Operai e stato. Lotte operaie e riforma dello stato capitalistico tra rivoluzione d'Ottobre e New Deal

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STORIA S. BOLOGNA/ G. P. RAWICK / M ..GOBBINI A. NEGRI / L. FERRARI BRAVO / F. GAMBINO

Operai estato Lotte operaie e riforma dello stato capitalistico tra rivoluzione d'Ottobre e New Deal

FELTRINElll

Presentazione

I materiali qui pubblicati sono stati presentati ad un seminario tenuto nel dicembre 1967 all'università di Padova, presso l'Istituto di scienze politiche e sociali. Nel presente volume essi sono stati integrati con due saggi, sulla storia della classe operaia dell'auto in Gran Bretagna e sulla visione marxiana del ciclo, che servono da integrazione e approfondimento della tematica trattata al seminario e centrata sul rapporto tra iniziativa rivoluzionaria di classe e riforma dello stato del capitale. Quale il filo conduttore tra le varie relazioni? La ricerca del significato della grande crisi del '29 nel quadro della ristrutturazione delle istituzioni statuali del capitale presuppone la definizione della composizione politica di classe operaia nel periodo che va dall'estensione internazionale del movimento rivoluzionario iniziato col '17 allo scoppio della grande crisi stessa. Porre tale problema di definizione equivale a porsi il. problema dell'impatto avuto dalle lotte del '17-'26 sulla struttura complessiva della società borghese. Si è scelto di seguire la strada delle grosse esemplificazioni (Germania, Gran Bretagna, Stati Uniti) tenendo come punto di riferimento il livello piu •alto dello scontro: gli Stati Uniti. La ristrutturazione del lavoro sociale in USA, gli scioperi di massa tedeschi e inglesi, per la ricchezza d'implicazioni, sia dal punto di vista della teoria della organizzazione operaia, sia dal punto di vista della riflessione borghese sullo stato, rappresentano la premessa delle grandi contraddizioni e del grande salto di maturità nella società capitalistica. Il pensiero di Keynes, lo stato-piano, la rivoluzione dei redditi, sono la risposta a quella grande offensiva di lotte politiche operaie. Nel movimento dei consigli, dal suo primo emergere sovversivo alla definitiva sconfitta inglese del '26, si colgono i problemi piu grossi del rapporto tra classe e partito, tra classe e potere. Gran-

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dezza e miseria della Terza Internazionale vengono in gran parte rivelate dall'analisi di quelle lotte e dall'indagine sul fenomeno di ristrutturazione della forza-lavoro sociale attuato soprattutto negli USA. La massiccia dequalificazione e il poderoso appiattimento della forza-lavoro indotti dalle nuove tecniche produttive trovano tuttavia il loro limite critico, nella macchina capitalistica stessa, dalla necessità di sostegno di un'offerta di beni moltiplicata da quelle medesime tecniche produttive. Entro la nuova dimensione produttiva, la pressione politica operaia si massifica essa stessa al livello sociale esasperandosi in domanda, in interessi particolari. La grande crisi depressiva degli anni '29-'33 può essere ed è generalmente descritta entro questo quadro. Qual è la consapevolezza, non solo scientifica, ma soprattutto politica, che il ceto dirigente del capitalismo riesce a sviluppare in questa situazione? Quali sono gli strumenti non tanto congiunturali quanto istituzionali che vengono qui scoperti e applicati? Come piegare la pressione dell'interesse particolare operaio entro la necessità dell'ideologia capitalistica di un interesse sociale dello sviluppo? I saggi su Keynes e sul New Deal cominciano a dare una risposta a questi temi in relazione soprattutto al problema della predisposizione della macchina statale all'uso riformistico della lotta di classe operaia. Essi rappresentano, in particolare il primo, il punto d'arrivo della tematica contenuta in questo volume ma al tempo stesso il punto di partenza per un progetto rivoluzionario contro "quel" tipo di stato borghese, l'attuale tipo di stato borghese. Infatti. Perché abbiamo voluto presentare quasi integralmente la versione originaria delle relazioni? Perché da parte dei curatori di questa serie di Materiali marxisti si presume che i discorsi emersi allora, in quel seminario, abbiano rappresentato una, seppur parziale, anticipazione teorica di un lavoro d'organizzazione politica che avrebbe acquistato un peso non secondario nelle lotte operaie e studentesche di tipo nuovo degli ultimi anni. Alcuni di questi testi, in particolare, sempre, il saggio su Keynes, hanno largamente circolato nel movimento come base di formazione quadri e di discussione politico-teorica. Quattro anni di ritardo nella pubblicazione non sono una svista editoriale, rappresentano invece la verifica del peso teorico, dell'efficacia politica che quei discorsi, apparentemente accademici, portavano dentro di sé. II ri_ùttdo, una volta tanto, permette di darci, forse presun8

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tuosamente, ragione. Da chi? Basta ricordare la situazione delle forze "alla sinistra" del movimento operaio tradizionale prima dello scoppio delle grandi lotte studentesche del 1967. L'argomento principale era ancora quello della ricerca del soggetto rivoluzionario. Il punto di partenza era cioè che la classe operaia, intesa in senso stretto, le sue lotte, fossero comunque al di fuori di un progetto organizzativo eversore. L'attenzione era concentrata sulle lotte dei popoli dei paesi sottosviluppati, quindi sul1'analisi del capitale come monopolio multinazionale. Chi parlava di classe operaia veniva accusato d'idealismo e di arcaicismo. Tant'è che la pratica politica finiva per ridursi alla propaganda delle lotte antimperialiste nel terzo mondo e i piu scalmanati antirevisionisti erano al tempo stesso gli epigoni piu beceri dell'arcaicismo terzinternazionalista. In effetti c'era poco da prendersela coi "terzomondisti," bisognava afferrare il toro per le corna e scavare proprio nelle carenze teoriche dell'analisi comunista delle società sviluppate. Possiamo dire che quanto di nuovo è accaduto nei paesi dove la classe operaia è maggioranza sociale è avvenuto proprio come sbaraccamento del tardocomunismo. A cominciare dal movimento nero negli USA, a cominciare da Malcolm X, per finire alle lotte studentesche e alle lotte operaie per il rifiuto del lavoro. Partito come ideologia, sindacato come regolatore del mercato del lavoro, stato socialista come ordine produttivistico, internazionalismo come mera solidarietà. Quarant'anni di tradizione comunista criticata in certi suoi assunti fondamentali, per proseguire la lotta per il comunismo. Ma questo non valeva soltanto per i movimenti revisionisti legati alla strategia post-bellica del PCUS, valeva anche nei confronti delle vecchie eresie comuniste, dalle piu rispettabili, come quella bordighista, come quella consiliare, alle meno rispettabili, come quella trotskista. Quarant'anni di dissidenza comunista criticata alle radici per proseguire la lotta per il comunismo. Non è quindi per caso o, se si vuole, è anche da questo punto di vista, oltre gli altri già accennati, che si parte dall'analisi del movimento consiliare e dal suo rapporto con la composizione di classe, sulla traccia dell'ipotesi delineata da Gaspare De Caro in una famosa nota su "Classe Operaia." Ciò che andava scartato era evidentemente l'ideologia dei consigli, non la realtà rivoluzionaria della piu grande stagione di lotte della classe degli operai occidentali. Per arrivare alla critica della scienza borghese di Keynes, secondo la traccia fornita da Mario Tronti, per arrivare al cervello del capitale nel suo punto piu alto e per denunciare an-

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cora una volta il nullismo delle teorie terzinternazionaliste e quindi la pratica impotenza dei partiti comunisti, soprattutto di fronte alle lotte degli operai americani, di fronte alla maturità di .una scienza borghese che ormai cerca d'inglobare e pianificare la lotta operaia stessa. Di fronte allo stato-piano, allo stato-lavoro, la tradizione comunista continuava a riproporre lo stato come mero apparato, come mera macchina burocratico-repressiva e quindi la presa del potere come sostituzione di questa macchina con un'altra, molto simile alla prima: nell'ideologia dello sviluppo, per esempio. Il partito rivoluzionario come ceto politico di ricambio, il problema del potere staccato dalla rivoluzione culturale, dalla rivoluzione delle tradizioni organizzative, anche di quelle con indubbi meriti di guerra. La tematica del rapporto organizzazione-potere potrebbe essere considerata anch'essa come sfondo al discorso di questo volume. A cominciare dall'esperienza limite di un potere operaio esercitato sulla fabbrica, nella fabbrica, a partire dalla gestione operaia del lavoro. In questa critica, del resto non del tutto nuova, alla tradizione politico-organizzativa comunista ci si è chiesti innanzitutto se essa poggiasse su un particolare tipo di composizione di classe, di struttura della forza-lavoro e se il suo indebolimento, proprio là dove la classe operaia è maggioranza sociale, non dovesse essere attribuito anche ai mutamenti morfologici subiti dalla classe. Nasce qui la caratterizzazione della figura di operaio-massa che nei due anni successivi sarà il vero protagonista sociale delle lotte politiche contro il lavoro, per l'egalitarismo comunista. Figura completamente estranea all'ideologia del lavoro, all'impostazione ferocemente antiegalitaria di tutti gli epigoni del socialismo. Gran parte di questi discorsi, nel momento in cui venivano fatti, restavano minoritari, anzi, dalla prima ondata di lotte studentesche considerati reazionari. E tali infatti sarebbero rimasti se non avessero incorporato, da un lato, la grande lezione delle lotte di massa degli studenti, dall'altro, se non si fossero tradotti in materiale di organizzazione e di costruzione di un ciclo nuovo, comunista, di lotte operaie. L'ideologia antiautoritaria e antimperialista della prima ondata di lotte universitarie era un fatto secondario rispetto alla rivoluzione che quelle lotte avevano prodotto nel modo di fare politica, sconvolgendo proprio il tradizionale rapporto tra intellettuali e politica, che decenni di gramscianesimo e di dissidenza minoritaria avevano sedimentato e da cui tutti noi, indipendente-

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mente dai discorsi, eravamo inquinati. Finalmente veniva distrutta la figura politica dell'intellettuale. Non era bastato che la distruggesse socialmente lo sviluppo capitalistico stesso: la tradizione tardocomunista (ortodossa o dissidente) s'era incaricata di perpetuarla nella sua ossificazione. Cosi come non era bastato che il fordismo distruggesse la figura del quadro operaio soviettista perché questa smettesse di sopravvivere artificialment(è nelle teorie e nella prassi organizzativa del movimento operaio, tanto da suggerire a qualcuno la voglia di andarla a ritrovare tra i tecnic.i, tra la " nuova classe operaia." Con le lotte di massa degli studenti veniva chiuso il capitolo di una lunghissima esasperante fase difensiva e la classe operaia è la prima ad accorgersene e ad approfittarne. Proprio la classe operaia della grande industria, quella piu sputtanata dagli ideologi terzomondisti e dai sociologi della sinistra socialista. È il maggio francese che ne dà la prima, travolgente, conferma. Poi sono i comitati di base in Italia, inizio di un lavoro piu sistematico di ricostruzione politica di classe, sfociato nei grandi scioperi Fiat dell'estate del '69. Poi il Limburgo, in tono minore la Spagna e la Germania. A conclusione, quasi a suggello del riscatto della classe operaia "integrata," la grande ondata degli scioperi svedesi. Ma il centro delle lotte, là dove in un'unica sintesi cumulano tutte le esperienze post-comuniste e le lotte di popolo guidate dai comunisti asiatici, restano gli USA. A livello di massa, con un'omogeneità internazionale impressionante, comincia a rompersi il rapporto tra rivoluzione e pauperismo, tra rivoluzione e sottosviluppo. La situazione italiana è una delle piu avanzate, proprio per la maturità soggettiva delle avanguardie, formatesi secondo il percorso segnato dalle lotte operaie e proletarie degli anni di svolta '59-'62. Anche la stessa esperienza marxista-leninista trova in Italia, e solo in Italia tra i paesi industrialmente avanzati, dei momenti molto importanti di rapporto di massa effettivo. Per quelli che, come gli autori di questi saggi, vengono fatti rientrare da una volgarizzazione corrente nel filone "operaista" della sinistra extra-parlamentare, i gruppi, le organizzazioni e le avanguardie che per il loro lavoro politico hanno preso come punto di riferimento la rivoluzione culturale proletaria in Cina rappresentano forse l'unico interlocutore oggi e probabilmente domani. Non perché leggono gli stessi libri, anzi, ma perché hanno fatto o cercato di fare le stesse cose. Ebbene, proprio nei con-

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fronti del filone "marxista-leninista" le divergenze che esistevano ed esistono sono quelle che ancor oggi restano al centro della nuova fase di dibattito politico-teorico, di attività pratica. Segno che erano e sono divergenze importanti e decisive. Com'è noto esse riguardano essenzialmente il discorso sul salario e il discorso sull'organizzazione, sul partito. Ed è a questo punto che il tono forse troppo soddisfatt0 delle pagine precedenti deve cedere a una serie di considerazioni, scaturite dalla conclusione del ciclo di lotte '68-'70, non del tutto tranquillizzanti. Nel senso cioè che proprio lo sviluppo di queste lotte ci mette oggi nella condizione di rivedere sia gli strumenti teorici che quelli politici. In questo senso, e stavolta con realismo, i discorsi qui fatti possono considerarsi chiusi dalle lotte che li hanno verificati. In questo senso, il discorso svolto in questi saggi ha fatto il suo tempo e si apre quindi una fase nuova. A partire proprio dal rapporto salariopotere, potere-organizzazione. Concentrando l'analisi sulla nuova figura dell'operaio-massa, fluidificato dalla concentrazione capitalistica e dalla nuova tendenza del modo di produrre, reso mobile su una dimensione di lotta sociale di classe fin qui solo parzialmente vissuta; tentando di definire una strategia per l'attacco che questa nuova figura sociale di produttore collettivamente intravede e vuole praticare come passaggio aggressivo dal salario al potere, dalla contrattazione dello sfruttamento al rifiuto del lavoro; riproponendo a questo livello il discorso sul rapporto orgl!,nizzazione-composizione crisi-sviluppo: in questo modo dunque i Materiali marxisti presenteranno una serie di testi, alcuni dei quali sono già in via di elaborazione. Di nuovo, come negli anni Sessanta, sarà necessario piegare lo sforzo teorico piu conseguente ad un'efficace linea d'azione e di promozione di lotte. Di nuovo sarà necessario che il settarismo della teoria riesca a costringere le cose. Ma anche tutto questo ad un livello piu alto e maturo che è appunto quello richiesto dall'aver camminato e vinto sul terreno dell'autonomia della classe operaia: oggi, allora, sul terreno ·di partito, "come se" già oggi possedessimo quest'arma della rivoluzione. Qui il confronto con i marxisti-leninisti diviene davvero diretto e fondamentale. Avrà ragione chi saprà offrire una leva di partito all'operaio-mass.a. Avrà ragione il partito.

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Composizione di classe e teoria del partito alle origini del movimento consiliare DI SERGIO BOLOGNA

Struttura della forza-lavoro e composzzzone politica di classe in Germania prima della guerra mondiale Una parte molto significativa e consistente dei leader di fabbrica del movimento consiliare in Germania era formata da operai altamente specializzati dell'industria meccanica. Poiché questa figura professionale assunse nel 1918 una dimensione di figura sociale e politica, è legittimo chiedersi se la struttura merceologica dell'industria tedesca anteguerra fosse allora tale da rendere predominante la presenza di questo tipo di forza-lavoro e se la posizione che questi operai avevano nella produzione fosse o no direttamente legata alla loro adesione politica al sistema dei consigli. Nel periodo prebellico, l'industria meccanica tedesca non aveva ancora raggiunto una concentrazione e una razionalizzazione analoghe a quelle dei settori minerario,· siderurgico ed elettrico. Era formata perlopiu da medie aziende - che impiegavano da 1000 a 5000 dipendenti - distribuite nei centri tradizionali dell'industrialismo tedesco: Renania-Westfalia, Wiirttemberg, Sassonia, regione di Berlino, regione di Amburgo, Oldenburg, Baviera. Era, tra i settori industriali tedeschi, quello piu giovane. I prodotti piu significativi: bici e moto, macchine utensili, macchine per ufficio, macchine da cucire, minuteria meccanica, automobili. La specializzazione non era ancora molto spinta, quasi tutte le fabbriche & una certa importanza impegnate nella produzione delle bici e poi delle moto costruivano contemporaneamente macchine per ufficio e da cucire; soltanto la filiale tedesca della Singer (Amburgo) nascerà come produzione esclusiva di macchine per cucire, in quanto prolungamento di un'industria americana già in posizione di monopolio sul mercato. L'industria dell'auto non aveva ancora as-

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sunto l'importanza che assumerà in seguito (negli USA dal 191012 circa, in Germania appena dal 1924 con la Opel), ma veniva tuttavia esercitata da aziende di piccolo-medie dimensioni su scala ridotta; quella che si sviluppa prepotentemente ed assume una propria autonomia è l'industria ausiliaria alla costruzione dei motori, la quale rapidamente si concentra e si razionalizza. In questo settore, nella produzione di apparecchiature per l'accensione, nasceva la fortuna di Robert Bosch; nel 1913, a Stoècarda e in altri stabilimenti minori, impiegava già 4 700 operai. In questo genere di settori - che permisero all'industria meccanica tedesca di acquisire posizioni di livello mondiale già prima della guerra - la forza-lavoro era particolarmente qualificata, l'impiego di tecnici diplomati e specializzati era massiccio, le spese per la ricerca e la sperimentazione piu alte che altrove, l'organizzazione commerciale estremamente dinamica. Anche i salari quindi erano piu alti; la Bosch fu la prima azienda germanica a introdurre nel 1906, per concessione del padrone, le otto ore e nel 1910 il sabato festivo. Questo è il periodo in cui si sviluppano in Germania settori come la meccanica fine, la meccanica di precisione, l'ottica, l'elettromeccanica. Se seguiamo le vicende imprenditoriali delle aziende impegnate in tali settori le vediamo compiere balzi prodigiosi; sono le stesse che impongono sui mercati mondiali le caratteristiche di elevatissima qualità dei prodotti tedeschi riuscendo in tal modo a sostenere la concorrenza di settori meccanici finanziariamente piu solidi come quelli inglese o statunitense. Ciò fu dovuto, piu che all'abilità imprenditoriale dei singoli capitalisti, all'estrema capacità professionale della forza-lavoro qualificata, a quel tipo di operaio che lavorava sulle tecnologie piu avanzate, sulle macchine utensili piu specializzate, che era direttamente interessato alla moclliicazione dei sistemi di lavorazione. In questo genere di settori la figura dell'operaio-inventore, o quantomeno dell'operaio a strettissimo contatto con il tecnico e l'ingegnere progettatore, era la figura predominante. Effetto e conseguenza di tale situazione è l'affermarsi in Germania del settore della strumentazione industriale, delle macchine utensili; se l'agricoltura tedesca era in crisi, l'industria di macchine agricole tedesca era ai primi posti nel mondo, se l'industria tessile era in fase di ristagno e di crisi, la Germania produceva le migliori macchine tessili del mondo. Osserviamo per un momento l'operaio che lavora in questi settori estremamente dinamici: egli effettua lavorazioni precise sul metallo, partecipa direttamente alla modificazione della struttura costruttiva del prodotto, muta e trasforma da sé le proprie tecniche

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Composizione di classe e teoria del partito alle origini del movimento consiliare

di lavoro, sulla sua abilità tecnica poggia la fortuna imprenditoriale di settori come quello aeronautico - in cui nel 1913 la Germania è considerata prima nel mondo. È naturale perciò che in tali settori si moltiplichino le iniziative paternalistiche di una politica aziendale che concede salari piu elevati, riduzioni dell'orario di lavoro e persino partecipazione ai profitti - secondo un metodo di anticipazione delle richieste operaie che il padronato della Germania occidentale ripristinerà tra il 1950 e il 1965. Il capitalista singolo era costretto a pagare la sua necessità di mantenere stabilmente una forza-lavoro qualificata e specializzatasi nel corso della produzione stessa. Egli favoriva la cristallizzazione di aristocrazie professionali, tendeva a ridurre al massimo la mobilità della sua forza-lavoro, soprattutto all'interno dello stesso settore. Alcune di queste industrie otterranno un grande impulso dalla guerra; per esempio la Zeiss di Jena e l'altra grande industria ottica, la Leitz (che diede nome aIIa camera Leica), si svilupperanno sulle commesse statali per la costruzione di tutti gli strumenti di punteria; la Bosch otterrà le commesse per la costruzione di accumulatori e apparecchiature elettromagnetiche necessarie all'equipaggiamento militare di tipo moderno. Le zone di localizzazione dell'ottica erano il Wi.irttemberg e la Sassonia, mentre nella regione di Berlino si andavano concentrando poco per volta la meccanica leggera, la meccanica di precisione e l'elettromeccanica. Ora, non è un caso se gli esperimenti consiliari di carattere piu esplicitamente gestionale si verificarono nella regione di Berlino, nel Wi.irttemberg e nella Sassonia. Laddove l'industria meccanica (generica, fine e di precisione), l'industria elettromeccanica e ottica erano piu concentrate, laddove esisteva cioè all'interno della forza-lavoro complessiva una predominanza dell'operaio d'industria altamente specializzato, là il movimento dei consigli acquisterà le sue piu forti caratteristiche politico-gestionali. (Non dobbiamo dimenticare la regione di Amburgo, altro centro focale del movimento dei consigli, dove la stessa figura dell'operaio con altissimi valori professionali predomina nell'industria cantieristica, divenuta poi anch'essa industria di guerra.) La posizione dell'operaio dell'industria meccanica altamente specializzato, di elevate capacità professionali, che lavorava di precisione sul metallo, conosceva a perfezione i propri utensili, manuali o meccanici, che collaborava col tecnico e con l'ingegnere alla modificazione del processo lavorativo, era la posizione materialmente piu suscettibile ad accogliere un progetto organizzativo-politico come quello dei

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consigli operai, cioè di autogestione della produzione. La pres~ che la concezione della gestione operaia ebbe sul movimento de1 consigli tedeschi non sarebbe stata forse cosi vasta senza la pr~senza di una· forza-lavoro indissolubilmente legata alla tecnologta del processo lavorativo, con una carica di valori professionali e aziendali molto elevata, naturalmente portata a mettere in primo piano la propria funzione di "produttrice." La concezione gestionale del controllo operaio coglieva proprio l'operaio come produttore autonomo e la forza-lavoro di fabbrica come entità autosufficiente; vedeva solo il rapporto tra gli operai e il padrone singolo o la singola azienda, diffidando - come vedremo - della "politica" in senso lato, ossia degli stessi problemi di rapporto tra organizzazione e potere, tra partito e rivoluzione. Questo rapporto tra strutture professionali e determinati atteggiamenti politico-ideologici è tutt'altro che una scoperta, anzi è una cosa risaputa, ma valeva la pena di sottolinearlo sia perché la Germania ne offre l'esempio piu massiccio, sia per ricordarlo a quelli che amano i confusi e indeterminati discorsi sulla "coscienza di classe," come un fatto spiritualistico o culturale. Un'altra cosa va sottolineata e cioè che la componente gestionaria, pur essendo stata la piu significativa, non esaurisce affatto il fenomeno dei consigli tedeschi come prassi e progettazione rivoluzionaria. Ne costituisce solo la caratteristica piu tipica. L'altra caratteristica del movimento tedesco, direttamente legata alla prima, fu l'adesione pressoché totale dei tecnici. Anche in questo caso la materialità della posizione della forza-lavoro all'interno dell'industria meccanica portò a una precisa scelta politica. Tecnici e ingegneri allora non erano ancora i funzionari dell'organizzazione scientifica dello sfruttamento, poiché il taylorismo si diffuse in Germania solo nel dopoguerra. In generale però le aziende tedesche, e non solo quelle meccaniche, avevano un'organizzazione amministrativo-burocratica di livello molto elevato. Il boom industriale tedesco• precedente la prima guerra mondiale fu dovuto a due condizioni di fatto soprattutto: l'impiego delle tecnologie e l'applicazione delle ricerche piu avanzate (enorme il numero di brevetti accumulati) e l'estrema efficienza dell'apparato burocratico-amministrativo. Ciò fu reso possibile dall'esistenza di infrastrutture di base e in particolare: un livello di organizzazione dell'istruzione professionale molto elevato e ben articolato rispetto agli altri paesi, uno stretto rapporto tra ricerca universitaria e applicazione industriale, una tradizione d'efficienza amministrativa propria della burocrazia prussiana prima e dopo Bismarck, che

