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Italian Pages 74 Year 1974

Franco Berardi
SCRITTURA E MOVIMENTO
Marsilio Editori
Prima edizione: giugno 1974
Proprietà letteraria riservata Copyright 1974 by Marsilio Editori - Venezia- Padova Stampa della Tipo-lito Poligrafica Moderna - Padova
INDICE
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Mirafiori è rossa
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Proletarizzazione del lavoro intellettuale, conoscenza, scrittura in movimento
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L'istituzione culturale 27 34 38 39 42
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L'ideologia del lavoro intellettuale 45 46 50 54
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L'istituzione culturale Utopia estetica e riformismo Utopia e ideologia nell'avanguardia L'alienazione artistica L'arte e la realizzazione del significato Il contraccolpo del '68 Bassa intercambiabilità, alta identificazione Fortini, la neo-avanguardia, la proletarizzazione La realtà e l'ideologia
Scrittura, movimento, conoscenza 59 61 63 65 65 67 68
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Lavoro intellettuale, scienza produttiva, conoscenza Concetti dellavolpiani per la teoria del linguaggio Gioco e tecnica Onnitestualità: senso e struttura La poetica del gesto linguistico-combinatorio Il linguaggio dalla rappresentazione alla struttura Conoscenza e linguaggio: il problema della determinatezza La poesia come forma di conoscenza Riepilogo
MIRAFIORI È ROSSA
Un discorso sul lavoro intellettuale e sulla situazione culturale, se vuole evitare di chiudersi nella inconcludente dialettica delle idee, deve partire da un'analisi della base materiale di cui i sistemi teorici e linguistici (culturali) sono forma determinata. Questa deve essere anzitutto analisi della collocazione materiale - sociale, produttiva, e politica - in cui si trova il lavoro intellettuale. Nella misura in cui il lavoro intellettuale, come vedremo, si disloca materialmente sempre più nel corpo sociale e politico del lavoro salariato, un esame della figura del lavoro intellettuale non può prescindere da un'analisi dei comportamenti generali della classe del lavoro salariato. Per questo un libro sul problema della trasformazione della scrittura, del modo di produzione teorica e testuale, parte da una riflessione sull'occupazione di Mirafiori del marzo 1973, dall'episodio culminante di un ciclo di lotte operaie. L'occupazione di Mirafiori del marzo '73 è un momento di importanza storica nella lotta di classe. Anzitutto rappresenta il momento in cui la lotta operaia si attesta su un nuovo livello, e scopre una forma di lotta da cui ripartire, allo stesso modo che nel '69 il corteo interno era il livello raggiunto da cui ripartire. In secondo luogo questo nuovo livello pone all'ordine del giorno in modo urgente il problema dello scontro definitivo per il potere, .e il problema della lotta armata; la stessa dinamica dell'occupazione allude in modo diretto a queste esigenze. 7
In terzo luogo le indicazioni organizzative e lo stesso comportamento degli operai torinesi (soprattutto dei giovani operai) rappresenta il limite dell'esperienza organizzativa fin qui accumulata, sia quella della sinistra tradizionale sia dei gruppi, e indica la necessità teorica e la possibilità pratica del suo superamento. Infine, questo momento di lotta rappresenta la massima emergenza dell'operaio massa, ma pone anche il problema della crisi di un'ipotesi di movimento centrata tutta attorno all'operaio massa, all'operaio del ciclo dell'auto. Infatti, proprio la vittoria di questa figura operaia produce oggi un processo durante il quale viene a maturazione una nuova composizione di classe - a partire dai processi di avanzata automazione, e dalla scomposizione dell'organizzazione del lavoro di linea. In questa nuova composizione di classe il lavoro intellettuale e tecnico, l'intelligenza produttiva (la wissenschaft-tecknische-intelligenz) tende a diventare determinante. Può diventare determinante anche la sua presenza nelle lotte. 1. Ciò da cui occorre partire è un'analisi sia pur rapida del comportamento operaio a Torino, per comprendere le modificazioni intervenute, in questi quattro anni di lotta, nella figura sociale e politica di classe - dato che la lotta, prima di ogni altra cosa, modifica proprio il soggetto, la classe che la conduce: la modifica nella consapevolezza, nella struttura interna, nei rapporti fra i singoli, nella forma stessa della vita individuale di chi appartiene alla classe in lotta. La lotta contro il lavoro, che nel '69 era una tendenza presente nella classe, e una forma di comportamento latente, si è diffusa, in questi anni, non solo come una pratica sempre più massicciamente estesa, ma anche come una pratica cosciente, esplicita. Lo sciopero, l'insubordinazione, non vanno più visti, a questo punto soltanto come una forma di rivendicazione, come pressione, per ottenere qualcosa: si presentano invece ora come una prima forma di appropriazione. Appropriazione anti8
produttiva del tempo. La concezione tradizionale e rivendicativa della lotta è in questo senso superata; la lotta non è più pressione per ottenere qualcosa, e poi tornare alla normalità produttiva, ma è direttamente pratica antiproduttiva, distruzione della struttura di costrizione al lavoro, appropriazione.
