Il principio, le cose
 8884192056, 9788884192059

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FILOSOFIA Studi e testi per la direzione di Giacomo Marramao

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Gennaro Sasso

IL PRINCIPIO, LE COSE

Nino Aragno Editore Mauritius_in_libris

Coordinamento editoriale di Tiziana Provvidera e Claudio Buccolini

© 2004 Nino Aragno Editore

sede legale corso Vittorio Emanuele II, 68 - 10121 Torino sede operativa via Vittorio Emanuele III, 37 - 12035 Racconigi ufficio stampa telefono 02 34592395 e fax 02 34591756 e-mail: [email protected] sito internet: www.ninoaragnoeditore.it

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INDICE

Prefazione

9

Capitolo I

13

Capitolo II

35

Capitolo III

45

Capitolo IV

49

Capitolo V

53

Capitolo VI

57

Capitolo VII

81

Capitolo VIII

101

Capitolo IX

111

Indice dei nomi

155

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A Elenina

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PREFAZIONE

In questo saggio ho cercato di stringere in una considerazione anche esteriormente unitaria quel che in precedenti occasioni mi era accaduto di argomentare intorno al principio di non contraddizione e ad alcuni suoi possibili svolgimenti. l:ho perciò, anche qui, e meglio forse di quel che in precedenza mi fosse accaduto, messo in rapporto con alcune questioni che, concernendo il linguaggio, la comunicazione, la persuasione e il suo contrario, immettono direttamente nell'ambito della filosofia, come oggi la si definisce, pratica e politica. Ho preferito tuttavia non entrare nella discussione specifica delle tesi che, negli ultimi decenni, sono state delineate in questo campo, ma semplicemente alludervi, mentre il mio qualsiasi discorso svolgeva il suo tema. Mi è sembrato infatti necessario che il saggio non perdesse il suo carattere, che è teoretico nel segno della concisione, e non smarrisse la sua linea, ma, come alla natura di ciò che, appunto, è teoretico si conviene, rimanesse concentrato sull'essenziale, senza far sfoggio di nomi. Una parola sul titolo che, non a torto, qualcuno potrebbe giudicare criptico, e perciò infelice. Non ne ho trovato uno migliore; e alla sua infelicità conviene perciò che mi rassegni. Ma, quale più, quale meno, i titoli sono spesso infelici. E questo può comunque esser reso meno criptico, anche se non meno infelice, avvertendo che il «principio» è quello della non contraddizione, che le «cose» sono «ciò che accade», e che, messa al posto della congiunzione, la virgola cerca, per quel

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IO

(;ENNARO SASSO

che può, di dar conto di un concetto, quello della non connessione fra principio e cose, che, qui come altrove, ha richiesto qualche impegno perché, evitando almeno i più facili equivoci, potesse afferrarsene il concetto.

G.S. Roma, giugno 2003

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Lo scopo di queste pagine non è di sottoporre ad analisi i luoghi in cui, nella Metafisica, Aristotele delineò il principio che di tutti è il più sicuro: lo delineò e, quindi, consapevole di non poterne dare la dimostrazione (à:rt6ÒEL~Lç), lo provò per via confutativa (il celebre EÀEYX,oç). Ma è bensì, tenendo d'occhio il testo aristotelico, di svolgere alcune considerazioni che valgano a chiarire: 1) quale sia la forma più rigorosa, e perciò l'unica, che, per essere conforme alla sua intenzione, il principio deve assumere; 2) perché, in particolare, la dimostrazione per via elenchica, scelta da Aristotele, e da lui indicata come l'unica compatibile con il concetto dell'ÙQ'.)(.i], presenti difficoltà insormontabili. E debba essere abbandonata. Dalle analisi che a questo tema saranno, di qui in avanti, dedicate, varie conseguenze derivano; che si cercherà di rendere evidenti, e di discutere in ulteriori connessioni. A quel punto, anche questa ricerca sarà giunta al suo termine'.

*Avverto che le note apposte a questo saggio non costituiscono sede di discussione ulteriore a quella svolta nel testo. Hanno solo il compito di indicare la provenienza dei luoghi citati, quando era necessario.

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I

Nella sua formulazione più rigorosa che, come si è detto, è anche l'unica, il principio assume l'essere come tale che non può non essere. Dice, in sostanza, che l'essere non è il non essere. O, infine, con semplice variazione di parole, che l'essere è negazione del nulla. Queste formulazioni differiscono da quelle proposte da Aristotele sotto diversi riguardi. In primo luogo, non nominano il tempo. Non è infatti nel tempo, è bensì originariamente, che l'essere non è il non essere. E per originario deve intendersi l'originario, non ciò che «è prima» del tempo. In secondo luogo, nomina l'essere, non gli enti, le cose, il molteplice. Si muove, potrebbe aggiungersi, sul piano dell'uno, non dei molti: anche se questa non è se non una considerazione provvisoria, tale cioè che non potrebbe non essere problematizzata se, per esempio, si osservasse che, mentre la dizione «essere» non implica, se non nell'uso grammaticale, quella di «ente» e, perciò, di «enti», per la sua concepibilità quella di «uno» richiede la serie numerica nella sua estensione. In poche parole. La formulazione del principio che assume il «non esser nulla dell'essere» non richiama, nemmeno per escluderla, la questione della molteplicità. Non la incontra infatti, nell'atto in cui il suo senso si svolge, dentro di sé. Il che, per altro, non significa che la molteplicità degli enti si sottragga a ogni questione che la concerna in forza e in ragione del suo essere di per sé stessa evidente. Quella della molteplicità è bensì un'evidenza. Ma l'evidenza è essa stessa un problema; che non si costituisce con l'atto, o il costituirsi,

