Il principio, le cose
 8884192056, 9788884192059

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Gennaro Sasso

IL PRINCIPIO, LE COSE

Nino Aragno Editore

Coordinamento editoriale di Tiziana Provvidera e Claudio Buccolini

© 2004 Nino Aragno Editore sede legale corso Vittorio Emanuele II, 68- 10121 Torino sede operath-a ,;a Vittorio Emanuele III, 37- 12035

Racconigi

uflìcio stampa telefono 02 34592395 e fax 02 34591756 e-mail: [email protected] sito internet: www.ninoaragnoeditore.it

INDICE

Prefazione

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Capitolo I

13

Capitolo II

35

Capitolo III

45

Capitolo

49

IV

Capitolo V

53

Capitolo VI

57

Capitolo VII

81

Capitolo VIII

101

Capitolo IX

111

Indice dei nomi

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PREFAZIONE

In questo saggio ho cercato di stringere in una considera­ zione anche esteriormente unitaria quel che in precedenti oc­ casioni mi era accaduto di argomentare intorno al principio di non contraddizione e ad alcuni suoi possibili svolgimenti. I..: ho perciò, anche qui, e meglio forse di quel che in prece­ denza mi fosse accaduto, messo in rapporto con alcune que­ stioni che, concernendo il linguaggio, la comunicazione, la persuasione e il suo contrario, immettono direttamente nel­ l'ambito della filosofia, come oggi la si definisce, pratica e po­ litica. Ho preferito tuttavia non entrare nella discussione spe­ cifica delle tesi che, negli ultimi decenni, sono state delineate in questo campo, ma semplicemente alludervi, mentre il mio qualsiasi discorso svolgeva il suo tema. Mi è sembrato infatti necessario che il saggio non perdesse il suo carattere, che è teoretico nel segno della concisione, e non smarrisse la sua li­ nea, ma, come alla natura di ciò che, appunto, è teoretico si conviene, rimanesse concentrato sull'essenziale, senza far sfoggio di nomi. Una parola sul titolo che, non a torto, qualcuno potrebbe giudicare criptico, e perciò infelice. Non ne ho trovato uno migliore; e alla sua infelicità conviene perciò che mi rassegni. Ma, quale più, quale meno, i titoli sono spesso infelici. E que­ sto può comunque esser reso meno criptico, anche se non me­ no infelice, awertendo che il «principio>> è quello della non contraddizione, che le > è bensì, in certo senso, il contrario/opposto/contraddii.­ torio dell'essere. Ma senza che questo lo sia del non essere. Se lo fosse, come termine dell'opposizione anche l'essere do­ vrebbe rientrarvi ed esservi compreso, per un verso pareg­ giandosi al non essere (che anch'esso vi è compreso, e, se vi è compreso, non è «non essere»), per un altro raddoppiando con sé stesso l'essere dell'opposizione; che infatti è essere, e non potrebbe non esserlo. Questo modo di prospettare il principio è diverso da quello aristotelico. Ma non solo. È diverso altresì da quello hegelia­ no. Il punto critico della differenza riguarda la concezione del «non essere», e della contraddizione. Di tutto questo si è parlato quanto (forse) bastava in altre sedi 1• In questa, conviene perciò che l'analisi sia ristretta al­ l'ÈA.eyx.oç, alla «confutazione>> : ossia all'argomento a cui, dopo aver negato che di un'ÙQX,�. di un «principio>> rigorosamente inteso, possa darsi dimostrazione senza che con ciò il discorso resti impigliato nelle spire del regresso, di principio in princi­ pio, all'infinito, Aristotele ricorse come a quello mediante il quale il principio poteva ricevere la sua dimostrazione. Non apodittica, dunque, ma confutativa di ogni negazione con la quale si fosse preteso di investirlo. Richiamata nel circolo ar­ gomentativo e confutativo, l'ÙQX� era, per ciò stesso, sottratta alla malìa negativa del regresso. Pensato e, secondo Aristotele, dimostrato attraverso l'ÈA.Ey­ x.oç, il principio di non contraddizione suscita una prima, grave, non sormontabile difficoltà. Il principio è un principio, è un' à Qx.�: appartiene, dunque, all'originario. r..: ÈAEyx.oç, in1 Analisi del principio di non contraddizione sono nei miei Essere e negazione, Morano, Napoli 1987, pp. 46-168, passim, e Tempo, evento, divenire, Il Mulino, Bologna 1 996, pp. 41 ss. e 255 ss.

