunge: •in lui non ci sono tenebre», cioè, non c'è compatibilità tra luce e tenebra. Il binomio luce e tenebra indica due stili di vita, due modi di comportarsi per il cristiano: essere cristiani veri o essere cristiani falsi; operare nella verità o nella falsità. La Scrittura in molti altri riferimenti prospetta il contrasto tra la luce di Dio e la tenebra di Satana: il buio è la negazione dell'essere, della vita, del bene e della verità e, quindi, il male è l'antipode della luce divina . La luce di Dio, in­ vece, è come il riflesso stesso della sua gloria e riesce a trionfare anche sull'o­ scurità di Satana: •Nemmeno le tenebre per te sono tenebre, e la notte è chiara

come il giorno; per te le tenebre sono come luce. (Sal 139, 12). La luce di Dio, infine, nella Scrittura ha la sua apoteosi nell Apocalisse dove essa non è più un simbolo, ma è Dio stesso ad essere la luce della Gerusalemme celeste: •Non vi '

2 /bid. , 21.

52

La comunione con Dio: camm1nare nella luce

sarà più notte e non avranno più bisogno di luce di lampada, né di luce di sole, perché il Signore Dio li illuminerà- (22,5). Questa è sostanzialmente l'esegesi di Giovanni circa la manifestazione della natura di Dio «Padre della luce, nel qua­ le non c 'è variazione né ombra di cambiamentO» (Gc 1 , 17): egli è la santità senza colpa, calore che ristora, amore che si dona. San Paolo sotto tale profilo afferma: ·Tutto quello che si manifesta è luce» (E/ 5,13).

La luce, quindi, pur essendo materia, viene intesa da Giovanni in senso teo­ logico-spirituale come connotazione degli angeli e degli uomini che vivono per la grazia e nella grazia di Dio conformemente alle .parole di Paolo:• Svegliati, o tu che dormi, destati dai morti e Cristo ti illuminerà- (E/5, 14). Tale senso spiri­ tuale della luce, pertanto, è un passo ulteriore che Giovanni fa compiere alla sua catechesi, perché Mosè nel libro della Genesi intese la luce soltanto in ter­ mini fisici, ed il motivo di ciò lo ha riassunto Tommaso d'Aquino: ·Mosè parlava ad un popolo rozzo il quale non poteva capire altro che cose materiali; ed egli, d'altra parte, voleva distoglierlo dall'idolatria. Avrebbe dunque dato esca all'ido­ latria se a gente siffatta avesse parlato di esseri superiori a tutte le creature materiali: li avrebbero infatti presi per delle divinità, essendo essi già portati a venerare come dèi il sole, la luna e le stelle, come si ricava dalla proibizione della Scrittura: Quando alzi gli occhi al cielo e vedi tl sole, la luna e le stelle, tu non /asciarti indurre a prostrarti dinanzi a quelle cose [. . . ], che il Signore tuo Dio ha dato in sorte a tutti i popoli che sono sotto tutti i cielt (Dt 4,19)�3 • È il salmista, infine, che consente a Giovanni di attribuire alla luce il significato metaforico di rivelazione, onde ne sostituisce in un certo modo il significato teologico: «Guardate a lui e sarete raggianti, non saranno confusi i vostri volti» (34,6), e Paolo vi si conforma: «Tutte queste cose che vengono apertamente con­

dannate sono rivelate dalla luce, perché tutto quello che si manifesta è luce» (Ef 5, 13). LETIURA

PATRISI'ICA

Sant'Agostino si chiede, anzitutto, cosa debba intendersi per luce e per tene­

bre, dal momento che Dio è un purissimo spirito ed in lui non vi è nulla di terrestre. Egli ne trae la conseguenza che •La luce di Dio deve essere evidente-

3

ToMMASO n'AQUINO,

La Somma Teologica, vol.

l,

q. 67,4, voli . 6, ESD, Bologna 1996, 609.

Camminare nella luce 1,5-2,2

53

mente qualcosa di superiore a queste luci, di più prezioso ed eccellente. Tanto questa luce deve essere al di sopra delle altre, quanto la creatura dista da Dio, quanto il creatore dalla sua creazione, la sapienza da ciò che per suo mezzo fu fatto. Questa luce noi tutti la conosceremo meglio quando ne saremo illumina­ ti, perché in noi stessi siamo tenebre, ma illuminati da essa possiamo diventa­

re luce [ . . . ] . Chi è confuso da se stesso? Chi si riconosce peccatore. Chi non è confuso dalla luce? Chi ne è illuminato. Ma che significa essere illuminati? Chi si accorge di essere ricoperto delle tenebre dei peccati e brama essere rischia­

rato da quella luce, ad essa s'accosta�4 . Anche Clemente di Alessandria si pone lo stesso quesito di Agostino: cGio­ vanni non definisce la natura di Dio, tuttavia ne vuole affermare la maestà, ed

adatta alla sua divinità quanto di meglio si può dire dell'uomo. Cosl fa anche Paolo che chiama Dio: Luce inaccessibile (1 Tm 6, 1 6)�5. Origene, a sua volta, ne

dà un'interpretazione spirituale: cSecondo Giovanni Dio è luce. Splendore di questa luce è il Figlio Unigenito, che da quello procede senza separazione come lo splendore della luce, e illumina ogni creatura»6 .

Chi è nella luce si riconosce peccatore (1 ,6-10)

Accettare Dio come luce (1,5) è per la comunità cristiana un impegno di vita che permette di trovare i massimi valori. L'apostolo Giovanni lo indica in una

vita morale sempre più conforme a Dio, senza falsità e compromessi.

·

6Se diciamo di essere in comunione con lui e camminiamo nelle tenebre, siamo bugiardi e non mettiamo in pratica la verità. 7Ma se camminiamo nella luce, come egli è nella luce, siamo in comunione gli uni con gli altri, e il sangue di Gesù, il Fi­ glio suo, ci purifica da ogni peccato. 8Se diciamo di essere senza peccato, ingan­ niamo noi stessi e la verità non è in noi. 9Se confessiamo i nostri peccati, egli è fe­ dele e giusto tanto da perdonarci i peccati e purificarci da ogni iniquità. 10Se dicia­ mo di non avere peccato, facciamo di lui un bugiardo e la sua parola non è in noi.

4 AGOSTINO, Commento all'epistola ai Parti dt san Gtovannt, cit. , 1645. 5 CLEMENI'E DI ALESSANDRIA, Adumbrattones l ,5, in La Btbbta commentata dai Padri, cit. , 206. 6 ORIGE.NE, Iprincipi 1,2,7, ibid, 206.

54

La comunione con Dto: camminare nella luce

LE1.TURA TEOLOGICO-SPIRITUALE.

Abbiamo già detto a commento del v. 5 che accettare Dio come luce del cuore è per ciascun credente e per tUtte le comunità cristiane un impegno di vita che consente di avvicinarsi ai valori spirituali più alti che Giovanni addita in una moralità sempre perfettibile ed esente da ogni falsità e da ogni compro­ messo. Le sue espressioni alludono chiaramente alle dottrine false degli eretici che avvilivano la Chiesa del suo tempo, poiché sostenevano la possibilità della comunione con Dio pur vivendo nel peccato e conducendo una vita dissoluta. Egli per tre volte li smentisce con vigore e li indica con la locuzione: «Se dicia­

mo• (vv. 6.8. 10). Tali versetti, per ciascun credente e per ogni comunità, sono emblematici per rendersi conto dell'opera distruttiva della colpa e della necessità di allontanarla dal cuore: ci diciamo .in comunione con Dio, ma la vita che conduciamo pone in evidenza la nostra vera personalità. Siamo prigionieri della morte, non vivia­ mo nella verità della parola di Dio e non agiamo secondo la volontà del Signo­ re che opera in noi per mezzo della fede e, di conseguenza, ci opponiamo alla

luce e camminiamo nelle tenebre. Se ci confessiamo peccatori la verità è in noi, perché essa è la luce di Dio, il quale «fedele e giusto ci perdonerà i peccati e ci purificherà da ogni colpa. (v. 9). Dio, però, è disposto a indulgere quando siamo veramente pentiti delle nostre colpe e pronti a non commetterne più; non bisogna, quindi, pensare che po­ tremmo esser salvati soltanto dalla fede, bensì anche dalla grazia che egli ci dona con il sacramento della riconciliazione. In proposito, nulla di meglio del pen­ siero di Agostino: «Giovanni ha scritto le parole suddette non allo scopo di lasciar via libera ai peccati, ma per evitare che gli uomini pensassero in tal modo: pecchiamo pure, facciamo con tranquillità ciò che vogliamo, poiché Cristo d purifica. Egli, fedele e giusto, ci purifica da ogni iniquità. Sono pronto a disto­ gliervi da tale falsità e a destare nel vostro cuore un timore opportuno. [ . . . ]. Egli, fedele e giusto, può scioglierei dai nostri peccati se sempre siamo dispiaciuti di averli commessi e disposti a cambiare condotta•7• Sappiamo bene che nessuno di noi in vita è esente da peccati, ancorché lievi, e questi ultimi non sono affatto da trascurare. Essi, invero, se li soppesas-

7

AGOSTINo, Commento all 'epistola at Parti, 1 ,7, cit., 165 1 .

Camminare nella luce

55

1,5-2,2

simo, ci sbalordirebbero per il loro numero; i molti peccati veniali divengono un coacervo di colpe, nonché l'indice del nostro modo di vivere !assista e per­ missivo che ci sfigura dinanzi al Signore e ci rende peccatori . Confessiamo, quindi, di esser tali come segno della nostra umiltà e, di conseguenza, facciamo

di tutto per vivere nella carità che •copre una moltitudine di peccati• (1 Pt 4,8), a cui la superbia, al contrario, ci impedirebbe di fare ricorso. Il Signore dopo tale contrizione ci perdonerà, secondo le parole del salmista:

�Distogli lo sguardo dai miei peccati, cancella tutte le mie colpe. Crea in me, o Dio, un cuore puro, rinnova in me uno spirito saldO» (Sa/ 51,1 1-12). Se ci rite­ nessimo, invero, senza peccato «jàcciamo di lui un bugiardo e la sua parola non è in nob (v. lO), e ciò condurrebbe alla conclusione aberrante che Dio sarebbe menzognero e noi, invece, veritieri. Ecco perché Giovanni c'insegna che Dio è veritiero di per sé, mentre noi possiamo esserlo soltanto se viviamo secondo le sue parole ed in comunione con lui. È necessario, pertanto, riconoscere e con­ fessare le nostre colpe per essere giustificati. Il Signore, poi, con la sua fedeltà e la sua giustizia, si opporrebbe alla nostra eventuale pretesa di essere innocen­ ti e, se insistessimo, ce ne farebbe una colpa. Chi nega il peccato ritiene che

Dio sia un bugiardo, perché egli ha affermato sempre che ogni uomo conosce il peccato (cfr. Gen 8,21; 1 Re 8,46; Gb 15,14-16), e chi sostiene la propria inno­ cenza non riconosce, altresì, Cristo come Salvatore e non potrà comprendere mai il senso del suo messaggio. Giovanni, fin qui, ha posto in guardia la sua comunità dal cadere in colpa, ma egli insiste più volte sui concetti di peccato,

peccare e peccatore, e ancora di più su quelli di amore ed amare. Ma che cosa s'intende quando l'apostolo Giovanni ci parla di peccato? Pos­ siamo dire con Tommaso di Aquino che il peccato ci allontana da Dio per de­ dicarci solo alle creature e con le parole di sant'Agostino, riportate dall'Aquina­ te, possiamo affermare: �n peccato è la volontà di ritenere o di conseguire ciò che la giustizia non permette [. . ]. Peccare non è altro che attendere alle cose .

temporali trascurando le eterne [. . . ]. Il peccato include due elementi: il primo, che costituisce la sostanza dell'atto umano, ed è come l'elemento materiale del peccato, quando dice: una parola, un'azione o un desiderio; il secondo invece che riguarda l'aspetto di male, ed è come l'elemento formale del peccato, quando dice: contro la legge etema•8• Giovanni in diversi punti di tale lettera,

8 ToMMASO n'AQUINO, La

Somma, vol. 2, q.

71 ,6, cit., 547.

56

La comunione con Dio: camminare nella luce

distingue i peccati contro se stessi e contro il prossimo: ·Chi non pratica la giustizia non è da Dio- (3, 10) e contro Dio: .Se diciamo che non abbiamo pec­ cato, facciamo di lui un bugiardo- (1,10) . In genere siamo soliti dire che l'uomo pecca verso se stesso, verso il prossimo e verso Dio. Anche san Paolo conferma:

.Se vivrete secondo la carne morirete. Se invece, mediante lo Spirito, fate morire le opere del corpo, vivrete» (Rm 8, 13). In conclusione, per Giovanni l'esistenza cristiana non è mai qualcosa di sta­ tico o di fermo, ma, al contarlo, è un itinerario continuo, perché il cristiano è sempre in via e non vive come uno che si sente anjvato e giusto davanti a Dio, Egli è colui che sente il bisogno continuo di conversione e, quindi, di sperimen­ tare sempre il perdono e la misericordia di Dio. Qui sta la differenza tra l'ereti­ co e il vero cristiano. Il primo presume di essere senza il peccato ed è nella falsità perché la parola di Dio lo smentisce; il cristiano, invece, che opera nella verità e sa confessare i propri peccati con sincera convinzione ed interiore pen­ timento, sa riconoscersi peccatore, conta sul sangue di Cristo, il Figlio di Dio, e per questo viene sottratto al peccato, dato che ricorre pentito al perdono di un Dio misericordioso e buono.

LETTU RA

PATRISTICA.

Versetto 1,6: .Se diciamo di essere in comunione con lui e camminiamo nelle tenebre, siamo bugiardi e non mettiamo in pratica la verità». Ilario di Arles intende per luce la verità che è in Dio e per la quale Cristo stesso è venuto a rendere testimonianza (cfr. Gv 18,37): •La verità è luce, per cui se non cammi­ niamo in essa ci troviamo nelle tenebre•9• Beda sostiene la remissione dei peccati mediante la fede e la penitenza: c:Giovanni parla di tenebra, peccato, eresia, odio. Consegue che la semplice confessione della propria fede può non bastare alla salvezza se non c'è segno di opere buone che la confermano. La bontà delle opere, al tempo stesso, può anche non essere di alcun valore se non è fatta dalla semplicità della fede. Se uno è circondato dalle tenebre non ce la fa ad avere comunione con l'Unico nel quale non esiste cattiveria•10•

9 ILARio m 10

B!!DA

11

ARu!s, Commento tntroduttivo, 1 ,6, in La Bibbia commentata dal Padri, cit . , 207. VI!NI!RABILI!, Commento, 1 ,6, ibid., 207.

Camminare nella luce 1,5-2,2

57

Versetto 1,7: «Ma se camminiamo nella luce, come egli è nella luce, siamo in comunione gli uni con gli altri, e il sangue di Gesù, il Figlio suo, ci purifica da ogni peccatCP. Clemente di Alessandria chiarisce il significato di canuninare nella luce: «La parola di Dio e tutta la sua onnipotenza viene chiamata da Gio­ vanni sangue di Gesù•11 • Beda, a sua volta, riguarda la purifi.cazione dal peccato come la conseguenza del nostro ravvedimento: cAnche se noi compiamo le opere della luce e teniamo fermo il precetto dell'amore reciproco, non dobbia­ mo ritenerci purificati dai nostri peccati soltanto dal nostro pentimento, ma anche dalla grazia che nella penitenza riceviamo dal nostro Redentore. Dobbia­ mo confessare a lui ogni giorno, sia i nostri peccati che tutte le opere della luce che compiamo, e fare ciò anche quando riceviamo il sacramento del suo sangue, quando rimettiamo i peccati ai nostri debitori e quando sopportiamo con gioia ogni avversità in memoria di quanto egli ha sofferto per noi•12•

Versetto 1,8: cSe diciamo di essere senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi>. Leone Magno ravvisa la nostra superbia nella pretesa della nostra innocenza: cÈ superbia presumere di non peccare, perché tale presun­ zione è già un peccato»1 3 • Andrea, a sua volta, ravvisa l'inganno nelle parole degli ebrei a Pilato: cGiovanni parla degli ebrei che osarono dire: Il suo sangue ricada su di noi e sui nostrifigli (Mt 27,5), quasi che essi potessero crocifiggere Cristo senza peccare. Non possiamo dire cose del genere senza ingannarci·1 4 • Beda, infine, intende la purifi.cazione dal peccato nel senso che ci pelagiani af­ fermano che i bambini sono nati senza il peccato e che gli eletti possono rag­ giungere la perfezione anche in questa vita. Di contro, il profeta Davide disse:

Sono stato generato nella colpa e mia madre mi ha concepito nel peccato (Sal 51,7). Noi, pertanto, non possiamo vivere nel mondo senza la colpa, perché nasciamo già in essa. Il sangue di Gesù Cristo, il Figlio di Dio, ci purifica da ogni peccato, per cui non rimaniamo in potere del nemico . L'uomo Gesù Cristo, mediatore tra Dio e noi, ha pagato liberamente quel che doveva, perché senza averlo meritato, si abbassò fino alla morte per liberare noi che l'avevamo meri­ tato ampiamente»1 5 • CLEMENTE m ALEsSANDRIA, Adumbrattones, 1 ,6, ibid., 207. BEDA IL VENERABILE, Commento, 1 ,7, ibid., 207s. 1 3 LEoNE MAGNO, Sermoni, 41,1, ibid., 207s. 14 ANDREA, Catena, 1 ,8, ibid., 208. Js BEDA IL VENERABILE, Commento, l ,8, ibid., 208s. 11

12

La

58

comunione con Dio: camm1nare nella luce

Versetto 1,9: ..Se confessiamo i nostri peccati, egli è fedele e giusto tanto da perdonarci i peccati e purificarci da ogni iniquità». La fedeltà e la giustizia di Dio viene presa in esame da Ecumenio che ne dà un'interpretazione amplissima: •Affermare che Dio è fedele vuoi dire che egli è affidabile, dal momento che tale sua qualità non è riferibile soltanto a coloro che credono in lui, ma anche a coloro sui quali può fare affidamento in quanto già confessi alla verità. A Dio, pertanto, in tal senso vien riferito l'attributo della fedeltà, perché non rifiuta nessuno di coloro che si accostano a lui, per quanto gravi possano esserne i peccati-16• Versetto 1, 10: .Se diciamo di non avere peccato, facciamo di lui un bugiar­ do e la sua parola non è in noi». San Giovanni Cassiano intende l'affermazione di vivere senza peccato distinguendo tra quelli mortali e quelli veniali: •Non è pòssibile che nessuno, anche tra i santi, non incorra deliberatamente in qualche venialità, o perché colto alla sprovvista, od anche per ignoranza, smemoratezza od impulso. Tali peccati, però, anche se sono meno gravi di quelli capitali, tut­ tavia non possono essere disgiunti dalla colpa o dalla riprensione•17• Andrea, sul punto, si rifa lapidariamente ad un dogma di fede: •Se affermiamo di non aver peccato, rinneghiamo la sua parola che è spirito e vita (Gv 6,63)•18•

Cristo vincitore del peccato (2,1-2)

L'esperienza del peccato, dell'infedeltà o della falsità (1, 10) può essere anche patrimonio del cristiano. L'apostolo Giovanni lo sa e si rivolge, con tono pater­ no, ai suoi figli nella fede e indica loro un sicuro cammino: adesione a Cristo, vincitore del peccato e del male. 1Figlioli miei, vi scrivo queste cose perché non pecchiate; ma se qualcuno ha pec­ cato, abbiamo un Paràclito presso il Padre: Gesù Cristo, il giusto. 2È lui la vinima di espiazione per i nostri peccati; non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tut­ to il mondo. 16

17

18

EcuMENio, Commmto, 1 ,9, ibid., 209. GIOVANNI CAssiANo, Conferenze at monaci, 1 1 ,9, ibid., 210. ANDREA, Catena, 1 ,10, ibid., 210.

Camminare nella luce 1,5-2,2

LETIURA

59

TEOLOGICO-SPIRITUALE

La caratteristica di tale lettera è la locuzione ".Figlioli miei• (2, 1 . 1 2.28; 3,7.18; 4,4; 5,21). Giovanni, come un padre e un maestro, rivolge alcune raccomanda­ zioni alla sua comunità e ad ogni credente affinché di fronte al male non pecchi, anche se il Signore è disposto sempre a perdonare il peccatore pentito. I fedeli sono consapevoli sempre di essere figli di Dio, ma anche di aver rifiutato tale gloria con il compimento del peccato e, talvolta, di esse�ne rimasti anche schia­ vi. Il cristiano che vi incorre può redimersi con un atto di fede e di contrizione in Cristo che dona la grazia, e chi ne osserva la parola ha il carisma, ma anche il dovere di camminare nella luce, poiché ·il sangue di Gesù suo Figlio ci puri­

fica da ogni peccato- (1 ,7). Giovanni insiste molto sull'affidarsi a tale speranza, perché il Padre ha reso il Figlio suo unigenito espiazione dei nostri peccati, senza che ciò significhi che

.

cadere in essi non sia una colpa grave; tutt'altro! A Giovanni sta a cuore che ciò non avvenga, ma vuole evidenziare che Cristo è morto e risorto per l'umanità intera che spera e si affida a lui. Tertulliano nel suo Ad Martyras ha evidenziato bene per i neofiti il disegno di Dio con riguardo alla missione affidata al Figlio,

rispetto a quella delle altre due persone divine. Egli paragona il Padre all' ago­

noteta, cioè all'istitutore dei giochi olimpici, lo Spirito Santo al sistarca, cioè a colui che era preposto alla preparazione ed alla manutenzione dell'arena, e Cristo all' epistate, cioè a colui che presiedeva ai giochi e premiava i vincitori : .Siete sul punto di affrontare un agone glorioso in cui Dio vivo è l'agonoteta, e lo Spirito Santo è il sistarca, mentre il premio è la corona dell'eternità di sostan­ za angelica; la cittadinanza nei cieli, la gloria nei secoli dei secoli. Gesù Cristo, pertanto, è il vostro epistate che vi ha unto con lo Spirito e vi ha spinto in que­ sta arena, ma il giorno precedente all'agone vi ha voluto mettere ad un regime più duro rispetto alla condizione di libertà in cui vi trovavate, affinché in voi le forze si corroborassero•19• Giovanni afferma particolarmente che «abbiamo un avvocato presso il Padre:

Gesù Cristo giusto. Egli è vittima di espiazione per i nostri peccati• (vv. 1-2). L'u­ manità, pertanto, ha in Cristo un difensore: il giusto per essenza, che volle es­ sere vittima per l'espiazione dei nostri peccati: «Maltrattato, si lasciò umiliare e

19

ThRTIJLIJANO,

Ad Martyras, lii, 15,25.

La

60

comuntone con Dto: cammtnare nella luce

non aprì la sua bocca. (Is 53,7), ma nella sua giustizia volle essere anche il sommo sacerdote del suo corpo mistico: «Abbiamo un grande sommo sacerdote, che ha attraversato i cieli, Gesù, il Figlio di DiO> (Eb 4,14). Cristo, anzitutto, per essere il nostro avvocato, acquisì dei meriti presso il Padre: cUmiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte» (Fil 2,8), e quindi, «meritò la gloria del corpo e quelle cose che riguardano la sua eccellenza esterna [. . . ] per cui fa parte del suo merito non soltanto la gloria dell'anima, ma anche quella del corpo, come afferma Paolo: Darà la vita ai nostri corpi mortali per mezzo del

suo Spirito che abita in noi (Rm 8, 1 1).20• Gesù, poi, nella sua obbedienza, volle sottomettersi anche al Padre: ..Spogliò

se stesso assumendo la condizione di servO> (Fil 2,7). Egli fu la vittima predesti­ nata per l'espiazione dei nostri peccati: «Come Mosè innalzò il serpente nel de­ serto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell'uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna. (Gv 3,14), ma ciò gli fu necessario per entrare, da vero uomo, nella gloria del Padre: «Non bisognava che il Cristo sopportasse que­ ste sofferenze per entrare nella sua gloria?• (Le 24 , 26) Gesù, però, sempre come Spirito Paraclito, acquisì meriti anche per noi: ·Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto grazia su grazia. (Gv 1 , 16); e quindi: come per la colpa di uno solo si è riversata su tutti gli uomini la condanna, così anche per l'opera di giustizia di uno solo si riversa su tutti gli uomini la giustificazione che dà vita. (Rm 5 , 18). .

..

La passione che Cristo patì è il merito che, presso il Padre, lo ha reso ad un tempo vittima di espiazione per i nostri peccati e avvocato, cioè difensore di noi tutti: ..Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece

muore, produce molto fruttO> (Gv 12,24). Tommaso d'Aquino compendia l'op­ portunità della passione di Gesù in cinque motivi: cUn mezzo è tanto più adat­ to a raggiungere il fine quanto più sono numerosi i vantaggi che si raggiungono con esso. La passione di Cristo, oltre a redimere l'uomo dal peccato, ha procu­ rato molti benefici alla salvezza dell'umanità. Primo: perché l'uomo ha acquisi­ to la consapevolezza che Dio lo ama e viene indotto a riamarlo, ed in ciò consiste la perfezione della salvezza umana, secondo le parole dell'apostolo:

"Dio dimostra il suo amore verso noi nelfatto che, mentre eravamo ancora pec­ catori, Cristo è morto per noi " (Rm 5 ,8). Secondo: perché Cristo ci ha dato un

20

ToMMAso o' AQUINO,

La Somma, vol. 5, q. 19,3, clt., 198.

Camminare nella luce 1,5-2,2

61

esempio d i obbedienza, d i umiltà, di costanza, d i giustizia e d i tutte le altre virtù che egli ha praticato nella passione, e che sono indispensabili per la nostra salvezza, come afferma Pietro:

"Cristo patìper voi !asciandovi un esempio perché ne seguiate le orme'' (1 Pt 2 , 2 1 ) . Terzo: perché Gesù con la sua passione non

soltanto ha redento l'uomo dal peccato, ma gli ha meritato anche la grazia san­ tificante e la gloria della beatitudine. Quarto: perché mediante la sua passione l'uomo ha sentito più forte l'esigenza di conservarsi immune dal peccato, come ammonisce l'apostolo:

"Siete stati comprati a caroprezzo; glorificate dunque Dio nel vostro corpo!" (1 Cor 6,20). Quinto: mediante la passione fu rispettata meglio

la dignità dell'uomo: come esso, infatti, fu ingannato dal demonio, così fu egli stesso a vincerlo, e come, del pari, aveva meritato la morte la vinse subendola»21 • Il dolore della passione, inoltre, subita da Cristo, secondo il commento di Tomma so d'Aquino, fu veramente il più grande ed il più sofferto, dal momento che sta scritto:

c Voi tutti che passate per la via, considerate e osservate se c 'è un dolore simile al mio dolore» (Lam 1,12), e lo fu per tre ragioni: anzitutto per le cause che lo cagionarono, come il dolore patito in tutte le parti del corpo per un tempo più che prolungato, al pari della sofferenza del cuore per i peccati dell'umanità che egli espiava con il suo sacrifico e che volle attribuire a se stes­ so:

cDio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Sal 21,2). In secondo

luogo per l'afflizione del peccato commesso da tutti coloro che concorsero a condannarlo, e per quello compiuto dai suoi discepoli che si erano scandaliz­ zati perché si era sottoposto alla morte di croce. Infine, per la perdita della vita che incute di per sé orrore alla natura umana . •La grandezza del dolore di Cristo può essere desunta dal fatto che egli accettò volontariamente la sofferenza, per liberare l'uomo dal peccato. Perciò egli accettò quella quantità di dolore che era proporzionata ai frutti che dovevano seguirne·22•

A questo punto chiediamoci perché l'apostolo Giovanni chiama Gesù giusto,

avvocato e vittima. Tali appellativi sono riferibili simultaneamente a Cristo se lo si riguarda come il sommo sacerdote di tutti noi, fratelli suoi riuniti nella sua Chiesa, che lui istituì quale suo corpo mistico:

«Abbiamo un grande sommo sacerdote, che ha attraversato i cieli, Gesù, Figlio di Dio• (Eb 4,14) . Egli, come tale, possiede in sé la pienezza di tutte le grazie: «Il Signore è il nostro giudice, il Signore è il nostro legislatore, il Signore è il nostro re, egli ci salver� (Is 33,22). q. 46,3, cit., 415. 5, q. 46, 6, cit., 421 .

21 lbid. , voL S, 22 Jbtd., vol.

La

62

comunione con Dio: camminare nella luce

Il sacerdote è di per sé il mediatore tra Dio e gli uomini, onde Isidoro lo defi­ nisce ·datore di cose sacre»23, perché intercede presso il Signore per i peccati commessi: ·Ogni sommo sacerdote è scelto fra gli uomini, viene costituito per il

bene degli uomini nelle cose che riguardano Dio, per offrire doni e sacrifici per i peccati. In tal modo egli è in grado di sentire giusta compassione per quelli che sono nell'ignoranza e nell'errore, essendo anche lui rivestito di debolezza, a motivo della quale deve offrire anche per se stesso sacrifici per i peccati, come lo fa per il popolO» (Eb 5,1). Il sacerdozio, pertanto, si addice sommamente a Cristo che possiede la pie­ nezza di tutte le grazie con le quali ricolma gli uomini (cfr. 2 Pt 1,4). La sua passione e la sua morte non si ripeteranno più, ma le virtù di tali sacrifici dure­ ranno in eterno: •Con un'unica ablazione egli ha reso perfetti per sempre quelli

che vengono santificati» (Eb 10,14). Occorre riflettere, anzitutto, se Cristo sia stato oltre che sacerdote anche vittima, secondo le parole di Paolo: ·Cristo vi ha amato e ha dato se stesso per noi, offrendosi a Dio in sacrificio di soave odort? (Ef 5, 1). L'uomo ha bisogno del sacrificio sacerdotale per ottenere il perdono dei peccati che lo allontanano da Dio, per conservarsi nello stato di grazia, ed unirsi perfettamente al Signore nella sua gloria. Tali benefici ci vennero dall'u­ manità di Cristo poiché, come dice Paolo: •È stato messo a morte per i nostri

peccati» (Rm 4,25). Abbiamo ricevuto, poi, per i suoi meriti la grazia che ci salva, come sta scritto: ·Divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbedisconCP (Eb 5,9). Cristo, quindi, per tali motivi non è soltanto sacerdote, ma anche vittima perfetta : è stato insieme vittima per il peccato, vittima pacifica ed olocausto. Il suo sacrificio, poi, ha avuto anche l'effetto di espiare i nostri peccati. Le componenti del peccato sono la macchia della colpa, che viene cancellata dalla grazia che converte il cuore dell'uomo, e il debito della pena che viene cancellato con la soddisfazione prestata al Signore. Il sacerdozio di Cristo ha prodotto entrambi gli effetti. Il primo: ·Il sangue di

Cristo - il quale con uno Spirito eterno offri se stesso senza macchia a Dio -pu­ rificherà la nostra coscienza dalle opere morteper servire il Dio viventt? (Eb 9, 14). Il secondo: •Giustificati gratuitamenteper la sua grazia, in virtù della redenzio­ ne realizzata da Cristo Gesù. Dio lo ha prestabilito a servire come strumento di espiazione per mezzo dellafede, nel suo sangut? (Rm 3,24-25). Cristo, quindi, ha

23

lsJDORo, Etymologiarum ltbrl, 7,12: PL 83,73.

Camminare nella luce 1,5-2,2

63

soddisfatto pienamente il Padre per noi tutti, perché «Si è caricato delle nostre sofferenze e si è addossato i nostri dolori» (fs 53,4), onde il suo sacerdozio ha avuto tutta l'efficacia dell'espiazione redentrice. Egli, di conseguenza, è .Sacer­

dote per sempre al modo di Melchisedek. (Sal 1 10,4), ed il motivo di ciò lo dà ancora Tommaso d'Aquino: cll sacerdozio legale era una figura del sacerdozio di Cristo, non però adeguata, bensì molto lontana dalla realtà: sia perché il sa­ cerdozio legale non rimetteva i peccati, sia perché non era eterno come quello di Cristo. Ora questa superiorità del sacerdozio di Cristo su quello levitico fu simboleggiata dal sacerdozio di Melchisedek, il quale ebbe le decime addirittu­ ra da Abramo (Gen 4,20), e in Abramo le ricevette in qualche modo dallo stes­ so sacerdozio levitico. Per cui il sacerdozio di Cristo viene detto 'secondo l'or­ dine di Melchisedek' per sottolineare la superiorità del sacerdozio vero sul sacerdozio prefigurato dell'antica legge•24•

LETIURA PATRISTICA Versetto 2,1: uFiglioli miei, vi scrivo queste cose perché non pecchiate; ma se

qualcuno ha peccato, abbiamo un Paràclito presso il Padre: Gesù Cristo, il giu­ sta». Gregorio di Nazanzio spinge oltre ogni limite l'avvocatura di Gesù in nostro favore: cL' espressione: Noi abbiamo come intercessore\ Gesù va intesa non nel senso che egli si getta davanti ai piedi del Padre per noi, e che si prostra come un servo. Allontana questa supposizione davvero servile e non degna dello Spirito! Non è degno del Padre chiedere ciò, né del Figlio subirlo, o forse è giusto avere queste opinioni su Dio? Ma con ciò che ha subito in quanto uomo, mi incita alla sopportazione, in quanto L6gos e consigliere. Questa, per me, è la funzione della sua intercessione·25• Agostino ne esalta l'aspetto misericordioso: «Supponiamo che tu abbia una causa da discutere presso un qualche giudice. E ci metti di mezzo un avvocato; questi prenderebbe la tua parte, discuterebbe la

tua causa meglio che può. Ma se per caso non potesse portarla a termine e tu venissi a sapere che proprio lui verrà come giudice, come saresti contento di poter essere giudicato da lui che fino a poco tempo prima era il tuo avvocato!·26•

24

ToMMASO n'AQUINO, La Somma, vol . 5, q. 22,6, cit., 218. DI NAZIANZO, Omelie, 30, 14: PG 35,36. AGoSTINO, Discorsi; 213,6, in La Bibbia commentata dai Padri, ci t., 213.

25 GREGORIO 26

La

64 Versetto

comunione con Dio: camm'tnare nella luce

2,2: «È lui la vittima di espiazione per i nostri peccati; non soltanto

per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo.». Clemente di Alessandria esalta in Gesù Salvatore l'espiazione dei nostri peccati: ..Cristo salva l'umanità da ogni peccato. Però alcuni li converte con il castigo, altri invece aspetta un assenso spontaneo e con dignità di onore, perché nel nome di Gesù

ogni ginoc­

chio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto la terra (Fil 2,10)»21• Beda interpreta il versetto nel senso che Gesù con la sua umanità supplica, e con la sua divinità propizia: ..Cristo nella sua umanità intercede per i nostri peccati presso il Padre, ma nella sua divinità li ha propiziati per noi con il Padre. Inoltre, non ha fatto questo solo per quelli che erano vivi al tempo in cui scriveva Giovanni, ma anche per la Chiesa intera. [. .

.

] Tale verso, perciò è un rimprovero rivolto ai

donatisti, i quali ritenevano che la vera Chiesa si trovava soltanto in Africa. Il Signore intercede per i peccati del mondo intero, perché la Chiesa che lui ha fondato con il suo sangue esiste in ogni angolo del globo»28•

Primo gruppo di criteri di comunione con Dio Giovanni nei versetti

1,5-2,2 ha enunciato un primo criterio della nostra comunione con Dio: camminare nella luce e non peccare, quale regola generale della vita cristiana. Dio è luce (Sa/ 27, 1; Sap 7,26; fs 60,19-20) per­ ché egli è la verità e l'amore (1 Gv 4,7-8) che si manifesta in Cristo, principio di carità e comandamento della nostra vita, in cui riponiamo la nostra fede. L'apostolo all'inizio della sua lettera ci ricorda una grande verità cristiana: chi cammina nella

tenebra non ha la comunione con Dio; chi cammina

nella

luce ha la comunione con Dio e con i fratelli. Per Giovanni ci sono due modi diversi di vivere la propria esistenza: per i falsi maestri l'esistenza

cristiana è qualcosa di statico, di compiuto: pensano di aver assicurato una volta per sempre la loro vita futura; per i

veri cristiani, invece, l'esistenza è

un cammino da fare ogni giorno, dove non ci si sente mai arrivati, e quindi si sperimenta anche il bisogno di avere il perdono da parte di Dio per le proprie debolezze.

TI 28

CLEMENTE DI Al.F.5sANDRJA, Adumbrationes, BEDA IL VI!NERAmLE,

2,2, ibld., 214 Commento, 2,2, ibid., 214.

Camminare nella luce 1,5-2,2

65

L'uomo senza Gesù Salvatore è tenebra, odio, menzogna, vita che non dona, peccato (Gv 3,20). Coloro, invero, che seguono i falsi maestri, non aderiscono alla verità, non riconoscono Dio e non agiscono secondo i suoi comandamenti; in realtà, camminano nelle tenebre e dinanzi al Signore non si riconoscono peccatori. Quando l'uomo non confessa i suoi peccati rende Dio menzognero e la sua parola gli è estranea: quando il credente, invece, cammina nella luce vive la comunione con il Signore nonché l'amore fra­ temo nella Chiesa. Avere la carità è per il peccatore la precondizione per ottenere la purifi­ cazione da Cristo risorto (Eb 7 , 25 ;

Ap 1 , 5 ; 5,9; 7, 14) che agisce in lui come

la salvezza eterna. Il cristiano che vive nella tradizione di fede secondo l'insegnamento dell'apostolo Giovanni è colui che pratica la verità e il san­ gue di Cristo lo purifica da ogni peccato e lo rende gradito a Dio e suo vero figlio.

2.

Osservare i comandamenti: amare 2 , 3-1 1

L'autentica esperienza di Dio (2,3-6)

L'apostolo Giovanni dal tema della comunione passa a quello della conoscen­ za. Ma qual è il criterio per conoscere se l'uomo è in comunione con Dio? Quale mezzo ci porta ad una vera esperienza di Dio? Tra i cristiani del tempo dell'apostolo Giovanni circolavano dottrine errate ed egli voleva denunciarle e correggerle con un insegnamento fondato sulla parola del Maestro di Nazaret. 3Da questo sappiamo di averlo conosciuto: se osserviamo i suoi comandamenti. 4Chi dice: "Lo conosco", e non osserva i suoi comandamenti, è bugiardo e in lui non c'è la verità. 5Chi invece osserva la sua parola, in lui l'amore di Dio è .vera­ mente perfetto. Da questo conosciamo di essere in lui. 6Chi dice di rimanere in lui, deve anch'egli comportarsi come lui si è comportato.

LETIURA

TEOLOGICO-SPIRITIJALE.

Iniziamo la nostra riflessione con i vv.

3-5 sull'osservanza dei comandamenti

e la parola di Dio . Giovanni fonda il suo pensiero su due concetti: conoscere Dio e conoscerlo come l'amore perfetto. Il contesto di tale lettera fa compren­ dere immediatamente che in essa non risuona la parola umana, ma quella del Signore che nel nostro cuore e nel nostro operare ci obbliga a porci a confron­ to con lui. La conoscenza del Signore è la nostra stessa esperienza quotidiana nell'adempimento dei suoi comandamenti. Gli eretici di quel tempo affermava­ no di conoscere Dio per lo stesso fatto di avere la nozione della sua esistenza,

Osservare i comandamenti:

amare 2,3-1 1

67

ma si tenevano ben lontani dall'ottemperare alla sua parola, mentre i veri cri­ stiani vivevano la fede nel loro cuore e nelle loro opere. Per l'israelita pio la conoscenza di Dio s'imperniava su tre concetti fondamentali: l'adempimento degli impegni personali presi con il Signore nella santa alleanza, la consapevo­ lezza del suo amore rivelatosi nella storia della salvezza, e l'osservanza della sua volontà sia nell'ambito individuale che collettivo.