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durante il periodo guglielmino del boom industriale ebbe il suo risvolto a livello d'azienda. In base a relazioni scritte da ingegneri per il movimento dei consigli e pubblicate negli organi di stampa dello stesso, sappiamo che l'organizzazione amministrativo-contabile e quindi burocratica delle aziende tedesche era molto efficiente; a ciò corrispose, nello stesso periodo, un aumento percentualmente piu alto di forza-lavoro impiegatizia rispetto a quella operaia. Per tradizione la burocrazia tedesca era sempre stata una fedele esecutrice delle direttive dall'alto e lo fu anche nell'industria, ma la posizione esecutiva della forza-lavoro tecnico-impiegatizia aggiunta alla posizione materiale, tecnicamente condizionata, della forza-lavoro tecnica nell'industria meccanica di quei tempi, portò ad una omogeneità della forza-lavoro complessiva nell'azienda che al momento opportuno (e per breve durata) si trasformò in unità politica. All'interno del tipo di azienda descritta è assurdo cercare una classe di funzionari con poteri decisionali che si ponesse tra il proprietario e la classe operaia. Da questo punto di vista, pur essendo straordinariamente dinamica, l'industria meccanica tedesca aveva una struttura "arretrata" rispetto allo stadio di sviluppo industriale e tecnologico rappresentato dal fordismo, dall'industria di massa dei beni di consumo. Quel tipo di forza-lavoro con alti valori professionali, quel tipo di struttura tecnica del1' azienda non rappresentavano affatto la punta avanzata dell'organizzazione industriale capitalistica. La conferma, estremamente autorevole, ci viene da Henry Ford stesso il quale, nella sua autobiografia, tratta con sarcasmo e disprezzo proprio quel tipo di azienda meccanica, affermando che l'industria meccanica - nel periodo in cui egli si accingeva a introdurre i convogliatori e le linee di montaggio - rappresentava il settore piu immobile, piu retrivo, piu sordo all'idea di mutamenti nell'organizzazione del processo produttivo e nella modificazione della composizione organica del capitale. Opponendo resistenza agli innovamenti proposti da Ford, l'industria meccanica esprimeva un desiderio di difesa a oltranza di un particolare tipo di forza-lavoro e quindi anche di un particolare tipo di "aristocrazia operaia." Questa resistenza veniva indifferentemente offerta dall'imprenditore singolo, dal tecnico e dall'operaio. Questa azienda meccanica di medie dimensioni, che continuava a sfornare prodotti nuovi e che iniziava - dopo piu o meno lunghi periodi di sperimentazione e progettazione la produzione in serie (ma non di massa), doveva essere spazzata via dal fordismo proprio nella sua componente fondamentale, nella sua componente-lavoro. Le innovazioni proposte da Ford non

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erano semplici salti di qualità sul macchinario, ma rappresentavano sul lungo periodo la progressiva estinzione dell'operaio legato alla macchina, al pezzo, all'azienda, al mestiere. L'operaio altamente qualificato del settore meccanico doveva lasciare il posto all'operaio di linea moderno, dequalificato, sradicato, con un'altissima mobilità e intercambiabilità. È importante perciò ricordare che prima ancora che l'" aristocrazia operaia" tedesca diventasse "avanguardia rivoluzionaria," prima ancora che compisse la sua prova del fuoco, essa era già destinata oggettivamente all'estinzione da parte delle avanguardie capitalistiche. Il fordismo non solo ha sostituito l'operaio di linea moderno, l'operaio-massa, all'operaio di mestiere, all'" aristocrazia operaia," modificando profondamente la struttura interna della forza-lavoro, ma ha anche cambiato notevolmente sia la struttura che la visione operaia (e capitalistica) del salario. Se per Taylor il salario restava un incentivo legato direttamente alla posizione dell'operaio singolo nell'azienda, secondo la tipica impostazione individualistica e atomistica della filosofia taylorista, per Ford esso diventava quota di reddito complessivo da usare a favore della dinamica del sistema, quota complessiva di capitale da inserire in un quadro di sviluppo pianificato. Nel 1911 le idee di Ford erano trovate geniali di un imprenditore singolo; perché divenissero la strategia del capitale collettivo, perché divenissero la keynesiana "rivoluzione dei redditi," ci volle la minaccia di un sovvertimento generale dei rap · porti di potere in fabbrica; ci volle cioè quella minaccia che il movimento dei consigli, anche nella sua versione gestionale, rappresentò per il capitale complessivo. Questa minaccia non fu tale perché i concreti progetti di un "nuovo ordine" industriale fossero particolarmente avanzati, né perché il movimento dei consigli fece leva soprattutto sull'aristocrazia operaia, cioè fece saltare il piano d'integrazione della classe nel sistema dal suo punto centrale, ma perché fu un movimento di classe internazionale. In altri termini perché la classe operaia, nel suo complesso, nei settori arretrati o avanzati, a livello di fabbrica e a livello di società, tentò per la prima volta nella storia d'invertire la tendenza nel processo di sviluppo capitalistico. Nessuna caratteristica - né organizzativa, né politico-ideologica, né sociologica - può qualificare come rivoluzionario il movimento e il periodo dei consigli se non la sua caratteristica internazionale. Un 1905 mondiale in cui si spezzò soltanto l'anello piu debole.

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Composizione di classe e teoria del partito alle origini del movimenty/consiliare

Per ricostruire il movimento dei consigli e per càratterizzarlo politicamente dobbiamo seguire i cicli di lotta operaia a livello internazionale e la composizione di classe nell'area capitalistica. Riprendiamo dunque dall'esemplilicazione tedesca. Il discorso sulla struttura della forza-lavoro operaio-tecnica e sulla sua distribuzione geografica è assolutamente insufficiente e rischia di diventare scorretto e fuorviante se non andiamo prima a controllare la composizione politica di classe della Germania stessa. Come avvertimento di metodo generale vale il seguente: l'arretratezza del capitale non combacia affatto con quella della classe operaia: se nell'analisi delle lotte politiche si riporta la stessa distinzione che si fa tra paesi capitalisticamente avanzati (Stati Uniti, Inghilterra, Germania) e paesi capitalisticamente arretrati (Russia, Italia) si rischia di fare solo della confusione o dello schematismo. Le caratteristiche delle lotte in Russia sono altrettanto avanzate che altrove, anzi di piu, dal punto di vista dell'organizzazione soggettiva. Da questo punto di vista, nel 1904-6, nel 1911-13 e nel 191720, mentre ci troviamo di fronte a un capitale che presenta gravi squilibri tra aree avanzate e aree arretrate, assistiamo a dei comportamenti politici di classe estremamente omogenei in tutti i paesi. Possiamo perciò parlare di una serie di cicli di lotte su scala internazionale, a cominciare da quello del 1904-6. Pur essendo difficile fissare dei limiti cronologici precisi, si configura chiaramente la caratteristica specifica di questo primo ciclo: Io sciopero di massa che cresce su un terreno di lotta endemica e sbocca in azioni violente e insurrezionali. Meglio che altrove questa caratteristica si riscontra negli USA. A partire dal 1901, avendo come centro - come polo di classe - i minatori delle Rocky Mountains, una serie di scioperi di massa violenti percorré tutta la struttura industriale degli Stati Uniti; le lotte dei minatori si comunicano soprattutto ai lavoratori dell'industria dell'acciaio, ai tessili, ai lavoratori dei trasporti, ma soprattutto agli edili. All'apice del ciclo, nel 1905, mentre in Russia sorgono i soviet; negli Stati Uniti viene costituito l'Industria! Workers of the World (IWW) - la piu decisa organizz:izione della lotta proletaria esistita negli Stati Uniti, la sola organizzazione di classe rivoluzionaria prima del movimento afroamericano. Sull'IWW c'è molto da dire e oggi soprattutto c'è molto da imparare: in questa organizzazione lavorarono come militanti• innumerevoli operai anarchici e anarco-sindacalisti emigrati negli USA dall'Europa orientale e occidentale, ma liquidare l'IWW come il parallelo americano dell' anarco-sindacalismo francese della stessa epoca sarebbe troppo sbrigativo e limitativo.

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Che cosa c'è di straordinariamente moderno nell'IWW? Benché la sua origine poggiasse su un vecchio nucleo di classe, la Federazione occidentale dei minatori, il merito dell'IWW è quello di aver tentato d'organizzare il proletariato americano secondo le sue caratteristiche intrinseche: quella d'essere un proletariato d'immigrazione, innanzitutto, quindi un crogiolo di gruppi etnici che andavano organizzati anche in maniera specifica: qµello di essere un proletariato mobile e quindi non solo completamente avulso da un rapporto con una specifica mansione o abilità lavorativa, ma di ·essere anche completamente avulso da ogni legame con la fabbrica singola (fosse pure per impadronirsene): l'IWW riusci molto concretamente a individuare la nozione di fabbrica sociale, puntò sulla grandissima capacità . di comunicazione e quindi di coordinamento che la lotta dentro la mobilità consente. Riusci a creare un tipo di agitatore assolutamente originale: non la talpa che scava per decenni dentro la singola fabbrica o il singolo quartiere operaio, ma un tipo di agitatore che nuota dentro la corrente delle lotte proletarie, che si sposta da un punto all'altro dell'immenso continente americano, che calcola l'onda sismica della lotta, riuscendo cosi a superare i confini dello stato, a varcare gli oceani prima di fare i convegni di fondazione delle organizzazioni sorelle. L'attenzione dei wobblies per i lavoratori dei trasporti, dei porti, la loro permanente volontà di colpire il capitale come mercato mondiale, la loro intuizione del proletario mobile, oggi occupato domani disoccupato, come virus dell'insubordinazione sociale, come agente del gatto selvaggio sociale. Tutte queste cose fanno dell'IWW un'organizzazione di classe anticipatrice delle forme di lotta attuali e comunque completamente sganciata da ogni tradizione secondo-terzinternazionalista. L'IWW è il passaggio diretto dalla Prima Internazionale di Marx all'epoca post-comunista. La violenza, la continuità degli scioperi americani dei due primi decenni del secolo dimostrano quanto corretta politicamente fosse stata l'intuizione secondo cui Marx aveva voluto che si spostasse a New York, trent'anni prima, la sede della "sua" Internazionale. È difficile indicare il punto-culmine di queste lotte, ma le curve del ciclo sono pressoché analoghe a quelle europee, a quelle del proletariato russo. Memorabile rimane, nel 1905, la lotta dei cinquemila autisti di Chicago, conclusasi con degli scontri con la polizia che costarono 20 morti e 400 feriti. Nel 1904 scoppiava il primo sciopero generale nel nostro paese ( Giuliano Procacci, sul n. 17 della "Rivista Storica del Socialismo" ne ha fornito una ricostruzione esemplare).

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Il 3 gennaio 1905 scendono in lotta le officine Putilov di Pietroburgo e ha inizio la rivoluzione russa del 1905 (si vedano, a titolo esemplificativo la magistrale analisi della lotta in Scio pero di massa ecc. della Luxemburg e la conferenza rievocativa di Lenin ai primi del 1917 a Zurigo, Rapporto sulla rivoluzione russa del 1905, oftre ai suoi scritti contemporanei o immediatamente successivi agli eventi, con le prime annotazioni sulla guerriglia urbana). Nei primi mesi dello stesso anno scoppiava nella miniera della Bruchstrasse e dilagava poi in tutto il distretto della Ruhr il grande sciopero dei minatori tedeschi. Precedenti a questa lotta erano stati in Germania gli scioperi dei tessili e dei cartai del 1903-4. Si trattava di categorie con le peggiori condizioni di lavoro e con i peggiori salari; nell'industria della carta si era verificata la piu alta percentuale di invalidità permanenti dovute a incidenti sul lavoro; i sindacati - i famosi sindacati tedeschi - erano pressoché assenti tra i lavoratori tessili e cartai; questa categoria otterrà il primo contratto nel 1919, dopo il rovesciamento della monarchia. Lo sciopero era partito spontaneamente e spontaneo fu lo sciopero dei minatori del 1905. I minatori della Ruhr, nella composizione di classe della Germania anteguerra, rappresentavano il polo piu avanzato. Questo nucleo di classe operaia era forse l'unico a possedere la capacità di mettere in moto tutto il tessuto sociale di classe, quando scendeva in lotta. Memorabile era stato lo sciopero del 1889, spontaneo e improvviso, divenuto rapidamente sciopero di massa; i sindacati già allora si erano inseriti all'ultimo momento; di fronte alla loro incapacità contrattuale e organizzativa, di fronte alla resistenza testarda dei baroni del carbone, per far cessare la lotta dovettero intervenire direttamente il Kaiser e Bismarck, che costrinsero i baroni ad accettare tutte le richieste dei minatori, meno la piu importante, cioè quella del turno di otto ore, compresa la discesa e la risalita dalle gallerie. Ed è appunto da questa richiesta che parte la lotta del 1905. Le miniere, per il costante sfruttamento, erano divenute piu profonde; il tempo per scendere e per salire quasi raddoppiato. La crisi mineraria aveva espulso dal distretto circa 9 000 minatori, le malattie professionali erano aumentate in modo impressionante, ma soprattutto i minatori non tolleravano la presenza dei capi. Il sindacato, fatto esperto dalla grande batosta del 1889, costatagli soprattutto sul piano organizzativo (solo il 40% dei minatori era iscritto al sindacato) cercò inizialmente di localizzare la

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lotta, ma la comunicazione dello sciopero fu rapidissima: dopo 10 giorni, su 270 000 minatori presenti nel distretto, 220 000 erano in sciopero. Le rivendicazioni erano state respinte con la solita arroganza dai baroni, che non tolleravano fosse messo i.n questione il principio "qui il padrone sono io" (Herr-im-HauseStandpunkt). La caratteristica dello sciopero dei minatori tedeschi prefigurava quella delle grandi lotte del periodo dei consigli. Due caratteristiche soprattutto: la non-violenza della lotta (la stessa stampa borghese lodò il comportamento corretto dei minatori) e la pressione su rivendicazioni riguardanti il potere in fabbrica; all'estrema socialità della lotta (che anche in questo connotato era omogenea agli scioperi di massa di grande comunicabilità degli Stati Uniti, dell'Italia e della Russia) corrispondeva un tipo di rivendicazione ancora rivolta verso il capitalista singolo o il gruppo di capitalisti del settore. Ma ciò significava per i minatori tedeschi che il potere di classe andava anzitutto contestato sul luogo di produzione. Riscontriamo cioè anche nel polo di classe piu avanzato la stessa caratteristica di ancorare l'azione eversiva al luogo di produzione in senso stretto. È interessante notare che ancora una volta l'effettiva controparte era il governo, rappresentato dal segretario di stato agli interni, conte von Posadowsky. Fedelissimo seguace di Bismarck e del suo "socialismo di stato," egli fece varare immediatamente un provvedimento di legge che accoglieva in sostanza le rivendicazioni dei minatori sull'orario di lavoro e istituiva i "Comitati operai" nelle aziende minerarie con un numero di addetti superiore a 100. Tale istituzione precedeva di poco quella delle prime Commissioni Interne in Italia. In tutto il comportamento governativo riconosciamo delle caratteristiche che poi ritroveremo: in Germania l'interesse del capitale collettivo è salvaguardato dallo stato, ossia, nel 1918, dalla socialdemocrazia al potere. Nel 1905 l'iniziativa d'istituire una rappresentanza operaia in fabbrica veniva dalla parte del capitale; si era ben lontani dai progetti di cogestione, si trattava semplicemente di organismi per la composizione delle vertenze locali, prima che queste sfociassero in lotta aperta e che questa sboccasse in una lotta generale. Analogamente, nel 1920, sotto la pressione rivoluzionaria, il governo di coalizione socialdemocratico interverrà contro i progetti di socializzazione e di affidamento di tutto il potere in azienda ai consigli con la legge sui Betriebsriite, le cui prerogative possono essere avvicinate piu o meno a quelle dei comitati paritetici nella nostra metalmeccanica. [Dopo i contratti del '66, N.d.R.]

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Con lo sciopero della Ruhr non si chiudeva in Germania il periodo degli scioperi di massa; nel gennaio del 1906 uno sciopero generale politico paralizzava Amburgo, porto e fabbriche, e veniva definito dalla Luxemburg " prova generale dell'insurrezione." Si è parlato piu a lungo dello sciopero dei minatori per indicare quale fosse il polo di classe piu avanzato della Germania anteguerra; purtroppo non abbiamo potuto servirci di statistiche articolate per settori, in modo da poter ricostruire l'intera composizione di classe tedesca in riferimento ai movimenti di lotta. Qualche cifra assoluta sugli scioperi, se non altro per confermare l'asserzione che il 1904-6 rappresenta un ciclo di lotte ben distinto: nel 1903 gli scioperi furono 1 347, gli scioperanti 86 000, le aziende interessate 7 000; nel 1904 gli scioperi furono 1 870, gli scioperanti 113 000, le aziende colpite 10 000. Nel 1905 gli scioperi furono 2 400, gli scioperanti 400 000, le aziende interessate 14 000; nel 1906 gli scioperi furono 3 000, gli scioperanti 270 000, le aziende colpite 16 000; nel 1907 gli scioperi furono 2 200, gli scioperanti 190 000, le aziende colpite 13 000. L'anno successivo tutte queste cifre si riducono di due terzi. È interessante osservare l'andamento negli anni 1905-6; rispetto al 1905, nel 1906 manca dal totale degli scioperanti la compatta massa dei 200 000 della Ruhr; il numero degli scioperi risulta però aumentato del 30% e il numero delle aziende colpite del 13 % circa. Cosi nel 1907: mentre il numero degli scioperanti è diminuito rispetto al 1905 del 52% circa, quello degli scioperi è diminuito solo dell'8% e quello delle aziende colpite pure dell'8-9%. Vale a dire che dal grande polo di classe rappresentato dagli operai della Ruhr la lotta era entrata nelle medie aziende, toccando tutto il tessuto sociale del capitale tedesco. È la spinta iniziale data dai minatori che mette in moto il meccanismo della lotta anche nelle aziende meccaniche dell'aristocrazia operaia e del paternalismo dorato. La presenza preponderante dei 200 000 della Ruhr nella composizione politica di classe in Germania e la presenza preponderante del settore carbosiderurgico rispetto all'insieme della geografia industriale tedesca possono essere paragonate alla posizione che in Italia hanno assunto la classe operaia FIAT e il capitalista FIAT. Ma nel corso degli anni successivi al 1905 tutta un'altra serie di settori andò espandendosi in Germania e la presenza preponderante dei 200 000 della Ruhr si andò riequilibrando, soprattutto per la creazione di massicce zone industriali nella regione di Berlino, nel triangolo Lipsia-Dresda-Chemnitz, nel Wiirttemberg e in pros-

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simità dei porti, Amburgo, Kiel e Brema soprattutto. Perciò, nel terzo ciclo di lotte, quello decisivo degli anni 1917-20, vedremo muoversi prima questi altri poli di classe, in primo luogo Berlino e i porti, poi la Sassonia e infine vedremo entrare in campo la Ruhr. Passando nuovamente dalla composizione politica di classe alla struttura della forza-lavoro, va sottolineato che tra i minatori della Ruhr e gli operai qualifìcati delle aziende meccaniche c'era un elemento comune, molto importante, soprattutto in riferimento ai problemi inerenti la modificazione della composizione organica del capitale e il processo d'innovazione necessario allo sviluppo capitalistico. Il lavoro nelle miniere era difficilmente meccanizzabile, sul periodo breve era impensabile, sia a breve che a medio termine, che una soluzione tecnica potesse trasformare la struttura dell'occupazione e la struttura professionale della forza-lavoro in maniera drastica. In poche parole, i baroni del settore carbosiderurgico capivano che quegli operai dovevano tenerseli, data anche la piena occupazione esistente; non avrebbero potuto disfarsene né avrebbero potuto avere operai di tipo diverso; una soluzione fordista nelle miniere (ma anche nella siderurgia) non era facilmente applicabile. I padroni dell'industria meccanica, dal canto loro, i propri operai volevano tenerseli ed erano inclini a soluzioni paternalistiche, per creare isole di privilegio salariale e normativo. Ambedue, sia i baroni autoritari e arroganti del settore carbosiderurgico, sia i padroni illuminati e paternalisti del settore meccanico, non potevano progettare a breve o a medio termine una politica sulla forza-lavoro diversa da quella che essi stavano facendo. In altre parole, la particolare congiuntura di sviluppo dei due settori introduceva elementi di rigidità molto forti, che finivano per condizionare entro scelte limitate la libertà di manovra capitalistica. I padroni avrebbero potuto manovrare su tutti gli altri elementi della politica capitalistica: avrebbero potuto perfezionare la struttura finanziaria delle loro aziende, accelerare la concentrazione, avrebbero potuto migliorare la struttura tecnica, perfezionare le tecnologie impiegate, trovare nuovi mercati, escogitare nuovi prodotti, collaborare o meno coi sindacati, collaborare o meno col governo; avrebbero potuto dimostrare maggiore dinamicità imprenditoriale, essere favorevoli o contrari ad una collaborazione esterna della socialdemocrazia al governo; ma quand'anche avessero fatto tutto questo non avrebbero modificato nulla di sostanziale nelle caratteristiche strutturali della forza-lavoro. Questo è un punto, a mio avviso, molto impor-

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tante, perché ci dimostra come la rigidità del sistema industriale tedesco fosse uno degli elementi che facevano della forza-lavoro complessiva una variabile indipendente tale da costituire con la sola sua permanenza oggettiva un pericolo serio per l'ulteriore sviluppo capitalistico in Germania. Queste considerazioni servono a correggere l'interpretazione che, partendo dal carattere riformistico del progetto gestionario dei consigli, tende a negare ogni effettiva portata rivoluzionaria delle lotte, se non in termini di rilancio dello sviluppo capitalistico. Se dal punto di vista teorico il discorso è giusto e rimane valido come discorso strategico su cui formulare i giudizi sulla lotta operaia, le correzioni di tipo storico o, meglio, la determinazione storica di quel discorso, porta a concludere che il movimento postbellico ebbe carattere eversivo. Una organizzazione degli operai che ricalcasse semplicemente la struttura della forza-lavoro complessiva nella fabbrica, un'organizzazione che cogliesse gli operai solo nella loro posizione e funzione di produttori, un'organizzazione che nelle sue richieste globali volesse semplicemente mantenere gli operai dentro la fabbrica cosi com'erano, finiva per diventare un'organizzazione mortale per il capitale tedesco, finiva per bloccarne la possibilità di manovra, per togliere ogni elemento di elasticità al sistema, tale da permettere una salvezza capitalistica ottenuta mediante la modificazione della composizione organica del capi tale. Questa strozzatura del resto si presentò al capitale italiano prima del fascismo quasi negli stessi termini. La portata rivoluzionaria di un movimento va dunque calcolata sullo stadio storicamente determinato dello sviluppo in una sitùazione specifica. L'impossibilità per il capitale tedesco di mutare in periodo breve, di dieci o vent'anni, la struttura della forza-lavoro, la struttura del salario e la composizione organica del capitale metteva il capitale tedesco di fronte a una mancanza di scelte e di alternative che si traduceva in un'incapacità di soluzioni politiche di ricambio ancora prima della ondata rivoluzionaria del 1918 o, meglio, di soluzioni ottenute mediante i meri strumenti economici dello sviluppo o mediante il recupero riformista della lotta operaia. Perché in Germania non fu possibile ne=eno il recupero socialdemocratico dell'organizzazione consiliare? Perché in Germania la socialdemocrazia non riusci a dare una soluzione riformista alla crisi politica del sistema e dovette presentarsi come mero apparato repressivo delle lotte e dell'organizzazione consiliare stessa? Perché la socialdemocrazia del 1918 dovette abbandonare Kautsky