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vece, appartiene al tempo. E necessariamente v i appartiene. Presuppone infatti, e richiede, qualcuno che, qui e ora, nel tempo dunque, insorga con la sua pretesa di esserne il confu­ tatore e confuti, dicendo cose sensate, questa sua pretesa. La confuti, tuttavia, mediante il suo atto confutativo, e all'interno di questo. Ma l'atto confutativo, l'EÀ.EYxoç, appartiene al tem­ po, al quale dunque anche il principio è richiamato. Attraver­ so l'Eì.. EYxoç, che dovrebbe provarlo, il principio si include pe�ci � �el tempo. Incluso nel tempo, il principio non è più un prmnpto. Si determina qui una situazione simmetricamente opposta a quella delineata da Aristotele come regresso all'infinito. In questa, la dimostrazione falliva perché, al di là del principio che si fosse afferrato dopo che vi si fosse pervenuti, necessa­ riamente si dava un principio, e poi ancora un principio. In quella che si delinea con l'EÀ.EYXOç, la dimostrazione fallisce perché, lungi dal mantenere il suo carattere di principio, quello della non contraddizione, lo perde a causa del suo es­ ser stato incluso nel tempo. Non potrebbe, d'altra parte, dirsi che, per questa via, il confutatore abbia riscattata la sua fama, e debba essere cele­ brato come il vincitore di questa particolare olimpiade . Nel momento stesso in cui, per confutarlo (o anche per darne un'indiretta dimostrazione) , qualcuno si ponga dinanzi al principio, il principio non corrisponde più alla sua definizio­ ne. Non è il principio quello che ci mettiamo dinanzi, per confutarlo o per provarlo. L EÀ.EYXOç richiede e presuppone qualcuno che del princi­ pio intenda farsi confutatore. Se, per altro, costui dice cose sensate, e se non le dicesse, sarebbe come se non dicesse nul­ la, confuta sé stesso e conferma il principio. Insomma, se il SUO dire confutativo è anche un crrlJl> significa che, nemmeno nell'atto, o nell'E�aLcpvflç, in cui l'in­ tenzione confutatoria si esprime, e sta tuttavia al di qua del linguaggio, il confutatore può essere il confutatore. l:inten­ zione confutatoria è essa, infatti, a riconoscere il principio e a non poterlo perciò negare. Chi, già da sempre, è confutato, non è dunque, né può essere, un confutatore. Il quale non si

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riaffermerebbe come tale nemmeno se si assumesse che, ne­ gandosi e confutandosi, a sé stesso riconoscesse il carattere del confutatore. Il confutatore che, autoconfutandosi, ricono­ sce e afferma il suo esser tale, riconosce bensì e afferma que­ sto suo essere; ma non di essere e poter essere il confutatore del principio. Insomma: proprio perché è, il confutatore non è il confutatore del principio. Ponendosi come confutatore e, in questo atto, riconoscendo il suo proprio essere, come con­ futatore del principio il confutatore (potrebbe dirsi immagi­ nosamente) si confuta. Confutandosi, riconferma, ossia, me­ glio, rivela il suo essere; che è «essere», e non può pertanto confutare il principio. Il principio è e affermazione dell'essere. Come potrebbe essere confutato dal confutatore, che, al pari dell'essere, al quale si è rivelato identico, è essere e affermazione dell'essere? Per quanto si ripercorra a ritroso la linea infinita del tem­ po, è impossibile trovare un momento, e fosse pure il platoni­ co È;a(cpvfJ ç, in cui a darsi sia non (nel senso che si è chiarito) il confutato, ma il confutatore (quale Aristotele pretendeva che fosse) . Secondo, tuttavia, la messa in scena aristotelica, il principio richiede il confutatore: proprio come, per esempio, Antigone richiede Creonte, e questo, quella. Se invece quel particolare confutatore non arriva, se non si presenta all'ap­ pello del regista, o, proprio perché si presenta, delude le sue attese, lo spettacolo non può avere inizio. Invece del dramma elenchico che era stato promesso agli astanti, e che questi ave­ vano bene il diritto di veder rappresentato, non si ha se non il discorso del regista che, andando al proscenio, avverte : «il confutatore è il confutatore. Il principio è il principio. Queste due espressioni significano lo stesso. Il dramma non può aver luogo». A differenza delle piante virgiliane e dantesche che, in un determinato luogo, nascondono in sé uomini, e parlano dun­ que, e, quando siano colpite e offese, sanguinano, quella ari­ stotelica né parla né sanguina. È un tragico modello di ottu­ sità e di indifferenza. Chiusa in sé, e considerata nel suo «es­ sere>>, rivela tuttavia un'insospettabile verità: non confuta il principio-che-è per la stessa ragione per la quale l'essere non è confutazione e negazione dell'essere. In quanto entrambi