Conoscere Dio, nell'insegnamento di Giovanni, non è averne la conoscenza teorica, ma fare l'esperienza diretta del suo amore e, soprattutto, unirsi a lui nella fede e nella grazia, cioè nella speranza che le verità da lui rivelate si adem­ piano per mezzo del suo Figlio unigenito tramite il nostro concorso operoso e fattivo nell'osservanza dei suoi comandamenti. Agostino, sull'amore di Dio, ha parole che toccano il cuore: ·Ama i tuoi nemici con l'intento di renderli fratelli;

amali fino a farli entrare nella tua cerchia. Così ha amato Colui che, pendendo dalla croce, disse: Padre, perdonati perché non sanno quello chefanno (Le 23,34) [ ] . Egli li volle preservare da una morte perpetua con una preghiera piena di misericordia. Molti tra essi credettero e fu loro perdonato di aver versato il san­ gue di Cristo. Quando si mostrarono crudeli lo versarono; quando credettero lo bevver0»1 • Anche noi, di conseguenza, quando affermiamo di essere nell'intimi­ tà di Dio solo perché ne riconosciamo l'esistenza senza viverne la fede e pro­ fessame le opere, siamo ipocriti. La sua conoscenza per noi non si deve risol­ vere in una cognizione razionale, ma nella sua figliolanza concreta . . .

compiendone la parola di Dio. Chi dice di aver conosciuto Dio, deve osservare i suoi comandamenti: questo è il criterio di una vera esperienza di Dio (2,3). Osservare i comandamenti è per

il cristiano non scendere mai a patti con il peccato; è modellare il proprio com­ portamento su quello di Cristo (2,6). Agire diversamente significa essere bugiar­

di e non vivere nella verità (2,4). ·Ma chi osserva la sua parolCP (v. 5), che è Cristo, l'amore perfetto di Dio giunge alla pienezza e veramente abita in lui. Si è nella comunione con Dio quando si vive la sua Parola come norma di vita .

L'amore di Dio allora non è un vago desiderio ed un emotivo psicologismo: esso è quella forza divina che ci porta ad agire in Cristo, aderendo alla sua volontà e al piano di amore che Dio ha per noi. •Osservare la sua parofep Cv. 5) dice, tuttavia, più che •osservare i comandamenti> (v. 3), perché questi si riducono

1 AoosnNo, Commento all 'epistola ai Parti, 1,9,

ci t.,

1655.

La comunione con

68

Dto: camminare nella luce

alla parola di rivelazione, che bisogna conservare e tradurre in vita e in azione, mentre la parola di Dio è più ampia ed è principio attivo che rimane in noi ed essa va vissuta. Dice Gesù ai suoi interlocutori: •La sua parola non dimora in

voi, perché non credete a colui che il Padre ha inviatO> (Gv 5,38). Al contrario, cSe uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui• (Gv 14,23). Si può essere in Dio quando l'amore è giunto alla perfezione. Criterio di amore giunto alla perfezione è l'osservanza della parola di Dio, che ci fa rima­ nere in lui, poiché agiamo come lui (vv.

5-6). Questo cambia il nostro modo di

esistere e di vivere: possiamo esistere come lui, e cònseguentemente, possiamo anche dire che siamo in lui. Cristo è la vite e noi siamo i tralci (cfr.

Gv 15,1-5).

Colui che osserva la parola di Dio, cioè vive di Cristo, ha dentro di sé un senso interiore di dovere che lo spinge a comportarsi come lui (v.

6). La capacità di compiere questo dovere deriva dal fatto che Cristo l'ha fatto per noi: «Cristo ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli» (3, 16). È il sostegno di Gesù che ci consente di vivere in lui, e tale tema è ripre­ so in modo impareggiabile da Agostino: ·Chi dunque dice di rimanere in lui, deve camminare come lui camminò. In quale modo, o fratelli? Che ammonizio­ ne è questa? Colui che dice di rimanere in lui, cioè in Cristo, deve camminare come lui camminò. Che ci ammonisca forse di camminare sul mare? No, evi­ dentemente. Ci ammonisce, invece, di camminare nella via della giustizia. Qua­ le via? L'ho ricordato. Egli, quando era inchiodato alla croce, camminava proprio su questa via, che è la strada della carità.

Padre, perdona loro, perché non

sanno quello chefanno. Se dunque imparerai a pregare per il tuo nemico, cam­ minerai sulla strada del Signore•2• Non è, dunque, questione di semplice imitazione. Noi possiamo essere uniti a lui, solo per la forza che egli ci comunica. Siamo qui nel tema dell'imitazione

di Cristo, nota ricorrente nella catechesi del cristianesimo primitivo (cfr. 3,3.7. 16;

4,17; Gv 13,15; 15, 10). Il modo di comportarsi e di camminare di Cristo è pre­ sentato come la sorgente prima e originaria dell'osservanza dei comandamenti, della comunione con il Padre. E il cammino di Cristo è nella via della giustizia, nella via della carità, nella via della croce. Questo deve essere il cammino del cristiano. Questo il motivo per cui Giovanni raccomanda tanto alle sue Chiese

2 lbtd.

69

Osservare i comandamenti: amare 2,3-1 1

di attenersi sempre alla verità evangelica, di tener lontani gli eresiarchi e diser­ tare l'apostasia:

·Guardatevi dai falsi dèi• (1 Gv 5,21).

LETIURA PATRISTICA Versetto 2,3: cDa questo sappiamo di averlo conosciuto: se osserviamo i suoi

comandamenti-. Didimo commenta sia la conoscenza di Dio, sia come vivere in intimità con lui: •Spesso nella Sacra Scrittura il verbo conoscere non significa solo essere consapevole di qualcosa, ma averne esperienza personale. Gesù non conobbe peccato, non nel senso che era ignaro di ciò che è, ma perché non lo commise mai. Pur essendo come noi in tuttto, non commise mai peccato

(Eb

4,15). Precisato questo, se uno afferma di conoscere Dio e di avere comunione con lui, evidentemente deve osservare anche i suoi comandamenti, perché le due cose vanno insieme•3• Per Andrea,. invece: •Per vera conoscenza si intende dimostrare di essere fedeli a Cristo osservando i suoi comandamenti•4•

Versetto 2,4: ·Chi dice: "Lo conosco", e non osserva i suoi comandamenti, è

bugiardo e in lui non c'è la verità,. Sant'Ilario di Arles illustra la conoscenza di Dio nel senso che: •Quelli che periscono di morte eterna non hanno conosciu­ to Dio, e neppure Dio li ha conosciuto, come egli stesso ha detto:

Non vi ho

mai conosciuto, allontanatevi da me (Mt 7, 23)•5. San Gregorio Magno, a sua volta, l'intende sotto l'aspetto morale: ·Amiamo davvero Dio se in ossequio ai suoi comandi reprimiamo la nostra voluttà•6•

Versetto 2,5: ·Chi invece osserva la sua parola, in lui l'amore di Dio è vera­ mente perfetto. Da questo conosciamo di essere in lui•. San Beda intende la co­ noscenza di Dio sotto l'aspetto dell'amore che gli portiamo: «Conosce realmen­ te Dio chi mostra di avere il suo amore nell'osservanza dei comandamenti. L'amore è il segno sicuro della conoscenza di Dio. Chi non lo ama, mostra di non sapere quanto è amabile, non gusta quanto è buon0>7•

3

215. 4

Dmwo, Commento alla prima lettera di Giovanni, 2,3, ANDREA,

in La Bibbia commentata dai Padri, cit. ,

Catena, 2,3, ibid., 215. ILARIO DI ARLES, Commento introduttivo, 2 ,4, ibid., 215. 6 GREGORIO MAGNO, Omelie sui Vangeli, 2, 30, 1 , in G . CREMAScou (ed.), Opere di Gregorio Magno I I, Città Nuova, Roma 1994, 383. 7 BEDA IL VENERABILE, Commento, 2,5, in La Bibbia commentata dai Padri, cit., 216. 5

La

70

comunione con Dto: camminare nella luce

Versetto 2,6: eChi dice di rimanere in lui, deve anch'egli comportarsi come lui si è comportatO>. Ilario di Arles vi ravvede le tre virtù cardinali: «Ci sono tre

modi di dimorare in Dio: la fede, la speranza e l'amore. Dio dimora in noi nel­ la pazienza e nell'umiltà•8. Leone Magno indica la strada sulla quale ha cammi­ nato Cristo: cln lui, che per noi è speranza di vita eterna, abbiamo anche un modello di pazienza. Se non seguiamo gli esempi di colui nel nome del quale ci gloriamo, facciamo uso con ipocrisia di una falsa professione. Certamente non sarebbero per noi gravi gli insegnamenti di Cristo e ci libererebbero da tutti i pericoli, se amassimo soltanto quello che è comandato di amare-9•

Amore: sintesi di ogni comandamento (2,7-8)

Tutta la santità ed i comandamenti del Vangelo consistono nell'amore frater­ no che Gesù ci ha insegnato nel corso della sua vita: «Questo è il mio coman ­

dam ento che vi amiate gli uni gli altri• (Gv 15,12). Giovanni ripropone tale ,

insegnamento alla sua comunità e ne fa l'epicentro della nostra pericope per fronteggiare gli anticristi. L'amore per Dio e per il prossimo è il vertice e la sintesi di tutti i comandamenti, onde Giovanni ci avverte che esso non è un

comandamento (= ento/J) nuovo, perché la fede da noi ricevuta all'inizio del nostro cammino era già essa stessa fondata sulla carità. L'insegnamento antico è quello dato da Gesù ; egli è la parola fatta carne

(Gv 1,14), e la sua parola è il

fondamento della dottrina e della tradizione cristiana quale enunciazione di principio nell'agire pratico dell'evangelizzazione apostolica. 7Carissimi, non vi scrivo un nuovo comandamento, ma un comandamento antico, che avete ricevuto da principio. Il comandamento antico è la Parola che avete udi­ to. 8Eppure vi scrivo un comandamento nuovo, e ciò è vero in lui e in voi, perché le tenebre stanno diradandosi e già appare la luce vera.

8

II.ARIO or ARLES, Commento introduttivo, 2,6, ibid. , 216.

9

LEONH MAGNO, Sermoni, 90, 2 , ibid., 216.

71

Osseroare t comandamenti: ama1:e 2,3-1 1

LEITURA

TEOLOG ICO-SPIRITUALE.

Il comandamento dell'amore fraterno di cui parla Giovanni, dunque, è un

comandamento non nuovo sotto il profilo che aggiunga qualcosa all'annuncio evangelico, ma è antico perché è di per sé il fondamento della nostra fede, e lo sarà fino alla fine dei secoli. Tale precetto, sia per la sua stessa caratteriz­ zazione, sia per la condotta di vita cui c'induce (cfr. Gv 13,34), è percepito dal credente come un dono di Dio, ed è il segno qualificante della comunità escatologica della nuova alleanza . Siamo in presenza, tuttavia, anche di un

comandamento nuovo, perché Gesù nella sua evangelizzazione ha voluto personalizzarlo, affinché divenisse in lui una fonte inesauribile di carità da sfidare il tempo e la storia. È nuovo, altresì, perché visse con Cristo in terra , patì con lui sulla croce e risorse con lui nella gloria del Padre: •La gloria che

o Padre, hai dato a me, io l 'ho data a loro, perché siano come noi una cosa so/Cb (Gv 17, 22). tu,

La gloria di Dio che viene esaltata nei cieli (Le 2,14) ha la sua epifania nell'a­ more di Cristo: •Padre, è giunta l'ora, glorifica il Figlio tuo, perché il Figlio glo­

rifichi te» (Gv 17,1). L'amore, nella sua espressione più ampia,

è la confessione

stessa della fede nel suo mistero, ma è anche un modo di riconoscere la poten­ za salvifica di Dio. L'amore in Cristo e per Cdsto offre al messaggio evangelico una vitalità sempre nuova: •Perché le tenebre stanno diradandosi e la luce vera

già risplende» Cv. 8) che per noi è il modo cristiano di vivere ed il pegno stesso che ci vien dato per ricevere la vita eterna. La sovrapposizione del comanda­ mento nuovo al vecchio non è un contrasto,

ma

la sintesi che unifica l'Antico

ed il Nuovo Testamento . Dio, nell'Antico Testamento, secondo le parole del profeta Geremia, volle scrivere le sue leggi nel cuore dell'uomo: •Questa sarà l'alleanza che io conclu­

derò con la casa d 1sraele dopo quei giorni, dice il Signore: porrò la mia legge ne/ loro animo, la scriverò su/ loro cuore. Allora io sarò il /oro Dio ed essi il mio popolo• (Ger 31 ,33). Nel Nuovo Testamento, invece, è Cristo che personalizza sulla croce il messaggio antico della carità e dell'amore, mostrando il modo reale e concreto . di viverlo nelle difficoltà e nelle avversità della vita fino ad amare anche i suoi nemici e morire per essi. Tale aspetto sostanzialmente soli­ dale che Gesù ha dato dell'amore vicendevole è stato predetto dallo spirito di Dio nel comandamento antico: ·Benedetto sia l'Egiziano mio popolo, l'Assiro

opera delle mie mani e Israele mia eredità• (fs 19,25). Lo Spirito stesso ne ha

La comunione con Dto: camminare nella luce

72

reso chiaro anche il concetto per mezzo del profeta Isaia che san Paolo ha ri­ preso nella sua lettera ai Romani (10,20) e nella quale fa l'esegesi del nuovo comandamento: ·Mifeci ricercare da chi non mi interrogava, mifeci trovare da

chi non mi cercava. Dissi: eccomi, eccomi a gente che non invocava il mio nome. Ho teso la mano ogni giorno a un popolo ribelle. (Is 65, 1-2). Agostino su questo esprime un concetto di spiritualità profonda dicendo che il comandamento è vecchio perché già lo si conosce e viene detto nuovo perché le tenebre riguar­ dano l'uomo vecchio, ma la luce riguarda l'uomo nuovo. Dice, infatti l'apostolo Paolo: • Vi siete svestiti dell'uomo vecchio con le sue azioni ed avete rivestito il

nuovo• (Col 3,9-10). E inoltre dice ancora: ��.un tempo voi foste tenebre, ora siete luce nel Signore. (Ef 5,8). LETIURA

PATRISTICA.

Versetto 2,7: (v. 1 1) . L'odio non è un sentimento primi­ genio dell'anima dell'uomo, perché esso non è inscritto nella nostra legge na­ turale, dal momento che Dio ci ha creato a sua immagine e somiglianza (cfr.

Gen 2, l) ed in lui vi è soltanto ogni perfezione. Dio, quindi, non può essere odiato di per sé, onde l'odio è un sentimento che deriva dallo stato d'animo dell'uomo, causato dalla sua ribellione ai precetti divini e dalla sua inclinazione al peccato. Ecco perché Tommaso d'Aquino insegna che «l'odio è sempre cau­ s ato dall'amore•1S, perché esso non è inscritto nella nostra legge naturale, e può nascere soltanto dall'uso perverso dell'amore che l'uomo, dotato di libero arbi­ trio, può farne. L'amore vero, invece, è la prima virtù che Dio ci ha posto nell'a­ nima, quale impronta di se stesso, e soltanto il ribellarsi a lui può inclinare l'uomo all'odio, al peccato e al rifiuto dei comandamenti.

14 15

AGOSTINO, Commento all 'epistola ai Partt, 1 , 1 1 , cit., 1657.

ToMMASo o'AQUINO, La Somma, vol.

2 , q . 29,2, clt., 236.

La

76

comunione con Dio: camminare nella luce

LETIURA PATRISTICA

Versetto 2,9: e Chi dice di essere nella luce e odia suo fratello, è ancora nelle

tenebre-.

Clemente di Alessandria, sul

chi dice di essere nella luce, è dirimente:

eLuce è la verità, e un fratello non è solo il prossimo, ma il Signore stess0»16• Andrea commenta l'odio e l'amore: cCome si può pensare di essere di Cristo se si odia il fratello per il quale egli è morto? Cosl anche chi dice di essere di Dio e odia Cristo che è divenuto fratello nostro nell'incarnazione, non è di Dio ma del demonio. Se, infatti, fosse del Signore amerebbe il fratello inviatogli e con­ sacrato nella grazia»17•

Versetto 2,10: eChi ama suo fratello, rimane nella luce e non vi è in lui oc­ casione di inciampO>. Beda si appunta sull'amore per il prossimo: eChi ama il fratello sopporta tutto in considerazione dell'unità�18• Teofilatto chiarisce il mo­ tivo di tale amore: «Anche i pagani hanno sempre accettato la legge che viene dalla natura, ossia che dovrebbero fare del bene a quelli che hanno la stessa nostra natura. Il motivo sta nel fatto che l'uomo è un animale socievole che non può esistere senza l'amore per gli altri. La storia racconta che c'erano molti pronti a sacrificarsi per gli altri, e il Salvatore nostro la definisce la forma più

Nessuno ba un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici (Gv 1 5 , 1 3)•19. alta di amore:

Versetto 2, 11: cMa chi odia suo fratello, è nelle tenebre, cammina nelle te­

nebre e non sa dove va, perché le tenebre banno accecato i suoi occb'b. Origene illustra cosa significhi camminare nelle tenebre: cSe facciamo il male e le nostre opere sono cattive, non solo non accendiamo ma spegniamo per noi la lampa­ da dell'amore [ . . ]. Chi fa il male spegne la lampada della carità e per questo .

cammina nelle tenebr�20• Cesario di Arles demonizza chi cammina nelle tenebre: cSe uno odia suo fratello, cammina nelle tenebre e non sa dove sta andando, perché le tenebre lo hanno accecato. Scende ignaro all'inferno, e cieco viene precipitato nella punizione, allontanandosi dalla luce di Cristo•21 • 16 C LI!MENI1! m Au!ssANDRIA, Adumbrattones, 2,9, in La Btbbta commentata dai Padri, cit. , 217. 17 ANDREA, Catena, 2,9, !b!d., 217. 18 BEDA IL VENERABILE, Commento, 2,9, ibid. , 218. 19 ThoP!LArro, Commento alla prima di Gtovannt, 2,10, !bid., 218. 20 ORIGilNil, Omelie sul Levtttco, 13,2, ibid. , 218. 21 CI!SARJ o m Aru.ES, Dfscorst, 90,6, lbld. , 218.

Osservare t comandamenti: amare 2,3-11

77

Secondo gruppo di criteri di comunione con Dio

Giovanni, dopo aver espresso il criterio di non peccare, ci presenta affermativamente quello dell'osservanza dei comandamenti (1 Gv 5,2), dei quali i più grandi sono l'amore verso Dio (1 Gv 2, 3-6) e quello verso il prossimo (1 Gv 2,8-1 1). Il criterio, in concreto, che ci offre l'apostolo riguar­ da la prassi evangelica della sequela: - se osserviamo i suoi comandamen­ ti (v. 3), - se osserviamo la sua Parola (v. 5), - se camminiamo come Cristo ha camminato (v.6). Per gli eretici l'unica cosa importante era la conoscenza che per loro si ottiene attraverso la speculazione; per Giovanni, invece, ciò che importa è il vissuto, la prassi e non la conoscenza intellettuale di pochi eletti. Ciò che importa è la condotta morale del cristiano che nella sua vita si deve com­ portare come Cristo si è comportato. Il cristiano che vive la sua fede rimane nella luce (1 Gv 14,23-24) che ne informa l'anima e le azioni (Gv 5,38) . Se il Signore ci ha donato la vita che è in lui ci troviamo anche in unione con lui, secondo le parole stesse di Gesù: ·lo sono la vite e voi i tra/cb (Gv 1 5 , 1-5). Il nostro rapporto affettivo con Dio è vissuto all'interno del rapporto trinitario: colui che dimora nel Signore è sospinto ad imitare la vita del Figlio suo Gesù Cristo venuto sulla terra per la nostra salvezza (1 Gv 1 ,6; 3,3-7. 16; 4, 1 7; Gv 13,15; 1 5, 10). Tale insegnamento di Giovanni è la sintesi della vita spirituale del cristia­ no; è la parola stessa che si è incarnata: ·Che avete uditO» (1 Gv 1 , 14), come manifestazione dell'amore di Dio per l'umanità . È anche un comandamen­

to nuovo, perché possiamo amarci l'un l'altro come Gesù ci ha amato (Gv 13,54; 1 5 , 1 2) e, quindi, l'amore vive nella storia. Infine, è un precetto sempre da rivivere, perché il vivere consociativo dell'uomo offrirà sempre soluzioni adatte al momento. Possiamo concludere, pertanto, con Giovanni: chi non

ama il fratello 8, 1 2) .

è

tenebra e di per sé è l'opposto della luce del mondo (Gv

3. Proclamare la propria fede 2 , 1 2-28

La

vittoria dei credenti (2,12-14)

I nostri tempi sono caratterizzati da una forte tensione fra le varie generazio­

ni: tra vecchi e giovani, tra poveri e ricchi, tra bianchi e neri, tra superdotati e meno dotati . . . Ebbene l'apostolo Giovanni invita tutti a guardare la realtà uni­ ficatrice di ciò che si è compiuto in Cristo: egli ha rotto ogni barriera, ha fatto in modo che tutti gli uomini si sentano fratelli. 12Scrivo a voi, figlioli, perché vi sono stati perdonati i peccati in virtù del suo no­ me. 13Scrivo a voi, padri, perché avete conosciuto colui che è da principio. Scrivo a voi, giovani, perché avete vinto il Maligno. 14Ho scritto a voi, figlioli, perché avete conosciuto il Padre. Ho scritto a voi, padri, perché avete conosciuto colui che è da principio. Ho scritto a voi, giovani, perché siete forti e la parola di Dio rimane in voi e avete vinto il Maligno.

LETIURA TEOLOGICO-SPIRITUALE.

Per Giovanni siamo figlioli, perché con la remissione dei peccati nasciamo ad una vita nuova. Egli apre il suo cuore a quell'amore paterno con il quale ha intrattenuto i suoi discepoli, e in certo qual modo si contrista per essi, perché ne vede una parte sedotti da maestri che annunciano false dottrine come, per l'appunto, gli gnostici. Giovanni riconduce i suoi .figlioli alla realtà di Cristo e li allontana dall'errore, e Paolo ha inteso così tali parole: aCristo è stato forse divi­

so? Forse Paolo è stato crocifisso per voi, o è nel nome di Paolo che siete stati

Proclamare la propria fede 2, 12-28

79

battezzati?• (1 Cor 1,13). Qui Giovanni non parla soltanto da responsabile della sua comunità, ma anche come ministro di Dio. Il suo invito ai discepoli è chia­ rissimo: non vuole affatto che si ritengano soltanto suoi discepoli, ma che lo siano soprattutto di Cristo, e da qui l'espressione: nel suo nome, perché median­ te la redenzione siamo stati perdonati e resi figli del Padre.

Ma indirizza la lettera anche ai padri, che hanno conosciuto Cristo: colui che è fin da principio. Il principio, infatti è una prerogativa della paternità: Cristo è

morto, sì, nella carne, ma nell'eternità è fin da principio : «Tutte le cose sono

state createper mezzo di lui• (Gv 1 ,3). Il suo principio non ha un'unità di tempo, secondo la parola della Scrittura: «Ma tu resti lo stesso e i tuoi anni non hanno finer. (Sal l02,28). Ecco perché Giovanni si rivolge ai padri: si diventa tali, infat­ ti, dopo aver conosciuto nel proprio cuore Colui che è fin da principio. Scrivo a voi figlioli: anch'essi, invero, hanno conosciuto spiritualmente il Pa­ dre, e la giovinezza consente di combattere il maligno e sperare di ottenere la corona mediante la fede in Dio e la carità praticata : «La scienza gonfia, mentre la carità edifica. (1 Cor 8,2). Secondo l'insegnamento di Agostino, se si profes­ sa la fede non si apre la via al demonio, perché il Signore ci perdona i peccati commessi: «Se prima amavi il mondo, ora non amarlo più; se saziavi il tuo cuo­ re con gli amori terreni, dissètati ora alla fonte dell'amore di Dio, ed incomincerà ad abitare in te la carità•1 • Le parole di Giovanni cadono proprio a proposito per i nostri tempi che sono caratterizzati da tensioni forti tra padri e figli e, più in generale, tra generazioni vecchie e nuove, tra dotati e meno dotati, tra bian­ chi e neri, tra classi egemoni e ceti popolari. Ecco perché Giovanni invita tutti a guardare alla realtà unificatrice di Cristo che ha infranto ogni ostacolo ed ha voluto la fraternità tra tutti gli uomini. L'apostolo è il testimone di tale verità che ha posto a fondamento della sua comunità, ma non cede ad alcun paternalismo, e ricorda ai suoi figlioli di aver sempre consapevolezza della loro fede, di accrescere nel loro cuore il carisma ricevuto nel battesimo e di vivere nell'amore di Dio ed in comunione con lui . Ai padri, che sono gli adulti nella fede, ricorda con fermezza di essere testimo­ ni di Cristo; ai giovani, ancora catecumeni, infiamma l'animo con la lotta contro il demonio e la vittoria su lui vivendo la parola di Dio. Tale messaggio rafforza anche la nostra fede, perché annuncia anche a noi la salvezza, il regno del Pa­ dre e l'irrompere della sua parola nelle iniquità e nelle infedeltà del mondo.

1

AGOS1lNO, Commento all 'epistola ai Parti, 2,8, cit . , 1677.

La

80

comuntone con Dto: cammtnare nella luce

Questo regno è presente e attuale, ora, nella persona di Cristo; esso è opera di Dio imprevedibile e misteriosa, come il seme che l'uomo affida al terreno. L'azione di Dio irrompe nella storia per suscitare il nuovo: eliminare il nostro peccato, il male, l'influenza del maligno, liberare dal potere della morte, rinno­ vare il mondo ed ogni uomo, realizzando un piano straordinario: fare una co­ munità di persone, che vivano nella vera comunione con Dio e fra loro nel Cristo e nello Spirito. Il Vangelo, allora, entra nella storia per suscitare la voca­ zione alla fede, perdonare il peccato, liberarci dal potere della morte e costitui­ re un'umanità in comunione con Dio nel nome di .Cristo. Tale progetto di un mondo nuovo, voluto da Dio, coinvolge in modo impre­ vedibile ognuno di noi in un impegno responsabile. Ma c'è una comunità di persone in cui questo regno di Dio si rende visibile: la comunità cristiana, la Chiesa . Quando la comunità cristiana diventa il luogo dell'accoglienza, della riconciliazione, del perdono, della misericordia e della partecipazione, 11 si ren­ de visibile il regno di Dio. Quando la Chiesa è il luogo dove l'egoismo, la vio­ lenza, lo sfruttamento, le rivalità meschine, non hanno alcun valore, lì è visibil­ mente presente il regno di Dio. Quando la comunità cristiana è il luogo dove ognuno cerca di amare e di mettersi al servizio dei fratelli, perdendosi per gli altri, dove si vede facilmente Dio e il suo Figlio Gesù, uomo per gli altri, allora, essa diventa segno-annuncio-testimonianza al mondo della comunione con Dio e con i fratelli. In concreto, vincere il maligno e conoscere Dio vivendo la comunione nella Chiesa, significa saper superare quell'individualismo religioso o psicologismo spirituale di cristiani ricurvi su se stessi, significa avere più attenzione e amore alle persone concrete che alla organizzazione, significa sentirsi tutti, piccoli e grandi, giovani e vecchi, a servizio della comunione ecclesiale, che è comunio­ ne di fede, di preghiera, di giudizio alla luce della parola di Dio, in uno sforzo di continua conversione e di cambiamento del proprio progetto di vita nella prospettiva del Vangelo. In questa comunità di fede e di comunione, il mondo potrà trovare i supremi valori: Cristo, il suo �pirito e la salvezza .

LETIURA PATRISTICA.

Versetto 2,12: cScrivo a voi, figlioli, perché vi sono stati perdonati i peccati

in virtù del suo nom�. San Beda spiega cosl la rinascita in Cristo e la remissio-

Proclamare la propria fede 2, 12-28

81

ne dei peccati: •Giovanni chiama figlioli tutti i suoi ascoltatori, che dopo di lui hanno abbracciato la fede in Cristo, perché sono rinati dall'acqua e dallo Spiri­ to e hanno ricevuto il perdono dei peccati•2• Ecumenio diviene pedagogista e vuoi rendere chiaro il testo per i più semplici: ·Giovanni sapeva che non tutti avrebbero ricevuto il messaggio evangelico con la stessa possibilità di compren­ sione o d'impegno. Alcuni avrebbero fisposto come bambini bisognosi di ulte­ riore istruzione, e a loro spiega come vengono perdonati i peccati attraverso la fede in Cristo•3.

Versetto 2, 13: «Scrivo a voi, padri, perché avete conosciuto colui che è da

principio. Scrivo a voi, giovani, perché avete vinto il maligna.. Clemente di Ales­ sandria .commenta chi sono i padri ed i giovani: ·Giovanni chiama padri, i perfetti, che hanno compreso ciò che era fin dal principio, ed hanno avuto la percezione intellettuale che si trattava del Figlio unigenito del Padre•4• Andrea illustra le fasi progredienti della fede: •Le diverse età vanno intese in termini spirituali; si riferiscono alla nostra maturità nella fede. Prima devi diventare bambino e fanciullo, anche nel male. È in questo stato che . devi allontanare il peso dei tuoi antichi peccati. Una volta fatto questo, puoi avanzare nello stato

di adolescente, nel quale lotti contro il male. Infine sarai ritenuto degno di sa­ lire al livello dei padri, ossia della conoscenza profonda di Dio. Questa è la migliore strada, e la più vera, che porta ad avere il nome di padre nella fede»5 •

Versetto 2, 14: •Ho scritto a voi, .figlioli, perché avete conosciuto il Padre. Ho

scritto a voi, padri, perché avete conosciuto colui che è da principio. Ho scritto a voi, giovani, perché siete forti e la parola di Dio rimane in voi e avete vinto il maligna.. San Beda scinde l'età anagrafica da quella spirituale: ·Giovanni dice di esser sempre consapevoli di essere padri. Se si dimentica Colui che è fin dal principio si perde la paternità. Non bisogna dimenticare mai di essere giovani;

di lottare per vincere e vincere per essere incoronati. Dobbiamo essere sempre umili per non cadere in battagliaé. San Cirillo di Alessandria interpreta tale ver­ setto nello stesso senso: ·Giovanni intende per figli quelli che sono giunti alla 2

3 4 5 6

IL VENERABILE, Commento, 2,12, In La Btbbta commentata dat Padri, clt., 219. EcuMENJo, Commento, 2,12, ibid., 219. CLEMENTE m AI.EssANDruA, Adumbrattones, 2,13, ibid., 219. ANDREA, Catena, 2,13, ibid. , 219s. BEDA IL VENERABILE, Commento, 2,13, ibid., 220.

BEDA

La

82

comunione con Dio: camminare nella luce

maturità spirituale; per padri, quelli che hanno ottenuto la prudenza; per giova­ ni, quelli che sono giunti da poco alla fede in Cristo•7.

I credenti e il mondo (2, 1 5-17)

Tali versetti sono un'esortazione e fungono da contrappunto all'incoraggia­ mento che Giovanni ha appena dato alla comunità. Egli pone un dilemma : il cristiano deve innamorarsi del mondo o rifiutarlo? Condividerlo o allontanarse­ ne? La salvezza del fedele non è senza pericolo, e quanto dice Giovanni è osti­ co senz'altro agli uomini d'oggi, indottrinati d'umanesimo o formati ad una scuola essenzialmente tecnico-scientifica. Si tratta di intendere bene il pensiero di Giovanni che procede per contrasti opponendo il positivo al negativo. 15Non amate il mondo, né le cose del mondo! Se uno ama il mondo, l'amore del Padre non è in lui; 16perché tutto quello che è nel mondo - la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita - non viene dal Padre, ma viene dal mondo. 17E il mondo passa con la sua concupiscenza; ma chi fa la volontà di Dio rimane in eterno!

LETTU RA

TEOLOGICO-SPIRITUALE

Giovanni esige che la comunità cristiana faccia una scelta radicale per Cristo: che egli sia eletto nel cuore degli uomini e sia rifiutato il mondo che si oppone alla sua volontà e all'amore del Padre (v. 15). Il primo contrasto è tra due amori: tra l'amore del mondo e l'amore del Padre. Giovanni esige da tutta la comunità cristiana, in forza della sua scelta radicale per Cristo, che si superi il contrasto vissuto nel proprio cuore, tra l'amore sba­ gliato del mondo, inteso nel senso giovanneo come aspetto dell'umanità che si oppone alla volontà di Dio, e l'amore del Padre, che è derivato da lui e orien­ tato verso di lui. È elemento d'interiorità questa possibilità di darsi a qualcuno e a qualcosa. La divisione, l'ambiguità non è nel mondo, nella creazione che

7 C!ruu.o

m

ALF."-'ANDRJA,

Catena, 2,14, ibid., 220.

83

Proclamare la propria jède 2, 12-28

manifesta l'opera di Dio, ma nel cuore dell'uomo. Io non credo che l'esteriore macchi l'uomo , che le strutture, ad esempio, degenerino l'uomo oppure lo ren­ dano santo. Questo è considerare l'uomo un robot. Ciò che veramente realizza l'uomo è l'amore evangelico portato fino al nemico, mentre ciò che l'opprime è il peccato, l'egoismo, i furti, gli assassini, gli adulteri, le fornicazioni: tutte

queste realtà escono dal profondo del cuore umano (Mc 7,15). Il secondo è un contrasto di origini tra ciò che è dal Padre e ciò che viene

dal mondo (2,16): la concupiscenza della carne, cioè le tendenze cattive che sono nell'uomo decaduto e incline al peccato; la concupiscenza degli occhi che sono le cupidigie che possono venire attraverso gli occhi, la disordinata tenden­ za ai beni esteriori; e l'attaccamento ai beni della vita, cioè l'atteggiamento di fiducia nelle ricchezze, cose che appartengono alla transitorietà, han no la loro origine nel mondo. Il terzo contrasto, infine, è un contrasto di permanenza tra la natura passeg­ gera del mondo, la sua concupiscenza e colui che •compie la volontà di Dio e

rimane in eterno» (2, 17). Il cristiano vive nel mondo: in esso egli deve affermar­ si e riuscire, ma sa che il mondo passa : •Quelli che usano del mondo, vivano come se non ne usassero appieno: perchépassa la scena di questo mondo• (1 Cor 7,31). La cattiveria del mondo passa, si corrompe, non è stabile; il bene, invece, si diffonde, è stabile e vince. Solo in Dio c'è stabilità, permanenza di amore (Gv 4,34; 5,30; 6,38; 7,17; 9,31). L'esempio di Gesù, nella sua trascendenza divina, è paradigmatico. Egli è la parola del Padre e indica la strada per giungervi. Egli è la radicalizzazione del­ la vocazione cristiana in tutta la sua realtà: •In principio era il Verbo [. . . ] tutto è

stato fatto per mezzo di lui [. . ]. In lui era la vita [ . . . ] e le tenebre non l'hanno vinta> (Gv 1, 1-5). Agostino di questi tre versetti fa una sintesi degna di lui: •Per­ .

ché non dovrei amare ciò che Dio ha fatto? Ebbene, scegli: vuoi amare le cose temporali ed essere travolto dal tempo insieme con esse? Non preferirai forse odiare il mondo e vivere in eterno con Dio? La corrente delle cose temporali ci trascina dietro di sé: ma il Signore nostro Gesù Cristo nacque come un albero presso le acque di un fiume. Egli assunse la carne, morì, risorse, ascese al cielo. Volle in certo modo mettere le sue radici presso il fiume delle cose temporali. Tu sei trascinato con violenza dalla forza della corrente? Attaccati al legno di Cristo. Ti travolge l'amore del mondo? Stringiti a Cristo. [. . . ] Dio non ti proibisce di amare le creature, ma ti proibisce di amarle per ottenere da esse la felicità eterna [. . . ]. Supponete che uno sposo fabbricasse l'anello destinato alla sposa,

La

84

comunione con Dio: camminare nella luce

e questa amasse più l'anello che non il suo sposo che lo costruì; forse che at­ traverso quel dono non risulterebbe che la sposa ha un cuore adultero anche se essa ama dò che è dono del suo sposo? Sarebbe come se dicesse: a me basta il suo anello e non mi interessa affatto di vedere lui, che sposa sarebbe mai costei? Chi non detesterebbe la sua insulsaggine?•8. Chi fa la volontà di Dio, ne osserva i comandamenti, ama il prossimo e di­ mora nel suo corpo mistico: la Chiesa. Ecco perché Giovanni condanna la su­ perbia della vita. Fu proprio l'Amore a concedere il dono della vita, che da al­ cune creature razionali fu recepito nella superbia, nella contrapposizione a Dio e nel desiderio di essergli pari. Da qui la condanna per gli angeli dannati: o: Ve­

devo cadere Satana come una folgore- (Le 10, 18) e per Adamo: o:Polvere sei ed in polvere ritornerai» (Gen 1 , 19). La superbia, pertanto, fu il primo peccato ad essere stato commesso: cA causa di un solo uomo ilpeccato è entrato nel mondo­ (Rm 5, 12); o:l'inizio di ogni superbia è il peccato- (Sir 10,13 Vg). Tale peccato, inoltre, secondo Agostino, è anche il più grave: o:La superbia è un'imitazione perversa di Dio; non sopporta, infatti, l'uguaglianza con le altre creature che gli sono sottomesse, ma vuole imporsi agli uguali al posto di Dio•9• L'antidoto migliore, pertanto, contro la superbia è l'umiltà che, però, deve essere intesa bene. Essa non deve essere equivocata con la ritrosia, la mediocri­ tà o la timidezza, bensì deve esser manifestata anche con la più semplice delle buone disposizioni d'animo, cioè la cortesia verso tutti; vale a dire quel senso di benevolenza che si prova nell'accontentare il prossimo e nel gioire per quel che esso ha di buono o di meglio. Gesù è il messaggio di Dio e indica la strada che conduce al Padre. La radicalità della vocazione cristiana in tutta la sua esal­ tante realtà è o:comportarsi come Cristo si è comportato- (2,6). Chi fa la volontà di Dio e osserva i comandamenti, ama. Chi ama è umile e dimora in Dio. Noi tutti siamo chiamati all'amore e alla comunione con la Chiesa.

IJrrrURA

PATRISTICA

Versetto 2,15: •Non amate il mondo, né le cose del mondo! Se uno ama il mondo, l'amore del Padre non è in lui». Cirillo di Alessandria fa consistere la conoscenza di Dio nel rifiuto del mondo: o:Cosa c'è nel mondo che non sia va8

AGOSTINo, Commento all'epistola at Parti, 2, 10-1 1,

9 lo . , La Ctttà dt Dto, 19,12.

cit., 1679-1681 .