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e scegliere Noske? Il binomio socialdemocrazia-repressione, la soluzione socialfascista, erano la risposta adeguata a un livello cosi alto di lotta eversiva. Per spiegarci meglio, diamo un'occhiata alle soluzioni adottate invece dalla classe dirigente statunitense dopo la crisi provocata dalle lotte del 1904-5. Uno degli elementi che giocarono a maggior favore della vittoriosa risposta capitalistica negli USA fu la radicale modificazione delle strutture dell'occupazione e della forza-lavoro. Dal 1905 al 1914 gli Stati Uniti accolsero non meno di 10 milioni di emigranti. Che cosa abbia signi·ficato questa massa di sottoproletari in termini di esercito di riserva e di strutture professionali è facile immaginarlo. Di fronte a questa cifra il mezzo milione di operai stranieri presenti in Germania (italiani e polacchi soprattutto) è ancora poca cosa. La genialità di Ford e la portata strategica dei suoi progetti sulla meccanizzazione spinta e sull'organizzazione del salario in funzione dei consumi ci appaiono evidenti. Ma la soluzione fordista non fece altro che evitare -agli Stati Uniti di dover passare per la controrivoluzione violenta come unica via d'uscita; passando per una massiccia modificazione nella composizione organica del capitale, il fordismo riusci anche a imporre un grosso cambiamento nella struttura professionale dell_a forza-lavoro. L'operaio di linea della Ford era molto diverso dall'operaio qualificato dell'industria meccanica tedesca; la sua stessa intercambiabilità (poteva essere l'italiano appena sbarcato e ancora incapace di dire "paga" in inglese) lo portava a disprezzare quell'attaccamento alla fabbrica singola ancora caratteristico della figura sociale che in Germania diede vita al movimento dei consigli, convinto che l'autogestione fosse sufficiente a creare la società socialista. In Germania dunque la situazione era diversa; la rigidità del sistema riduceva i margini di. manovra, anche la socialdemocrazia bernsteiniana (costretta dalla spontaneità a rincorrere un rapporto tra classe e sindacato, indotta dall"'economicismo" a porre la lotta sindacale al di sopra delle manovre elettorali) rappresentava un pericolo oggettivo prima della guerra e questa - non l'" autorit~ismo" del Kaiser - fu la ragione per cui non fu cooptata al governo prima dello scoppio del conflitto. Queste strozzature interne al sistema costrinsero il capitale tedesco ad accentuare le già insite "tendenze all'espansione aggressiva sui mercati esteri per uscite dalla crisi, provocando i contrasti intercapitalistici cosi ben individuati da Lenin nel suo opuscolo sull'imperialismo. Se voleva andare al governo, la SPD doveva rifiutare ogni soluzione intermedia ed accettare in toto il socialimperialismo; ciò avvenne

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nel 1914 con l'approvazione dei crediti di guerra da parte del gruppo socialdemocratico. Ma anche a questo proposito, come vedremo, le cose non sono cosi semplici come ce le ha consegnate la storiografia ufficiale del movimento operaio, con il suo discorso sul "tradimento" socialdemocratico. Dopo questa sommaria analisi del 1905 nei punti chiave della classe operaia internazionale, resta poco da dire sul ciclo di lotte del 1911-13; sono gli stessi nuclei di classe che si mettono in lotta e che mettono in moto la classe operaia nei diversi paesi. Ricordiamo soltanto alcune date: 1911, sciopero dei ferrovieri della Harriman negli USA, 1911-12 lotte dei minatori di carbone nella Virginia occidentale e la memorabile lotta dei tessili a Lawrence (anche aIIora si scatenò un'ondata repressiva contro i militanti delI'IWW). 4 aprile 1912, massacro degli operai delle miniere aurifere della Lena, in Russia; nel giugno Lenin scriveva l'articolo sulla "ripresa rivoluzionaria" in Russia. 1912, terzo sciopero di massa dei minatori della Ruhr in Germania. Stavolta la lotta avveniva in un momento di alta congiuntura e dopo che i baroni delI'acciaio e del carbone avevano firmato un accordo che impegnava il capitalista singolo a non assumere per quattro anni un lavoratore licenziato per motivi politico-disciplinari da un altro padrone del medesimo settore. Dai 155 000 scioperanti del 1910, si passa in Germania ai 400 000 del 1912 ed ai 250 000 del 1913. È questo il periodo del massimo uso operaio del sindacato. Il numero degli iscritti passa da 1 800 000 nel 1910 a 2 300 000 nel 1912. È la cifra piu alta dalI'inizio del secolo. Ma gli operai usavano il sindacato senza nessun feticismo per l'organizzazione. Un esempio per tutti: nel 1911 il numero degli operai metallurgici iscritti al sindacato socialista era di 13 3 000: 40 000 in piu rispetto al 1910. Ma il numero d'iscritti del 1911 che l'anno successivo lascerà il sindacato era addirittura di 67 000, pari cioè a una percentuale di mobilità negativa del 75%. Tre quarti degli iscritti erano nuovi iscritti. Queste cifre andavano riportate per sfatare, se non altro, la leggenda del feticismo degli operai tedeschi verso l'organizzazione: su un iscritto che rimane, tre se ne vanno. Inoltre, con 133 000 aderenti, il sindacato metallurgico organizzava appena il 25% della forza-lavoro occupata nel settore, mentre nel 1905 ne organizzava il 7%. Se pensiamo al grande numero degli scioperi negli stessi anni ci accorgiamo subito che la grande maggioranza di queste lotte erano lotte spontanee.

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La discussione teorica nel movimento operaio internazionale La decade che sta a cavallo del secolo è il periodo di pm intenso e appassionante dibattito teorico in seno al movimento operaio internazionale. È ovviamente impossibile accennare qui a tutti i temi centrali, ci limiteremo a isolarne alcuni e in particolare quelli che sono stati alla base della discussione e della progettazione politica del movimento dei consigli: rapporto tra spontaneità e direzione, funzione oggettiva e uso della spontaneità, rapporto tra tattica e strategia, rapporto tra sindacato e partito. Su questi temi si condusse la battaglia tra le tre grandi correnti del movimento operaio: revisionista, rivoluzionaria e anarco-sindacalista. Avendo ricordato soprattutto le lotte in Russia, Gerrnania e Stati Uniti, accennerò soltanto al pensiero di Bernstein, Rosa Luxemburg, Daniel De Leo e Lenin. Va anche ricordato che quasi tutte le opere fondamentali a questo proposito sono state scritte prima della rivoluzione russa del 1905. Bernstein, nella sua serie di articoli sulla "Neue Zeit" e nell'opera principale Le premesse ecc., toccava un punto molto importante. Egli sosteneva che il terreno dello scontro tra capitale e lavoro doveva essere visto nel rapporto salari-profitti. Da questa giusta constatazione egli traeva una serie di conseguenze che portavano il movimento operaio a perdere la prospettiva di classe della presa del potere. Ma non riusciremmo a comprendere perché le sue opere provocarono tanto subbuglio se non tenessimo presente che la formulazione iniziale da cui partiva era corretta. Da quella Bernstein ricavava due conseguenze: che la lotta sindacale, concepita come lotta economica, doveva sovrastare la lotta politica e quindi che il sindacato si trovava al di sopra del partito; che le forme di lotta dovevano escludere azioni dimostrative di massa per scendere sul terreno della concreta vertenza contrattuale; che la lotta politica doveva tener conto esclusivamente della crescita del potere economico della forza-lavoro e doveva limitarsi a creare il quadro istituzionale di questa crescita o, in altri termini, la sua sanzione giuridica. Di fronte alle concezioni bernsteiniane si poteva dire che perdevano di vista l'obbiettivo finale del socialismo, che lasciavano intatte le strutture del potere, ma non si poteva certo dire che non costituissero un superamento del fatalismo, del determinismo e del meccanicismo delle precedenti impostazioni della Seconda Internazionale. Esse rappresentavano l"'econornicismo" come teoria generale del movimento di classe, ma proprio per questo avevano una carica dina-

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mica e una possibilità d'immediata praticabilità, di cui s'accorsero subito i dirigenti delle grandi organizzazioni sindacali tedesche che le fecero proprie, scavalcando le esitazioni dei santoni del partito (Kautsky ), timorosi del distacco dalla ortodossia. Per il peso che le organizzazioni tedesche avevano in seno alla Seconda Internazionale, quest'adesione immediata dei sindacalisti conferf alla dottrina di Bernstein rapida risonanza e diffusione, anche se in certi paesi i sindacati erano fortemente influenzati dalle teorie anarco-sindacaliste, le quali, però, non dimentichiamolo, avevano in comune col bernsteinismo il rifiuto dell'organizzazione "partito" o il suo superamento. Nel 1903 avvenne il distacco ufficiale dei sindacati tedeschi dalla socialdemocrazia: in realtà non si trattò che di una dichiarazione di autonomia del sindacato dal partito. È chiaro allora che l'elemento politico, l'importanza del fattore "politicizzazione" nelle lotte operaie, assumeva per i rivoluzionari un significato fondamentale per contrastare il bernsteinismo. Occorreva riproporre una visione strategica e al tempo stesso formulare un tipo di organizzazione, un centro di decisioni, che potesse tenere saldamente in mano tattica e strategia. Ma questa riproposta doveva passare anche per una esa1tazione della spontaneità, come contestazione delle possibilità istituzionali del sindacato di controllare il processo di lotta nelle sue azioni singole ( tattica quotidiana) e nella sua linea complessiva. Ma non appena si parlava di spontaneità si usava un termine che era stato il punto di forza dell'anarco-sindacalismo. Bisognava togliere al termfne spontaneità il contenuto anarchico e alla parola politica il contenuto burocratico e imbelle che essa aveva assunto. Ormai non soltanto i dirigenti sindacali ma anche i dirigenti del partito socialdemocratico cominciavano ad accettare Ia prospettiva di Bernstein. Soprattutto bisognava parlare dei lavoratori non come forzalavoro ma come classe politica autonoma. Era difficile vincere questo dibattito teorico-politico in termini di maggioranza nelle organizzazioni di partito o in termini di migliori argomentazioni polemiche. Ci voleva un fatto di classe da gettare sulla bilancia e il 1905 fu per tutti i rivoluzionari il termine di verifica e la prospettiva di vittoria sul revisionismo. Ma le prime risposte rivoluzionarie a Bernstein sono precedenti. Iniziò la Luxemburg con Riforma sociale o rivoluzione? (1899) dove viene definito una volta per tutte il campo d'azione specifica del sindacato e il suo terreno istituzionale; la sua attività, secondo Rosa Luxemburg, "si limita semplicemente alla regolamentazione dello sfruttamento capitalistico secondo le condi-

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zioni del mercato," restando in tal modo "preclusa ogni influenza sul processo di produzione." Tuttavia essa metteva in luce come l'azione sindacale-economica potesse portare a una strozzatura dello sviluppo capitalistico, ponesse le premesse per una crisi del sistema. È a questo punto che "deve acquistare nuovo vigore la lotta di classe politica e socialista." Per quanto riguarda il rapporto salari-profitti, la Luxemburg cosi continua: "I sindacati ... non sono davvero in grado di condurre una politica economica aggressiva nei confronti del profitto, perché altro non sono che la difesa organizzata della forza-lavoro contro gli assalti del profitto stesso, che la risposta della classe operaia alla tendenza compressiva dell'economia capitalistica"; la lotta tra salari e profitti "non viene combattuta nel vuoto ma nei limiti determinati dalla legge del salario, ch'essa non può spezzare ma semplicemente attuare." L'altro punto importante toccato dalla Luxemburg riguarda il rapporto tra lotta politica e lotta per la democrazia ("oggi il movimento operaio socialista è e può essere l'unico punto d'appoggio della democrazia ... non i destini del movimento socialista sono legati alla democrazia borghese, ma piuttosto i destini dello sviluppo democratico sono legati al movimento socialista"). Per quanto chiaro ai fini di demistificare e smascherare la teoria di Bernstein, il discorso della Luxemburg lasciava scoperti troppi punti importanti; come tutti i discorsi di pura demistificazione, esso era essenzialmente un discorso di negazione, non ancora di ricostruzione. Rosa aveva capito che il bernsteinismo aveva messo in crisi sia la linea rivoluzionaria che la teoria del partito. Una delle formule piu fortunate di Bernstein era "il partito è niente, il movimento è tutto"; nel contesto in cui era stato impiegato, questo slogan avrebbe significato il passaggio da un partito di quadri a un partito d'opinione, ma va detto anche che questo slogan aveva il merito di mettere l'organizzazione di fronte al problema di un rapporto con i movimenti delle masse, abbandonando invece le deviazioni di feticismo per le scadenze interne di partito, di eccessiva attenzione agli aspetti amministrativi della organizzazione, gli eccessi d'autoconservazione. Bernstein intro~usse un elemento dinamico nella vita di partito, nella burocrat.1ca programmazione di una crescita organizzativa autosufficiente. Un altro degli slogan preferiti da Bernstein era "viva l'economia, abbasso la politica," che ricordava, singolarmente, quello degli anarco-sindacalisti francesi "méfiez-vous des politiciens ! " Rosa Luxemburg intuiva che la sua critica alla linea della SPD e dei

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sindacati poteva portare acqua al mulino delle teorie liquidatorie del partito, di un qualsiasi partito, vecchio o nuovo; alla versione anarco-sindacalista dello spontaneismo si sarebbe aggiunta - benché abilmente mascherata - una versione revisionista. D'altro canto essa non era disposta a rinunciare né alla sua critica alla burocrazia né alla sua valutazione del ruolo positivo della spontaneità. Ma la sua polemica antiburocratica non avrebbe portato acqua al mulino di coloro che criticavano l'organizzazione partito tout court e la politica tout court? La sua valutazione positiva della spontaneità non avrebbe portato acqua al mulino dello spontaneismo anarchico? Furono queste le preoccupazioni che portarono la Luxemburg a proporre una soluzione intermedia, che la portarono a quella che Lenin defini la teoria dell"' organizzazione-processo" e della "tattica-processo." In Problemi di organizzazione della socialdemocrazia russa ( 1904) ella infatti ribadiva l'idea secondo cui le masse sopravanzano il partito (" Il ruolo modesto dell'iniziativa cosciente degli organi dirigenti del partito nella formazione della tattica si può osservare anche in Germania e ovunque. In generale la tattica di lotta della socialdemocrazia nelle sue grandi linee non è inventata, ma è il risultato di una serie continua di grandi atti creativi della lotta di classe, spesso elementare; che fa i suoi esperimenti. Anche qui l'inconscio precede il cosciente, la logica del processo storico obbiettivo precede la logica soggettiva dei suoi protagonisti. Il ruolo della direzione socialdemocratica è essenzialmente conservatore"); ma al tempo stesso Rosa metteva in risalto come nella vecchia organizzazione non tutto fosse da buttar via (" c'è nella socialdemocrazia [ tedesca] un nucleo proletario già forte e educato che dà il tono e che è abbastanza cosciente da prendere i simpatizzanti declassati e piccolo-borghesi a rimorchio dell'azione rivoluzionaria"). Nel costruire la sua linea politico-organizzativa la Luxemburg doveva tener conto delle condizioni in cui si sarebbe dovuta muovere in Germania una corrente rivoluzionaria, ossia secondo un lavoro di tipo "entrista" nella SPD. Le sue annotazioni sociologiche tendono perciò a individuare quello strato di quadri di base del partito che per la loro origine e la loro preparazione meglio potevano apprendere la lezione della spontaneità, meglio potevano comprendere le tendenze e l'orientamento delle lotte che si svolgevano al di fuori o senza l'organizzazione. Soltanto un nuovo scoppio rivoluzionario avrebbe sbloccato la situazione interna di partito. Non è un caso infatti che talune remore del discorso di Rosa Luxemburg nel 1904 vengono eliminate nel

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1906, anno in cui pubblica Sciopero di massa, partito e sindacati, con l'analisi della rivoluzione russa del 1905. Dopo aver tracciato la fenomenologia degli scioperi di massa russo-polacchi, ella si pone il problema piu grave, quello della direzione_ e ?ell'or~anizzazione, ma le sue proposte sono ancora tropp~ g~nenche:. _la socialdemocrazia ha il compito di assumere la direzione politica anche nel bel mezzo del periodo rivoluzionario," "la tattic~ dell~ socialdemocrazia per la sua decisione e il suo rigore non sia mai al di sotto del rapporto effettivo delle forze, ma piuttost? eh: sopravanzi questo livello, questo è il piu importante compito d1 'direzione' nel periodo dello sciopero di massa." Come si vede, si tratta piuttosto di norme per il mantenimento di un corretto rapporto con la spontaneità, ma non si trovano ancora indicazioni precise sul modo di organizzare e piegare la spontaneità. Ancora una volta Rosa si trova a metà tra la sociologia dell'organizzazione e la teoria ·del partito ("la risolutezza e la decisione degli operai hanno anche qui un ruolo e certo l'iniziativa come l'ulteriore direzione spetta naturalmente al nucleo socialdemocratico del proletariato, in quanto il piu- organizzato e il piu illuminato"); in altri termini, la direzione spetta ai quadri di fabbrica del partito: nell'analisi degli scioperi russi, ella cita infatti con enfasi il rapporto del cartello sindacale di Pietroburgo, come modello di organizzazione-direzione. L'aver indicato alcuni limi ti del pensiero della Luxemburg non deve tuttavia farci dimenticare che la quasi totalità dei quadri operai e giovanili che diedero vita al movimento dei consi_gli avevano trovato le indicazioni pratico-teoriche fondamentali nelle sue opere; l'esperienza russa del 1905 fu fondamentale_ pe; ~oro, op~rai o intellettuali della nuova generazione appena 1scntt1 al partito; su di essi la "sinistra" della SPD si trovava a~ esercitare una forte influenza, sia per il ruolo dirigente di Karl L1e?~echt nell'o;~anizzazione giovanile - che diventerà un ce;11tro d1 di~senso politico tale da costringere la direzione a scioglierla - sia per la posizione preminente di Rosa nella Scuola centrale quadri. U~ ~ltro_ ~unto importante nell'opera del 1906 della Luxeme I an~1 finale che ella conduce sulla composizione di classe In Germa~a, parten~o, ~on a caso, dai minatori, anzi, da quella che e~a _chiama la mzserza dei minatori. Nel mettere bene in luce la SOC1alità della lotta negli scioperi di massa ella insiste sull'importanz~ che acquista l'unificazione politica' tra classe operaia, proletanato povero e sottoproletariato.

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Dato che per Lenin la spontaneità era il terreno minimo (e non come per Rosa Luxemburg il livello di lotta piu elevato) per iniziare un discorso sull'organizzazione politica, l'autore del Che /are? si trova ad aver già superato tutta una serie di nodi problematici nei quali Rosa era ancora invischiata. Senza fare un'analisi completa dell'opuscolo di Lenin, metteremo in luce i punti essenziali per comprendere in seguito la profonda diversità tra bolscevismo e movimento consiliare. a) Ogni discorso organizzativo è subordinato alla linea politica, perciò Lenin comincia col richiedere una rivalutazione della teoria per uscire dalle strettoie dell"' attivismo empiristisco "; in secondo luogo traccia con la maggior precisione possibile la linea di demarcazione tra il bernsteinismo o economicismo e l'ipotesi rivoluzionaria; infine affronta il problema del rapporto tra direzione e spontaneità e accusa l'economicismo di sottomettersi alla spontaneità e di svolgere quindi una mera funzione di agitazione nelle lotte spontanee. b) Gli intellettuali borghesi hanno il compito di portare dall'esterno - secondo la formula di Kautsky - la coscienza socialdemocratìca, che non si crea spontaneamente tra le masse operaie, per sottrarre queste masse alla naturale tendenza al tradeunionismo. ('' Abbiamo dunque constatato che l'errore fondamentale della 'nuova tendenza' della socialdemocrazia russa è di sottomettersi alla spontaneità ... La spinta spontanea delle masse in Russia si è prodotta ... con tale rapidità che la gioventu socialdemocratica ha mostrato di non essere preparata all'adempimento di questi compiti giganteschi. I rivoluzionari sono rimasti indietro al progresso del movimento, e nelle loro 'teorie' e nella loro attività non sono riusciti a creare una organizzazione che non abbia soluzioni di continuità, un'organizzazione permanente capace di 'dirigere' l'insieme del movimento.") e) Partendo dalla definizione di Engels della lotta economica e sindacale come "resistenza ai capitalisti," Lenin traccia i limiti istituzionali tra sindacato e partito; al primo spetta lottare contro il capitalista singolo, di un determinato settore, mentre "la socialdemocrazia rappresenta la classe operaia non nei suoi rapporti con un determinato gruppo d'imprenditori, ma nei suoi rapporti con tutte le classi della società contemporanea, con lo stato, come forza politica organizzata." I compiti d'agitazione e di denuncia politica vanno estesi perciò non solo nelle sedi della lotta economica operaia, ma in tutte le sedi possibili.