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sono, il principio e il confutatore del principio sono lo stesso. Ne consegue che se dell'uno e dell'altro, ossia dell'essere, si intendesse produrre la dimostrazione, questa non potrebbe assumere la forma o la figura dell'apodissi. Dall'essere infatti non si esce, e non si perviene ad alcunché (Dio, per esempio) da cui possa assumersi che l'essere derivi. N eli' essere non c'è se non l'essere. Provarlo per via deduttiva, è impossibile. Ma non meno lo è se si intraprende la via dell'EÀ.eyx.oç. Senza avere, al riguardo, alcun dubbio, Aristotele assunse che il confutatore esistesse; e che stesse di fronte al principio come questo stava dinanzi a lui. Con altrettanta nettezza, pre­ tese tuttavia che, invece di chiudersi nel silenzio, il confutato­ re parlasse. Ritenne infatti che, per poter conferire a sé stesso la piena evidenza logica, per darsi la dimostrazione che, ine­ seguibile in forma apodittica, può tuttavia esser tale in forma elenchica, del confutatore il principio richiedesse sia la pre­ senza sia, e non meno, l'eloquenza. Nell'argomentare così, in­ corse tuttavia in un sottile equivoco. N o n si avvide infatti che se, in luogo del silenzio, al principio il confutatore concedesse quel che da questo gli si richiede, e cioè non solo di esistere, bensì anche di pronunziare parole connesse in un significato, non per questo a derivarne sarebbe quello che, nella sua veste di difensore, in cerca di prove, del principio, si attendeva. E cioè che, dicendo cose sensate e confutando perciò sé stesso, il confutatore , sarebbe coerente con il suo esser tale. E coerenti sarebbero le parole scelte per la sua espressione. Se infatti non lo fossero, se, nel­ lo stesso atto e sotto il medesimo riguardo, dicessero e non di­ cessero; se, insomma, fossero un «dire che non dice e un non dire che dice>>, cadrebbero senza rimedio sotto la legge dell'àòuvm:ov; e nessuna esigenza, che sia tale, può ricevere la sua forma da «ciò che non è possibile>>. Persino nel caso in cui il confutatore asserisse di essere e di voler essere quel che il suo nome designa, e cioè il confutato­ re del principio di non contraddizione, persino in questo caso non potrebbe, se al suo proposito desse forma concreta, esi­ mersi dall'esserne invece la, o una, realizzazione. Anche infat­ ti asserzioni radicali come «sono il negatore del principio>>, «intendo negare il principio>>, «voglio negarlo>>, e simili, sono, nella loro espressione, perfettamente coerenti; e non rinviano a niente che, trovandosi nel loro fondo e rivelandosi, le renda contraddittorie. Dire perciò che, in quanto tale, il confutatore del principio si contraddice e, nell'atto in cui, contraddicen­ dosi, confuta sé stesso, asserisce il principio, questo sì che, a guardar bene, si rivela come un'assurdità. Che si rende a pie­ no evidente quando si consideri che, per un verso, la contrad­ dizione, il dire che qualcosa è e non è, è impossibile, e come tale è definita; mentre, per un altro, a tal punto la si assume come possibile che, identificata nel confutatore nell'atto in cui nega il principio, se ne fa il principio della conferma di que­ sto. La sequenza: il confutatore parla con coerenza, e perciò, in actu exercito, confuta il suo essere il confutatore e conferma il principio, - questa sequenza è logicamente impropria. Se in actu exercito, il confutatore è confutato, e questo atto non può essere diviso perché, appunto, parlando e dicendo qualcosa, il confutatore non può distinguersi dal confutato e rivendicare

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per sé una qualsiasi autonomia posizionale, di questo occorre prendere atto. E non dire, per conseguenza, che, in quanto e poiché si confuta, il confutatore è confutato. Coerentemente, deve invece dirsi che, per il confutatore, non c'è, non si dà, il momento del suo essere il confutatore ; e che, dunque, in quanto tale, il confutatore non c'è, non si dà. Esso è infatti, si ripete, la stessa cosa del principio; che, per conseguenza, è impossibile che passi attraverso il giro argomentativo asse­ gnato all'EAE)'XOç. LfAE)'Xoç non ha infatti, da questo più ri­ goroso punto di vista, altra estensione che non sia quella in­ terna al principio. Non è vero, dunque, che, argomentando contro il princi­ pio, il confutatore si contraddice. Se il confutatore argomenta, ed è, coincide con il principio; e non ha senso perciò dire che, autocontraddicendosi, lo conferma: anche perché è comun­ que impossibile che l' «impossibile» contraddizione si raccolga in qualcosa che, togliendo sé stesso, dia libero spazio al suo opposto. Il confutatore non si contraddice. È impossibile che si contraddica. E a tal punto, infatti, è coerente che, lo si è già detto, ma conviene forse ripeterlo, nemmeno con la sua in­ tenzione di essere tuttavia il confutatore del principio, potreb­ be mai accadere che entrasse in contraddizione. Se sul serio, infatti, l'intenzione fosse un'intenzione, non potrebbe non es­ sere espressa in coerenti parole, dichiarative del suo senso. E persino se si assumesse che potesse restare inespressa, persino se inquietamente, sorda e opaca, si aggirasse al di qua della soglia dell'espressione senza mai varcarla, persino in questo caso non potrebbe non essere conforme a questo suo caratte­ re: conforme, e non «conforme/non conforme». Chi per suo conto, e come del resto è accaduto, asserisse che l'inconscio è contraddittorio, e non sottostà infatti al principio di non con­ traddizione, avrebbe dovuto considerare che, per conseguen­ za, anche la contraddizione sarebbe inconscia; che in entram­ bi i casi si danno un soggetto e un predicato e che in entram­ bi, essendo o soggetto o predicato, la contraddizione non può essere la contraddizione. Insomma, è impossibile dire che il confutatore si contraddice. Impossibile è aggiungere che, la sua essendo un'autocontraddizione, il principio ne è confer­ mato.