Proclamare la propria fede 2, 12-28

85

nità, che molti cercano senza alcuna utilità? Li si vede costantemente affaticarsi nella ricerca del superfluo e del vuoto a servizio di passioni di bassa lega·10• Andrea vi vede l'anima in lotta contro le tentazioni: ·Giovanni ci ricorda che siamo attirati per via dei desideri della nostra carne, in lotta con l'anima. Da ciò si vede che i risorti non amano più il mondo visibile: essi, infatti, non contem­ plano più le realtà temporali, ma tengono lo sguardo fisso sull'eternità•11 •

Versetto, 2,16: •Perché tutto quello che è nel mondo - la concupiscenza del­ la carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita - non viene dal

Padre, ma viene dal mondo-. Agostino commenta l'asservimento ai desideri della carne: •Un amore del mondo che ha in sé ogni forma di concupiscenza è una sorta di adulterio per cui si pecca contro il proprio corpo; se lo spirito dell'uomo si fa continuamente servo di tutti i desideri e i piaceri carnali è lascia­ to solo e abbandonato dallo stesso Creatore-12• Ilario di Arles distingue i pecca­

ti della carne da quelli dello spirito: •La concupiscenza della carne riguarda i nostri desideri fisici, mentre la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita riguardano i vizi dell'anima; ad esempio, un amore smodato di sé stessi non viene dal Padre ma dal mond22• Beda equipara gli anticristi ad un tumore maligno: ·Gli anticristi si sono allontanati da noi, ma Giovanni ci conforta pre­ cisando che, in realtà, non erano reahnente dei nostri. Egli dice sostanzialmen­ te che nessuno , se non un anticristo, ci avrebbe lasciato, perché chi non è contro Cristo rimane legato sempre al suo corpo. Nel corpo di Cristo, tuttavia, ce ne sono alcuni che ancora devono essere guariti e, dunque, una perfetta salute si avrà solo alla risurrezione dei morti. Costoro sono come dei tumori e quando vengono estirpati il corpo sta meglio. Sicché la partenza di questa gen­ te è di grande beneficio alla Chiesa»23•

Versetto 2,20: eGra voi avete ricevuto l'unzione dal Santo, e tutti avete la conoscenza». Severo d'Antiochia commenta tale unzione: cTutti sono stati unti e non soltanto i profeti e i santi, ma soprattutto coloro che hanno creduto in Cri­ sto Redentore che è fin dall'inizio l'unico e veramente santo. Unti saranno anche i futuri credenti, di generazione in generazione, fino alla fine dei tempi. Quan­ do nel nostro lavacro battesimale siamo stati unti simbolicamente con olio profumato per mezzo dello Spirito Santo ed abbiamo ricevuto l'adozione a figli, egli ci ha elargito i suoi doni grazie ai quali siamo eredi di Dio e suoi coeredi con Cristo»24• Beda chiarisce anche lui tale concetto: cL'unzione spirituale è lo stesso Spirito Santo che scende su di noi nel sacramento del battesimo. Giovan­ ni afferma che tutti i cristiani hanno ricevuto tale unzione e sono in grado, pertanto, di discernere i buoni dai cattivi, per cui non si sente in dovere d'inse­ gnare nulla al riguardo. Quando egli parla degli eretici dice che non hanno ri­ cevuto l'unzione del Santo al fine di sottolineare che costoro e tutti gli anticristi vengono privati di tale dono. Essi non appartengono al Signore, che i profeti, di solito, chiamano Santo, ma sono asserviti a Satana il quale non possiede al­ cuna santità»25• Versetto 2,21: "Non vi ho scritto perché non conoscete la verità, ma perché la conoscete e perché nessuna menzogna viene dalla verità». San Beda afferma che le menzogne sono estranee a Cristo: «Siete uniti dallo Spirito Santo e cono-

22

ECUMENIO, Commento, 2,19, ibid., 225.

23

BI!DA IL VENI!RABILI!, Commento, 2,19, ibid., 225.

24

SI!VERo

25

BEDA

IL

m

ArmocHIA,

Catena, 2,20, ibid. , 226.

VF.NI!RABILI!, Commento, 2,20, ibid., 226.

Proclamare la propria fede 2, 12-28

91

scete la verità della fede e della vita. Non avete bisogno, pertanto, d'istruzione alcuna se non per continuare nel percorso lungo il quale vi siete incamminati

[. ] . Ci è stato insegnato come riconoscere l'anticristo, perché Gesù disse: Io sono la verità (Gv 14,6), onde ogni menzogna gli è estranea e coloro che men­ . .

tono non gli appartengono•26•

fede segno dei veri credenti (2,22-25)

La

Giovanni ha messo in guardia la sua comunità contro gli eretici e gli anticri­

sti, ed ora chiarisce ai suoi figli come dissociarsene e come riconoscere gli er­ rori che essi insegnano. Costoro negano che Gesù sia il Messia e, di conseguen­ rinnegano la professione di fede (vv. 22-23). Giovanni si rivolge ai suoi

za,

«figlioli», cioè a coloro che nelle parabole di Cristo sono il grano, mentre invita indirettamente quelli che erano divenuti paglia a ritornare ad essere spighe. 22Chi è il bugiardo se non colui che nega che Gesù è il Cristo? L'anticristo è colui che nega il Padre e il Figlio. 23Chiunque nega il Figlio, non possiede nemmeno il Padre; chi professa la sua fede nel Figlio possiede anche il Padre. 24Quanto a voi, quello che avete udito da principio rimanga in voi. Se rimane in voi quello che a­ vete udito da principio, anche voi rimarrete nel Figlio e nel Padre. 25E questa è la promessa che egli ci ha fatto: la vita eterna.

lmURA

TEOLOGICo-SPIRITUALE

Giovanni ha parlato alla sua comunità degli anticristi (2,18). U descrive come eretici e dice ai suoi figli come si devono distinguere da loro e come riconosce­ re la vera fede da quella falsa. Gli anticristi che sono ancora nella Chiesa nega­ no di essere tali, e se vengono accusati si adirano, ma è Gesù stesso a dire loro, secondo il commento di Agostino: cAbbi pazienza, se si tratta di un'accusa falsa, gioisci con me, perché anch'io sento dire cose false nei miei riguardi dagli an­ ticristi; se si tratta, invece, di un'accusa vera, rientra in te stesso, e se hai timore

di udire ciò, temi ancor più di esserlo•27•

26 n

Ibid., 226 (2,21).

AGOSTINo, Commento all'epistola at Parti, 3, 10, cit., 1703.

92

La

comunione con Dto: camminare nella luce

Giovanni, in particolare, adotta le parole •chi è il menzognerO» (v. 22) per additare coloro che negano che Gesù sia il Cristo. La pericope rivela nelle linee essenziali la falsa dottrina divulgata dagli anticristi: negano che Gesù sia il Mes­ sia, il Figlio di Dio e, di conseguenza, la professione di fede della Chiesa in Cristo. Non è possibile stare in comunione vivente con il Padre se uno nega Gesù. Non è possibile avere la vita, che è nel Padre e nel Figlio, se uno nega Gesù, perché nega la stessa vita e l'amore. È evidente da questi versetti l'intimi­ tà e l'identità di vita tra Padre e Figlio. I credenti sono chiamati a questa identi­ tà, purché rimangano nella verità ricevuta da principio, cioè nella dottrina tra­ dizionale, quella che ricevettero nel momento del battesimo (cfr. 1, 1-3). La frase, poi: «chi confessa la suafede nel.figlio possiede anche il Padre» (v. 23) esprime la gioia dell'apostolo per le professioni di fede vissute in comunione con Dio, ed esse sono il motivo della vita eterna che Dio dona ai figli suoi. Se,

poi, tale dono rimane in noi come principio di vita, abbiamo senz'altro la nostra dimora nel Padre, e se la sua parola, altresì, viene creduta nel nostro cuore e professata dinanzi ai fratelli; quali figli della Chiesa, conduce incondizionata­ mente alla «vita eterna• (v. 24), nonostante tutte le difficoltà, i pericoli e le ten­ tazioni che il mondo ci offre. In tal caso la nostra ricompensa sarà la vita futura in Dio nella verità, secondo la sua stessa promessa: «Venite, benedetti dal Padre

mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mon­ do. (Mt 25,34). Dio ha fatto una grande promessa: la vita in Dio, la viva comu­ nione con Dio, assicurata dallo stesso Cristo (2,25; 3,15; Gv 3,36), a chi riceve, ascolta la parola ed è fedele al messaggio cristiano, cioè a chi ha fede. Ci si potrebbe chiedere, a questo punto, quali tratti fondamentali dovrebbe avere la fede secondo Giovanni, e come essa dovrebbe essere vissuta? Molti di noi abbiamo creduto che la fede fosse credere ad alcune verità astratte e statiche e che il cristianesimo consistesse in insegnamenti a cui aderire. Questa non è la fede che ci presenta l'apostolo Giovanni. Il cristianesimo è un avvenimento che si dà. L'avvenimento è che Cristo è vivente e continua ad operare con le perso­ ne: le trasforma e queste trasformano il mondo. Questo è la Chiesa: un avveni­ mento che si realizza nella storia. È . Cristo risorto che vive negli uomini. Se ve­ ramente il cristiano si è incontrato con Gesù Cristo e se è stato da lui trasformato, egli sa allora che cosa è la fede: è l'incontro con Gesù Cristo viven­ te; è la testimonianza di Gesù, Spirito vivificante, al nostro spirito che siamo figli di Dio. Quando questa testimonianza si effettua nello spirito del cristiano, allora si possiede la fede. Allora ci sentiamo figli di Dio: sentiamo la vita in noi,

Proclamare la propria fede 2, 12-28

93

perché Dio è il nostro Padre. Per questo l'apostolo Paolo afferma che ciò che ci dimostra che siamo figli di Dio è che chiamiamo Dio Padre (= papà, abbà), cioè che abbiamo confidenza filiale in lui. Questa confidenza assoluta è in definitiva la fede. Anche i Padri della Chiesa nel loro tempo hanno inteso il testo giovanneo sulla presenza dell'anticristo assai simile all'esperienza vissuta dalle loro Chiese. Verùvano, infatti, definiti eretici coloro che una volta appartenevano alla Chiesa, ma

che in seguito non ne avevano più condiviso lo spirito, la vita di fede e la

stessa comurùone ecclesiale. L'eresia che al tempo di Giovanni aveva avuto un seguito non indifferente era quella che negava che Gesù era il Messia, inviato dal Padre per la redenzione dell'umanità. Quella vissuta al tempo dei Padri della Chiesa consisteva nell'allontanarsi dall'ortodossia per assumere forme ere­ ticali diverse, ad iniziare dalla perpetuazione del giudaismo fino alle eresie del IV secolo di cui fanno cenno, quando parlano di pelagiani, donatisti, ariani,

fotirùani, manichei, sabelliarù, simoniaci ecc. La fede per l'apostolo Giovanrù, invece, costituisce un evento fondamentale della vita cristiana: si manifesta nel cristiano con gradualità con l'adesione sincera alla parola di Dio, che anticipa

la fede piena dell'incontro personale con il Signore.

L!rrrU RA PATRISTICA

Versetto 2,22: eChi è il bugiardo se non colui che nega che Gesù è il Cristo? L'anticristo è colui che nega il Padre e il FigliO». Beda affronta l'eresia di per sé: cGiovanrù ha già detto che ogni menzogna allontana dalla verità, ma poiché gli errori molto spesso vengono prospettati sotto aspetti diversi, egli definisce il rifiuto di Cristo come la menzogna suprema, tanto che riesce difficile concepir­ ne una simile. È proprio dei Giudei negare che Gesù sia il Cristo. Anche gli eretici, tuttavia, non credono in lui secondo rettitudine e non ritengono che Gesù sia il Cristo, non perché si rifiutano di amarlo ed essergli devoti quale Figlio di Dio, ma perché lo ritengono una persona divina sott'ordinata e non si fanno scrupolo di contraddirlo�28• Andrea confuta l'eresia che nega che Gesù sia il Cristo: «L'eresia di Simone consiste nel sostenere che Gesù e Cristo siano due persone diverse: Gesù, per costui, era il figlio di Maria; Cristo, invece, era disce-

28

BI!DA IL

VENERABILE,

Commento, 2,22, in La Bibbta commentata dai Padri, cit., 227.

La

94

comunione con Dio: camminare nella luce

so dal cielo in forma di colomba al fiume Giordano. Giovanni condanna tale eresia e l'annovera tra le attività del diavolo. Vi erano anche altri eretici in quel tempo che ponevano una distinzione tra il Padre ed un'altra divinità che chia­ mavano il Padre di Cristo. Anche costoro negavano la divinità di Gesù, perché affermavano che lui era stato soltanto un uomo privo della natura divina, per cui ne negavano anche la filiazione dal Padre.29.

Versetto 2,23: ��.Chiunque nega il Figlio, non possiede nemmeno il Padre; chi

professa la suafede nel Figlio possiede anche il Padre». Beda sollecita a compren­ dere in cosa consista la professione di fede: «Giovanni la considera come un moto dell'anima che coinvolge la parola e l'azione. L'apostolo Paolo disse anche lui qualcosa di simile quando scrisse:

Nessuno può dire: Gesù è il Signore se non sotto l'azione dello Spirito Santo (1 Cor 12,3), nel senso che, se il Paraclito non ci dà la grazia, non possiamo servire Cristo con fede perfetta ed amore grande•30• Andrea precisa che chi nega il Figlio non possiede il Padre: cVi erano al tempo di Giovanni alcuni eretici che negavano il Figlio, ma affermavano di conoscerne il Padre. Evidentemente non conoscevano né l'uno né l'altro, perché, altrimen­ ti, avrebbero sostenuto che Cristo Gesù era il Figlio del Padre. Costoro sono simili ai Giudei che affermano di conoscere il Padre,

ma

non accettano il Figlio,

e la medesima empietà è condivisa anche dai seguaci di Simone»31 •

Versetto 2,24: «Quanto a voi, quello che avete udito da principio rimanga

in voi. Se rimane in voi quello che avete udito da principio, anche voi rimarrete nel Figlio e nel Padre». Andrea chiarisce ancora quale sia l'insegnamento di Giovanni· «L'apostolo prosegue il suo insegnamento con il rifiuto dell'empietà, insiste sull'aver la fede, ed incoraggia gli ascoltatori a credere alle sue parole, perché, grazie ad esse, avranno la comunione con il Padre e con il Figlio ed otterranno il compimento della promessa della vita eterna»32• Beda, a sua volta, chiarisce cosa significhi da principio: «Vivi con tutto il cuore la fede e l'insegna­ mento degli apostoli che la Chiesa ha predicato fin dall'inizio, perché soltanto quelle parole ti renderanno partecipe della grazia divina»33•

29 30

ANDREA, Catena, 2,22, ibid., 227. BEDA IL VENERABILE, Commento, 2,23, ibid., 227.

31 ANDREA, Catena, 2,23, ibid., 227. 32

Io.,

33

BEDA IL VENERABILE, Commento, 2,24, ibid., 228.

Catena, 2,24, ibid., 228.

95

Proclamare la propria fede 2, 12-28

Versetto 2,25: ·E questa è la promessa che egli ci ha fatto: la vita etern�. Teofilatto spiega in cosa essa consista: •Cos' è la vita eterna? Conoscere l'unico vero Dio e Gesù Cristo che il Padre ha inviato•31• Beda conferma, a sua volta, come essa dev'essere intesa: .:Giovanni ha fatto tale precisazione per risponde­ re in un certo qual modo a coloro che vogliono conoscere quale sia il vantaggio di seguire Cristo: cosa se ne ottiene? la vita eterna·35•

Rimanere saldi nella vera fede (2,26-28)

Ci rendiamo conto che non è facile prendere le distanze dai maestri dell'er­ rore. Giovanni lo sa bene, e per tale motivo richiama ancora una volta i suoi

fedeli. Il dono della vita filiale e dell'unzione nello Spirito ricevuto nel battesimo

dà per rimanere fedeli nella via dell'esperienza cristiana. I credenti, grazie ad essa, sono resi sufficientemente forti, per cui pos­ sono resistere alle tentazioni di Satana, espressione stessa dell'anticristo (cfr. Mt

è l'unico sostegno che Dio ci

1 6, 18). 26Questo vi ho scritto riguardo a coloro che cercano di ingannarvi. 27E quanto a voi, l'unzione che avete ricevuto da lui rimane in voi e non avete bisogno che qualcuno vi istruisca. Ma, come la sua unzione vi insegna ogni cosa ed è veritiera e non mentisce, cosl voi rimanete in lui come essa vi ha istruito. 28E ora, figlioli, ri­ manete in lui, perché possiamo avere fiducia quando egli si manifesterà e non ve­ niamo da lui svergognati alla sua venuta.

LETIURA

TEOLOGICO-SPIRITIJALE

I credenti hanno bisogno soltanto di

Gesù come loro maestro: c// Consolato­

re, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli v'insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi bo detta. (Gv 14,26). Agostino commenta in modo mirabile tale passo della lettera: •Fratelli, cosa facciamo quando v'inse­ gniamo ciò? Se l'unzione dello Spirito Santo è quella che v'istruisce su tutto, il

34

ThoFILATIO, Commento, 2,25, ibid. , 228.

35 BEDA IL VENERABILE, Commento, 2,25, ibid., 228.

La

96

comunione con Dio: camminare nella luce

nostro insegnamento sarebbe inutile, ed allora perché insistervi? Sarebbe meglio se rimaneste affidati soltanto alla sua unzione. Questa è una domanda che pon­ go a me e all'apostolo Giovanni, e lui si degni di ascoltare questo fanciullo che lo interroga. Gli chiedo dunque: coloro ai quali tu ti rivolgevi avevano ricevuto già l'unzione? Tu hai scritto: La sua unzione v 'istruisce su tutto, ed allora perché hai inviato tale lettera? Per qual motivo istruirli, ammaestrarli e edificarli? Fratel­ li, qui vi è un grande mistero su cui occorre riflettere; le nostre parole vengono percepite dall'orecchio, ma il vero maestro sta nel cuore. Non crediate di poter apprendere qualcosa da un uomo; questi può esortare, ma se nella vostra anima non vi è colui che insegna, le parole udite sono soltanto inutili. Ne volete una prova? Ebbene, non è vero che avete udito tutto ciò che ho detto? Quanti saran­ no coloro che si allontaneranno da questa adunanza senza aver appreso nulla? Per quel che mi riguarda ho parlato a tutti, ma coloro al cui cuore l'unzione ricevuta non parla, cioè lo Spirito Santo non istruisce, costoro vanno via senza aver appreso nulla. La parola del maestro è soltanto un ammonimento, un aiu­ to. Colui che ammaestra i cuori ha la sua cattedra in cielo, e vi dice nel vange­ lo: Voi non fatevi chiamare Rabbi, perché uno soltanto è il vostro maestro, e voi

siete tutti fratelli (Mt 28,8). Sia dunque il Signore a parlare al vostro cuore; un uomo potrà starvi sempre al fianco, ma non potrà parlare mai alla vostra anima.

Vi sarà sufficiente sempre l'unzione ricevuta, affinché al vostro cuore assetato della Parola non manchi mai tale cibo. È Cristo, quindi, il maestro dell'anima, ed è la sua ispirazione ad istruirei. Quando manca la sua unzione e la sua ispi­ razione, le parole fanno soltanto un inutile strepito•36• Gli uomini superficiali ed impazienti si pongono sempre alla ricerca di qual­ cuno cui aggrapparsi e, quindi, vanno contro la testimonianza cristiana. Il se­ guace di Cristo sa che lo Spirito è la vera guida, ispira in noi la sua parola e c'insegna tutto ciò che egli ha rivelato. Comprendere il significato dell'espres­ sione «rimanere in lu'b (v. 28) ci pone di fronte al mistero della nostra comunio­ ne con Dio, e questo è il mistero stesso della nostra redenzione. Senza essere in comunione con lui, a somiglianza del tralcio e della vite della parabola, non è possibile partecipare alla sua potenza gloriosa mediante la quale ha «rappa­

ci.ficato con il sangue della sua croce, cioè per mezzo di lui, le cose che stanno sulla terra e quelle nei ciel'b (Co/ 1,20). Rimanere in Cristo è un comandamento

36

AGOSTINo, Commento all'epfstola at Partt, 3,13, cit., 1705-1707.

97

Proclamare la propria fede 2, 12-28

che ci impegna spiritualmente sia verso lui che verso il prossimo; la grazia di Dio che ci viene data gratuitamente è, quindi, un dono che ha la caratteristica della transitività: si muove dalla mano di Dio verso la nostra e ci spinge sempre ad essere testimoni del Signore dinanzi a noi stessi e agli uomini. Cristo è il mediatore tra noi ed il Padre. Cristo è il Figlio suo unigenito e con

la carne di cui volle rivestirsi ha manifestato all'uomo in modo pieno e perfetto la presenza e la parola di Dio: ·Uno solo, infatti, è Dio e uno solo il mediatorefra Dio e gli uomini, l'uomo Cristo Gesù, che ha dato se stesso in riscatto per tuttb (1 Tm 2,5). Paolo torna ancora su tale concetto, e stabilisce un confronto tra la mediazione imperfetta dell'antico sacerdozio e la mediazione perfetta di Cristo:

la prima fu soltanto •un'immagine e un'ombra. (Eb 8,5), mentre Gesù ·ha con­

seguito un ministero tanto più eccellente quanto migliore è l'alleanza di cui è mediatore, essendo questa fondata su migliori premesset (Eb 8,6). Cristo, quindi, è il «mediatore della nuova alleanza. (Eb 9, 15; 12,24), onde non volle più che Vi fosse un sommo sacerdote del tempio. Egli, quale Figlio del Padre, è irradia­ zione della sua gloria ed impronta della sua sostanza. (Eb 1,3) e la sua media­ zione trascende anche quella degli angeli: ·Infatti, a quale degli angeli Dio ha mai detto: Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato?- (Eb l ,5). La mediazione di Cristo, però, avrà il suo epilogo alla fine dei tempi, e sarà lui, quindi, che «Consegnerà il regno a Dio Padret (1 Cor 15,24) affinché «Dio sia tutto in tuttb (1 Cor 15,28). In Cristo mediatore tutto è iniziato e tutto con lui avrà termine, perché: •È in Cristo che abita corporalmente tutta la pienezza della divinit� (Col 2,9), per mezzo della quale ifurono create tutte le cose [ . . ] perché per mezzo di lub (Col 1 ,16) .piacque a Dio [ . ] riconciliare a sé tutte le coset (Co/ 1,19-20). c

.

.

.

Tenteremo ora di comprendere più ampiamente l'ultimo versetto in esame:

•Rimanete in lui, perchépossiamo averefiducia quando apparirà e non veniamo svergognati da lui alla sua venuta. (v. 28) con riferimento al testo precedente: "Questa è la promessa che egli ci ha fatto: la vita eterna. (v. 25). Giovanni aveva molti motivi per indurre i suoi figlioli a credere nella risurrezione dei morti e nella via eterna; anzitutto secondo le parole di Giobbe: /o so che il mio reden­ tore è vivo e nell'ultimo giorno risorgerò dalla terra e sarò nuovamente rivestito della mia pellet (Gb 19,25 Vg) e poi dalle parole di Paolo: cSe, infatti, i morti non risorgono neanche Cristo è risorto, ma se Cristo non è risorto, è vana la nostra fede e voi siete ancora nei vostri peccatb (1 Cor 15,16). Gli anticristi di c

quel tempo avevano già concepito e divulgato quel che nei secoli successivi i loro seguaci avrebbero posto per iscritto e che noi oggi definiamo eresie. I pri-

La

98

comunione con Dio: cammtnare nella luce

i quali dicono che non c'è la risurrezione» (Le 20,27). Essi sostenevano, infatti, che il fine ultimo dell'uomo è la beatitudine o la feli­ cità, e che essa è del tutto raggiungibile secondo la nostra natura, onde nega­ rrù furono «alcuni sadducei,

vano la ragionevolezza di una vita ultraterrena nella quale si sarebbe raggiunta la perfezione. Contro i Sadducei vi è la rivelazione di Gesù: «In verità, in verità vi dico: è

venuto il momento, ed è questo, in cui i morti udranno la voce del Figlio di Dio, e quelli che l'avranno ascoltata vivranno• (Gv 5,25). La risurrezione è, quindi, la condizione necessaria affinché tutti gli uomini ricevano il premio o la pena ad essi spettante, sia per merito proprio, come gli .adulti, sia per merito del Si­ gnore, come i bambini. La condizione naturale dell'umanità è di per sé comune a tutta la specie, ed anche la risurrezione sarà tale, poiché l'anima può raggiun­ gere la sua perfezione soltanto se è unita al corpo. La risurrezione di Cristo, pertanto, quale Dio vero, è la causa prima ed analogica della nostra risurrezio­ ne, e quale Dio vero ed uomo vero risuscitato dai morti, ne è la causa prossima ed univoca : «Colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri

corpi mortali per mezzo del suo Spirito- (Rm 8, 1 1). Tommaso d'Aquino compen­ dia in poche parole tale concetto: ·La risurrezione somiglierà in qualche modo a quella di Cristo con riguardo alla vita terrena nella quale tutti gli sono stati conformi. Tutti perciò risorgeranno ad una vita immortale. I santi, però, che gli furono simili nella grazia gli saranno tali anche nella gloria·37• Tutti gli uomini, pertanto, risorgeranno, per cui la risurrezione di Cristo costituirà il modello della nostra risurrezione.

LETI'URA PATRISTICA

Versetto 2,26: •Questo vi ho scritto riguardo a coloro che cercano di ingan­

narvi> . Beda, al pari di Giovanni, insiste su coloro che vogliono ingannare: «Coloro che ingannano non sono soltanto gli eretici che tentano di allontanarci dalla fede con dottrine false, ma anche coloro che allontanano le menti deboli dalla promessa della vita eterna, incantandole con le concupiscenze della carne o intirrùdendole con la disapprovazione del mond (1 Cor 7,31). Giovanni in tale lettera prefigura il giungere dell' ultima ora, mentre, con riguardo al suo avverarsi, sia lui che gli altri apostoli avevano chiesto a Gesù :

«quale sarà il segno della tua venuta e della fine del mondO» (Mt 24 , 3) La risposta fu apocalittica nel tono e nel contenuto: «quanto a quel giorno ed a quell'ora, però, nessuno lo sa, neanche gli angeli del cielo e neppure il Figlio, ma solo il Padrf? (Mt 24,36) . Ecco perché Pietro nella sua seconda .

lettera fa appello anche lui a tutti i cristiani affinché fossero sempre vigilan­ ti per la fede e caritatevoli nelle loro opere: «Tali dovete essere voi nella

santità della condotta e nella pietà [. ] cercate di essere senza macchia e irreprensibili davanti a Dio, in pacf? (2 Pt 3, 1 1-14). Il motivo di ciò consiste . .

nel far vivere nel nostro cuore la virtù della speranza, dal momento che il cammino stesso della storia dell'uomo spinge sovente allo sconforto. Noi, pertanto, dobbiamo avanzare spiritualmente con coraggio facendo ricorso sempre a tale virtù, ed inoltre dobbiamo tener alto lo sguardo verso il gior­ no della risurrezione. La speranza non è un'illusione, ma il consistere stesso della figliolanza di Dio, ed essa è espressa nella trilogia di Paolo: «l'impegno

nella fede, l'operosità nella carità, la costante speranza nel Signor€? (1 Ts 1,3). A suo fondamento, quindi, vi è la grazia del Paraclito che ci sostiene e ci fa combattere contro tutte le ingiustizie del mondo. La speranza, in par­ ticolare, è una virtù giovanile ed entusiasmante che si coniuga bene anche con quelle dell'attesa e della pazienza. I cristiani, quindi, · non devono resta­ re inerti né scoraggiarsi,

ma

neppure reagire ciecamente, e a questo ci in­

coraggia il Salmista: «Sta ' in silenzio davanti al Signore e spera in lui; non

irritarti per chi ha successo, per l'uomo che trama insidi€? (Sal 37,7). Alla fine dei tempi, poi, sorgerà il giorno grandissimo della speranza: la Pasqua di Cristo e la nostra, cioè quella salvezza completa che è narrata nelle ultime pagine dell'Apocalisse che è il libro della speranza per eccellenza, onde possiamo dire con Paolo: «Il Dio della speranza vi riempia di ogni gioia e

pace nella fede, perché abbondiate nella speranza per virtù dello Spirito SantO> (Rm 15,13).

parte seconda LA COMUNIONE CON DIO: VIVERE DA FIGLI DI DIO

2 ,29-4,6

L'apostolo Giovanni, in questa seconda parte della lettera, si rivolge a quei cristiani che attendono parole di speranza. L'annuncio conforta veramente il seguace di Cristo nel suo difficile cammino di fede. L'amore che Dio ha donato agli uomini che ora possono sentirsi elevati alla dignità di figli di Dio esige conformità a tale amore di cui essi sono oggetto. Non si tratta di indagare su questo nostro futuro, perché ciò che saremo non è stato ancora manifestato, ma soltanto di confidare nella parola di Cristo, di non commettere il peccato, di rimanere in lui, di amare i fratelli nella dimensione della croce, di professare la nostra fede in Cristo, segno della presenza operante dello Spirito di Dio. L'apostolo Giovanni così continua l'esposizione dei criteri di comunione con Dio, sviluppati in termini di figliolanza: praticare la giustizia, e lottare contro il peccato (2,29; 3,10); la fede in Cristo, segno dello Spirito di Dio (4,1-6).

l.

Giustizia sì, peccato no

2 ,29-:3 , 10

Siamo figli di Dio (2,29-3,3)

Il cristiano figlio di Dio è, di per sé, la tradizione apostolica stessa, e Giovanni ne è il teologo per eccellenza. Ma la prospettiva di lettura di questa realtà del cristiano è ampia. Per ora Giovanni vuole considerare solo il .figlio di Dio, cioè il cristiano in relazione al Padre e al Cristo. Un imperativo s'impone: l'imitazione. Egli nei versetti in esame connota il fedele come colui che opera la giustizia, ama il Padre con amore filiale ed il Figlio con amore fraterno. 29Se sapete che egli è giusto, sappiate anche che chiunque opera la giustizia, è stato generato da lui. �-� Vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente! Per questo il mondo non ci conosce: perché non ha conosciuto lui. 2Carissimi, noi fin d'ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è. 3Chiunque ha questa speranza in lui, purifica se stesso, co­ me egli è puro.

LITrURA TEOLOGICQ-SPIRITUALE

Il versetto �voi sapete che egli è giusto• (v. 29) è un'affermazione di fede circa la giustizia di Dio da riferirsi anzitutto al Padre e quindi a Cristo. È un concetto molto ampio che comprende in sé sia quello di giustificazio­ ne e di salvezza, sia quello di tutela del prossimo, a iniziare dai poveri,

104

La

comunione con Dto: vivere da ftglt dt Dto

nonché di lotta all' oppressione, sorretta dal senso di rettitudine. Giovanni si ri­ ferisce a tutti coloro che sono chiamati ad esercitare la giustizia: costoro devono imitare il Signore che �viene a giudicare la terra. Giudicherà il mondo con giustizia e i popoli con rettitudine. (Sal 98,9). San Paolo più volte sottolinea la

giustizia del Signore, cioè la sua volontà salvifica che egli chiama grazia, vale a dire l'amore di Dio che si volge all'uomo e se ne allontana quando, nell'eser­ cizio del suo libero arbitrio, la rifiuta e preferisce commettere il peccato. Dio manifesta la sua giustizia attraverso Gesù e la sua missione: �Egli è vittima di

espiazione per i nostri peccati> (2, 1-2). La giustizia di Dio è l'amore gratuito e universale che Cristo ci ha manifestato sulla croce. Allora il cristiano è giusto quando prolunga questo dono di amore che viene da Dio verso ogni fratello o sorella che incontra nel suo cammino. I pensieri di colui che scrive ora si moltiplicano. Dio, che è la giustizia e la santità per eccellenza, diventa modello del cristiano, che è cnato da lui> (v. 29). I figli tendono a imitare e ad amare i loro padri. L'imitazione e la comunione con Dio sono i presupposti di questa figliolanza. Noi siamo figli di Dio. Per Giovan­ ni qui non si tratta di un semplice titolo, ma di una partecipazione allo Spirito che rende il discepolo capace di compiere la volontà del Padre, come Gesù l'ha realizzata. Circa il secondo concetto del versetto in esame sulla generazione dell'uomo giusto da Dio, Giovanni ci sospinge ad intenderlo nel senso che noi, quali figli di Dio, dobbiamo amarlo ed imitarlo, secondo l'insegnamento stesso di Gesù: o: Voi, dunque, siate perfetti. come è perfetto il Padre vostro celeste- (Mt

5,48). L'imitazione e la comunione con Dio sono i presupposti della nostra fi­ gliolanza; essa non è un orpello, bensì una kénosi: il nostro svuotarci del mondo per partecipare allo Spirito che ci permette, da figli del Padre, di essere in grado di compierne la volontà, ad imitazione del Figlio. Per Giovanni, essere figli di Dio significa vivere una realtà nuova quale grazia (= cbaris) inaspettata e gratis

data e, quindi, ricevere la sua carezza, la sua carità. Noi possiamo vivere secon­ do Dio, perché ci è stato dato il modo di vivere di Dio e siamo realmente suoi figli, anche se ora non partecipiamo in pieno a questa realtà. Questa figliolanza e assimilazione a Dio qui in terra è solo l'inizio di quella che vivremo in pienez­ za nei cieli. Non possiamo essere pienamente figli se non saremo risuscitati. L'equilibrio dinamico del cristiano è duplice: come figlio di Dio deve vivere sempre in un'unione perfetta con il Padre, pur rimanendo consapevole della sua realtà di peccatore (cfr. 1,8-10), mentre come membro della Chiesa si trova a scegliere di continuo tra il bene ed il male: la parola di Dio e il mondo. È com-

G1ustizta si, peccato no 2.29-3, 1 O

105

pito del cristiano d'oggi, in particolare, esser coerente con la fede di fronte al laicismo politico e sociale che nel nostro tempo ha sopraffatto lo spirito. Osser­ vare la parola di Dio e vivere con Cristo, per Cristo ed in Cristo è la figliolanza divina (cfr. Gv 1 , 13), ed essa ci riporta a quella realtà che Gesù visse nel miste­ ro pasquale, e ci consente di considerare il tempo in cui viviamo alla luce della speranza fiduciosa della sua parusìa che avverrà nella gloria . Per l'apostolo

.esserefiglio di Dio, essere nato da DiCP significa essere uomo chiamato a vivere una vita nuova (cfr. Gv 3,3-5); significa ricevere dal Signore un dono gratuito ed inaspettato: �A quanti però lo hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di DiCP (Gv 1 , 1 2). Noi possiamo vivere secondo il Signore perché egli ce ne ha dato il modo, e siamo realmente figli suoi, anche se in questa vita non avremo pienamente tale identità, ma vi parteciperemo soltanto nell'ultimo giorno quan­ do risusciteremo. L'invito di Giovanni a contemplare il dono ricevuto dall'amore del Padre in un contesto di fede e di grazia è chiaro: �Quale grande amore ci ba dato il Padre

per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente! [ . ] quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è. (3, 1-2), . .

e questa è la nostra identità. Naturalmente ora solo nel desiderio, dirà brillante­ mente sant'Agostino: �Non potendo voi ora vedere questa visione, vostro impe­ gno sia desiderarla . La vita di un buon cristiano è tutta un santo desiderio. Ma se questa cosa è oggetto di desiderio, ancora non la si vede, e tuttavia tu, attra­ verso il desiderio, ti dilati, cosicché potrai esser riempito quando giungerai alla visione. Anunettiamo che tu debba riempire un grosso sacco e sai che è molto voluminoso quello che ti sarà dato; ti preoccupi di allargare il sacco o l'otre o qualsiasi altro tipo di recipiente, più che puoi; sai quanto hai da metterei dentro e vedi che è piccolo; allargandolo lo rendi più capace. Allo stesso modo Dio con l'attesa allarga il nostro desiderio, col desiderio allarga l'animo e dilatando­ lo lo rende più capace. Viviamo dunque, o fratelli, di desiderio, poiché dobbia­ mo essere riempiti»1• Ancora un intrattenimento brevissimo sull'ultimo versetto: eChi ha questa

speranza in lui purifica se stessa» (v. 3). Il cristiano nella sua lotta contro il mon­ dò e le lusinghe di Satana è sostenuto- dalla speranza di divenire simile a Cristo, così come Gesù stesso ci ha promesso tramite Paolo: c// Dio della speranza vi

1

AGOSTINO,

Commento all'epistola ai Parti, 4,6,

cit. , 1717s.

La

106

comunione con Dio: vivere daftglt dt Dio

riempia di ogni gioia e pace nellafede, perché abbondiate nella speranza per la virtù dello Spirito SantO» (Rm 15,13). Chi ha la speranza imita Colui che è puro e giusto e fa del cammino di Cristo il metro del suo pellegrinaggio terreno. Gli Apostoli fecero l'esperienza concreta che Dio era il Signore soltanto quando Gesù visse con loro; ed ancor più lo sentirono nel loro cuore dopo la Pasqua. Egli, pertanto, può vivere anche in noi perché, da uomini nuovi, viviamo in unione con lui, e tale nostra condizione è visibile nella Chiesa che è una comu­ nione di cuori. Chi è in Cristo è uno spirito vivificato che annuncia la sua paro­ la, ed in tale stato si è figli di Dio: questo è il cristianesimo; un cammino verso il Padre con Cristo per portare frutti spirituali per le vie del mondo. Quando, al termine del nostro pellegrinaggio, contempleremo Dio nella sua vera luce, allora comprenderemo perfettamente tutto l'amore che egli ha avuto per noi. La Chiesa militante, che ora è in cammino verso la casa del Padre, co­ nosce tale amore e vi ritrova sempre se stessa. Chi ha tale speranza fa del cam­ mino di Cristo la sua regola di vita e fa di tutto per imitarlo, perché soltanto lui ci purifica e non già i no�tri sforzi umani. Chi è in Cristo è uno spirito vivifican­ te, annuncia il Vangelo e vive nel cuore dei fratelli; ciò significa essere figli di Dio. Questa è la nostra fede: un cammino verso il Padre con Cristo, portando nel mondo la parola di Dio ed esserne imitatori.

LmuRA

PATRISfiCA

Versetto 2,29: .Se sapete che egli è giusto, sappiate anche che chiunque ope­ ra la giustizia, è stato generato da lui». Beda ci invita ad operare secondo la giustizia che è in Dio: «La nostra giustizia si fonda esclusivamente sulla fede, e la perfezione di tale virtù non si trova neanche negli angeli se vengono posti a paragone con Dio. Nella misura in cui la giustizia delle anime e degli spiriti che il Signore ha creato può essere perfetta, tale perfezione può essere raggiunta anche dagli uomini giusti e buoni che non si sono allontanati da lui, non hanno ceduto alla superbia, non sono rimasti inerti a contemplare la sua parola, ma l'hanno praticata e non hanno accettato altro Dio se non colui che ci ha creato.2• Clemente di Alessandria precisa che chiunque opera la giustizia voluta da Dio è nato da Cristo: «Essere nato da lui vuoi dire essere nato nella fede»3•

2 �

BI!DA IL VENERABR.E, Commento, 2,29, in La Bibbia commentata dat Padri, cit., 229s. CLEMENTI! DI Ai.EssANDRJA. Adumbrationes, 2,29, ibid., 229.

Gtust1zta sì, peccato no 2.29-3, 10

107

Versetto 3,1: • Vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere

chiamatifigli di Dio, e lo siamo realmente! Per questo il mondo non ci conosce: perché non ha conosciuto lui�. Beda commenta l'amore che i figli del Padre hanno per lui: cLa grazia che ci ha concesso il Creatore è così grande da per­ metterei di conoscerlo e di amarlo come i figli amano il padre. Sarebbe già molto se ci fosse data la possibilità di amare Dio come un servo ama il suo padrone o il lavoratore il suo datore di lavoro. Amare Dio come padre, però, è tutt'altra cosa•4. Ecumenio si appunta sull'essere figli di Dio: «Sappiamo che siamo stati accolti dal Signore come figli suoi e, se ciò non è d'evidenza imme­ diata, non dobbiamo farcene un problema: ce ne renderemo conto quando egli ritornerà sulla terra�5•

Versetto 3,2: «Carissimi, noifin d'ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora

rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è» . Agostino commenta

cosa significhi essere in Dio: «Se nell'enigma di questa vita (nella quale, tuttavia, abbiamo riscontrato qualche somiglianza con Dio) la disuguaglianza tra noi ed

il Verbo è moltissima, dobbiamo ritenere e proclamare che anche quando sare­ mo somiglianti a lui e lo vedremo come egli è neppure allora gli saremo uguali per natura, perché la natura creata è di per sé inferiore alla natura creatric�6• San Severo di Antiochia commenta anche lui in che consista vedere Dio così come egli è: «Noi viviamo come figli di Dio anche nella vita terrena, ci purifi­ chiamo con le virtù e camminiamo nella somiglianza a qualcosa di meglio. In­ coraggiati da ciò, verremo spinti alla luce della risurrezione ed allora lo vedremo così come egli b7• Versetto 3,3: «Chiunque ha questa speranza in lui, purifica se stesso, come egli è puro.. Andrea commenta come si possa essere ad immagine e somiglian­ za di Dio: «Alcuni ritengono che Dio ci abbia creato a sua immagine, ma non secondo la sua somiglianza divina che, invece, ci verrebbe conferita in futuro. Se, però, ci si allontana dalla sua immagine nessuno ci renderà mai somiglianti



BEDA IL VEN!!RABILE, Commento, 3,1, ibid., 232.