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d) Anche la soluzione terrorista è un errore perché non contribuisce in alcun modo all'organizzazione e alla direzione politica della spontaneità ma anzi vi rinunzia esplicitamente. e) La parte riguardante il "primitivismo" dell'organizzazione socialdemocratica in Russia - nessun gruppo escluso - è quella in cui Lenin sembra soffermarsi maggiormente sugli aspetti tecnici dell'organizzazione clandestina, in realtà il suo discorso mette l'accento soprattutto su quello che egli intende per livello specificamente politico del lavoro, distinto nettamente dall'agitazione, che ne è solo una parte, dall'intervento nelle lotte operaie, che ne rappresenta solo un settore, benché "il piu essenziale," proponendo al partito un tipo d'intervento articolato e complesso come quello svolto dalla socialdemocrazia tedesca. /) La grande portata del Che fare? risiedeva nell'estrema franchezza con cui Lenin affrontava questioni come la funzione degli intellettuali e degli operai: "Non soltanto i rivoluzionari in generale, ma anche gli operai rivoluzionari sono in ritardo sullo slancio spontaneo delle masse operaie ... il nostro primo obbligo consiste nel contribuire alla formazione di rivoluzionari operai, i quali, per quanto riguarda l'attività del partito, siano allo stesso livello dei funzionari intellettuali ... qualunque agitatore operaio che abbia un certo ingegno e 'dia delle speranze' non deve lavorare undici ore in officina; dobbiamo fare in modo che egli viva alle spese del partito ... Se spingiamo troppo poco gli operai su questa via, sulla via dell'addestramento rivoluzionario che è comune a loro e agli 'intellettuali,' se li tratteniamo troppo spesso con dei discorsi stupidi su quello che è 'accessibile' alla massa operaia, agli operai 'medi,' la colpa ricade su di noi." Benché Lenin non lo affermi esplicitamente già in quest'opera, è evidente il grande divario teorico e ritardo storico delle correnti rivoluzionarie centro-europee rispetto all'esperienza russa. Nel breve abbozzo di storia del partito bolscevico che Lenin formulerà ne L'estremismo ecc. (1920) si può vedere come egli e i suoi compagni, già nel 1902, guardassero con un certo distacco alle prime formulazioni di una nuova sinistra europea, ancora impacciata in questioni che l'esperienza russa aveva già bruciato. L'appoggio tattico alla Luxemburg non può nascondere le gravi divergenze, soprattutto sulla concezione del partito e sul rapporto direzione-spontaneità. Fino al 1918 Lenin si limiterà a fare i conti con l'opportunismo bernsteiniano, in seguito, consolidato il potere sovietico, farà i conti con Pannekoek, con Diiumig e quindi, indirettamente con la teoria dell'organizzazione-processo di Rosa, considerata' da lui ancora una

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volta come sottomissione alla spontaneità, identificazione del partito con i movimenti spontanei, confusione tra operai politicizzati, operai in lotta e quadri rivoluzionari professionali. g) Una cosa risultava chiara soprattutto e cioè che non era sufficiente per esempio che un operaio avesse una visione corretta della lotta di fabbrica, della lotta che egli materialmente organizzava, per farne un quadro rivoluzionario e un rivoluzionario professionale. Non era sufficiente rovesciare la funzione sociale che il sistema assegna all'individuo nella produzione in propria funzione politica, come minoranza agente all'interno del luogo di produzione, per ottenere un quadro bolscevico. L'organizzazione luxemburghiana rappresentava invece una rete coordinata di minoranze agenti capaci di esautorare le direzioni riformiste delle organizzazioni di classe. Ma è veramente tutta qui la divergenza tra Lenin e Rosa? Finora forse l'abbiamo ridotta ai termini formali piu scarni, ma non siamo riusciti a cogliere un altro elemento che è forse la chiave di volta per comprendere la posizione leninista: cioè che la distinzione tra rete di minoranze agenti e rete di rivoluzionari professionali è semplicemente una questione che riguarda gli stadi storici della lotta di classe e quindi i diversi livelli di sviluppo della spontaneità. Non si tratta di negare la funzione delle minoranze agenti per privilegiare quella dei quadri professionali, si tratta di concepire ambedue come espressioni del livello di crescita del movimento, il primo piu arretrato rispetto al secondo. Esistono dunque delle leggi di crescita del movimento, esiste la possibilità di determinare scientificamente il processo di formazione del partito, è possibile formulare una teoria scientifica del partito? A queste domande Lenin rispondeva che la scientificità di questa teoria è tutta rintracciabile nella maggiore o minore giustezza con cui si analizzano in un momento storico determinato i rapporti di forza tra le classi. Non si tratta perciò di preferire una cristallizzazione organizzativa al!'altra, si tratta di giudicare con esattezza qual è il livello effettivo raggiunto dalla lotta, in quale stadio di sviluppo del partito ci si trova. La stessa distinzione tra sciopero di massa, politico e insurrezionale è un esempio pratico di tre diversi livelli della spontaneità, dell'organizzazione, della lotta e del rapporto di forza tra le classi. E se delle leggi si possono rintracciare esse sono contenute nell'esperienza storica del proletariato, nelle rivoluzioni fallite. Come la costruzione di un argine si basa sempre sui livelli piu alti raggiunti dall'ondata di piena, cosf la scienza del partito

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deve contenere nel proprio orizzonte teorico tu~ti i livelli_ di lotta e di organizzazione raggiunti, per ripercorrerli e_ superarli ~] tempo stesso. Ad ogni nuovo e piu avanzato !(vello d1 lo~ta _co_msponde del resto una rioro-anizzazione del sistema cap1talist1co, come risposta dialettica alfurto di classe; la scienza del partito perciò si misura sempre coi livelli storici raggiunti dall'organizzazione capitalistica. L'ipotesi rivoluzionaria anticipa teoricamente quegli stadi della lotta che si tratta di suscitare praticamente; ma anche le ipotesi piu ardite vengono superate da livelli di lott~ imprevisti. Fu la situazione in cui. si trovò Lenin nel 1905 d1 fronte ai soviet, di fronte allo stadio sovietico dello sviluppo del partito, quello in cui la classe operaia si presentò come "potere." Molto è stato detto a proposito della polemica tra Rosa Luxe~burg e Lenin riguardo il problema della centralizzazione e del d~ritto al dissenso delle minoranze: nella storiografia del movimento operaio, la Luxemburg viene accusata di democraticismo deteriore oppure viene esaltata dai gruppi antistaliniani come anticipatrice della lotta contro la burocrazia repressiva e opportunista. Si è fatto di questa polemica un elemento giuridico-formale: è stata usata perlopiu in senso controrivoluzionario, soprattutto dai socialisti di sinistra. Forse è bene buttare a mare tutta questa storiografia, dell'una e dell'altra parte, per cercare di cogliere invece piu a fondo il senso dei discorsi di Rosa Luxemburg. Benché fortemente legata all'esperienza russo-polacca, il problema che ella aveva di fronte era quello della creazione di una frazione rivoluzionaria all'interno di un partito di quadri con larga base di massa e ampie possibilità di movimento come la SPD. Rosa si rendeva conto che riuscire a strappare la direzione delle lotte operaie alla politica opportunista della SPD era impossibile con strumenti di tipo minoritario, con puri strumenti politi~ e senza un rovesciamento del rapporto classe-sindacato. Ella s1 rendeva conto che questa operazione, all'interno di una società di tipo conflittuale come la Germania guglielmina, non era possibile con gli strumenti consentiti a Lenin. Ella inoltre si rendeva perfettamente coi,to del divario sempre piu grosso che andava aprendosi tra "operai e politica," tra proletariato in lotta e professionisti della politica. Non era solo un fenomeno limitato all'anarco-sindacalismo francese; Heywood, al congresso di fondazione dell'IWW, aveva gridato: "Tutti nell'IWW! Fuori i. politici!_"; R?sa Luxemburg si rendeva conto che l'organizzaz10ne politica m mezzo alla classe operaia era materializzata dai quadri operai di partito e che solo quelli avrebbero potuto, nel 36

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momento della lotta eversiva, impedire una spaccatura completa tra l'operaismo tout court e una direzione di tipo politico, solo quelli avrebbero potuto battere il trasformismo sindacale e l'opportunismo dei parlamentari e dei funzionari stipendiati. Ma probabilmente non si era accorta che il problema, arrivati a quel punto, sarebbe stato di spaccare il sindacato, invece di rompere il partito. Ma Rosa, come Lenin del resto, come tutti i politici cresciuti in Europa sul terreno della Seconda Internazionale, consideravano sacro il sindacato e ripetevano fino alla nausea che i sindacati europei, anche quelli piu opportunisti, erano tuttavia organizzazioni "dei lavoratori" e non cricche di gangster come i gompersiani d'America. La frazione che Rosa intendeva creare dunque era fondata essenzialmente sulla rete di quadri politici operai, quindi agganciata strettamente alle lotte di fabbrica e con un rapporto ambiguo col sindacato. Per concludere con una formula, al motto leniniano "prima il partito e poi la rivoluzione," ella rispondeva "prima la direzione operaia sul partito e poi la rivoluzione." Ma quello che per la Luxemburg era un problema di strato sociale nel partito, per Lenin era un problema di programma, diciamo pure di statuto, del partito. La direzione operaia e rivoluzionaria si aveva per Lenin vincolando i militanti a questo programma, dunque disciplinandoli alla centralizzazione. Rosa e Lenin parlavano a due tipi diversi di classe operaia, contro due tipi diversi di socialriformismo. Le condizioni per l'organizzazione di un movimento di classe politico e sindacale negli Stati Uniti erano profondamente diverse ed è alla luce di queste che va valutata la posizione di Daniel De Leon e la pratica dell'Industriai Workers of the World. C'è probabilmente da fare prima una precisazione a proposito dei rapporti tra De Leon e l'IWW. Considerato ideologo del movimento e in certa misura anticipatore della stessa organizzazione consiliare, De Leon ebbe in realtà una posizione subito minoritaria nell'IWW sino ad esserne espulso tre anni dopo la sua fondazione come dirigente di un partito politico; costitui a Detroit un'altra IWW, piegandosi sempre piu alla realtà del movimento, soprattutto in riferimento ai problemi della lotta politica e abbandonando via via ogni tipo d'impostazione elettorale. La sua fama presso i leader rivoluzionari europei (Lenin - secondo Reed gli avrebbe tributato un omaggio reverente dopo l'insurrezione vittoriosa) è dovuta probabilmente a una maggiore affinità di pro-

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blematica con la situazione europea. Tuttavia i suoi menti maggiori di "teorico" vengono in luce proprio quando egli si stacca dalla tradizione della tematica secondointernazionalista per piegarsi alla formidabile realtà della lotta di classe negli USA. Innanzitutto non si può paragonare la maturità della classe imprenditoriale americana e lo stadio dell'organizzazione produttiva statunitense con i loro corrispettivi europei. Ci si trovava di fronte a un gigantesco processo d'immissione di mano d'opera nel lavoro direttamente produttivo. I massimi sforzi erano concentrati sull'organizzazione del lavoro: tutti gli strumenti tecnici dell'apparato eflicientistico erano già pronti. Smancerie umanitarie e arroganze autoritarie erano estranee al ceto capitalistico americano. Era un processo di massa, non limitato soltanto ad alcune isole industriali. La società del capitale appariva spoglia da ogni residuo d'arretratezza, sia produttivo che istituzionale. La lotta tra operai e padroni, tra classe operaia e padrone sociale, non aveva come diaframma la barriera d'istituzioni politiche propria degli stati europei. Un elevatissimo livello della cooperazione sociale, un'impostazione globale della divisione sociale del lavoro, un'inesauribile {:apacità di rovesciare il conflitto in razionalizzazione e sviluppo, un controllo sulla forza-lavoro esercitato direttamente dall'apparato produttivo senza la mediazione di un sindacato conflittuale, un uso politico della mobilità di massa tutte queste cose conferivano al sistema statunitense caratteristiche inconfondibili, tali da assegnare all'Europa il ruolo di noiosa provincia. Tutte le libertà politiche e civili ridotte all'unica libertà capitalistica, la libertà del lavoro, portavano a un'identificazione totale tra fabbrica e società, quindi a una riduzione massima dello spazio politico inteso in senso tradizionale, come rappresentanza e come mediazione. E tutto questo sotto la molla e sotto l'incubo di una lotta operaia frontale. L'impressione di primitivismo e talvolta di superficialità o di ovvietà degli scritti di De Leon, cosi diversi dai :filosofemi avvocateschi di tanti leader europei, è una nostra deformazione. De Leon, ma probabilmente prima di lui e meglio di lui gli agitatori "sindacali" che furono alla testa dell'IWW, compresero che in quella situazione una organizzazione e un discorso politici rivoluzionari .dovevano presentarsi con caratteristiche cli massa speci:fìche e che quindi l'istituzionalizzazione di un'avanguardia era una cosa tutta da discutere. Tantomeno era pensabile una direzione centralizzata, come organismo militare che emana ordini per via gerarchica; il rapporto direzione-spontaneità probabilmente veniva rovesciato,

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perché si trattava di mettere in grado l'operaio collettivo di agire automaticamente o, meglio, autonomamente. Da cui il grande açcento messo sulla lotta e il disprezzo per l'ideologia. La lotta come unico organizzatore collettivo, in una gigantesca rivoluzione culturale, fotta di pochi principi: salario e orario, gatto selvaggio, nessuna trattativa, azione diretta, di massa e violenta, nessun vincolo all'agitazione, alla mobilità degli agitatori, egalitarismo. La divergenza tra De Leone i dirigenti dell'IWW, l'europeismo di De Leon, se vogliamo, risiede forse tutta nella sua disperata ricerca di un livello "politico" che non fosse la pura lotta di massa. E invece, probabilmente, questo era il punto in cui egli era arretrato rispetto agli altri. Come tutti gli intellettuali socialisti aveva cominciato col pensare che quel livello fossero le elezioni ma il bum (vagabondo), il wobbly, gli rispondeva che quella era roba da borghesi, da gente che porta gli occhiali e il pizzetto. Per lui, proletario e basta, la politica era il rapporto di forze col padrone. A nessun wobbly saltava in mente di pensare come sarebbe stata la società futura; a De Leon - intellettuale che voleva sapere come sarebbe stato un giorno il suo ufficio di uomo del potere conquistato - la cosa interessava e giu a fantasticare sulla società futura fondata sulle Unions. Per questo Gramsci lo scambiò per un anticipatore dei consigli. Partito, ideologia, utopia - questa triade della Seconda Internazionale, passata poi alla Terza - sono termini completamente estranei alla lotta di classe americana. Essi affiorano in De Leon ma come elementi secondari, schiacciati come sono da una realtà di lotta sociale, imposta e voluta dagli innumerevoli agitatori senza nome che misero in movimento tutte le sezioni di classe, tutti gli strati proletari USA. In De Leon si assiste a questa graduale perdita di autonomia della teoria, all'estinzione di un certo tipo di livello politico, partitico. È il caso in cui l'analisi degli scritti di un teorico ci dà molto meno che la descrizione delle lotte dell'IWW. Ciò che ci colpisce soprattutto è il rifiuto di ogni istituzionalizzazione del conflitto (oltre che della stessa pratica di trattativa), il rifiuto di firmare dei contratti quindi e in questo senso di stabilire anche una periodicità della lotta; il rifiuto di considerare la lotta come affare di fabbrica, puntando soprattutto sulle possibilità di comunicazione sociale dello scontro: un'organizzazione che - analogamente al principio delle Camere del Lavoro italiane si fonda su principi territoriali. Eppure, in tutto ciò, c'è un'omogeneità di fondo con le lotte europee e con la stessa impostazione

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consiliare e cioè proprio nel principio che la lotta e l'organizzazione trovano il loro terreno rovesciando la condizione materiale in cui il proletariato viene messo dal capitale. In Europa il rovesciamento delle aristocrazie del lavoro in avanguardie politiche, in USA il rovesciamento della mobilità in vettore d'organizzazione operaia. Perché la principale - la piu semplice - accusa con cui i quadri dell'IWW venivano schiaffati in galera era quella di vagabondaggio? Perché lo stile di lavoro dell'agitatore wobbly era modellato sull'esistenza del proletario mobile, oggi edile, domani disoccupato, dopodomani bracciante stagionale, il giorno successivo tessile, poi cameriere sui treni. Gli organizzatori dei lavoratori stagionali seguivano costoro nelle loro migrazioni dai confini del Messico al Canada. Il salario sociale di Ford nasce perciò da questa imposizione proletaria di un reddito che non cristallizza certo le divisioni di settore, di un rapporto egalitario col reddito. Internazionalismo ed egalitarismo sono dunque i pilastri dell'organizzazione IWW. Ciò che invece è al di fuori da ogni immagine eversiva è quello che da noi viene chiamato il potere in fabbrica. Proprio perché la nozione di fabbrica, che non fosse la fabbrica sociale, era estranea al mondo dei wobblies. E cosi com'è estraneo il fabbrichismo, cosi è estraneo ogni rapporto con l'abilità nel lavoro, evidentemente, con la qualifica. Prima dunque che la massificazione del lavoro fosse introdotta dalla linea di montaggio, l'operaio-massa era una realtà soggettiva, plasmata dagli agitatori wobblies, era un programma di scontro complessivo con la fabbrica sociale, col capitale sociale. La storia delle lotte americane è probabilmente l'unica in cui il movimento degli operai - al contrario di tanti esempi europei - non si prefigge né un rammodernamento delle strutture produttive né una organizzazione delle forze produttive piu arretrata di quella del capitale stesso in un determinato stadio dello sviluppo. La gestione degli affari ai padroni, la determinazione del lavoro socialmente necessario e del re?dito alla classe operaia. Probabilmente era questo il potere opera10 progettato dai wobblies, quando, invece di mettere giu una piattaforma di rivendicazioni e di andare al tavolo delle trattative, :fissavano unilateralmente salario e orario di lavoro, lo scrivevano su un pezzo di carta incollato ai cancelli e i padroni dovevano venir giu a prenderne conoscenza per poi rispettarlo - esecutori degli ordini operai. Quanti operai europei invece - stuzzicati da intellettuali che si dicevano loro amici - hanno sognato di mettersi alla scrivania e di mandare gli impiegati sulle linee e poi, per non aver preso un fucile o per esserselo fatto strappare di mano da

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quegli stessi intellettuali, si son trovati, dopo otto ore di fabbrica, sui banchi di una scuola serale? Ma, a parte l'ideologia antiegalitaria del lavoro, le differ("nze piu grosse tra il mondo wobbly e quello dei quadri bolscevichi europei risiedono proprio nel rapporto lotta-rivoluzione-potere. Ciò che non troviamo nell'IWW è proprio la concezione che la rivoluzione è un atto di gestione del potere, è la sostituzione di una macchina statuale con un'altra, è insomma la dittatura del proletariato e del partito del proletariato sulla società. Quando il modello comunista ha avuto il sopravvento sull'organizzazione wobbly? Intanto c'è da dire che è dall'IWW che esce un uomo come Poster, futuro segretario del Partito comunista americano e che Poster inizia la sua battaglia di linea nell'IWW in coincidenza con la discussione sulla centralizzazione. Ma questo non era ancora il punto chiave: l'essenziale era se l'IWW avesse dovuto continuare nella sua pratica anti-istituzionale oppure se avesse dovuto accettare il terreno specifico della trattativa, della norma contrattuale e quindi il terreno di una organizzazione piu statica e più stabile; se cioè l'IWW avesse o no dovuto diventare un sindacato tradizionale come prima tappa per una confluenza nell'AFL, creando le premesse per un unico sindacato unitario negli USA e quindi lasciando aperto il terreno a un'organizzazione specifica di partito; man mano che il ciclo di lotte si andava affievolendo, man mano che emergevano i problemi di difesa dalla repressione, man mano che invece di attaccare si trattava di resistere, il modello comunista s'imponeva come unica alternativa possibile. Il partito comunista americano riusci a gestire buona parte dell'eredità wobbly e ad inserirla nella grande operazione CIO in epoca rooseveltiana. Un ultimo problema, ma di grandissima importanza, è quello del rapporto tra IWW e popolo nero. Probabilmente qui occorre fare un grosso passo indietro, alla ricerca dell'avanguardia che ha scatenato le prime lotte negli USA, tra l'epoca della piantagione e la fine della guerra civile. La figura sociale che è al centro di questo primo ciclo d'insubordinazione è il nero transfuga della piantagione, poi il minatore nero del sud e l'operaio nero çlei primi grossi centri siderurgici (Birmingham) - unito ai forzàti bianchi. Né i Knights of Labour, né l'APL riescono a toccare questi strati proletari e tantomeno le masse nere ridotte al peonaggio dalla crisi della piantagione. Contro questi strati di classe si scatena la repressione capitalistica a cavallo del secolo. L'IWW non entra mai in contatto con queste masse proprio perché la

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forza-lavoro nera non è mai forza-lavoro sociale libera. Rimane compressa nella miseria del sud e fino alla seconda guerra mondiale non verrà mai fatta affluire nelle arterie dell'industrialismo del nord o dell'est. In Pennsylvania, nell'Alabama, nel Kentucky, se un nero lavorava in miniera entrava nell'United Mine Workers. La Western Federation of Miners, che è alla base della fondazione dell'IWW, raccoglieva i minatori di rame e del ferro dell'Utah, dell'Arizona, del Montana (Butte). I dieci milioni d'immigrati che l'IWW tenta di organizzare - e, come abbiamo visto, in parte ci riesce - rappresentano dunque per il capitale americano, sulla direttrice est-ovest, il fiume di carne umana che separa (che deve tener separati) i neri del sud dalle fabbriche settentrionali. Una diga di dieci milioni di proletari impedisce dunque per decenni ai neri di dare l'assalto allo sfruttamento metropolitano. L'I\XTW è legata storicamente a questa colossale opera di difesa del capitale bianco. In questo senso si chiarisce meglio la sua funzione d'iniziativa rivoluzionaria all'interno di questo piano tattico-strategico del capitale USA.

Guerra e rivoluzione Nell'agosto del 1914 la guerra imperialista spacca il movimento operaio in tre grandi correnti: i socialdemocratici che gestiscono il patriottismo e la collaborazione di classe come passaggio tattico verso una successiva gestione della società della ricostruzione e del lavoro, i pacifisti rivoluzionari - tra i quali collochiamo tutto il movimento zimmerwaldiano - che si attestano sul terreno della resistenza di classe alla guerra e al supersfruttamento, i bolscevichi, o meglio Lenin e pochi altri, che intuiscono la possibilità di rovesciare la guerra imperialista in guerra civile. Qui il quadro bolscevico, il militante bolscevico assume la sua figura specifica, militare, in funzione dell'insurrezione. Si è parlato sempre di tradimento della socialdemocrazia; in realtà si è trattato di un lucido e cinico progetto di cogestione tra capitale e sindacati, tra stato borghese e partito socialdemocratico. In Germania, subito dopo aver votato i crediti di guerra, i "rappresentanti dei lavoratori" impongono una serie di organismi paritetici sia a livello di fabbrica che a livello piu generale, come primo anello di quella catena che con l'Arbeitsgemeinschaft del 1918 si serrerà alla gola della classe operaia per strozzare il movimento consiliare. La guerra ha bisogno della collaborazione operaia e i

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socialdemocratici diventeranno, quanto piu patriottici, tanto piu pressanti, per proporsi come ceto politico di ricambio. In effetti non si spiega altrimenti la tempestività e la decisione con cui padroni e partito socialdemocratico si mossero dopo il 1918, né il violento risentimento antisindacale dei quadri consiliari; durante la guerra il sindacato aveva gestito e garantito in fabbrica il supersfruttamento, aveva denunciato alla polizia gli operai ribelli. L'organizzazione tradizionale viene investita dalla violenta vendetta operaia nel dopoguerra proprio nella sua figura di ceto politico, di funzionariato. L'ideologia operaista del movimento consiliare, la sua generica accusa al " politico di professione," la contrapposizione tra la figura sociale del salariato e la figura sociale del funzionario di partito, dell'intellettuale che fa politica, finiranno per investire sia la destra che la sinistra. Rosa Luxemburg non potrà nemmeno partecipare al primo convegno dei consigli, solo dopo una lunga battaglia potrà assistervi come osservatrice. L'autonomia operaia assume anche questo volto che oggi viene chiamato "rifiuto della delega." Del resto già nel 1905 le forme sovietiche dell'autonomia operaia avevano posto il problema del rapporto tra queste e il gruppo collaudato di rivoluzionari professionali. Non sappiamo se il destino della Luxemburg, espulsa dal convegno di quei quadri operai che anche i suoi scritti avevano formato, e quello di Lenin siano da imputare alla questione del rapporto tra direzione e spontaneità o quanto sia dovuto invece al fatto che Lenin e il suo gruppo avevano armato gli operai, si erano prefissi il programma di armarli, mentre il gruppo spartachista aveva continuato a vedere l'organizzazione come coordinamento e resistenza e l'astensione dal lavoro, il rifiuto del lavoro, come unica e sufficiente arma operaia. L'essenza del leninismo si sposta dal terreno del rapporto tra spontaneità e partito a quello del rapporto tra partito e insurrezione. In Germania il punto chiave è la presenza di quella formazione ambigua e contraddittoria che fu l'USPD, il partito socialdemocratico indipendente cui aderirono kautskiani e leader consiliari, centristi e spartachisti. L'ambiguità dell'USPD non era tanto, come pensaya Liebknecht, l'uso del parlamento - già nel '15 il leader spartachista aveva insistito sulla necessità di "azioni di massa extraparlamentari" (Spartakusbriefe) - quanto la mistificazione dell'autonomia operaia. Sotto l'ombrello dell'USPQ si posero i quadri sindacali dei metallurgici che organizzarono i primi scioperi contro la guerra nel gennaio del 1918 e dentro l'USPD si svolse la battaglia ideologica intorno al movimento consiliare.

