Pericle di Atene e la nascita della democrazia 8804343958, 9788804343950


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Pericle di Atene e la nascita della democrazia
 8804343958, 9788804343950

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Donold Kogon

ARNOLDO MONDADORI

La storia del primo esperimento democratico tentato nel mondo potrebbe avere per noi oggi - in questi anni in cui sembrano esaurirsi le dittature di destra e di sinistra - un significato e un interesse del tutto particolari. Eppure finora mancava, nella biblioteca dei lettori colti, una moderna biografia di Pericle, la figura di statista che più si identifica con la miracolosa fioritura della società ateniese nel V secolo avanti Cristo. Questo libro di Donald Kagan - uno tra i massimi storici della nostra epoca - colma la lacuna con autorevolezza, eleganza e un senso acuto di come «gli ateniesi dell'epoca di Pericle risultano più vicini alle idee e ai valori dominanti nel nostro mondo di ogni altra cultura apparsa sulla faccia della terra dopo l'antichità classica». Pericle resse la città di Atene negli anni della sua fulminea espansione politica e del suo stupefacente rigoglio intellettuale. Amico e protettore di Sofocle, Eschilo, Fidia, Erodoto, Anassagora, Zenone, non governò mai con la violenza, ma con la forza dell'eloquenza, l'uso della ragione e l'intuizione - straordinaria per la sua epoca - del valore intrinseco di ogni uomo. In una narrazione vivace e ricca di particolari, Donald Kagan ci dà il quadro esemplare di un uomo e di un ambiente. E ci invita anche discretamente a meditare sui temi più attuali della democrazia, sulla nobiltà e fragilità di ogni società democratica.

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Saggt

Donald Kagan

PERICLE DI ATENE E LA NASCITA DELLA DEMOCRAZIA

ARNOLDO MONDADORI EDITORE

Edizione a cura di Rodolfo Montuoro

ISBN 88-04-34395-8 Copyright© 1990 by Donald Kagan

© 1991 Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano Titolo dell'opera originale: Pericles ofAthens or the Birth of Democracy I edizione settembre 1991

Sommario

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Prefazione

3 17 36 60 83 113 145 169 187 213 237 255 284 308 326

Introduzione

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I

o m IV

v VI VII

VIII IX

x XI

xn xm xiv

Aristocratico Politico Democratico Soldato Imperialista Pacificatore Visionario Educatore Amico, marito, padre, amante Statista Gestore della crisi Stratega Eroe L'ombra di Pericle Note Indice dei nomi e dei luoghi

Prefazione

Raccontare la storia della vita di un uomo che si stima dotato di un forte valore e che ha segnato in maniera significativa non so­ lo la sua epoca ma anche i secoli successivi, non è cosa consue­ ta. Ed è ancora più insolito attribuirgli eroiche qualità così come si fa in questo libro. Spero, tuttavia, che il lettore ricono­ scerà che l'evidenza giustifica il tentativo e anche il suo esito. La biografia di un uomo vissuto nel V secolo a.e. comporta particolari difficoltà. Pericle non ha lasciato lettere, memorie o altri documenti scritti. Su di lui sono fioriti molti discorsi, molti resoconti indiretti, scritti in terza persona. Altri riferimenti, sempre indiretti, sono stati forniti dallo storico Tucidide, che gli fu contemporaneo, alcuni frammenti provengono da altri antichi scrittori. Una coeva testimonianza deriva soltanto dalla storia tucididea della guerra del Peloponneso e dai resoconti delle commedie di Aristofane e di altri autori satirici. Alcuni utili aneddoti e altre informazioni sono conservati nei testi di più tardi autori antichi. La più considerevole fonte è, come dicevo, la storia di Tucidide ma il suo resoconto'si riferisce alle vicende che si intrecciano con la guerra del Peloponneso e con le connesse questioni di natura strategica, politica o diplomati­ ca. In questa narrazione Pericle appare tre anni prima della sua morte e solo le sue azioni pubbliche sono considerate. Nei versi dei poeti satirici e nell'aneddotica si considerano entrambi gli aspetti, quello pubblico e quello privato, della sua vita. Così è possibile ricostruire in qualche modo la sua carriera ma le

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Pericle di Atene

testimonianze che provengono da queste fonti sono frammen­ tarie, isolate ed è difficile utilizzarle con discernimento. Più di uno studioso si è smarrito malamente, mettendo sullo stesso piano gli antichi motti e la rigorosa evidenza; altri, invece, hanno fallito nell'usare indizi vistosi che, però, potrebbero essere derivati soltanto dalle commedie e dai racconti. Gli antichi resoconti più completi intorno alla carriera di Peri­ cle vengono a noi da una biografia appartenente a una più vasta raccolta delle «vite» di uomini illustri, greci e romani, composta nella nativa Grecia da Plutarco di Cheronea, verso la fine del I secolo d.C. Plutarco fu un moralista piuttosto che uno storico e visse cinque secoli dopo Pericle. In ogni caso, la sua «Vita di Pericle» ha un considerevole valore. Egli disponeva di una eccellente biblioteca, contenente molte opere che non ci sono pervenute, scritte da autori contemporanei a Pericle e da scritto­ ri della generazione successiva alla sua. Consultò iscrizioni e antiche fonti, visitò palazzi, sculture e pitture che ormai non esistono più. Se usata con precauzione, la sua opera può quindi rappresentare una sorprendente fonte di informazioni. Ma, quantunque siano state attentamente vagliate, queste fonti non forniscono una chiara immagine della vita privata di Pericle e io ho cercato di fare congetture soltanto in quelle occasioni in cui un suo descritto atteggiamento forniva ulteriori indizi. Per il resto, questo libro è, necessariamente, una testi­ monianza esterna della vita di Pericle, eccetto che per un aspetto molto importante: cerca di comprendere la mentalità di Pericle nella sua specificità e nella sua diversità. A tale scopo, le storie narrate su di lui e, soprattutto, i suoi discorsi, fornisco­ no un ritratto evidente e consistente delle idee di Pericle, in particolar modo della sua visione etica, politica e sociale. Se dobbiamo fare a meno di alcuni aspetti dell'uomo, la storia ci ha conservato ciò che più conta. A questo punto bisogna considerare alcune questioni di sti­ le e di metodo. La maniera in cui adoperare i discorsi di Tuci­ dide ha rappresentato per lungo tempo una questione contro­ versa. Io ho considerato questi discorsi come un onesto tenta­ tivo di produrre un accurato resoconto di quanto l'oratore Pericle ha detto in ciascuna occasione, sebbene io non dubiti

Prefazione

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che Tucidide abbia avuto in mente anche i suoi validi scopi. D'altro canto, i discorsi di Pericle sono riportati verosimilmen­ te perché Tucidide era sicuramente presente nel momento in cui Pericle li pronunciava e anche perché erano così memorabi­ li che ogni infedele resoconto sarebbe stato senz'altro ricono­ scibile. lo ho esposto il mio punto di vista sui discorsi di Pericle nei quattro volumi della mia storia della guerra del Peloponne­ so e in un saggio intitolato I discorsi in Tucidide e il dibattito di Mitilene («Yale Classica! Studies», 24, 1975, pp. 71-94). Ho avuto modo di discutere tali questioni nei primi due volumi della mia storia, Lo scoppio della guerra del Pelopon­ neso e La guerra archidamea. La visione degli autori antichi è stata citata e discussa in questa sede così come i punti di vista degli storici moderni; inoltre, ciascun volume contiene una bibliografia. Io ho tratto e adattato al mio attuale scopo parti di quei volumi. Sulla maggioranza dei punti considerati, io non ho mutato opinione, né ho trovato una via migliore per organizzarla ed esprimerla. Alcuni lettori possono trovare il tono usato in questo libro un po' confidenziale, soprattutto quando riporto citazioni di­ rette. Quasi ogni aspetto importante della vita di Pericle è stato oggetto di discussioni ancora in corso ma è più facile annoiare che aiutare il lettore se lo mettiamo continuamente in guardia sulle incertezze riguardanti lo studio dell'antica Grecia. Concedetemi che questa frase serva da nota comples­ siva in cui si dice, una volta per tutte, che io ho presentato una mia personale interpretazione di eventi e di intenti, tutti aper­ ti al dibattito. Una caratteristica che richiede una spiegazione speciale è la mia tendenza ad attribuire molte delle imprese del popolo ateniese a Pericle, come se egli avesse potuto prendere deci­ sioni al posto dell'intero popolo. Pericle, in effetti, non era libero di comportarsi così: quasi ogni azione era il risultato del voto diretto dell'assemblea ateniese ed esprimeva liberamente la volontà del popolo di Atene. Il mio tentativo di attribuire tali azioni a Pericle emerge dalla convinzione che, nelle occa­ sioni di dibattito, egli aveva un controllo politico effettivo, potendo esaminare i progetti da approvare e apporre il veto a

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quelli che non riteneva conformi al suo giudizio. Anche que­ sta è una interpretazione, ma ritengo che sia supportata dall'e­ videnza. D'altro canto, i lettori comprenderanno che quando riferisco di un'impresa pubblica compiuta da Pericle bisognerà intendere che «l'assemblea, guidata da Pericle», assumeva la decisione. Infine, devo spiegare e difendere il mio uso di ciò che è stata definita «storia controfattuale». Alcuni lettori saranno disturbati dalla mia consuetudine di paragonare ciò che è suc­ cesso con ciò che sarebbe accaduto se individui o gruppi di persone avessero assunto differenti decisioni o svolto differen­ ti azioni. Credo che chi cerchi di scrivere storia piuttosto che fare mera cronaca di eventi debba considerare ciò che può essere successo; si tratta, infatti, di stabilire ciò che si riesce a rivelare di quanto si sta ricostruendo. Gli storici interpretano quel che narrano; ciò significa che gli storici giudicano. Non posso dire che un'impresa è stata grande o folle senza anche dire se è stata peggiore o migliore di qualche altra impresa che avrei potuto riportare al posto dell'altra. Questo, in fin dei conti, è «storia controfattuale». Tutti i veri storici si compro­ mettono, in pratica, con una sorta di consapevolezza più o meno grande. Tucidide, forse il più grande degli storici, agisce così in più occasioni, come quando esprime un giudizio sulla strategia di Pericle nella guerra del Peloponneso: «Così ab­ bondanti erano, all'inizio della guerra, le risorse di Atene, che Pericle con molta facilità ha potuto affermare che la città sarebbe stata in grado di vincere, da sola, le popolazioni del Peloponneso» (Tucidide, La guerra del Peloponneso Il. 65.13, il corsivo è mio). lo ritengo che ci siano importanti vantaggi nell'essere cosl espliciti: una chiara esposizione mette il lettore sull'avviso che l'affermazione è un giudizio o un'interpretazione piuttosto che un fatto. Ciò inoltre serve a evitare un eccessivo peso del dato di fatto, rendendo chiaro che ciò che accadde veramente non è l'esito inevitabile di forze sovrumane o misteriose che agiscono insieme agli attori storici. Ciò che realmente accadde appare piuttosto come il risultato di decisioni prese da esseri umani, i quali agiscono in un mondo che non controllano

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interamente. Ciò suggerisce che decisioni ed esiti avrebbero potuto essere anche diversi. lo assumo questo metodo nell'e­ saminare la vita di Pericle. Non ho cercato di essere rigoroso nel riportare parole e nomi greci. Il rigore avrebbe richiesto una certa familiarità nel pronunciare i nomi in un modo che non ci è affatto consueto e io ho preferito scrivere, per esempio, Pericle, Cimone e Alci­ biade piuttosto che Perikles, Kimon, Alkibiades. Inoltre, ho traslitterato i nomi e le parole meno conosciute in modo che si avvicinino alla pronuncia greca. Mi sono permesso di scrivere questo libro dopo aver tenuto un corso allo Yale College, intitolato «Pericle e Atene», coi miei colleghi C. John Herington, Jerome J. Pollitt, Heinrich von Staden, Richard Garner, Sarah Morris. Ho imparato mol­ to da tutti loro e sono stato indotto a pensare più ampiamente e più profondamente Pericle e l'Atene del suo tempo. John Herington, Jerome Pollitt e Heinrich von Staden hanno colla­ borato alla stesura del manoscritto e mi hanno aiutato a evita­ re alcuni errori. Sono inoltre in debito con Judith Glick Bar­ ringer che mi ha aiutato durante le mie ricerche di storia dell'arte e di archeologia. Mio figlio Fred ha consultato parti dell'opera e mi ha dato utili pareri. Sono particolarmente gra­ to a mio figlio Bob che ha letto l'intero manoscritto, fornen­ domi molti suggerimenti e un consiglio di valore, nutrito dalla prospettiva d'un professionista del mondo politico e delle re­ lazioni internazionali. Il mio editore Adam Bellow mi ha sug­ gerito cose interessanti e piene di pensiero che mi hanno reso un particolare aiuto. Tutte queste persone hanno fatto questo libro migliore di quanto sarebbe stato senza il loro ausilio ma nessuno di loro è responsabile degli errori che sono rimasti. Sono grato, inoltre, all'Università di Yale che mi ha per­ messo di lavorare a questo libro. La mia più profonda ricono­ scenza va a mia moglie che ha insegnato le meraviglie di Peri­ cle ai numerosi giovani cui questo sforzo è dedicato. Hamden, Connecticut giugno 1990

D.K.

Pericle di Atene e la nascita della democrazia

PerMyrna

che ha insegnato a così tanti così bene

Introduzione

Tra il 510 e il 500 a.e. gli ateniesi instaurarono la prima costi­ tuzione democratica del mondo, una forma di governo che raggiunse la propria perfezione grazie alle riforme introdotte da Pericle mezzo secolo dopo. E fu nell'Atene plasmata da Pericle che ebbero luogo le massime realizzazioni dei greci. Mentre il resto del mondo continuava a essere caratteriz­ zato da società monarchiche, rigidamente gerarchizzate, la democrazia ad Atene fu portata al limite che poteva raggiun­ gere prima dei tempi moderni, e forse ancora più in là che in ogni altro luogo e tempo. La cittadinanza ateniese, sebbene limitata a maschi adulti figli di nativi, concedeva piena e attiva partecipazione a ogni decisione relativa allo stato, indi­ pendentemente da ricchezza o classe. Gli ateniesi esclude­ vano dalla vita politica donne, fanciulli, residenti stranieri e schiavi, ma il principio dell'uguaglianza entro la comunità politica da essi posta in essere costituì il seme della moderna idea di egualitarismo universale fiorita durante l'Illuminismo francese. È probabile che l'esperienza dell'Atene di Pericle, la prima democrazia al mondo, susciti maggiore interesse nei prossimi anni rispetto ad ogni altra epoca dal XVIII secolo, quando divenne il centro della controversia politica in rapporto alle rivoluzioni americana e francese. Allora, i monarchici trova­ rono argomenti contro il governo popolare nella storia degli antichi greci e gli amici della democrazia furono obbligati, in

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risposta, a una reinterpretazione di quella storia. Le recenti ricusazioni di regimi comunisti dispotici in tutta l'Europa orientale e la diffusa richiesta della loro sostituzione con la democrazia, hanno indotto certuni a ritenere che la vittoria riportata dalla democrazia liberale abbia carattere permanen­ te. Gran parte delle nazioni che aspirano a governi democrati­ ci hanno poca o nessuna esperienza di questo ordinamento, e pochi sono coloro che si rendono conto che si tratta di un sistema difficile da creare e da mantenere. Come se non ba­ stasse, i moderni campioni della democrazia sembrano inca­ paci di fornire il sostegno intellettuale e morale di cui essa ha bisogno, perché hanno perduto di vista i princìpi del governo democratico. All'epoca nostra, la democrazia è data per scontata, laddo­ ve si tratta invece di uno dei più rari, delicati e fragili fiori sbocciati nella giungla dell'umana esperienza. Un fiore che è durato solo due secoli ad Atene e meno ancora in pochi altri stati greci; quando è riapparso nel mondo occidentale, oltre duemila anni dopo, era più fiorito ma anche più fragile. Le rivoluzioni francese e americana estendevano i diritti di citta­ dinanza più generosamente che in Grecia, escludendo, alla fine, soltanto i minorenni dalla partecipazione politica. Inol­ tre, le democrazie moderne sono più indirette, meno «politi­ che», nel senso originario del termine. Soltanto nell'antica Atene e negli Stati Uniti la democrazia è durata più di due secoli. La monarchia e forme diverse di dispotismo, invece, hanno avuto vita millenaria. Una dinastia, una tirannide o una combriccola può essere deposta, ma viene invariabilmente sostituita da un'altra o lascia il posto a una caotica anarchia che si conclude con l'instaurazione di questa o quella società dispotica. Gli ottimisti possono magari ritene­ re la democrazia come la forma inevitabile e conclusiva di organizzazione della società umana, ma la documentazione storica prova che, a tutt'oggi, essa ha costituito un'eccezione rara e di breve durata. La comprensione di questa realtà dovrebbe richiamare alla prudenza chiunque consideri la democrazia il naturale ordina­ mento dell'umanità e ritenga che la sua instaurazione e il suo