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Il discorso che ha per oggetto il confutatore è appena agli inizi. Ma basta forse quel che fin qui se n'è detto perché si comprenda la ragione per la quale si è in precedenza affer­ mato che, per essere stato costruito con queste caratteristiche e investito di così grandi responsabilità logiche, è come se il personaggio del confutatore fosse stato, in qualche modo, an­ ticipato a sé stesso: ossia alla sua possibilità logica. Che non è infatti, a rigore, una possibilità. Ed è invece il suo contrario. Lo si comprende senza eccessivo sforzo se si considera che se, sia nel caso che parli sia nel caso che taccia, il confutatore non confuta, alla domanda «ma dunque dove si trova questo per­ sonaggio?>>, la risposta non può essere se non questa: «inteso come Aristotele pretese che potesse essere, il confutatore non esiste. Non può esistere>>, E non, si ripete, perché, parlando, abbia confutato sé stesso e confermato il principio. Non per questo. Ma perché non è, per dir così, arrivato a costituirsi. Aristotele assumeva che, entrato nella scena del dramma, il confutatore stesse lì, fronteggiando con la sua negazione il principio. Ma il confutatore non sta lì, ed è impossibile che vi stia. Sulla scena non è mai giunto a mettere il piede. Come confutatore del principio non è mai riuscito a prendere forma e venire al mondo logico. LEÀeyx.oç, per conseguenza, non è riuscito a trovare il suo fondamento. Lautoconfutazione del confutatore non è possibile che assuma la sua particolare realtà. Quel che il (presunto) confutatore può dire contro il principio non può risolversi se non in queste parole : «nego il principio>> . Ma, con questo, è come se dicesse: , «fuori la pioggia cade con violenza sui tetti delle case e sugli alberi del boscO>>, «ein kleiner Ring l begrenzt unser Le­ ben», «così al vento ne le foglie levi l si perdea la sentenza di Sibilla>>, «per i caduti nella guerra Pericle pronunziò un bellis­ simo Àoyoç ÈJtL'tUcpLOç>> . Negando il principio, e perciò conferendo coerenza alla sua negazione, il confutatore lo afferma. Ma non per questo nega sé stesso confutandosi. Se il confutatore negasse sé stes­ so, si affermerebbe. Affermerebbe la coerenza di questo suo negare; che non può essere negato, perché, appunto, negarlo significa affermarlo, senza che, in questo contesto, la negazio­ ne possa pretendere di rivendicare uno status ontologico indi­ pendente e autonomo rispetto all'affermazione. Fra negazio-

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ne e affermazione non si dà perciò, se a questi termini si guar­ di con rigore, alcuna contraddizione nella quale il confutatore coinvolga sé stesso, negandosi, e perciò affermando il princi­ pio. Il confutatore è, al pari del principio, in tutto e per tutto prigioniero della sua coerenza. E, nella forma desiderata, l'EÀ.enoç non si costituisce. Il personaggio al quale, nella messinscena del suo dramma filosofico, Aristotele aveva conferito questo nome e assegnato questo carattere, non è un personaggio. Per le ragioni che si sono appena esposte, è soltanto un nome, al quale nessuna lo­ gica realtà corrisponde e può corrispondere. Il dramma, per conseguenza, non è un dramma. Attraverso la voce del suo presunto confutatore, e anche se e quando questi asserisca di «negare il principio», il principio di non contraddizione reci­ ta un monologo, nel quale la sua coerenza si realizza. Non, però, perché passi attraverso l'autoconfutazione del confuta­ tore : che non può, in termini logici, aver luogo. Ma perché, confutando il principio, il confutatore rivela di essere la stessa cosa del principio, con la cui voce ha parlato. Il dramma, oc­ corre ribadirlo, perciò non è un dramma. Sulla scena non c'è, in realtà, se non un personaggio. Ma, anche nella sua forma più arcaica, perché un dramma fosse tale occorreva che alme­ no due, diversi e non identici, ne fossero gli attori3• In realtà, perché, nel segno della sua piena legittimità, non teatrale ma logica, il dramma fosse sul serio stato un dramma, altro sarebbe stato necessario. In primo luogo, che del confu­ tatore, quale pretendeva che fosse, Aristotele fosse riuscito a mettere fuori discussione l'esistenza. In secondo luogo, che la negazione da lui messa in atto del principio fosse stata conforme al significato che per solito a questo termine si at­ tribuisce nella tradizione filosofica; e valesse perciò come «distruzione», «cancellazione>>, «annullamento>>, in un quadro logico in cui questi significati riuscissero a mantenersi integri

1 449 a 1 6-17, che attribuisce a Eschilo il merito di aver introdotto il secondo attore: cfr. M. U:\TERSTEI:\ER, Le origini dell.a tragedia e del tragico. Dal­ la preistoria a Eschilo, Einaudi, Torino 1 955, pp. 331-335; J.P. VER:-1.-\NT, P. VID.-\L­ :\,.\QCET, Mito e tragedia nell'antica Grecia, trad. it., Einaudi, Torino 1 972, pp. 4-5. '' ARrsT., Poet.