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I ternuru erano quelli che ormai conosciamo: trasformazione dell'autonomia operaia in contropotere, in organizzazione democratica dei salariati, concezione dei consigli come organi di un potere democratico operaio, fondato sulla rappresentanza diretta. Lo schema formale della democrazia borghese appliçato all'autonomia operaia, questo il senso della socializzazione voluta da Kautsky. Gestione operaia della produzione, autogestione, costruzione di un potere alternativo che esautorasse di fatto il potere statale, concezione del potere della classe operaia solo in termini di accettazione/rifiuto del lavoro, solo in termini di ricatto operaio sulla forma di ca.operazione sociale, questa la concezione grosso modo di Dliumig. Lenin attaccò molto duramente Daumig proprio come teorico della mera autonomia operaia, nella realtà però tra i leader consiliari Daurnig fu il solo a voler riproporre una visione politica, una tattica commisurata dalla volontà di determinare cioè i singoli passaggi dei rapporti di forza. L'errore è. quello di vedere nel movimento consiliare una critica operaia alle forme del potere istituzionale borghese; questa può essere stata forse la forma, l'aspetto ideologico; il vero carattere rivoluzionario della fase consiliare in Germania è invece quello di una determinazione operaia della crisi, di un blocco dello sviluppo. Lo hanno capito molto bene i vecchi volponi di Versailles. L'imposizione di "quel" trattato alla Germania era praticamente dettata dalla necessità di togliere alla classe operaia le basi materiali della sua stessa esistenza; chi stilò le clausole punitive verso la Germania si era messo proprio sul terreno della doppia esistenza della classe, come forza-lavoro indissolubilmente legata al processo materiale di accumulazione e come classe operaia irriducibilmente antagonista allo sviluppo. Keynes, in quel momento, con i suoi "accorati" appelli era lo stratega che guardava piu in là, ma non il tattico-politico che doveva innanzitutto chiudere la partita con la classe operaia all'offensiva. Il capitale internazionale, a Versailles, corre sul filo del rasoio e rischia I' arresto del processo di accumulazione nella sua zona piu debole, la Germania, blocca il processo di sviluppo della sua composizione organica per arrestare la crescita della componente operaia, accetta la sfida del doppio carattere della merce forza-lavoro. E in questo senso scende sul terreno della lotta operaia che il movimento consiliare aveva contribuito a promuovere. Il capitale stesso distrugge la forma monetaria del rapporto di scambio, l'inflazione tedesca toglie dalle mani della classe il potere come salario; è la prima volta, nella storia, che la crisi

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Composizione di classe e teoria del partito alle origini del movimento consiliare

capitalistica non assume carattere di congiuntura ciclica ma di blocco dello sviluppo complessivo, è la prima grossa crisi capitalistica determinata dall'impatto operaio sul processo di valorizzazione. I "futuribili" nel movimento consiliare stanno tutti qui. Versailles e la NEP sono in fondo due movimenti paralleli: il primo è una decisione del cervello capitalistico di arrestare lo sviluppo per strozzare la crescita della classe, l'altra è una decisione del cervello operaio di rilanciare lo sviluppo per ricostituire le basi materiali di crescita della classe. La difesa delle istituzioni consiliari è dunque il mantello che copre questa lotta mortale tra capitale e lavoro e non sarà difficile alla burocrazia sindacale gestire questa difesa in termini di democratizzazione del sindacato. La democrazia sindacale è contro l'autonomia operaia tanto quanto ne è una componente. La capacità di "gestione" dei professionisti della politica socialdemocratici è impressionante: Noske, per esempio: prima si mette alla testa d~l movimento d'insubordinazione militare-operaio di Kiel accettando l'ideologia dei consigli, poi va a Berlino ad organizzare la guardia bianca. Il movimento consiliare si trova in effetti subito su un terreno di difesa e di resistenza; dal dicembre del 1918 in poi. Appena creati, i consigli debbono essere "difesi"; la carica operaistica, la critica di massa alla "politica" sono in effetti atteggiamenti difensivi. La SPD butta nel movimento consiliare, in questo movimento di nuove rappresentanze, tutti i suoi funzionari sindacali e di partito, esperti in mozioni e convegni, esperti nel gioco parlamentaristico. I consiliari riprendono il tema dell'azione diretta dopo aver perduto la battaglia delle maggioranze. La politica, la politica riformistica, vince il rifiuto del lavoro. I vecchi cervelli teorici del partito, Kautsky, Hilferding, Bernstein ve;:igono lasciati nell'USPD a seminare confusione nel campo dell'autonomia operaia, vengono tranquillamente lasciati a costruire le utopie della democrazia del lavoro, cosi come il capitale lascia che, per altro verso, le stesse utopie vengano fantasticate da Rathenau. Manca, durante tutto il movimento consiliare, un potere armato della classe operaia, che non sia semplice autodifesa, perché durante la guerra i quadri rivoluzionari nell'esercito avevano semplicemente predicato la resistenza alla guerra, avevano predicato il pacifismo contro il militarismo ed alla fine della guerra avevano voluto semplicemente l'abolizione delle gerarchie. I bolscevichi in Russia si erano prefissi invece il compito di formare un esercito rosso. Quando i capi dei sindacati e il grande padronato stringono

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Sergio Bologna

l'alleanza della fine del 1918, avevano già di fronte il quadro completo della meccanica della rivoluzione in Russia e si preoccupano in primo luogo di organizzare e gestire la smobilitazione, l'operaio dal cannone - dicono - deve tornare quanto prima al suo tornio. Un programma preciso di disarmo controrivoluzionario viene gestito con la stessa ideologia pacifista, sullo stesso terreno antimilitarista della Seconda Internazionale e di buona parte dei zimmerwaldiani. Scioperi di massa sf, ma non insurrezione. Non è dunque sul terreno della gestione operaia del lavoro produttivo che il movimento consiliare è fallito, ma su quello del rapporto tra scioperi di massa e insurrezione, tra rifiuto del lavoro e insurrezione. Si continua a dire che la determinazione operaia della crisi, dal 1918 al 1923, ha prolungato il rifiuto del lavoro come movimento continuo, strisciante, senza creare il partito. Ma d'altro canto si fa osservare che il partito senza determinazione della crisi e lotta contro lo sviluppo non è un partito rivoluzionario. Il fallimento dei movimenti consiliari non rimanda dunque il problema del rapporto tra autonomia e partito di professionisti, ma semmai quello del rapporto tra lotta contro lo sviluppo e insurrezione, e potere operaio armato. Abbiamo visto nella storia successiva quante volte l'insurrezione è stata invece la premessa per una ripresa dello sviluppo. Il leninismo forse è l'estremo limite cui è arrivato il livello insurrezionale e la classe come autonomia, dove il partito è ancora minoranza agente. Il pensiero maoista è andato piu avanti, concependo la classe come partito, il partito come maggioranza di popolo, il partito come maggioranza sociale e spostando il terreno dell'insurrezione dal breve colpo di stato alla guerra di lunga durata. Col maoismo insurrezione è diventato un termine spontaneista.

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Anni Venti: lotte operaie USA DI GEORGE P. RAWICK

Prima di passare a dare qualche indicazione sulla storia della classe operaia americana degli anni Venti, vorrei fare alcune considerazioni generali a proposito della classe operaia americana. La sua storia è perlomeno violenta e sanguinosa quanto quella di qualsiasi altra classe operaia: anzi, per gran parte della storia americana, la lotta è talmente scoperta e la forza delle armi tanta - da entrambe le parti - da trovare altrove pochi paralleli. D'altra parte, se gli Stati Uniti sono un paese relativamente privo di ideologie sociali o politiche, questo non significa che non ci siano stati movimenti coscientemente radicali all'interno della classe operaia americana. Il Socialist Party di Eugene Debs, la cui ascesa e declino si iscrive nell'arco dei venticinque anni precedenti la fine della prima guerra, uni gli operai immigrati dall'Europa - molti dei quali erano giunti negli Stati Uniti con un'ideologia coscientemente socialista - e operai e agricoltori poveri nati negli Stati Uniti. Alla sinistra del Socialist Party vi era l'Industria] Workers of the World, l'IWW, uno dei piu straordinari movimenti sociali di qualsiasi paese. L'IWW si impegnò in scioperi di massa nell'industria tessile di Lawrence, nel Massachusetts, sulla costa atlantica, e nei porti e cantieri navali di San Francisco, nei campi di legname dell'Oregon e dello stato di Washington sulla costa del Pacifico. L'IWW costitui la leadership del grande sciopero dell'acciaio del 1919. L'IWW dispiegò al piu alto livello la mobilità geografica e sociale americana. Erano molte le occasioni in cui un organizzatore dell'IWW (un wobblie) veniva messo in prigione in una cittadina dell'Oregon e la notizia correva lungo le linee ferroviarie, spesso con l'aiuto dei telegrafisti che erano attratti in gran numero all'IWW; in mezza giornata o una giornata arrivavano

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George P. Rawick

cinque o diecimila wobblies nella cittadina, la paralizzavano, chiedendo persino di essere messi in prigione sotto la stessa imputazione. La prigione di solito non li conteneva tutti e i suoi buoni cittadini erano inorriditi dalla loro presenza. Solo col rilascio del prigioniero le autorità convincevano i wobblies ad andarsene. Dopo la fine del periodo di maggiore attività dell'IWW, quando la maggior parte dei suoi membri si iscrisse al Partito comunista di recente formazione, nessuna organizzazione politica rivoluzionaria ha contato seriamente negli Stati Uniti. Il Partito comunista fu raramente una forza genuina all'interno della classe operaia, tranne in settori industriali marginali - quale, ad esempio, quello tessile del Sud. La realtà del Partito comunista è in netta contraddizione con le affermazioni del Partito comunista - cosf come sono formulate ad esempio negli scritti di William Z. Poster e del Federai Bureau of Investigation. Le esigenze burocratiche di queste organizzazioni vogliono che la realtà del Partito comunista stesso sia fortemente esagerata. Ora, le caratteristiche organizzative della classe operaia americana presentano un diflìcile problema, soprattutto se messo a confronto con l'esperienza europea. Negli Stati Uniti vi è una classe operaia con una storia di lotta armata violenta ed estesa come virtualmente in nessun'altra parte del mondo. Da tale classe operaia per qualche decennio pare che si sviluppino un'organizzazione ed un partito socialista di massa. Poi questa organizzazione scompare: perché non vi è socialismo negli Stati Uniti, anche se vi sono state grandi lotte e grande combattività. Sono state date parecchie risposte, la maggior parte delle quali derivano, credo, da un'interpretazione errata dell'esperienza europea. I partiti socialisti europei hanno svolto un compito importante che non era necessario negli Stati Uniti. Lottarono e conquistarono, e difesero, la democrazia politica, la partecipazione della classe operaia alla democrazia parlamentare. La democrazia politica non era qualcosa di immediatamente o facilmente garantito dalle classi medie in Europa. In effetti, la lezione del 1848 - che la classe operaia imparò - diceva che senza organizzazioni politiche indipendenti non ci sarebbe stata democrazia parlamentare a cui partecipare. Ma la conseguenza fu che i partiti socialisti non tentarono di distruggere lo stato borghese. Ne sarebbero diventati i suoi amministratori. Le vittorie a breve scadenza che la classe operaia poté conseguire attraverso le organizzazioni socialiste non risolvevano automaticamente i problemi di classe a lungo termine. 48

Anni Venti: lotte operaie USA

I partiti socialdemocratici di massa in Europa e i partltl comunisti francese e italiano diventarono i rappresentanti della classe operaia, per e nello stato, relativamente ad alcune questioni: la istruzione di massa, la democratizzazione della cultura, i progressi dell'assistenza sociale, migliori pensioni e migliore trattamento sanitario, la protezione e la difesa del diritto della classe operaia alla piena partecipazione politica. Non sono questi compiti minori, hanno un significato preciso, sono parte dei legittimi fini del socialismo, ma non sono il socialismo. Negli Stati Uniti, caso praticamente unico nel mondo, il compito di conquistare il diritto alla partecipazione alle istituzioni parlamentari per la classe operaia non dipese dalle organizzazioni e dai partiti operai di massa. Proprio perché non c'era un vero passato feudale in America, ogni uomo era un cittadino, almeno ogni uomo bianco. A partire dal 1848 la classe operaia europea comprese che soltanto la sua organizzazione poteva conquistare e mantenere i diritti e la partecipazione democratica. Ma nell'America agraria dei decenni precedenti la guerra civile tutti gli adulti bianchi maschi avevano il diritto di voto; almeno dal 1830 in poi e in parecchi stati anche prima. Se alcuni stati dell'Est imponevano una certa e relativamente esigua proprietà come condizione per il voto fino al decennio 1830-40, negli stati di nuova formazione del Midwest e negli stati di montagna dell'Est - quali Tennessee, Kentucky e West Virginia - vi era suffragio universale maschile - bianco - dai tempi dell'indipendenza. Il nuovo capitalismo industriale che emerse dalla guerra civile non tentò seriamente la distruzione dei diritti politici della classe operaia. Erano troppo solidamente assicurati. Non era pertanto necessario un partito politico di massa della classe operaia per mantenere o far avanzare i diritti politici della classe operaia, e finora negli Stati Uniti non ci sono state minacce di abrogarli, come è invece avvenuto qua e là in Europa. Negli ultimi venticinque anni il Partito democratico ha funzionato sotto molti aspetti come un partito socialdemocratico di massa senza avere, ovviamente, alcuna ideologia socialdemocratica. Cosf, per esempio, quanto passa per politica di assistenza sociale scaturisce dal Partito democratico. Il Partito democratico si è impegnato per l'aumento dei finanziamenti per l'istruzione, per la sicurezza sociale (con l'assistenza sanitaria) e l'espressione della partecipazione politica - se non della classe operaia stessa perlomeno dei sindacati. Premesso quanto sopra, possiamo passare alla discussione

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della storia della classe operaia americana negli anni Venti. Il grande sciopero del 1919 segnò la fine di un periodo. Sulla base della tradizione del sindacato di massa dell'IWW - tradizione dalla quale erano sorte lotte come lo sciopero tessile di Lawrence, nel Massachusetts, del 1911 e lo sciopero generale di Seattle· alla fine della prima guerra - ci fu allora un gigantesco sciopero di quasi tutti gli operai dell'acciaio contro la compagnia piu forte, l'United States Steel. Gli operai erano divisi in decine di esigui sindacati di mestiere, e sotto la leadership di due membri dell'IWW, William Z. Foster ed Elizabeth G. Flynn - che sarebbero presto diventati leader del partito comunista di recente formazione - tentarono di superare i limiti organizzativi di questa struttura di mestiere. Durante la guerra, l'introduzione di una notevole razionalizzazione tecnologica e dell'intero apparato del taylorismo - dallo studio dei tempi e dei movimenti allo sviluppo di piu moderno ed efficiente macchinario nel settore dell'acciaio aveva aumentato considerevolmente il tasso di sfruttamento. Qui sta l'origine della lotta. Ma la forma organizzativa del sindacato di mestiere non era tanto potente da resistere all'attacco di un settore altamente razionalizzato come quello dell'acciaio, e lo sciopero fu battuto dividendo e contrapponendo i singoli sindacati di mestiere. Conseguenza di questa sconfitta fu la pace sociale che caratterizzò l'industria pesantemente razionalizzata degli anni Venti. Si deve ricordare quanto sia stato importante il taylorismo nelle continue trasformazioni della forza-lavoro in merce e nella determinazione della continua resistenza opposta da parte degli operai in fabbrica. A leggere lo studio di Aitkin sull'introduzione del taylorismo nell'arsenale di Watertown,1 nel Massachusetts, durante la prima guerra, ci si accorge che lo spazio di vita sul luogo di lavoro era ancora considerevole prima dell'introduzione del massimo prodotto del taylorismo, la linea di montaggio. Nell'arsenale di Watertown, gli operai mantenevano un notevole controllo del loro tempo, avevano il diritto di concedersi pause abbastanza lunghe a loro discrezione, organizzavano il loro lavoro in modo da assecondare esigenze e voglie. Gli operai potevano assentarsi regolarmente un giorno o due al mese per sbrigare i loro affari personali - che spesso comprendevano una minuscola / arm o altri cespiti di entrata. Vi erano abitudini di lavoro ben definite che 1 H.S.J. AITKJN, Tay/orism al Watertown Arsena/, Harvard University Press, Cam• bridge, Mass. 1960.

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Anni Venti: lotte operaie USA

gli operai proteggevano lottando. Gli operai controllavano in buona parte le assunzioni, sbrigavano direttamente i rapporti con i compagni di lavoro su questioni come i sussidi a seguito di decesso o l'assistenza sanitaria. Il taylorismo e la linea di montaggio furono concepiti allo scopo di razionalizzare questo rapporto, di strappare agli operai questo spazio di vita a vantaggio di una maggiore efficienza. Gli anni Venti furono caratterizzati da notevole razionalizzazione nel settore dell'acciaio, dell'automobile, del materiale elettrico, del petrolio e dei prodotti chimici. Ne segui non soltanto l'aumento del tasso di sfruttamento, ma anche - in termini assoluti - quello del salario, benché ad un tasso minore del taglio dei tempi, e l'impiego diventò piu stabile per coloro che erano occupati. Per esempio, è Henry Ford che presiede all'introduzione della linea di montaggio e della paga di 5 dollari al giorno - che rappresenta un aumento straordinario rispetto agli standard prebellici. Se è vero che con 5 dollari al giorno un operaio non poteva vivere bene, poteva però permettersi una casa, cibo a sufficienza e vestiario. Niente di piu, ma questo rappresentava ovviamente un aumento notevole per gli operai americani che prima non avevano conosciuto livelli salariali piu alti di quelli conosciuti dagli operai degli altri paesi industrialmente avanzati. Si deve ricordare che il confronto tra la nuova esperienza americana e l'esperienza europea era piu che mai significativo per gli operai americani, molti dei quali erano di origine straniera ed erano in contatto con parenti in Europa. Per quelli che non avevano un metro europeo di confronto, c'era il confronto tra il loro standard di vita nei settori industriali di recente razionalizzazione e le origini rurali dalle quali provenivano, oppure la situazione dei settori industriali a bassa capitalizzazione e minor grado di razionalizzazione. La trasformazione della popolazione rurale in operai industriali negli Stati Uniti degli anni Venti avvenne in condizioni che comportavano netti aumenti nello standard di vita. Era, ovviamente, un'esperienza notevolmente diversa da quella, per esempio, degli operai inglesi all'inizio della rivoluzione industriale che sperimentarono il peggioramento delle loro condizioni quando vennero cacciati dalla terra con la politica del!' enclosure e con la legislazione sociale del diciottesimo secolo. Comunque, la situazione degli operai nei settori industriali razionalizzati non era certo buona. Se la busta-paga· in questi settori aumentò, il tasso di sfruttamento aumentò piu che proporzionalmente. Gli anni Venti non furono soltanto caratterizzati dalla razio-

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nalizzazione, dal taylorismo e dalla linea di montaggio; fu questo il periodo della maggiore espansione del capitale amerkano fuori dei confini degli Stati Uniti, almeno fino a quel momento. Sino a poco prima della guerra, il capitale americano non solo trovava ampio campo di investimenti remunerativi negli Stati Uniti il Sud e l'Ovest erano sotto molti aspetti colonie interne dell'Est - ma gli Stati Uniti importavano capitale dall'Europa. Con la prima guerra mondiale, l'espansione nell'America latina che era cominciata con la guerra ispano-americana apri nuovi spazi nel mondo. Il governo coordinava le iniziative col gruppo capitanato dagli interessi Rockefeller e Morgan-Mellon per estendere il controllo americano al petrolio del Medio Oriente; i produttori americani di acciaio e di materiale elettrico cominciarono a sviluppare rapporti di cartello con le industrie francesi e tedesche; la produzione chimica americana si legò piu. strettamente agli interessi tedeschi, olandesi, francesi e italiani. Questi movimenti accelerarono lo sviluppo del capitale americano e diedero agli operai americani che erano occupati in settori industriali avanzati un certo vantaggio economico rispetto agli altri operai sia negli Stati Uniti che altrove. Lo sviluppo di cui si è detto lasciava in larga misura in disparte il Sud, che, ad eccezione di alcune aree, rimaneva una colonia del Nord, basata sull'agricoltura e sulle industrie produttrici di beni di consumo, caratterizzate da bassi salari e bassi livelli di capitalizzazione, in primo luogo fabbriche tessili e mobilifici. Vi erano le eccezioni di Birmingham e Montgomery, in Alabama, ma appunto la produzione di acciaio che qui si eseguiva differenziava queste due città dal resto del Sud. La regione rimaneva sostanzialmente rurale, mentre saliva la tendenza alla trasformazione delle fattorie in fabbriche rurali, con l'espulsione della forza-lavoro dalla terra alle città. Da questa fonte è venuta la grande massa del proletariato interno americano ( ove proletariato venga inteso in senso strettamente tecnico) dopo la fine dell'immigrazione di massa dall'Europa nel 1924. Vi furono comunque forti lotte operaie negli Stati Uniti degli anni Venti ma questi scioperi erano tutti localizzati nelle industrie a· bassa capitalizzazione, quali il settore tessile, delle confezioni e dei beni di consumo piu a buon mercato. Qui le innovazioni tecniche possibili erano limitate, la maggior parte delle industrie erano nel Sud e occupavano operai bianchi con bassi salari, o erano nel Nord e occupavano donne. Gli scioperi furono il risultato dei tentativi di intensificare il ritmo di lavoro, abbassare

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Anni Venti: lotte operaie USA

le buste-paga e peggiorare le condizioni di lavoro. Negli scioperi quali quello di Loray nel Tennessee, di Danville e Gastonia nella Carolina del Nord, di Passaic nel New Jersey, il Partito comunista fu in grado di svolgere un ruolo importante proprio perché l'AFL non era incline a tentare di organizzare in sindacato operai scarsamente qualificati e localizzati in aree arretrate. Questo tipo di lotte continuò all'inizio degli anni Trenta, in un'ondata di scioperi e di scontri sanguinosi nelle miniere di carbone bituminoso del Kentucky e della West Virginia. Anche qui si è di fronte ad un settore incapace di modernizzare, ed anche qui il Partito comunista riusci a svolgere una funzione significativa. Se da un lato si devono ricordare queste lotte singole, in quanto momenti rilevanti della storia della classe operaia americana, non si deve esagerarne l'importanza. Il grosso della classe operaia nell'industria statunitense degli anni Venti, e specialmente dopo la sconfitta dello sciopero dell'acciaio del 1919, non fu in grado nel decennio di trovare nuovi metodi di organizzazione e di lotta per affrontare la linea di montaggio e il taylorismo, mancando in particolare una seria leadership dell'AFL. Non vi è niente di sorprendente in tutto questo, perché quando gli operai si muovono, devono muoversi in modo unanime, o almeno in modo unanime all'interno di una data unità produttiva. I problemi posti dalla produzione di massa e dalla linea di montaggio richiedevano tempo e pressione costante prima che gli operai riprendessero a lottare. Ma quando essi ripresero la lotta, si mossero con la rapidità e la sicurezza del CIO (Committee of Industriai Organization), con lo strumento del sindacalismo industriale di massa. E in tale lotta, gli operai americani conquistarono, in uno scontro diretto, il piu alto standard di vita mai conosciuto dalla classe operaia.