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successo siano garantiti una volta tolto di mezzo il dominio dispotico o «reazionario». Un esame dei rari successi della democrazia nella storia suggerisce la necessità di tre condizioni perché possa fiorire. La prima condizione è un insieme di buone istituzioni; la se­ conda è una cittadinanza che possegga una buona compren­ sione dei princìpi della democrazia o che almeno abbia svilup­ pato una certa consuetudine con gli stili della vita democrati­ ca; la terza è il possesso di un'alta dose di decisionalità, alme­ no nei momenti di crisi. A volte, il terzo requisito è il più importante e può compensare la debolezza degli altri due. Pericle non fu il fondatore della democrazia, ma pervenne a guidarla solo mezzo secolo dopo la sua invenzione, quand'era ancora fragile; il suo ruolo principale consistette nel trasfor­ marla da una forma limitata, in cui gli uomini comuni erano ancora assai deferenti verso i loro maggiorenti e aristocratici, in un governo popolare sicuro di sé, in cui la massa del popolo era direttamente coinvolta e pienamente sovrana, di fatto ol­ tre che in teoria. La carriera di Pericle oltre a rappresentare un grandioso modello politico, indica come una democrazia nuova e fragile possa essere portata a maturità. Ben poche epoche nella storia umana possono paragonarsi, in fatto di grandezza, a quella cui pervenne Atene sotto la guida di Pericle nel V secolo a.e. Con una popolazione di circa duecentocinquantamila anime, l'Atene di Pericle pro­ dusse, nel campo della letteratura, della scultura e dell'archi­ tettura opere che ancor oggi fungono da modelli, fonte di ispirazione e di meraviglia. Vi si celebrò la nascita della storio­ grafia che uno dei suoi cittadini portò a un livello senza uguali di perfezione. Atene fu la sede di speculazioni scientifiche di un'intensità e originalità ben di rado e forse mai eguagliate; fu il palcoscenico della prima democrazia al mondo, un crogiuo­ lo di discussione, controversia e partecipazione politiche e nulla di simile si è avuto almeno fino ai nostri tempi. Voltaire designava l'Atene di Pericle tra gli unici quattro luoghi che avevano conosciuto periodi di considerevole gran­ dezza: «Quattro età felici in cui le arti furono portate alla perfezione e che, contrassegnando un'èra di grandezza per la

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mente umana, costituiscono un esempio per la posterità». 1 Atene, a suo giudizio, andava accostata alla Roma di Cesare e di Augusto, all'Italia del Rinascimento quattrocentesco e alla Francia di Luigi XIV; si potrebbe aggiungere all'elenco anche l'Inghilterra dell'epoca di Elisabetta I, ma, in ogni caso si direbbe che nessun'altra èra prima del nostro secolo apparten­ ga al novero di quelle cinque. Se vogliamo comprendere l'esperienza greca, dobbiamo partire dal riconoscimento che si trattò di una bizzarra ecce­ zione rispetto all'esperienza della gran maggioranza degli esseri umani e delle società prima e dopo l'età di Pericle. Civiltà precedenti, come quelle dell'Egitto, della Mesopota­ mia, della Palestina-Siria, dell'India e della Cina, e quelle sorte successivamente, nell'America meridionale e centrale, si somigliano sostanzialmente tutte, in pari tempo diffe­ rendo, nettamente e fondamentalmente, da quella dei greci. Le prime sono state società complesse, dall'alto livello di svi­ luppo, di solito costruite attorno a centri urbani dominati da re e da una casta sacerdotale; perlopiù, hanno elaborato ardui sistemi di scrittura che soltanto una esigua schiera di scribi professionali era in grado di dominare; avevano forme di governo forti, centralizzate, monarchiche che consenti­ vano la gestione di territori relativamente ampi con l'ausilio di vaste e compatte burocrazie; disponevano di sistemi sociali gerarchici, di eserciti permanenti formati da soldati profes­ sionisti e di un regolare sistema di tassazione. Sia pure in varia misura, tendevano all'uniformità e alla stabilità cultu­ rali. La civiltà ellenica si è staccata nettamente da questo modello. Essa sorse dal crollo della cultura micenea, una civiltà che aveva subìto l'influenza dell'Egitto e del vicino Oriente, prima del 1000 a.C.; venne alla luce in un mondo di povertà e di cultura pressoché primitiva. Le città erano state spazzate via e sostituite da piccoli villaggi agricoli. Il com­ mercio era limitato e le comunicazioni, non solo tra i greci e altri popoli, ma anche tra greci stessi, erano fortemente ridotte. L'arte della scrittura andò perduta per oltre tre secoli. La matrice della civiltà ellenica fu un'epoca oscura in

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cui un piccolo numero di persone povere, isolate, analfabete, ignorate dal resto del mondo, svilupparono in isolamento la loro società. Durante tre secoli, dal 1050 al 750 a.C. circa, i greci gettaro­ no le fondamenta delle loro grandi realizzazioni. Famiglie e clan si unirono a formare comunità per proteggersi da nemici esterni e per preservare la pace all'interno e l'unità cui diede­ ro vita per il loro nuovo modo di vivere fu la polis, la città­ stato greca. Ce n'erano centinaia, e ciascuna di esse suscitava una sorta di lealtà e di attaccamento da parte dei cittadini, tali da rendere inconcepibile l'idea di sciogliere la propria polis per integrarla in un'unità più vasta. Il risultato era un mondo dinamico, poliedrico, competitivo, a volte caotico, in cui il raggiungimento dell'eccellenza e della vittoria aveva il valore massimo. Questa qualità agonistica contrassegnò la vita dei greci durante tutta la storia della polis e ha avuto un ruolo di straordinaria preminenza nella civiltà occidentale, oltre a pro­ durre straordinari risultati nel campo della letteratura e del­ l'arte, in cui la competizione, a volte formale e organizzata, spronava i poeti e gli autori. Nel campo della politica, incorag­ giava la partecipazione e la libertà individuali. I re erano scomparsi con il mondo miceneo, sicché le polis erano repubbliche. Ed essendo i greci molto poveri, le diffe­ renze in fatto di ricchezza tra loro erano relativamente scarse e le distinzioni di classe meno marcate e importanti che nelle civiltà dell'Oriente. L'introduzione di un nuovo modo di com­ battere dopo il 700 a.C., quando il predominio della cavalleria cedette il posto a quello di masse compatte, le falangi, di fanti pesantemente armati, gli opliti, ebbe un ulteriore effetto livel­ lante, nel senso che tolse la principale responsabilità della difesa dello stato ai pochi ricchi, i soli in grado di mantenere cavalli, e la trasmise al contadino medio, ricco abbastanza da acquistare l'armatura che gli dava modo di prendere il proprio posto nella falange degli opliti. Nello stesso tempo, lo svilup­ po dell'organizzazione militare sottolineava lo sforzo comune dei cittadini. A formare gli eserciti erano cittadini-soldati non pagati che, al termine della campagna, tornavano ai loro po­ deri. Quali difensori indipendenti della sicurezza e degli inte-

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ressi comuni, esigevano di aver voce in capitolo nelle più im­ portanti decisioni politiche, con la conseguenza che il control­ lo politico fu condiviso da un gruppo relativamente ampio della popolazione, mentre la partecipazione alla vita politica era tenuta in gran conto. Stati del genere non avevano bisogno di burocrazie, non essendoci re, né ampi possessi statali che richiedessero gestio­ ne e supervisione né, del resto, c'erano eccedenze economi­ che con cui mantenere burocrati. Gran parte degli stati non esigevano che imposte regolari; non c'era una casta separata di sacerdoti e poco ci si preoccupava della vita dopo la morte. In questo contesto, vario, dinamico, laico e notevolmente li­ bero, per la prima volta si delineò una filosofia naturale spe­ culativa basata sull'osservazione e la ragione, radice della mo­ derna scienza naturale e della moderna filosofia. Può sembrare incredibile che la carriera del capo di un minuscolo stato che ha perso la propria indipendenza e impor­ tanza oltre duemila anni fa possa illuminare e informare la nostra comprensione del mondo moderno. Eppure, molti di coloro i quali dedicano la vita allo studio della politica, della diplomazia e della guerra ai giorni nostri, ritengono che l'esa­ me dell'esperienza di Pericle e dei suoi contemporanei abbia valore pratico. La storia della guerra peloponnesiaca di Tuci­ dide, la più importante fonte sulla carriera di Pericle e soli'A­ tene del suo tempo di cui disponiamo, oggi è più influente di quanto sia mai stata. È da quest'opera che i politologi desu­ mono le loro teorie sui rapporti internazionali. 2 Congressi in­ ternazionali di storiografi e politologi si riuniscono per discu­ tere di ateniesi e di spartani e del significato che i loro conflitti hanno per il nostro mondo. 3 Non c'è corso universitario sui rapporti internazionali o sulla storia della guerra che possa ignorare lo scontro tra ateniesi e spartani, argomento che è fondamentale nelle accademie militari e nella Kennedy School of Government di Harvard. Quando a ufficiali promettenti viene comunicato che hanno conseguito il bramato accesso al Naval War College di Newport a Rhode Island, un passo di importanza fondamentale nella carriera degli ufficiali di mari­ na, viene loro consegnato anche una copia del racconto della

Jnrroduzione

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guerra peloponnesiaca di Tucidide, primo argomento del cor­ so denominato «strategia e politica». Pericle fu uno di quegli individui straordinari capaci di dare la propria impronta all'epoca in cui vivono e a determinare il corso della storia. Fu il cittadino posto alla guida di una gran­ de democrazia con un preciso senso del proprio ruolo partico­ lare nella storia di quel mondo e della particolare eccellenza della costituzione e del modo di vivere di quella democrazia che godeva di una fiorente economia, fonte di ricchezza e prosperità prima ignote, con un potere militare e marittimo reso possibile proprio da tale ricchezza, con responsabilità internazionali che imponevano gravami estremi alle sue risor­ se ma che non potevano essere senz'altro ignorate. La demo­ crazia ateniese dovette opporsi a uno stato completamente diverso per carattere e costituzione, che vedeva nel potere e nel modo di vivere della città una minaccia mortale per le

proprie ambizioni e sicurezze. La vita di Pericle e la società

democratica da lui guidata hanno molto da insegnare ai citta­ dini dei paesi liberi della nostra epoca. Pericle era un aristocratico ateniese che non possedeva grandi mezzi di fortuna personali. Cittadino di una repubblica democratica, non ebbe uffici superiori a quello di generale (strategos), uno dei dieci, nessuno dei quali disponeva di pote­ ri formali maggiori degli altri. Non controllava forze militari o politiche a sostegno della sua leadership, e non era autorizza­ to a spendere denaro pubblico se non da un voto dell'assem­ blea popolare dei cittadini. Ogni anno doveva sottoporsi a rielezione ed era perennemente esposto a scrutinio pubblico e a sfide politiche. A differenza dei presidenti e dei primi mini­ stri delle moderne democrazie rappresentative, non poteva fare assegnamento su una macchina di partito politico ben radicata e-ben organizzata, né godeva della sicurezza dell'in­ carico sia pure per soli quattro o cinque anni. Pericle differiva da leader di altre epoche anche quanto a varietà delle responsabilità che gli incombevano e quanto a diretta e personale esplicazione delle stesse. Elisabetta, Luigi e, al nostro tempo, grandi leader di democrazie come Frank­ lin D. Roosevelt e Winston Churchill sono stati i capi nomina-

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li delle rispettive forze armate, ma Pericle, al pari di Cesare e, in minor misura, di Augusto, si trovò più volte a condurre di persona in battaglia eserciti e flotte. Fu anche un riformatore costituzionale, che portò a compimento la democrazia atenie­ se; quale diplomatico negoziò trattati pubblici e accordi segre­ ti ed elaborò immaginose proposte volte a promuovere le for­ tune della sua città. Durante tutta la sua carriera, gestì la finanza pubblica con abilità e integrità senza uguali. Ancora, Pericle, come Augusto, Lorenzo de' Medici e Eli­ sabetta, promosse la grande esplosione di un'attività artistica e intellettuale. Concepì l'idea di coronare l'acropoli con i tem­ pli e le statue che per due millenni ne hanno fatto una delle meraviglie del mondo; scelse gli architetti e gli scultori, trovò le grandi somme di denaro per pagarli. Fu il «produttore» della tragedia di Eschilo, I Persiani, amico e collega di Sofo­ cle, sodale di Fidia, il massimo scultore dell'epoca, che elabo­ rò il progetto di massima del Partenone. Diede incarichi a Ippodamo di Mileto, il primo urbanista, e fu amico di Erodo­ to, il padre della storiografia. Ebbe dibattiti con Zenone, Anassagora e Protagora, principali maestri e filosofi coevi. Il suo patronato delle arti e il suo personale sostegno e incorag giamento di pensatori, e delle loro attività, fecero di Atene un polo di attrazione che attirava i maggiori talenti creativi del­ l'intero mondo ellenico. Due millenni dopo la sconfitta degli ateniesi, continuiamo a stupirci delle loro realizzazioni, ma i resti visibili, per quanto imponenti, non costituiscono il più importante retaggio. Peri­ cle si trovò alle prese col problema che assilla ogni società libera e democratica: come persuadere i cittadini a fare i sacri­ fici indispensabili per la sua affermazione? Tiranni e dittatori possono confidare sui mercenari e sulla coercizione a difesa dei loro stati e ben pochi sono quelli che, come Sparta, sono in grado di inculcare, nella propria gente, la disponibilità a ri­ nunciare quasi totalmente alla vita privata; ma le democrazie non possono far ricorso a questi espedienti. La politica demo­ cratica, invece, comporta una più libera forma di cultura pub­ blica. Pericle si sforzò di insegnare agli ateniesi che i loro interessi erano inestricabilmente legati a quelli della loro co-

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munità, che non potevano essere sicuri e prosperi se sicuro e prospero non fosse il loro stato, che l'uomo comune poteva raggiungere la grandezza solo tramite la grandezza della sua società. Tutto ciò che fece e tentò di fare per Atene era parte integrante di questa sua pedagogia. Pericle tentò di plasmare una società di tipo nuovo e un tipo nuovo di cittadino, non con l'uso della forza e del terrore ma con il potere delle sue idee, la valenza della sua personalità, l'uso della ragione e la sua genialità di retore, persuasivo come nessun altro. Nell'antica Atene, era il popolo a decidere la linea politica nel corso di discussioni all'aria aperta e l'abilità oratoria era essenziale. Pericle, secondo l'opinione generale, fu il massimo oratore dell'epoca. Uno dei suoi più valenti oppositori politi­ ci, commentava in questi termini sarcastici l'abilità del suo rivale: «Ogni qualvolta lo getto a terra», diceva, «sostiene che non ve l'ho gettato e convince di questo anche la gente che ha assistito alla sua caduta» (Plutarco, Vite parallele, «Vita di Pericle» VIII. 4). Moltissimi uomini politici democratici sono tentati di assi­ curarsi la popolarità spacciando solo buone notizie, facendo appello ai desideri e ai pregiudizi. Ma il popolo, nelle demo­ crazie più che in altri regimi, ha il bisogno di comprendere e affrontare la realtà, dal momento che le sue opinioni hanno forte incidenza sulle iniziative dello stato. Anche un leader grande e potente di una moderna democrazia come Franklin D. Roosevelt, sebbene garantito da una durata quadriennale del suo ufficio, osava sfidare raramente gli umori popolari, per breve tempo e di solito indirettamente. Winston Chur­ chill, forse il leader più pericleo dei tempi moderni, pagò un alto prezzo per il suo coraggio politico, ma in tempo di guerra, nella sua qualità di premier, fu protetto da una prolungata durata dell'ufficio e da poteri speciali. Pericle invece deteneva l'incarico solo per un anno alla volta e, durante quell'anno, poteva essere esonerato con pubblico voto almeno dieci volte. Eppure, quando la situazione lo richiedeva, si rifiutava di lusingare il popolo e di fare appello ai suoi pregiudizi; al con­ trario, lo metteva al corrente delle circostanze, fornendogli consigli su come affrontarle. Spronava il popolo a superare le

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paure e ad andare oltre gli interessi a breve termine. Se neces­ sario, era pronto a contrastarlo rischiando la sua collera. E l'ira popolare effettivamente la provocò. Al pari di tutti i leader democratici, Pericle si gettò nell'arena della politica popolare, esponendosi ad attacchi di ogni genere. Durante gli anni del suo ufficio, affrontò conflitti politici all'interno e guerre all'esterno; nemici intestini lo accusarono, da un lato, di tirannide e, dall'altro, di demagogia; poeti satirici lo sbef­ feggiarono sui palcoscenici, derisero la forma della sua testa, il suo olimpico distacco e persino la donna da lui amata. Peri­ cle dovette subire azioni legali intentate nei confronti di co­ stei, oltre che contro molti suoi amici e sodali, alcuni dei quali vennero esiliati. Fu accusato di suscitare la guerra per compia­ cere la sua amante e per superare le proprie difficoltà perso­ nali, nonché di imporre al suo popolo una strategia inadegua­ ta e vile. Malgrado abbia fatto fronte con pieno successo a questi attacchi, la sua carriera ebbe un tragico indirizzo e, durante l'ultimo anno di vita, Pericle ebbe tutti i motivi per dubitare della validità della sua opera. Gli ateniesi erano impegnati in una terribile guerra ed egli li aveva spronati a intraprenderla; scoppiò una pestilenza e uccise un terzo dei cittadini. La gente di Atene lo ritenne responsabile di tutte le sue miserie e gli tolse l'ufficio. L'antidemocratico Platone poté così contestare l'attività di Pericle con argomenti plausibili e schiaccianti: Pe­ ricle aveva, sì, cercato di rendere migliori gli ateniesi, i quali tuttavia «non gli avevano inflitto nessuna umiliante punizione quand'erano "peggiori"; ma, quand'egli li ebbe fatti "nobili e buoni", e alla fine della sua vita, lo condannarono per malver­ sazione e quasi lo misero a morte perché lo ritennero un ma­ scalzone» (Platone, Gorgia, 515e-516). Il giudizio di Platone ha influenzato la successiva considera­ zione dell'opera di Pericle e della democrazia da lui instaura­ ta. Infatti, dopo la morte di Pericle, e soprattutto dopo la sconfitta in guerra di Atene, fu facile considerare la sua attivi­ tà come un fallimento. Gli ateniesi perdettero il loro impero con la ricchezza e i poteri che ne derivavano e, per qualche tempo, perdettero persino la loro democrazia e la loro libertà.