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e a provare la loro , In terzo luogo, che, avendo confermato il principio con e mediante le parole volte a ne­ garlo, la negazione si volgesse contro il confutatore e ne an­ nullasse la presenza sulla scena logica. Troppe cose, dunque, si richiedono perché il confutatore sia il confutatore . Troppi significati debbono essere considera­ ti ovvii e indiscutibili. E nessuna di quelle cose, nessuno di quei significati, può invece essere considerato come di per sé stesso evidente. In realtà, alle ragioni che sono state addotte a provare l'impossibilità che il confutatore del principio possa corrispondere all'idea che Aristotele ne aveva delineata, si può aggiungere questa; che riguarda i non concordanti signi­ ficati che, in questo contesto, si assegnano alla negazione. La quale, per un verso, significa la stessa cosa dell'affermazione (quando si assume che, negando il principio, il confutatore lo afferma, perché, per negarlo, deve riconoscerlo, e riconoscer­ lo è affermarlo). Ma, per un altro, significa in tutt'altro modo, dal momento che ora negazione si presenta come la stessa co­ sa di , «cancellazione>>, . Il che è per altro assurdo; e suona, appunto, come una pretesa. La si scinde infatti in sé stessa in due significati irriducibili l'uno all'altro. E per un verso significa nel primo modo, per un altro nel secondo. Significa nel pri­ mo modo in quanto di ciò che si intende distruggere, e si pro­ clama la distruggibilità, è impossibile che, in questo stesso at­ to, come condizione della sua possibilità non si riconosca, e perciò si affermi, la realtà. Significa nel secondo in quanto di quel che si sia riconosciuto e affermato si assuma di poter tut­ tavia distruggere o «annullare>> l'essere. Ma, ammesso e non concesso che l'essere possa, senza contraddizione, essere ne­ gato, resta che non potrebbe mai assumersi che sia negabile, annullabile, distruggibile l'essere che di tali operazioni non può non essere l'autore. Se questo essere non fosse infatti te­ nuto fermo al di fuori della negazione che si assume ne sia esercitata in quel segno estremo e catastrofico, la negazione non potrebbe aver luogo, la catastrofe si rivelerebbe impossi­ bile. Ma se l'essere è il non negabile soggetto della negazione, questa, dunque, non potrà essere conforme al suo assunto: perché mai potrà reincludere in sé, e distruggere, l'essere che ne costituisce la ragion d'essere. Ne deriva che l'essere non

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può essere negazione dell'essere. Non si può assumere, senza contraddizione, che dell'essere procuri l' «annullamento>> . Nel senso che altrove è stato chiarito, l'essere è negazione del nulla. Troppe cose, dunque, si richiederebbero perché sul serio il confutatore del principio potesse essere il confutatore del principio. E di nessuna si riesce a metter fuori questione la possibilità. Sarà per tanto buona regola ritornare sul testo ari­ stotelico, osservarlo più da vicino in alcuni. suoi punti di par­ ticolare delicatezza; e là, in primo luogo, dove, entrando per così dire, nel vivo della scena drammatica da lui stesso allesti­ ta, l'autore della Metafzsica assunse bensì che l'avversario del principio potesse esser tale, ma anche aggiunse che nei suoi confronti occorreva muoversi con ponderazione e cautela. Sa­ rebbe stato infatti assurdo se dal confutatore si fosse, fin dall'i­ nizio, preteso il riconoscimento e l'accettazione della legge lo­ gica in ragione della quale deve dirsi che qualcosa o è o non è e che è impossibile che, come Eraclito e Cratilo predicavano, sia e insieme non sia. In questo caso, infatti, dall'avversario del principio si sarebbe preteso che fin dall'inizio ne avesse messa fuori discussione la validità; e che, per conseguenza, anche si sarebbe dato per dimostrato quel che, viceversa do­ veva esserlo. Se perciò, a quanti lo avessero invitato a quel previo riconoscimento, l'avversario del principio avesse rivol­ ta questa specifica obiezione, di questa sarebbe stato difficile, e anzi impossibile, non riconoscere la bontà e la forza. Quel che da lui doveva esigersi era dunque, non che il principio fosse dichiarato intangibile, ma che il suo discorso avesse un significato. Dopo di che gli si sarebbe potuto legittimamente far toccare con mano che, nel suo qualsiasi aver asserito al­ cunché, di necessità si dava un significato che non era insieme un non significato. Il > : a qualcosa che, a rigore, nemmeno in questa forma dimidiata, povera e infelice potrebbe in qualche modo pretendere di possedere un qualsiasi, anche se debolissimo, statuto ontologico, e di es­ sere, insomma, «qualcosa>> . Che se al contrario lo possedesse, se l' «intenzione>> di negare fosse «qualcosa>>, allora, essendo e in forza del suo essere, essa sarebbe tale da dover essere consi-