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GEI'NARO SASSO

del logo, perché piuttosto accade e gli sta dinanzi come qualcosa che non può esserne né affermato né negato. In terzo luogo, nella formulazione che gli è stata data qui su, il principio assume i contrari, o, per dir meglio, i contraddittorii, in modo non identico, non analogo, ma piuttosto difforme da quello aristotelico. Nella formula che lo riassume, il «non essere» è bensì, in certo senso, il contrario/opposto/contraddittorio dell'essere. Ma senza che questo lo sia del non essere. Se lo fosse, come termine dell'opposizione anche l'essere dovrebbe rientrarvi ed esservi compreso, per un verso pareggiandosi al non essere (che anch'esso vi è compreso, e, se vi è compreso, non è «non essere»), per un altro raddoppiando con sé stesso l'essere dell'opposizione; che infatti è essere, e non potrebbe non esserlo. Questo modo di prospettare il principio è diverso da quello aristotelico. Ma non solo. È diverso altresì da quello hegeliano. Il punto critico della differenza riguarda la concezione del «non essere», e della contraddizione. Di tutto questo si è parlato quanto (forse) bastava in altre sedi 1• In questa, conviene perciò che l'analisi sia ristretta all'EA.Ey'.)(oç, alla «confutazione»: ossia all'argomento a cui, dopo aver negato che di un'àg:xl), di un «principio» rigorosamente inteso, possa darsi dimostrazione senza che con ciò il discorso resti impigliato nelle spire del regresso, di principio in principio, all'infinito, Aristotele ricorse come a quello mediante il quale il principio poteva ricevere la sua dimostrazione. Non apodittica, dunque, ma confutativa di ogni negazione con la quale si fosse preteso di investirlo. Richiamata nel circolo argomentativo e confutativo, l'ÙQ'.Xtl era, per ciò stesso, sottratta alla malìa negativa del regresso. Pensato e, secondo Aristotele, dimostrato attraverso l'EÀ.Ey:xoç, il principio di non contraddizione suscita una prima, grave, non sormontabile difficoltà. Il principio è un principio, è un'àg:xl): appartiene, dunque, all'originario. L EÀEy'.)(oç, in' Analisi del principio di non contraddizione sono nei miei Essere e negazione, Morano, Napoli 1987, pp. 46-168, passim, e Tempo, evento, divenire, Il Mulino, Bologna 1996, pp. 41 ss. e 255 ss. Mauritius_in_libris

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vece, appartiene al tempo. E necessariamente vi appartiene. Presuppone infatti, e richiede, qualcuno che, qui e ora, nel tempo dunque, insorga con la sua pretesa di esserne il confutatore e confuti, dicendo cose sensate, questa sua pretesa. La confuti, tuttavia, mediante il suo atto confutativo, e all'interno di questo. Ma l'atto confutativo, l'EÀ.Ey'.)(oç, appartiene al tempo, al quale dunque anche il principio è richiamato. Attraverso l'EAfY'.)(Oç, che dovrebbe provarlo, il principio si include pe~ci~ ~el tempo. Incluso nel tempo, il principio non è più un prmop10. Si determina qui una situazione simmetricamente opposta a quella delineata da Aristotele come regresso all'infinito. In questa, la dimostrazione falliva perché, al di là del principio che si fosse afferrato dopo che vi si fosse pervenuti, necessariamente si dava un principio, e poi ancora un principio. In quella che si delinea con l'EÀEy'.)(oç, la dimostrazione fallisce perché, lungi dal mantenere il suo carattere di principio, quello della non contraddizione, lo perde a causa del suo esser stato incluso nel tempo. Non potrebbe, d'altra parte, dirsi che, per questa via, il confutatore abbia riscattata la sua fama, e debba essere celebrato come il vincitore di questa particolare olimpiade. Nel momento stesso in cui, per confutarlo (o anche per darne un'indiretta dimostrazione), qualcuno si ponga dinanzi al principio, il principio non corrisponde più alla sua definizione. Non è il principio quello che ci mettiamo dinanzi, per confutarlo o per provarlo. LEAfY'.)(Oç richiede e presuppone qualcuno che del principio intenda farsi confutatore. Se, per altro, costui dice cose sensate, e se non le dicesse, sarebbe come se non dicesse nulla, confuta sé stesso e conferma il principio. Insomma, se il suo dire confutativo è anche un ariµavELV yÉ "tL xal m'.mp xal aÀÀ