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Ma la sconfitta in guerra e la perdita dell'impero non significa­ rono la bancarotta dell'impresa di Pericle, il quale in realtà aveva previsto egli stesso questa eventualità e, nel momento più buio della guerra, esortò gli ateniesi a non lasciarsi scorag­ giare da quella prospettiva: Anche se mai dovessimo essere forzati a cedere (ché ogni cosa che diventa grande anche tramonta), la memoria della nostra grandezza sarà trasmessa per sempre alla posterità: il fatto cioè che noi, tra tutti i greci, abbiamo governato più greci di chiunque altro e che nelle massime guerre abbiamo retto contro nemici singoli e tra loro alleati e che siamo vissuti in una città che era la più ricca di ingegni e la più grande (Tucidide, La guerra del Peloponneso II, 64, 3).

Il paradosso implicito nella democrazia consiste in ciò, che deve creare, dipendendone, cittadini che siano liberi, autono­ mi e pieni di fiducia in se stessi. Tuttavia, il suo successo, e anzi persino la sua sopravvivenza, esigono una leadership di carattere eccezionale. La democrazia conferisce uguali diritti di partecipazione al governo, nella scelta di funzionari e politi­ che, a cittadini di uguale istruzione, cognizione e discernimen­ to, e assegna il potere supremo alla maggioranza, certamente inferiore, quanto a queste qualità, rispetto a una minoranza scelta. La democrazia lascia briglia sciolta a una molteplicità di partiti e fazioni, così incoraggiando divisione e tentenna­ menti anziché unità e fermezza, cose che nell'antichità classica inducevano i critici a farsi beffe della democrazia quale «rico­ nosciuta follia», mentre in epoca moderna essa è stata conte­ stata perché inefficiente, irresoluta, molle e incompetente. Troppo spesso, in questo secolo, i suoi cittadini hanno perdu­ to fede e coraggio in tempi di durezze e pericolo, permettendo alle loro democrazie di aprire la strada a tirannidi di destra e di sinistra. Così, per esempio, la Repubblica di Weimar cadde vittima della Grande Depressione perché non ebbe tempo abbastanza da permettere a istituzioni democratiche di mettere salde radi­ ci e, più ancora, perché persino i suoi sostenitori mancavano della appassionata devozione per combattere a favore della loro democrazia in tempi di crisi; per questo sono stati chia­ mati Vernunftrepub/ikaner, legati solo razionalmente alla loro

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repubblica democratica ma non col cuore e con l'anima. Uno dei motivi principali del crollo della democrazia di Weimar fu l'assenza di leader che formulassero quella particolare visione della politica indispensabile agli stati democratici e che aves­ sero la capacità di realizzarla. Tucidide riferisce la sintesi che Pericle dava delle qualità necessarie a un uomo di stato: «Sapere quel che va fatto ed essere capace di spiegarlo; amare il proprio paese ed essere incorruttibile». Queste stesse qualità saranno indispensabili ai leader delle fragili, giovani democrazie del mondo e di quelle che oggi stanno sorgendo; e con queste qualità si eserciterà l'arduo compito di far nascere nel popolo l'amore e l'entusia­ smo per la sua nazione e la sua costituzione, capaci di condur­ lo ad accettare rischi e pericoli, a sopportare durezze e a compiere i necessari sacrifici. In pari tempo, i capi devono moderare le passioni del popolo, la collera e l'ambizione, per­

suadendolo all'assennatezza e alla razionalità.

La genialità di Pericle consistette nel riconoscere la necessi­ tà di educare il suo popolo alla virtù civica e nell'avere avuto la rara abilità di far questo. Indubbiamente, la sua politica apportò agli ateniesi la prosperità e i vantaggi concreti di un impero, ma il suo successo e quello di Atene si basavano su ben più che il benessere e la retorica. Pericle era inoltre ani­ mato da una visione che offriva anche al più umile dei cittadini di Atene la possibilità di garantirsi, tramite il comune sforzo di tutti, la dignità personale, l'onore e il soddisfacimento delle sue massime necessità, che da solo mai avrebbe raggiunto. Pericle si servì dei suoi grandi talenti e della sua straordinaria personalità per trasmettere questa visione al suo popolo. Se le nuove democrazie del nostro tempo vogliono avere successo, anch'esse devono offrire più che prosperità economi­ ca. Il compito dei loro leader non sarà facile, poiché i cittadini sono stati resi scettici nei confronti di idealismi di ogni tipo. Al pari di Pericle, tuttavia, dovranno saper dare ai loro popoli una nobile visione che offra soddisfazione spirituale oltre che mate­ riale, in modo che, al pari degli ateniesi, facciano propria la devozione alla loro democrazia, indispensabile perché regga alle difficili sfide con cui, senza dubbio, si troverà alle prese.

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Nel loro approccio razionale, laico e mondano all'esistenza, nella loro fedeltà alla libertà politica, all'autonomia individua­ le, alla vita pubblica costituzionale, repubblicana e democrati­ ca, gli ateniesi dell'epoca di Pericle risultano più vicini alle idee e ai valori dominanti del nostro mondo di ogni altra cultura apparsa sulla faccia della terra dopo l'antichità classi­ ca. Ed è per questo che l'Atene di Pericle ha un così alto significato per noi. Ma se c'è molto da imparare dalle somi­ glianze, almeno altrettanto c'è da ricavare dalle differenze tra noi e gli ateniesi. Quelli, al pari di noi, tenevano in gran conto ricchezza e beni materiali e, d'altro canto, consideravano lo status economico meno nobile e meno importante della parte­ cipazione e dell'eminenza nel servizio pubblico reso alla co­ munità. Sebbene fossero tra i primi nel riconoscere la dignità dell'individuo non erano in grado di immaginare la piena sod­ disfazione delle loro necessità spirituali senza un impegno nel­ la vita di una comunità politica ben ordinata. Per afferrare a pieno le grandi realizzazioni di Pericle e dei suoi conten:ipora­ nei è necessario tener presenti queste significative differenze rispetto a noi. Dobbiamo studiarle con umiltà. Benché siano venuti prima di noi, può darsi che gli ateniesi conoscessero e credessero in cose che noi abbiamo dimenticato o non abbia­ mo conosciuto e non dobbiamo perdere di vista l'eventualità che, almeno per certi aspetti, fossero nel giusto.

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Nel primo decennio del V secolo, verso il 494*, Agariste, figlia di Ippocrate, che era incinta, sognò di partorire un leone, e pochi giorni dopo, secondo quanto narra Erodoto (Le storie

VI. 131), diede al marito Santippo un figlio, Pericle. Si tratta di

quei sogni che si ricordano solo a distanza di anni, quando gli eventi li hanno resi significativi, ma, all'inizio del V secolo ad Atene, che a quella coppia nascesse un figlio era di buon auspicio. La democrazia di Atene contava poco più di un decennio e i suoi esponenti provenivano esclusivamente dalle grandi famiglie aristocratiche. Il fondatore di quella democra­ zia era stato lo zio di Agariste, Clistene, e la famiglia di lei, gli Alcmeonidi, era forse la più celebre e potente di Atene. Una leggenda ne faceva risalire le origini all'eroe omerico Nestore, re di Pilo; secondo un'altra leggenda, gli Alcmeonidi erano discendenti dei primi funzionari pubblici di Atene dopo la fine dei leggendari re della città. Certo è che, comunque, si trattava di una delle famiglie più importanti della società ateniese. Il primo celebre alcmeonide si mise in vista oltre un secolo prima della nascita di Pericle. Un nobile, tale Cilone, era divenuto potente con una vittoria alle Olimpiadi e sposando la figlia del tiranno di Megara, la città alla frontiera occidentale di Atene. • Tutte le date si intendono avanti Cristo, salvo diversa indicazione.

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Può sembrare strano che un trionfo atletico aprisse la strada non solo alla fama e alla fortuna ma anche al potere politico, eppure l'abilità atletica aveva un valore molto più grande per gli antichi greci che per il nostro mondo ossessionato dallo sport. Le gare atletiche erano avvenimenti religiosi e culturali di grande importanza perché evidenziavano i più significativi valori della società ellenica. 1 Le gare includevano corsa, salto in lungo, lancio del disco e del giavellotto, la lotta, il pugilato e la corsa al carro, la prova più prestigiosa. Erano, queste, fiere competizioni tra indivi­ dui, non era previsto il gioco di squadra e la vittoria comporta­ va un onore straordinario. Ad Atene i vincitori venivano man­ tenuti a spese della comunità per tutta la vita. Alcune città abbattevano una parte delle mura di difesa in onore degli atleti vincitori che tornavano dalle gare. Pindaro, uno tra i più grandi poeti greci, dedicò la sua arte alla celebrazione delle vittorie. Gli scultori ritraevano gli dèi come atleti giovani o adulti. Tutto ciò svela una caratteristica tipica della società greca: la sua potente vocazione all'agonismo, alla competizio­ ne tra individui, che permetteva al vincitore di acquisire eccel­ lenza, fama e statura eroica. Nel VII secolo un vincitore olimpico con buoni legami poli­ tici avrebbe rappresentato una seria minaccia alla stabilità della sua comunità: questi fu Cilone. L'ambizioso atleta mirò a stabilire il suo potere ad Atene, instaurando una tirannide. All'epoca di Cilone la tirannide non aveva ancora assunto la terribile connotazione che in seguito avrebbe avuto. Questo termine indicava semplicemente il governo di un individuo acquisito attraverso procedure non convenzionali. Spesso as­ sumeva il potere in seguito ad una ribellione popolare contro la dinastia dominante oppure assumeva la forma di un'aristo­ crazia guidata da un leader carismatico che si era messo in luce come soldato o, nel caso di Cilone, come atleta. L'antico tiranno non faceva altro che trasferire la tradizione competiti­ va per una posizione di rilievo nella città al più alto livello della politica. All'epoca di Cilone era costume, per chiunque si dedicasse ad una importante e rischiosa avventura, chiedere prima consiglio al grande oracolo di Apollo, a Delfi, che era

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divenuto il più importante profeta del mondo greco. Il santua­ rio di Delfi era ritenuto l'ombelico ( Omphalos), il centro della terra e personaggi importanti venivano da ogni parte per ascoltare i suoi responsi. Nessuno avrebbe potuto fondare una nuova colonia o affrontare una guerra senza il suo consiglio. Ma consultare l'oracolo poteva essere assai complicato. L'ac­ cesso all'oracolo dipendeva dal favore dei sacerdoti, spesso ottenuto attraverso una ricca offerta. La domanda veniva po­ sta da un sacerdote di sesso maschile alla pizia, una sacerdo­ tessa in stato di delirio indotto da droghe. La sua risposta non era comprensibile e doveva essere interpretata dal sacerdote che la esprimeva solitamente i1_1 versi. Ma anche in questa forma il responso richiedeva un attento esame, perché le ri­ sposte potevano essere ambigue. L'esempio più celebre è fornito da Creso che, nel VI secolo, fu re della Lidia in Asia Minore. Creso aspirava a conquistare il potente impero persiano con cui il suo regno confinava e chiese all'oracolo se doveva assalirlo o meno. La risposta suo­ nò: «Se marci contro i persiani distruggerai un grande impe­ ro» (Erodoto, Le storie 1.53). Pieno di fiducia, Creso aggredì i persiani e distrusse un grande impero - il suo. Erodoto narra questa storia per significare la caducità dell'umana grandezza, la cecità mortale e l'arroganza che colpisce chi mira troppo in alto. Cilone fece un errore dello stesso genere: evidentemente chiese che cosa doveva fare per conquistare il potere ad Atene e l'oracolo rispose consigliandolo di approfittare della distra­ zione degli ateniesi nel momento in cui celebrano la massima festa di Zeus per impadronirsi dell'acropoli, la grande fortez­ za naturale che ospitava i templi degli dèi e dominava la città. Cilone radunò i suoi sostenitori ad Atene in aggiunta a forze fornitegli da Teagene di Megara e s'impadronì dell'acropoli durante i giochi olimpici, la grande festa in onore di Zeus che aveva luogo a Olimpia, nel Peloponneso. Ma, come fa rileva­ re Tucidide, forse l'oracolo intendeva riferirsi alla massima festività in onore di Zeus nell'Attica, occasione che avrebbe attratto fuori dalla città moltissimi ateniesi, anziché i pochi recatisi a Olimpia. Nella città semideserta, Cilone avrebbe

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avuto il tempo di predisporsi saldamente a difesa prima che i suoi avversari potessero reagire e avrebbe potuto aspettarsi che il trauma del suo colpo di mano lasciasse sbalorditi gli ateniesi, inducendoli ad accettare il suo dominio, mentre inve­ ce se la stragrande maggioranza di loro fosse stata in città, avrebbe potuto raccogliere rapidamente le proprie forze. Ac­ cadde così che gli ateniesi, timorosi non solo della tirannide ma anche di essere assoggettati dai loro vicini di Megara, opposero resistenza sotto la guida di Megacle e del suo clan degli Alcmeonidi stringendo d'assedio i congiurati sull'acro­ poli e ben presto li ridussero alla disperazione. I cospiratori, ormai vinti, si rifugiarono nei sacri recinti dei templi, ma ben presto sembrò evidente che sarebbero morti di fame o di sete. Ciò comportava un dilemma: i greci ritenevano che la morte di persone nei luoghi sacri fosse fonte di contami­ nazione religiosa, portatrice di disastri per l'intera città come l'assassinio del re di Tebe - nel mito di Edipo - che aveva recato alla città un devastante morbo. A guidare l'assedio erano Megacle e gli altri arconti, i supremi magistrati, tutti aristocratici, del primitivo stato ateniese. Essi non potevano permettere che i congiurati morissero nei templi, per cui pro­ misero loro la vita salva se ne fossero usciti. I congiurati cre­ dettero alla promessa, ma gli arconti infransero il loro giura­ mento e li misero a morte, compresi quelli di loro che invano si aggrapparono all'altare delle Furie, le terribili dee arcaiche apportatrici di tremende vendette per gli assassini. Per questi atti di sacrilegio, la famiglia di Megacle, gli Alcmeonidi, furo­ no dichiarati maledetti e colpevoli di peccato contro la dea Atena, patrona della città. L'intera famiglia fu espulsa da Atene, dove però rientrò qualche anno dopo, una volta placa­ tosi lo scandalo. La «maledizione degli Alcmeonidi», passata in retaggio ai discendenti di Megacle, avrebbe avuto un ruolo importante nella storia di Atene. Alcmeone, un altro membro di questa famiglia, fu anche il primo ateniese a vincere la corsa dei carri ai giochi olimpici e si guadagnò ulteriore gloria guidando il contingente ateniese in una guerra sacra a difesa dell'oracolo di Delfi. In competi­ zione con i celibi più in vista della nobiltà greca, suo figlio

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vinse e sposò la più ricca erede dell'Ellade, la figlia del tiranno di Sicione e divenne una figura di primo piano nella politica ateniese, tale restando finché con i suoi familiari non fu cac­ ciato da Pisistrato, divenuto tiranno della città. Suo figlio fu Clistene che trovò il modo di liberare Atene dalla tirannide e di ripristinare la posizione della famiglia; con altri Alcmeonidi si dedicò all'impresa di ricostruire il tempio in rovina di Apol­ lo a Delfi, assicurandosi la gratitudine dei sacerdoti usando, per rifare la facciata, il bel marmo pario anziché la pietra meno costosa stabilita dal contratto. Grazie alle simpatie così acquisite, come pure le cospicue somme versate ai sacerdoti di Delfi, per corromperli, Clistene ottenne dall'oracolo che per­ suadesse gli spartani a cacciare i tiranni da Atene. Sebbene Pisistrato sia stato popolare, i suoi figli non lo furono. Durante il loro regno, si dimostrarono violenti e tirannici (nel senso attuale del termine). Nel 510 un esercito lacedemone espulse la famiglia di Pisistrato. Chstene e gli Alcmeonidi rientrarono in città certi di essere accolti come trionfatori. Ma, ritiratosi l'esercito spartano, Atene si trovò in una situazione di vuoto politico che gli aristocratici cerca­ rono di colmare con un ritorno ai vecchi tempi, quando la vita politica era condotta dalla sola classe dei nobili. Clistene uscì sconfitto dalla lotta tra gli aristocratici per assicurarsi il controllo politico di Atene. A questo punto, anziché accet­ tare la sconfitta e cercare, tramando, di ottenere l'appoggio aristocratico in vista di un altro tentativo, Clistene preferì imboccare un'altra strada, cambiando per sempre le regole del gioco politico. Lo fece cercando il sostegno, non già dei circoli aristocratici, bensì della gente comune; propose di abbandonare il sistema tradizionale che permetteva ai pro­ prietari terrieri aristocratici di controllare i sacri recinti e i re­ lativi sacerdoti e di dominare le organizzazioni politiche e re­ ligiose, sostituendo tale sistema con un nuovo ordine che lasciasse spazio all'uomo della strada. I suoi oppositori, una volta ancora, invocarono la «maledizione degli Alcmeonidi» ed espulsero dalla città Clistene e gli altri «maledetti», i suoi familiari e i suoi sostenitori. Ma Clistene aveva conquistato i cuori del popolo di Atene, che diede mano alle armi, scacciò

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gli spartani e riportò in trionfo in città Clistene, i familiari e gli amici. Clistene poté allora dar mano alle riforme che instaura­ rono la democrazia ad Atene. Tutti i cittadini adulti di sesso maschile potevano essere eletti, attraverso il voto, come magistrati della città e membri del consiglio dei cinquecento che si occupava dell'attività legislativa. Potevano far parte delle magistrature e dell'assemblea pubblica che rappresen­ tava la più alta autorità. Il dibattito era libero e aperto e, in teoria, ogni ateniese poteva adeguarsi alla legge, proporre emendamenti o entrare in merito alle questioni discusse. In pratica, i leader aristocratici avevano un maggior potere della facoltà di parola ed è probabile che, nel primo cinquan­ tennio di democrazia, il consiglio dei cinquecento possedesse poteri che più tardi saranno assunti dall'assemblea. Clistene, per di più, non mutò il sistema che divideva gli ateniesi in quattro classi, sulla base del censo. Solo i membri delle due classi più alte potevano ottenere le cariche di alta magistratura o accedere al consiglio dell'Areopago, l'antico consiglio aristocratico che continuava a esercitare un consi­ derevole potere p0litico. I membri della terza classe pote­ vano accedere al consiglio dei cinquecento da cui erano esclusi gli ateniesi più poveri. In seguito, malgrado non fosse prevista una retribuzione per il pubblico servizio, il cittadino povero avrebbe avuto difficoltà a far parte dell'assemblea e delle giurie. Il regime di Clistene è stato definito una «demo­ crazia oplita» per via del fatto che la terza classe gli garantiva l'appoggio. Erano gli opliti proprietari terrieri che dispone­ vano di una adeguata rendita con cui potevano munirsi del­ l'armatura pesante necessaria al combattimento. Secondo le più recenti ricostruzioni, gli opliti erano parte di una demo­ crazia severamente limitata in cui le classi inferiori erano sot­ tomesse. Nondimeno, questa fu la prima riconosciuta demo­ crazia. Il nuovo regime, del resto, era confortato dal fiero e devoto sostegno del popolo. Ciò dimostra il forte potere della nuova costituzione democratica. Gli ateniesi fecero fronte a numero­ si attacchi delle città vicine, utilizzando l'esperienza della loro

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recente lotta civile e guidando le forze della Beozia e di Calci­ de. Erodoto celebra più tardi queste vittorie: Adesso gli ateniesi diventano più potenti e c'è più di una prova che l'ugua­ glianza, prima della legge [isegoria], è una cosa eccellente. Durante tutto il tempo in cui gli ateniesi furono comandati dai tiranni non sono stati migliori combattenti dei loro vicini. Ma, una volta abbattuta la tirannia, divennero di gran lunga i migliori di tutti. Ciò dimostra che mentre erano oppressi erano codardi, simili a schiavi che lavorano per un padrone; una volta divenuto libero, ciascun individuo avrebbe invece voluto farsi onore da sé (Erodoto, Le storie V.78).