5

EcuMP.NIO,

6

Commento, 3,1, ibid., 232.

AGOSTINo, La Trlnttà, XV, 16,26. 7 SEVERO m ANTIOCHIA, Catena, 3,2, in La Bibbia commentata dat Padri, cl t., 233

La

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comunione con Dto: vivere da figli di Dio

a lui, salvo che non avessimo perfezionato del tutto il vivere a sua immagine. Ecco perché Giovanni aggiunge: Chiunque ba questa speranza in lui, purifica se stesso come egli è puro. Soltanto chi contempla Dio può esserlo realmente. Il mio vescovo, tuttavia, nella sua lettera ai Corinti [probabilmente Severo di An­ tiochia, n.d.r.] ha dimostrato, rifacendosi ai Padri, che essere ad immagine e somiglianza di Dio è la medesima cosa, e che Giovanni in tale passo stava parlando di realtà già accadut�8• San Beda illustra il concetto di imitare la pu­ rezza di Dio: cMolti affermano di avere la speranza della vita eterna in Cristo, tuttavia vivono in modo trascurato e svuotano di senso tale loro professione di fede. Evidentemente chi ha veramente la fede la mostra nei fatti mediante il compimento di opere buone [ . . ], il rifiuto dell'empietà e dei desideri mondani, .

per cui vive una vita retta, devota e ad imitazione di Cristo. Ci viene comanda­ to di imitare la purezza della santità di Dio fin dove ne siamo capaci e ci viene insegnato di sperare nella gloria della somiglianza divina secondo la nostra possibilità di · riceverla�9•

D cristiano nato da Dio non pecca (3,4-10)

Il tema della figliolanza divina pone Giovanni di fronte al dilemma : figli di Dio o figli del diavolo. Chi è nato da Dio1 proprio perché si sente figlio, non può tradire il Padre che lo ama e gli concede la sua fiducia. L'apostolo, quindi, si rivolge a coloro che ancora non sono riusciti vittoriosi sul peccato e convivo­ no con esso, ancorché occasionalmente. Le semplici esortazioni di Giovanni, soffuse nello stesso tempo di bontà e severità, di preoccupazione e fiducia, hanno lo scopo di colpire alla radice il peccato che serpeggia all'interno della comunità e mina la sua esistenza.

4Chiunque commette il peccato, commette anche l'iniquità, perché il peccato è l'i­ niquità. 5Voi sapete che egli si manifestò per togliere i peccati e che in lui non vi è peccato. 6Chiunque rimane in lui non pecca; chiunque pecca non l'ha visto né l'ha

8 ANDREA, 9

Catena, 3,3, ibid. , 234. BEDA 11 VENERABILE, Commento, 3,3, lbld. , 234.

Giusttzia sl, peccato no 2.29-3, 10

1 09

conosciuto. 7Figlioli, nessuno v'inganni. Chi pratica la giustizia è giusto come egli è giusto. 8Chi commette il peccato viene dal diavolo, perché da principio il diavolo è peccatore. Per questo si manifestò il Figlio di Dio: per distruggere le opere del dia­ volo. 9Chiunque è stato generato da Dio non commette peccato, perché un germe divino rimane in lui, e non può peccare perché è stato generato da Dio. 10ln que­ sto si distinguono i figli di Dio dai figli del diavolo: chi non pratica la giustizia non è da Dio, e neppure lo è chi non ama il suo fratello.

LETIURA TEOLOGICO-SPIRITUALE Il criterio di discernimento che l'apostolo indica alla sua comunità è quello

di praticare o non praticare la giustizia, cioè di commettere o non commette­ re il peccato, di amare o non amare i fratelli . In altre parole, chi non compie la giustizia non fa la volontà di Dio e non ama. Scrive giustamente Agostino: cSolo l'amore dunque distingue i figli di Dio dai figli del diavolo. Se tutti si segnassero con la croce, se rispondessero Amen e cantassero tutti l'Alleluia; se tutti ricevessero il battesimo ed entrassero nelle chiese, se facessero costrui­ re i muri delle basiliche, resta il fatto che soltanto la carità fa distinguere i figli di Dio dai figli del diavolo . Quelli che hanno la carità sono nati da Dio, quel­ li che non l'hanno non sono nati da Dio. È questo il grande criterio di discer­ nimento. Se tu avessi tutto, ma ti mancasse quest'unica cosa, a nulla ti giove­ rebbe ciò che hai; se non hai le altre cose, ma possiedi questa, tu hai adempiuto la legge• 1 0 • Ma il peccato sta al centro delle preoccupazioni di Giovanni. Allora come deve essere inteso? I versetti in esame lo dicono con assoluta chiarezza: il pec­ cato è la trasgressione della legge. Il peccato, nel linguaggio biblico, è espresso con una molteplicità di termini che lo denotano come un deviare o fallire il

bersaglio e, di conseguenza, la conversione viene intesa come un ritornare. L'Antico Testamento, infatti, si apre proprio con l'episodio di un peccato (Gen

2-3). Dio ha creato l'uomo in armonia con se stesso, con il prossimo e con la natura, ma Adamo s'illuse di darsi un ordine morale alternativo che l'opponeva a Dio, lo poneva in disaccordo con il prossimo e gli rendeva ostile il creato. Ciò viene chiamato il peccato originale, raffigurato nel cogliere il frutto dell'albero della conoscenza cdel bene e del male. (Gen 3,5).

10

AaosnNo,

Commento all'eptstola at Partt, 5,7, cit., 1737.

La

1 10

comunione con Dto: vivere da figli di Dto

Il peccato, pertanto, è un'opposizione a Dio, ed esso continuerà a gravare sulla vita dell'uomo e sulla sua storia, e nella Scrittura lo si addita sopratutto nell'idolatria e nell'ingiustizia, cioè nelle due relazioni che l'uomo intrattiene come creatura razionale: Dio ed il prossimo. È il profeta Isaia che, ponendosi di fronte il Signore, ci parla del peccato e della sua purificazione nel dolore della penitenza e nel fuoco dell'espiazione: «Uno dei serafmi volò verso di me;

teneva in mano un carbone ardente che aveva preso con le molle dall'altare. Egli mi toccò la bocca e mi disse: Ecco, questo ha toccato le tue labbra, perciò è scom­ parsa la tua iniquità e il tuo peccato è espiatO. (6,6). È il profeta Geremia, a sua volta, che ci dice qual è la relazione che l'umanità ha con Dio riguardo al pec­ cato: e/l peccato di Giuda è scritto con uno stilo diferro, con una punta di dia­

mante è inciso sulla tavola de/ loro cuore e sugli angoli dei loro altari• (17, 1), e profetizza anche quale sarà la punizione dei peccatori: / tuoi averi e tutti i tuoi tesori li abbandonerò al saccheggio, a motivo di tutti i peccati [. . ]. Tu dovrai ritirare la mano dall'eredità che ti avevo dato; ti farò schiavo dei tuoi nemicb (17,3-4). Dio, però, che è amore C4,8) non fa mancare mai il suo perdono a chi si pente: /o io cancello i tuoi misfatti, per riguardo a me non ricordo più i tuoi peccati. Fammi ricordare, discutiamo insieme; parla tu per giustificartb (fs 43,25). Il Nuovo Testamento è fondato tutto sulla decisione amorevole di Dio d'inviare il Figlio «in una carne simile a quella del peccato e in vista del peccato; egli ha condannato il peccato nella carne» (Rm 8,3). Cristo, però, non è venuto c

.

c

,

in veste di giudice, ma di salvatore per redimere l'uomo dalle colpe commesse che egli ha assunto su di sé: «Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giu­

dicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui> (Gv 3,17). La riflessione, però, più ampia e sistematica sul peccato e sulla redenzione l'ha compiuta san Paolo. L'uomo, secondo le sue parole, vive nella fragilità del­ la carne ma, più ancora, nella peccaminosità derivante dalla sua libertà usata male: egli tenta invano di sollevarsi da solo, ma vi riuscirebbe ancor meno se si appoggiasse soltanto alle opere della legge. Cristo, invece, da vero uomo, si pone dalla parte dei peccatori, e con la sua divinità, ci ha strappato dalla colpa e ci ha reso uomini nuovi: «Cristo ha dato se stesso per i nostri peccati, per strap­

parci da questo mondo perverso, secondo la volontà di Dio e Padre nostrO> C Gal 1 ,4). Il peccato, pertanto, viola la legge di Dio, e diviene per ciò stesso lo stru­ mento per eccellenza del suo avversario: Satana, il principe dell'iniquità e il nemico della redenzione dell'uomo (cfr. Le 8, 12). Sappiamo che Dio è amore e

111

Gtustizta sl, peccato no 2.29-3, 10

vuole in ogni modo la nostra salvezza, per cui opporsi alla sua volontà è come collocarsi nel regno delle tenebre e divenire figli del diavolo. La storia dell'uomo non è fatta soltanto di colpa e di rovina: per chi, infatti, contempla il mistero del Signore, la parola di Dio lo purifica, ed è essa stessa il passaggio dalla morte alla vita, così come ha affermato il concilio Vaticano Il: «Quelli che si accostano al sacramento della penitenza ricevono dalla misericor­ dia di Dio il perdono delle offese fattegli, e allo stesso tempo si riconciliano con

la Chiesa alla quale con il peccato hanno inflitto una ferita, mentre essa coope­ ra alla loro conversione con la carità, l'esempio e la preghiera• (LG 1 1). Cristo è l'antitesi del peccato; egli è «l'agnello di Dio che toglie i peccati del mondO> (Gv 1,29) ed è venuto tra noi per ·distruggere le opere del diavolO> (Gv 3,5). Quali sono queste ultime? Esse non sono soltanto quelle individuali, ma prima anco­ ra quelle sociali e collettive che coinvolgono interi popoli o comunità organiz­ zate di grande rilievo, di cui hanno parlato le ultime encicliche sociali: dalla Rerum novantm alla Pacem in terris. È proprio il concilio Vaticano II a mante­ nere alta la guardia in proposito: ·È certo che i perturbamenti, così frequenti nell'ordine sociale, provengono in parte dalla tensione che esiste in seno alle strutture economiche e sociali. Ma ancor più nascono dalla superbia e dall'egoi­ smo umano e pervertono anche l'ambiente sociale. Là dove l'ordine delle cose è turbato dalle conseguenze del peccato, l'uomo, incline al male dalla nascita, trova nuovi incitamenti a compierlo che non possono esser vinti senza grandi sforzi e senza l'aiuto della grazia» (GS 25). Il peccato sociale è stato più volte e con insistenza condannato da papa Gio­ vanni Paolo II sotto l'aspetto teologico-morale: cA nessuno sfugge come in un settore così delicato l'indifferenza o il rifiuto delle norme etiche fondamentali portino 1:uomo alla soglia stessa dell'autodistruzione. ' È il rispetto per la vita e, in primo luogo, per la dignità della persona umana la norma fondamentale ispiratrice di un sano progresso economico, industriale e scientifico [ ]. Il ri­ spetto per la vita e per la dignità della persona umana include anche il rispetto e la cura del creato che è chiamato ad unirsi all'uomo per glorificare DiO> (Mes­ saggio per la pace: l gennaio 1990). Papa Francesco, poi, con l'enciclica: Lau­ dato si' sulla cura della casa comune ha insistito sul peccato sociale, che è di per sé contro natura: •Mai abbiamo maltrattato ed offeso la nostra casa comune come negli ultimi due secoli. Siamo chiamati, invece, a diventare strumenti di Dio Padre, perché il nostro pianeta sia quello che Egli ha sognato nel crearlo e risponda al suo progetto di pace, di bellezza e di pienezza• (LS 53); •La Bibbia . . .

112

La

comuntone con Dio: vivere da figli di Dto

insegna che ogni essere umano è creato per amore e fatto ad immagine e so­ miglianza di Dio (Gen 1 ,26). Questa affermazione ci mostra la dignità immensa di ogni persona umana che non è soltanto qualcosa, ma qualcuno. È capace di conoscersi, di possedersi, di donarsi liberamente e di entrare in comunione con altre persone- (LS 65). Chi dimora in Cristo trova il fondamento della sua vita, perché chi adora Cristo si contempla in lui e nella sua parola. Il seguace di Cristo che è nato da Dio, non vive nella morte del peccato, per­ ché •il suo splendore è come la luce, bagliori dtjolgore escono dalle sue mani- (Ab

3,4); .n Signore Dio è la mia forza, egli rende i miei piedi come quelli delle ceroe e sulle alture mifa camminar� (Ab 3, 19). La parohi del Padre, che Gesù ha rice­ vuto nel battesimo per la grazia dello Spirito Santo, si sviluppa in noi e cresce in pienezza. Il cristiano, che è docile alla parola dello Spirito, è impeccabile, perché di essa si fa scudo e fa proprio l'insegnamento di Paolo: «Togliete via il lievito

vecchio, per essere pasta nuova, poiché siete azzimi- (1 Cor 5,7). Il peccato, se­ condo il linguaggio della Bibbia, come già accennato, è una condizione d'igno­ minia, di vergogna e di morte che viola la legge, l'ordine costituito e il disegno di Dio. Chi lo commette, pertanto, diviene l'alleato di Satana perché ne valorizza l'attività abominevole (cfr. Le 8,1 2). Il peccato è l'iniquità stessa; è la negazione dell'amore che si oppone a Dio che vuole il bene, la giustizia e la salvezza di ogni uomo. Dio vuole l'amore e non l'odio; opporsi a tale volontà significa col­ locarsi nel regno delle tenebre e divenire figli del demonio. Per chi contempla il mistero del Signore, il Vangelo diventa una purificazione e il passaggio dalla morte alla vita. Cristo è cl'agnello di Dio, colui che toglie il

peccato del monde> (Gv 1,29); egli è venuto per prendere su di sé il peccato e ·distruggere le opere del diavolffl, perché "in lui non v'è peccatffl (3,5); •egli è giustffl (3,7). Il peccato di cui parla Giovanni non sono i molti peccati morali, ma il peccato dell'incredulità, il rifiuto della rivelazione. Il cristiano che è nato da Dio può fare molti peccati, ma non quello del rifiuto volontario di Cristo e del Vangelo. E la forza che lo rende impeccabile risiede nello Spirito che pos­ siede la stessa rivelazione di Cristo che agisce in lui mediante la fede. Chi di­ mora in Cristo e lo pone a fondamento della propria vita non pecca, perché lo conosce e lo sente nell'anima. Al contrario, chi pecca non ha voluto conoscere il Signore, ha rifiutato l'esperienza di vivere nella sua intimità e "viene dal dia­

vole> (3,8), perché chi si allontana da Dio cade sotto il dominio di Satana. Il seguace di Cristo, invece, non vive nella morte eterna, ma nel Signore e si pre­ serva dal male perché un seme divino lo rende suo figlio e questo è il dono

Giustizia sì, peccato no 2.29-3, 1 O

113

immenso che Dio fa a coloro che credono in lui. I l seme è l a parola di Dio che, ricevuta nel battesimo per opera dello Spirito Santo, si sviluppa in noi, cresce in pienezza (3,9), e ci rende innocenti, perché mediante Cristo vinciamo defini­ tivamente il peccato, come afferma Paolo con le parole già riferite: «Togliete via

il lievito vecchio, per essere pasta nuova, poiché siete azzim� (1 Cor 5,7). Chi possiede Cristo è incapace di peccare; la sua vita si eleva spiritualmente. Egli vive in una conversione continua, accetta il segno della croce e si volge sempre verso il Signore. Chi in tal modo è unito a Dio persevera nella carità, pratica la giustizia, e sa anche donare l'amore e la vita spirituale ai fratelli.

LmuRA

PATRISTICA

Versetto 3,4: «Chiunque commette il peccato, commette anche l'iniquità, perché il peccato è l'iniquit�. San Beda intende il peccato come la violazione della legge del Signore: «Nessuno faccia distinzione tra il peccato e la cattiveria. Nessuno dica di essere peccatore ma non cattivo, perché peccato e cattiveria sono sinonimi. In realtà, il senso di tale versetto è più chiaro se lo si legge nel testo greco ove la parola che vien resa con cattiveria (= iniquitas) è violazione della legge (= anomia). Giovanni, pertanto, vuoi far comprendere che il pecca­ to è la violazione della legge del Signor�11 • Ecumenio rende chiaro cosa signi­ fichi restare legati al male: «Quanti di noi hanno ricevuto il dono dell'adozione in Cristo devono compiere opere di giustizia e non rifuggirne. Il cristiano, però, che ha peccato o peccherà non viene chiamato cattivo o peccatore soltanto per la trasgressione commessa. Chi rimane legato al male, invece, diviene irremissi­ bilmente un operatore di malvagità e deve esser ritenuto peccatore. Del pari, poi, si chiama giusto chi cresce nelle opere di bene e fa di tutto per compierle, e non già colui che rimane inert�12• Versetto 3,5: «Voi sapete che egli si manifestò per togliere i peccati e che in lui non vi è peccatCP. San Beda indica chi è colui che toglie i peccati del mondo: «Giovanni Battista ha reso testimonianza a Gesù perché ha rivelato che lui era l'agnello di Dio che toglie i peccati del mondo (Gv 1 ,29). Cristo ha assunto su

11 12

BEDA 11 VI!NERABILE, Commento, 3,4, in La Bibbia commentata dai Padrt, cit. , 235. EcuMENio, Commento, 3,4, ibld. , 235.

1 14

La

comunione con Dto: vtvere da ftglt di Dio

di sé le nostre colpe perché egli non le ha mai commesse. Vi sono nel mondo molti uomini che vengono ritenuti perfetti, ma nessuno potrebbe far propri i peccati altrui, perché nessun uomo ne è completamente esente. La colpa non la toglie neanche la legge, per quanto santa e giusta sia, bensì soltanto Cristo per il motivo già detto�13• Sant'Ilario di Arles sul peccato è apodittico e lapidario: ·In Cristo non vi è il peccato perché la sua concezione non proviene da colpa alcuna�14•

Versetto 3,6: ·Chiunque rimane in lui non pecca; chiunque pecca non l'ha visto né l'ha conosciut�. Didimo afferma che chi pecca è lontano da Cristo: ·Chi vive virtuosamente non commette il peccato ma non lo ignora, e così non pec­ ca chi rimane in Cristo che è la giustizia e la santificazione stessa. Come è pos­ sibile agire ingiustamente se ci si trova in compagnia della giustizia, e come si può esser lieti di porre la corruzione al fianco della santità? Si può dire, quindi, che chi pecca si trova lontano da Cristo e con lui non ha alcuna relazione o amicizia•15• Beda interpreta il secondo concetto del versetto riguardante l'inciso: Chi pecca non l'ha visto né conosciuto: •Nella misura in cui dimoriamo in Cristo non possiamo peccare. Giovanni intende qui la conoscenza della fede secondo la quale i giusti sono in grado di godere di Dio già in questa vita fino a giunge­ re a quella visione perfetta che sarà rivelata ad essi alla fine dei tempi�16•

Versetto 3, 7: •Figlioli, nessuno v'inganni. Chi pratica la giustizia è giusto come egli è giust�. Ancora Beda intende l'uomo giusto come lo fu Cristo, ma lo riguarda come un'inunagine riflessa in uno specchio: •È ovvio che non possiamo in alcun modo essere giusti come lo è Dio. La differenza tra la sua giustizia e la nostra si può paragonare a quella del volto di un uomo riflesso in uno specchio [gli specchi in quel tempo erano di metallo e rendevano l'immagine molto con­ fusa e distorta, n.d.r.]. Vi è una certa somiglianza, ma l'immagine riflessa è mol­ to incerta; e così noi percepiamo l'immagine di Dio, ma non quella del Figlio che è uguale al Padr�17•

13

BEDA IL VENERABILE, Commento, lbid. , 235. ILARIO nr ARLFS, Commento tntrodutttvo, 3,5, ibid., 235. 15 DIDIMO, Commento, 3,6, ibid., 235s. 16 BEDA IL VENERABILE, Commento, 3,6, ibid. , 236. 17 In. , Commento, 3,7, ibid., 236. 14

1 15

Gtust1zta sl, peccato no 2.2�3. 10

Versetto 3,8: «Chi commette ilpeccato viene dal diavolo, perché da principio

il diavolo è peccatore. Per questo si manifestò il Figlio di Dio: per distruggere le opere del diavolo». Origene, secondo il suo modo d'intendere la fede, è dirimen­ te: «Nella misura in cui pecchiamo possiamo dire che non ci siamo spogliati ancora della nostra discendenza dal diavolo, anche se di noi si possa pensare che crediamo in Gesù [. . . ]. Soltanto chi non deriva dal demonio, come Cristo, non commette il peccata»18• Didimo insegna che il peccato non è consustanzia­

le all'anima ma è accidentale ad essa : «Il demonio si dedica essenzialmente a far peccare gli uomini, e così a buona ragione chi pecca può esser definito un diavolo. Il peccato non è insito nell'anima dell'uomo perché, se lo fosse, non avrebbe potuto essere sradicato neppure da un uomo senza peccato. Ciò è proprio quel che avvenne mediante l'incarnazione del Figlio di Dio, onde il peccato dev'esser ritenuto accidentale alla natura umana e non già sostanziale ad essa•19. Giovanni Crisostomo illustra come il demonio tenti l'uomo: cll diavo­ lo fu il primo a peccare, per cui chi commette le sue opere agisce in maniera peccaminosa . Il diavolo inizia a tentare l'uomo con una molteplicità di cattivi pensieri, come nel caso di Giuda. Si potrebbe dire che egli s'insinua nel pecca­ tore ancor prima del peccato e precisamente quando l'uomo decide di dargli spazio nel proprio cuore. Quando si dice, quindi , fare spazio al diavolo deve intendersi correttamente come compiere un'iniquità e non già peccare in senso stretto•20• Versetto 3,9: «Chiunque è stato generato da Dio non commette peccato, per­

ché un germe divino rimane in lui, e non può peccare perché è stato generato da Dia». Massimo di Torino spiega da par suo come debba intendersi tale ver­ setto con riguardo all'espressione: Chi è nato da Dio non commette peccato: «Se chi è nato da Dio non pecca, come mai noi, che siamo rinati nel battesimo, pecchiamo ancora? È presto detto: l'espressione nato da Dio ha due significati . Il primo è quello che il Signore ha dato la grazia di adozione a figli a coloro che

ha rigenerato. Il secondo è quello che Dio ci ha generato in tal modo, ed ope­ ra in noi per portarci alla perfezione. All'inizio, quindi, siamo rinati nella fede,

18 OruoENll, Commento al Vangelo di Giovanni,

19 DIDIMo, Commento, 3,8, ibid . , 236. 2° CrusosmMo, Catena, 3,8, ibid., 237 .

20,103s . , ibid., 236.

1 16

La comunione con Dio: vivere dafigli di Dto

ma Dio sta ancora operando in noi per modellarci a sua somiglianza»21 • Didimo polemizza con gli eretici sul significato di nato da Dio: eGli eretici, che s'ingan­ nano in tutto e su tutto, sostengono che ogni creatura dell'Antico Testamento è di per sé peccaminosa, mentre ogni creatura del Nuovo Testamento non lo è. Essi affermano che i peccatori ed i giusti devono avere padri diversi, ma tale loro opinione è fondata su un malinteso circa le parole della Scrittura. Essa non dice che chi è nato da Dio non pecca, bensì che quell'uomo non commette peccato se cammina sulla via della giustizia. Se, poi, se ne allontana, allora pecca, e coloro che peccano si allontanano senz'altro dal Creatore. La capacità di non peccare è assicurata in noi dal seme di Dio clie è la sua potenza o il suo spirito di adozione»22•

Versetto 3,10: e/n questo si.distinguono (figli di Dio daifigli del diavolo: chi

non pratica la giustizia non è da Dio, e neppure lo è chi non ama il suofratello•. Cirillo di Gerusalemme s'intrattiene su cosa debba intendersi per figli del dia­ volo: •Il demonio è la causa prima del peccato ed è il padre di tutti i peccatori, come disse il Signore: Il diavolo è peccatore fin dal principio (Gv 3,8; 8,48). Satana peccò non già perché ricevette l'impulso al peccato quale condizione essenziale del suo essere, perché in tal caso la responsabilità sarebbe ricaduta sul Creatore ma, pur essendo stato creato buono, divenne diavolo per sua libe­ ra scelta, onde, pur essendo un arcangelo, prese il nome dalla sua condotta e fu chiamato, per l'appunto, diavolo che significa calunniatore»23. Beda s'intrat­ tiene sull'amore per il prossimo quale criterio discriminante per divenire figli di Dio: eL'amore costituisce il discrimine tra i figli di Dio e quelli del diavolo. Colui che ha l'amore per il prossimo è nato da Dio, e chi non lo ha non è nato da lui. Si può non possedere niente nella vita, ma se si ha l'amore per il prossimo si è adempiuta la legge, e la pienezza di essa è l'amore»24•

21 22

IL CoNFESSORE, Catena, 3,9, ibid., 238. Commento, 3,9, ibid., 237. 23 CIRILLO m GERUSALI!MME , Catechesi Battesimali, 2,4, ibid., 239 24 BI!DA IL VENERABILE, Commento, 3, 10, ibid., 239

MAssiMO

DIDIMo,

.

.

G1usttzta 51, peccato no 2.2�3, 10

1 17

Primo gruppo di criteri di comunione con Dio

Il tema del brano 2,29-3,10 consiste in ciò: Cristo è giusto, senza pecca­ to, sottomesso alla volontà del Padre e per noi è il nostro modello. Il fede­ le che vive nella giustizia, è figlio di Dio (3, l) e non può commettere il peccato (3,9). L'agire cristiano testimonia la nuova nascita: essere figlio di

Dio; essere nato da Dio significa per Giovanni essere uomini nuovi, chiama­ ti a vivere e ad operare in un modo rinnovato dalla luce della fede, ed imitare il Padre, vivendo in comunione con lui. Tale comunione, poi, diver­ rà identificazione con il Signore, allorquando sarà visto faccia a faccia (cfr.

1 Cor 13,12). Il valore della nostra vita risiede nel fatto che siamo figli di Dio, salvati da un Padre che ci ama e che ci dà fiducia. Il mondo che pecca e rifiuta Dio è un alleato dell'anticristo; non ama i cristiani, agisce contro i comandamen­ ti divini (3,4) e si oppone a Cristo e al suo regno. Coloro, invece, che vivo­ no in comunione con il Signore sono immuni da ogni colpa, perché otten­ gono da lui il dono dell'amore per vincere il maligno. Vivere in Dio significa restargli fedeli con la certezza della gloria futura (Gc 5,3-12). Il cristiano diviene impeccabile soltanto quando pratica la giustizia e vive in Cristo il suo battesimo (3,1-7). La lotta ingaggiata da Satana con il Signo­ re coinvolge tutti i fedeli, perché: echi commette ilpeccato è del diavolO» (3,8), mentre Cristo è il vincitore che ha stabilito i tempi della salvezza (1 ,7; 2,2; 3,5). I suoi fedeli, di conseguenza, devono lottare contro il maligno che induce alla trasgressione (Eb 12,1-4) e praticare la giustizia (2,29; 3, 10). cCbiunque è nato da Dio non commette ilpeccatO» (3,9), perché la parola di Dio, quale seme divino, si trova in lui e ne riempie l'anima (cfr. Mc 4,3-8; 14,20). Il credente si eleva con la parola di Dio e la mette a frutto nelle re­ lazioni con il prossimo, onde i suoi segni spirituali sono la disponibilità ad accettare la parola di Dio e la vita in comunione con lui (3,10).

2.

L'imperativo cristiano: ama tuo fratello 3, 1 1-24

Nel testo precedente Giovanni ci ha parlato dei figli di Dio e dei figli del diavolo e l'appartenenza agli uni o agli altri si verifica nella vita di amore o di peccato e di odio. Ora egli ripropone più volte tale messaggio di amore di Cristo e di odio del mondo, ma quel che colpisce è che fa sempre riferimento alle aspirazioni fondamentali dell'uomo. La nostra fede è l'accoglienza del Creatore che rende nuova la nostra umanità nell'amare i fratelli: • Vì siete, in­

fatti, spogliati dell'uomo vecchio con le sue azioni, e avete rivestito il nuovo che si rinnova per una piena conoscenza, ad immagine del suo Creatore> (Col 3,9-10). Per Giovanni, il fondamento dell'etica cristiana è l'amore fraterno; tutto ruota attorno ad esso e tale parola, dal greco agape, risuona molte volte nel Nuovo Testamento. La controfigura dell'amore è quella dell'odio nel cuo­ re del peccatore.

Chi

non ama è nella morte (3, 1 1-18)

Che cosa vuol dire per Giovanni amare i fratelli? In che senso l'amore frater­ no si distingue dal semplice amore umano? Si parla solo dell'amore rivolto alla comunità o verso tutti gli uomini? Come ci si deve comportare verso quei fra­ telli che hanno abbandonato la comunità? La risposta a queste domande è nella parola di Dio che ci ha lasciato l'apostolo. 1 1Poiché questo è il messaggio che avete udito da principio: che ci amiamo gli uni gli altri. 12Non come Caino, che era dal Maligno e uccise suo fratello. E per quale

L'imperativo cristiano: ama tuo fratello 3, 11-24

1 19

motivo l'uccise? Perché le sue opere erano malvagie, mentre quelle di suo fratello erano giuste. 13Non meravigliatevi, fratelli, se il mondo vi odia. 14Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli. Chi non ama rimane nella morte. 15Chiunque odia il proprio fratello è omicida, e voi sapete che nessun omicida ha più la vita eterna che dimora in lui. 16In questo abbiamo conosciuto l'a­ more, nel fatto che egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo da­ re la vita per i fratelli. 17Ma se uno ha ricchezze di questo mondo e, vedendo il suo fratello in necessità, gli chiude il proprio cuore, come rimane in lui l'amore di Dio? 18Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità.

LETTU RA

TEOLOGICO-SPIRITUALE

Fu Gesù stesso, invero, a rifarsi all'amore quale fondamento della nostra fede

allorquando venne interrogato dallo scriba su quale fosse il primo dei coman­ damenti. Egli rispose subito con due citazioni dell'Antico Testamento: �Amerai

il Signore tuo Dio [ . . . ] e amerai il prossimo tuo• (Mc 12,30-31 ; Dt 6,4-5; Lv 19,18). Mosè e Cristo hanno parlato, quindi, all'unisono e ad essi si unirà Paolo che chiamerà l'amore con una parola nuova: •La carità non fa alcun male al pros­

simo: pieno compimento della legge è l'amore. (Rm 13,10). Essa esprime una molteplicità di sentimenti e di obblighi che intercorrono tra persone legate da un'alleanza d'amore e, di tanto, se ne è reso interprete il saggio nel libro della

Sapienza, allorquando ha parlato della bontà e dell'amore di Dio: •Tu ami tutte le cose esistenti [ . . ] . Tu risparmi tutte le cose, perché tutte sono tue, Signore, amante della vita> (1 1 ,24-26). .

La parola di Dio è in se stessa una rivelazione d'amore che egli ha voluto preannunciare addirittura nell'Antico Testamento: «Ti ho amato di amore eterno,

per questo ti conservo ancora pietà> (Ger 31,3). Noi cristiani abbiamo accolto tale messaggio della Prima Alleanza e ne abbiamo fatto il cardine della nostra fede e l'emblema stesso della nostra vita, fondandoci sulla parola di Giovanni: cDio

(4,8-16), nonché su quella di Paolo: ·Il Dio dell'amore e della pace sarà con voi» (2 Cor 13,1 1). La rivelazione di Cristo è fondata essenzialmente sull'a­ more: aDio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenitffl (Gv 3,16), ed egli, infatti, «[Jassò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo• (At 10,38). Consegue che a tale amore divino, che non tra­ scura la giustizia come segno della verità, deve corrispondere il nostro: erSe Dio ci ha amato anche noi dobbiamo amarci [ . . .] . Se ci amiamo Dio dimora in noi ed il suo amore è perfetto in noi» (4, 1 1 . 12). è amore>

120

La

comunione con Dto: vivere eta flglt dt Dto

Le direttrici dell'amore cristiano, pertanto, sono due, così come Gesù aveva detto allo scriba suddetto. L'amore, anzitutto, deve essere portato al Padre per accoglierne la parola: «Ti amo, Signore, mia forza» (Sal 18,2), e al riguardo, sia il libro del Cantico dei Cantici, sia la storia personale del profeta Osea sono i segni di tale amore, che conosce l'intimità, ma anche il tempo della prova e della sofferenza. L'amore, poi, va anche rivolto al prossimo: cQuesto è il coman­

damento che abbiamo da lui: chi ama Dio ami anche il suo fratellO» C4,21). Cristo, infine, ha portato il precetto biblico fino alle conseguenze estreme, per­ ché ha spinto l'amore verso la vetta del perdono dei propri nemici e della do­ nazione di sé: �Padre, perdona loro perché non sànno quello che fannffl (Le

23,34). Tale generosità suprema, che si protende soprattutto verso gli ultimi, i poveri e gli indifesi, costituirà il criterio discretivo di Cristo giudice dell'umanità alla fine dei tempi: «Tutto quello che avretefatto ad uno solo di questi miei fra­

telli più piccoli, l'avrete fatto a meo (Mt 25,40). Il cristiano oggi ha bisogno di riflettere per non smarrire il fascino della carità, nonostante le molte tentazioni contrarie che oggi il mondo gli offre.

Chi odi" il proprio jrlltello è omicid" Mai come in questi anni tanti cristiani si sono impegnati nei modi più diver­ si nell'esercizio dell'amore fraterno nella consapevolezza che esso è il segno e l'espressione dell'amore di Dio e della loro identità spirituale. Paolo nelle sue lettere torna spesso sul tema della carità, connotandola come il fondamento della vita interpersonale, e scrive ai Galati che la pienezza del Vangelo è l'amo­ re per il prossimo (5, 14-15). Egli chiarisce subito che per prossimo devono in­ tendersi anzitutto i fratelli di fede: cOperiamo il bene verso tutti, soprattutto

verso i fratelli nella fedeo (Gal 6,10), e nella prima lettera ai Corinzi indica la pratica della carità come la precondizione dell'esercizio di tutte le virtù: «Se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza e posse­ dessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sarei nulla» (13,2). Tali precetti hanno un valore generale che comp endiano l'amore per Dio e quello per il prossimo, quale fondamento della nostra fede, sia nel presente

121

L'1mperattvo cristiano: ama tuofratello 3, 11-24

della nostra storia, sia nell'éschaton: la fine dei tempi. Tali momenti si richiama­ no l'un l'altro: se l'amore è determinante per caratterizzare il cristiano, esso deve essere anche estensivo e, quindi, durare eternamente. Ecco perché ancora si legge �ella pagina paolina: •La carità non avrà maifm(3J (13,8); mentre è anche vero che se l'amore non verrà mai meno nel tempo, è segno che di esso non si può fare a meno neanche al presente. Il miglior interprete, sul punto, dell'eternità dell'amore che scende da Dio nel cuore degli uomini è stato Giovanni Paolo II nell'enciclica Dives in misericordia: a:La croce è come un tocco dell'amore eterno sulle ferite più dolorose dell'esi­ stenza terrena dell'uomo; è il momento sino alla fine del programma messiani­ co che Cristo formulò una volta nella Sinagoga di Nazaret e ripeté dinanzi agli inviati di Giovanni Battista [. ] . Nel compimento escatologico la misericordia si . .

rivelerà come amore, mentre nella contemporaneità della storia umana, che è insieme storia di peccato e di morte, l'amore deve rivelarsi innanzitutto come misericordia, ed anche attuarsi come tale [. . ] Cristo, appunto, come Crocifisso .

.

è il Verbo che non passa, è colui che sta alla porta e bussa al cuore di ogni uomo senza coartarne la libertà, ma cercando di trarre amore dalla libertà stes­ sa di cui egli gode; questo non è soltanto un atto di solidarietà con il sofferen­ te Figlio dell'uomo, ma anche in un certo modo la misericordia manifestata da

ciascuno di noi al Figlio dell'eterno Padre [. ]. Il Cristo pasquale è l'incarnazio­ . .

ne definitiva della misericordia, il suo segno vivente: storico-salvifico ed insieme escatologico. Nel medesimo spirito la liturgia del tempo pasquale pone sulle nostre labbra le parole del Salmo: Canterò in eterno la misericordia del Signore»

(DiM 5,8). L'amore, pertanto, si risolve nell'incontro con l'amato superando quel che potrebbe essere la sua connotazione egoistica. Di questa natura dell'amore si è fatto interprete Agostino: «la misura dell'amore è amare senza misura•1• L'a­ more vicendevole è l'annuncio fondamentale del messaggio cristiano: •amatevi

gli uni gli altri•, perché •Dio è amore» (4,8) ond'egli, che ci ha creato •a sua immagine e somiglianza» ( Gen l , 19), ha lasciato tale impronta di sé nella nostra legge naturale. Il Signore ha impresso nella nostra anima il sentimento dell'a­ more, e noi, dotati di libero arbitrio, possiamo accettarlo o rifiutarlo, per cui nel nostro cuore non vi è alcun moto spirituale che potrebbe indurci a violare la sua legge eterna, come l'odio, la vendetta, l'astio, ecc.

1

AGOSTINO, Soli/oquta 17,3.

La

122

comunione con Dio: vtvere da ftglt dt Dio

Tali vizi, allora, cosa sono? Essi sono la perversione dell'amore; l'uomo può indirizzare tale suo sentimento al bene o al male, per cui tutti i peccati consi­ stono nel rifiuto dell'amore e, quindi, nella trasgressione dell'ordine universale e della giustizia che Dio ha stabilito. I peccati, quindi, sono una scelta libera e volontaria che l'uomo compie a causa della corruzione del suo essere, cagiona­ ta dal peccato originale, e da qui la definizione di sant'Agostino: «Peccare non

è altro che attendere alle cose temporali trascurando quelle eteme»2• Amare i fratelli, pertanto, è donare ad essi la parola e la grazia del Signore mediante la nostra vita improntata ai suoi precetti, e rifuggime le tentazioni. La carità verso il prossimo, in definitiva, consiste nel praticare quello stesso amore che Gesù manifestò nella sua vita terrena ove fu la rivelazione vivente del Padre. Il con­ trario dell'amore è l'odio: il peccato del primo omicida: Caino, figlio del maligno. Tale sentimento perverso, purtroppo, sarà sempre presente nel mondo, e l'epi­ sodio di Caino e Abele simboleggerà tale realtà fino alla fine dei tempi: il giusto

è la vittima innocente, odiata e respinta dal malvagio, che vede in lui un rim­ provero costante al suo modo d'agire. La società odierna, considerata alla luce di questo brano attualissimo di Gio­ vanni, vi scopre se stessa. Perché i fratelli uccidono i fratelli? Per rispondere non

è necessario far ricorso alla psicologia od alla psicoanalisi: è il nostro stesso modo di agire che uccide il fratello, perché le nostre opere sono malvagie. I molti Caino, che si trovano oggi nel mondo, sono l'emblema vivente di quella parola gelida che Dio dovette dire a Adamo: «morrai» (Gen 1 , 17). Chi non ama uccide: la morte non è soltanto il limite stesso delle creature, ma è anche il simbolo che riassume i significati diversi della morte dell'uomo: il peccato, la solitudine, la miseria, la violenza. La Scrittura stessa è striata ininterrottamente dalla morte che converge in quella suprema di Cristo. Essa dà la misura della passibilità estrema dell'uomo dinanzi all'eternità di Dio: «Vedi, di pochi palmi

hai misurato i miei giorni; la mia esistenza davanti a te è un nulla» (Sal 39,6) e, più ancora: cTu fai ritornare l'uomo in polvere [ . . . ]. Ai tuoi occhi mille anni sono come il giorno di ieri che è passato, come un turno di veglia nella notte» (Sal 90,3-4). La morte è la conseguenza dell'odio di cui Caino è il simbolo. La storia di Caino e Abele ci ricorda la legge che guida il mondo: è lo scontro tra l'odio e l'amore, tra la malvagità e la giustizia. Il malvagio, infatti, non tollera

2

Io. ,

Ottantatré questioni diverse, lib. LXXXI I I, 30.