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derata, non come la conferma del principio, non come un ri­ conoscimento che alla sua forza provenisse ab extra, ma, lo si è detto ormai più di una volta, come la stessa cosa del principio, - come il principio stesso. Può sembrare, questo, un passaggio di quasi inafferrabile sottigliezza; che può tuttavia ben essere colto nella sua verità se si considera che la dimostrazione per via elenchica del principio richiede un awersario attraverso il quale la confuta­ zione passi e si realizzi, e che qui l'awersario non riesce ad as­ sumere il suo ruolo e a rendere così possibile, e vittorioso, l'eÀEYJ(Oç. Il punto che è stato di nuovo toccato è, come si vede, della massima delicatezza; e giustificata è dunque l'attenzione che gli stiamo concedendo. Si potrebbe chiedere (e non sarebbe una domanda né frivola né sofistica): a quale condizione è possibile che l'awersario del principio sia riconosciuto per ta­ le? Dal nome che altri, dal di fuori, gli abbia assegnato, no. I..: awersario deve infatti partecipare al dramma filosofico nel quale svolge la parte del deuteragonista, e non può perciò es­ sere un nome datogli da altri a renderlo degno di questo suo ruolo. Ma da un discorso che egli pronunzi, anche soltanto per declinare le sue generalità di awersario del principio, nemmeno; perché questo sarebbe un discorso coerente, attra­ verso il quale l'awersario rivelerebbe la sua vera identità, che è quella, non dell'awersario, non dell'amico, ma, semplice­ mente, del principio. Dal silenzio nel quale egli si chiudesse rendendosi o�moç cpv'tq> (r 4, 1 1 6 a 1 5), meno che mai. Per essere sul serio l'awersario del principio, egli deve parlare (e dare un senso a quel che dice). E allora? Il sofista platonico aveva cercato di rendersi inaccessibile a ogni confutazione nascondendosi nel «non essere». Ma si era illuso. Poiché era stato pensato come tale che potesse nascon­ dervisi, proprio per questo il «non essere» era stato prospetta­ to come un > possedere un suo status e quindi, in sé, il, non impossibile, ma possibile principio del suo proprio toglimento? Come potrebbe la contraddizione, o autocontraddizione, dividersi fra possibilità e impossibilità; ed essere la possibile e reale autrice dell'impresa che, in quan­ to è impossibile, la esclude dall'ambito di ciò che è possibile e reale? Deve dunque dirsi che il togliersi (possibile e non im­ possibile) della contraddizione si esclude, nell'atto in cui com­ pie il suo esercizio, dall'ambito dell' «impossibile••, al quale, come momento della contraddizione, anch'esso dovrebbe ap­ partenere? Ma con quale coerenza lo si affermerebbe? Con quale diritto si assumerebbe che nella contraddizione si dà un incontraddittorio coincidente con la Aujhebung di quella? Se fosse così, il quadro del discorso si complicherebbe nel segno della massima contraddittorietà. Fra incontraddittorio e con­ traddittorio dovrebbe, a seguire questa via, darsi contraddi­ zione. Il che, a guardar bene, è impossibile, per varie ragioni. In primo luogo perché al contraddittorio è impossibile rico­ noscere, di contro all'incontraddittorio, autonomia posiziona­ le. In secondo luogo perché, ammesso che l'incontraddittorio abbia di contro a sé il contraddittorio, per un altro verso deve assumersi che anche ne faccia parte : come altrimenti potreb­ be costituire il principio del suo autotoglimento? Ma per un altro ancora che non ne faccia parte: come altrimenti potreb­ be essere l'incontraddittorio autore nel suo autotoglimento? La seconda considerazione può essere svolta e argomentata così. Se, innanzi tutto, ai concetti dell'affermazione e della ne­ gazione si assegna il significato che, in modo implicito (e an­ che esplicito), qui è stato criticato ; se, in altre parole della ne­ gazione si fa qualcosa come l'essenza della Zerstorung che Me­ fistofele ascriveva al suo potere e al suo destino, debbono al­ lora seguirne alcune conseguenze. E, in primo luogo, questa: che se, per poter negare, si deve previamente aver affermato il negabile, questo atto deve idealmente venir prima dell'al­ tro. N e costituisce infatti la condizione; e non varrebbe dun-

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que obiettare che di precedenza logica si tratta (logica, e cioè ideale) e non di precedenza cronologica. Logica o cronologi­ ca, la precedenza è una precedenza, se la condizione è una condizione. E di necessità implica un «prima». Se l'affermazione viene prima, è impossibile che apparten­ ga al tempo ideale che è proprio del secondo momento : quel­ lo della negazione che viene dopo, infatti, e configura un se­ condo momento. Ne derivano, in ordine alla questione del principio e del ruolo svoltovi dall'avversario, almeno due dif­ ficoltà. (l ) Se per contraddizione s'intende che nello stesso at­ to l'affermazione e la negazione svolgono le loro contrappo­ ste energie, in questo quadro non si dà, a guardar bene, alcu­ na contraddizione. Se fra due atti si desse contraddizione, di due energie contrapposte non potrebbe parlarsi. Lo «stesso atto» è perciò un atto diviso in due. O meglio, e palesemente : l'atto è infatti due atti. Si dà, in altri termini, un tempus, o un actus adfirmandi che non coincide con il tempus, o actus negandi : e viceversa. (2) Se l'affermazione costituisce la condizione del negare, e questo ha perciò in quella la sua premessa, dunque per una parte la negazione partecipa dell'affermazione. Ma allora a essere contraddittoria è, in sé stessa la negazione, che è e non è negazione. Se, per altro, fosse contraddittoria, la ne­ gazione sarebbe impossibile. Si consideri ora quel che accadrebbe se i due atti, quello dell'affermare e l'altro del negare, fossero analiticamente con­ siderati: il che significa presi, ciascuno, in sé e lasciati liberi di svolgersi senza che si facesse conto della precedenza che il primo potrebbe rivendicare e in qualche modo far valere nei confronti del secondo. Nella negazione che si faccia di alcun­ ché, necessariamente si trova che questo è affermato, e che non negazione, ma affermazione è quella che in concreto se ne fa. Soltanto dunque se nella negazione che in realtà affer­ ma si ritagliasse uno spazio ideale non coincidente con l'affer­ mazione, e nel quale la negazione stesse perciò con il suo pe­ culiare carattere, soltanto in questo caso potrebbe assumersi il suo non risolversi, per questa parte, nell'affermazione. Ma, a parte che la determinazione di questo spazio ideale appartie­ ne al puro arbitrio logico, in questo caso la negazione non sa­ rebbe se non la contraddizione instaurantesi in essa fra la