Clistene divenne così il liberatore della sua città e il padre della democrazia ateniese. Gli Alcmeonidi, che avevano mes­ so fine alla tirannide, instaurarono una democrazia che ben presto si rivelò vigorosissima. Nel giro di un decennio, la fami­ glia di Clistene divenne la più potente della città. Santippo, padre di Pericle, fece dunque un'ottima scelta quando nei primi anni del V secolo prese in moglie Agariste, nipote di Clistene. Ben presto, aveva dato prova dei talenti dialettici, politici e militari che avevano fatto di lui un pretendente più che accettabile e le nozze furono coronate dalla nascita di tre figli: Arifrone, il maggiore, che prese il nome del padre di Santippo, una femmina il cui nome non sappiamo e il protago­ nista della vicenda che qui si narra, Pericle. Questi crebbe in un periodo critico per il mondo greco e in un'epoca turbolenta e ancor più critica per la giovane demo­ crazia di Atene. Nel 490, quando aveva quattro anni, Dario re di Persia inviò un esercito nell'Attica col proposito di instau­ rare la tirannide e annettere Atene al suo impero. Una vitto­ ria persiana avrebbe significato, in breve, la sottomissione di tutti i greci. Novemila ateniesi, coadiuvati da mille uomini della piccola città di Platea, sconfissero la numerosissima for­ za persiana. Gli spartani avevano deciso di aiutare Atene ma avevano ritardato la loro partenza perché erano impegnati nella celebrazione di una festa religiosa. Quasi senza aiuti esterni e contro tutte le aspettative, gli ateniesi vinsero la battaglia di Maratona e cacciarono i persiani. L'esercito spar­ tano arrivò giusto in tempo per vedere la fine del combatti­ mento e per congratularsi con gli ateniesi. Quasi certamente,

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Santippo fu tra «gli uomini di Maratona», ben presto divenuti eroi leggendari e dei quali, da allora, si parlò con patriottica reverenza. Dopo la battaglia, tuttavia, si diffuse la voce che gli Alcmeonidi avevano premeditato il tradimento e che durante la battaglia avevano fatto segnali ai persiani con i riflessi di uno scudo. Probabilmente, si trattava di una diceria coniata dai loro avversari politici, bramosi di metter fine alla posizio­ ne di potere che gli Alcmeonidi e i loro sodali si erano assicu­ rati in seguito alla rivoluzione di Clistene. Gli Alcmeonidi replicarono muovendo a loro volta un'accusa. Fresco di batta­ glia, Milziade, il regista della vittoria di Maratona, chiese agli ateniesi di inviarlo per una spedizione con la flotta e l'esercito. Egli non fece cenno alla sua ricompensa ma promise di arric­ chire gli ateniesi. Tale fu la sua fama e la sua influenza in quel momento che la sua richiesta fu soddisfatta senza obiezioni. Attaccò l'isola di Paro, ma gli abitanti resistettero, e, nel com­ battimento che seguì, Milziade fu ferito e costretto a tornare a mani vuote. Santippo presentò denunce contro Milziade, la mente della vittoria di Maratona dell'anno prima, eroe del momento e in quanto tale pericoloso avversario politico. La giuria giudicò Milziade colpevole di aver ingannato il popolo inducendolo a intraprendere una spedizione che si era conclu­ sa con un fallimento e gli impose una pesante ammenda, un grosso debito che Milziade lasciò in retaggio al figlio Cimone al quale, un giorno, Pericle avrebbe dovuto contendere la leadership politica. Milziade non rappresentava più un pericolo, ma una minac­ cia maggiore ben presto apparve agli orizzonti degli Alcmeo­ nidi. Nel 484 Santippo fu esiliato da Atene per dieci anni con il cosiddetto procedimento dell'ostracismo, sistema introdotto da Clistene quale deterrente contro le fazioni e un tradimento della fase infantile della democrazia. Il sistema prevedeva che ogni anno, probabilmente in gennaio, l'assemblea degli ate­ niesi si radunasse per votare pro o contro l'espulsione di qual­ cuno. Se la maggioranza dava parere negativo, l'ostracismo non aveva luogo; se invece dava parere positivo, la cacciata avveniva in un unico giorno di marzo, quando ciascun cittadi-

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no aveva il diritto di scrivere il nome di colui che voleva fosse espulso dalla città su un coccio di terracotta, un ostrakon, la carta da minuta dell'antichità, che portava poi all'agorà, la piazza dove aveva luogo l'adunanza. Alla fine del giorno, gli arconti contavano i voti così formulati per vedere se erano seimila, il numero richiesto per alcuni tipi di decisioni dell'as­ semblea ateniese. Se non si raggiungeva quel numero, l'ostra­ cismo non aveva luogo. In caso contrario, l'ateniese al quale erano andati più voti veniva esiliato e costretto a lasciare l'At­ tica per dieci anni. Lo scopo era quello di permettere a un uomo politico popolare come Clistene, che si basava sull'ap­ poggio della maggioranza, di prevenire un colpo di mano da parte di una fazione ostile, con la convinzione che far pesare la minaccia su un leader rivale fosse sufficiente a tenere in riga lui e i suoi seguaci. E, a quanto sembra, il sistema si rivelò efficace, contribuendo a difendere la democrazia ateniese dai tentativi di sovversione per quasi un secolo. Benché inventata da Clistene nell'ultima decade del VI se­ colo, la procedura non era però mai stata usata fino al 487. Da allora, e per un triennio, un alcmeonide o un capo politico legato alla famiglia venne espulso; dopo il 484, la stessa sorte toccò agli altri politici in vista, l'ultimo dei quali fu l'onesto Aristide, tanto ammirato da essere soprannominato «il giu­ sto». Vuole una versione che un rozzo analfabeta il giorno prescritto si recò da lui e gli chiese di scrivere sul suo ostrakon il nome «Aristide» il quale, sbalordito, chiese a quello zotico che cosa gli avesse fatto Aristide. «Niente», suonò la risposta, «non lo conosco neppure, ma sono stanco di imbattermi ovun­ que in persone che lo chiamano "il giusto"» (Plutarco, Vite parallele, «Vita di Aristide» VII. 7-8). Aristide era un uomo di stato eccezionale e un valente ge­ nerale che aveva combattutto valorosamente a Maratona. Fu richiamato per aiutare a difendere Atene contro l'invasione persiana del 480 e giocò un ruolo centrale nella vittoria. Cosl grande era la sua reputazione di uomo probo che fu chiamato per stabilire il contributo di ciascun membro quando, dopo la guerra, si sarebbe costituita la lega di Delo. E nessuna tra le quasi duecento polis ebbe da recriminare sulle sue decisioni.

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Nessuno avrebbe avanzato una migliore soluzione rispetto a quella da lui realizzata. Questo resoconto è probabilmente una invenzione dei critici della democrazia ed è il segno di un'invidia per la naturale eccellenza di questa forma di gover­ no. Ma ciò mal rappresenta la natura e lo scopo di questa istituzione. L'ostracismo non era strumento di vendetta o ge­ losia contro qualsiasi cittadino posto dinanzi al giudizio popo­ lare. Era, piuttosto, una forma di salvaguardia costituzionale, una necessaria valvola di sicurezza ed evitava l'esplosione di conflitti interni che avrebbero potuto minare la giovane de­ mocrazia. Dal 482 l'unico uomo politico importante che restasse ad Atene era Temistocle, brillante oratore pieno di inventiva e di così sfrenata ambizione che, si diceva, non riusciva a chiudere occhio al pensiero della vittoria riportata da Milziade a Mara­ tona. Sembra assai probabile che fosse lui la mente che mano­ vrava gli ostracismi. All'esterno della coalizione dominante stabilita da Clistene, Temistocle sembra aver escogitato un piano per distruggerla e assicurarsi così il primato ad Atene. Nel 484, quando Pericle aveva dieci anni, Santippo prese la via dell'esilio con i parenti più stretti che, in quanto apparte­ nenti all'aristocrazia panellenica, dovevano avere rapporti di xenia (amicizia e ospitalità) con nobili di parecchie altre città. È probabile che si siano trasferiti a Sidone, patria del celebre bisnonno di Agariste. Pericle era già abbastanza grandicello per avere consapevolezza degli eventi in corso e per lui si trattò di una precoce e inequivocabile lezione sui pericoli lega­ ti alla competizione per il potere politico ad Atene. A metter fine all'esilio di Santippo fu il ritorno in forze dei persiani. Nel 481 Serse, il nuovo Grande Re, tentò un'invasio­ ne per mare e per terra avente lo scopo di unire gli ateniesi e di aggiungere tutti i greci al numero dei suoi sudditi. Gli ate­ niesi richiamarono tutti i loro concittadini ostracizzati perché facessero baluardo in vista di una partita che sembrava perdu­ ta a priori. Le truppe persiane non poterono essere fermate nella Grecia centrale e, nel 480, gli ateniesi abbandonarono la città alla distruttiva vendetta dei persiani. Mentre donne e bambini trovavano rifugio sull'isola di Salamina e in alcune

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città costiere del Peloponneso, gli uomini in età di portare armi salirono a bordo delle navi da guerra. La stessa sorte toccò alla famiglia di Santippo e leggenda vuole che il cane di casa, sopraffatto dal dolore alla vista del suo padrone che prendeva il largo, si gettò in mare e, nuotando con la stessa velocità della triremi, toccò la spiaggia di Salamina dove mor1 di stanchezza. La grande vittoria navale che i greci riportarono nelle acque di Salamina salvò l'indipendenza e la libertà elleniche, conser­ vando la giovane democrazia ateniese per i giorni della gran­ dezza che l'attendevano anche se, solo l'anno successivo, le vittorie di Platea e di Micale allontanarono definitivamente i persiani dalla Grecia. A comandare il contingente ateniese a Micale fu Santippo e, quando le forze spartane tornarono a casa, fu lui a guidare l'assedio di Sesto. nei Dardanelli, che ebbe per effetto l'espulsione dei persiani anche da quelle rive.

Al suo rientro ad Atene, Santippo era ormai un eroe e una

figura politica di grande spicco. Gli straordinari vantaggi ai fini di una carriera politica di successo ad Atene, che toccarono in sorte ai figli di Santippo e Agariste, possono ben dirsi senza eguali. Potrebbero parago­ narsi a quelli che avrebbe avuto un Adams del Massachusetts se avesse sposato una discendente diretta di George Washing­ ton, il padre degli Stati Uniti, e se gli Adams fossero stati da lungo tempo ricchi e celebri aristocratici. In quasi tutti i casi, il prezzo della vittoria nel contesto politico di Atene era determinato non dalla fortuna ma dalla gloria. Nella prima metà del V secolo, le cariche politiche non erano retribuite. Lo stato imponeva tributi non regolari e spendeva poco denaro, così non c'erano molte occasioni di arricchirsi attraverso le cariche pubbliche. I principali conten­ denti per i più alti incarichi erano di nobili origini, benestanti e profondamente segnati dall'ideale greco della competizione come mezzo per acquistare l'eccellenza, il riconoscimento pubblico e la gloria che ne derivava. La battaglia per la con­ quista di questi traguardi era sempre spietata. Il successo derivava in parte da personali affermazioni in guerra, da competizioni atletiche e da qualità personali come

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un bell'aspetto, intelligenza, abilità retorica. Ma le connes­ sioni con le sfere di potere avevano, in fondo, una decisiva importanza e Pericle e suo fratello avevano validi legami con i supremi circoli ateniesi; dal padre veniva loro il riflesso di una gloria militare così recente da avere ancora tutto il suo splendore; da parte di madre erano i nipoti di Clistene, colui che aveva cacciato i tiranni e fondato la democrazia. Forse nessuno dei loro contemporanei poteva vantare un lignaggio di altrettanta importanza negli anni successivi alle guerre persiane. Come se non bastasse, erano riusciti ad assicurarsi legami di grande incidenza. Nel mondo della politica ateniese, caratte­ rizzato da forte competitività, l'eminenza suscitava invidie; così Arifrone e Pericle avevano da aspettarsi ben poco di buono dai loro concorrenti. Inoltre, le diatribe politiche, di norma, si trasmettevano da una generazione all'altra e i figli di Santippo dovevano aspettarsi l'ostilità di Cimone, il brillantis­ simo figlio di Milziade. L'appartenenza alla famiglia aveva carattere patrilineare, ma agli occhi del pubblico i figli di Aga­ riste venivano sempre associati alla sua celebre famiglia, in una connessione che aveva un duplice risvolto, nel senso che, se assicurava la fama e il sostegno di una potente discendenza, suscitava anche particolari invidie. Gli Alcmeonidi erano stati i detentori di un potere straordinario dal 508 al 480 e, pertan­ to, erano oggetto di forti sospetti da parte dei loro avversari. L'accusa di tradimento mossa contro di loro nella cornice di Maratona non era mai stata provata ma il ricordo non era certo scomparso e la serie di ostracismi significava che aveva­ no potenti nemici. Infine, c'era la maledizione cui, in prece­ denza, si era fatto ricorso in circostanze politiche opportune e della quale ci si poteva avvalere ancora allo stesso modo. Ciò nonostante, per i figli di Santippo e i discendenti di Clistene il loro retaggio era una benedizione più che un ostacolo: ben pochi erano i giovani ateniesi che entravano nell'età adulta e nella vita pubblica con prospettive altrettanto elevate. Nella sua qualità di primogenito, sarebbe stato logico che Arifrone assumesse la guida, ma non risulta che abbia avuto parte nella politica o che abbia acquisito preminenza in altri

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campi e le speranze della famiglia furono quasi subito riposte in Pericle. Il sogno di sua madre era stato premonitore: il giovane Pericle seppe imporsi con la forza di un leone. Per capacità intellettuali e carattere ben presto si distinse tra i contemporanei, soprattutto per la sua cultura. Dopo l'inse­ gnamento elementare, comune a tutti i ragazzi ateniesi, Peri­ cle continuò gli studi. L'educazione tradizionale aveva valore pratico ed etico più che intellettuale; l'addestramento fisico preparava i giovani alle gare atletiche che erano parte integrante delle festività religiose ad Atene e durante i giochi panellenici, mettendoli in grado di diventare soldati una volta raggiunta l'età di diciot­ t'anni. Ricevevano un'istruzione musicale, sapevano cantare e suonare la lira e l'aulos, uno strumento simile all'oboe; perlo­ più mandavano a mente il corpus poetico tradizionale, in par­ ticolare gli epos omerici. Anche questa era un'educazione di tipo pratico perché ogni anno migliaia di ragazzi ateniesi e di uomini adulti cantavano d'obbligo nei cori durante le festività religiose e nei symposia, i banchetti accompagnati da grandi bevute che costituivano il nucleo della vita sociale aristocrati­ ca, che di solito si concludevano con canti intonati dai parteci­ panti. Tuttavia, la componente più rilevante dell'educazione tra­ dizionale consisteva nell'imparare a recitare i poemi epici, essendo considerato Omero la fonte della sapienza e il model­ lo di comportamento per i greci; nell'Iliade e nell'Odissea gli allievi trovavano i più perspicui insegnamenti etici, come spie­ ga Protagora, uno dei grandi maestri di un'epoca più tarda, nel dialogo di Platone che porta il suo nome. Gli studenti leggevano i poeti perché le loro opere contenevano «molte esortazioni, molti racconti ed encomi di uomini famosi, che devono mandare a mente in modo da poterli imitare o emula­ re e da desiderare di diventare simili a essi». Imparavano a suonare la lira per acquisire l'autocontrollo, leggevano i poeti lirici e ne udivano i versi musicati, per «imparare a essere più gentili, più capaci di armonia e ritmo e pertanto più adatti al discorso e all'azione, poiché la vita dell'uomo in ogni sua manifestazione abbisogna di armonia e ritmo». Venivano ad-