L'Imperativo crlsttano: ama tuo fratello 3, 1 1-24

123

l'uomo giusto e onesto. Questa fu la vicenda stessa di Gesù rifiutato dal mondo incredulo e chiuso alla sua luce e alla sua verità. Ma Gesù anche davanti all'an­ gelo del dolore e della morte ha vinto con l'amore e ha invocato: «Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice!» (Mt 26,39). L'amore di Dio, però, soc­ corre sempre l'uomo e il Signore ha aperto al Figlio suo la vita eterna. È , infat­ ti , con la Pasqua di Cristo che il confronto tra la vita e la morte giunge al suo epilogo: «Dov'è, o morte, la tua vittoria? Dov'è, o morte, il tuo pungiglione? [ . . ]. .

Siano rese grazie a Dio che ci dà la vittoria per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo!» (1 Cor 15,55. 57).

n mondo odia, il cristiano ama

Gesù, il Figlio di Dio, travalica la nostra mortalità ed è la primizia di coloro

che risorgeranno. È per questo motivo che la morte, nell'Apocalisse, vien men­ zionata soltanto due volte a suggello della sua sparizione: c/o sono il Primo e

l'Ultimo, e il Vivente [ . . . ], ed ho potere sopra la morte e sopra glt inferi• (1,17-18); cTergerò ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né la­ mento, né affanna» (21 ,4). È così, ma di tanto non c'è da rimanerne sorpresi. Il cristiano non deve mai essere la vittima dell'opinione altrui, la quale non è in grado di comprendere i valori della fede. La Chiesa è odiata dai nemici di Dio nella misura in cui Cristo stesso è odia­ to dal mondo.

La Chiesa è la convocazione dei cristiani da parte di Gesù attor­

no alla parola del Padre; è l'assemblea di coloro che hanno la stessa fede e sono uniti dall'amore fraterno: «flpane che noi spezziamo non èforse comunione con

ti corpo di Cristo? Poiché c 'è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solO» (1 Cor 10, 16-17). Il fondamento dell'odio è sostanzialmente l'igno­ ranza che non fa compiere al mondo una valutazione obbiettiva della spiritua­

lità del messaggio evangelico e della sua missione ultraterrena, secondo le pa­ role stesse di Gesù: �11 mondo non può odiare voi, ma odia me, perché di lui io attesto che le sue opere sono cattive. (Gv 7,7), ed ancora: �e il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ba odiato me> (Gv 15, 18). La Scrittura stessa ci dice che, prima ancora di perseguitare Cristo, lo furono i suoi profeti. La persecuzio­ ne degli annunciatori della parola di Dio è stata sempre ininterrotta: da Giovan-

La

124

comunione con Dio: vivere da figli di Dto

ni Battista, indignato per la prevaricazione del re Erode: «Non ti è lecitO> (Mt 14,4), a Stefano che testimoniò con il suo sangue la fede in Cristo: eQua/e dei profeti

i vostri padri non banno perseguitato? Essi uccisero quelli che preannunciavano la venuta del Giusto, del quale voi ora siete diventati traditori ed ucciso� (At 7,52). Cristo, però, volse lo sguardo anche al futuro della Chiesa, la madre dei suoi fedeli, e non esitò a prefigurare il destino dell'una e degli altri. I credenti sarebbero stati perseguitati come le pecore tra i lupi, attorniati da una cortina di odio, di ripulsa e di condanna che li avrebbe costretti alla fuga, proprio come era accaduto a lui per la persecuzione di Erode, onde anch'essi avrebbero por­ tato la croce fino al martirio per adempiere la sua parola (cfr. Mt 10, 16-23). Il segno che siamo nati da Dio è l'amore che abbiamo per il prossimo: colo­ ro che amano sono nella vita, e quelli che non amano rimangono nella morte e il loro spazio vitale è il male. La sorte di ogni uomo si decide nel suo cuore: l'amore per i fratelli e, particolarmente, per i nostri nemici, ci rende figli di Dio, mentre l'odio rende figli di Satana. Accettare o rifiutare l'amore significa essere Chiesa o essere mondo. Sant'Agostino commenta questi versetti in modo magi­ strale: «Se il mondo ci odia: noi sappiamo. Che cosa sappiamo? Che siamo passati dalla morte alla vita. Da che cosa lo sappiamo? Perché amiamo i fratelli

(1 Gv 3, 14). Nessuno interroghi l'altro; ciascuno invece rientri in se stesso: se vi troverà la carità fraterna stia sicuro: è infatti passato dalla morte alla vita. Sta già alla destra . Non badi se per il momento la sua gloria è ancora nascosta; quando verrà il Signore, allora apparirà nella gloria. Egli vive e cresce, ma siamo ancora nell'inverno; viva è la radice ma i rami sembrano aridi; dentro c'è il midollo vivo, dentro sono racchiuse ancora le foglie degli alberi; dentro si celano ancora i frutti; essi attendono l'estate. Dunque noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo ifratelli. Chi non ama rimane nella morte. Per­ ché non pensiate, fratelli, che sia cosa da nulla odiare o non amare, ascoltate quanto segue: Chiunque odia il proprio fratello, è omicida (3,15). Se uno non dava peso finora all'odio fraterno, potrà ora dar poco peso all'omicidio che commette nel suo cuore? Ancora non ha alzato le mani per uccidere, ma già dal Signore viene considerato un omicida; la sua vittima vive ancora ed egli è già stato giudicato come un omicida. E voi sapete che chi è omicida non ha in sé la vita eterna (3, 15)�3• Queste chiare parole ci inchiodano di fronte alle nostre gravi responsabilità.

3

AGOSTINO,

Commento all 'epf.stola at Parti, 5,10, clt., 1741 .

L'imperativo crtsttano: ama tuo fratello 3, 11-24

125

Cristo modello di amore

Giovanni poi contrappone all'odio di Caino l'amore di Cristo che dona la vita per i suoi fratelli: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita

per i propri amici• (Gv 15,13). Ogni convivenza cristiana trova la sua radice in Gesù, perché con la sua morte ci ha voluto fratelli suoi. La carità, però, non deve essere soltanto un principio astratto od una mera enunciazione, ma il nostro stesso modo di vivere e di relazionare. Essa non è un semplice postulato teori­ co o un disfarsi di ciò che è superfluo, ma è quel che è necessario per essere fratelli di Cristo. Noi, come Chiesa e membri del corpo mistico di Cristo, dob­ biamo stare sempre dalla parte di Abele; questo è il nostro canone ed il nostro carisma: stare dalla parte dei più poveri sotto ogni profilo: dalla solitudine spi­ rituale, alla malattia; dall'indigenza, alla persecuzione. Il cristiano mostra a tutti l'amore appassionato di Dio per l'uomo e sente nel suo cuore il sacrificio di Cristo che si è reso vittima per la redenzione dell'umanità. Egli non solo deve

dare la vita, ma vivere per i fratelli, come afferma sant'Agostino: «Ecco da dove prende avvio la carità . Se ancora non sei disposto a morire per il fratello, sii disposto a dare al fratello un poco dei tuoi beni. La carità scuota il tuo cuore così che tu non rechi il soccorso con iattanza d'animo ma come interiore ab­ bondanza di misericordia; allora la tua attenzione si volgerà sopra chi si trova nel bisogno. Se non riesci infatti a dare il superfluo al fratello, come potrai dare per lui la tua vita?•4• Le parole di Giacomo sono l'esegesi più puntuale dei vangeli con riguardo all'aspetto pragmatico dell'amore per il prossimo: «Se un fratello o una sorella

sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano, e uno di voi dice loro: An­ datevene in pace, riscaldatevi e saziatevi, ma non date loro il necessario per il corpo, che giova? Così anche la fede: se non ha le opere, è morta in se stessa. (2, 15-17). La comunità cristiana, quindi, deve amare nelle opere alla luce del­ la rivelazione di Gesù, e il credente deve vivere la carità come la più grande delle virtù . L'argomento, comunque, è molto ampio, onde occorre riferirsi all'esegesi che la Scrittura stessa fa dell'amore divino verso noi e verso il pros­ simo, e che i Padri della Chiesa a loro volta hanno illustrato. Il Cantico dei

Cantici, anzitutto, dà dell'amore il senso dell'immensità come donazione re4 Io. , Commento all 'epistola dei Parti, 5,12, cit., 1743.

1 26

La

comunione con Dio: vivere da figli di Dto

ciproca dei cuori: cLe grandi acque non possono spegnere l'amore nè i fiumi travolger/o» (8,7), onde sant'Agostino commenta: «Nessuno dica : non so cosa amare. Ami il fratello ed amerà l'amore stesso; l'uomo, infatti, conosce meglio l'amore con cui ama che il fratello stesso che ama. Ecco che allora Dio gli sarà più noto del fratello»5• Il profeta Isaia ci parla dell'amore di Dio che lo rende tollerante nonostante la reiterazione dei peccati da parte dell'uomo: «Per il mio amore rinvierò il mio

sdegno, per il mio onore lofrenerò al tuo riguarda» (fs 48,9). Da qui l'esortazio­ ne di san Giovanni Crisostomo: «Quando vedi un povero credente fai conto di vedere un altare; quando vedi un mendicante non soltanto non devi usargli violenza, ma devi guardarlo con rispetto, e se qualcuno lo maltratta non per­ metterglielo ed intervieni in sua difesa. Così, infatti, potrai procurarti la miseri­ cordia di Dio ed ottenere i beni promessi che tutti ci auguriamo di avere per la grazia e la bontà del nostro Signore Gesù Crista»6• Ancora il profeta Isaia insiste sull'eternità dell'amore di Dio per noi: «Anche se i monti si spostassero e i colli

vacillassero non si allontanerebbe da te il mio affetto, né vacillerebbe la mia alleanza di pace; dice il Signore che ti usa misericordia» (54, 10). Un' esegesi ispirata in proposito la troviamo in san Massimo il Confessore: «La prova chiara di essere nella grazia di Dio è la benevolenza verso il prossimo. Il risultato di tale atteggiamento del nostro animo è diventare amici sia del Signore, sia di ogni uomo che ha bisogno del nostro aiuto dimostrandogli in modo vivo e concreto,

e con il fervore adeguato, la nostra predilezione per lui e per Dio. Non vi è, peraltro, mezzo così facile per conseguire la giustizia né così conveniente per la prossimità con il Signore, come la misericordia offerta ai bisognosi dall'intimo della propria anima, con piacere e con gioia•7• Il profeta Isaia ricorda ancora ad Israele l'amore di Dio, offeso e sdegnato per la sua condotta: «ln un impeto di

collera ti ho nascosto per un poco il mio volto; ma con affetto perenne ho avuto pietà di te, dice il tuo redentore, il Signore» (54,8), e san Basilio di Cesarea di tale versetto è un buon esegeta: «Colui che è mosso da motivi ragionevoli e da buo­ ni propositi ha di mira ciò che è gradito a Dio e lo realizza sempre; tale uomo

adempie il precetto relativo al culto secondo ragione sull'esempio di chi ha detto: Lampada per i miei piedi è la tua parola e luce sul mio cammino (Sal

Io. , La Trinità, VIII, 8,12. Omelie sulla seconda lettera at Corinzi, 20, 2,3. 7 MASSIMO JL CoNFP.SSORE , Mtstagogia, 14. 5

6 CrusosroMo,

L'imperativo crtstta no: ama tuo fratello 3, 11-24

127

1 19,105) ed ancora: I tuoi ordini sono la mia gioia, miei consiglieri i tuoi pre­ cetti (Sal 1 19,24)•8• LETIURA

PATRISTICA

Versetto 3, 1 1 : 4Poiché questo è il messaggio che avete udito da principio: che ci amiamo gli uni gli alt�. Gregorio Magno volge uno sguardo d'introspezione all'amore: 411 soccorso si deve presentare con bontà, e la parola buona si deve offrire con umiltà•9• San Beda intende l'amore per il prossimo nel senso che «Giovanni non fa altro che ripetere quel che disse Gesù: Questo è il mio coman­

damento, che vi amiate gli uni gli altri come io vi ho amato (Gv 15,12)• 1 0 • Versetto 3,12: «Non come Caino, che era dal Maligno e uccise suo fratello. Eper quale motivo l'uccise? Perché le sue opere erano malvagie, mentre quelle di suofratello erano giuste.. Ancora san Beda che si rifà alla frase: il mondo vi odia: «Giovanni spiega in qual senso Caino era malvagio. Ovunque vi è gelosia l'a­ more fraterno è impossibile. Tuttavia tale peccato commesso dal demonio che ha tentato l'uomo per invidia, si trova anche nel nostro cuore. Le opere del giusto Abele sono opere di amore, mentre quelle malvagie di Caino provengo­ no dall'odio per il fratello. Da chi odia suo fratello bisogna aspettarsi che provi invidia anche per le sue opere.1 1 • Versetto 3,13: ��Non meravigliatevi, fratelli, se il mondo vi odia•. Origene spiega cosa significhi abbandonarsi all'odio e all'oscurità della morte: 4Se dalla morte siamo passati alla vita, dal momento che dall'incredulità siamo passati alla fede, non dobbiamo meravigliarci se il mondo ci odia. Nessuno, infatti, che non sia passato dalla morte alla vita, può amare coloro che sono passati, per cosl dire, dalla dimora tenebrosa della morte agli edifici costruiti con le pietre vive della luce della vita•1 2• San Beda dà una nozione pratica del mondo che ci odia: cNon c'è da meravigliarsi se chi ama il mondo non ami un fratello che si è se-

BASI LI O 01 CP.SAREA, Commento ad Isaia, 24. 9 GREGORIO MAGNO, Commento morale a Giobbe, lib. 1/3, XXI , 19,29, clt., 205. 10 BEDA IL VENERABILE, Commento, 3,1 1 , in La Bibbia commentata dai Padri, clt. , 239.

8

1 1 Io. , Commento,

12

3,12, ibid. , 240.

ORJGENE, Esortazione al martirio, 41, ibid., 240.

La

1 28

comunione con Dto: vivere da ftglt dt Dio

parato da lui e si dedica alle cose celesti. La religione, come afferma la Sacra Scrittura, è un abominio per il peccatore>13•

Versetto 3,14: «Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli. Chi non ama rimane nella morte». Didimo chiarisce perché amiamo: ·Chi ama i fratelli è passato dalla morte alla vita, m� chi non ha tale amore rimane nella morte, proprio come la vedova che si dava ai piaceri (1 Tm 5,6). Coloro che vivono in tal modo si allontanano inevitabilmente da DiCP14• San Beda commenta cosa significhi allontanarsi dall'amore: •Per morte s'intende quella dell'anima, perché essa, se vive nel peccato; morrà certamente. L'anima è la vita della carne, ma la vita dell'anima è Dio. Quando il corpo muore l'anima lo lascia, ma quando l'anima muore è Dio che l'abbandona. Possiamo dire così che quanti di noi vivono per questo mondo sono dei morti nell'anima, perché hanno ereditato il peccato originale da Adamo, mentre la grazia di Cristo opera nei credenti, concede ad essi la vita nuova e quelle anime rivivono�15• Versetto 3,15: «Chiunque odia il proprio fratello è omicida, e voi sapete che nessun omicida ha più la vita eterna che dimora in lu�. Agostino dà un'inter­ pretazione molto ampia dell'odio che uccide: «Chi odia è un omicida. Non ti sei procurato del veleno, ma ritieni che soltanto per tal motivo puoi dire: 'Io non sono omicida?' È vero, non ti sei procurato del veleno, non sei uscito armato, non hai pagato un sicario, non hai premeditato il delitto. Quest'ultimo, però, lo hai commesso egualmente perché hai odiato e, quindi, hai ucciso,16• Versetto 3,16: •In questo abbiamo conosciuto l'a more, nelfatto che egli ha

dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i frate/l'b. Tertulliano, da uomo del suo tempo e da rigorista quale era, porta al limite estremo la concezione di dare la vita per i fratelli: cGiovanni afferma che bisogna dare la 'vita per i fratelli. Se ciò è vero, quanto più dovremmo essere pronti a darla noi per nostro Signore? Tale impulso, però, non può essere realizzato da chi fugge>17• 13 BEDA IL VENERABILE, Commento, 3,13, ibid., 240.

14

Commento, 3, 14, ibid., 240s. BEDA IL VENERABILE, Commento, 3,14, lbid. , 241 . 16 AGOSTINO, Discorsi, 49,7, ibid., 24 1 . 1 7 ThRTULLIANo, Lafuga i n tempo di persecuzione, 9,3, lbld., 242. IS

DrotMo,

L'imperativo cristiano: ama tuo fratello 3, 1 1-24

129

Versetto 3,17: «Ma se uno ha ricchezze di questo mondo e, vedendo il suo

fratello in necessità, gli chiude il proprio cuore, come rimane in lui l'amore di Dio.?. San Cipriano commenta cosa significhi vedere il fratello nel bisogno: •Se Dio si è detto disposto a farsi acquistare da noi tramite le elemosine fatte ai poveri, e se è vero che quando si offre ai bisognosi si dà a Cristo, non vi è mo­ tivo di preferire i beni terreni a quelli celesti o gli impegni terrestri a quelli di­ vini·18. Sant'Agostino illustra emblematicamente il concetto della carità: •Se non ti senti ancora pronto a dare la vita per il fratello, devi esser pronto almeno a dargli una parte dei tuoi beni. Sia la carità a scuotere il tuo cuore in modo che tu non lo soccorra con animo iattante, bens1 con grande misericordia. Soltanto ln tal caso il tuo sguardo si volgerà verso chi si trova nel bisogno•19.

Versetto 3,18: •Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità>. San Beda fa risaltare la concretezza del comandamento del­ la carità verso il prossimo: •Se un fratello o una sorella sono nudi o hanno bi­ sogno del pane quotidiano, diamo loro il necessario per vivere. Allo stesso modo, se notiamo che mancano di doni spirituali, diamoci da fare per loro, 'secondo le nostre capacità. Naturalmente, per fare ciò dobbiamo essere sinceri, senza cercare lode alcuna né vantarci o biasimare coloro che sono più ricchi di noi e non fanno nulla per i bisognosi. Chi pensa in tal modo è pieno di cattive­ ria ed in lui non vi è verità alcuna anche se, a prima vista, possa sembrare che mostri l'amore verso il prossimo•20•

Chi crede

ama

ed ha fiducia in Dio (3,19-24)

Il nostro amore per i fratelli si misura secondo la nostra disponibilità a dare la vita per essi, cos1 come Gesù ci ha insegnato, o almeno, se la nostra carità non è ancora perfetta, a sollevarli dalle tribolazioni temporali (3, 1 1-18). L'amo­ re così vissuto ha degli sviluppi impensabili, e dinanzi a Dio è la garanzia mi-

18 19 20

CIPRJANO,

Le opere buone e l 'elemosina, 16, lbid., 242.

AGOSTINO, Commento all 'epistola at Partt, 5,12, clt. , 1743.

BEDA IL VENERABILE, Commento, 3,18, In La Bibbia commentata dai Padri, cit., 243.

La

130

comunione con Dto: vtvere da ftglt di Dio

gliore per essere nel suo amore e dargli la testimonianza che viviamo nella verità . Il fascino dell'amore sta nel concepire la vita come dono da accogliere e vivere donandola a propria volta . L'amore vero, infatti, è quello che si dona e la felicità del cristiano è cercare la felicità dell'altro. 19Jn questo conosceremo che siamo dalla verità e davanti a lui rassicureremo il no­ stro cuore, 20qualunque cosa esso ci rimproveri. Dio è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa. 21Carissimi, se il nostro cuore non ci rimprovera nulla, abbia­ mo fiducia in Dio, 22e qualunque cosa chiediamo, la riceviamo da lui, perché os­ serviamo i suoi comandamenti e facciamo quello che gli è gradito. 23Questo è il suo comandamento: che crediamo nel nome del Figlio suo Gesù Cristo e ci amia­ mo gli uni gli altri, secondo il precetto che ci ha dato. 24Chi osserva i suoi coman­ damenti rimane in Dio e Dio in lui. In questo conosciamo che egli rimane in noi: dallo Spirito che ci ha dato.

LITT URA

TEOLOGICO-SPIRITUALE

La carità dispone il cristiano ad essere nella grazia del Signore e ad avere il cuore in pace, «e davanti a lui rassicureremo il nostro cuore- (3,19) e se anche dovessimo rimproverarci qualche manchevolezza non dobbiamo turbarci, perché

«Dio è più grande del nostro amore e conosce ogni cos� (3,20). Egli, con riferi­ mento alla nostra coscienza, ci giudica con una misericordia maggiore, ed il suo giudizio in nessun caso ci è di turbamento.

È la carità che ci salva, perché essa «copre una moltitudine di peccat� (1 Pt 4,8). Quando il nostro cuore ci condanna dobbiamo gettarci tra le braccia del Padre, e dobbiamo farlo a maggior ragione, perché, da caritatevoli, «non ci rim­ provera null� (3,21). Questo è il Padre che Gesù ha rivelato nel suo amore ed a cui Giovanni rende testimonianza. Tutti siamo figli suoi, simboleggiati da Davide: «Egli mi ha detto: Tu sei mio figlio, io oggi ti ho generatO» (Sal 2, 7). Dio, da vero Padre, ha pietà per quanti lo invocano : «Come un padre ha pietà dei

suoi figli, così il Signore ha pietà di quanti lo temonO> (Sal 103,13). Il Padre ha l'amore massimo per i suoi figli e si addolora ogni volta che deve correggerci o emendarci: «Non èforse Efraim un figlio caro per me, un mio fanciullo predilet­

to? Infatti dopo averlo minacciato lo rimprovero, me ne ricordo sempre più viva­ mente. Per questo le mie viscere si commuovono per lui, provo per lui una pro­ fonda tenerezz� (Ger 31,20).

131

L'imperativo cristiano: ama tuo fratello 3, 11-24

Il Padre celeste, ancora, sospira e si addolora se noi non ci ricordiamo di lui:

«Quando Israele era giovinetto io l'bo amato [ . . . ] . Ad Efraim io insegnavo a cam­ minare tenendo/o per mano [ . . . ]. Io li traevo con legami di bontà, con vincoli d'amore, ero per loro come chi solleva un bimbo alla sua guancia, mi chinavo su di lui per dargli da mangiare [. . .]� ( Os 1 1 , 1-4). La nostra preghiera allora deve essere sempre degna di lui e rivolta a lui con un amore filiale: �ignare, tu sei nostro Padre- (ls 64,7). Le nostre implorazioni devono invocare la sua bontà misericordiosa e devono esser pronunciate per gioirne nell'animo e glorificarne

ll nome. Chi prega non deve dubitare mai dell'amore sollecito di Dio. Giovanni, inoltre, si vale della rivelazione di Gesù che ha dato una connota­ zione celestiale al suo rapporto filiale con il Padre: clo e il Padre siamo una cosa

sola [ . . . ]. Il Padre è in me e io nel Padre» (Gv 10,30-38). Cristo, pertanto, ha posto una distinzione netta tra la sua figliolanza e la nostra: la sua è consustanziale al Padre, e pertanto egli è figlio (= uL6ç), mentre la nostra è soltanto un'affiliazio­

ne (= utoeeo(a.). Sono proprio questi due vocaboli greci adottati da Giovanni che fanno comprendere tale differenza sostanziale, così come Paolo chiama la nostra figliolanza (= ulo8eo(a.) (Rm 8, 1 5). Gesù, poi, ci ha insegnato come chiamare il Padre nel senso più intimo, amoroso e filiale possibile: •Abbà (papà, babbo): Dio ba mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio, che grida: Abbà!

Padre- (Gal 4,6). La preghiera, quindi, che si rivolge al Signore è quella che si fa con il cuore, senza l'adozione di formule predefinite. Le nostre parole devo­ no esprimere i sentimenti di amore

e

di fedeltà e con queste invochiamo il suo

sostegno ed il suo soccorso: «Quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa

la porta, prega il Padre tuo nel segreto, e il Padre tuo che vede nel segreto, ti ri­ compenserà» (Mt 6,6). Dio salva sempre l'uomo, nonostante le sue miserie e le sue debolezze, ma ad una condizione: che l'uomo ami lui ed il prossimo, come Cristo ha amato l'umanità e i suoi crocifissori (3,23). Un altro atteggiamento spirituale per vivere in intimità con Dio e non cadere nella rete di coloro che vorrebbero farci sviare, è quello, come già detto, della preghiera che dev'essere intesa non come un'invocazione di grazie,

ma

come

un sostegno per compiere la sua volontà: •Qualunque cosa chiediamo la rice­

viamo da lui, perché osserviamo i suoi comandamenti e jàcciamo quello che è gradito a lui» (3,22). La promessa del Signore si compie sempre: «Se rimanete in me le mieparole rimangono in voi, chiedetemi quel che volete e vi sarà dat� (Gv 15,7), per cui Dio è pronto sempre a donarsi a coloro che lo invocano, lo pre-

132

La

comunione con Dio: vtvere da figli di Dio

gano, lo implorano. La condizione essenziale, però, per dimorare in lui è che si abbia la fede nel Figlio e l'amore per i fratelli, e tale condizione di spirito è quel che il Signore chiama: osseroare i suoi comandamenti. La fede in Cristo Messia e Figlio unigenito del Padre consiste nell'avere lo Spirito di Gesù risorto, il suo dono ed il suo amore nel cuore: cQuesto è il suo comandamento: che

crediamo nel nòme de_/ Figlio suo Gesù Cristo e ci amiamo gli uni gli altri, se­ condo ilprecetto che ci ha datO» (3,23). Tali comandamenti sono espressi in una prospettiva unitaria, perché la nostra fede in Gesù è, allo stesso tempo, per la sua stessa persona e per la carità che egli ebbe per tutti gli uomini. Come possiamo conoscere se Dio dimora in noi? Giovanni risponde che la conoscenza consiste nella consapevolezza di vivere in comunione con lui e con Cristo, e di avere nell'anima lo Spirito Santo che ci rende figli suoi e ci dona l'amore perfetto (3,24). Che Dio dimori in noi ci è anche di sprone per darne testimonianza al prossimo e chiamarlo alla fede, invitarlo a partecipare all'amor suo e, a sua somiglianza, ad amare i fratelli ed anche i nemici, perché ·benevo­

la è la carità, non è invidiosa, la carità non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto [ . . . ], tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta» (1 Cor 13,4-7). Questo è l'amore cristiano: questo è l'amore che ci dona lo Spirito Santo. Dio ci ama anche se siamo peccatori e Cristo lo ha donato alla Chiesa, perché siamo fratelli suoi. Soffermiamoci un attimo sul versetto: e/n questo conosceremo che siamo nati

dalla verità» (3,19) . Giovanni nel suo vangelo si rifa più volte al concetto di verità intendendolo non soltanto come l'adeguazione della realtà all'intelletto, ma, più ancora, come la parola ebraica 'emet lascia intendere, nel senso di fi­ ducia e di fedeltà, per cui deve esser ritenuto come verità quel che il Signore afferma con la sua autorità e con la sua santità: .Se rimanete fedeli alla mia

parola siete davvero miei discepoli, conoscerete la verità e la verità vifarà liberi> (Gv 8,31). La verità evangelica, pertanto, deve essere accolta e vissuta come l'àmore che il Signore ci dona, svelandoci la sua parola e la sua giustificazione; deve essere intesa come il nostro impegno fondamentale di fede e di adesione alla volontà di Dio. Lo stesso Spirito di verità, infatti, •Ci guiderà alla verità tut­

ta intera [ . . . ] , prenderà del mio e ve lo annuncerà» (Gv 16,13-14). Dio, quindi, è di per se stesso la verità: in lui non soltanto vi è la verità, ma è egli stesso la

somma e prima verità, e fu Gesù ad affermarlo dinanzi a Pilato: .Sono venuto

nel mondo per rendere testimonianza alla verità» (Gv 18,37).

L'imperativo cristiano: ama tuofratello 3, 1 1-24

133

Tale concetto è stato esposto in modo impareggiabile da Benedetto XVI: •Dare testimonianza alla verità significa mettere in risalto Dio e la sua volontà di fronte agli interessi del mondo e alle sue potenze. Dio è la misura dell'essere. In questo senso, la verità è il vero re che a tutte le cose dà la loro luce e la loro grandezza . Possiamo anche dire che dare testimonianza alla verità significa: partendo da Dio, dalla Ragione creatrice, rendere la creazione decifrabile e la sua verità accessibile in modo tale che essa possa costituire la misura e il crite­ rio orientativo nel mondo dell'uomo - che ai grandi e ai potenti si faccia incon­ tro il potere della verità, il diritto comune, il diritto della verità. Diciamolo pure:

la non-redenzione del mondo consiste, appunto, nella non-decifrabilità della creazione, nella non-riconoscibilità della verità, una situazione che poi conduce inevitabilmente al dominio del pragmatismo, e in questo modo fa sl che il po­ tere dei forti diventi il dio di questo monde>21• Da ultimo, esaminiamo il versetto: c.Se il nostro cuore non ci rimprovera nul­ /cp (3,21). Il cuore si appellerebbe alla nostra coscienza, cioè ad una facoltà dell'anima alla quale si richiama san Paolo anche nella lettera ai Romani: •Quan­

la legge esige è scritto nei loro cuori come risulta dalla testimonianza della loro coscienza e dai loro stessi ragionamentb (2, 15). Origene, a commento di

to

tale versetto, afferma che la coscienza è il pedagogo che corregge ed accompa­ gna l'uomo per allontanarlo dal male ed orientarlo al bene. È per l'appunto secondo tale modo d'intendere che san Paolo ancora una volta si rivolge alla Chiesa di Efes o : «Avete imparato a conoscere Cristo, se proprio gli avete dato

ascolto e in lui siete stati istruiti [ . . ], a rinnovarvi nello spirito della vostra men­ te» (Ef 4,20.23). La coscienza, quindi, sollecita costantemente l'uomo ad esami­ .

narsi per essere sempre vigile ed attento all'osservanza della parola di Dio che rivela: «Tutto questo io ho esaminato con sapienza ed ho detto: Voglio essere

saggio!, (Qo 7,23). 1ETruRA

PATRISI'ICA

Versetto 3,19: •In questo conosceremo che siamo dalla verità e davanti a lui rassicureremo il nostro cuore-. San Beda commenta come rassicurare i nostri

21

del

BENEDEITO XVI, Gesù dt Nazaret. Dall 'ingresso tn Gerusalemmefino alla rlsutTeztone, LEV, Vaticano 201 1 , 217.

Città

134

La

comunione con Dto: vtvere da figli di Dio

cuori dinanzi a Dio: •Quando pratichiamo le opere di devozione nella verità, è evidente che apparteniamo ad essa, cioè a Dio, perché imitiamo la sua perfe­ zione nel miglior modo possibile. Quando amiamo il nostro prossimo con i fatti e nella verità, ci rendiamo conto con chiarezza che stiamo rassicurando i nostri cuori alla luce della verità suprema. Ogni qualvolta desideriamo fare qualcosa riflettiamo a lungo per essere certi di volerla. Chi concepisce il male, se fosse possibile, vorrebbe nasconderlo a Dio, ma chi vuole fare il bene non ci mette molto a rendersene conto, e desidera essere visto da Dio, per cui de­ siderare di essere osservato da lui è un indizio di perfezione>22•

Versetto 3 , 20: •Dio è più grande del nostro cuore e conosce ogni costb. Ecu­ menio illustra la grandezza del Signore e come egli conosca ogni cosa: •Se mettiamo in pratica quello che predichiamo, persuaderemo i nostri cuori, ossia le nostre coscienze, che siamo sulla retta via. Allora Dio riceverà testimonianza che abbiamo ascoltato quello che lui dice·23• San Beda afferma che Dio, da on­ nisciente, conosce anche i peccati che compiamo: •Se la nostra coscienza ci accusa interiormente perché vede che compiamo le buone opere non con l'in­ tenzione con cui vanno fatte, figuriamoci se possiamo mettere da parte la sua conoscenza. Di lui si canta: Nemmeno le tenebre per te sono oscure e la notte è

chiara come il giorno (Sal 139, 12)·24• Versetto 3,21: •Carissimi, se il nostro cuore non ci rimprovera nulla, abbia­ mo fiducia in Dia>. Agostino commenta la fiducia nel Signore: •Qual è il signi­ ficato delle parole: Se la coscienza non ci rimprovera? Significano che la co­ scienza ci risponda in tutta verità che noi amiamo i fratelli, che in noi c'è l'amore fraterno, non finto ma sincero, quello che cerca il bene del fratello senza aspettare da lui nessuna ricompensa ma solo la sua salvezza•25• San Ciril­ lo di Alessandria si appunta sull'attenzione che si deve porre agli avvertimenti della coscienza : •Finché sei in questa vita, conserva e non rifiutare gli avverti­ menti della tua coscienza. Se li rifiuti, al termine della tua vita la stessa coscien­ za si rivolgerà contro di te e ti accuserà di fronte al tuo giudice e ti consegnerà

22 BEDA IL VENERABILE, Commento, 3 , 19, in La Bibbia commentata dai Padrt, cit. , 243. 23 ECOMENIO, Commento, 3,20, ibid., 244. 2-1 BEDA IL VENERABILE, Commento, 3,20, ibid., 244. 25 AGoSTINO, Commento all 'eptstola at Parti, 6,4, cit., 1753.

1 35

L'imperativo cristiano: ama tuo fratello 3, 11-24

alla punizione eterna. Potrai evitarlo se lungo la strada ti mostrerai cortese nei riguardi di questo avversario, ed accetterai i suoi provvidenziali rimproveri con gratitudin�26•

Versetto 3,22: «Qualunque cosa chiediamo, la riceviamo da lui, perché os­ serviamo i suoi comandamenti e facciamo quello che gli è graditO». Teofilatto commenta l'essere accontentati da Dio: �iccome custodiamo i comandi del Si­ gnore e facciamo quel che piace a lui, abbiamo fiducia che le nostre preghiere sono ascoltate, e che riceveremo qualsiasi cosa chiediamo•27• San Beda illustra come debba essere compresa la promessa divina: «Questa è una promessa assai desiderabile fatta ai credenti. Se poi qualcuno è tanto sprovveduto o dissennato da non credere alle promesse celesti, si ricordi della Scrittura che dice: Chi al­

lontana l'orecchio per non ascoltare la legge, persino la sua preghiera è sprege­ vole (Pv 28,9}•28• Versetto 3,23: «Questo è il suo comandamento: che crediamo nel nome del

Figlio suo Gesù Cristo e ci amiamo gli uni gli altri, secondo il precetto che ci ha datO». San Beda commenta l'amore reciproco: «Nel versetto in esame la parola comandamento vi si trova al singolare, mentre nel successivo lo è al plurale, ond'essa si riferisce sia all'amore che alla fede, poiché entrambe non possono essere separate in alcun modo. Invero, non ci si può amare l'un l'altro senza avere la fede in Cristo, né si può credere nel suo nome se non ci si amasse a vicenda»29• Teofilatto commenta cosa significhi credere nel nome del Signore: «Poiché abbiamo ricevuto il comandamento di amarci gli uni gli altri nella fede che abbiano in nostro Signore Gesù Cristo, dobbiamo essere consapevoli che quando poniamo in pratica tale precetto la grazia dello Spirito Santo è in noi . In tanti passi della Scrittura, poi, si legge: Credere nel nome del Signore; cosa significa? Nient'altro se non credere nella volontà, nella gloria e nella celestiali­ tà di Dio. La sua volontà è quella che tutti gli uomini, in ogni luogo, vengano battezzati nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo•30•

z6 27 28 29 30

CiRILW DI ALEsSANDRIA, Catena, 3,2 1 , in La Bibbia commentata dai Padri, TEOFII.ATIO, Commento, 3,22, ibid . , 245. BEDA IL VI!NERABILE, Commento, 3,22, ibid. , 244. lo., Commento, 3,23, ibid., 245 . . ThoFILATIO, Commento alla prima di Giovanni, 3,23, ibid., 245.

cit., 244 . .

La

1 36

comunione con Dto: vivere da ftglt dt Dto

Versetto 3,24: eChi osserva i suoi comandamenti rimane in Dio e Dio in

lui. In questo conosciamo che egli rimane in noi: dallo Spirito che ci ha dato•. San Beda si rifa al dimorare di Dio in noi e noi in lui: «Fai in modo che Dio sia una casa per te e tu per lui. Se rimani in Dio, egli rimane in te per soste­ nerti e tu rimani in lui per non cadere in colpa [ . . ]. Lo Spirito Santo in antico .

scendeva sui credenti ed essi parlavano lingue nuove, ma al giorno d'oggi la Chiesa non ha più bisogno di segni esterni. Chi crede nel nome di Gesù Cristo può avere l'amore fraterno che Giovanni ci presenta come il segno che lo Spirito Santo abita in noi e ci dona il suo amore-31 • Ecumenio riflette sull'amo­ re verso il prossimo: cCosa intende dire Giovanni con tale espressione? Preci­ samente quello che disse Gesù: Tutto quanto volete che gli uomini facciano a

voi anche voi fatelo a loro (Mt 7, 12). Se vogliamo, pertanto, che il nostro pros­ simo sia ben disposto nei nostri riguardi con affetto vero e sincero, dobbiamo essere egualmente anche noi ben disposti nei suoi confronti. Da tale coman­ damento discende che quanto più noi dimoriamo in Dio e siamo segnati dal suo sigillo, tanto più egli dimora in noi, perché non può negare se stesso. Questo comandamento ci è stato dato per la nostra crescita spirituale ed essa avverrà se lo porremo in pratica, e se lo faremo avremo Gesù sempre conten­ to di donarci quel che gli chiederemo, ed il suo amore per noi sarà molto forte-32•

Secondo gruppo di

criteri di comunione con Dio

Il fondamento dell'evangelizzazione è la carità da vivere e da praticare sempre, perché è soltanto essa che ci dà la vita eterna, poiché Cristo ha distrutto la morte (Gv 3,14; 5,24). La mancanza d'amore è l'avversione che fin daWinizio si annidò nel cuore di Caino allorquando uccise Abele. Tutti i miscredenti, nel corso della storia, hanno avuto l'odio nel cuore, ad iniziare da coloro che gridarono a Ponzio Pilato : �r.Croci.figgilo! crocifiggilo!• (Gv

15,20). L'odio, quindi, è la causa della morte dell'anima (Gv 3,1 5; Mt 21 ,22), mentre l'amore per i fratelli ci fa entrare nel regno dei cieli (3, 14).

31

BEDA I L V!!NERABILI!, Commento, 3,24, ibid., 245.

32

EcuMENIO, Commento, 3,24, ibid., 245.