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parte segnata e la parte non segnata dall'affermazione. Si tor­ nerebbe in sostanza al punto (2) del precedente caso. Si consideri ora quel che avverrebbe se, l'avversario stando dinanzi al principio come questo sta dinanzi a lui, le rispetti­ ve negazioni si incrociassero, agendo, per così dire, l'una sul­ l'altra. Si può bene intendere infatti che il confronto incrocia­ to delle negazioni sia non una fantasia, o una bizzarria, di co­ lui che osserva il modo in cui il principio di non contraddizio­ ne si è concretamente costituito presso Aristotele e quanti, nel riformularlo, si sono tuttavia ispirati a lui; ma sia bensì quel che lo stesso principio richiede quando si osservi la dimensio­ ne teatrale con la quale è venuto al mondo. Nel tener ferma questa situazione occorre allora dire che, negato, il principio è affermato, e non negato; perché la negazione non è che un'affermazione . Ma anche occorre aggiungere che dal prin­ cipio a essere negato, e perciò affermato, è anche il confutato­ re: con un avvertimento tuttavia che, rompendo simmetria e reciprocità, si rivela così essenziale che, se non se ne tenesse conto, di quel che qui sul serio accade niente si intenderebbe. È vero infatti che, negato dal principio, il confutatore è affer­ mato. N o n però come il confutatore e il negatore che preten­ derebbe di essere. Ma come un ente che, a quel modo che non può ricevere negazioni che non lo affermino, così non può negare quel che nega se non affermandolo; e il principio che è oggetto della sua negazione è infatti «qualcosa che è», un ente che, negato, è affermato. Soltanto su questo piano, dun­ que, la simmetria è una simmetria; che si rivela anzi, a osser­ varla con cura, come identità. Se l'avversario del principio non è che un ente che, come non nega l'ente, perché lo affer­ ma, così del pari non può esserne se non affermato attraverso la negazione che gli si dirige contro, fra i due enti non ci può essere differenza. C'è identità. E anche per questa via si con­ ferma che, messosi sulla via dell'f:ì..eYXoç, il principio non può ottenere la dimostrazione alla quale aveva rinunziato quando questa aveva preteso di esercitarsi nella forma della deduzio­ ne. Si conferma così la necessità logica che il principio sia ri­ condotto alla rigorosa dimensione nella quale fu considerato all'inizio: quando si osservò che la sua formula è quella che

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assume l'essere come negazione del nulla e che, a partire di qui, svolge le conseguenze che a tale asserto sono intrinseche. La formula è estremamente breve. Poche parole sono infatti richieste dalla sua espressione. Non altrettanto breve è il suo svolgimento necessario. Ma deve tuttavia ribadirsi che, quale che sia la sua estensione logica, questa non è tale da poter in­ cludere, dopo averlo in qualche modo dedotto da sé, il mon­ do degli uomini e delle loro molteplici esperienze, la molte­ plicità, insomma, nei suoi vari aspetti. Il sacrificio che si com­ pie assumendo questa impossibilità riguarda non, come po­ trebbe credersi, l'esperienza. E non implica perciò se non la sua costruzione metafisica. Riguarda, quindi, questo sacrifi­ cio, proprio la metafisica: ossia la filosofia che, presentandosi nel suo fondo come legislatrice nell'universo, lo include ben­ sì, o tenta di includerlo, nel cerchio della sua propria raziona­ lità, dalla quale ogni suo aspetto dipende, ma senza poter evi­ tare il calvario senza redenzione delle più furiose tempeste antinomiche. La metafisica è per solito considerata come scienza dei pri­ mi princìpi, sia che si volga a indagare le cose che sono al di sopra di quelle terrestri, e che appartengono perciò all'ambi­ to nel divino, sia che studi l'essere in quanto essere, sia che, kantianamente, si ponga come la «filosofia pura••, assunta nel­ la sua interezza, comprensiva perciò della «critica» e disposta in modo «da raccogliere in un tutto la ricerca (die Untersu­ chung ) di quanto è conoscibile a priori e l'esposizione (die Dar­ stellung) di ciò che costituisce il sistema delle conoscenze filo­ sofiche pure ( System reiner philosophischen Erkenntnisse ) di que­ sta specie (dieser Art ), distinto da ogni uso empirico nella ra­ gione come da ogni uso matematico» 14• Ma sia che la si consi­ deri nel primo di questi tre «modi», sia che la si assuma nel se­ condo, e la si elevi perciò a ontologia generale, sia che la si prenda nel terzo, e se ne faccia un aspetto della riflessione di Kant, il punto paradossale e, tuttavia, necessario, è che, in cia­ scuna di queste formulazioni, essa reinclude nel suo ambito proprio quel che ne aveva escluso: e cioè il mondo dell'espe­ rienza, dell'empirico in quanto empirico, del mutevole in 1 1

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Werke, cit., Il,

pp.