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destrati alla ginnastica perché non fossero «costretti, per de­ bolezza fisica, a mostrarsi codardi in guerra o in ogni altra occasione» (Platone, Protagora 326a-c). Nella prima metà del V secolo, questo era tutto ciò che un giovane aristocratico ateniese riceveva in fatto di istruzione. Era caratteristico dell'arcaico mondo dell'aristocrazia greca puntare non tanto sulla capacità di comprensione e di indagi­ ne intellettuale quanto sull'azione virtuosa acquisita attraver­ so l'esercizio e l'imitazione di buoni modelli. L'attività fisica, sia musicale che ginnica, addestrava alla competitività e al coraggio, alla misura, all'armonia e all'autocontrollo. Questo criterio era fondato sull'idea che l'educazione dovesse forma­ re il carattere dell'individuo fino a renderlo idoneo a conqui­ stare la sua posizione nella comunità. L'ideale aristocratico era quello di un talento versato in una varietà di abilità senza l'acquisizione di una professionale specializzazione. Pericle certamente subì questa forma di educazione e assi­ milò i suoi princìpi. Ai giorni di Pericle gli insegnanti che si spingevano più in là erano pochi e considerati con sospetto ma l'agile mente di Pericle esigeva ben altra istruzione e indagini più approfondite. Quando era ancora ragazzo aveva dato pro­ va di talenti e curiosità tali da porlo in risalto tra i migliori intelletti. Pericle trascorse la gioventù e la prima età adulta in compagnia di due uomini che ebbero notevole influenza sugli sviluppi del suo pensiero: l'ateniese Damone e Anassagora di Clazomene. Damone, evidentemente, fu maestro di Pericle quando questi era ancora molto giovane, tant'è che un poeta satirico ne parla come del «Chirone che allevò Pericle» (Plutarco, Vite parallele, «Vita di Pericle» IV.2) e, nell'Iliade, Chirone è il centauro cui fu affidato il giovane Achille perché lo educasse. Damone si fece una reputazione quale «uomo esperto in ogni campo, nonché quale musico e compagno di inestimabile va­ lore per i giovani» e «all'epoca sua fu il più sapiente dei citta­ dini» (Platone, Lachete 180d). Il suo compito ufficiale fu quel­ lo di maestro di musica di Pericle, ma i suoi insegnamenti andavano ben oltre quello del canto, della lira e dell'aulos; si acquistò rinomanza come teorico della musica oltre che con la

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sua attenzione alle problematiche etiche e politiche. Insegna­ va che diversi tipi di musica esprimono aspetti diversi della natura umana e Platone riporta la sua affermazione che «cam­ biando i modi della musica, con essa mutano anche i fonda­ mentali costumi dello stato» (Platone, Repubblica 400b; 424c). Con ogni probabilità, Damone affrontava questioni po­ litiche d'ordine pratico, oltre che più ampi aspetti teorici. Al­ cuni degli avversari di Pericle, in seguito, affermarono che era stato Damone a consigliarlo ad attingere a fondi pubblici per pagare cittadini che facessero da giurati e quindi, a loro avvi­ so, dando il via alla corruzione in seno allo stato. Ma la massima influenza sul pensiero e il carattere di Peri­ cle gli venne non da un cittadino, ma da un residente stranie­ ro, quello che gli ateniesi chiamavano meticcio (metoikos), Anassagora di Clazomene, città jonica sulla costa dell'Asia Minore. Le città greche di quella regione da lungo tempo erano altrettanti centri di elevata ricerca intellettuale. Un se­ colo prima delle guerre persiane, Talete di Mileto, il primo dei filosofi naturalisti, aveva predetto esattamente un'eclissi lunare, e con un concittadino, Anassimandro, si era accinto a spiegare i fenomeni osservati dagli esseri umani attribuendoli a cause e a processi puramente naturali, escludendo il sovran­ naturale. Trasferitosi ad Atene qualche tempo dopo le guerre persiane, Anassagora fu latore di interrogativi e idee destinati a turbare moltissimi ateniesi ma che diedero un'impronta al giovane Pericle che ne fu entusiasta. Al pari degli altri filosofi ioni, Anassagora si serviva della ragione per spiegare il mondo fisico percettibile, soprattutto i corpi celesti. Insegnava che ess_i non erano cose divine ma che il sole era una massa in fusione di pietra caldissima molte volte più grande del Peloponneso, che la luna era di una materia simile a quella terrestre, presentando pianure e burroni e che la luce che emanava era un riflesso del sole. Erano spiegazioni di carattere razionale che urtavano contro le concezioni reli­ giose soprannaturali di moltissimi ateniesi, e in certi casi con­ tro i culti dello stato; pertanto, suscitarono scandalo e finirono per attirare guai sull'uomo che le esprimeva e sul suo votato pupillo.

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In un primo momento, tuttavia, sembra che il loro risultato principale consistette nell'aver affrancato Pericle dalle super­ stizioni correnti, come è rivelato ad esempio da un episodio relativo a una spedizione navale che avrebbe dovuto intra­ prendere. La flotta era pronta a salpare quando ci fu un'eclissi di sole in pieno giorno; scesero le tenebre e gli uomini caddero in preda al terrore per quello che consideravano un ammoni­ mento celeste. Riapparso il sole, Pericle mise il proprio man­ tello davanti agli occhi dello sgomento timoniere e gli chiese se questo gli faceva paura. L'uomo rispose di no e Pericle allora: «C'è forse differenza tra questa e la tenebra preceden­ te, a parte il fatto che a causare la prima è stata qualcosa di più grande del mio mantello?» (Plutarco, Vite parallele, «Vita di Pericle» XXXV.2). Si tratta di un racconto senza dubbio apo­ crifo, che tuttavia illustra esattamente un aspetto della reputa­ zione di cui Pericle godeva: assertore della razionalità e scetti­

co nei confronti dell'opinione religiosa corrente.

Plutarco, che scrive oltre cinquecento anni dopo, attribui­ sce ad Anassagora anche una decisa influenza sui modi e lo stile oratorio di Pericle. Studiando l'alta filosofia, Pericle ne avrebbe ricavato:

uno spirito elevato e un modo eletto di esprimersi, libero dai trucchi volgari e furfanteschi degli oratori da piazza, nonché un composto contegno che mai dava adito a risa, una dignità di portamento e una cura nel vestiario, una riservatezza che, parlando, non permetteva all'emozione di turbare- la sua voce era sempre ben controllata - e altri aspetti del genere gli accattiva­ vano gli ascoltatori.

Non erano qualità particolarmente vantaggiose per un gio­ vane politico in ascesa in una società democratica, e il poeta Ione di Chio gli contrappone infatti in senso negativo lo stile disinvolto, affabile e popolaresco, di Cimone. Quello di Peri­ cle è da lui definito «presuntuoso ed arrogante», rivelatore di un'altezzosità in cui si avvertiva disprezzo e disdegno per gli altri (Plutarco, Vite parallele, «Vita di Pericle» V.3). Entram­ bi i punti di vista, quello degli amici e quello degli avversari, sembrano ritrarre la stessa persona che indubbiamente faceva colpo ma appariva alquanto remota e inaccessibile. Queste caratteristiche può darsi fossero accentuate dallo studio della

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filosofia naturale e, d'altra parte, non erano sorprendenti in un uomo di così elevati natali e che aveva avuto un'infanzia tanto perigliosa, oltre ad essere portato alla meditazione. Soprattutto, Anassagora influì profondamente sul pensiero e la prassi politica di Pericle e i suoi insegnamenti contribui­ rono a fare di lui un leader senza uguali del popolo ateniese, sotto la cui guida, stando a Tucidide, «quella che veniva chiamata democrazia stava divenendo, in realtà, il governo dell'uomo più ragguardevole». Certi predecessori ioni di Anassagora spiegavano il mondo quale risultanza dei muta­ menti e delle interazioni di quattro ·elementi primari: aria, fuoco, terra e acqua, sostanze sempre esistite e inesauribili. Anassagora le sostituì con un'infinità di «semi», del pari increati ed eterni, alle cui combinazioni e scissioni si doveva il mondo mutevole percepito dai sensi umani. Ma perché i «semi» si combinavano e separavano? Per rispondere alla domanda, Anassagora introdusse un elemento nuovo, il nous, che noi traduciamo con il termine «mente». I «semi» si combinano e si separano perché coinvolti in una rotazione, ovvero un vortice creato e controllato dalla «mente». Questa «è la più bella di tutte le cose e la più pura, e ha cognizione di tutte le cose e il massimo dei poteri; e tutto quanto abbia anima, sia grande o piccolo, la mente governa» (Simplicius, Physica 156. 13 [Diels-Kranz 59 B 12)). La teoria di Anassagora era attraente per coloro i quali contestavano l'idea di un universo puramente meccanico, fun­ zionante a caso o in obbedienza a un'ignota necessità e tra costoro c'era Socrate, che divenne seguace di Anassagora quando ebbe nozione della sua idea. «La mente è il controllo­ re di tutte le cose e la loro causa. Ne ero deliziato», affermò Socrate. «Sembrava giusto che la mente fosse la causa di tutte le cose e mi dissi che, se questo era il caso, allora la mente, sistemando tutte le cose, lo faceva nel modo migliore possibi­ le.» In altre parole, Socrate sperava che la realtà spiegata da Anassagora contenesse uno scopo capace di distinguere tra cose buone o cattive. Ma Anassagora non aveva intenzioni teleologiche; per lui, la «mente» era l'origine del moto, e la rotazione da essa avviata produceva tutto il resto senza ulte-

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riori interventi; ogni altra cosa, anche l'uomo, il più sapiente degli animali, anch'esso dotato di «mente», si separava dal tutto, ciascuna cosa a suo tempo. Era questa una teoria che poneva altrettanti problemi filo­ sofici di quelli che risolveva, ma idee del genere sembrano fatte apposta per colpire un intelletto ricettivo come quello del giovane Pericle. Senza i preconcetti di un Socrate, questo egli avrebbe solamente tratto dagli insegnamenti del suo mae­ stro, soprannominato Nous dai suoi contemporanei, per via del concetto di cui si faceva assertore. Al culmine del suo successo, anche i suoi ammiratori lo avrebbero pensato come un «Nous», come una incarnazione della ragione che, a sua volta, era fonte e origine delle azioni ateniesi. Infatti, in defi­ nitiva, il mondo politico che Pericle cercava di creare somi­ gliava fortemente al mondo fisico concepito da Anassagora. Non si trattava, tuttavia, del movimento continuamente gui­ dato e controllato che Socrate aveva inteso nella filosofia di Anassagora e che, politicamente corrispondeva alla dittatura. Piuttosto che imporre al popolo, dall'alto, una singola forma di vita, dirigendolo verso un unico scopo estraneo, Pericle permetteva che i cittadini della democrazia ateniese si diffe­ renziassero con tutta la libertà e la imprevedibilità che implica la democrazia. Il pericolo di un tale sistema consisteva nella possibilità di produrre una dannosa instabilità. Il suo vantaggio, invece, era rappresentato dalla possibilità di far scaturire la potenzialità latente di migliaia di individui, riuniti volontariamente nel comune sforzo di acquisire una straordinaria grandezza. Ne­ mici della democrazia come Platone, allievo di Socrate, avreb­ bero trovato insoddisfacente un tale universo politico, appa­ rentemente incontrollato, così come il suo maestro aveva tro­ vato insoddisfacente l'universo fisico di Anassagora. Pericle, al contrario, sembra essere stato ispirato dall'idea di diventare - così come Tucidide lo ritrae - l'elemento guida nella sua libera e democratica città. Il retaggio aristocratico di Pericle, l'influenza esercitata dal lato alcmeonide della sua famiglia e la gloria delle sue imprese paterne, gli assicurarono nella vita politica ateniese un avvio

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che nessuno o soltanto pochi avrebbero potuto avere. Tutta­ via, ciò non basta a spiegare perché apparisse così diverso e, in fin dei conti, così superiore agli altri aristocratici ateniesi di elevati natali. La sua straordinaria capacità intellettuale e la concezione filosofica che ne derivava trascendevano le pro­ spettive dei suoi compagni, plasmandone le iniziative politi­ che durante tutta la sua carriera. Il giovane che si apprestava a fare il proprio ingresso nella vita politica di Atene era ben più che non il rampollo di grandi famiglie nobili. Come altri ari­ stocratici, ambiva alla vittoria, al riconoscimento, alla gloria che deriva dai successi politici. Ma, diversamente dagli altri e mettendo in gioco idee non convenzionali, si adoperava per la grandezza della sua città e per le possibilità di una leadership politica.

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Pericle fece il suo primo incisivo ingresso sulla scena politica nel 463, all'età di trentun anni, alquanto tardivamente, dun­ que, per chi aspirasse ad entrare nell'agone politico ateniese. Per spiegarne le ragioni si è fatto ricorso, in parte, almeno a una decisione prudente e ben calcolata. Pericle attese che i due colossi politici della generazione precedente, Temistocle e Aristide, fossero fuori gioco mentre Cimone era sempre assente, impegnato in campagne militari. A trattenerlo fu an­ che il timore del popolo: si diceva, infatti, che somigliasse al tiranno Pisistrato, che fosse un formidabile oratore e lo si sospettava di mirare, a sua volta, alla tirannide. Tali sospetti, insieme alle relazioni della sua famiglia, facevano di lui un probabile candidato all'ostracismo. Ma queste spiegazioni non tengono conto della sottigliezza e dell'efficacia della sua strategia; senza dubbio, Pericle calcolava esattamente ogni passo della sua carriera politica ma le sue iniziative non vanno per questo necessariamente attribuite a timore per la competi­ zione o al sospetto popolare. Sono anzi il riflesso di un'acuta percezione delle caratteristiche che la politica di Atene aveva all'epoca. Non esistevano nell'antica Atene partiti politici quali noi oggi li concepiamo. Non c'erano organizzazioni paragonabili a quelle dei repubblicani e dei democratici statunitensi o dei conservatori e dei laburisti inglesi, che si conservano inaltera­ te per molte generazioni, le cui strutture sono indipendenti da

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singoli uomini politici e hanno nomi e simboli che sono ogget­ to di fedeltà politica. Al contrario, nell'antica Atene la vita politica si incentrava su singoli individui di rilievo e sui soste­ nitori raccolti attorno a loro. Gli scrittori antichi parlavano di questi sodalizi come di «quelli attorno a Temistocle» oppure di «Cimone e i suoi amici», a volte designando come stasis un gruppo politico, parola che deriva dall'equivalente di «resta­ re», con riferimento a quelli che restavano insieme per qual­ che scopo politico ma in via soltanto provvisoria. La formazione di un gruppo del genere esigeva innanzitutto la presenza di un capo capace di attrarre un seguito. Durante i primi anni di Pericle, tutti i leader politici erano aristocratici, quasi tutti ricchi. Il nucleo dei loro raggruppamenti era forma­ to, caratteristicamente, dai loro parenti, per nascita o per matrimonio, dai loro amici e da quelli che da costoro dipende­ vano o ne subivano l'influenza. Per oltrepassare questa cer­ chia, un capo politico aveva bisogno di qualità e successi per­ sonali e, siccome la vita politica nella democrazia aveva luogo nelle pubbliche assemblee alle quali partecipavano circa sei­ mila cittadini, era della massima importanza un'abilità orato­ ria di alta qualità. Popolarità e sostegno potevano anche esse­ re frutto di un aspetto attraente, di una reputazione di genero­ sità e di modi accattivanti; ancora di più, contribuivano, ad accrescere il potere di gruppi del genere e dei loro capi, suc­ cessi militari e altre forme di servizio pubblico. Sebbene la promozione delle fortune del leader e dei suoi sostenitori fos­ se l'interesse centrale di ogni fazione, importanti erano anche la posizione sociale e le concezioni politiche. Alcuni gruppi erano formati soprattutto da agricoltori, altri soprattutto da cittadini e ve n'erano che reclutavano i propri seguaci in que­ sto o quel quartiere di Atene - tali distinzioni comportavano notevoli differenze. Certi gruppi facevano propria una politica estera e altri atteggiamenti opposti e a dividerli erano anche problematiche di carattere interno. Quali che fossero gli altri vantaggi di cui godeva un leader politico ateniese, per avere successo egli doveva formulare e presentare in termini persua­ sivi un programma politico. Il massimo politico ateniese durante la prima maturità di

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Pericle era Cimone, figlio di quel Milziade che era stato perse­ guitato da Santippo, padre di Pericle e che, all'epoca dell'e­ sordio di questi nel 463, era la figura dominante ad Atene già da oltre un decennio. A quella vetta Cimone era giunto sia grazie ai suoi notevoli talenti di leader, sia grazie alla sua abilità nel definire le problematiche e nel persuadere gli ate­ niesi a vederle allo stesso modo. Finché Cimone avesse domi­ nato la politica ateniese, la fazione alla quale Pericle apparte­ neva non poteva promuovere né i propri interessi né il proprio programma politico e Pericle stesso non era in grado di realiz­ zare le sue ambizioni finché quel potente avversario gli avesse sbarrato la strada. Figlio di Milziade, Cimone era membro del grande clan oei Filaidi che godeva di ricchezze e ottimi legami. Un antico scandalo aveva fatto di Elpinice, sua sorella, oggetto di un'ac­ cusa che metteva in dubbio la sua moralità. 1 Cimone aveva dato in moglie sua sorella Elpinice a Callia, l'uomo più ricco di Atene e membro dell'antico e nobile clan di Kerykes, non certo uomo da sposare una donna di dubbia reputazione. Quanto a lui, Cimone prese in moglie Isodice, degli Alcmeonidi. Negli anni attorno all'invasione persiana, Cimone aveva legato, per via di matrimonio, «le tre più aristo­ cratiche famiglie dell'Atene all'inizio del V secolo»,2 in tal modo forgiando un'alleanza politica di straordinaria potenza. A questa base dinastica Cimone aggiunse qualità personali di grande valenza. Era un uomo alto e di aspetto imponente, con una gran chioma di capelli ricciuti; pur non essendo alla mano, aveva modi semplici e cordiali che riuscivano assai at­ traenti in un aristocratico del suo livello. Aveva avuto un'edu­ cazione vecchia maniera, che accentuava l'addestramento fisi­ co e il canto anziché gli interessi intellettuali. Un suo critico coevo, Stesimbroto di Taso, lo accusò di mancare di istruzione in poesia e in altre materie che, oltre all'abilità oratoria carat­ teristica degli ateniesi, erano confacenti a un uomo libero e a un greco (in Plutarco, Vite parallele, «Vita di Cimone» IV.4). Ma Cimone, in realtà, godeva di un talento retorico naturale che non richiedeva addestramento di sorta e che si rivelò uti­ lissimo ai fini della carriera pubblica.