L'imperativo cristiano: ama tuo fratello 3, 11-24

1 37

Gesù per tal motivo ha dato la sua vita per noi, quale prova suprema d'amore (Gv 10, 15-18) che noi dobbiamo perpetuare, soccorrendo il pros­ simo materialmente e spiritualmente, ad iniziare dai nostri nemici. Il suo stesso comandamento: «amatevi gli uni gli altri come io vi ho amatO> C Gv 15, 12) è stato vissuto da lui sulla croce per darci la concretezza del nostro vivere a sua immagine e somiglianza. La carità, pertanto, è il fondamento della nostra fede e il dover essere della nostra anima, nella certezza assoluta che Dio, come scrive Giovanni:

del nostro cuore.. La carità, infine, è la precondizione stessa dell'esaudimento delle nostre preghiere (3,22: Gv 14,22ss.), perché per ot- .

aè più grande

tenere l'amore del Signore egli ci chiede ancor prima di amare il prossimo. Il brano, quindi, si conclude con due punti focali: la fede in Cristo, quale fondamento della rivelazione stessa, e l'amore verso i fratelli.

3. La fede in Cristo segno dello Spirito di Dio 4 ' 1-6

L'affermazione di Giovanni, secondo la quale Dio ci ha donato il suo Spirito, può apparire incoerente in una Chiesa in cui pullulano i carismatici. Ci si può chiedere allora: tutto ciò che appare come un'esperienza spirituale vissuta in noi stessi procede dawero da Dio? Secondo Giovanni, tutto ciò che ci viene annunciato deve essere verificato al fine di conoscere se esso proviene dalla superbia dell'uomo owero dalla sapienza del Signore e, quindi, se colui che parla è, secondo il linguaggio della Scrittura, un uomo di Dio oppure un uomo del mondo. 1Carissimi, non prestate fede ad ogni spirito, ma mettete alla prova gli spiriti, per saggiare se provengono veramente da Dio, perché molti falsi profeti sono venuti nel mondo. 2ln questo potete riconoscere lo Spirito di Dio: ogni spirito che ricono­ sce Gesù Cristo venuto nella carne, è da Dio; 3ogni spirito che non riconosce Gesù, non è da Dio. Questo è lo spirito dell'anticristo che, come avete udito, viene, anzi è già nel mondo. 4Voi siete da Dio, figlioli, e avete vinto costoro, perché colui che è in voi è più grande di colui che è nel mondo. 5Essi sono del mondo, perciò inse­ gnano cose del mondo e il mondo li ascolta. 6Noi siamo da Dio: chi conosce Dio ascolta noi; chi non è da Dio non ci ascolta. Da questo noi distinguiamo lo spirito della verità e lo spirito dell'errore.

LEITURA TEOLOGICO-SPIRITUALE

Il primo criterio per riconoscere se uno spirito è da Dio consiste nel consta­ tare se esso compie una confessione sincera di fede, cioè se riconosce la realtà storica dell'incarnazione di Cristo, quale fondamento della nostra salvezza, da considerare come l'unica via che Gesù ci ha dato per tornare al Padre. Più chia-

Lafede in

139

Cristo segno dello Sptrlto di Dto 4, 1-6

ramente, bisogna essere certi che quell'uomo parli umilmente e con verità, cosl come il profeta Amos parlò eli sé: «Non ero profeta né figlio di profeta; ero un

pastore e raccoglitore di sicomori; il Signore mi prese di dietro al bestiame e il Signore mi disse: Va ', profetizza al mio popolo Israele. (7, 14-15). Paolo elice an­ cora più chiaramente: cAnch'io, o fratelli, quando venni tra voi, non mi presen­ tai ad annunciarvi la testimonianza di Dio con sublimità diparola o di sapien­ za. Io ritenni, infatti, di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo e questi crocifisso. lo venni in mezzo a voi nella debolezza e con molto timore e trepidazione. (2, 1-3). È Paolo stesso, infatti, a dire sempre ai Corinzi: cNessuno può dire: Gesù è il Signore se non sotto l'azione dello Spirito SantCP (1 Cor 12,3). Il discernimento degli spiriti a cui ci sollecita Giovanni non è facile da compier­ si, ed è necessario, quindi, procedervi gradatamente, secondo il criterio fonda­ mentale che egli stesso ci ha suggerito: «Da questo potete riconoscere lo spirito

di Dio: ogni spirito che riconosce che Gesù Cristo è venuto nella carne, è da Dio; ogni spirito che non riconosce Gesù, non è da Dio [ ]. Da ciò noi distinguiamo lo spirito della verità e lo spirito dell'errore. (4,2-6). . . .

Il primo passo da compiere, pertanto, è collegare tale verità al motivo dell'in­ carnazione eli Cristo: egli ha assunto, sì, la nostra carne; perché? Quale ne è stata la causa prima? Ecco la risposta: «Nessuno ha un amore più grande di

questo: dare la vita per i propri arnie� (Gv 15, 13). Dunque chi non ha la carità nega che Cristo sia venuto nella carne, e per questo Giovanni ha scritto: «Dio è amore. (4, 16). Tale negazione nel corso dei secoli è stata fatta dai molti anticri­ sti non soltanto con la parola, ma più ancora con i fatti, ed ecco perché bisogna considerare il loro modo di vivere e eli esporre. Qual è il primo atto d'amore da compiere nei riguardi di Cristo? Salvaguardare anzitutto l'unità del suo corpo mistico; non lacerare la Chiesa, non scinderla, non frazionarla per dare sfogo, sostanzialmente, alla propria superbia ed alterigia, al proprio io, ad imitazione

eli Lucifero: «Salirò nelle regioni superiori delle nubi [ ], mi farò uguale all'Al­ tissimCP (fs 14, 14). Cristo venne nella carne da buon pastore per radunare le sue pecorelle, e quindi possiamo dire con sant'Agostino: «Molti si dicono cristiani, ma in definitiva non lo sono, non sono ciò che il loro nome significa, non lo sono nella vita»1 • Ecco perché la Chiesa, nella sua missione evangelizzatrice, nonché di unificazione e di pacificazione, ci è già stata preannunciata nella sua . . .

1

AGosTINo,

Commento all 'epistola at Parti, 4,4, cit. , 1715.

La

140

comunione con Dto: vivere da ftg/1 dt Dto

unità più assoluta e nella sua insostituibilità: •Bevi l'acqua della tua cisterna e

quella che zampilla dal tuo pozzO> (Pv 5, 15). Questa è, per l'appunto, la Chiesa militante che nel suo simbolo, nonostante le formulazioni diverse ricevute nel tempo, ha affermato sempre di essere: una, santa, cattolica ed apostolica. L'acqua è l'elemento allegorico dello Spirito Santo che, nell'unità trinitaria, vivifica ed ispira la Chiesa: ·Chi ha sete venga da me e beva, chi crede in me [ . . . ] .

Questo egli disse riferendosi allo Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in tu;, (Gv 7,37-39). Ecco che il metro di giudizio affidatoci da Giovanni per ricono­ scere gli spiriti di Dio consiste nel comprendere se essi bevono l'acqua viva che offre il corpo mistico di Cristo, di cui costoro devono essere membra, e se viva­ no anche nella carità, poiché, lo ripeto ancora una volta, Dio è amore. I Padri della Chiesa che hanno commentato tale lettera sono tutti concordi nell'inten­ derla in tal modo e, per tutti, san Beda: cCon il verbo riconoscere non deve essere intesa soltanto la professione della fede ortodossa, ma anche la pratica delle opere buone che si realizza nella carità. Se cosl non fosse, ci sarebbero eretici e pseudo-ortodossi che potrebbero confessare Gesù Cristo venuto nella carne negando, di fatto, tale confessione con il loro comportamento, perché non vivrebbero nella carità. Fu l'amore di Dio verso noi a far incarnare suo Figlio. Chi, dunque, non ha l'amore, rifiuta la venuta di Cristo nella carne, e mostra di possedere uno spirito che non proviene da Dio. Lo spirito di Dio, invece, affer­ ma che Gesù si è incarnato ed ha manifestato l'amore del Padre non a parole, ma con i fatti, non parlando, bensl amando•2• Giovanni, invece, è categorico: coloro che escludono Cristo dal disegno di Dio e dalla propria vita non hanno in sé lo Spirito; anzi, hanno quello dell'an­ ticristo: sono loro i figli del mondo. I cristiani sono gli eredi del Padre, mentre gli anticristi lo sono del mondo, ed ecco in proposito le parole dirimenti di Gesù:

ho detto queste cose perché abbiate pace in me. Voi avrete tribolazione nel mondo, ma abbiate.fiducia, io ho vinto il mondo!• (Gv 16,33). Il cristiano, quin­

c

Vi

di, anche se constata che il mondo segue i falsi maestri, non deve esser colto mai da alcun dubbio, perché egli è un sacerdote del popolo di Dio, e professa

la sua fede in seno alla Chiesa che è il corpo mistico di Cristo, nonché l'unica verità e l'unica certezza che ciascuno di noi può avere, grazie all'opera di soste­ gno e d'ispirazione dello Spirito Santo. Giovanni dice: ��.Chi conosce Dio ascolta

2

BroA

IL

VENERABILR, Commento, 4,2, in La Btbbia commentata dat Padri, clt. , 249.

141

La fede in Cristo segno dello Spirito di Dio 4, 1-6

no� (4,6), onde dove vi è l'accettazione della parola di Cristo vi è lo Spirito di Dio che si deve ascoltare e, quindi, annunciare. Il vero profeta, da ultimo, è colui che prima di entrare in rapporto con gli uomini ha appreso a conoscere la voce di Dio nella sua vita lontana dal mondo, perché soltanto così è possibile ascoltarlo ed essere in grado di comunicarne la volontà. Ritorniamo ancora una volta sul primo versetto: «Non prestate fede ad

ogni ispirazione, ma mettete alla prova le ispirazioni per saggiare seprovengono veramente da Di(> (4,1). Il sostantivo discernimento, dal greco dùjkrisis, signi­ fica separazione, giudizio, interpretazione, cioè comprendere fin dove è possi­ bile, per ispirazione divina, le disposizioni d'animo degli uomini, onde accettar­ le buone e respingerne le cattive; la verità dall'errore, gli spiriti maligni

ne

dallo Spirito di Dio: «Non spegnete lo Spirito [. . . ], esaminate ogni cosa, tenete ciò

che è buon(p (1 Ts 5,19). Nulla di meglio, sul punto, dell'esegesi di sant'Ignazio di Loyola: cPer far trionfare il regno di Dio è necessario, innanzitutto, compren­ dere a fondo le realtà in cui siamo immersi. Il mondo non è altro che la rappre­ sentazione di due forze in conflitto tra esse. Dio, che vuole salvo ogni uomo, e Satana, che vuole impedire tale evento e che, pertanto, cerca con ogni mezzo di fuorviare l'uomo allontanandolo dalla verità di Dio�3• Secondo tale prima prospettiva Dio vuole salvo l'uomo. Il discernimento degli spiriti è il dono che, mediante la grazia santificante, il Paraclito fa ai figli di Dio per giudicare quale è lo spirito che in quel momento l'intrattiene, od il motivo per il quale vivono l'evento presente: «Signore, tu mi scruti e mi conosc� (Sal 1 39, 1). Il discernimento li pone entrambi in grado di riconoscere le solle­ citazioni e gli impulsi del loro cuore: «Concedi al tuo servo un cuore docile, [ . . . ] perché sappia distinguere il bene dal male- (1 Re 3,9). È , poi, soltanto lo Spirito Santo che fa tale dono e ci rende chiaro che Dio è provvido e ci fa partecipi della sua conoscenza e del suo giudizio. È ancora lo Spirito che dona i carismi: c Vi sono diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito [ . . . ] . A ciascuno è data una

manifestazione particolare dello Spirito per l'utilità comune: a uno viene con­ cesso dallo Spirito il linguaggio della sapienza; a un altro invece, per mezzo dello stesso Spirito [ . . . ] il dono di distinguere gli spiritb (1 Cor 1 2,4-10). È facile, di conseguenza, comprendere perché l'apostolo Paolo afferma che la Chiesa nella sua opera d'evangelizzazione esorta i fedeli nelle sue assemblee 3

1984.

IGNAZIO

m

LOYOLA, Esercizi sptrltualt, prima settimana, a cura

di

P. Schlavone, Paoline, Roma

La comuntone con Dto: vivere da flglt dt Dio

142

a prendere la parola auno alla volta, perché tutti possano imparare ed essere

esortati. Ma le ispirazioni dei profeti devono essere sottomesse ai profeti, perché Dio non è un Dio di disordine, ma di pac� (1 Cor 14,31-32), per cui ne conse­ gue che i criteri del discernimento degli spiriti sono essenzialmente quelli enun­ ciati dal magistero della Chiesa. È ancora Paolo che afferma, di fatto, che sol­ tanto la Chiesa può riconoscere se gli spiriti provengono veramente da Dio, dal momento che la sua parola è fondata sulla manifestazione dello Spirito: aNoi

non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma lo Spirito di Dio per conoscere tutto ciò che Dio ci ha donato. Di queste cose noi parliamo non con un linguag­ gio suggerito dalla sapienza umana, ma insegnato dallo Spirito, esprimendo cose spirituali in termini spirituali. L'uomo naturale però non comprende le cose dello Spirito di Dio» (1 Cor 2,13-14). Il discernimento in questione, dunque, è il dono che lo Spirito Santo fa ai figli di Dio, per porli in grado di conoscere da dove vengano le sollecitazioni molteplici e gli impulsi del loro cuore, affinché obbediscano alla sua volontà e non naufraghino spiritualmente, ma abbiano l'equilibrio necessario per non andare oltre le proprie forze.

1mURA

PATRISTICA

Versetto 4,1: ·Carissimi, non prestate fede ad ogni spirito, ma mettete alla

prova gli spiriti, per saggiare se provengono veramente da Dio, perché molti fal­ si profeti sono venuti nel mondo•. Didimo indica chi sono costoro: •In Giudea, prima dell'avvento di Cristo vi erano molti falsi profeti, mentre dopo la sua venuta furono gli apostoli, in possesso dello Spirito Santo, a parlare di lui. A quel punto il demonio suscitò molti falsi profeti per corrompere il Vangelo. È necessario, pertanto, che ciascun cristiano abbia quel dono particolare del Pa­ raclito che vien chiamato discernimento degli spiriti, onde essere in grado di riconoscerli•4 •

Versetto 4,2: •In questo potete riconoscere lo Spirito di Dio: ogni spirito che riconosce Gesù Cristo venuto nella carne, è da DiO>. San Policarpo di Smirne s'intrattiene sullo Spirito Santo che rende testimonianza: ..Chi non confessa che Gesù Cristo è venuto nella carne è un anticristo. Chi non confessa la testimo4 OJD!MO, Catena, 4,1, in La Bibbta commentata dat Padri, clt., 248.

La fede tn Cristo segno dello Spirito dt Dio 4, 1-6

14 3

nianza della croce è dalla parte del diavolo. Chi travisa le parole del Signore per le sue brame, e sostiene che non vi è né risurrezione dei morti né giudizio universale è il primogenito di Satana. Per tal motivo dobbiamo abbandonare la vanità di molti, le dottrine false e ritornare alla parola trasmessaci da principio•5•

Versetto 4,3: •Ogni spirito che non riconosce Gesù, non è da Dio. Questo è

lo spirito de/l 'anticristo che, come avete udito, viene, anzi è già nel mondo•. Didimo connota coloro che non vengono da Dio: cSe uno spirito divide la Chie­ sa e ritiene che la parola di Dio sia estranea alla carne perché Gesù non sareb­ be stato veramente uomo, costui con tali errori non viene da Dio. Qualcuno dirà che vi sono molti eretici che accettano l'incarnazione di Cristo. A costoro biso­ gna rispondere che nessuno può dire che Gesù è il Signore se non è ispirato dallo Spirito Santo. Chi fa tale affermazione ma non ne segue i comandamenti non ha lo Spirito Santo in sé; anche se lo onorasse con le labbra la sua anima ne sarebbe lontana•6•

Versetto 4,4: •Voi siete da Dio, .figlioli, e avete vinto costoro, perché colui che è in voi è più grande di colui che è nel monda.. Teofilatto dà il modo di ricono­ scere i falsi profeti: cFiglioli, voi che siete da Dio avete vinto i falsi profeti . Il Signore che è in voi è più grande degli dèi del mondo per i quali i falsi profeti hanno scelto di vivere. Vi è poi un altro segno della presenza di costoro che rattrista i credenti. È molto probabile, infatti, che alcuni di quei corruttori di anime abbiano sopportato di malavoglia di veder conferiti ai veri profeti gli onori più grandi mentre essi venivano trattati senza alcun rispetta.7. Versetto 4,5: ·Essi sono del mondo, perciò insegnano cose del mondo e il mondo li ascolta.. San Beda si appunta anche lui sui falsi profeti : «Gli anticri­ sti sono nel mondo, vivono per esso ed ignorano le realtà celesti. Parlano, quindi, da uomini lontani da Dio e fanno uso della ragione per opporsi alla fede cristiana. Essi, ad esempio, dicono che il Figlio non può essere coeterno al Padre; che una vergine non può partorire; che la carne p on può risorgere dalla polvere; che un uomo creato dalla terra non può ereditare il regno dei

s

6 7

SMIRNE, Seconda lettera a t Fflippesf, 7, 1-2, ibld. , 248. DIDIMO, Commento, 4,3, ibid., 249. ThoPILATIO, Commento, 4,4, ibid., 250. PouCARPo DI

La

144

comunione con Dio: vivere da figli di Dio

cieli; che un neonato non può essere contaminato dalla colpa del peccato originale�8•

Versetto 4,6: «Noi siamo da Dio: chi conosce Dio ascolta noi; chi non è da

Dio non ci ascolta. Da questo noi distinguiamo lo spirito della verità e lo spirito dell'errore». Didimo si soffenna sull'ascoltare Dio: •L'ascolto della parola di Dio deve essere inteso in senso simbolico, perché esso è molto più che udire una voce che viene dall'e$temo. Essa deve essere intesa come il porre in pratica quel che sentiamo nel nostro cuore, ed anche, ovviameQ.te, come dobbiamo passare all'azione; se qualcuno non lo fa non lo ha ascoltato davvero•9•

Terzo gruppo di criteri di comunione con Dio

Giovanni conclude la seconda parte della lettera indicando il modo per riconoscere gli spiriti che vengono da Dio e quelli che vengono dal mondo. I primi vivono nella Chiesa, professano la fede in Cristo e sono operatori di misericordia (4,1-2), e quindi possono dire con tutta verità: «Sappia, dunque,

con certezza la casa d'Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifissO» (At 2,36). Chi esclude Cristo dal disegno di Dio e lo pone fuori dalla propria vita ha lo spirito dell'anticristo (2,18; 2 Gv 7) ed accoglie il messaggio dei falsi profeti che operano nel mondo (4,3.5). I cristiani, invece, sono da Dio ed il loro carisma è frutto della fede rice­ vuta da Cristo (Gv 16,33) e proviene dall'acqua viva che la Chiesa offre ad essi, e questa è il motivo della loro egemonia sull'anticristo ( 4,4; Gv 12,31;

14,30; 16, 1 1). La vittoria del cristiano su Satana ha luogo per la sua adesio­ ne all'insegnamento della comunità ecclesiale ove lo Spirito di Dio si fa ascoltare, quale testimone della nostra fede e della parola di Dio.

8 9

B!!DA 11 V!!NI!RABILI!, Commento, 4 ,5, ibid. , 251 . DIDIMO, Commento, 4,63, ibld., 251.

parte terza

LA COMUNIONE CON DIO :

VIVERE DI FEDE E DI AMORE 4,7-5,2 1

L'uomo, secondo la Bibbia, è una creatura che può vivere soltanto in comunione con Dio. Accettare tale rapporto è vivere. Rifiutarlo è il peccato, la morte, la non-vita, secondo le parole stesse di Cristo:

��.Chi crede a colui che mi ha mandato [ .] è passato da morte a vita. (Gv 5,24). .

Per la fede, l'uomo accetta da Dio di essere sottratto al mondo delle tenebre per accedere alla luce della vera vita dei figli di Dio. La fede poi si espande in amore vissuto nell'intimità con Cristo, ma da uomini che vivono nel mondo. A coloro che centrano la loro vita cristiana sull'essenziale e vogliono vivere in pienezza il cristianesimo, Giovanni, in questa terza parte che è l'apice del suo scritto, rivolge il suo rivoluzionario messaggio: l'esperienza di Cristo va vissuta nella fede e nell'amore perché Dio è amore (4,8.16). La comunione con Dio che l'apostolo sviluppa, è data dalla mutua reciprocità che vi è tra amore e fede: alla sorgente dell'amore (4,7-2 1); alla sorgente della fede (5, 1-13).

l.

Alla sorgente dell'amore 4,7-2 1

Giovanni in questo testo ripropone il tema dell'amore che è il leitmotiv di questo scritto, ma ne arricchisce con chiarezza anche il significato, perché di tutto indica la fonte in Dio e ne approfondisce la conoscenza come sorgente stessa dell'amore. Dio è invisibile, non bisogna cercarlo con gli occhi,

ma

con

il cuore aperto che sa ascoltare la parola di Dio, perché Dio è amore!: ·Beati i

puri di cuore, perché vedranno DiO» (Mt 5,8).

Dio è amore (4,7-10)

L'esortazione giovannea chiama ancora una volta i componenti della comu­ nità con il termine carissimi e li esorta alla carità fraterna , perché •l'a more è da

DiCfl (4,7) ed unisce a Dio. Ogni autentico amore ha un'origine divina , che spinge ad interiorizzare in noi stessi il modo di amare e di essere cristiani: ·Chi ama è nato da Dio e conosce DiCfl (4,7). Se amiamo, non solo siamo nati dal Signore,

ma

lo conosciamo. La vera conoscenza di Dio si trova nell'atto stesso

di amare i fratelli. 7Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l'amore è da Dio: chiunque ama è ge­ nerato da Dio e conosce Dio. 8Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore. 9In questo si è manifestato l'amore di Dio per noi: Dio ha mandato il suo fi­ glio unigenito nel mondo, perché noi avessimo la vita per lui. 10ln questo sta l'a­ more: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati.

148 LETIURA

La comunione con Dto: vivere difede e di amore TEOLOG !CO-SPIRITUALE

Si deve aver presente sempre che il verbo conoscere nel linguaggio biblico ha un significato molto più ampio del nostro. La conoscenza era un'esperienza onnicomprensiva che assumeva in sé un intreccio inestricabile di idee e di sen­ timenti che noi, oggi, dialetticamente, scindiamo in più concetti per averne un intendimento il più particolareggiato possibile. Il conoscere biblico, che è rife­ ribile soprattutto a Dio nella sua essenza di purissimo spirito, comprende anche la volontà dell'uomo che vuoi penetrare in una realtà virtuale per intenderla, contemplarla, viverla ed amarla. Conoscere, infatti, nella Scrittura indica anche l'atto procreativo che suggella un percorso di amore fondato, di per sé, sulla legge naturale, quale dono di Dio e quindi sulla ragione, sulla volontà e sul sentimento1 • Basta in proposito ricordare il «non conosco uom(p di Maria all'angelo, ovve­ ro aver presente Giuseppe che «Senza che egli la conoscesse, partorì unfiglio che

egli chiamò Ges'CP (Mt 1,25). La conoscenza, sotto tale profilo, diviene un'espe­ rienza vitale che riassume in sé ogni aspetto morale e religioso, e riguarda ogni uomo ed il suo comportamento, e ciò è riferibile anzitutto alla conoscenza dell'amore di Dio, come Giovanni vuole che noi l'intendiamo. Il profeta Osea, in una sua espressione celeberrima, che è stata ripresa anche da Gesù (cfr. Mt

9,13), pone in parallelo l'amore e la conoscenza, e ciò è proprio quel che vuo­ le Giovanni: «Voglio l'amore e non il sacrificio, la conoscenza di Dio più degli olocaustb (Os 6,6). Giovanni, infatti, anche nel suo vangelo si pone su tale in­ dirizzo gnoseologico: «Questa è la vita eterna: che conoscano te, l'unico vero Dio, e colui che bai mandato, Gesù Crist{P (Gv 17,3). È chiaro che tale conoscenza non è un'astrazione teologica, bensì un modo d'intendere reale e concreto, come egli stesso ribadisce in questa lettera: «Chiun­

que ama è generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ba conosciuto Dio, perché Dio è amore» (4,7-8). La conoscenza dell'amore vive nel nostro cuore di uomini; essa coinvolge tutto il nostro essere e la nostra anima, tutto il nostro intelletto e tutta la nostra volontà. Il libro della Sapienza, infatti, ci mostra la possibilità naturale e razionale di conoscere Dio dalle sue opere: «Dalla gran­ dezza e bellezza delle creature, per analogia si conosce l'autore» (13,5). Per 1 Così l'esortazione post-sinodale di papa Francesco Amorts laetttta: ·La sessualità non è un male permesso, ma un dono di Dio•.

Alla sorgente dell'amore 4, 7-21

149

avere, tuttavia, una conoscenza più intima e profonda di Dio è necessario che egli si riveli, ossia si faccia conoscere, e questa è stata la missione che egli ha affidato al Figlio suo: �rNessuno conosce il Padre se non il Figlia. (Mt 1 1 ,27). Mol­ to suggestive sono in proposito le parole di Gesù secondo cui il mondo può conoscere il Padre soltanto attraverso le sue parole e le sue opere: «Dio nessuno

l'ba mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ba ri­ velata. (Gv 1,18). Dio, quindi, può esser conosciuto razionalmente soltanto per mezzo di tutto il creato, ed affettivamente, nel nostro cuore, per la concessione del dono che riceviamo dallo Spirito che lui c'invia, quali figli obbedienti alla sua parola. Questo è il modo in cui Giovanni vuole che noi conosciamo Dio, cioè a cominciare dal nostro cuore, perché il Signore ci ha amato per primi e ci ha dato il soffio della vita, imprimendo la sua immagine nella nostra anima, ed essa, come idea innata, connota la nostra legge naturale. Conoscere Dio, pertanto, non richiede un impegno intellettuale gravoso o una sapienza profonda: qual­ siasi anima l'ha impresso in sé, e da qui il Signore parla a coloro che l'invocano e desiderano averlo vicino. La Scrittura, in proposito, ci fa udire le sue parole:

«Non cercare le cose troppo difficili per te, non indagare le cose per te troppo grandi. Bada a quello che ti è stato comandato perché tu non devi occuparti delle cose misteriose. Non sforzarti in ciò che trascende le tue capacità, poiché ti è stato mostrato più di quanto comprende un'intelligenza umana» (Sir 3,21-23). Dopo essere stati avvertiti da Giovanni che Dio è amore, occorre ora cono­ scerlo in tale sua essenza e, sotto tale profilo, nel suo stesso agire pratico, cioè come tale amore si riversi in noi e come possiamo viverlo in unione con lui. Se in una sola persona divina vi sono il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, e sono allo stesso tempo tre persone eguali e distinte, e ad amare è l'ultima, non v'è dubbio che anche la prima e la seconda, per il concetto stesso di transitività, sono amore, dal momento che il Figlio procede dal Padre e da entrambi discen­ de lo Spirito Santo. Questo è il motivo per il quale Giovanni ha detto che Dio è amore senza specificare nessuna delle tre persone divine, così come ha fatto Paolo: cL'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito

Santa. (Rm 3,5). Consegue che tutti coloro che non hanno lo Spirito nel cuore sono come gli anticristi, anche se sono battezzati, vanno in Chiesa ed hanno ricevuto eventual­ mente il dono della profezia. Pure i malvagi ricevono tante volte i sacramenti, ma di essi Paolo ha detto: «Chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del

La comunione con Dio: vivere difede e di amore

1 50

Signore, mangia e beve la propria condannCP (1 Cor 1 1 ,29). Il malvagio, pertan­ to, può avere tutto, ma in nessun caso può avere la carità, cioè l'amore di Dio: lo Spirito Santo nel suo cuore. Consideriamo per un momento il versetto 4,9:

e/n questo si è manifestato l'amore di Dio per noi•. Giovanni ci sollecita a ricam­ biare tale amore, ma potremmo farlo se il Signore non ci avesse amato per primi? Ecco il motivo per il quale dobbiamo ricambiarlo: •Dio ba mandato nel

mondo il suo Figlio unigenito, perché noi avessimo la vita per mezzo di lu�, ed infatti Cristo ci ha dimostrato il suo amore morendo sulla croce per la redenzio­ ne dell'umanità: •Nessuno ba un amore più grande di questo: dare la vita per i

propri amici• (Gv 15, 13). Cerchiamo ora di comprendere le ragioni di tale amore di Dio per noi . Il Padre consegnò Cristo alla morte ed egli vi si affidò da sé; anche Giuda, però, lo consegnò alla morte, ma la diversità dell'intenzione fu sostanziale. Il Padre ed il Figlio lo fecero per il loro amore verso noi; Giuda, invece, lo fece per il suo profitto. Le parole di Agostino al riguardo sono esemplari: «Non bisogna considerare cosa fa l'uomo, ma con quale animo e con quale volontà lo faccia. Troviamo Dio Padre nella stessa azione in cui troviamo Giuda: benediciamo il Padre, detestiamo Giuda. Perché benediciamo il Padre e detestiamo Giuda? Benediciamo la carità, detestiamo l'iniquità [. . .]. Se giudichiamo tale episodio dalle intenzioni, una di esse deve essere amata, l'altra condannata, una deve essere glorificata, l'altra detestata. Tanto vale la caritàV Dio, quindi, ancora una volta è amore . L'amore di Dio, quindi, è transitivo, ma mai condiscendente o remissivo, e tanto meno permissivo: Dio ama l'uomo così come lui lo ha creato, ma non ama né tollera i suoi errori che, invece, sollecita a correggere. Sant'Agostino, in pro­ posito, ricorre ad una similitudine. Egli prende lo spunto dallo Spirito Santo, quale amore che procede dal Padre e dal Figlio, e che è apparso al battesimo di Gesù in fonna di colomba: «Una colomba non ha il fiele: tuttavia in difesa del nido combatte con il becco e con le penne, ma colpisce senza amarezza [ . . ] . .

Tuttavia sembra che infierisca. L'amore infierisce, la carità infierisce: ma infieri­ sce, in certo qual modo, senza veleno, al modo delle colombe e non dei corvi.,3• Dio, quindi, non compromette mai il suo amore con i nostri peccati, e così noi, pur dovendo amare sempre il nostro prossimo, dobbiamo nello stesso tempo 2 3

AGOSTINO, Commento all'epistola at Parti, 7,7, cit., 1 781 . Io. , Commento all 'epistola at Parti, 7,1 1 , cit., 1787.

Alla sorgente dell'amore 4, 7-21

151

correggere la nostra condotta ed i nostri errori. Il disegno concepito dal Padre con l'incarnazione del Figlio è stato quello di farci vivere la sua stessa vita : .Sa­ rete santi, perché io sono santo• (1 Pt 1 , 1 6), onde il suo amore non si manifesta soltanto all'esterno ma, anzitutto, in noi stessi (4,9). Chi ha fede in Cristo ha anche il Padre che gli manifesta il suo amore, che è di tale natura e carattere che lo spinge a condividerlo con i fratelli. Cristo per l'umanità si sostanzia nel più grande dono di Dio, perché egli è il segno dell'amore trasfigurato nel mistero dell'incarnazione. Il Signore che si dona all'uomo, e la comunità cristiana che si dona ai fratelli, sono la testimo­ nianza dell'amore con il quale il Padre ha inviato il Figlio presso noi: •Dio di­

mostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi» (Rm 5,8). Il Signore nella sua essenza amorevole si ma­ nifesta come la misericordia, e ci vuole amici nonostante gli ostacoli che noi gli frapponiamo con i nostri peccati. La storia della salvezza, in fondo, non è altro che quella degli interventi ininterrotti del Signore per strappare l'uomo alla sua colpa: Se tale storia svela il mistero del male, rivela anche quello della miseri­ cordia infinita di Dio che egli ha manifestato in Gesù. Ogni uomo senza la re­ denzione di Cristo sarebbe privo dell'amore del Padre ed impossibilitato a pos­ sederlo e a condividerlo. È il Padre, quindi, che con noi ha preso l'iniziativa avendoci amato per primo. Egli ci ha fatto il dono del Figlio, al quale ha affida­ to il nostro passaggio dalla morte alla vita . Il peccato, cioè l'esperienza della morte eterna che l'uomo porta nel cuore, non permette di amare il prossimo né di superare tale ostacolo, perché "Il pungiglione della morte è il peccato e la

forza del peccato è la legge. Siano rese grazie a Dio che ci dà la vittoria per mez­ zo del Signore nostro Gesù Cristo. (1 Cor 15,56-57). Gesù entra al nostro posto sotto l'impero della morte, ma poiché egli è la llìta, la sconfigge vittoriosamen­ te con la sua risurrezione. Ecco, allora, l'annuncio lieto di Giovanni: chi ha Cristo non muore. Egli si fa testimone dell'amore del Padre ed ama con lui tutti gli uomini. La nostra voca­ zione di credenti è amare Cristo nella Chiesa, ed il suo corpo mistico ci permet­ terà di fare l'esperienza autentica che Dio è amore. L'amore per noi si è mani­ festato in Cristo, onde esso ci spinge a viverlo nel nostro cuore e, di conseguenza, ad essere cristiani: ·Chiunque ama è generato da Dio e conosce

Dio• (4,7) . Se amiamo, non soltanto siamo nati dal Signore, ma ne abbiamo anche la conoscenza al momento stesso che amiamo il prossimo. Chi non ama non conosce Dio e il suo amore sconfinato che si è reso visibile in Cristo; infat-

La

152 ti,

comunione con Dio: vivere difede e dt amore

�Dio è amore- (4,8). Tale sentimento che Giovanni ci manifesta è motivato

dalla considerazione che il Signore nella storia della salvezza si è mostrato sempre tale. L'amore fraterno, pertanto, nelle nostre comunità è il segno stesso dell'incar­ nazione di Gesù: Dio che si dona all'uomo e la comunità che si dona ai fratelli manifestano l'amore con cui Cristo ci è stato inviato dal Padre. San Paolo, infat­ ti, rivela: cDio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo anco­

ra peccatori, Cristo è morto per noi• (Rm 5,8), per cui il Signore ci si manifesta come la misericordia stessa. Cristo ci vuole amici nonostante il peccato origina­ le: il disegno divino della redenzione, in fondo, non è altro che la storia degli interventi ininterrotti del Signore per strapparci al peccato. La Scrittura, invero, se rivela la storia del male, rivela anche il mistero della misericordia infinita di Dio che si è manifestata nell'incarnazione del Figlio. Ogni uomo senza l'opera di Cristo è privo dell'amore del Signore, è incapace di possederlo ed è impos­ sibilitato a comunicarlo ai fratelli. Il nostro peccato e la consapevolezza della morte che portiamo nell'anima non ci permettono di amare il prossimo. Cristo è entrato nella morte al pari di noi e si è fatto vittima, facendosi innalzare sulla croce. Egli divenne così il testimone dell'amore per noi e ci invita a donarlo al prossimo.

1ETiuRA

PATRISTICA

Versetto 4, 7: cCarissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l 'amore è da Dio:

chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio.. Sant'Agostino commenta come debba fondarsi la vita sull'amore: �hi vive rettamente, compie quel che è one­ sto e giusto ed obbedisce ai comandamenti di Dio, adempie alla carità che

nasce da un cuore puro, da una buona coscienza e da una fede sincera (1 Tm 1,5), e tale carità è certamente da Dio, come afferma l'apostolo Giovanni•4• An­ drea illustra chi è chiamato ad amare: «Il Salvatore è venuto al mondo per il grande amore del Padre verso l'umanità. Da quel momento chi ha ricevuto tale benedizione diventa amato e capace di amare il prossimo. Ognuno di noi è amato ed è chiamato ad amare secondo quanto ha ricevuto.5• 4

AGOSTINO, La Citt&! di Dto,

5

ANDREA, Catena,

17, 4,8.

4,7, in La Bibbia commentata dai Padri, clt. , 252.

Alla sorgente dell'amore 4, 7-21

1 53

Versetto 4,8: eChi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore». San Giovanni Crisostomo s'interroga su tale sentimento: «Di quale amore stiamo parlando? Si tratta dell'amore vero che non consiste soltanto nelle parole, ma che vive nel nostro atteggiamento e nella nostra conoscenza, e sgorga dalla passione di un cuore puro. L'uomo, purtroppo, ama anche quel che è cattivo. I ladri, infatti, amano i loro simili e gli assassini si amano vicendevolmente, ma tale amore non viene da una buona ma da una cattiva coscienza•6. Sant'Agosti­ no commenta la natura amorevole di Dio: «Se, come afferma Giovanni: Dio è amore, quanto maggiore sarà il numero dei compartecipanti a tale eredità, tanto più grande dovrà essere la nostra gioia come conseguenza della nostra carità, perché è proprio essa il premio che ci verrà assegnato•7• Versetto 4,9: «In questo si è manifestato l'amore di Dio per noi: Dio ha man­ dato il suo figlio unigenito nel mondo, perché noi avessimo la vita per lui. San Beda parla dell'amore che Dio ci ha manifestato: «Cristo ci ha dato la prova del suo amore morendo per noi, e da qui l'amore del Padre che ha inviato il suo Figlio unigenito a morire per l'umanità•8• Versetto 4,10: e/n questo sta l'amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma

è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccat-b. Giovanni Cassiano chiarisce in cosa consiste l'amore di Dio: «L'amore perfetto di Dio per il quale ci ha amato per primi si realizzerà quando esso si sarà trasferito nel nostro cuore per il compimento di quella preghiera di Gesù che noi crediamo che in nessun modo possa essere mortificata•9. San Beda indica la vittima per l'espiazione dei nostri peccati: «Questa è la prova più gran­ de dell'amore di Dio per noi: quando non eravamo ancora in grado di rivolger­ ci a lui a causa dei nostri peccati, egli ci ha inviato il Figlio suo per concedere il perdono a tutti coloro che avrebbero creduto in lui e ristabilirli nella comu­

nione della sua gloria patema•10•

6

CRISosroMo, Catena, 4.8, ibid., 252.

7 AGoSTINo, Discorsi, 260/C, l , ibid., 252. 8 BI!DA IL VI!NI!RABILI! , Commento, 4,9, ibid., 253. 9 CAssiANo, Conferenze ai monaci, 7,10, ibid., 253. 10

BI!DA IL VI!NI!RABILI!, Commento, 4,10, ibid. , 253.

La comunione con Dto: vivere dtfede e dt amore

1 54 Chl

ama

dimora in Dio (4,1 1-16)

Dio si è rivelato in Cristo come colui che ama. Ma l'amore esige dal cristiano una risposta, comporta una vita cristiana vissuta come creature nuove. Vivere un amore sul modello divino esige che noi mettiamo il nostro sguardo su Cristo, che non solo è il segno e la prova dell'amore del Padre per gli uomini, ma ne diventa per noi anche il modello. 11Carissimi, se Dio ci ha amati così, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri. 12Nessuno mai ha visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l'a­ more di lui è perfetto in noi. 13In questo si conosce che noi rimaniamo in lui ed e­ gli in noi: egli ci ha donato il suo Spirito. 14E noi stessi abbiamo veduto e attestia­ mo che il Padre ha mandato il suo Figlio come salvatore del mondo. 15Chiunque confessa che Gesù è il Figlio di Dio, Dio rimane in lui ed egli in Dio. 16E noi abbia­ mo conosciuto e creduto l'amore che Dio ha in noi. Dio è amore; chi rimane nell'amore rimane in Dio e Dio rimane in lui.