701 -702 .

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quanto mutevole, dell'opinione in quanto opinione: il mon­ do, insomma, che, qualunque nome assuma nelle pagine dei filosofi, si contrappone di per sé agli oggetti (Dio, essere, to­ talità, incondizionato) che, in quanto tali, la metafisica indaga e considera come i suoi, specifici ed esclusivi. Non è difficile infatti comprendere che volgere lo sguardo nella direzione di Dio non si può senza che in qualche modo quello, lo sguardo, si escluda dal mondo e lo escluda; e senza dunque che, proprio per questo, il mondo possa non esserci più. Il mondo è lì infatti, nel ricordo, nel rimpianto, nell'or­ rore che suscita, e ancora seguita a suscitare nell'anima. È lì, e persiste, sempre di nuovo richiedendo di essere allontanato perché al divino ci si possa approssimare, e sempre di nuovo tornando, come un fantasma, a visitare chi pure abbia intra­ preso quel viaggio. In questo senso, e per queste ragioni, la teologia è anche, in sé stessa, un'antologia, non solo generale, ma anche, se si vuole usare la terminologia di Husserl, regio­ nale o speciale. E anche se la si prenda in sé, senza considera­ re il legame che la avvince alla teologia, essa si presenta bensì come scienza dell'essere in quanto essere, ma solo perché, nel considerarlo come totalità, non le riesce possibile non passare attraverso le parti: quale che sia il procedimento logico scelto per prendere contatto con quello e con queste. Non potrebbe dirsi, in effetti, che è l'essere in quanto essere a costituire l'og­ getto della considerazione, se, nel medesimo atto, non si pre­ supponessero le sue determinazioni, che essere sono anch'es­ se, e non niente, e tuttavia sono specificazioni e determinazio­ ni di un tutto che non può, in quanto tale, esserne ricompre­ so. Infine, il senso della metafisica, l'idea forte che Kant ne eb­ be, implica che quella non sia altro dalla ragion pura conside­ rata nel suo aspetto sistematico e nella totalità delle conoscen­ ze a priori che la costituiscono, a prescindere da ogni suo rife­ rimento all'esperienza. In modo tale, dunque, che, come l'in­ telletto è, nel suo uso logico, del tutto indipendente dal riferi­ mento all'esperienza, e «indifferente» rispetto a questa, così, nella totalità del suo essere, anche la ragione lo è: e né l'espe­ rienza entra in lei, né a lei è dato di entrarvi comunque in contatto. È anche vero, per altro, e Kant lo disse più volte in

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modo esplicito, che la ragion pura include anche la critica, os­ sia dispone sé stessa nella sua completezza, mit Inbegriff der Kritik ; e la critica è bensì in qualche modo propedeutica all'u­ so della ragione, ma è anche l'orizzonte all'interno del quale, attraverso la deduzione e lo schematismo trascendentali, le categorie incontrano le intuizioni sensibili e costruiscono il mondo dell'esperienza. Con il che (e si comprende che, se fossimo in sede di esegesi kantiana, il discorso assumerebbe altro andamento, e si complicherebbe non poco) si torna in cospetto di quell'idea della totalità inclusiva dell'alto e del basso, del mondo divino e di quello umano che è, in ultima analisi, desiderata o no, la conseguenza dell'aver innalzato l'un mondo sull'altro, e di averli distinti. Di questo innalzamento, della distinzione che ne costituisce il criterio e la premessa, delle conseguenze antinomiche che ne scaturiscono, nel bene e nel male, nella grandezza e nel suo contrario, la metafisica è in perenne debito nei confronti di Platone; che su quello del divenire, della vita e della morte, innalzò infatti il mondo eterno delle idee, e visse in sé il dramma della separazione che non può bastare a sé stessa e chiama infatti l'unità. Il dramma platonico costituisce l'essen­ za profonda della metafisica: il suo non poter dimenticare il mondo e il conseguente dover cedere all'ambizione di chiu­ derlo nel cerchio ferreo del suo dominio; che a tal punto, per altro, riduce a sé e alla sua propria natura quel che include da privarla della sua, specifica, e non poter quindi, a rigore, in­ eluderlo. Nella pretesa di costituire l'accogliente dimora delle diffe­ renze e delle particolarità dell'essere, la metafisica esalta e consuma sé stessa. Pensata con rigore, osservata nella sua struttura, percorsa nei suoi spazi interni, la dimora metafisica è insieme grandiosa e angusta: a tal segno che agli «indivi­ dui>>, che in essa dovrebbero o