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Delle sue qualità personali diede ben presto prova in un momento cruciale per Atene quando, nel 480, le truppe per­ siane stavano per invadere la città. Cimone aveva solo una trentina d'anni ma già dava prova di quelle virtù di capo che ben presto gli avrebbero dato modo di dominare la vita politi­ ca locale. La gente non sapeva che fare mentre le forze nemi­ che si avvicinavano; c'era chi avrebbe voluto restare a com­ battere a difesa dei templi e delle case, mentre Temistocle proponeva l'evacuazione di Atene alla volta di Salamina e del Peloponneso. La strategia di Temistocle avrebbe posto il de­ stino di Atene nelle mani della flotta; l'alternativa avrebbe invece accentuato la funzione dell'esercito. Tra i greci, come nella maggior parte delle società anteriori al XX secolo, arruolarsi in differenti settori militari comporta­ va conseguenze sociali e politiche. Un secolo e mezzo dopo la guerra persiana, Aristotele sottolineò questo aspetto con suf­ ficiente chiarezza. Dal momento che il popolo è diviso in quattro parti - agricoltori, artigiani, mercanti e lavoratori a servizio - anche le forze militari si dividono in quattro - cavalleria, fanteria pesante, fanteria leggera, flotta navale. Lad­ dove il paese è equipaggiato di cavalleria, è naturale che si stabilisca una forte oligarchia [aristocrazia] (poiché la sicurezza degli abitanti dipende dal potere di questo corpo militare e cavalcare cavalli è possibile solo ai grandi proprietari terrieri). Se il paese è difeso dalla fanteria pesante, è naturale riscontrare una più larga forma di oligarchia (poiché la fanteria pesante è un corpo limitato ai benestanti piuttosto che ai poveri). Invece, la preminenza della fanteria leggera e della flotta navale è conseguente al regime democra­ tico {Aristotele, Politica 1321a).

Temistocle era un pericoloso avversario politico. Da lungo tempo paladino del potere navale, godeva del sostegno delle masse ed era visto con diffidenza dall'aristocrazia; Cimone ere il figlio di Milziade, membro della grande famiglia dei Filaidi, tanto ricco da appartenere al ristretto gruppo di aristocratici che prestavano servizio militare nella cavalleria. Il maggior numero di stati greci, e anche Atene prima della guerra per­ siana, contava su un esercito consistente prevalentemente di una fanteria pesante reclutata tra i proprietari terrieri. Da un uomo della classe di Cimone ci si aspettava che difendesse la terra in caso di guerra; c'era, infatti, un'evidente connessione

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tra la forma dominante dell'organizzazione militare e quella del regime politico. D'altro canto, si rendeva perfettamente conto che l'unica speranza di Atene consisteva nell'impegnare i persiani in una battaglia navale e agì quindi con l'intuito che avrebbe caratterizzato la sua carriera politica. Raccolto un gruppo di sodali, li guidò all'acropoli, dove dedicò le briglie del suo cavallo ad Atena, simbolicamente indicando che in quel momento la città non aveva bisogno di cavalleggeri bensl di marinai e di fanti di marina. Dal tempio tolse uno scudo e con esso si diresse senz'altro alle navi: un atto, questo, che «divenne fonte di coraggio per molti» (Plutarco, Vite paralle­ le, «Vita di Cimone» V.2-3). Era questa mescolanza di buon senso ed elevatezza morale che rendeva caro Cimone agli ateniesi di tutte le classi e le fedi politiche. L'anno successivo, dopo la grande vittoria riportata nella battaglia di Salamina, in cui aveva combattuto con grande bravura e abilità, il giovane Cimone fu prescelto a far parte di un'ambasciata inviata a Sparta, accanto a esperti veterani co­ me Santippo e Aristide. Era fuori dal comune che una missio­ ne di tanta importanza venisse affidata a un uomo così giova­ ne e Cimone intrecciò con Sparta rapporti di amicizia che furono al centro della sua politica durante tutta la carriera. Al tempo della guerra persiana, Sparta era il più potente degli stati greci, leader dell'unica organizzazione internazio­ nale del mondo greco, la lega del Peloponneso. Il potere di Sparta era riposto nel suo magnifico esercito, addestrato al coraggio e all'obbedienza attraverso uno stile di vita austero, disciplinato, corporativo, del tutto diverso dalla libertà e dal­ l'individualismo della giovane democrazia ateniese. La diffi­ denza tra società così dissimili era naturale, soprattutto nel momento in cui il potere ateniese aveva cominciato a cresce­ re. La particolarità tutta speciale di Cimone consisteva nel fatto che egli solo poteva dichiarare, con fierezza, la sua ami­ cizia con Sparta e contemporaneamente essere attivo nella democrazia ateniese. Sarebbe stato suo il ruolo di rendere familiari gli ateniesi agli spartani e viceversa, cercando sempre di mantenere la precaria amicizia tra i due popoli. Negli anni successivi alla guerra persiana, Cimone svolse un

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ruolo di primo piano nella creazione di una rete di rapporti fra le città-stato, che durò finché non perdette il potere ad Atene. La rotta dei persiani nel 479 non pose fine agli scontri. I persiani erano stati sconfitti ma non distrutti né resi incapaci di ritorni in forze; non mancavano città greche nell'Asia Mi­ nore e nei dintorni che dovessero essere ancora liberate e altre, già libere, necessitavano di difesa; i greci, inoltre, vole­ vano vendetta e riparazioni per la morte e la distruzione ap­ portate dai persiani, per cui mandarono oltre Egeo un esercito sotto comando spartano per raggiungere questi obiettivi. I lacedemoni ben presto si fecero la pessima e duratura fama di non saper trattare in maniera accettabile e rispettosa gli altri greci, le cui simpatie il loro comandante Pausania assai rapidamente si alienò con la sua durezza e arroganza. «I capi delle truppe alleate furono oggetto di rabbiosi rabbuffi; Pau­ sania puniva i soldati a frustate oppure costringendoli a stare ritti tutto il giorno reggendo un'ancora di ferro. Nessuno pote­ va andare a dormire, aver da mangiare o recarsi alla fonte per attingere acqua prima degli spartani, i cui iloti armati di fruste respingevano chiunque ci si provasse» (Plutarco, Vite paralle­ le, «Vita di Aristide» XXIIl.2-3). Aristide e Cimone guidava­ no il contingente ateniese e si conquistarono la fiducia degli alleati con atteggiamenti pieni di tatto e gentilezza. I greci maggiormente minacciati dalla possibilità di un ritorno persia­ no, spronarono gli ateniesi ad assumere il comando ed essi lo accettarono. Gli spartani, così legati alla terra, e che avevano presenti soprattutto i problemi legati al Peloponneso, ben presto cessa­ rono di essere alla testa dei greci che volevano continuare la guerra contro la Persia. Nell'inverno 478-7, una nuova allean­ za fu costituita sull'isola di Delo, con la creazione di una lega panellenica avente lo scopo di liberare i greci dal giogo persia­ no e di trarre vendetta. Sarebbe stata un'alleanza offensiva e difensiva, permanente. Sebbene ogni stato disponesse di un solo voto nel consiglio comune, a dirigere la lega sarebbe stata chiaramente Atene. Era un ateniese a stabilire il contributo che ogni stato avrebbe dato, ateniesi erano i tesorieri della lega e ateniesi i comandanti che guidavano tutte le spedizioni.

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La lega di Delo, come fu chiamata, godeva del sostegno d1 tutte le fazioni politiche ateniesi, ma va in realtà vista quale un felice risultato della politica di Temistocle, il primo ad essersi fatto paladino di una politica marittima per Atene, uno dei primi ad ammonire contro il pericolo rappresentato dalla Per­ 'sia e alle cui scelte strategiche si doveva soprattutto la vittoria. Adesso Atene era pienamente convinta della necessità di una guerra antipersiana soprattutto navale e pronta ad approfit­ tarne per conquistare onore, ricchezza e potenza. Per questo risulta strano che Temistocle non abbia avuto parte nella nuo­ va lega e nelle campagne da essa condotte. La spedizione di Pausania, il tentativo di acquistarsi la fiducia degli alleati, la formazione della nuova lega, la fissazione dei contributi, era­ no tutte cose che si dovevano ad Aristide e a Cimone, alla testa delle forze della lega. Tra i due, il primo aveva avuto inizialmente il predominio, lasciando poi il campo all'altro.

Ma perché Temistocle era stato escluso? Gli eventi della

politica interna erano certamente importanti. Aristide e San­ tippo erano stati ostracizzati nella gara per il potere; se Cimo­ ne fosse stato abbastanza anziano e in vista, avrebbe forse condiviso questo destino; bisognava non soltanto liquidare vecchi conti, ma anche intraprendere iniziative per evitare future sconfitte. Temistocle, popolarissimo prima dell'inva­ sione persiana, durante la guerra si era assicurato gloria ancor maggiore; era l'eroe per eccellenza, ammirato non solo dalla sua città natale ma da tutta la Grecia. Si racconta che durante i successivi giochi olimpici gli spettatori trascurarono gli atleti in gara per guardare Temistocle e applaudirlo. Il suo crescen­ te potere costituiva una minaccia; per evitarla, i suoi rivali si unirono con l'intento di bloccargli la strada. Le alleanze ma­ trimoniali strette da Cimone e il suo sodalizio con Aristide si rivelarono forti abbastanza da impedire a Temistocle di servir­ si dei nuovi strumenti che aveva in mano e, alla fine, sconfig­ gerlo. Ma l'isolamento di Temistocle non era limitato alla sua per­ sona e alla sua fazione. In parte, almeno, il contenzioso ri­ guardava la politica estera, su cui profondo era il disaccordo, rivelatosi subito dopo la ritirata dei persiani. Atene era in

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c:,, in cambio «avrebbero mosso loro stessi guerra agli ateniesi, per cui non sarebbe stato necessario, per i lacedemoni, inviare un esercito fuori dal Peloponneso» (Diodoro Siculo, Biblioteca Xl.81.1-4). Imme­ diatamente prima della spedizione, promisero evidentemente di unirsi agli spartani nella lotta contro gli ateniesi durante il ritorno dalla Doride al Peloponneso e, quindi, di proseguire la lotta contro la polis attica. L'apparire di un largo schieramento di soldati spartani e tebani sul confine settentrionale dell'Attica, fu la causa di una seria complicazione per gli ateniesi. Quando gli ateniesi ven­ nero a sapere che i peloponnesiaci e i beoti erano a Tanagra, mossero alla loro volta. Le loro lunghe mura non erano com­ plete ma comunque gli ateniesi non erano disposti a permet­ tere che gli avversari ne devastassero le terre; la loro fanteria era rafforzata da contingenti di ogni parte dell'impero e da un migliaio di uomini di Argo. I tessali inviarono inoltre un reparto di cavalleria che si rivelò tutt'altro che valido. Seb­ bene gli ateniesi fossero leggermente superiori agli avversari sotto il profilo numerico, nel corso dello scontro i tessali diser­ tarono passando agli spartani che, così, ebbero la meglio. In Grecia, la vittoria in battaglia consisteva nel restare

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padroni del campo, erigendovi un trofeo e seppellendo i morti, mentre l'avversario vinto doveva chiedere una tregua per raccogliere e seppellire le salme dei suoi soldati caduti. A Tanagra, gli spartani ebbero partita vinta solo da un punto di vista strettamente tecnico: d'ambo i lati le perdite furono pesanti e gli spartani non furono in grado di sfruttare il suc­ cesso devastando i campi dell'Attica e, tanto meno, di attac­ care la città obbligandola alla resa. Si limitarono a ripercor­ rere la Megaride, senza che gli ateniesi si provassero a ostaco­ larne il ritorno nel Peloponneso. Gli ateniesi avevano perduto la battaglia, in larga misura a causa del tradimento degli alleati tessali, un ironico ribalta­ mento della situazione perché vi si erano accinti già timorosi di defezione nelle loro file. Mentre erano accampati a Tana­ gra, Cimone, tuttora colpito da ostracismo, comparve tra quelli della sua tribù armato di tutto punto, pronto a combat­ tere a difesa della sua città e a «sbarazzarsi, con le sue azioni, dalla accusa di laconismo» (Plutarco, Vite parallele, «Vita di Pericle» X. l ). Ma i suoi avversari lo accusarono di voler get­ tare la confusione tra le file attiche per poi guidare gli spartani contro Atene e il consiglio dei cinquecento decise di confer­ marne l'esilio. Anziché andarsene in preda alla collera o alla frustrazione, Cimone esortò gli amici, soprattutto quelli mag­ giormente sospettati di simpatie per Sparta, a combattere bene, in modo da smentire diffidenze e accuse. I suoi amici presero la sua armatura e la posero nel mezzo del loro reparto, combatterono con straordinario vigore e restarono tutti uccisi sul campo. Anche Pericle aveva strenuamente combattutto a Tanagra. La sua successiva reputazione di generale prudente, che risparmiava la vita dei suoi uomini, non avrebbe oscurato la sua audacia e il suo coraggio in battaglia. A Tanagra si rivelò «il più temerario, senza minimamente risparmiare il suo corpo» (Plutarco, Vite parallele, «Vita di Pericle» X.2). Le sorti della battaglia e il leale valore con cui i cimoniani avevano combattuto cambiò l'atteggiamento degli ateniesi nei loro confronti. I loro timori di tradimento si erano rivelati infondati. Gli spartani si erano ritirati ma potevano tornare in

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forze la primavera successiva, con i tebani rafforzati dal con­ trollo che avevano imposto alla Beozia. I suoi sostenitori erano stati tra i membri del consiglio dei cinquecento che aveva messo al bando Cimone ma, dopo la prova di lealtà e di attaccamento al bene comune di fronte al pericolo collettivo di cui lui e la sua fazione avevano dato prova, essi decisero di mettere fine alle partigianerie e di inaugurare un nuovo corso. Era giunto il momento di cercare la pace con Sparta e l'uomo più adatto a condurre i negoziati era Cimone. Se que­ sti si fosse mostrato disposto ad accettare la nuova costitu­ zione - il suo successivo comportamento provò che lo era - e Pericle si fosse mostrato pronto a fare pace con gli spartani le sue iniziative sembravano rivelarlo - perché non servirsi delle doti di Cimone per ottenere un armistizio e magari un trattato di pace? Il tempo così guadagnato lo si sarebbe impie­ gato per completare le mura e rafforzare le difese di Atene, caso mai la guerra fosse ricominciata. Pericle, pertanto, pro­ pose l'emanazione di un decreto che richiamasse Cimone sei anni prima della prevista scadenza dell'esilio. Gli spartani dovevano essere insoddisfatti della 1 oro stentata vittoria a Tanagra e della conseguente politica belligerante; avevano subìto pesanti perdite, attirando dalla loro solo i tebani e non avevano motivo di ritenere che ulteriori combattimenti avreb­ bero potuto essere forieri di più sonanti vittorie. La notizia del ritorno di Cimone ad Atene su invito di Pericle portava a credere che i cittadini fossero pronti a rinunciare alle ostilità e a riprendere gli antichi rapporti di amicizia con Sparta. Il risultato fu una tregua di quattro mesi, probabilmente nego­ ziata da Cimone. Molti ateniesi, pur disposti alla pace con Sparta, erano però irritati e preoccupati della nuova potenza tebana che gli spar­ tani avevano contribuito a instaurare in Beozia; i tebani ave­ vano ampliato le mura cittadine e costretto i riluttanti beoti a entrare nella loro confederazione. A Tanagra avevano dato prova di aperta ostilità, i beoti erano numerosi e validi com­ battenti e una confederazione beota sotto guida tebana a ridosso della lunga frontiera settentrionale di Atene rappre­ sentava un grosso pericolo potenziale. Circa due mesi dopo la