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Lo sciopero generale inglese del '26 DI MAURO GOBBINI

Lo sciopero generale del 1926 in Inghilterra rappresenta un punto fermo nella storia della classe operaia mondiale e del capitale. L'importanza che esso ha avuto per il capitale non può essere nascosta dalla letteratura capitalistica e riformistica che tenta di ridurlo ad un episodio notevole delle dispute industriali seguite alla prima guerra mondiale. Infatti, se lo sciopero ebbe la causa immediata nella crisi del settore carbonifero, esso tuttavia investi tutta l'organizzazione capitalistica della produzione in Inghilterra, e non per il legame "merceologico" che questo settore aveva con gran parte dell'industria inglese - trasporti, acciaio, elettricità, chimica, ecc. - ma perché quella crisi, che durava da anni, apri un processo di maturazione della classe operaia inglese ed europea e costrinse il capitale a fare i conti con essa e a mutare radicalmente la tattica e la strategia della sua politica. Lo sciopero generale del '2 6 toccò i due punti centrali dello sviluppo del capitale: il salario, la sua "funzione" organica allo sviluppo del capitale, e la durata della giornata lavorativa, cioè la sua ristrutturazione sociale. Non è casuale che la consapevolezza del capitale del livello raggiunto e delle sue necessità di sviluppo la si ritrovi insieme nei settori piu avanzati dell'organizzazione politica del capitale stesso e della sua scienza economica: Keynes, parte della sinistra dell'Independent Labour Party e un'ala del Conservative Party. In The Economie Consequences of Mr Churchill ( 1925), Keynes critica la prospettiva aperta dal ritorno all'oro e dalla politica di Baldwin di una riduzione dei salari. In particolare per il settore minerario la riduzione della quota salari doveva essere ottenuta, secondo i provvedimenti governativi, con il taglio dei salari monetari e con il prolungamento della giornata lavorativa: due misure classiche di una economia che, osserva Keynes, ha perduto il suo dinamismo creativo. Nel 1926, a due mesi

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Mauro Gobbini

di distanza dalla fine ufficiale dello sciopero generale, Keynes si recò a Berlino per una conferenza sul laissez-faire a economisti e industriali, e parlando dello sciopero osservò che esso era stato la risposta tradizionale delle Trade Unions ad una politica economica tradizionale del capitale. E ancora nel '26, nella polemica che aprf contro i cotonieri del Lancashire, Keynes · toccò i punti centrali del problema del capitalismo inglese: la tendenza disa.strosa al taglio dei salari monetari in una situazione di inefficienza tecnica e di concorrenza internazionale, anziché lo sforzo di razionalizzare i processi produttivi addossandone il costo non direttamente sul salario monetario mediante una riduzione di esso, ma "indirettamente" mediante la ristrutturazione sociale della giornata lavorativa, ciò che presupponeva: concentrazione del capitale, efficienza tecnologica dell'industria, migliore e piu razionale impiego della forza-lavoro. La scoperta del salario come elemento dinamico dello sviluppo del capitale e come strumento formidabile per il controllo della forza-lavoro avviene nel Keynes in questi anni, attorno al '20-26, ed è una scoperta che matura in piu parti sotto la spinta delle lotte di classe. Proprio un altro dei piu saggi economisti borghesi, lo Schumpeter, analizzando questo periodo di sviluppo del capitale osserva che "la nascita dell'interesse operaio per una posizione di potere politico e talvolta di responsabilità e che è senz'altro il piu importante sintomo di un profondo mutamento nelle strutture sociali, è chiaramente un prodotto del capitalismo [ ... ] che ha creato un mondo politico e atteggiamenti politici fondamentalmente incompatibili con se stesso ... "1 Pochi giorni prima dell'inizio dello sciopero generale anche l'Ufficio Centrale del Conservative Party in un documento pubblico sottolinea che al di là delle controversie piu appariscenti il problema del momento è quello della giornata lavorativa, della sua ristrutturazione e che su questa "è desiderabile concentrare l'attenzione piuttosto che sulla riduzione dei salari. "2 In un rapporto ufficiale all'Independent Labour Party, dal significativo titolo The Living W age, alcuni esponenti della sinistra laburista tra cui Brailsford, Hobson e Wise, scrivono, sempre nel 1926: "salari bassi significano limitazione del mercato interno. I benefici di una produzione di massa non possono essere realizzati a pieno perché la capacità delle masse di consumare diminuisce in accordo con la capacità delle macchine a 1

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Busines, Cyc/es, p. 180. Cit. in MuRRAY, Tbe generai Strike of 1926, p. 80.

SCHUMPETER,

Lo sciopero generale inglese del '26

produrre" e i rimedi sono: 1) "la necessaria espansione del credito e della liquidità in accordo con l'aumento della produzione di beni e di servizi ... "; 2) "una pi u ampia distribuzione del potere d'acquisto." Altrettanto signifìcativamente il sindacalista Arthur Pugh, nel discorso ufficiale della presidenza del Congresso delle Trade Unions a Bournemouth nel settembre del 1926, dichiara: "lo sciopero ha riflettuto il crescente malcontento degli operai contro l'intera struttura e la politica del sistema industriale e la loro decisione a resistere contro l'idea tradizionale che mediante il nuovo espediente dell'abbassamento del livello di vita degli operai si possa migliorare un commercio malato, rianimare un'economia e mettere l'industria in una condizione di prosperità. "3 In una situazione di diffusa consapevolezza dell'importanza critica di una prova di forza, della necessità di questa prova, il fallimento toccò in egual misura al capitalismo piu retrivo e alla parte del movimento operaio ufficiale piu grettamente riformistico. Anche in questo senso, quin di, la grande prova del '26 servi a qualcosa: liberò il campo da ogni illusione riformistica e ricondusse la lotta tutta dentro la fabbrica proprio nel momento in cui ogni sforzo era stato teso a portarla su istanze democratiche. La classe operaia si trovò da sola a fronteggiare l'attacco del capitale, osservò i mercanteggiamenti tra governo e dirigenti operai lasciando che essi toccassero il fondo di un vero e proprio tradimento della classe, ma sperimentò la forza della sua unità e la sua capacità organizzativa autonoma proseguendo per settimane la lotta anche dopo la fine ufficiale di essa (lo sciopero generale andò dal 6 al 12 maggio 1926). La situazione era chiara per gli operai: "le forze operaie organizzate erano guidate da riformisti socialisti e le forze del governo da gente che riteneva con coscienza di classe che il conflitto fosse inevitabile. "4 Si trattava di provare che l'inevitabilità del conflitto stava nell'irriducibilità della classe operaia al piano del capitale. Infatti, se da una parte il primo ministro Baldwin poteva pensare - e scrivere qualche anno dopo - di aver provocato lo sciopero generale "per scoraggiare i capi sindacalisti e rompere l'unità dei sindacati che aveva cominciato a manifestarsi nel 1925,"5 dall'altra si riconosceva che "l'attacco ai minatori [era] solo una parte dell'attacco generale contro le forze operaie organizzate. "6 3 Ancora in MURRAY, op. cit., p. 176 (il corsivo è nostro). ~ K. Martin, cit. in MuRRAY, op. cit., p. 96.

' Ivi, p. 199. ' Ivi, p. 117.

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Ma11ro Gobbini

L'obiettivo capitalistico del controllo dei mpvirnenti della forza-lavoro mediante la riorganizzazione dei processi produttivi e la ristrutturazione della giornata lavorativa presuppone una capacità d'intervento a tutti i livelli dell'organizzazione produttiva e della classe operaia e questa capacità diventa neces;aria e indispensabile quando il livello raggiunto dal capitale esige un rapporto critico e dinamico tra la "classe dei produttori," gli operai e i possessori di capitale. Ma l'intervento deve essere mediato perché arrivi a funzionare, di qui la necessità tutta del capitale di catturare la classe operaia in forme dinamiche, in un tipo di organizzazione che solleciti nella direzione della razionalizzazione dei modi capitalistici cli produzione la collaborazione operaia. Lo sciopero generale del '26 e le lotte negli anni tra il 1919-20 e 1925 in Inghilterra sono comprensibili solo in questa prospettiva della politica del capitale, esse sono la risposta operaia al tentativo di rendere organiche ad un livello sociale della produzione quelle forme organizzative della forza-lavoro introdotte nel periodo della produzione bellica. La guerra, infatti, lungi dal rappresentare una soluzione di continuità nello sviluppo del capitale inglese, ha rappresentato proprio per esso l'occasione desiderata e cercata di avviare quelle riforme che le mutate condizioni interne ed internazionali esigevano dal capitalismo inglese. Osserva Keyncs nel 1926: "l'esperienza di guerra nell'organizzazione della produzione socializzata ha lasciato alcuni che l'osservarono da vicino ottimisticamente ansiosi di ripeterla in condizioni di pace. Il socialismo di guerra ottenne senza dubbio una produzione di ricchezza su scala assai maggiore di quanto si sia mai visto in pace, giacché sebbene le merci ed i servizi ottenuti fossero destinati ad estinzione immediata ed infruttifera, non di meno essi erano ricchezza. "7 La "produzione socializzata" avviata e sperimentata in periodo bellico poggiava sulla cooperazione tra operai e capitale, sulla possibilità e capacità dello stato di intervenire come strumento di rimozione delle difficoltà sorte da questa cooperazione e come meccanismo cli accelerazione del processo di accumulazione e razionalizzazione in quei settori primari dell'industria dove il capitalista singolo non aveva piu capacità di muoversi. Il momento significativo dell'esperienza del periodo bellico era essenzialmente quello della collaborazione a livello d'organizzazione della produzione in fabbrica. Sotto il velo della necessità storica ' In La fine del /aissez-faire, Torino 1926.

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Lo sciopem generale illglese del '26

d'intervenire nella guerra con quanta maggior forza materiale ern possibile, gli operai, sembrava, avevano accettato i criteri e le forme di una produzione di massa che richiedeva il superamento automatico di ogni contesa di lavoro, l'aumento massimo possibile della produzione con un aumento dei salari controllato dall'alto. Era vero che la produzione bellica aveva provocato la necessità di forme organizzative operaie dentro la fabbrica non sempre controllate dai sindacati, ma era proprio la socializzazione della produzione che avrebbe messo le Trade Unions di fronte all'obbligo di controllare ogni movimento della classe. I comitati di fabbrica. gli Shop Stewards dovevano diventare momenti dinamici di quel piano di collaborazione tra capitale e operai di cui si era intravista la "bontà" durante la guerra. Il fallimento di questo piano fu decisivo per la determinazione della prova di forza del '26 e la scelta del punto di scontro fu lungamente elaborata_ Il settore minerario carbonifero offriva tutti i vantaggi di un terreno di lotta in cui chi attacca sembra essere su posizioni difensive. La crisi del settore carbonifero non era solo inglese, quindi l'efficienza e la produttività competitiva delle miniere diventavano l'unica possibile salvaguardia del settore; e se efficienza e produttività richiedevano riduzione dell'occupazione e decurtazione dei salari, i sacrifici di una parte sembravano giustificati dalla salute dell'intero organismo nazionale. La stessa concentrazione del capitale, in questo come in altri settori, si tentò di farla passare come smantellamento di una organizzazione produttiva soltanto bellica e la riconversione di interi processi lavorativi fu presentata come mezzo per mantenere una posizione internazionale di leadership. La posizione di primato industriale e commerciale mantenuta dall'Inghilterra dagli ultimi decenni dell' '800 fino a circa il 1914 era scaduta in piu di un settore a vantaggio degli Stati Uniti e della Germania. Il conflitto nacque da questo mutato rapporto di forza, restò nascosto dai piu appariscenti fatti di guerra e l'appoggio che la stessa Inghilterra - malgrado l'azione di Keynes - dette alle proposte di pace contro la Germania mirava ad escludere questa almeno per qualche anno dal gioco. Gli anni che seguirono al trattato di pace permisero l'avvio di quella politica di aggancio tra capitale americano e capitale inglese che è rimasta fino ad oggi uno dei punti di forza del capitalismo mondiale. E l'attacco alla classe operaia inglese fu portato ai due livelli, quello dell'occupazione e quello dei movimenti della forza-lavoro. L'attacco all'occupazione parti dal settore carbonifero fin dal 1919-20 e divenne attacco frontale nel '24 quando i pozzi

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della Ruhr ripresero a funzionare e bisognava quindi procedere alla ristrutturazione del settore per mantenere in Europa un primato industriale oltre che finanziario. L'attacco alla classe per il controllo di essa parti ugualmente dal settore carbonifero dove anche si erano formati comitati di fabbrica e organizzazioni operaie non ufficiali, ma investi i settori piu avanzati dell'industria meccanica, chimica, elettricità - dove la formazione di organi autonomi di controllo operaio dei processi produttivi che avevano funzionato in periodo bellico diventavano adesso ostacolo alla politica di incremento della produttività e di aumento dei profitti: le condizioni indispensabili per un rilancio dell'economia inglese in accordo e in concorrenza al capitale americano. Il declino del primato economico inglese si era manifestato chiaramente tra il 1900 e il 1910 - gli anni in cui l'industria tedesca e quella americana gettavano le basi per l'espansione produttiva extranazionale usufruendo spesso dei vantaggi di una tecnologia già elaborata e sperimentata dall'industria inglese e della disponibilità di una forza-lavoro uscita dalla crisi di un'economia ancora di tipo artigianale e agricola o, come nel caso degli Stati Uniti, di una forza-lavoro immigrata e oggettivamente divisa. Questa diversa situazione del rapporto di forza fra classe operaia e capitale nei paesi considerati, mentre rende possibile in Germania e negli USA l'avvio e il perseguimento di una politica di espansione con produzione di beni durevoli destinati soprattutto alla esportazione - è in questi anni che cade il primato inglese nell'industria meccanica dell'utensileria e dei macchinari in genere costringe il capi tale inglese alla riorganizzazione del con troll o della forza-lavoro, dei processi di produzione e alla formazione di un mercato interno che non sia solo di beni durevoli ma di beni di consumo di massa. Di qui anche la differenza tra l'esperienza inglese degli Shop Stewards e dei comitati operai per il controllo e la cooperazione nella produzione e l'esperienza dei consigli operai e di cogestione in Germania e in altri paesi europei. Infatti, mentre in quest'ultimi paesi è essenzialmente il ritmo della produzione bellica che impone certe forme di responsabilizzazione degli operai-produttori, in Inghilterra è la necessità del controllo della forza-lavoro che impone l'avvio di una politica di cattura della classe operaia che parta dalla fabbrica e si articoli a tutti i livelli dell'organizzazione economica e politica del capitale. Non è la produzione bellica che impone il salto tecnologico, la sua ristrutturazione all'industria inglese. La consapevolezza che il capitale e lo stato hanno della portata politica delle esperienze di coopera-

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zione a livello produttivo con la forza-lavoro è una consapevolezza che va dai bisogni del momento alla prospettiva di una industria che deve riorganizzarsi partendo innanzitutto dal controllo della classe operaia. È dalla valutazione di questa prospettiva che nasce il giudizio del Keynes sulla bontà e desiderabilità dell'esperienza di guerra nell'organizzazione della produzione "socializzata"; è dalla necessità del controllo della classe operaia che nascono le prime esperienze di collaborazione istituzionale tra capitale e stato da una parte e movimento operaio organizzato dall'altra primi gabinetti di governo con ministri laburisti, primo governo laburista. Nel 1922 la First International Conference on Industrial \Vel /are aveva chiaramente indicato le diverse situazioni di classe in Inghilterra e negli Stati Uniti e la prospettiva di una integrazione a livello di capitale sociale di esse per un controllo dei movimenti della forza-lavoro. In Inghilterra, infatti, osserva la conferenza, il problema principale è costituito dalle relations between management and workers mentre negli USA si tratta di stabilire a better adjustement of the workers to his job. 8 Cioè, in Inghilterra il problema si pone a livello di gestione della produzione sia per le esigenze di una ristrutturazione di essa al fine di renderla maggiormente competitiva in· Europa e fuori d'Europa, sia e soprattutto per un inserimento organico della classe dentro il piano del capitale. Negli Stati Uniti il capitale è, invece, ancora alle prese con il problema di una forza-lavoro eterogenea per origine e per formazione e la cui integrazione passa piu e prima ancora che per il riformismo del movimento operaio per il riformismo del capitale. Di qui, quindi, il tentativo di offrire agli operai condizioni migliori di lavoro, lo sforzo per l'organizzazione scientifica del lavoro e salari generalmente piu elevati per categorie corrispondenti in Europa. Questa diversa situazione di partenza spiega !o sforzo enorme che gli USA compiono negli anni Venti per gli investimenti di capitali soprattutto in Inghilterra e per la conquista definitiva di un mercato internazionale, cioè per la creazione di condizioni di mercato che assicurino all'interno elevati profitti per salari elevati. Lo sviluppo delle lotte operaie in Europa e in America dopo la prima guerra mondiale pone il capitale di fronte ad un doppio compito: trovare forme di socializzazione della produzione sempre piu organiche al suo sviluppo e impedire alla classe ope1

Vedi "lntcrnational Labour Review," voi. X, n. 1, luglio 1924.

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raia di organizzare soggettivamente e politicamente l'autonomia di cui essa si è scoperta padrona. Il punto di partenza del capitale anche nel momento della sua riflessione politica, nell'espressione piu matura della sua scienza economica - nel pensiero di Keynes - è la situazione di classe anglo-americana. Da una parte, in Inghilterra, ci sono strutture organizzative della classe operaia che, liberate da certe incrostazioni "dottrinarie''. - secondo il Keynes - possono offrire il modello di una organizzazione riformistica della stessa classe operaia. Di piu, in Inghilterra s'è già avviato in periodo bellico una politica di intervento dello stato che ha rimosso certi pregiudizi liberistici ed ha dimostrato l'utilità di una politica sociale di interventi e di riforme. Dall'altra parte, gli Stati Uniti dimostrano come una politica di investimenti massicci e di produzione di massa sia il mezzo migliore per otte nere una unificazione a livello sociale della forza-lavoro che offra contemporaneamente la possibilità di intervenire perché questa socializzazione della forza-lavoro non divenga base materiale dell'unità della classe operaia e della sua politica autonoma. Posto dinanzi al problema di un rilancio della sua politica che blocchi il processo di crescita dell'autonomia della classe operaia, il capitale tenta di operare distintamente, a livello "tecnico" con la riorganizzazione della produzione e il riassestamento del mercato interno ed internazionale, e a livello politico con una serie di riforme che rendano operante dentro lo stato il riformismo operaio del partito e dei sindacati. Le lotte operaie degli anni Venti e lo sciopero generale del '26 in Inghilterra modificano di forza il piano del capitale bloccandone i meccanismi nei punti piu importanti e costringendo lo stesso capitale ad adottare soluzioni "innaturali" alla spinta ormai impressa al suo stesso sviluppo. Di qui il rammarico piu volte espresso da parte del capitale di una strada tracciata, ma impercorribile, di qui l'obbligo per il capitale americano di incamminarsi quasi isolato sulla via della socializzazione addossandosene tutti i rischi, ma ipotecando per l'avvenire anche tutti i vantaggi. Non c'era altra scelta. Già nel 1921 l'aveva osservato il presidente Hoover: "Noi desideriamo aiutare, ma prima di poter ·impiegare le nostre forze a rendere stabili le condizioni economiche, occorre posare la pietra angolare di un equilibrio politico. In un'atmosfera che risuona di minacce, di ingerenze politiche e di eventualità di guerra non c'è il terreno per un'attività economica calma. "9 Lasciar cadere inutilizzate le opportunità di que' Cit. in FRIDAY, Il bilancio dell'indebitamento Jra l'Europa e gli Stati Uniti, in •La ricostruzione d'Europa," n. 1, 20 aprile 1922.

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sti anru m cui "la distruzione fisica, rafforzata dall'accumulo di investimenti e riconversioni non fatti [ omitted], è divenuta la sorgente di una domanda di ricostruzione che ha accresciuto prosperità e risveglio di iniziative, " 10 significa lasciare in mano alla classe operaia l'iniziativa politica, subirne l'attacco essendo costretti al ricorso ad una politica che nella stessa area avanzata del capitale deve scegliere vie diverse che complicano e talvolta ritardano l'unificazione a livello sociale del capitale internazionale. Al termine della prima guerra mondiale il piano del capitale era sufficientemente chiaro e delineato. La stessa esperienza bellica, come si è visto, aveva collaudato certe forme di gestione riformistica della forza-lavoro, aveva offerto modelli di riformismo ope raio e del capitale che si trattava di utilizzare su scala allargata, in tempo di pace. Ma le lotte operaie che esplodono già negli anni di guerra, tra il 1917 e il 1918 e negli anni immediatamente seguenti tolgono al capitale il vantaggio di una proclamata necessaria riconversione dell'industria dalla produzione bellica a quella pacifica. Gli operai del Clyde, di Manchester, di Londra, dei centri carboniferi dell'Inghilterra rifiutano di riconoscere come proprie le necessità del capitale. Queste lotte - che raccontano una storia diversa nella quale alle guerre e ai trattati si sostituiscono scontri di classe la cui carica sociale si rivela nel potere di costrizione del capitale a cambiare politica anche quando lo scontro sembra essersi risolto a favore del capitale stesso - unificano i due momenti della politica del capitale internazionale che invano esso presenta tecnicamente separati e distinti: riconversione del ciclo produttivo nell'ambito delle economie nazionali, unificazione a livello internazionale dei settori economicamente piu avanzati. Il significato del movimento degli Shop Stewards e delle lotte di fabbrica degli anni Venti non solo in Inghilterra sta tutto qui. L'operaio inglese che rifiuta l'ideologia tradunionista e laburista, quest'operaio colto che sembrava maturato alla lunga tradizione riformistica del socialismo inglese, si chiude in fabbrica dove le proposte di discussione sui modi di rappresentanza democratica nel parlamento e nel paese sono lasciate cadere per una messa in discussione radicale del modo di produzione capitalistico. È allora che in Inghilterra scoppia la rabbia del capitale, il suo astio contro questa "ottusità" operaia che non vuole guardare piu in là delle proprie tasche, è allora che il capitale chiama in causa direttamente Trade Unions e Labour Party. 10 SCHUMPETER, op. cit., pp. 283-284.

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Lo scacco subito dal capitale internazionale nelle lotte degli anni Venti è tanto piu grande in quanto esso aveva avviato già dal primo decennio del 1900 una politica finanziaria e di investimenti che aveva delineato, seppure a grandi tratti, il futuro assetto sociale. Per circa quindici anni esso aveva bilanciato la perdita del primato industriale dell'Inghilterra facendo dell'Inghilterra una specie di banca internazionale. Aveva riconosciuto nella diversa situazione di classe in Europa e negli Stati Uniti il dritto e il rovescio di una politica di integrazione della classe operaia a livello sociale. Dal 1915 al 1921 la media dell'eccedenza delle esportazioni di merci USA in Europa è di 2 miliardi e 500 milioni di dollari. Nel solo 1919 il governo federale prestò in Europa complessivamente due miliardi e mezzo di dollari, prestito che secondo molti economisti evitò la crisi generale europea postbellica. Quanto questi prestiti fossero lontani dal vacuo spirito solidaristico del presidente Wilson è dimostrato dal fatto che l'esportazione di merci statunitensi in Europa aumentò da 6 a 9 miliardi di dollari proprio negli anni dal 1918 al '21 e che il pagamento di queste merci era fatto con dollari americani presi a prestito. E fu in questa fase di avvio dell'integrazione del capitale a livello internazionale che l'Inghilterra si vide assegnato il delicato compito di equilibratrice della politica finanziaria del capitale internazionale. Essa, infatti, operò nell'ambito della politica monetaria e finanziaria recuperando sul mercato europeo riserve di dollari con cui a loro volta le banche europee pagavano le merci degli Stati Uniti assicurando cosf il livello di sicurezza alle riserve auree americane. 11 La legge del funzionamento del sistema capitalistico di produzione non concede alcun margine al controllo della forza-lavoro. L'unico margine a disposizione può essere la forma del controllo, ma qui allora il capitale sociale può anche lasciare pesare sul singolo capitalista, sul singolo paese capitalista il rischio di un controllo rigido ed autoritario. Il capitalismo inglese sa bene questo e cerca di evitare all'interno e in Europa l'attestazione su posizioni politiche contrastanti e concorrenziali: da una parte il dissi11 Si può osservare a questo punto che furono forse le difficoltà ed il rischio di una simile politica che maturarono nel pensiero del Keynes la critica radicale al Gold Standard.

Nel giro di pochi mesi, infatti, dall'aprile del 1922 al novembre del 1923, Keynes, che nel primo supplemento del "Manchester Guardian," "Reconstruction in Europe, • aveva sostenuto l'opportunità di un ritorno alla moneta aurea, nel supplemento n. 11 ddlo stesso "M.G. • e poi in Noie on Finance and Inves/met1/ ("The Nation," 14 luglio 1923) e in A lract on Monelary Reform (novembre 1923) espose la sua radicale critica alla politica monetaria e finanziaria di conservatori e di liberali - politica che al feticcio della stabilità monetaria sacrificava ogni coraggiosa politica di investimenti pubblici e privati.