LETIURA TEOLOGICO-SPIRITUALE

Giovanni riprende il suo pensiero sul tema dell'amore con chiarezza ed es­ senzialità. Egli sviluppa il comandamento dell'amore fraterno tenendo presente quanto ha detto in precedenza. L'amore vicendevole, infatti, non solo è un co­ mandamento antico e nuovo (2,7-8), di cui il modello rimane Cristo (3, 16), ma al suo centro c'è la realtà di Dio che è amore (4,8). È Dio, infatti, che ci ha amati per primo, ci ha inviato il suo Figlio per salvarci e ci ha lasciato · il compi­ to di amarci scambievolmente. Dio, dunque, nella sua essenza più vera, è amo­ re,

che si manifesta in Gesù Cristo che si dona fino ad un amore crocifisso.

L'amore di Dio per noi è, allora, la sua stessa essenza per la quale egli ama se stesso e tutto il creato, e il suo l'amore è di per sé in relazione con tutte le real­ tà esistenti. Il pensiero di san Tommaso d'Aquino a tale proposito è più che eloquente: «L'amore tende sia verso il bene che si vuole alla persona amata, sia verso colui al quale lo si vuole, onde chi ama vuole il bene di se stesso per parlo in comunione con la persona amata. Per tal motivo l'amore è detto anche in Dio forza fruitiva, senza, però, che egli abbia comunione alcuna con l'ama­ to poiché il bene che egli vuole a se stesso non è altro che la sua stessa perso­ na. Chi, poi, ama, si rivolge all'amato come a se stesso, e sotto tale aspetto,

1 55

Alla sorgente dell 'amore 4, 7-21

l'amore vien chiamato forza aggregante. L'amore divino, pertanto, è un amore siffatto senza, ancora una volta, che tra Dio e la persona amata vi sia comunio­ ne di sorta poiché egli vuole il bene per le altre creatur�1 1 • È da chiedersi, però, s e Dio ami tutte le creature, dal momento che nella Scrittura si legge: ·Tu detesti chi fa il male. (Sal 5,6) e, viceversa: ·Tu ami tutte

le cose esistenti e nulla disprezzi di quanto hai creato• (Sap 1 1 ,24). Dio ama tutte le realtà esistenti, perché il creato è buono, ond'egli lo ama perché il suo amore è la causa stessa di tutte le cose. Il Signore, però, non ama come noi, nel senso che egli, per la sua stessa essenza, è la causa dell'amore, per cui è lui stesso che l'infonde in tutte le creature. Il nostro amore, invece, è un amore derivato che ci viene concesso e, a nostra volta, lo esterniamo alle creature. Tale concetto è reso molto bene da Pseudo Dionigi Areopagita: ·Bisogna avere l'ar­ dire di affermare che Dio stesso causa tutte le cose e, per l'eccesso della sua bontà, esce fuori da sé con la sua provvidenza e va verso tutti gli esseri•12• Ci si deve chiedere, ancora, se Dio ami egualmente tutte le creature, come sembra dal libro della Sapienza: •Egli ha creato il piccolo ed il grande e si cura

ugualmente di tutti» (Sap 6,7). In realtà Dio ama tutte le cose create, ma di più le creature razionali e tra queste specie le membra del suo Figlio e molto più il suo stesso Unigenito. L'amore di Dio può essere più o meno intenso a causa del motivo che lo determina . Ma il suo amore, di per sé, non è maggiore o minore poiché egli ama tutte le creature con il solo e semplice atto della sua volontà, dal momento che è Dio. Sono, invece, i motivi particolari, che sono la causa del suo amore più o meno grande, come si legge nelle Scritture: •Egli che

non ha rispanniato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi» (Rm 8,32), ed ancora, con riguardo agli angeli che sono superiori all'uomo: ·Eppure l'haifatto poco meno degli angeli, di gloria e di onore lo hai coronato. (Sal 8,6). Ma tale amore è più o meno intenso, nella misura in cui rende la persona più vicina a Dio. Cosl spiega Tommaso d'Aquino: •Pietro era superiore a Giovanni, poiché amava più Cristo, tanto è vero che il Signore, conscio di ciò, lo interrogò in tal modo: 'Mi ami più di costoro?'. Cristo, tuttavia, amò Giovanni più di Pietro, come dice sant'Agostino nel commentare tale versetto evangelico: Giovanni si distin­ gueva per il segno dell'amore rispetto agli altri discepoli, non perché Gesù

11

ToMMASO o'AQUINO, La Somma, vol. l,

12

PSEUD0-0IONIG1 AREOPAGITA , De divtnts nomtnibus;

q. 20, 1 , clt., 232-233. 4,13: PG 3,585.

La

1 56

comunione con Dto: vtvere dtfede e dt amore

amasse soltanto lui, ma perché lo amava più degli altri>13• Cosl anche Dio ama Cristo più del genere umano, proprio perché ha avuto per lui un amore gran­ dissimo dal momento che •l'ba esaltato e gli ba dato il nome che è al di sopra di

ogni altro nomet> (Fil 2,9) affinché si manifestasse vero Dio e vero uomo. Che poi il Signore lo abbia consegnato alla morte per la salvezza del genere umano nulla toglie alla sua eccellenza di Unigenito, dal momento che divenne il vinci­ tore glorioso, come si legge in Isaia: «Sulle sue spalle è il segno della sovranità

ed è chiamato: Consigliere ammirabile, Dio potente, Padreper sempre, Principe della pace- (fs 9,5). La natura umana assunta dal Verbo è amata da Dio più di tutti gli angeli perché il Figlio fu vero uomo, ma piu ancora, vero Dio. Dio, inoltre, si è rivelato in Cristo come l'essere supremo e il purissimo spi­ rito che ama e vive del suo amore. Ma tale sentimento vuole essere ricambiato; esso nasce in noi se guardiamo a Gesù che è il testimone dell'amore del Padre e il modello che egli ci ha dato per amarlo. La comunione con Dio non si può raggiungere con mezzi umani, perché la sua rivelazione è un dono: .Se Dio ci

ba amato, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altrb (4, 1 1). Ecco l'esortazio­ ne più volte fatta da Giovanni; ma come intenderla? Parrebbe, infatti, che egli, ad una lettura superficiale del testo, si differenziasse dall'insegnamento di Gesù avendo omesso l'amore per i nostri nemici: c/o vi dico: amate i vostri nemici e

pregate per i vostri persecutorb (Mt 5,44). In che modo dobbiamo amare i nostri nemici? Certamente non dobbiamo amare in loro il peccato e l'odio che hanno nel cuore, ma ciò che Dio volle che fossero: la sua stessa i mmagine e somiglian­ za. Se li amassimo per quel che sono e desiderassimo paradossalmente che vi restassero pure, aggiungeremmo odio a odio. Un medico ama l' ammalato non perché resti tale ma perché possa risanarlo. Talvolta, però, ne tollera anche lo scetticismo pur di riuscirvi. A quel medico interessa la malattia e non la persona e ne guarisce l'infermità affinché resti l'uomo che Dio volle che fosse. Occorre, quindi, essere sempre misericordiosi perché i nostri nemici sono sempre fratel­ li nostri: non consideriamo le loro colpe, ma la loro possibilità di liberarsene . Non siamo chiamati ad amare i loro peccati, ma ad amare quel che desideriamo in Dio che possano divenire. Siamo chiamati, pertanto, ad imitare il Signore che

disse: •Non sono i sani che banno bisogno del medico, ma i malati» (Mt 9, 12), ed egli si assoggettò a tanti insulti ed offese pur di guarirci (cfr. Le 22,63-64). Che

13 ToMMASo

o'AQuiNo,

La Somma, vol.

l,

q. 20,4,

dt. ,

235.

Alla sorgente dell'amore 4, 7-21

157

i nostri nemici siamo uomini, lo ha voluto Dio; che siano i nostri persecutori viene, invece, dal loro cuore, ma le sofferenze che c'infliggono molto spesso sono mezzi per correggerci e renderei migliori: c/! Signore corregge colui che egli

ama e sferza chiunque riconosce comefigliO» (Eb 12,6). Giovanni, quindi, non ha trascurato affatto l'obbligo di amare i nostri nemici, ma

ne ha omesso soltanto il punto intermedio riguardandoli come già pentiti e,

pertanto, fratelli nostri nella fede. È per tale motivo che egli, dopo averci detto che Dio è amore, introduce il mistero dell'incarnazione del Figlio, e ci illumina circa le conseguenze pratiche di esserne i seguaci, cioè essere coloro il cui amore per il prossimo è la ragione stessa dell'esistenza terrena (4,12). Lo Spiri­ to che l'amore del Signore ci dona è la guida del nostro cuore

(4, 13), e ci fa

comprendere che la nostra vita interiore consiste nel ribellarsi al mondo e se­ guire Dio nell'amore per lui e per i fratelli, per cui il Figlio, Salvatore dell'uma­

nità (4,14-15), ci consente di conoscere e vivere in tale amore. Esaminiamo brevemente il versetto: �Nessuno ha mai visto DiO» (4, 12). Questo è il mistero che la parusfa del Signore svelerà agli eletti; questo è l'epicentro della predicazione di Cristo, sorgente di vita e di salvezza; questo è il mistero che è destinato ad essere annunciato a tutti gli uomini chiamati a divenire figli di Dio, i quali, tuttavia, dalle sue parole conosceranno il volto di Dio che è amo­ re. Per conoscere Dio, dobbiamo innanzitutto amare e giungere alla perfezione. Soltanto in tal modo egli potrà abitare in noi. Ciò lo apprendiamo da Giovanni:

�Da questo si conosce che noi rimaniamo in lui ed egli in noi: egli ci hafatto dono del suo SpiritO» (4, 1 3). Per sapere, però, se lo abbiamo ricevuto ed abbiamo quindi conosciuto il volto di Dio, cosa dobbiamo fare? Chiedere al nostro cuore se è veramente caritatevole, e al riguardo dobbiamo rivolgerei ancora una volta a Paolo, perché tale interrogativo si fonda su una virtù particolare che è questa:

«La speranza poi non delude, perché l'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato datO» (Rm 5,5). Il mistero dell'a­ more di Dio, infine, si è manifestato sulla croce, e può essere conosciuto dal credente soltanto nella professione di fede, come quella fatta da Giovanni, testi­ mone di Cristo. Noi ameremo il prossimo sia perché è un comandamento da adempiere, sia perché l'amore divino è l'anima e il metro della nostra comunio­ ne con i fratelli: eChi sta nell'amore dimora in Dio e Dio dimora in luP (4, 16). La professione di fede di Giovanni e la sua testimonianza di Cristo come Salvatore

del mondo sono il segno della presenza di Dio nell'uomo. Giovanni afferma tale verità e rivela anche l'amore che vi è nel suo cuore, per cui chi ama può risalire

1 58

La comunione con Dio: vtvere difede e dt amore

a Dio e farne l'esperienza diretta. Ameremo il prossimo nell'immediato per una decisione nostra, ma nel tempo mediato lo ameremo per il comandamento che ci è stato dato, perché esso è il modo stesso di essere figli del Padre. L'amore che ci spinge ad amare i fratelli è ad un livello molto diverso da quello sociolo­ gico, perché è una donazione totale e un perdersi l'uno nell'altro, ed in ciò ci soccorrono le parole di Giovanni: eChi sta nell'amore, dimora in Dio e Dio di­

mora in lub (4, 16). Questa è la specificità dell'amore cristiano che lo Spirito donatoci da Gesù risorto suscita in noi, e che egli soltanto può portare alla perfezione suscitando nel nostro cuore l'amore versq i nemici. Dopo tali considerazioni si può comprendere l'affermazione fatta da Giovan­ ni: Dio è amore e, come tale, egli accosta a sé la nostra anima, rendendoci connaturale tale modo di dimorare in lui. Giovanni, però, per spiegare tale amore lo pone in relazione al nostro amore vicendevole che fa rimanere Dio in noi per cui cl'amore di lui è perfetto in nob (4,12). Siamo qui ad un punto cen­ trale del nostro testo e l'apostolo Giovanni lo sottolinea con grande fermezza: si conosce Dio solo nell'amore. Chi ama conosce Dio, chi non ama non lo co­ nosce perché solo il cristiano che vive una prassi concreta di amore sperimenta Dio e non colui che lo ricerca con ragionamenti frutto di intelligenza umana. Certi fratelli si lusingano di avere la comunione con Dio attraverso una intuizio­ ne diretta. Giovanni afferma chiaramente: solo la carità permette la conoscenza e l'intimità con il Signore senza illusioni. ·

Gesù ha conosciuto Dio perché lo ha reso visibile e concreto nella sua vita

di relazione e di amore verso il Padre e verso gli uomini. Dio si fa ancora visi­ bile e raggiungibile anche dal cristiano quando questi vive una vita di amore verso i fratelli di comunità. Per Giovanni, dunque, Dio non lo si vede, ma lo si conosce per esperienza di vita. L'amore vicendevole e la conoscenza di Dio sono due realtà diverse, ma inseparabili e legate tra loro. Anzi l'apostolo precisa an­ cora di più quando afferma che chi ama fa l'esperienza della presenza e della comunione con Dio perché egli dimora nel cuore del credente. Allora l'amore di Dio giunge alla perfezione, facendosi visibile nella testimonianza di vita dell'uomo che ama. Per questo l'apostolo, dopo averci detto che cDio è Amore»

(4,7-10) e si rivela nell'incarnazione (4,9), ci illumina sulle conseguenze pratiche per la nostra vita di seguaci di Cristo che sono: l'amore vicendevole che ha la sua origine in Dio, come condizione perché il suo amore sia perfetto in noi e vi rimanga (4,12); il possesso dello Spirito, come dono che ci guida nel nostro intimo (4, 13), per cui il cristiano comprende che il centro della sua vita non è

Alla sorgente dell'amore 4, 7-21

1 59

in se stesso o nel mondo, ma nello Spirito di Dio, che produce in lui l'amore verso i fratelli; infine, la fede in Cristo, Salvatore dell'umanità (4, 14-15), perché solo chi crede lo conosce, lo ama e dimora in lui. Ameremo gli altri non per una nostra decisione e per un comando che ci è stato dato, ma perché l'amore divino diventa l'anima e il metro della nostra comunione con i fratelli. L'amore che spinge ad amare coloro che credono in Gesù è ad un piano molto diverso da quello che spinge gli uomini nei loro ordinari rapporti sociali: è un donarsi totale e un perdersi nell'altro: �Chi dimo­

ra nell'amore, dimora in Dio e Dio dimora in lub (4, 16). Questa è la specificità dell'amore cristiano, che solo la forza dello Spirito di Gesù risorto può portare in noi a perfezione e rivelare come amore del Padre ai fratelli. A questo punto si comprende come l'affermazione di Giovanni Dio è amore non è solo una bella frase, ma l'unificazione della nostra realtà umana con Dio. Il dimorare nell'amore e vivere la comunione con Dio per noi sono inseparabili.

LETI1JRA

PATRISTICA

Versetto 4 , 1 1 : «Carissimi, se Dio ci ba amati così, anche noi dobbiamo amar­ ci gli uni gli altrb. Ecumenio fa intendere con quale intensità e costanza do­ vremmo amarci vicendevolmente: «L'amore reciproco dovrebbe somigliare a quello che Dio ha per noi. Intendo dire che esso dovrebbe essere sincero, puro e non mosso da alcunché che ce ne possa allontanar�1 4 • Versetto 4 , 12: «Nessuno mai ba visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l'amore di lui è perfetto in noi•. Agostino spiega il motivo per il quale dobbiamo amare anche i nostri nemici: «Perché Giovanni ci raccomanda tanto di perfezionarci nell'amore fraterno, mentre il Signore ci dice che ciò non è sufficiente? Perché dobbiamo amare anche i nostri nemici? Colui che si spinge ad amare i nemici, non per questo dimentica di amare i fratelli; anzi, si compor­ ta come il fuoco che prima si propaga alle cose vicine e poi a quelle più lonta­ n�1 5 . Beda si appunta sulla visione di Dio: «Nessuno ha mai visto Dio, perché nessuno può comprendere la pienezza della divinità che è in lui. Il verbo vede-

14

EcuMENIO.

15

AGosnNo,

Commento, 4 , 1 1 , in La Bibbia commentata dat Padri, cit. , 253. Commento alla Prima lettera dt Giovanni 8,4, lbid. , 254.

La

160

comunione con Dio: vtvere dtfede e dt amore

re implica tanto una percezione fisica quanto spirituale. È chiaro, quindi, che non si tratta tanto della visione fisica, quando di quella della mente, che è su­ scettibile di comprendere la pienezza dell'essere di Dio·16•

Versetto 4,13: e/n questo si conosce che noi rimaniamo in lui ed egli in noi: egli ci ha donato il suo SpiritO>. Ecumenio commenta come si possa avvertire il Signore nel proprio cuore e rendergli testimonianza : «Dal momento che noi abbiamo la comunione con Dio nell'amore puro, è questo il motivo per cui avendo visto Cristo rivestito della nostra carne lo abbiamo riconosciuto, e testi­ moniamo che il Padre lo ha inviato come salvatore del mondo. Prescindendo, però, da tale testimonianza egli ci ha istruito in proposito e ci ha gu idato a comprenderlo perfettamente quando ha detto: Sono stato generato dal Padre e

sono venuto nel monda.17• Versetto 4, 14: cE noi stess i abbiamo veduto e attestiamo che il Padre ha mandato il suo Figlto come salvatore del monda.. Beda connota Gesù come il nostro salvatore ed il nostro giudice: «Nessuno disperi della nostra salvezza. Se per la cattiveria che ci circonda ci opprime una grande tristezza, il Medico on­ nipotente viene a liberarci. Ognuno di noi, però, deve ricordarsi sempre che è lo stesso Figlio di Dio che viene a salvarci e ritornerà, severo, a giudicarci•18• Versetto 4,15: «Chiunque confessa che Gesù è tl Figlio di Dio, Dio rimane in lui ed egli in Dio-. Didimo insegna che Gesù è vero Dio e vero uomo: clnten­ diamoci bene: Dio non è in comunione con colui che lo confessa soltanto a parole e lo nega nelle opere; una confessione vera e completa comprende le une e le altre. Alcuni che non hanno letto le Scritture non conoscono bene chi è Gesù e pensano che lui, essendo nato dal grembo di Maria ed avendo ricevu­ to il nome dall'angelo, non sia il Figlio unigenito di Dio. Costoro si fermano alla sua corporeità, senza considerare che il suo essere divino non si mutò mai in esclusiva umanità. Confessare, quindi, l'unico Signore Gesù Cristo significa am­ mettere che egli è vero Dio e vero uomo•19• Beda commenta chi sia quegli che

16 17

18 19

BEDA IL VENERABILE, Commento, 4 , 12, ibid., 254 . ECUMENIO, Commento, 4 ,1 4 , ibid. , 255. BEDA IL VENERABILE, Commento, 4,1 4 , ibid. , 255. DmiMO, Commento, 4 ,15, lbld., 255.

Alla sorgente dell'amore 4, 7-21

161

conosce Gesù: «Giovanni ci parla della perfetta confessione del cuore che non può essere incrinata dalla frode degli eretici, non può essere sconvolta dalle torture dei persecutori pagani, o svilita dal comportamento di fratelli mondani o, infine, dalla debolezza della nostra fragilità·20•

Versetto 4, 16: ·E noi abbiamo conosciuto e creduto l'amore che Dio ha in noi. Dio è amore; chi rimane nell'amore rimane in Dio e Dio rimane in lui,.. San Cipriano commenta l'unione con Dio: .Coloro che non accettano la comunione nella Chiesa non sono neppure in comunione con Dio•21 • San Basilio di Cesarea caratterizza colui che ha l'amore del Signore nel cuore: ·Se, come afferma Gio­ vanni, Dio è amore, consegue che il demonio è l'odio. Colui che ama Dio e il prossimo è in unione con il Signore, mentre chi non vive nell'amore ha in sé il diavolo.22•

Chi

ama

non teme (4,17-21)

Si nota nella lettera un crescendo sul tema dell'amore. Nei versetti 2,3- l l la carità è vista sotto l'aspetto comunitario e quale precetto fondamentale della nostra fede. I versetti 3, 1 1-24 sono decisamente alla luce di Cristo: l'amore che è in noi è visto come partecipativo a quello divino che Cristo ha rivelato. I ver­

setti 4,17-2 1 , inoltre, sono essenzialmente teologici sulla rivelazione che Dio è

amore. Giovanni nel testo che segue giunge a contemplare nella prospettiva dell'amore anche il giorno del giudizio, come il grado più alto per noi uomini dell'amore misericordioso di Dio. Il modo concreto per avvertire la crescita del nostro spirito caritativo è avere il senso dinamico del nostro cammino cristiano ed avere fiducia nel giorno della risurrezione. 17In questo l'amore ha raggiunto tra noi la sua perfezione: che abbiamo fiducia nel giorno del giudizio, perché come è lui, cosl siamo anche noi, in questo mondo. 18Nell'amore non c'è timore, al contrario l'amore perfetto scaccia il timore, perché il

zo 21 22

BI!DA IL VENERABILE, Commento, 4,15, lbld. , 255. CIPRIANO, L'unità della Chiesa cattoltca, 14, ibid., 255. BASIUO m CF.SAREA, Omelie, 2, ibld. , 255.

162

La comunione con Dto: vivere dtfede e di amore

timore suppone un castigo e chi teme non è perfetto nell'amore . 19Noi amiamo perché egli ci ha amati per primo. 20Se uno dice : "Io amo Dio" e odia suo fratello, è un bugiardo. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. 21E questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche suo fratello.

LETTURA TEOLOGI CO-SPIRITUALE

Chi non teme la venuta di Cristo è colui che ha percorso la via del vero amo­ re. Ecco perché Giovanni ci ammonisce di aver ".fiducia nel giorno del giudizio•

(4, 17), perché l'amore perfetto e vicendevole che oggi ci anima, ci renderà si­ mili a Cristo quando saremo destati dal sonno della morte. Il motivo di tale fi­ ducia Paolo lo esprime con la centralità dell'annuncio pasquale: «Se Cristo non

è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostrafede. (1 Cor 15,14). Accadrà in quel giorno ciò che avvenne all'alba di quella prima­ vera nella quale le donne, recatesi a venerare il corpo di Cristo, si sentirono dire:

•Non è qui, è risuscitata> (Le 24,6). La fiducia di essere simili a Cristo risorto nasce dalla sua stessa rivelazione: egli è il vivente per eccellenza, partecipe della nostra morte, ma pur sempre il Figlio del Dio, il Risorto che anticipa la nostra risurrezione •nel giorno del giudizio-. Giovanni rende bene tale concetto nel suo vangelo con la forma verbale

elevato, per cui la Pasqua è un evento che trascende il tempo e la storia: è la liberazione dal male e dalla morte: •Quando sarò innalzato (inp m8é.ò/exaltàtus) da terra, attirerò tutti a me> (Gv 12,32); •Quando avrete elevato (injJcOO'T)tE/exal­ tavèritis) il Figlio dell'uomo, allora saprete che lo Sono- (Gv 8,28). Quello sarà il giorno che noi attendiamo fiduciosi, nel quale Gesù ci porrà alla sua destra e ci dirà: «Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per

voi .fin dalla fondazione del mondo- (Mt 25,34). Quel giorno sarà il giorno del giudizio, giorno di gloria e di consolazione per molti, ma per altri sarà motivo di angoscia, di dolore e di morte eterna. L'amore a cui è chiamata la comunità cristiana deve crescere fino alla comunione con Dio, che neppure il giorno del giudizio riuscirà ad infrangere. Il timore di quel giorno per i credenti si trasfor­ merà nella pienezza dell'amore e nella certezza di essere salvati da Cristo che ci ha redenti e resi figli di Dio (cfr. Ga/ 4,7). Non sarà così per i reprobi: «Sta per

venire il giorno rovente come un forno. Allora tutti i superbi e tutti coloro che

163

Alla sorgente dell'amore 4, 7-21

commettono ingiustizia saranno come pagliCP (MI 3, 19). Chi ama non deve aver timore del giorno del giudizio, al contrario di quanto avverrà per i peccatori impenitenti. Tale giorno; tanto sospirato dai giusti, glorificherà le vittime della storia, per­ ché Dio farà sì che «l'uomo abbasserà gli occhi alteri, la superbia umana si

piegherà; sarà esaltato il Signore» (ls 2,1 1). La parusfa di Cristo per coloro che in terra non hanno avuto l'amore nel cuore sarà un •giorno d'angoscia e di af­ flizione, giorno di rovina e di sterminio, giorno di tenebre e di caligine, giorno di nubi e di oscurità,J (Sof 1 , 1 5). Il Signore rivelerà in quel giorno il male del mondo, ma anche l'amore per gli eletti che «Verranno da oriente e da occiden­ te, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno alla mensa nel regno di Dio• (Le 13,29). Per ogni giusto, allora, il giorno del Signore diverrà segno della gioia, sia per la risurrezione di Cristo sia per la speranza della salvezza . Paolo esprime così la gioia di colui che ama : •Chi ci separerà, dunque, dall'amore di Cristo?

Forse la tribolazione, l'angoscia, la persecuzione, lafame, la nudità, ilpericolo, la spada? [ . . .]. Nessu n'altra creatura potrà separarci dall'amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore» (Rm 8,35.39). Nell'amore, dunque, non vi è il timore; esso, invece, nasce quando il nostro cuore ci accusa del male compiuto e di non aver riposto la nostra fiducia in Dio. Il peccato rende la nostra anima tenebrosa e nemica del Signore. L'amore, al contrario, fa di Cristo un re dalla bellezza inef­ fabile e i credenti lo vedranno nel suo splendore e nella sua natura divina. Giovanni precisa ancora: «Se uno dice: Io amo Dio e odiasse il suo fratello è

un mentitore» e ne dà subito la prova: ·Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede» (4,20). Chi non ama il prossimo non ha in sé Dio che è l'amore. L'uomo che ama i fratelli, invece, vede Dio e i suoi occhi vengono purificati di giorno in giorno dall'amore divino che egli avverte nel suo cuore e lo fa gioire. Tale amore, mentre siamo ancora in vita, ci fa sen­ tire il mondo lontano dal nostro cuore,

ma

quando avremo raggiunto il Signore

nel regno dei cieli allora potremo dire con il salmista : ·Il mio bene è stare vicino

a Dio: nel Signore Dio ho posto il mio rifugio• (Sal 73,28). éolui che ama Cristo, dice l'apostolo, ama il prossimo . È possibile tale amore? Come renderlo visibile?

Lo è, se è concepito come un impegno di vita . In tema di amore cristiano, l'ini­ ziativa è di Dio e il fedele risponde nella consapevolezza che Cristo gli dà la forza di amare il fratello fino a donargli la propria vita. Giovanni, poi, risponde chiaramente a tale domanda : ·Chi non ama ilfratello che vede, non può amare

Dio che non vede» (4,20) perché l'amore si esprime con «i fatti e nella verità•

164

La comunione con Dto: vivere difede e dt amore

(3, 18), condizione essenziale per tramutarsi in servizio per i fratelli. Egli, in proposito, conferma l'insegnamento degli altri evangelisti per i quali l'amore di Dio e del prossimo sono legati indissolubilmente (cfr. Mt 22,37-40; Mc 12,28-31;

Le 6,27-30), onde non è mai possibile l'uno senza l'altro. Per i l cristiano, quindi, è un precetto primario amare i fratelli, fino al più piccolo di loro, e tale amore vicendevole costituisce il segno dell'incontro avvenuto tra la coscienza del cre­ dente e la realtà di Dio. Ma qual è il fondamento dell'amore che dobbiamo avere verso i fratelli? È l'amore che Dio tramite Gesù ha avuto per noi e che. noi dobbiamo ridonare ai fratelli. Come si vede, tutto trae origine dall'amore che intercorre tra il Padre e il Figlio (cfr. 3,35; 5,20; 10, 17; 17,24.26). A questa comunione di amore va neon­ dotta ogni iniziativa che Dio ha realizzato nel suo disegno di salvezza per l'u­ manità: •Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi: rimanete nel mio amor� (Gv 15,9). Il Padre, infatti, nel suo sconfinato amore verso gli uomini, ha mandato il suo Figlio Gesù e lo ha piantato quale vite feconda nel mondo. Pa­ rimenti Gesù con lo stesso amore invia ogni suo discepolo, come tralcio legato alla vite, per prolungare la sua stessa missione e per portare molto frutto. Siamo di fronte ad una completa circolazione di amore. Ma l'amore che Gesù nutre per noi richiede una pronta e generosa risposta :

.Se osservate i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osser­ vato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore» (Gv 1 5, 10). La risposta� dunque, si verifica nell'osservanza dei comandamenti di Gesù, nel ri­ manere nel suo amore e si modella sul suo esempio vissuto nell'obbedienza radicale al Padre fino al sacrificio supremo della stessa vita. Questo insegnamen­

to ha una logica semplicissima: il Padre ha amato il Figlio e questi, venendo tra gli uomini, è rimasto unito nell'amore in un costante atteggiamento di un sì generoso e obbediente al Padre. Altrettanto va realizzato nel rapporto tra Gesù e noi discepoli. Siamo chiamati a praticare con fedeltà ciò che Gesù ha compiu­ to nell'arco della sua vita. La risposta deve essere testimonianza schietta all'a­ more di Gesù, restando profondamente uniti nel suo amore (cfr. 4, 16). Il Signo­ re ci chiede non tanto di essere amato, ma di lasciarsi amare, di accettare l'amore che dal Padre, attraverso di lui, scende su di noi; ci chiede di amarlo, lasciando a lui l'iniziativa senza porre ostacoli alla sua venuta; ci chiede di ac­ cogliere il suo dono che è pienezza di vita. •La vita cristiana ha un solo proble­ ma: quando su iniziativa divina è avvenuto l'inserimento in Cristo non resta che dimorare nel suo amore, che è quanto dire accogliere, imitare e prolungare la

Alla sorgente dell'amore 4, 7-21

165

comunione che unisce il Padre e il Figlio e che storicamente si è manifestata nell'amore del Cristo verso i discepoli>23• Per rimanere nell'amore di Gesù c'è da praticare una condizione che Giovanni ci ha detto: ci/ comandamento che ab­

biamo da lui: chi ama Dio ami anche il suo fratellO> (4,21). I rapporti tra Gesù e i credenti, allora, assumono particolare intensità dove tutto si realizza nel frutto dell'amore. Riassumiamo l'insegnamento che Giovan­ ni ha sviluppato per coglierne la concatenazione. Rimanere uniti a Cristo vuoi dire rimanere nel suo amore, un amore che ha la sua origine nella vita di co­ munione tra le Persone divine, Padre, Figlio e Spirito Santo. Ma per rimanere uniti a Gesù e portare frutto la via che i credenti devono percorrere è quella dell'osservanza dei comandamenti. A questa condizione soltanto si possono sperimentare i beni messianici, apportati dal Cristo, che sono la gioia e la pace. Qui si inserisce l'ulteriore messaggio di Giovaimi: i comandamenti che la comu­ nità messianica deve osservare sono compendiati nell'amore fraterno. Questo precetto del Signore più volte viene ricordato dal quarto evangelista sia nel vangelo che nella lettera: «Poiché il messaggio, che voi avete sentito fin da prin­

cipio, è questo, che vi amiate l'un l'altrO> (1 Gv 3, 1 1); «Questo è il suo comanda­ mento [ . . . ] che ci amiamo gli uni gli altri, secondo ilprecetto che ci ha datO> (3,23); «Questo è il comandamento che abbiamo da lui, chi ama Dio, ami anche il suo fratellO> (4,21). Questo è ciò che glorifica il Padre; questo è vivere da veri disce­ poli e portare frutti di testimonianza. Ma qual è l'intensità di questo amore o meglio la qualità, la norma dell'amore al fratello? Una sola: l'amore che Gesù ha per noi. Se noi possiamo amare è perché siamo stati amati e il nostro stile di amore è quello praticato da Gesù per noi. C'è però una particolarità da non trascurare nell'insegnamento di Giovanni in posizione di rilievo, quando egli parla del «comandamento che abbiamo da

lub (4,21) e che ha per oggetto l'amore fraterno. Cosa significa questa sottoli­ neatura di tale comandamento? Il comandamento è di Gesù perché egli lo ha consegnato a noi con la sua parola, ma specie con la vita. E il punto vertice di questo dono è raggiunto sulla croce: «Nessu no ha amore più grande di chi dà

la vita per i propri amici, (Gv 15,13). È l'estrema dedizione di Gesù per noi. Nessuno dà una prova più intensa dell'amore di chi offre la propria persona per chi ama (cfr. 1 Cor 13, 3; Rm 5,6-8). Gesù in questo modo prova la sua gratuità

z3 B.

MAGGIONI, Giovanni, clt., 160 1 .

166

La comunione con Dto: vivere dtfede e dt amore

e la sua universalità nell'amore. Desidera, tuttavia, da noi suoi amici, un con­ traccambio: la fedeltà allo stesso comandamento secondo il suo stile: «come il chicco di grano - il Cristo - non produce frutto se non è nascosto nella terra in cui muore

(12,24), così il tralcio può avere forza apostolica soltanto se è radi­

cato nella fedeltà al Signore, dando testimonianza nella sofferenza e perfino nella morte>2� . L'insegnamento di Gesù, dato con le parole e con i fatti, circa la misura del suo amore, Giovanni lo ha riespresso bene nella sua lettera:

«Da questo abbiamo conosciuto l'amore: egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per ifratelli» (3, 16); e altrettanto dice la lettera agli Efesini: «Fatevi dunque imitatori di Dio, quali figli carissimi, e camminate nella carità, nel modo che anche Cristo vi ha amato e ha dato se stesso per noi, offrendosi a Dio in sacrificio di soave odore> (Ej 5, 1-2). La ricchezza dell'amore che lega Gesù e i credenti, e questi tra loro, è dunque totale e di gran qualità. L'esistenza cristiana, come la stessa vita di Cristo, non è solo dono, gratuità, servizio, intimità di amicizia, ma anche qualcosa che è diffuso e travalica l'am­ biente in cui si vive, è amore che si dona a tutti con generosità . Forse farà senso cogliere in Giovanni la sottolineatura di Gesù che il comandamento dell'a­ more fraterno va vissuto dentro la comunità dei fratelli di fede, a differenza invece dei Sinottici, dove lo stesso comandamento verso il prossimo è inteso come amore universale, fino al nemico (cfr. Le

6,27-36). Giovanni, a ben riflet­

tere, non è restrittivo, ma preferisce porre l'accento sul fondamento dell'amore più che sulla sua universalità: egli preferisce insistere sulla vita di comunione intima che unisce il Padre e il Figlio. Ora, proprio questa ragione ci fa capire che il vero amore fraterno non si esaurisce dentro i confini della comunità cri­ stiana, in cui ogni discepolo vive, perché l'amore fondato su quello del Padre e vissuto in pienezza tra fratelli di fede, è un elemento di dinamismo apostolico. Più si vive in profondità la fede e l'amore, più tutti sono spinti a conoscere la testimonianza del vero discepolo di Gesù . Con sant'Agostino diciamo: «Rimanga dunque l'amore: questo è il nostro frutto. Questo amore consiste ora nel desi­ derio, non essendo ancora stato saziat0»2\ ma dove regna questo amore scam­ bievole i discepoli diventano segno storico e concreto di Dio-amore nel mondo.

�� 2�

H. VAN DEN BusscHP., Giovanni, Cittadella, Assisi 1 970, 492. AGOSTINO, Commento al Vangelo dt Giovanni, 86, 3, cit., 1 275.

Alla sorgente dell'amore 4,

LEITURA

167

7-21

PATRISTICA

Versetto 4,17: «29•

L'anima che vive nell'amore ha la sensazione di divenire insufficiente a se stessa: .Sostenetemi con focacce d'uva passa, rinfrancatemi con pomi, perché io

28

PsEUOO-DIONIGI,

29

GiovANNI DEU.A CROCE,

De divinis nomfnibus, 4,13: PG 3, 585. Cantico Spirituale, B, 6,2.

224

Seconda lettera dt Gtovannt

sono malata d'amore» (Ct 2,5). Anche santa Teresa del Bambino Gesù ha paro­ le adatte per descrivere il sentimento d'amore che soltanto l'Amato può soste­ nere: cSe l'anima mia non fosse colma di abbandono alla volontà di Dio, se fosse necessario lasciarsi sommergere dai sentimenti di gioia e di tristezza che si susseguono così rapidi sulla terra, sarebbe un'onda di dolore tanto amaro! Ma queste alternative toccano soltanto la superficie dell'anima mia. Eppure sono prove grandi!,30• L'amore, infine, ha modi molteplici di atteggiarsi come la carità, la misericordia, la beneficenza e l'elemosina. I passi biblici al riguardo sono innumerevoli, ed il testo di 1 Cor 13 ne è in un certo modo il compendio. La carità è quel seme divino di cui parla Giovanni nella sua prima lettera (3,9) ove afferma che Dio è amore, per cui •chiunque è nato da Dio», ha in sé tale seme, e per tal motivo ·di tutte è più grande la carità» (1 Cor 13,13). Agostino, infatti, afferma che essa è insita nell'anima: «CWamo carità il moto dell'anima che ten­ de a fruire di Dio per se stesso,31 , ed il commento di Tornmaso d'Aquino è analogo: •Dio è, spiritualmente, la vita dell'anima come essa è la vita del corpo, secondo l'espressione della Scrittura: Egli è la tua vita (Dt 30, 15). L'anima vivi­ fica il corpo direttamente, ma lo fa mediante la carità, come dice l'apostolo Giovanni: Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo

ifratelli (3,14), quindi la carità è Dio stess0132• L'eccellenza della carità è tale che essa s'estende a tutte le opere dell'uomo:

·Tutto si faccia tra voi nella carità» (1 Cor 16,14), ed essa «Sgorga da un cuore puro, da una buona coscienza e da una fede sincera» (1 Tm 1,5). La carità •in­ forma tutte le viftù,33, secondo le parole della Sapienza: •Insegna infatti la temperanza e la prudenza, la giustizia e la fortezza, delle quali nulla è più utile agli uomini nella vita» (Sap 8, 7). Essa, pertanto, è impressa nella nostra anima ad imma gine e somiglianza di Dio e, di conseguenza, «Se possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla» (1 Cor 13,2). Ecco il motivo per il quale dobbiamo «eSsere po­ tentemente rafforzati dal suo Spirito nell'uomo interiore» (Ef3, 16): «Come Dio è sommamente conoscibile in se stesso, e tuttavia non per noi, dati i limiti della nostra conoscenza che dipende dalle realtà sensibili, cosl Dio è sommamente

30 ThREsA DEL BAMBINo GI!Sù, Glt Scrttti , In Novtsstma Verba, 10 luglio 201 1 . 3 1 AGOSTINO, De doctrlna cbrtsttana, 3,10: PL 34, 1 5 . 32 ToMMASO n'AQUINO, La Somma, vol. 3, q. 23,2, clt., 179. 33 Ibtd. , vol.3, q. 23,8, clt., 187.