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battaglia di Tanagra, gli ateniesi, per sventare la minaccia, spedirono un forte esercito in Beozia, comandato dal generale Mironide. Lo scontro con i beoti, sotto comando tebano, ebbe luogo a Enofita, non lungi da Tanagra, e gli ateniesi riporta­ rono una sonante vittoria, soggiogando tutta la Beozia, tranne Tebe, instaurarono nelle città governi democratici amici, tra­ volgendo anche la Focide e la Locride. Con un'unica campa­ gna, gli ateniesi erano così diventati signori della Grecia cen­ trale; nello stesso arco di tempo, completarono le mura lun­ ghe settentrionali e meridionali e costrinsero alla resa l'isola di Egina. Con la vittoria di Enofita, gli ateniesi giunsero al culmine della loro potenza. Nell'estate del 457 la loro flotta dominava incontrastata l'Egeo; l'impero degli alleati le era leale e sicuro e forniva introiti annui sufficienti a mantenere la flotta. La continua vigilanza e l'alleanza con Megara impediva invasioni dal Peloponneso e il controllo della Beozia era una valida difesa da attacchi provenienti dal nord; la caduta di Egina assicurava il pieno dominio delle acque di casa. Ben pochi stati avevano goduto di una situazione strategica più invidia­ bile. Gli ateniesi erano in grado, infatti, di attaccare i nemici dal mare senza che fossero, a loro volta, facilmente aggredi­ bili. Ma il prezzo della vittoria di Enofita fu la sospensione dei negoziati di pace con Sparta. Ad Atene continuò a esserci una fazione aggressiva che pretendeva la dilatazione della potenza cittadina, e il grande successo delle armi attiche diede modo a questo gruppo di spuntarla. Nel 457, Pericle, non ancora quarantenne, era ben lungi da esercitare l'incontrastato dominio della politica locale. Miro­ nide, il vincitore di Enofita, che godeva di grande influenza, era evidentemente favorevole a un atteggiamento aggressivo nei confronti di Tebe e, in quell'anno, si fece portavoce di una maggioranza di ateniesi. L'offensiva in Beozia, a rigor di ter­ mini, non era stata una violazione della tregua che riguardava solo i rapporti con Sparta, ma lo straordinario successo che aveva avuto mise fine alle speranze di pace. Pericle non era favorevole a una tale politica ma dovette piegarsi alle circo­ stanze e accettare l'ineluttabile. In seguito a quel ribaltamento

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politico, Cimone giunse alla conclusione che l'atmosfera locale non era di suo gusto e riprese la via dell'esilio, in attesa che gli eventi cambiassero la situazione. La guerra con il Pelo­ ponneso sarebbe ripresa e in essa Pericle avrebbe dovuto prendere parte attiva. A questo punto, gli ateniesi ricorsero a una tattica consi­ stente nell'esercitare pressioni sugli spartani attaccando dal mare gli alleati peloponnesiaci e la stessa Laconia, un territo­ rio sotto l'egida spartana. Nel 456, il generale ateniese Tol­ mide circumnavigò il Peloponneso con numerose navi recanti a bordo truppe. Con una audace azione, destinata a infliggere un duro colpo al nemico, sbarcò a Gizio, il principale porto spartano, ne devastò le terre e incendiò i magazzini portuali e la città. Da lì, fece rotta verso il golfo di Corinto dove si impadronì della colonia corinzia di Calcide, sulla riva setten­ trionale, per poi prendere terra su quella meridionale, scon­ figgendo l'esercito di Sicione. Due anni dopo, Pericle, divenuto generale, condusse un'altra spedizione marittima nel golfo di Corinto. Salpando da Pege, porto occidentale di Megara, inflisse un'altra scon­ fitta alle truppe di Sicione, quindi puntando sull'Acaia, già alleata di Atene, dove raccolse rinforzi in vista di un assalto sull'Acarnania, sulla sponda settentrionale dell'accesso al golfo, devastò il territorio e assediò l'importante città di Eniade, senza tuttavia riuscire a conquistarla, e poi tornò ad Atene, «essendosi rivelato terribile con i nemici ma coman­ dante abile e sicuro dei suoi concittadini. La spedizione non incorse infatti in nessun infortunio». Essa fu il modello di altre spedizioni che Pericle intendeva condurre. Questa spe­ dizione era marittima, non escludeva particolari missioni a terra, aveva obiettivi e durata limitati ed era stata condotta, com'era caratteristico del Pericle generale, con il pieno rispetto della sicurezza degli uomini che vi avevano avuto parte: In veste di comandante, si rese particolarmente celebre per la sua prudenza. Mai ingaggiò volontariamente una battaglia che implicasse gravi rischi o incertezze, né invidiò o emulò coloro che lo facessero; riportò brillanti successi e si acquistò fama di grande generale. Ai suoi concittadini, sempre

disse che, se fosse stato in suo potere. sarebbero vissuti per sempre. da immortali (Plutarco, Vite parallele, «Vita di Pericle» XVIII. l).

Pericle fu un «generale combattente» piu che uno stratega da tavolino, un Omar Bradley piuttosto che un George Pat­ ton. Gli facevano difetto l'impeto e l'audacia di un Cimone, che inducono a cercare la vittoria ad ogni costo; combatteva bene, dando prova di grande coraggio personale, ma la sua gestione delle operazioni militari, al pari della sua politica, era frutto di calcolo razionale. Mai perdeva di vista il rapporto tra mezzi e fini, tenendo presente che la disponibilità di Atene in fatto di uomini era limitata a paragone delle esigenze loro imposte. Ovunque fosse possibile, preferiva raggiungere i suoi obiettivi con la diplomazia anziché con la forza delle armi. Se combattere era necessario, preferiva, soprattutto per terra, servirsi di truppe alleate anziché ateniesi, riponendo fiducia nel superiore addestramento e nell'abilità della marina attica. Grazie alle risorse imperiali e finanziarie della polis, fu sem­ pre persuaso che il tempo giocasse a suo favore e, pertanto, evitò iniziative frettolose e battaglie in campo aperto, dove gli ateniesi mancavano dei vantaggi di cui godevano in mare. Ma, soprattutto, Pericle fu un leader politico e, per un uomo poli­ tico, mai torna utile rientrare da una battaglia con un esercito decimato e un lungo elenco di caduti. Comunque, compe­ tenza e prudenza gli guadagnarono una solida reputazione, sebbene mai riportasse quelle brillanti vittorie che assicura­ rono ad altri condottieri una gloria maggiore. Né la conquista della Grecia centrale né le spedizioni navali di Tolmide e Pericle provocarono reazioni spartane. Con la flotta ateniese a guardia del golfo e forze megaresi e attiche a vigilare i passi verso l'Attica, gli spartani erano confinati nel Peloponneso; in mancanza di una grossa flotta, non erano in grado di difendere i loro alleati costieri e neppure le loro città sulla riva del mare. E, se la situazione fosse cosi durata ancora a lungo, la lega peloponnesiaca avrebbe cominciato a trabal­ lare e, con essa, il potere di Sparta. A cambiare drasticamente la situazione furono gli eventi in Egitto. Dal 461 le forze ate­ niesi avevano prestato aiuto ad una ribellione in Egitto contro

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i persiani. Il re persiano si era finalmente deciso a inviare un grosso esercito contro i ribelli e i loro alleati ateniesi. Dopo un lungo assedio, l'intero contingente greco, formato da attici e alleati, fu sbaragliato e l'Egitto riportato sotto il giogo per­ siano nel 454. Fu un terribile disastro che costò agli ateniesi e ai loro alleati non meno di quaranta navi e ottomila uomini, inter­ rompendo la continua serie di vittorie ateniesi sulla Persia, provocando forti tensioni nell'Egeo e mettendo fine alle mire ateniesi sulla terraferma greca. La minaccia che gravava sul1'impero marittimo indusse la polis attica a rinunciare alla guerra contro i peloponnesiaci. Infatti, non si ha notizia di iniziative belliche ateniesi dal 454 al 451. Nel 451 l'ostracismo decretato a Cimone ebbe fine e ciò gli consentì di ritornare ad Atene. Pericle si era già mostrato pronto a collaborare con l'antico rivale nell'interesse della pace e ora la necessità di una collaborazione in questo senso era ancora maggiore che nel 457. Cimone accettò i cambia­ menti costituzionali, ormai in vigore da quasi un decennio. D'altra parte, le circostanze avevano portato Pericle a far propria una politica estera cimoniana: pace con Sparta e guerra contro la Persia. In seguito al disastro subìto in Egitto, era diventato impossibile tenere l'impero senza che la Persia fosse sconfitta. Le risorse ateniesi, con ogni evidenza, non erano adesso sufficienti a uno sforzo bellico che si volgesse contemporaneamente contro i persiani e contro i peloponne. . s1ac1. Nel 451 Cimone negoziò una pace quinquennale con gli spartani, ben lieti di sottrarsi alle frustrazioni e ai pericoli di una guerra nella quale non erano in grado di sferrare colpi efficaci. Del resto, devono essere stati incoraggiati in tal senso dal ritorno ad Atene del loro buon amico Cimone. Il prezzo che richiesero fu la fine dell'alleanza di Atene con Argo e della minaccia che essa faceva pesare su Sparta; la pace doveva inoltre far cessare gli attacchi contro gli alleati, che mettevano in forse l'egemonia spartana nel Peloponneso. In cambio, gli ateniesi furono autorizzati a tenersi quello che avevano conquistato, vale a dire la sicurezza senza precedenti

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frutto dell'alleanza con Megara, il dominio della Beozia e il controllo di Egina; inoltre, la pace assicurò loro la libertà di vedersela con la Persia e affrontare le tensioni nell'impero Egeo. Prima della fine del quinquennio, c'erano dunque ragioni per sperare nella soluzione dei problemi impellenti, nel ripristino di rapporti amichevoli con Sparta e in una nuova, duratura pace tra gli elleni. L'anno dopo, Cimone fu incaricato di guidare un contrat­ tacco in grande stile contro i persiani; egli partì con duecento navi, sessanta delle quali inviate a dar man forte ai ribelli che continuavano a resistere in Egitto; le altre navi facevano vela verso l'isola di Cipro, diventata nel frattempo una grande base navale persiana. A Cipro gli ateniesi strinsero d'assedio la città di Cizio. Qui Cimone morì, non si sa se per le ferite riportate in battaglia o per una malattia. Per trent'anni Cimone era stato una figura di grande spicco ad Atene; aveva dato un grande contributo all'unità e alla vittoria nelle guerre persiane. Con i suoi talenti diplomatici e militari aveva avuto parte nella fondazione della lega di Delo e nella sua trasformazione in un impero ateniese. Conserva­ tore per carattere, aristocratico per nascita, educazione e inclinazione, si era tuttavia sentito perfettamente a suo agio nella democrazia, compresa quella allargata voluta da Efialte e da Pericle. La sua influenza valse in larga misura a riconci­ liare l'aristocrazia con la democrazia, evitando così le sangui­ nose guerre civili che avevano preceduto la comparsa della democrazia in altri stati greci. Non c'è dunque da meravi­ gliarsi se Platone, il quale aveva decretato che la democrazia ateniese non era la sede in cui un animo nobile potesse dar prova di virtù politiche, abbia dipinto Cimone come un dema­ gogo non diverso da Temistocle o da Pericle (Gorgia 515d-e). Cimone però non era un demagogo, bensì un uomo politico dotato di senso pratico, desideroso di rendere la sua patria la migliore possibile in un mondo imperfetto anziché rischiarne la distruzione nella ricerca della perfezione. Morto Cimone, gli ateniesi ritirarono le loro forze dall'E­ gitto e da Cipro, ma la spedizione non era stata vana. Al largo di Cipro, si erano scontrati con la flotta persiana, formata da

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fenici, ciprioti e cilici; l'avevano sconfitta e quindi avevano sferrato al nemico un altro colpo sull'isola. Gli ateniesi ave­ vano raggiunto il loro scopo principale, quello di infliggere una dura sconfitta ai persiani, di riprendere il controllo del mare, di scoraggiare la ribellione dei loro alleati e di persua­ dere i persiani a non sostenerli nell'Egeo. La scomparsa di Cimone dalla scena politica ateniese per­ mise a Pericle di perseguire più liberamente le proprie mete. Gli eventi ben presto avrebbero dimostrato che era deciso a volgersi verso un nuovo indirizzo di politica estera che avrebbe seguito per tutto il resto della sua vita. Il piano di un'offensiva contro la Persia era stato attuato nei limiti del possibile, ma i disastri in Egitto avevano rilevato che tutti i guadagni sinora ottenuti potevano essere messi in pericolo da un desiderio di eccessiva espansione. Quali che fossero le sue idee circa la guerra contro i peloponnesiaci e l'estensione del dominio in Grecia, Pericle non si spinse al di là di ciò che era ragionevole. Dopo la conquista della Grecia centrale, gli ate­ niesi avevano tentato per due volte di penetrare più a fondo in Tessaglia e, in entrambi i casi, avevano fallito. Le incursioni via mare ancora non erano valse a distruggere la lega pelopon­ nesiaca. Tanagra aveva mostrato quanto alto fosse il prezzo di un confronto diretto con l'esercito spartano. Tutte queste con­ siderazioni indussero Pericle a cercare la fine del conflitto con gli spartani e con i persiani. Pericle si rendeva conto che Atene aveva bisogno di pace per imporre ancora il suo giogo a città la cui lealtà era stata scossa dal disastro egiziano e per assicurare un nuovo e solido fondamento all'impero.

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La morte di Cimone consentì a Pericle di mantenere la pace con la Persia e di porre fine, così, ad ogni combattimento. Questa pace avrebbe inoltre consentito ad Atene di mantene­ re il suo impero al sicuro: un'importante conquista per Pericle e per tutti gli ateniesi. L'impero in sé era, infatti, il centro della difesa di Atene. Rappresentava la sicurezza contro un'ulteriore minaccia persiana e forniva i mezzi per parare qualsiasi sfida proveniente da parte spartana. Oltre a questo, le ricchezze che convergevano dall'impero erano fondamenta­ li per i progetti di Pericle che voleva fare di Atene la città più prospera, bella ed evoluta che il popolo greco avesse mai conosciuto. Il prestigio conseguente a questo progetto rappre­ sentava un obiettivo essenziale della sua visione politica. Pericle e i suoi ateniesi guardavano dunque al loro impero come a una realtà necessaria. Ma ciò poneva delicate questio­ ni: poteva un impero limitare la sua crescita e la sua ambizio­ ne, mantenendo nello stesso tempo la sua sicurezza? O impor­ re la propria legge su altri popoli avrebbe inevitabilmente condotto il potere imperiale a sconfinare, trascinandoli verso la rovina? Era moralmente legittimo il dominio di greci su altri greci? O non era tutto ciò prova di hybris, la violenta arroganza che avrebbe sicuramente condotto ad una giusta rovina coloro che, sebbene fossero nel giusto, osavano impor­ re la propria legge su altri individui? Queste questioni indussero Pericle, in quanto capo del

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popolo ateniese, a guidare la politica di Atene in canali sicuri e a giustificare l'impero agli occhi degli altri greci come anche ai propri occhi. Per realizzare questi obiettivi Pericle cambiò direzione, verso un percorso decisamente nuovo. Mise fine all'espansione dell'impero moderando le ambizioni di Atene. Addusse, inoltre, potenti motivazioni - espresse con tono eloquente quanto profondo - per dimostrare che l'impero avrebbe rappresentato il legittimo e comune inte­ resse di tutti i greci. È importante rendersi conto che gli ateniesi non si erano volti alla conquista di un impero e che la lega di Delo, che ne costituì il precedente, venne in essere solo a causa delle ina­ dempienze spartane. La prudenza degli ateniesi non significa­ va che fossero riluttanti ad accogliere l'offerta concreta di mettersi alla testa delle operazioni contro i persiani. Se gli spartani avevano buoni motivi di rifiutare l'egemonia, gli ate­ niesi ne avevano di ancor migliori per accettarla e la più evi­ dente era il timore che i persiani tentassero ancora di sotto­ mettere i greci. L'avevano fatto tre volte in due decenni e non c'era motivo di ritenere che si rassegnassero per sempre all'ul­ tima sconfitta. Gli ateniesi avevano appena cominciato a ripa­ rare i danni dell'ultimo attacco persiano e sapevano che Atene sarebbe tornata, senza dubbio, ad essere un obiettivo delle loro brame. Inoltre, l'Egeo e le terre a oriente erano zone importanti di commerci per gli ateniesi. La loro dipendenza dalle importazioni di granaglie dall'attuale Ucraina, che dove­ vano giungere attraverso il Mar Nero e i Dardanelli, significa­ va che anche una limitatissima campagna che assicurasse ai persiani il controllo del Bosforo o dei Dardanelli, avrebbe potuto tagliare le loro vitali arterie. Infine, gli ateniesi erano legati da nessi di comune ascendenza, religione e tradizione con gli ioni, abitanti di gran parte delle città minacciate. Sicu­ rezza, prosperità, attaccamento sentimentale degli ateniesi, tutto imponeva che i persiani fossero ricacciati dalle coste e dalle isole dell'Egeo, dai Dardanelli, dal Mare di Marmara e dal Mar Nero. La nuova alleanza, che fu una delle tre organizzazioni inter­ statali del mondo greco, accanto alla lega peloponnesiaca e

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alla lega ellenica contro la Persia, non decadde affatto quando gli spartani si ritirarono dall'Egeo. Dopo la costituzione della lega di Delo, la lega ellenica ebbe un'esistenza sempre più incerta e crollò alla prima vera prova. Le alleanze importanti, efficaci e attive erano, sulla terraferma greca, la lega pelopon­ nesiaca guidata da Sparta e, nell'Egeo, la lega di Delo capeg­ giata da Atene. Fin dall'inizio, la lega di Delo si rivelò più efficace delle altre perché si fondava su un entusiastico volontariato, dal momento che i suoi scopi erano essenziali per tutti i partecipanti e la sua organizzazione assai semplice. Atene era la guida; tutti i mem­ bri, all'inizio circa centoquaranta, pronunciavano un giura­ mento con cui si impegnavano ad avere per sempre gli stessi amici e nemici di Atene. Ciò equivaleva a un'alleanza offensiva e difensiva di carattere permanente sotto la guida attica. Nei primi anni della lega, gli ateniesi furono «guide di alleati auto­ nomi che partecipavano a comuni sinodi» (Tucidide, La guerra del Peloponneso 1.97.1). In quel periodo le decisioni e le linee politiche comuni venivano stabilite nelle assemblee che si riuni­ vano a Delo e Atene aveva un unico voto. In teoria, era Atene solo un membro paritario che non disponeva di più voti di quanti ne avessero Samo, Lesmo, Chio e persino la minuscola isola di Serifo. In realtà, il sistema di voti uguali giocava a favore di Atene. La sua potenza mili­ tare e navale, la notevole entità del suo contributo e il suo immenso prestigio garantivano una sua influenza su molti pic­ coli stati, mentre gli stati più grandi, che avrebbero potuto opporsi ad Atene, venivano facilmente messi in minoranza in sede di voto. Molti anni dopo, gli esacerbati e ribelli rappre­ sentanti di Mitilene avrebbero affermato che «gli alleati non erano in grado di unirsi e di difendersi a causa del gran nume­ ro di votanti» (Tucidide, La guerra del Peloponneso 111.10.5). Nei primi anni, sembra tuttavia che armonia e accordo regnas­ sero tra Atene e i membri della lega, piccoli e grandi che fossero, e l'influenza di Atene era proporzionata all'entità del suo contributo. Fin dall'inizio, dunque, la polis attica si trovò nella felice condizione di mantenere il controllo della lega di Delo senza dare l'apparenza di illegalità o tirannide.