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dio tra potere costituito, stato e classe operaia; dall'altra, all'esterno, interessi "nazionali" e interessi sociali del capitale. Cosf in politica estera l'Inghilterra è la piu tenace oppositrice, malgrado certe prese di posizioni ufficiali dei conservatori, ad un trattato di pace che, colpendo mortalmente il capitale tedesco, indebolisca ulteriormente la posizione dell'Europa rispetto agli USA, e in politica interna avvia i primi esperimenti di governi laburisti. Ma di nuovo, quello che non funziona in questo quadro è ancora e sempre la classe operaia. Nel 1916 nel Manifesto della Prima Conferenza dello Shop Stewards and Workers' Contro! Movement era stato dichiarato che il progresso degli interessi degli operai passava dall'aumento del peso politico della classe all'abolizione tout court del sistema salariale. Nel 1920, in pieno periodo di disputa accademica tra riformisti e liberali e conservatori sulla desiderabilità e opportunità o meno di nazionalizzare qualche settore dell'industria, la Conferenza Nazionale dello SS and WCM dichiarava che "la nazionalizzazione di qualsiasi industria che lasci il potere in mano alla classe dei capitalisti" era da combattere e da rifiutare come mossa politica del capitale contro gli operai. 12 Cosf, quando comincia a delinearsi l'insuccesso delle sue iniziative a livello istituzionale, ed è costretto a scegliere l'altro terreno sul quale misurarsi con la classe operaia e far passare la sua politica, il capitale si ritrova dentro la fabbrica, nel punto piu debole della sua organizzazione, dove lo ha ricondotto a forza la lotta operaia. Per la classe operaia inglese si tratta della prima grossa vittoria perché l'avere imposto come terreno di lotta il livello dell'organizzazione della produzione in fabbrica significa avere rifiutato totalmente l'ideologia dello stato liberal-laburista e avere riconosciuto come proprio il discorso sull'organizzazione del processo lavorativo, ma non in rapporto all'efficienza e al consumo, bensf in rapporto al grado di intensificazione dello sfruttamento in fabbrica. "L'efficienza aveva procurato una posizione dalla quale coloro che avevano dichiarato fedeltà alla democrazia avrebbero potuto resistere alle tendenze livellatrici del principio di eguaglianza. "13 Gli operai inglesi smascherano anche questa posizione e cade 12 Cit. in B. PRIBICEVIC, The Shop-Stewards "Movement and Workers• Control, 1910,1922, Oxford 1959, p. 140. " SAMUEL HABER, Efficiency ond Uplift, Chicago, 1964, p. XII. Questo libro, anche se si riferisce essenzialmente alle esperienze americane dello •scicntifi.c mana-

gement" tra il 1890 e il 1920, è da vedere per tutto quanto riguarda l'iniziativa del capitale per la sua politica di trasformazione dei processi produttivi, per i rapporti tra taylorismo, progressismo e democrazia.

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cosi l'equivoco del taylorismo, dello "scientifìc management" che aveva fatto proseliti dagli anni della guerra tra il movimento operaio - dal L.P. alle Trade Unions alla Fabian Society al Guild Socialism - scivolato nella trappola dell'operaio produttore che migliora la sua condizione migliorando il suo rendimento in rapporto o/e in dipendenza dall'organizzazione del processo lavorativo a cui partecipa. La convergenza degli obiettivi di riorganizzazione del mercato capitalistico con quelli di riorganizzazione del processo lavorativo, il quale ultimo ha già raggiunto un elevato grado di omogeneità a livello internazionale, almeno tra paesi come Inghilterra, Germania e Stati Uniti, fa delle lotte degli Shop Stewards inglesi negli anni Venti un momento cruciale nella storia di classe del capitale. Gli Shop Stewards rappresentano una parte importante della classe operaia inglese sia per la posizione specifica raggiunta in rapporto al particolare sviluppo storico dell'industria inglese, sia per il peso che le loro lotte assumono nel quadro del piano del capitale. Numericamente sono una minoranza, ma, a differenza delle minoranze ideologiche, il loro essere pochi corrisponde materialmente alla necessaria limitata diffusione della loro funzione nell'organizzazione del capitale in. fabbrica. E sono nell'industria in espansione: metalmeccanica, cantieristica, chimica. E nell'organizzazione del processo lavorativo occupano una posizione indispensabile al movimento dall'alto in basso e dalla base al vertice di tutte quelle informazioni che rendono operative le "volontà" del capitale e perseguibili gli obiettivi della sua produzione. Lo Shop Steward non è l'operaio specializzato che chiude o avvia una fase della lavorazione in fabbrica, è una concreta figura di operaio sociale di cui il capitale non può fare a meno salvo a negare il grado del suo stesso sviluppo. Lo Shop Steward è l'esemplificazione concreta dell'irriducibilità della forza-lavoro a "unità" produttiva, alla frantumazione individuale di una funzione sociale. Non è un caso che il taylorismo arrivato in Inghilterra attorno al '15 sia morto presto, almeno nella sua prima versione oggettivistica. La parcellizzazione del processo lavorativo e dello stesso atto fisico del lavorare del singolo operaio che sta alla base del taylorismo, in Inghilterra si scontra con una socializzazione della produzione e un grado di politicizzazione degli operai che non consentono alcuna manipolazione pseudo-scientifica e tecnologica della reale natura del sistema capitalistico di sfruttamento. Negli USA, al contrario, le particolari condizioni di reclutamento della forza-lavoro rendono possibili i tentativi di organizzazione scientifica del lavoro, rendono cioè

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possibile l'avvio di una produzione di massa che corrisponde al varo delle prime fasi di lavorazioni semi- o completamente automatizzate. Ma sarà proprio questo piano ad affrettare l'omogeneizzazione della classe operaia americana e a mettere anche qui il capitale di fronte al rischio del suo stesso sviluppo. È allora che negli USA e in Inghilterra il capitale fa la sua grande "scoperta" del salario. Si possono avere, si devono concedere salari piu elevati riducendo i costi di produzione e questi si possono ridurre solo se si organizza scientificamente la produzione. Se la riorganizzazione del processo produttivo non è ottenibile con una semplice operazione "tecnica," come era quella suggerita dal taylorismo, allora si compie la solita manovra politica, si afferma che il livello di vita sociale può essere elevato e lo stato può divenire piu liberale solo a patto che gli operai riconoscano come propri gli obiettivi del capitale in fabbrica. La fabbrica va nascosta dietro la società e l'operaio dietro il cittadino-produttore; cosf lo sfruttamento dell'operaio diviene efficienza e l'organizzazione dello sfruttamento democrazia. Gli operai che non si riconoscono in questo ordinamento denunciano il classismo del sistema opponendo a quello del sistema il loro classismo. È quanto avviene con le lotte degli anni Venti in Inghilterra fino al grande sciopero generale del 1926. Dopo il '22 il movimento ufficiale degli Shop Stewards aveva subito un arresto; tuttavia la combattività operaia in fabbrica aveva mantenuto un livello cosi elevato da costringere il capitale ad accelerare i tempi della collaborazione delle Trade Unions e del Labour Party. Gli anni che precedono la grande prova del '26 sono gli anni in cui il capitale vede fallire i tentativi di controllo della classe operaia anche con l'appoggio piu o meno diretto del movimento operaio ufficiale. E sono anche gli anni in cui si fa chiaro il piano del capitale a livello internazio_nale. Per il capitale inglese la condizione per mantenere una posizione di forza in questo piano è che riesca ad attuare un controllo dinamico della classe. Il compito che ad esso assegna il capitale internazionale è quello di avviare una politica di collaborazione con la classe operaia attraverso le organizzazioni di essa, sindacali e partitiche. Il riformismo del capitale che nella scoperta del salario comincia ad intravedere la migliore arma di attacco alla autonomia della classe operaia - facendo sua e stravolgendo la richiesta salariale degli operai che con essa hanno liquidato riformismo e infantilismo sindacal-rivoluzionario dei primi tre lustri del secolo - deve costruirsi e sperimentare una serie di meccanismi di controllo della forza-lavoro che non possono essere cercati nel campo dell'autoritatismo statale né

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del liberismo tradizionale. Lenin e la Rivoluzione d'ottobre sono un monito. Ma soluzioni autoritarie in Inghilterra come negli USA non sarebbero funzionali allo sviluppo del capitale. Se la situazione di classe in quest'ultimo paese rende abbastanza facilmente adottabile una soluzione "progressista" del rapporto operai-capitale, in Inghilterra il capitale è costretto a correre il rischio di un riformismo illuminato. È lo stesso capitale internazionale che di necessità fa virru e che assegna allora al capitale inglese il compito della sperimentazione di forme di integrazione della forza-lavoro che solo dieci anni prima erano stati gli obiettivi avanzati del movimento operaio europeo. Se si potevano lasciare passare certe tentazioni autoritarie, non si poteva certo pensare che una classe operaia, che aveva portato avanti esperienze consiliari spesso assolutamente autonome dal movimento operaio ufficiale e che aveva riconosciuto e affermato in pi~ occasioni la sua autonomia e il suo interesse particolare, sarebbe stata controllabile con mezzi coercitivi tradizionali. Di piu, non si poteva contare neppure sulle capacità del riformismo operaio. Quelle lotte avevano smascherato questo cosi come il piano del capitale. Il significato del movimento degli Shop Stewards e del grande sciopero del '26 in Inghilterra sta qui. Il capitale internazionale elabora un piano di risposta e di attacco alla classe operaia nel punto piu alto della sua maturazione politica, un piano commisurato alle rivendicazioni operaie degli anni Venti. Offre posti di governo agli esponenti operai ufficiali, discute di nazionalizzazioni e di collaborazione a tutti i livelli, avvia una legislazione sociale che ai conservatori fa gridare la bancarotta dello stato, ma quando tira in barca la rete ritrova solo le esche, ritrova gli Snowden, i Macdonald, i riformisti delle Trade Unions. Gli operai sono rimasti" in fabbrica. Nel '26 lottano per mesi, da maggio a novembre, aiutandosi solo con i soldi ammucchiati dal sindacato; quando questi sono finiti vanno dentro e continuano in fabbrica la lotta che qualche anno dopo porterà il capitale alla grande crisi. Cos{ anche il riformismo laburista e tradunionista falliscono, senza essere riusciti ad elaborare alcuno schema funzionante per il controllo della forza-lavoro. È un fallimento del riformismo operaio e del capitalismo europeo che il capitale sociale non perdona all'Inghilterra e che costerà ad essa la perdita di quella posizione di forza a cui avrebbe àovuto ancorarsi stabilmente fin dagli anni Venti.

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l. Il '29 come momento fondamentale nella periodizzazione dello

stato contemporaneo Cinquant'anni sono passati dall'Ottobre rosso del '17. Era il coronamento di un movimento che aveva avuto inizio nel giugno del '48, quando - sulle piazze di Parigi - il moderno proletariato industriale aveva scoperto la propria autonomia di classe; che aveva avuto una svolta decisiva nel '70, ancora a Parigi, quando dall'epoca comunarda e dalla sconfitta vien fuori la parola d'ordine del partito, si afferma la coscienza della necessaria organizzazione politica dell'autonomia di classe. 1848-1870; 1870-1917: questi sembrano i grandi periodi entro cui può essere ritrovata l'unica base adeguata per un primo lavoro di concettualizzazione nella teoria dello stato contemporaneo. Perché una definizione dello stato contemporaneo che non tenga presente la totale modificazione dei rapporti di forza rivelata dalla crisi rivoluzionaria della seconda metà dell'ottocento; che non voglia quindi porsi alle spalle i temi della tradizione politica, umanistica e borghese, della modernità intera; che non sappia leggere nella tematica che col '48 si impose all'azione ed al pensiero politico la consapevolezza - piu o meno mistificata -,- del ruolo centrale e complessivo assunto dalla classe operaia; che non intenda risalire dalla banale osservazione del processo di industrializzazione all'identificazione di una fase di sviluppo in cui l'intera dialettica dello sfruttamento capitalista, la necessaria inerenza di subordinazione e di antagonismo che esso impone al lavoro operaio, socializzandosi, si rovesciano sull'intero groviglio dei rapporti politici ed istituzionali dello stato contemporaneo: bene, siffatta definizione vive, per ben che vada, la notte dove tutte le vacche sono nere.

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Ora, con il '17, la contemporaneità si fa presenza, un nuovo periodo si apre. La verità del '48, la possibilità cioè che la classe operaia appaia come variabile indipendente dello sviluppo capitalistico, raffigurandosi al limite nella propria autonomia politica, compie la sua Durchbruch ins Freie: irrompe all'aperto. Il paese dei soviet è il segno dell'antagonismo operaio giunto a strutturarsi autonomamente come stato; e perciò stesso esso diviene punto di interna identificazione politica per la classe operaia internazionale, - perché segno di possibilità oggettiva, presente. Qui davvero il socialismo passa dall'utopia alla realtà. D'ora in poi la teoria dello stato dovrà fare i suoi conti non solo con i problemi inerenti al meccanismo di socializzazione dello sfruttamento, ma con una classe operaia politicamente identificata, divenuta soggetto, - con una serie di movimenti materiali che già dentro la loro matefrilità portano intera la connotazione politica rivoluzionaria. Perché cosi si rappresenta il primo momento realizzato della rivoluzione operaia mondiale: interiorizzazione dell'elemento politico alla composizione di classe e approfondimento della contraddittoria presenza di una classe operaia autonoma, politicamente consistente, ad ogni livello dell'organizzazione capitalistica. Da questo punto di vista, l'irriducibile originalità del '17, anche rispetto ai precedenti cicli di lotte operaie, risulta intera, - vero punto archimedico al di qua del quale ogni problema riceve nuova prospettiva e nuove dimensioni, e il punto di vista operaio può liberarsi. Certo, la consapevolezza dell'incidenza dell'ottobre rosso penetra lentamente la coscienza del capitale: inizialmente l'impatto del '17 gli sembra provenire dall'esterno e la prima risposta consiste nel tentativo - in varie misure tentato e riuscito - dell'isolamento militare, diplomatico e politico dell'esperienza russa. Quanto ai problemi sollevati dalla grande ondata della lotta operaia che negli anni immediatamente successivi si diffonde internazionalmente, si organizza in possenti movimenti sindacali ed esplode nell'esperienza dei consigli,' se è vero che solo gruppi dirigenti immaturi scelgono la via della repressione fascista, è anche vero 1 II movimento sindacale e politico che segui, fuor di Russia, la Rivoluzione d'ottobre. è qui assunto nei suoi sostanziali caratteri di omogeneità: movimento essenzialmente "'gestionario," espresso e diretto da aristocrazie operaie anche laddove assunse carattere di massa. Alla definizione di questa omogeneità di movimento è dedicato il lavoro di SERGIO BOLOGNA contenuto in questo volume. A semplice introduzione del dis~rso possono comunque essere visti: A.S. RYDER, The German Revolution, Cambridge Umv. Press, 1966i A. ROSENBERG, Hisloire du bolchevisme, Grasset, Paris 1967; B. PRIBICEVIC, The Shop-Steward Movement in Eng/and, Oxford Univ. Press, 1955; T. DIIAPER, American Communism and Soviet Russia, Viking Press, New York 1960; G. DE ~o, L'esperienza torinese dei consigli operai, in "Classe operaia," anno 1, n. 1, gennaio 1964.

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che la piu generale risposta capitalistica e la riproduzione dei modelli riformistici di contenimento sfiorano soltanto la nuova realtà politica. Battere le avanguardie operaie ed in particolare colpire quella che, in quella fase, ne costituiva la forza: il relativamente alto grado di professionalizzazione e l'ideologia gestionaria che ne derivava; distruggere la stessa possibilità dell'alleanza fra avanguardie operaie e masse proletarie in cui si formava il partito bolscevico; togliere quel partito alla classe: questo il primo obiettivo. Taylorismo, fordismo hanno questa immediata funzione: togliere il partito bolscevico alla classe, attraverso la massificazione del modo di produrre e la dequalificazione della forzalavoro, immettere per tal via nel processo produttivo nuove forze proletarie, distruggendo la forza d'urto delle vecchie aristocrazie ed impedendo che si ricostruiscano. Come, dopo il '70, la risposta politica del capitale aveva percorso la via della rottura del fronte proletario attraverso la creazione tecnologica di aristocrazie operaie, cosi ora, dopo il '17, dopo la ricomposizione politica operaia su da quella rottura ciclica, il capitale tenta ancora la via tecnologica della repressione. Ma qui è il salto che il '17 impone. Se questa vecchia via che le opportunità della riconversione produttiva postbellica e le nuove tecniche di razionalizzazione del lavoro sollecitano ad imboccare può forse essere percorsa per brevissimo tratto, in realtà presto si avverte come ora il progresso dell'organizzazione capitalistica non sia piu solamente riproduzione allargata della classe operaia, bensi sua diretta ricomposizione politica. Dopo che l'Ottobre rosso aveva, una volta per tutte, introdotto nella materialità stessa della classe operaia la qualificazione politica, la risposta tecnologica non faceva che rilanciare a piu alto livello la ricomposizione politica di classe, mentre evitava il vero problema capitalistico: il riconoscimento dell'emergere politico della classe operaia, e con ciò l'esigenza, non solo o non tanto dell'ulteriore perfezionamento del meccanismo sociale di estrazione del plusvalore relativo bensi della completa ristrutturazione di questo, in una situazione in cui al riconoscimento dell'autonomia operaia si accompagnasse la capacità di un suo controllo politico. Riconoscere l'originalità del '17, il totale sconvolgimento della stessa struttura materiale del processo capitalistico dove'-'.'a diventare necessario per lo stesso capitale. La resa dei conti infatti non tarda. L'iniziativa politica del capitale doveva, come sempre, essere costretta a liberarsi. Ed ecco che, poco dopo la sconfitta dello sciopero generale inglese -

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ultimo limite, sembrava, dell'espansione rivoluzionaria - , quel '17 che si voleva esorcizzato, il capitale se lo ritrova davanti, come classe operaia socialmente eguagliata dalle tecniche repressive che si erano messe in atto, massificata al punto da dover essere riconosciuta, nella sua autonomia, da un lato come potenziale eversore, dall'altro - ma nello stesso tempo, alla stessa stregua - come struttura portante e motore dello sviluppo capitalistico stesso. Il '29 è questo: è il contraccolpo delle tecniche repressive antioperaie che si ripercuote sull'intera struttura dello stato capitalistico, è il '17 divenuto momento interno all'intero sistema capitalistico. L'iniziativa politica operaia del '17, puntuale e ferocemente distruttiva, si è oggettivata, si è fatta continua e possente azione di erosione: controllata dopo il '17 nel breve periodo si esprime ora, nel '29, in tutta la forza che l'interiore segreto sviluppo ha accumulato. Il precedente tentativo di non riconoscere la necessaria efficace incidenza della particolarità politica operaia si rovescia con forza distruttiva su chi lo ha operato. Laddove il capitale è piu forte, ivi la crisi è piu profonda. Nella evoluzione dello stato contemporaneo il '29 rappresenta cosi un momento di eccezionale importanza. Ciò che ne esce sconvolto è lo stesso fondamento materiale della vita costituzionale. Il '29 spazza anche la nostalgia di quei valori che il '17 aveva distrutto. Nel giovedf nero di Wall Street, nella catastrofica caduta dell'indice di borsa, sono giustamente coinvolte le mitologie statuali e politiche di un secolo di rinnovato dominio borghese sulla classe operaia. Si conclude la vicenda dello stato di diritto, come figura storica di macchina di potere statuale predisposta a tutela dei diritti individuali, di un contenuto borghese del due process, insomma di un potere statuale stabilito a garanzia dell'egemonia sociale borghese. È la fine del laissez /aire. Ma non è solo questo: la socializzazione del modo di produrre, la totalizzazione dell'intervento dello stato capitalistico già gli anni che seguono il '70 le hanno viste. Qui l'inizio di una nuova epoca nella storia dello stato contemporaneo è segnato dal fatto che - in questo mondo già socializzato - il riconoscimento dell'emergenza della classe operaia - e della ineliminabilità di questo antagonismo - non può ulteriormente essere negato. La novità della concezione dello stato uscita dalla grande crisi non nasce dunque, cot~e troppo spesso, e non solo chez nous con la limitata ottica che il fascismo permetteva ,2 si è detto, dalla defi:i Sono note, ad esempio, le accuse di • totalitarismo fascista• che taluni strati del big business rivolsero contro l'esperienza newdealistica.

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nizione di una figura totalitaria di stato. Si tratta piuttosto di una ricostruzione capitalistica dello stato sulla scoperta del radicale antagonismo operaio. Certo, le implicazioni di questa ricostruzione hanno una estensione totalitaria: ma solo nel senso che ad ogni livello della vita statuale portano la consapevolezza della scissione e della lotta. Paradossalmente il capitale si fa marxista, o almeno impara a leggere Das Kapital: naturalmente dal suo punto di vista. Che, se è mistificato, non è perciò meno efficace. Riconosciuto l'antagonismo occorre quindi farlo funzionare, impedendo nel contempo l'autonomo distruttivo liberarsi di un suo polo. La rivoluzione politica operaia può essere evitata solo riconoscendo il nuovo rapporto di forze, solo facendo funzionare la classe operaia dentro un meccanismo che sublimi la continua lotta di potere in elemento dinamico del sistema, controllandola - d'altra parte - , funzionalizzandola ad una serie di equilibri ai quali di volta in volta si chiudano e si stabilizzino le varie fasi della rivoluzione dei redditi. Lo stato vuol calarsi nella società, ed ivi, nella serie di equilibri continuamente ricreati, esso stesso pare continuamente cercare la fonte della propria legittimità. Presto questo meccanismo di innovazioni degli equilibri da redditi delle parti in gioco si articola come piano: ed è questo - il modello di equilibrio assunto per un periodo di pianificazione - il nuovo fondamento materiale della vita costituzionale, e lo è tanto radicalmente che ogni innovazione nell'equilibrio apre un vero e proprio processo di revisione costituzionale. La stabilità sembra passare attraverso la consapevolezza di una nuova precarietà della vita dello stato: la "rivoluzione permanente" sembra conquistata, sembra aver subito paradossalmente una "Aufhebung" da parte capitalistica. Fin qui la scienza dello stato del capitale, che - come sempre - di necessità rivela e mistifica. Rivela la nuova situazione dei rapporti di forza, la dolorosa interiorizzazione della classe operaia alla vita dello stato, il suo ruolo dinamico per l'intero sviluppo, - e mistifica, insieme, fingendo di ignorare non tanto il carattere antagonistico dell'emergenza di classe operaia quanto la generalità degli effetti prodotti da questa, celando la violenza necessaria a mantenere quest'equilibrio determinato e precario che ora si è posto, al limite esaltando questa società, orba di violenza, come bene comune, come volontà generale in atto. Perciò, in questo gioco di rivelazione e mistificazione, in cui deve esercitarsi la consapevolezza del radicale mutamento dei rapporti di forza fra le classi, ovunque noti nella scienza del capitale la com-

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presenza ed il conflitto di elementi contraddittori, necessariamente contraddittori e compresenti. Gli è che la scienza del capitale è costretta ad adempiere al suo faticoso compito di analisi e di apologia, stretta fra consapevolezza della precarietà dell'attuale assetto e volontà di stabilizzazione, fra urgenze diverse di organizzazione e di repressione, in una situazione di cui sente la pesantezza e per la cui salvezza non sa che affidarsi ad una sorta di ripetuto prodigio politico: prodigio politico per unificare di volta in volta gli aspetti ugualmente necessari della vita del capitale, socializzazione del modo di produrre e socializzazione dello sfruttam-::nto, organizzazione e violenza, organizzazione sociale per lo sfruttamento operaio. Non la natura del processo è mutata ma le dimensioni entro cui lo sfruttamento è costretto ad operate ed il soggetto su cui il capitale deve affermarsi. Sembra prodigio politico perché a quel livello - imposto dalla lotta, dalla presenza stessa di classe operaia - ogni frizione è allarme, ogni errore è catastrofe, ogni movimento segno dell'approfondirsi del mutamento dei rapporti di forza fra le classi in lotta. È la straordinaria forza di una classe operaia che dentro di sé ha sussumo l'esperienza della rivoluzione e ad ogni livello dello sviluppo ne riesprime la oggettività dell'impatto, ad imporre questo squilibrio. Ovunque lo senti nella scienza del capitale. Avvertirlo, sottolinearlo sono, per cosi dire, la misura stessa della consapevolezza capitalistica della situazione. Muoversi dentro questo groviglio e smascherarlo, discriminando scienza ed ideologia, è quindi compito della critica operaia - laddove soprattutto il massimo di espressa definizione della situazione sia emerso dalla riflessione capitalistica. Ed è per questo che qui di seguito seguiremo il pensiero di colui che, con maggior perspicacia analitica e piu raffinato intuito politico, venne considerando le vicende capitalistiche fra il '17 e il '29, offrendo - con una disincantata diagnosi un'indicazione terapeutica al ceto capitalistico internazionale. John Maynard Keynes fu forse il piu perspicace teorico di quella ricostruzione, di quella nuova forma capitalistica di stato che si oppose all'impatto rivoluzionario operaio del 1917.