L'esortazione all'amore fraterno (vv. 4-6)

225

amabile in se stesso per la sua beatitudine, e tuttavia non per noi, data l'incli­ nazione del nostro affetto verso i beni visibili. Di conseguenza, affinché noi potessimo amare sommamente Dio è necessario che nei nostri cuori venga in­ fusa la carità·34• Chi l'infonde è presto detto: «L'amore di Dio è stato riversato nei

nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato datO» (Rm 5,5), ed ecco perché, ancora una volta, i suoi nomi propri sono, come abbiamo già detto, Amore e Dono. La sua ispirazione accolta nel nostro cuore ci spinge con tutte le nostre forze alla carità perfetta: «Non che io abbia già conquistato il premio o

sia ormai arrivato alla perfezione; solo mi sforzo di correreper conquistarlo» (Fil 3,12). L'amore e il dono, ancora, possono essere diminuiti o perduti a causa del peccato commesso,

ma

saranno sempre presenti nel nostro cuore come ammo­

nimento, perché il seme divino ricevuto dal Dono rimarrà sempre nella nostra anima, per cui di fronte alla nostra insufficienza spirituale potrà dirci soltanto:

«Ho però da rimproverarti che hai abbandonato il tuo amore di un tempO» (Ap 2,4). La carità è la partecipazione alla vita spirituale: echi ama il prossimo ama necessariamente ed anzitutto l'amore stesso•35, per cui tale virtù ci dice, nella sua corresponsione: «Amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori» (Mt 5,44), e l'esegesi di Paolo ne è il sigillo: , Vinci il male con il bene» (Rm 12,21). L'amore misericordioso, poi, nasce dal senso di tristezza che si avverte quando il prossimo si trova in un bisogno che non riesce a soddisfare; e da qui la defi­ nizione che ne dà Agostino: cLa misericordia è la compassione del nostro cuore per l'infelicità altrui che, potendo, siamo spinti a soccorrere,36 . Può dirsi, pertan­ to, che la misericordia è la più grande delle virtù, dal momento che soccorrere la miseria altrui è di per sé un atto degno di chi è investito spiritualmente dall'A­ more e dal Dono: «Rivestitevi, dunque, come eletti di Dio, santi e amati, di sen­

timenti di misericordia, di bontà» ( Co/ 3, 1 2); «Non dimenticatevi della beneficen­ za e di far parte dei vostri beni aglt altri, perché di tali sacrifici il Signore si compiace» (Eb 13,16). La perfezione di tale virtù, però, non ha limiti, secondo le parole di Gesù: «Se vuoi essere perfetto, va ', vendi quello che possiedi, dallo ai poveri, ed avrai un tesoro nel cielo» (Mt 19,21). Agostino commenta: o:Fate l'ele­ mosina con il lavoro onesto, poiché non potrete corrompere Cristo giudice, ed

34 Jbid. , vol.3, q. 24. 2, cit., 190. 35 AoosnNo, La Trtnttà, 8,7, 271 . 36 Io. , De Ctvttate Det, 9 , 5 : PL 41,13.

226

Seconda lettera dt Giovanni

evitare di comparire al suo cospetto con i poveri che avete spogliato. Non fate l'elemosina con le estorsioni e le usure. Io parlo ai fedeli, a coloro ai quali vie­ ne distribuito il corpo di Crist27• Ciò non toglie che alcuni attributi che convengono a Dio in sen­ so proprio sono pertinenti anche all'uomo, ma del Signore, però, si dicono in modo primario, come l'amorevolezza, la misericordia, ecc. In ciò troviamo con­ forto in Ambrogio: •Vi sono dei nomi che mostrano all'evidenza le proprietà di Dio, ed altri che ne esprimono la maestà . Altri, poi, si dicono di Dio in senso traslato, cioè per similitudine·28• Chi fu, però, il primo uomo che ne pronunciò il nome e, quindi, ne ebbe la consapevolezza quale ente supremo con l'attributo essenziale di essere l'amore stesso? Fu Adamo, creato da Dio a sua immagine e somiglianza, onde il Signo­ re infuse nella sua anima l'idea della sua esistenza provvidenziale ed amorevo­ le come impronta fondamentale della legge naturale impressagli nell'anima. Ecco il motivo per il quale Giovanni di Damasco attribuisce al nome Dio tre etimolo­ gie diverse ma sostanzialmente convergenti: �Tale parola viene dal verbo theein cioè correre e, quindi, dal soccorrere tutto; ovvero dal verbo aethein, cioè da ardere, poiché Dio è un fuoco d'amore che consuma ogni ingiustizia, ovvero ancora da theasthai cioè vedere tutto•29• Fu Dio stesso, però, ad attribuirsi il nome quando rispose a Mosè che glielo chiedeva : c/o sono colui che sono• (Es

3,14). Tommaso d'Aquino insegna che tale circonlocuzione è il nome proprio di Dio per tre motivi: •primo, perché ne rivela l'essenza, dal momento che non esprime una qualche sua forma o modo particolare di essere, ma il suo stesso essere; secondo, per la sua universalità, al contrario di ogni altro nome che, per la sua stessa particolarità, ne ridurrebbe il concetto; terzo, per la modalità infu-

26 Ibid. 27 GIOVANNI DI DAMASco, Defide orthodoxa, 1 ,9: PG 94, 789. 28 AMBROGIO, Defide, 2, pro! . : PL 16, 549. 29 GIOVANNI DI DAMASCO op. Cit. ,

Terza lettera di Giovanni

250

sa nel suo significato, poiché il verbo essere, adottato al tempo dell'indicativo presente, esprime in modo assolutamente proprio il nome di Dio che non co­ nosce né passato né futur0»30• L'insegnamento, sul punto, di Giovanni di Dama­ sco è identico: cDi tutti i nomi che si dicono di Dio quello che meglio lo espri­ me è la locuzione colui che è dal momento che comprende tutto in se stessa, e connota l'essere supremo come una sorta di oceano di sostanza infinita e senza

rlv�1•

LlrrruRA PATRI�iiCA Versetto 3: eMi sono molto rallegrato, infatti, quando sono giunti alcuni

fratelli e hanno testimoniato che tu, dal modo in cui cammini nella verità, sei veritierCP. Ilario di Arles commenta come deve essere la vita di Gaio nella fede: «La verità nella vita di Gaio era visibile nella perfezione delle sue opere. Egli era un uomo che si occupava delle sue cose senza alcuna astuzia nelle azioni, nel­ le parole e nei pensieri. Al contrario seguiva ogni comandamento di Dio quan­ to meglio poteva•32• Ecumenio commenta lo stesso concetto: «Gaio cammina nella verità, perché segue il Vangelo nella più pura semplicità. Camminare non significa porre un piede dietro l'altro, bensì fare ordinatamente un progresso spirituale. Sono molto pochi quelli che riescono a farlo, anche tra quelli che sono dotati di intelligenza•33.

Versetto 4: «Non ho gioia più grande di questa: sapere che i miei figli cam­

minano nella verità». Beda spiega il motivo della letizia di Giovanni quale presbitero: «La più grande gioia consiste nel sapere che quelli che hanno ascol­ tato il Vangelo ora lo mettono in pratica con la loro vita•34•

Versetto 5: «Carissimo, tu ti comportifedelmente in tutto ciò chefai in favore dei fratelli, benché stranieri». Beda insiste sull'ospitalità ai forestieri: cLa bontà di Gaio è il risultato della sua fede. Giovanni in sostanza dice che Gaio compie

30

3! 32 33 31

Cfr. ToMMASO D'AQUINO, La Somma, voi, l , q. 13,11, cit., 155. GIOVANNI DI DAMASCO, op. Ctt. ILARio DI ARws, Commento tntrodutttvo, 3, in La Bibbia commentata dai Padri, dt. , 282 . EcuMENio, Commento, 3, ibid . , 283. BEDA IL VllNI!RABILI!, Commento, 4, ibid., 283.

È un male non essere ospttalt (vv. 9-12)

251

queste opere perché è un credente e vuole mostrare la sua fede con le cose che fa,3s.

Versetto 6: •Essi hanno dato testimonianza della tua carità davanti alla

Chiesa; tufarai bene a provvedere loro il necessario per il viaggio in modo degno di Dia.. Ilario di Arles fa intendere cosa significhi soccorrere i ministri della Chiesa nel modo suddetto: ·Gli ospiti stranieri resero testimonianza del buon cuore di Gaio dinanzi a tutta la Chiesa, per aver ospitato generosamente in nome di Dio, senza chiedere nulla•

36.

Versetto 7: ·Per il suo nome, infatti, essi sono partiti senza accettare nulla dai pagani•. Beda fa un'ipotesi su chi furono gli ospiti di Gaio: ·Ci sono due possibili motivi per cui queste persone sono partite per il nome del Signore: di spontanea volontà, a predicare il suo nome, oppure espulsi dalla loro patria proprio per la fede e la confessione del suo nome santo•37• Versetto 8: "Noi perciò dobbiamo accogliere tali personeper diventare colla­ boratori della verità>. Gregorio Magno commenta chi siano gli operai fedeli nell'evangelizzazione: eChi offre aiuti materiali a chi ha doni spirituali, proprio in questi stessi diventa collaboratore. Essendo infatti pochi a ricevere i doni spirituali mentre molti abbondano di beni terreni, i ricchi diventano partecipi delle virtù dei poveri per il fattto di recare soccorso con le loro ricchezze a chi non ha beni e vive in santità•38•

È

un

male non essere ospitali (vv. 9-12)

Gaio è stato lodato, ma Diòtrefe, al contrario, nonostante che fosse il ministro di quella comunità, viene biasimato per il suo atteggiamento ostile verso i mis­ sionari di cui non accetta l'autorità, e dei quali era geloso oltre ad esserne un l5 Io.,

Commento, 5, ibid., 283. m ARI.ES, Commento introduttivo, 6, ibld., 283 . l7 DEDA IL VENERABILE, Commento, 7, ibid., 283. 38 GREGORIO MAGNO, Quaranta omelie sui Vangeli, 20, 12, 36

ILARIO

In

op. ctt. , 259.

252

Terza lettera dt Giovanni

diffamatore. Gaio, invece, gioiva per l'ospitalità che offriva . Giovanni, quasi certamente, aveva già scritto a quella comunità e con ogni probabilità a Diòtrefe direttamente, ma il suo messaggio era stato disatteso. Egli constata con amarez­ za tale mancata comunione spirituale e ritiene peccaminosa la condotta di quel ministro ed il suo comportamento ambizioso e privo di carità. 9Ho scritto qualche parola alla Chiesa, ma Diòtrefe, che ambisce il primo posto tra loro, non ci vuole accogliere. 10Per questo, se verrò, gli rinfaccerò le cose che va facendo, sparlando di noi con discorsi maligni. Non contento di questo, non riceve i fratelli e impedisce di farlo a quelli che lo vorrebbero e li scaccia dalla Chiesa. 11Carissimo, non imitare il male, ma il bene . Chi fa il bene è da Dio; chi fa il male non ha veduto Dio. 12A Demetrio tutti danno testimonianza, anche la stessa verità; anche noi gli diamo testimonianza e tu sai che la nostra testimonianza è veritiera.

LmuRA

TEOLOGico-sPIRITUALE

Cosa dire in proposito? Come commentare tale rammarico? Nulla di meglio che rifarsi al libro di Qoèlet anzitutto per Gaio, il servitore fedele di Cristo: a)

«Va', mangia con gioia il tuo pane, bevi il tuo vino con cuore lieto, perché Dio ha già gradito le tue opere. In ogni tempo le tue vesti siano bianche e il profumo non manchi sul tuo capa. (Qo 9,7-8); b) «Egli non penserà infatti molto ai gior­ ni della sua vita, poiché Dio lo tiene occupato con la gioia del suo cuore. (5, 19); c) «Temi Dio ed osserva i suoi comandamenti, perché questo per l'uomo è tuttCP (12,13). Adopererò ancora tale libro per porre a confronto Gaio e Diòtrefe: cl/ saggio ha gli occhi tn fronte, ma lo stolto cammina nel buia. (2, 14). Ecco, infine, cosa si può dire per Diòtrefe: «Le labbra dello stolto lo mandano tn rovina, il principio del suo parlare è sciocchezza, la fine del suo discorso pazziafunestCP (Qo. 10, 13). Per Giovanni, da ultimo, che si addolora per quan­ to avvenuto, è sempre il Qoèlet a rispondergli: «Non esserefacile ad irritarti nel tuo spirito, perché l'ira alberga tn seno agli stolti [ ]; non fare attenzione a tutte le dicerie che sifanno, così non sentirai che il tuo servo ha detto male di te» (7,9.21). Diòtrefe, oltre che ostacolare l'annuncio del Vangelo, si poneva in . . .

contrasto con il comando del Signore sull'amore fraterno, e a Giovanni non ri­ maneva altro che incoraggiare Gaio a perseverare nella sua opera di bene ed a fuggire il male, perché: cChifa il male non ha veduto DiCP (v. 1 1). La comunione con il Signore è addirittura l'opposto del modo in cui si com­ ' porta Diòtrefe che abusa della sua autorità mentre dovrebbe camminare soltan-

È un male non essere ospita/t (vv. 9-12)

253

to sulla via della verità e dell'amore: "Pascete il gregge di Dio [ . . . ] non spadro­ neggiando sulle persone a voi affidate, ma facendovi modelli del gregge» (1 Pt 5,2-3). Alla conoscenza di Dio non ci conduce la nostra volontà, ma soltanto la carità, che è il dono più grande che ci fanno il Padre e il Figlio. È significativo, poi, l'accenno alla testimonianza di Demetrio che, da buon cristiano, merita la fiducia di tutti, ed un aprirsi alla sua collaborazione ed imitarla è un arricchi­ mento dello spirito. Tale testimonianza che Giovanni gli rende è uno strumento della Verità, cioè Cristo stesso che agisce mediante il suo Spirito su coloro che lo amano e fanno spazio nel loro cuore alla parola di Dio.

LE'rruRA.

PATRISTICA

Versetto 9: cHo scritto qualche parola alla Chiesa, ma Diòtrefe, che ambisce il primo posto tra loro, non ci vuole accogliere». Ilario di Arles illustra in qual caso si debba reagire all'ambizione di Diòtrefe: cQuesto verso ci insegna a sop­ portare con pazienza chi ci insulta, tuttavia in alcuni casi dobbiamo reagire, perché mentre viene seminato il male nei nostri confronti, non si corrompa la mente di quelli che potrebbero aver ascoltato qualcosa di buono su noi:t39• Beda insiste in proposito: ·Diòtrefe è decisamente un eretico del tempo di Giovanni. Era superbo, insolente e preferiva avere il controllo della sua Chiesa predicando cose nuove, piuttosto che ascoltare con umiltà i comandamenti antichi che Giovanni già aveva predicato:t40•

Versetto 10: cPer questo, se verrò, gli rinfaccerò le cose che va facendo, spar­

lando di noi con discorsi maligni. Non contento di questo, non riceve ifratelli e impedisce di farlo a quelli che lo vorrebbero e li scaccia dalla Chiesa:.. Beda mette in guardia contro i diffamatori dei ministri della Chiesa: cDobbiamo evi­ tare di stuzzicare la lingua dei diffamatori, affinché non periscano a causa nostra. Dobbiamo allo stesso modo sopportare pazientemente quelli che ci denigrano con cattiveria, così cresce il nostro merito. Ci sono occasioni in cui dobbiamo protestare, perché mentre seminano il male su di noi, corrompono il cuore di gente innocente che avrebbe potuto ascoltare del bene su di noi. Ecco perché

39 ILARio

01

Alu.Es,

Commento tntroduttivo, 9, in lA Btbbia commentata dat Padri, cit. , 284.

40 BHDA 11 VI!NERABILI!, Commento, 9, ibid., 284.

254

Terza lettera dt G1ovann1

Giovanni riprende il suo accusatore»41 • Ecumenio espone il suo modo d'inten­ dere quel che Giovanni scrive sul non accogliere i fratelli : .Se è principio evan­ gelico che non dovremmo restituire male per male, qual è il senso di questo avvertimento? Secondo me, non dobbiamo restituire male per il male quando il danno è stato fatto a noi personalmente. Ma quando il peccato tocca noi e crea impedimento alla fede dobbiamo contrastarlo, come fece Paolo con Elimas, che si stava opponendo alle vie del Signore: O uomo, figlio del diavolo (At 13,8). Non c'è comunione, infatti, tra la luce e le tenebre»42•

Versetto 1 1 : ·Carissimo, non imitare il male, ma il bene. Chi fa il bene è da Dio; chifa il male non ba veduto Dia». Didimo s'intrattiene sul compiere il bene: cCome non c'è comunione tra la luce e le tenebre, nessuna intesa tra Cristo e Beliar [diavolo], così chi fa il bene in maniera pratica e contemplativa, che pos­ siede Cristo, che è vera luce, si terrà lontano dalle tenebre e da Belias. Ma sic­ come il male è contrario a chi opera il bene, esso viene soltanto da Satana e dalla tenebra, non ha visto Dio e non ne ha alcuna conoscenza»43• Versetto 12: •A Demetrio tutti danno testimonianza, anche la stessa verità;

anche noi gli diamo testimonianza e tu sai che la nostra testimonianza è veri­ tiera». Ecumenio commel)ta la testimonianza in favore di Demetrio da parte di tutta l a comunità: cGiovanni dicendo tutti intende in primo luogo quelli che . osservano la verità. Dicendo poi la verità stessa intende il fatto che Demetrio mette in pratica quel che predica. Ci sono alcuni, infatti, che parlano molto bene, ma le azioni che seguono non corrispondono a quello che dicono»44 •

Alla fine dello scritto (vv. 13-15)

Tali versetti sono di congedo. Giovanni si ripropone d'incontrare nuovamen­ te Gaio e gli fa l'augurio di una pace cristiana. Il suo animo si apre verso i figli 41 Io., Commento, 10, ibid. , 284s. 42 43 «

ECUMENIO, Commento, 10, ibid., 285. DJD!Mo, Catena, 1 1 , ibid., 285. ECUMENIO, Commento, 12, ibid., 285 . .

Alla fine dello scritto (vv. 13-15)

255

spirituali che ascoltano volentieri la sua parola, ed il suo proposito di incontrar­ li presto esalta l'impeto del suo amore per essi. Egli conclude lo scritto con i

saluti di pace per i fratelli (cfr. Gv 20,19.2 1.26) e su tale saluto particolare dob­ biamo soffermarci in breve. 13Molte cose avrei da scriverti, ma non voglio farlo con inchiostro e penna. 14Spero però di vederti presto e parleremo a viva voce. 15La pace sia con te. Gli amici ti sa­ lutano. Saluta gli amici a uno a uno.

LETIURA TEOLOGICO-SPIRITUALE

L'uomo desidera la pace dal profondo del cuore, e soltanto la storia della salvezza rivela in cosa essa consista: la presenza di Gesù è essa stessa la pace: è il frutto della sua vittoria sul mondo, sulla morte e sul peccato: e/l regno di Dio

non è questione di cibo o di bevanda, ma è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo- (Rm 14,17). La pace deve regnare nei nostri cuori perché è fondata sulla fede in Cristo, per cui fa dei suoi credenti «Uno stesso spirito (homothymad6n) in uno stesso luogo (epì tò auto),, cioè la Chiesa in assemblea liturgica. Il sacer­ dote celebrante, infatti, proclama ai presenti l'augurio di: •Pace a tuttt. e l'assem­ blea gli è concorde: «E con il tuo spirito-45• Da qui, i celebranti, ad iniziare alme­ no dal X secolo, invitano i fedeli a scambiarsi un saluto di riconciliazione nella fraternità dell'amore in Cristo, a somiglianza di quanto facevano i componenti della comunità di Gerusalemme: cLa moltitudine dt coloro che erano venuti alla

fede aveva un cuore solo e un'anima sola. (At 4,32) ed il saluto di pace recipro­ co ne era il simbolo, come testimoniato da molti Padri della Chiesa. La pace, in tal senso, è un dono di Dio che il Figlio ha lasciato in eredità al suo corpo mi-

�5 La liturgia romana colloca lo scambio della pace dopo il Padre nostro, affinché il perdono sia reciproco Immediatamente prima della comunione del fedeli. I riti orientali, al contrarlo, lo collocano all'Inizio della liturgia eucaristica, onde porre in evidenza che il compimento di essa, che va dall'of­ fertorio fino alla comunione, è un atto che riguarda e coinvolge tutta l'assemblea alla quale vien ri­ chiesta subito la disposizione d'animo adeguata, come, peraltro, è affermato esplicitamente nel dialo­ go che introduce l'anafora. Nel rito latino, invece, la pace viene data dopo la consacrazione delle specie del pane e del vino: cii beato papa Innocenza (401/417; ltber ponttficalis) stabil1 che la pace venisse data dopo la consacrazione dei sacramenti [del corpo e del sangue del Signore, n.d.r.]. Quan­ do diamo la pace siamo soliti dire: La pace sta con te, e segue la risposta dei fedeli: E con ti tuo sptrt­ to. La pace, pertanto, in maniera opportuna vien data prima della comunione, poiché mangia e beve la propria condanna (1 Cor 1 1 ,29) colui che avrà avuto la presunzione di comunicarsi senza essersi riappaciflcato prima con Il proprio fratello• (BI!Rmwo 01 CosTANZA, Mtcrolous, 18: PL 143).

256

Terza lettera di Giovanni

stico. La Chiesa, mentre fa di tutto per custodire e ristabilire la pace nei cuori, la invoca essa stessa dal Signore e la dona ai suoi figli, secondo l'esegesi di Giovanni Crisostomo: «È Cristo che si degna di rivolgervi la parola pace attra­ verso me-46• Accogliere la pace è il primo passo e la condizione essenziale per realizzarla e custodirla. I Padri della Chiesa la intendono sia come la forma più alta della concordia fraterna, sia come il sentimento sublime attraverso il quale viviamo in comunione con Dio. Le divisioni e gli scismi, invero, non soltanto si rifletto­ no sui rapporti umani ma, più ancora, incidono sul cuore di ogni cristiano po­ nendone in forse la fede, indebolendone lo slancio apostolico ed esponendolo alla sollecitazione delle passioni. Sotto tale aspetto, infatti, nei primi secoli scam­ biarsi il saluto di pace significava rinnegare apertamente e concretamente qual­ siasi sentimento di ostilità, per cui esso non veniva seguito da una semplice stretta di mano o da un abbraccio, bensl veniva porto con il bacio (philema): «Quando le preghiere [d'intercessione nella celebrazione del rito eucaristico, n.d.r.] sono terminate, ci salutiamo l'un l'altro con un bacio•47• I Padri però, sul punto, sono stati parimenti molto chiari a scanso di equivoci o di lassismi: il bacio doveva essere dato come suggerito da Paolo: «Salutatevi gli uni gli altri

con il bacio santa. (Rm 16, 1 6). I Padri, quindi, hanno rappresentato sempre il bacio della pace con le disposizioni d'animo migliori, e cioè come un saluto che esprime una dignità sacerdotale piena e reale e, per l'appunto, lo hanno chia­ mato mistico (mystik6n), perché rende partecipi del mistero (mystérion) di Cri­ sto il cui amore rende possibile, a somiglianza del suo, l'amore nostro verso Dio e verso il prossimo. Il bacio è, di conseguenza, un'espressione dell'anima che esprime e manife­ sta quel che lo Spirito Santo imprime nei cuori dei credenti chiamati all'unità. Per intendere correttamente e nel modo più profondo il saluto di pace che Giovanni porge, tenuto conto che esso è stato quello che Cristo porse subito agli apostoli dopo la sua risurrezione, è necessario ricorrere ancora una volta all'interpretazione che lo stesso Spirito Santo ne fa nella Scrittura e che i Padri della Chiesa hanno a loro volta commentato. Ci sembra utile a questo punto completare il commento del saluto di pace facendo nostri alcuni testi biblici del Nuovo Testamento con i quali i Padri del-

'6

CRISOSTOMO, Omelie sulla prima lettera at Corlnzt, 36,5, Ed. Cantagalli , Siena 1962.

'7 GIUSTINO, Apologia prima, 65,2, Paollne, Roma 1983.

Alla fine dello scritto (vv. 13-15)

257

la Chiesa hanno ampliato il senso alla luce della parola del Signore. La pace, infatti, diviene il vincolo della carità che consente ai credenti di unirsi nella fede e nell'amore reciproco per prendere parte alla liturgia eucaristica propriamente detta. Ecco allora che il saluto con il bacio santo di Paolo (Rm 16, 16) diviene il modo di manifestare in coloro che si apprestano a comunicarsi un ritorno alla loro condizione battesimale, e cosl sentirsi estranei ad ogni sentimento di divi­ sione e di scisma . Da qui il sentimento di pace fondato nell'unione dei cuori e nella fede in Cristo che consente di celebrare il memoriale della sua morte e di partecipare al suo corpo mistico. La pace, in tal senso, diviene il dono per eccellenza che Gesù fa ai fedeli e che egli rinnova sempre. Essa è concepita dai Padri della Chiesa sia come l'e­ spressione della concordia fraterna tra i membri della comunità, sia come il sentimento che ciascuno di noi deve avere verso se stesso e verso Dio. Il bacio santo, dato con buone disposizioni d'animo, viene presentato dai Padri come una manifestazione di grande spiritualità che consente di accedere al sacramen­ to dell'eucaristia e rende partecipi del mistero di Cristo il cui amore rende pos­ sibile il nostro. Diamo un piccolo saggio di tale lettura patristica. « Vì lascio la pace, vi do la mia pace- (Gv 14,27) e Giovanni Crisostomo com­ menta: «Ricordiamoci sempre, carissimi, dei santi baci e di quel saluto di pace ineffabile che ci scambiamo gli uni gli altri. Tale gesto, infatti, unisce i nostri animi e ci rende un corpo solo. Uniamo, dunque, le nostre anime per mezzo del vincolo della carità e cosl potremo godere spiritualmente della mensa che ci sta dinanzi. Anche se, infatti, avessimo compiuto mille opere di giustizia, ma in cuor nostro conservassimo rancore, tutto sarebbe inutile e vano•48•

«Questa è la Parola che egli ha inviato ai .figli d1sraele annunciando la pace per mezzo di Gesù Cristo- (At 10,36), ed Origene: «Salutatevi a vicenda con il bacio santo (Rm 16,16). Da tale passo e da altri simili è nata nelle Chiese la consuetudine che, dopo le preghiere, i fratelli si accolgano a vicenda con un bacio per offrirsi la pace e l'apostolo lo chiama santo. Egli con tale parola vuo­ le insegnare innanzi tutto che i baci che si danno in Chiesa devono essere casti e poi che non devono essere simulati come quello di Giuda, che mentre lo porgeva a Gesù ne meditava il tradimento. Il bacio del fedele, dunque, sia casto e rechi con sé la pace e la semplicità con una carità non falsa•49• 18 CRisoSTOMo, 19

Omelie sul tradimento dt Gtuda, 1 ,6. Ed. Vallecchi, Firenze 1961. ORIGENE, Commento alla lettera at Romant, 10,33: PG 14, 839.

258

Terza lettera dt Gtovannt

•Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Diao (Mt 5,6), e Giovanni Crisostomo: ·Il bacio santo per offrire la pace; ma di cosa si tratta? Noi siamo il tempio di Cristo (1 Cor 3,16); baciamoci, dunque, gli uni gli altri e ba­ ciamo pure le porte del tempio. O non vedete quanti le baciano facendo un inchino ovvero toccandole con la mano per portarla alla bocca? È proprio attra­ verso tali battenti e tali porte che Gesù Cristo è entrato e continua ad entrare nel nostro cuore allorquando ci comunichiamo. Voi, che prendete parte ai mi­ steri, sapete .ciò che dico. Non è, infatti, un onore da poco quello accordato alla nostra bocca quando essa accoglie il corpo del Signore e per tal motivo ci ba­ ciamo su di essa-50•

·Abbiate sale in voi stessi e siate in pace gli uni con gli altri» (Mc 9,50), e Mas­ simo il Confessore: •Di cosa è simbolo il bacio della pace? Lo è della concordia dei cuori, dell'unità della fede e dell'identità comune nella parola di Dio. Tutti coloro che posseggono tali virtù vivono familiarmente con il Signore. La bocca, infatti, è il simbolo della parola ed è proprio grazie ad essa che tutti coloro che ascoltano quella di Dio si uniscono fraternamente ad essa che è causa di ogni parola umana•51•

•In qualunque casa entriate diteprima: Pace a questa casa. Se vi sarà unfiglio della pace, la vostra pace scenderà su di lui• (Le 10,5-6), e da tale versetto i Detti dei Padri del deserto: •Un anziano affermava: Spesso, quando il diacono diceva: Scambiatevi il bacio della pace, ho visto lo Spirito Santo sulla bocca dei fratelli•52•

tutti quelli che sono a Roma, amati da Dio e santi per chiamata, grazie a voi e pace da Dio, Padre nostro, e dal. Signore Gesù Cristao (Rm 1 ,7) [e così nel ·A

saluto iniziale di tutte le epistole, n.d.r], e da qui il commento di Ignazio di An­ tiochia: •Quali figli della luce, della verità e della pace, fuggite la divisione e i cattivi insegnamenti; là dove è il pastore seguitelo come pecore. Molti lupi, in­ fatti, che appaiono degni di fede si compiacciono perfidamente di rendere pri­ gionieri coloro che camminano sulle vie del Signore, ma nella vostra unità non troveranno spazio. Tenetevi lontani dalle erbe cattive che Gesù Cristo non colti­ va,

perché non sono piantagione del Padre (Mt 15,13). lo non ho trovato in voi

alcuna divisione, ma piuttosto la separazione da ogni impurità. Quanti, infatti,

10

CrusosroMo, Omelie sulla seconda lettera ai Corlnti, 30, 1-2.

CONFESSORE , Mistagogia, 14. Detti dei Padri del deserto, n. 37, Città Nuova, Roma 20 12.

51 MASSI MO IL 52

Alla fine dello scritto (vv. 13-15)

259

sono di Dio e di Gesù Cristo stanno con il vescovo e quanti si convertono e si uniscono alla Chiesa saranno anch'essi di Dio per vivere secondo Gesù Cristo•5'l. •Il Dio della pace vi santifichi interamente» (1 Ts 5, 23), e Giovanni Crisostomo scrive: «Nessuno custodisca nel suo cuore pensieri maligni, piuttosto purifichi la sua mente ed offra la pace. Ci stiamo accostando, infatti, ad un sacrifico puro [l'Eucaristia, n.d.r.] mediante il quale rendiamo santa la nostra anima! Se hai qualcosa contro il tuo nemico elimina l'ira, cura la ferita, cancella l'inimicizia onde ricevere la guarigione da questa mensa. Ti accosti, infatti, ad un sacrificio tremendo e santo! Rispetta il senso profondo di tale offerta : Cristo giace immo­ lato, e per qual motivo lo ha fatto? Per riappacificare tutte le realtà che sono sulla terra e quelle che sono nei cieli (Col 1,20), per farti amico degli angeli, per riconciliarti con il Dio dell'universo, per renderti suo amico, da nemico ed av­ versario che eri. Egli ha dato la vita per coloro che l'odiavano e tu continui a nutrire rancore per chi è servo come te? Come potrai accostarti alla mensa del­ la pace? Egli non si è rifiutato neppure di morire per te e tu , invece, per il tuo stesso bene, non accetti di deporre l'ira nei riguardi di chi è servo come te? Quale perdono potrai mai ottenere con tale comportamento?·54•

cSe uno di voi dice loro: Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi, ma non date loro il necessario per il corpo, a che cosa serve?• (Gc 2, 16), e Teodoro Stu­ dita: «Fratelli e padri, la domenica, giorno del Signore, è un giorno di pace. Il Signore, infatti, in essa, dopo aver spogliato il Nemico, disse ai suoi discepoli :

Pace a voi e con tali parole non ha lasciato la pace in eredità soltanto a loro, né soltanto per un giorno, ma a tutti e per sempre egli annuncia la stessa pace e lo fa anche a noi miseri. Facciamo tesoro, dunque, di tale pace e viviamola tra noi. Ciò significa, innanzitutto, non nutrire odio verso alcun fratello, ma piutto­ sto disporsi verso tutti con amore, secondo le parole stesse di Gesù : ·Da questo

tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri» (Gv 13, 35). Ciò, però, significa anche vivere nella pace e nella quiete e lontano dal­ le passioni funeste. Così, infatti, possiamo dire con l'Apostolo: •Noi siamo in

pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo. Per mezzo di lui abbia­ mo ottenuto, mediante lafede, l 'accesso a questa grazia nella quale ci troviamo, saldi nella speranza della gloria di Dio (Rm 1,2)·55•

53 IGNAZIO

S4

DI

ANTIOCHIA, Lettera ai Filadelfest; 2,1 -2; 3,1-3. Qiqajon, Bose

GIOVANNI Ciuso�ì'OMO, Omelie sul tradimento dt Giuda, 1 ,6, clt.

55 TEoDoRo SruDITA, Piccole catechesi, 1 1 ,

Qiqajon, Bose 2006.

2004.

260

Terza lettera dt Giovanni

LETIURA

PATRISTICA

Versetti 13-15: ..Molte cose avrei da scriverti

[ . . . ]. Spero, però, di vederti

presto e parleremo a viva voce. La pace sia con te. Gli amici ti salutano. Saluta gli amici ad uno ad unCP. Clemente di Alessandria commenta il commiato di Giovanni: ..Dalla conversazione sia lungi il vezzo di contendere per una sana vittoria, perché noi miriamo alla tranquillità, e ciò significano anche le parole di Giovanni: Pace sia con te.56• Beda si rifa all'espressione: gli amici ti salutano: cGiovanni invia la grazia della pace e della salvezza ai suoi amici per dimostra­ re che Diòtrefe e gli altri nemici della verità non hanno parte nella loro pace o salvezza»57•

m

AlEsSANDRIA,

in

56

CLEMENTI!

57

BEDA IL VI!NI!RABILE, Commento, 15, ibid., 286.

Ilpedagogo, 2,7,58:

La Btbbta commentata dat Padri, cit., 286.

Conclusione

Mi piace concludere la riflessione teologico-spirituale di queste tre lettere giovannee, e in particolare della prima lettera, vero capolavoro di tutto il Nuovo Testamento sul tema della fede nell'a more, con le parole stesse di sant'Agostino: «Quanto più godo di parlare della carità, tanto meno vorrei terminare la spiega­ zione di questa lettera. Nessun testo è più caldo nella raccomandazione della carità; niente di più dolce può essere annunciato, niente di più salubre può essere assorbito dalla vostra mente; purché però confermiate in voi il dono di Dio, vivendo bene. Non siate ingrati a questa sua grazia donataci da chi non volle che il suo Figlio Unigenito restasse solo; affinché egli avesse dei fratelli, adottò dei figli che potessero con lui possedere la vita eterna•1 •

1 AaosnNo,

Commento alla prima lettera , 8,14:

In

op.

ctt. ,

181 1.

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Indice

Prefazione del Card. GIANFRANCO

RAvASI . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

5

15

Premessa Introduzione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . l . Lo sfondo storico-religioso . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 2. L'attualità del messaggio giovanneo. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 3. L'uso liturgico e la catechesi giovannea . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 4. Il messaggio teologico-spirituale . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 4. 1 . Una comunità turbata da falsi profeti 4.2. L'insegnamento apostolico 5. L'esperienza giovannea: vivere la comunione con Dio . . . . . . . . 5.1. I criteri autentici di comunione con Dio 5.2. Il cristiano e la fede in Cristo 5.3. Il cristiano e il comandamento dell'amore 6. La struttura e il genere letterario della prima lettera di Giovanni .

. . . .

21

. . . .

21 22 23 24 25 26 27 28 29 29 31

. . . .

. . . .

. . . .

. ...

....

Prima lettera di Giovanni Vita di comunità - Vita di comunione Il prologo della lettera: 1, 1-4 . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Un annuncio autentico ed ecclesiale

l . L'esperienza del Verbo e la testimonianza di vita . . . . . . . . . . . . . . . .

2. L'annuncio della vita, la comunione e la gioia . . . . . . . . . . . . . . . . . . 3. Conclusione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

35

35 37 39 42

Indice

266

parte prima LA COMUNIONE CON DIO : CAMMINARE NELLA LUCE

1,5-2,28 l . Camminare nella luce: 1,5-2,2 . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Dio è luce senza tenebra (l ,5) Chi è nella luce si riconosce peccatore (1,6-10) Cristo vincitore del peccato (2,1-2)

Primo gruppo di criteri di comunione con Dio 2. Osservare i comandamenti: amare: 2,3-1 1 . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . L'autentica esperienza di Dio (2,3-6) Amore: sintesi di ogni comandamento (2,7-8) Odio e amore (2,9-1 1) Secondo gruppo di criteri di comunione con Dio 3. Proclamare la propria fede: 2, 12-28 . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . La vittoria dei credenti (2, 12-14) I credenti e il mondo (2, 15-17) L'ultima ora è presente (2, 18-21) La fede segno dei veri credenti (2,22-25) Rimanere saldi nella vera fede (2,26-28) Terzo gruppo di criteri di comunione con Dio

49 49 53 58 64 66 66 70 73 77 78 78 82 86 91 95 99

parte s(/conda LA COMUNIONE CON DIO: VIVERE DA FIGLI DI DIO 2,29-4,6 l. Giustizia, sì, peccato no: 2,29-3, 1 0 . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Siamo figli di Dio (2,29-3,3) Il cristiano nato da Dio non pecca (3,4-10)

Primo gruppo di criteri di comunione con Dio

103 103 108 1 17

Indtce

267

2. L'imperativo cristiano: ama tuo fratello: 3, 11-24 . . . . . . . . . . . . . . . . Chi non ama è nella morte (3,1 1-18)

Chi crede ama ed ha fiducia in Dio (3, 19-24)

118 1 18 120 123 125 129

Secondo gruppo di criteri di comunione con Dio

136

Chi odia il proprio fratello è omicida Il mondo odia, il cristiano ama Cristo modello di amore

3. La fede in Cristo segno dello Spirito di Dio: 4, 1-6 . . . . . . . . . . . . . . . . Terzo gruppo di criteri di comunione con Dio

138 144

parte terza LA COMUNUIONE CON DIO: VIVERE DI FEDE E DI

AMORE

4,7-5 , 2 1 l. Alla sorgente dell'amore: 4, 7-21 . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Dio è amore (4,7-10) Chi ama dimora in Dio (4, 1 1-16) Chi ama non teme (4,17-21) .

Primo gruppo di criteri di comunione con Dio 2. Alla sorgente della fede: 5, 1-13 . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . La vittoria del cristiano (5, 1-5) La testimonianza di Dio (5,6-9) Chi crede nel Figlio ha la vita (5,10-13) Secondo gruppo di criteri di comunione con Dio 3. Un'esortazione che è un vero epilogo: 5, 14-21 . . . . . . . . . . . . . . . . . . Il peccato che porta alla morte (5, 16) La fede di chi è generato da Dio (5, 17-21)

147 147 154 161 168 170 170 177 183 188 189 194 198

268

Indtce

Seconda lettera di Giovanni Amare nella verità Premessa . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Il saluto e l'augurio cristiano (1-3) . . . L'esortazione all'amore fraterno (4-6) . Guardatevi dai seduttori (7-1 1) . . . . . Il congedo finale (12-13) . . . . . . . . .

... . .. .. . .. ...

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209 210 218 227 232

Un saluto breve (1-2) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

...... ........... ...... ... È un male non essere ospitali (9-12) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Alla fine dello scritto (13-15) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

239 245 251 254

Conclusione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

261

Piccola bibliografia . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

263

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Terza lettera di Giovanni Operare il bene nella verità

L'ospitalità è un'opera di fede (3-8) .

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in questa stessa collana KLAUS WENGST

IL VANGELO DI GIOVANNI Edz'zz'one z'talz'ana a cura dz' GASTONE BoscoLo

Un originale commento al quarto vangelo che valorizza appieno la prospettiva storico-critica nella lettura delle fonti cristiane e, al con­ tempo, presta particolare attenzione ai recenti sviluppi del dialogo ebraico-cristiano, oltre che alle acquisizioni della critica femminista.

n commento assume l'ipotesi che il Vangelo di Giovanni testimoni una controversia inizialmente intragiudaica. n quarto vangelo sareb­ be stato composto, cioè, nel corso del processo di separazione tra la maggioranza guidata dai rabbini e una minoranza che faceva riferi­ mento a Gesù. Al fine di illuminare lo sfondo ebraico del vangelo, il commento presta particolare attenzione alle fonti giudaico-rabbini­ che, aiutando i lettori a cogliere il contesto nativo della presentazio­ ne giovannea di Gesù.

Commentari biblici 848 pagine l ISBN 978- 88-3 99- 1 134-6

QU ERI N IANA