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Le prime iniziative della lega godettero, evidentemente, di unanime ed entusiastico sostegno. I persiani furono espulsi dalle loro ultime roccaforti in Europa. Le rotte marittime dell'Egeo vennero rese sicure dopo l'eliminazione di un nido di pirati dall'isola di Sciro. Col susseguirsi delle vittorie e mentre la minaccia persiana si faceva sempre più remota, certi membri della lega si persuasero che questa non avesse più necessità di esistere con i suoi gravosi obblighi - è questo un modo di pensare ricorrente nel corso della storia. Non appena il pericolo scomparve, ecco che gli alleati vollero rinunciare agli zelanti sforzi fatti sino ad allora. In casi del genere, è di solito la potenza egemone a far proprio un punto di vista più lucido e lo stesso fu per gli ateniesi. Essi si resero giustamente conto che la minaccia persiana non era affatto scomparsa e che, anzi, sarebbe aumentata nella misura in cui gli sforzi greci si fossero allentati. Tucidide rende evidente che le cause

principali delle ribellioni erano il rifiuto degli alleati di fornire le navi o il denaro concordati e la riluttanza a prestare il richiesto servizio militare. Gli ateniesi li richiamavano peren­ toriamente all'ordine e

non erano più altrettanto graditi come capi. Non si atteggiavano più ad eguali nel corso delle campagne e avevano difficoltà a riportare all'ordine stati che si ribellassero. Il biasimo andava attribuito agli stessi alleati, dal momento che gran parte di essi si erano impegnati per somme di denaro anziché per la fornitura di navi. Per non allontanarsi da casa, cercavano cosl di evitare il servizio militare. Di conseguenza, la flotta ateniese veniva incrementata dal denaro versato e, quando gli alleati provavano a ribellarsi, dovevano affrontare una guerra senza averne né i mezzi né l'esperienza (Tucidide, La guerra del Peloponneso 1.99.2-3).

Meno di un decennio dopo la sua istituzione, forse nel 469, la lega di Delo riportò schiaccianti vittorie sulla flotta e l'eser­ cito persiano alla foce dell'Eurimedonte in Asia Minore. Que­ sto successo aumentò l'irrequietezza degli alleati e la durezza e l'impopolarità degli ateniesi. La ribellione e l'assedio di Ta­ so dal 465 al 463, conseguenza di un litigio tra la polis attica e i tasii, senza evidenti nessi con gli scopi della lega, fu probabil­ mente causata da un tale effetto. La prima guerra peloponne­ siaca aveva ridotto al minimo le risorse attiche, incoraggiando

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le defezioni. La disastrosa spedizione in Egitto affrettò la tra­ sformazione della lega in un impero. A molti quell'evento dovette sembrare l'inizio del crollo della potenza ateniese e ciò provocò nuove ribellioni. Gli ateniesi reagirono con rapi­ dità ed efficacia, reprimendo le ribellioni e prendendo misure atte a impedire che non si ripetessero. In certe località, inse­ diarono governi democratici amici e da loro dipendenti; altro­ ve stabilirono guarnigioni militari e, in altri casi, affidarono a funzionari ateniesi il compito di sovrintendere all'andamento degli stati che si erano ribellati. Quando era necessario si ricorreva a combinazioni di simili espedienti, ma sempre e comunque le azioni di Atene erano violazioni dell'autonomia degli stati soggetti. Il controllo dell'impero fu ancor più rafforzato nel quarto decennio del V secolo, quando gli ateniesi imposero l'uso proprio di pesi, misure e monete, chiudendo le zecche locali e, in tal modo, privando gli alleati di un simbolo visibile di sovra­ nità e di autonomia. Inoltre, resero più severe le norme di esazione e di consegna dei tributi, con l'obbligo, per coloro che fossero accusati di violazione, di subire un processo ad Atene. Le colonie che si fossero ribellate o rifiutate al paga­ mento del tributo subivano la repressione militare; a volte, gli ateniesi confiscavano territori degli stati incriminati, asse­ gnandoli quale colonia ad alleati leali o a cittadini ateniesi. Se la colonia era composta da ateniesi, i suoi abitanti non davano vita a una città nuova, indipendente, ma rimanevano cittadini ateniesi. Quando gli attici reprimevano una ribellione, di regola insediavano un regime democratico, obbligando i locali a pronunciare un giuramento di lealtà. Ecco, per esempio, quello imposto agli abitanti di Colofone: Farò, dirò e aspirerò a compiere tutto il bene che potrò nei confronti del popolo ateniese e dei suoi alleati e non mi rivolterò al popolo di Atene né con parole né con fatti, di mia iniziativa o in obbedienza ad altri. E amerò il popolo degli ateniesi e non diserterò. E non distruggerò la democrazia di Colofone, né di mia iniziativa né in obbedienza ad altri, passando a un'altra città o con intrighi. Tutto questo senza inganno e senza fare del male, fedele al giuramento in nome di Zeus, Apollo e Demetra. E se trasgredirò, possa io e i miei discendenti venire per sempre annichiliti; ma se terrò fede al mio giuramento, me ne derivi grande prosperità. 1

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Qualche tempo dopo, un giuramento simile fu imposto ai calcidesi, ma in esso però l'impegno era alla lealtà non già verso l'alleanza, bensì verso il solo popolo ateniese. Un passo decisivo nella trasformazione da lega a impero, fu compiuto nel 454-3, quando il tesoro della lega venne trasfe­ rito da Delo all'acropoli di Atene. Il pretesto fu che i persiani potevano compiere un'incursione navale nell'Egeo. È impos­ sibile stabilire se il timore sia stato reale o fosse invece un puro pretesto, ma gli ateniesi non perdettero tempo a trarre vantaggio dal trasferimento. Da quell'anno fino alla fine delle guerre peloponnesiache, gli ateniesi prelevarono un sesto dei tributi versati dagli alleati destinandolo alla dea Atena Pal­ lade, patrona della città e ora della lega riformata; essi erano liberi di usare a loro piacimento la parte spettante alla dea, non necessariamente a scopi attinenti alla lega e Pericle, come vedremo, aveva idee molto chiare circa l'impiego di tali ric­ chezze. Mutamenti così cospicui e radicali esigevano giustificazioni, e, a quanto sembra, gli ateniesi si trovarono a fornirne cam­ biando i concetti sinora condivisi dalla lega. Da moltissimi punti di vista, i greci somigliavano ad altri popoli antichi riguardo al loro atteggiamento verso il potere, la conquista, l'impero e i benefici che ne derivavano. Gli dèi olimpici esercitavano il dominio sulla terra, il cielo e il mondo sotterraneo grazie a guerre vittoriose condotte contro altre divinità ed essi si gloriavano di questo loro governo. Gli eroi dei poemi epici, che incarnavano i modelli formativi del sistema etico greco, acquistavano onore e gloria in battaglia, con la conquista e il dominio su altre genti. I greci del V secolo ignoravano completamente idee come quelle in seguito annunciate nel sermone della montagna e, se ne fossero stati al corrente, le avrebbero considerate assurde. Il nucleo dell'e­ tica greca era riassumibile nella seguente massima: «Fa' del bene ai tuoi amici e del male ai tuoi nemici», due imperativi che avevano lo stesso peso. I greci consideravano il mondo un luogo di intensa competizione in cui vittoria e dominio, porta­ tori di fama e gloria, costituivano le mete supreme; sconfitta e subordinazione significavano invece ignominia e disonore.

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Tennero sempre in alto conto i valori incarnati da Achille, il massimo eroe leggendario ellenico: «Essere sempre il migliore e non soggetto a nessun altro». Quando il mondo leggendario di eroi aristocratici cedette il posto a quelli delle polis, le città­ stato, la sfera della competizione cessò di essere limitata a contese tra individui, famiglie e clan, per dare posto a contese e guerre tra le polis stesse. Nel 416, oltre un decennio dopo la morte di Pericle, portavoci ateniesi così spiegavano a funzio­ nari di Milo la loro idea dei rapporti internazionali: «Degli dèi crediamo e degli uomini sappiamo che, a causa della loro natura, sempre dominano ovunque ne abbiano il potere» (Tu­ cidide, La guerra del Peloponneso V.105). Un linguaggio cer­ tamente assai esplicito, ma che non era lontano dalle opinioni di gran parte dei greci. Tuttavia, il riferimento che illustra il punto di vista ateniese rappresenta anche un'incisiva espressione della problematica morale diffusa nell'impero ateniese. La cruda affermazione degli ateniesi è provocata da quella dei milesi, i quali affer­ mano che gli dèi erano dalla loro parte, dal momento che gli ateniesi si comportavano in maniera ingiusta. Forse con ciò si riferivano alle specifiche iniziative volute o programmate dagli ateniesi in quel periodo, che avrebbero potuto suscitare simpatie favorevoli, toccando una corda più profonda dello spirito greco. I greci erano infatti liberi dal moderno pregiudi­ zio nei confronti del potere, della sicurezza e della gloria che può derivare, ma la loro esperienza storica era diversa da quella di altre nazioni dell'antichità classica. A plasmarne la cultura non erano stati i grandi imperi bensì piccole polis auto­ nome e indipendenti, così che erano giunti a credere nella libertà come condizione naturale per uomini cresciuti in un simile ambiente. I cittadini dovevano essere liberi in quanto persone, liberi di conservare costituzioni, leggi e costumanze proprie. Le loro polis dovevano, quindi, essere libere di man­ tenere rapporti internazionali e di competere con altre per il potere e la gloria. I greci pensavano anche che la libertà resa possibile dalla polis creasse un tipo superiore di cittadini e una particolare forma di potere. La libera, autonoma polis, così pensavano, era più grande delle massime potenze del mondo

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e Focilide, poeta del VI secolo, non esitava a compararla all'impero assiro: «Una piccola polis che viva ordinatamente in un luogo elevato è più grande della stupida Ninive» (fram­ mento 5). Negli scontri tra le polis, il vincitore di norma si impadro­ niva di un 'estensione di terre di confine che, di solito, rappre­ sentava il pomo della discordia; di rado accadeva che il nemico vinto venisse ridotto in schiavitù oppure che la sua polis venisse annessa e le sue terre occupate. In queste come in molte altre faccende, i greci facevano ricorso a un duplice metro di misura, grazie al quale si distinguevano dai popoli stranieri che non parlavano il greco e non avevano alle spalle la tradizione culturale ellenica; costoro erano i barbaroi, i barbari, così detti perché la loro favella ai greci sembrava un insieme di «bar bar». Non erano cresciuti da uomini liberi in libere comunità, ma vivevano quali sudditi di un sovrano e, pertanto, erano schiavi per natura, per cui era perfettamente legittimo dominarli e schiavizzarli realmente. I greci, invece, erano naturalmente liberi e lo dimostravano creando e vivendo nelle libere istituzioni della polis; regnare su di essi, negare loro libertà e autonomia sarebbe stato, con ogni evi­ denza, ingiusto. Così pensavano i greci che pure non sempre agivano tutti allo stesso modo. Già in tempi antichi, gli spartani avevano sottomesso i greci che risiedevano nella loro regione, la Laco­ nia e nella vicina Messenia, riducendoli alla condizione di iloti, schiavi dello stato. Nel VI secolo avevano formato quel­ l'alleanza che chiamiamo lega peloponnesiaca che assicurava agli spartani un esteso controllo della politica estera degli altri membri. Di solito, però, gli spartani non interferivano nell'or­ dinamento interno delle città alleate che continuavano a man­ tenere l'apparenza dell'autonomia. Nei due decenni dopo le guerre persiane, gli argivi, a quanto sembra, avevano distrutto alcuni centri abitati dell'Argolide, annettendosi il territorio. Queste deviazioni dalla norma restavano, però, fuori dal comune e non contraddivano la generale convinzione che i greci avrebbero dovuto vivere da uomini liberi in polis auto­ nome anziché da sudditi di grandi imperi.

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Essi condividevano un'altra persuasione, contraria all'aspi­ razione alle grandi potenze e agli imperi, ed era che ogni buona cosa che gli uomini accumulassero in misura eccessiva, gradualmente portava a quella che chiamavano hybris, una condizione di disumana violenza, frutto dell'arrogante orgo­ glio per la propria grandezza. Gli uomini in preda alla hybris superavano, si supponeva, i limiti stabiliti per gli esseri umani, davano prova di disprezzo per gli dèi e quindi incor­ revano nella nemesis, la collera e la vendetta divina. Erano queste le principali idee diffuse dall'oracolo di Apollo a Delfi, asceso a grande importanza nel VI secolo. Da Delfi derivavano le due divine esortazioni per evitare la hybris: «Conosci te stesso» e «Nulla in eccesso». Per i greci del V secolo, il grande esempio di conseguenze della hybris e deUa nemesis era costituito dal destino toccato a Serse, il grande re dell'impero persiano. Questi e il suo potere erano cresciuti a tal punto da far nascere in lui una cieca arroganza che lo aveva indotto a tentare di imporre il proprio dominio alla terraferma ellenica, andando incontro al disastro per sé e per il suo popolo. Così, quando, dopo le guerre, gli ateniesi si misero alla testa di un'alleanza greca e la loro guida fu fonte per essi di ricchezza e potere, trasformandosi in quello che era esplicita­ mente riconosciuto come un impero, il modo di pensare tra­ dizionale non poté non apparire ambiguo e contraddittorio. E un aspetto della posta risultava chiarissimo: i vantaggi finanziari dell'impero. I fondi direttamente versati dagli alle­ ati sotto forma di tributi, indennità e altri pagamenti non specificati, ammontavano a seicento talenti annui agli inizi delle guerre peloponnesiache. Anche una parte cospicua dei quattrocento talenti di introito interno annuo era ugualmente frutto dell'impero, derivando da dazi di importazione e altri diritti portuali del Pireo, spese giudiziarie versate da cittadini alleati i cui processi venivano celebrati ad Atene. Altre simili voci composero una parte considerevole dell'ammontare di quella somma. Gli ateniesi, inoltre, ne ricavavano benefici anche nel settore privato, fornendo servizi per i molti visita­ tori che giungevano al Pireo e ad Atene per affari di carat-

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tere giuridico e d'altro genere che potevano essere svolti solo nella capitale dell'impero. I versamenti dell'impero sono stati ritenuti da qualcuno in­ dispensabili per il mantenimento della democrazia, perché servivano a pagare l'esecuzione di pubblici doveri. I documen­ ti di cui disponiamo dimostrano, però, il contrario. Il paga­ mento era stato infatti introdotto prima che gli ateniesi comin­ ciassero a prelevare un sessantesimo del tributo per i loro scopi; ancor più significativo è il fatto che gli ateniesi, conti­ nuassero a compensare i medesimi servigi anche dopo la scomparsa dell'impero e degli introiti che ne derivavano. D'altro canto, non può essere senza significato che i pagamen­ ti fossero stati iniziati quando i successi dell'impero avevano apportato grandi ricchezze ad Atene in forma di bottino e di incrementi dei traffici e che, negli anni attorno all'introduzio­ ne del tributo, il pagamento venisse esteso ad altre prestazio­ ni, oltre a quella dei giurati. Sembra comunque probabile che, all'epoca di Pericle, il popolo di Atene collegasse crescita e fioritura della democrazia con i benefici dell'impero. A parte i diretti vantaggi finanziari e, a parere degli atenie­ si, il sostegno economico alla loro democrazia, essi ricavavano dall'impero dei benefici sul piano di ciò che oggi si usa definire qualità della vita. Stando al Vecchio Oligarca, l'impero per­ metteva agli ateniesi di mantenere contatti con popolazioni di molti luoghi. Così gli ateniesi scoprirono varie leccornie; le specialità gastronomiche della Sicilia, dell'Italia, di Ci­ pro, dell'Egitto, della Libia, dell'Ellesponto, del Peloponneso e d'ogni altra regione sono tutte giunte ad Atene grazie al suo dominio dei mari. I suoi cittadini sentono tutti i dialetti e possono distinguere l'una cosa dall'altra; gli altri greci hanno tendenza a restare fedeli alla loro favella, modo di vivere e abbigliamento, mentre gli ateniesi hanno mescolato contributi di tutti i greci e di forestieri (11.7-8).

Un autore comico coevo fornisce un elenco ancor più parti­ colareggiato delle leccornie esotiche e delle utili merci che l'impero rendeva disponibili agli ateniesi: Da Cirene silfio e quelli di bue, dalJ'EJlesponto sgombro e ogni genere di pesce salato, dall'Italia sale e costolette di manzo... dall'Egitto vele e corda­ me, dalla Siria incenso, da Creta cipressi per gli dèi; la Libia fornisce abbon-

TRACIA

MARE ADRIATICO

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