2. Keynes fra '17 e '29: la coscienza dell'impatto dell'Ottobre rosso sulla struttura del capitale Chiediamoci allora: come si può seguire lo sviluppo della coscienza capitalistica? In che forma e in che misura essa si appre-

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sta al '29, alle sue radicali implicazioni? E, soprattutto, qual è la consapevolezza, negli anni che ci interessano, del nesso fra '17 e '29? Ora, lo si è osservato, il '17 si presenta ad un tempo sotto due aspetti: come problema internazionale e come problema interno ai singoli paesi capitalistici; come problema della controrivoluzione, comunque dell'isolamento della Russia sovietica, e come problema della repressione del possente movimento di classe operaia - sindacale e politico - che ne estende l'esperienza a tutto il mondo capitalistico. E la estende in termini omogenei, laddove - fra il '18 e il '26 - esso s'organizza nel movimento dei consigli, ma anche laddove il movimento è direttamente sindacale - sempre in termini d'avanguardia tuttavia, di richiesta di gestione.3 È singolare vedere come i due problemi siano tenuti separati dal ceto politico internazionale del capitale. Tecniche diverse vengono messe in atto al fine di rispondere alle due insorgenze rivoluzionarie. La coscienza capitalistica non era ancora convinta della presenza internazionalmente unitaria della classe operaia: ed è in questa separazione uno dei motivi della sua catastrofica incomprensione della realtà. Tale è almeno il parere di John M. Keynes. Se, dopo il '17, il momento centrale della ricostruzione capitalistica del!' assetto politico internazionale è Versailles, è proprio qui - egli riconosce - , in quest'ultimo atto di una secolare tradizione di rapporti di forza fra nazioni, che la inintelligenza della nuova dimensione della lotta di classe si esprime attraverso la separazione dei problemi. Come spiegare altrimenti la follia di Versailles, prosegue Keynes? Nel Trattato, invece di costruirsi un piano per salvare l'Europa dallo sfacelo, si rovesciano le frustrazioni, i risentimenti e le vendette di secoli di politica di potenza. Mentre la rivoluzione preme, il ceto politico del capitale si lascia andare ad una sistemazione punitiva e non ricostruttiva dell'assetto europeo. L'ipocrisia diplomatica trionfa degli stessi impegni armistiziali. Ma cosi non la possibilità di difesa e di ristrutturazione del sistema si 3 Questo è il caso della lotta operaia negli USA. Sull'omogeneità dei comportamenti della classe operaia americana in lotta negli anni immediatamente successivi alla prima guerra mondiale con quelli della classe operaia europea rinviamo ancora ai lavori di Sergio Bologna e di George Rawick contenuti in questo volume. Si ricordi in particolare che fra il 1914 e il 1920 il numero di iscritti all'AFL passa dai due ai quattro milioni, che è il livello piU alto di partecipazione sindacale, prima degli anni Trenta. Si veda comunque, per una serie di utili_ dati, I. BERNSTEIN, The Lean Years: A History of American Worker, 1920-1933, Houghton Mi.f!lin Company, Boston 1960; e il saggio di W. GALENSON in Mouvements ouvriers et dépression économiq11e, Van Gorcum, Assen 1966, pp. 124-143 (saggi raccolti da D. DEMARCO, J. DHONDT e D. FAuvEL-ROUIF).

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prepara, bensf la necessità di un approfondimento della cnst. In particolare la follia economica del sistema di riparazioni imposto alla Germania assicura che gli effetti del trattato di pace si prolungheranno disastrosamente, non solo in Germania ma cumulativamente sull'intero assetto integrato del mercato capitalistico. "Se il nostro proposito deliberato è l'impoverimento dell'Europa Centrale, oso predire che la vendetta non tarderà. Nulla potrà allora differire per molto tempo quella guerra civile finale fra le forze della reazione e le disperate convulsioni della rivoluzione, di fronte alla quale gli orrori della recente guerra tedesca sembreranno un nonnulla, e che distruggerà, qualunque sia il vincitore, la civiltà ed il progresso della nostra generazione. "4 Ma quale altra via seguire? Una ed una sola: consolidare l'economia dell'Europa centrale a barriera contro i soviet russi e a controllo dei movimenti rivoluzionari interni, riunificare i due fronti della difesa del sistema capitalistico. "Si dice che Lenin abbia dichiarato che il miglior modo di distruggere il sistema capitalistico sia quello di rovinarne la moneta ... Lenin aveva certamente ragione. Non vi è mezzo piu sottile e piu sicuro di scalzare le basi della società esistente ... Combinando l'odio popolare verso la classe imprenditrice e il colpo già vibrato alla sicurezza da quel turbamento violento ed arbitrario dei contratti e dell'equilibrio stabilito dalla ricchezza, che è l'inevitabile frutto dell'inflazione, questi governi rendono praticamente impossibile all'ordine sociale ed economico del secolo diciannovesimo di continuare ... "5 Cosi dunque John M. Keynes, già nel 1919. Seguire il suo pensiero da quella lontana polemica alla pubblicazione della Ge• J.M. KEYNEs, The Economie Consequences o/ the Peace, London 1919. p. 251. ' J.M. KEYNEs, The Economie Consequences o/ the Peace. cit., pp. 222-223. Riunifi• care i due fronti della difesa del sistema capitalistico, si è detto, è l'obiettivo politico keynesiano in questa fase; e l'organizzazione cli questa difesa non può farsi che puntando sulla Germania: questo il corollario. Sempre questa prospettiva resterà fra gli

elementi fondamentali del discorso politico di Keynes. Nel 1922 (in The Revision o/ Treaty, London; citiamo dalla trad. it., Roma, 1922) Keynes ripete fino alla noia tali concetti: "'L'avvenire della Germania è ora verso Oriente· e tutte le sue speranze e le sue ambizioni, risorgendo, si volgeranno sicuramente in 'quella direzione" (p. 182). Il cosiddetto "filogermanismo• di Keynes (tanto rimproveratogli fino all'opera di E. MAN· TOUX, The Carthaginian Peace~ or the Economie Consequences of Mr Keynes, London 1946) ha quindi una qualificazione di classe ben piu profonda di quanto i suoi critici abbiano mai voluto vedervi. Ed è un discorso che corrisponde e riprende perfettamente il miglior filone di pensiero politico borghese deila Germania weimariana: non ~ difficile, ad esempio, trovare nel Max Weber di questi stessi anni la medesima intuizione (si veda W.J. MoMMSEN, Max Weber und die Deutsche Politik, 1890-1920, Mohr, Tiibingen, 1959, pp. 280 sgg.). Keynes d'altra parte non ha mai nascosto la profonda consonanza di

sentimenti e propositi che lo legava a quei gruppi politici ed intellettuali weimariani: e nel saggio "'Il do/lor Melchior: un vinto" (ora in: Politici ed economisti, Einaudi, Torino 1951, pp. 39 sgg.) ha dato un quadro di quell'ambiente non molto lontano da toni

apologetici.

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neral Theory ci permetterà forse di intravvedere il disegno complessivo del travagliato sviluppo della politica del capitale. Dunque, Keynes metteva in guardia dalle disastrose conseguenze della rottura del Trattato, dall'illusione colà implicita che i rapporti fra le classi non fossero modifica ti dalla rottura operaia del sistema prebellico. Certo, siamo molto lontani da una precisa consapevolezza teorica dell'innovazione del ciclo politico dello stato contemporaneo, siamo molto lontani dalla capacità di stravolgere - come avverrà nella Genera! Theory - l'apprezzamento della rottura operaia in motivo della stessa crescita economica del capitale: eppure è proprio da quest'intuizione politica, tanto primitiva quanto fondamentale, che viene illuminato il problema centrale degli anni a venire: come bloccare, come controllare l'impatto della rivoluzione d'Ottobre sulla struttura del capitale. La "querelle" sulla continuità o meno, sulla coerenza o meno del pensiero keynesiano, nella misura in cui saprà superare il significato letterale del suo discorso e dissolversi nella scoperta del problema che lo percorre, potrà condurre l'indagine a qualche risultato di carattere generale. 6 Intuizione politica, si è detto. Come tale, molto lontana ancora dal diventare sistema scientifico. Che anzi, nella prospettiva del futuro sistema, Ohlin era probabilmente piu keynesiano di Keynes, quando - contestando l'analisi keynesiana degli effetti delle riparazioni tedesche sui redditi esteri - definiva la possibilità che il pagamento delle riparazioni contribuisse dinamicamente alla definizione di un nuovo livello di equilibrio economico internazionale.' Già nel 1922 la pos!Zione di Keynes era d'altronde mutata: "l'angoscia e la rabbia intollerabili" 8 che lo avevano costretto a lasciare il tavolo delle trattative di Parigi si erano placate; la visione piu superficialmente ottimistica: "Se mi riporto a due anni addietro e rileggo quello che scrissi allora, vedo che i pericoli allora sovrastanti sono stati superati felicemente. La pazienza delle masse popolari d'Europa e la stabilità delle sue istituzioni hanno resistito a scosse peggiori di quanto potranno mai riceverne in avvenire. Due anni fa il Trattato, che oltraggiava la ' Vede bene il problema R. LEKACHMAN, nell'inuoduzione al volume da lui curato Il sistema keynesiano. Trent'anni di discussioni, trad. it., Franco Angeli, Milano 1966, in pari. pp. 15-25. Bene anche E.A.G. RoBINSON, ivi, pp. 79-81, e logicamente d'accordo l'agiografico R.F. HARRoo, La vita di J.M. Keynes, Einaudi, Torino 1965. Per P.A. SAMUELSON (Il sistema keynesiano, cit., p. 369), la via che porta alla Generai Theory è, sia pur detto sommessamente, una "strada di Damasco." 7 Si vedano, soprattutto, B. 0HLIN, Mr Keynes Views on the T,ansfer Problem, in "The Economie Journal," vol. 39, settembre 1925; The Reparation Problem: a Discussion, ivi, giugno 1925. 1 un'affermazione di Keynes citata da E.A.G. ROBINSON, Il sistema keynesiano, cit., p. 50.

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giustizia la pietà e la saggezza, rappresentava la volontà del momento dei paesi vittoriosi. Avrebbero avuto le sue vittime la volontà di pazientare? Oppure sarebbero state spinte dalla disperazione e dalle privazioni a scuotere le fondamenta della società? Abbiamo adesso la risposta: le vittime hanno pazientato ... 9 Eppure intuizione politica fondamentale, che implicava un apprezzamento radicalmente nuovo delle grandi dimensioni dello sviluppo. Lo riconosceva Robertson con estrema lucidità 10 : " ••• la cosa sorprendente di questa analisi della struttura economica dell'Europa è quella di essere per certi aspetti molto differente da quella filosofia prebellica, ottimista, libero-scambista, pacifista, e di rassomigliare molto di piu a quella filosofia che consciamente o inconsciamente alimenta le costruzioni del protezionismo, del militarismo e dell'imperialismo ... ": la concezione del laissez /aire vi è implicitamente liquidata - prosegue Robertson - , i problemi della politica internazionale riportati a quelli del!' organizzazione interna dei rapporti di forza. Al di là del grande successo di pubblico, l'ammonimento keynesiano sembra tuttavia cadere nel vuoto. La grande stampa lo rifiuta: "... una delle piu sorprendenti caratteristiche del libro del signor Keynes è l'inesperienza, per non dire l'ingenuità politica che esso rivela ... " 11 E i politici vi irridono, i vecchi come i nuovi; e sostanzialmente negli stessi termini (Clemenceau: "Fort en thème d'économie, M. Keynes... combat, sans aucun ménagement, 'l'abus des exigences des Alliés' (lisez: 'de la France') ... Ces reproches et tant d'autres d'une violence brutale, dont je n'aurais rien dit, si l'auteur, à tous risques, n'eiì.t cru servir sa cause en les livrant à la publicité, font assez clairement voir jusqu'où certains esprits s'étaient montés" 12; Churchill: " ... con un buon senso inconfutabile Keynes illustrò il carattere mostruoso delle clausole finanziarie ed economiche. Su tutti questi punti la sua opinione è buona. Ma, trascinato dal suo naturale sdegno per i termini economici che si dovevano solennemente imporre, egli avvolse in una condanna comune l'intero edificio dei trattati di pace. Che fosse qualificato a parlare degli aspetti economici, non si può mettere in questione; ma, sull'altro e molto piu importante

»

'10 J.M. KEYNEs, The Revision of Treaty, tr. it. dt., p. 164. D.H. RoBERTSON, Recensione a The Economie Co11sequences of Peace, in •Tue Economie Journal," marzo 1920. 11 Cosi "Tbc Times," 4 dicembre 1919 (cit. da E.A.G. RoBINSON, I/ sistema keynesiano, cit.1 p. 52). " Il giudizio di Oemenceau è ricordato dallo stesso Keynes in T be Revision of Tr,aty, tt. it. cit., pp. 97-98.

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lato del problema, non poteva giudicare meglio di tanti altri. "13 Quanto al capitale la risposta è vecchia, pur nella forza con cui ora è proposta, vecchia come il '48, come il '70. Uso della forza repressiva per battere il movimento politico di classe operaia; e - in secondo luogo - riassorbimento della forza-lavoro attraverso un salto tecnologico, il perfezionamento del meccanismo di estrazione di plusvalore relativo. Il movimento dei consigli, l'imponente pressione del sindacalismo rivoluzionario dell'inizio degli anni Venti vengono battuti - meglio, vien tolta la possibilità stessa della dialettica rivoluzionaria che in essi si organizzava fra avanguardie di classe e masse proletarie - dall'inserimento delle nuove tecniche di razionalizzazione del lavoro, dallo schiacciamento della qualificazione, dalla catena di montaggio. Come sempre il primo effetto della lotta operaia sulla struttura del capitale è riformistico: qui, al principio degli anni Venti, determina un'innovazione tecnologica generale, impone al capitale un assorbimento della spinta operaia attraverso un'espansione determinata dal radicale rinnovamento nella combinazione dei fattori produttivi. Ma fin dove era possibile percorrere questa vecchia strada? Non era totalmente mutata la situazione? Keynes insisteva genericamente sull'interiorizzazione dell'elemento politico nell'economia. Dal punto di vista del capitale si dimenticava anche questa "fondamentale genericità" e si rifiutava il fatto, ben piu gravido di conseguenze, che la Russia sovietica offrisse ormai alla classe operaia un ineliminabile punto di identificazione politica. Se voleva valere, il meccanismo capitalistico doveva dunque recuperare la classe operaia in quanto entità politica. La meccanica del plusvalore relativo era insufficiente: qui non faceva che allargare le contraddizioni dello sviluppo capitalistico, massificando ulteriormente la classe operaia, ponendo le basi - con l'accentuazione dei motivi di crisi ciclica (poiché l'espansione dell'offerta non sollecitava effettivamente la pressione della domanda, non riconosceva la domanda come soggetto effettivo) - di uno scontro politico generale al piu alto livello. Insufficiente è tuttavia, in termini diversi, anche il punto di n W. C!ruRonLL, The Wor/d Crisis, London 1929, voi. V, p. 155. Recensendo questo stesso Volume (vedi ora la recensione in Politici td tconomisti, cit., pp. 99·104) Keynes dà atto a Churchill della correttezza della sua linea politica nella Conferenza di pace. Ma gli rimprovera nel contempo - e non è lieve rimprovero - di non essere riuscito a cogliere la centralità dell'insorgenza rivoluzionaria sovietica: • [Churchill] non riesce a vedere in prospettiva la grandezza degli eventi nelle loro necessarie concia~ zioni, né ad isolarne l"essenziale dall'episodico ... Per lui i bolscevichi, n onta del ttiM buto reso alla grandezza di Lenin, rimangono nulla pill che una follia imbecille.•

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vista, ancora soltanto politico, di Keynes. Bisognava che l'intuizione politica si trasformasse in abito scientifico: e la superiorità keynesiana era nel fatto che le condizioni metodistiche erano poste, che il problema era stato correttamente identificato. Seguire l' attività scientifica di Keynes fra il '20 e il '29 sarà allora seguire una vox clamans in deserto, la consapevolezza crescente e sempre piu amara del profeta disarmato. Insieme perp sarà vedere come l'intuizione politica si trasformi man mano in discorso scientifico: e - lo si noti - sempre sotto il continuo impulso delle vicende politiche, della pressione di classe operaia cioè e delle conseguenti necessità politiche del capitale. 14 Lo abbiamo notato con Robertson: già nelle Economie Consequences of the Peace la filosofia del laisser f aire sembrava superata. Ma solo implicitamente: era il senso della precarietà dell'assetto internazionale dopo la guerra distruttiva e l'insorgenza rivoluzionaria sovietica che la emergeva. Ora le vicende interne inglesi interiorizzano il problema della crisi del vecchio assetto: la legge di Say non vale piu perché non riconosce che il mantenimento dell'assetto capitalistico è un problema, perché postula quest'assetto come spontaneo, perché - possiamo ben dirlo - rifiuta di vedere quella potenziale negazione che è la classe operaia. Certo, man mano che verrà assumendo veste scientifica il problema della classe operaia tenderà, nell'ottica di Keynes, a presentarsi secondo la tradizione della scienza economica, a definirsi nei termini della mistificazione professionale come problema della disoccupazione, in un orizzonte di gretto oggettivismo classico. 15 Ma diversamente vanno le cose in questa fase di approssimazione politica al problema: ché la lotta di classe si incarica di storicizzare queste categorie della scienza economica. La classe operaia inglese si presenta infatti sulla scena in tutta la sua autonoma figura rivoluzionaria.16 E a chi grida che lo sciopero generale è illegale, che ormai era andato oltre i limiti dell'azione costituzionale - ai suoi colleghi universitari, ai suoi amici di milizia liberale - , Keynes risponde: sia pure! ma che significa questo? i movimenti di classe possono sembrare illegali perché l'equilibrio di forze che condizionava quel sistema, che determinava quella legalità, è venuto 14 SuJio sviluppo keynesiano negli anni Venti, continuamente stimolato dalle vicende politiche inglesi, hanno giustamente insistito i biografi: dr. R.F. HARROD, op. cit., ROBINSON, op. cii., pp. 68 sgg. 15 Su come il problema si presentava a Keynes, dr. E.A.G. RoBINSON, ibidem; C. NAPOLEONI, Il pensiero economico del Novecento, Einaudi, Tori~o 1963, pp. 79 sgg. 16 Oltre che al citato Pribiccvic, ci permettiamo di rinviare all'articolo di M. Gos-

pp. 396 sgg.; E.A.G.

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sullo sciopero generale inglese del 1926, qui pubblicato.

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meno. I rapporti di forza sono mutati: alla nuova situazione va commisurata la legalità. 17 La legge di Say non vale piu perché le variabili dell'equilibrio economico e politico sono mutate: s'è aggiunta l'autonomia della classe operaia. " I sindacati dei lavoratori sono abbastanza forti da interferire nel libero gioco delle forze dell'offerta e della domanda, e l'opinione pubblica, benché con un mormorio di scontento e con piu di un dubbio che i sindacati stiano diventando pericolosi, appoggia la loro tesi principale, secondo la quale i minatori del carbone non dovrebbero essere le vittime di crudeli forze economiche che essi mai misero in movimento. "18 Ricercare l'equilibrio politico significa dunque tener presenti il nuovo ambito, le nuove forze: solo cosi sarà possibile determinarlo. Se le equazioni di Say non funzionano è perché nuove incognite si sono poste: ecco, queste incognite vanno assorbite nella scienza. "L'idea del partito di vecchia concezione, secondo la quale è possibile alterare il valore della moneta e quindi lasciare alle forze dell'offerta e della domanda il compito di determinare i conseguenti aggiustamenti, appartiene a cinquanta o cent'anni fa, quando i sindacati erano senza potere, ed alla malefica dea Economia era permesso di seminare disastri lungo la strada maestra del Progresso, senza che si frapponessero ad essa ostacoli ed anzi con generale approvazione. " 19 Qui non vanno comunque sottovalutate l'importanza e la profondità della critica keynesiana anche dal punto di vista scientifico. L'attacco alla legge di Say implica la distruzione di una secolare ideologia, di un atteggiamento mentale tanto piu solido quanto meno ancorato ai fatti; implica la demistificazione di un valore fondamentale, della norma direttiva della scienza politica borghese dell'Ottocento. È un attacco a "quella coscienza borghese che [ mentre] celebra la divisione del lavoro a tipo manifatturiero, l'annessione a vita dell'operaio ad un'operazione di dettaglio e la subordinazione incondizionata dell'operaio parziale al capitale, esaltandole come una organizzazione del lavoro che ne aumenta la forza produttiva, denuncia con altrettanto clamore ogni consapevole controllo e regolamento sociale del processo sociale di produzione, chiamandolo intromissione negli inviolabili diritti della proprietà, nella libertà e nelle autodeterminatesi 'genialità' del capitalista individuale. È assai caratteristico," prose17 18

liARROD, op. cii., pp. 437 sgg. Dalla conferenza: Sono liberale? (1925), ora in: Saggi politici, tr. it., Sansoni,

Cfr. la testimonianza di R.F.

Firenze 1966, p. 52. 1 ' I vi, p. 52.

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gue Marx, 20 "che gli entusiasti apologeti del sistema delle fabbriche, polemizzando contro ogni organizzazione generale del lavoro sociale, non sappiano dire niente di peggio, fuorché: tale organizzazione trasformerebbe in una fabbrica tutta la società." La critica di Keynes alla legge di Say comporta quindi un'operazione di radicale distruzione dell'oggetto: in quanto l'economia politica si presentava - strutturalmente - come teoria dell'equilibrio, come teoria del ricambio organico e funzionale, dell'indefinita e libera possibilità di accesso al mondo della ricchezza. Sulla "naturalità" di questi presupposti si costituiva radicalmente la scienza economica, adeguatamente congiunta al suo oggetto. Criticati questi presupposti si accetta il rischio che la società si configuri intera come fabbrica. A questo punto tuttavia si ferma l'antitesi keynesiana. La distruzione dell'oggetto è al servizio della ricostruzione dell'oggetto. Piu tardi Keynes affermerà addirittura che gli schemi neoclassici dell'equilibrio economico varranno una volta raggiunta la piena occupazione. 21 Gli è che la dialettica borghese non conosce il rovesciamento. Quanto a Keynes, ogniqualvolta la critica attinge il limite della negazione s'accompagna ad una paralizzante filosofia che impedisce ogni passo ulteriore. Solo lo schema formale, la ricostruzione dell'equilibrio lo soddisfa, prigioniero come egli è, quand'anche abbia rinunciato alle piu volgari mistificazioni, dell'arcano orizzonte del feticismo della merce. Oltre all'equilibrio, oltre alla riproposizione della forma mistificata dell'equivalenza generale, non c'è altro obiettivo da raggiungere: c'è solo il "partito della catastrofe, "22 c'è la disperante certezza che la storia, cioè tutto il resto, è fatta dagli imbecilli: "non da cause profonde, né da fato inevitabile, né da splendida malvagità. "23 "Il problema del bisogno e della povertà e della lotta economica tra le classi e le nazioni non è altro che uno spaventoso pasticcio, un pasticcio transitorio e inutile. "24 Eccolo dunque questo equilibrio formale che lo scienziato cerca di restaurare al limite della possibilità borghese di conoscenza: esso non è piu nemmeno sentimento pieno e garanzia sicura, è consapevole travestimento di un obbligo irra-

'° K. M.wc, Il Capitale, 1, 2, p. ,6 (Rinascita, Roma 1956). u • ... se le nostre autorità centrali di controllo riuscissero a stabilire un volume complessivo di produzione cottispondcnte all'occupazione piena fin dove è possibile, la teoria clas,ica si affermerà di nuovo da quel punto in avanti": J.M. l