2. A questo punto vale la pena di avanzare una ipotesi, che qualcosa può spiegare del comportamento operaio. Nella metropoli l'operaio delle grandi concentrazioni, l'operaio comunista post-industriale non mette in discussione, nella lotta, soltanto i rapporti di classe esistenti nella loro generalità, ma modifica anche, contemporaneamente, e immediatamente, la forma della propria vita personale, i suoi rapporti con gli altri; la scoperta e la pratica massiccia di un comportamento antiproduttivo è anche, immediatamente, esperienza personale di liberazione, è una condizione di felicità, di gioia, di collettivizzazione immediata della propria esistenza. La fabbrica diventa il luogo in cui ci si incontra, si parla, si impara a conoscere la composizione della propria classe, e la struttura organizzativa del capitale; e la società, che dovrebbe essere il luogo della separazione, viene percorsa da mille sotterranee invisibili reti di collegamento fra operai, fra gruppi di giovani che cominciano a vivere in modo nuovo per rafforzare la propria unità, la propria lotta, e per realizzare fin da subito una collettivizzazione della propria vita 1•
3. È la forma stessa del salario che si modifica in questo comportamento. Il salario ha una funzione poli1 Perché non dire a questo proposito che l'esperienza di migliaia di giovani, che nel loro modo stesso di vita quotidiana si pongono fuori del1'establishment, non indica, come legge l'ideologia hippy, la costruzione di strutture alternative pacificamente accampate accanto alla società del lavoro e della miseria. È invece il comportamento spontaneo di un settore di proletariato; la nuova classe operaia &colarizzata e gli studenti proletarizzati, che, vivendo collettivamente, costituendo strutture di autodifesa della propria vita collettiva anche sul piano economico, costruiscono il terreno del1'appropriazione comunista del tempo e delle cose. Perché non dirlo? La pratica della felicità è sovversiva.
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tica di divisione e di atomizzazione, non solo perché differenzia gli operai uno dall'altro, ma anche perché agisce come ricatto, costringendo i proletari ad accettare la disciplina del lavoro, per non trovarsi nella miseria; il prezzo della forza-lavoro è sempre stato un mezzo di pressione sull'uso di questa merce particolare e bizzarra, che spesso si ribella alla funzione a cui è destinata. Il salario è sostanzialmente un mezzo di pressione sulla disponibilità produttiva, e, quindi, politica, del salariato. Ma nel momento in cui l'esistenza operaia si modifica, la collettivizzazione (vita in comune, stessa casa, stessa cucina, spesa in comune, stessa automobile, amici in comune, consolidamento di questi rapporti con la discussione politica, critica della funzione che hanno certi consumi, come mezzo di pressione sul salario) coinvolge anche il salario. Sempre più il salario si presenta come fatto collettivo, che non divide più gli operai, non li contrappone, non li ricatta; in fabbrica aumenti salariali uguali per tutti. E, nella società, basi rosse per la difesa dell'autonomia anche sul piano della vita personale. L'operaio giovane, a Torino, vive generalmente in compagnia di altri giovani, operai nella sua fabbrica, o in altre fabbriche: usano in due, tre, quattro la stessa auto, hanno lo stesso frigo, fanno la spesa insieme. È un modo per spiegare come possano, gli operai di Mirafiori, continuare le lotte per mesi e mesi senza un segno di cedimento 2 ; il loro salario non è più quello del singolo operaio, e le loro esigenze non so2 Un appunto sulla questione dell'assenteismo. È vero che questo cresce ove più alta è la nocività. Ma è anche vero che questo cresce nei momenti in cui più forte è la lotta. Ma d'altra parte è naturale: la lotta è più forte dove le condizioni di lavoro sono immediatamente e radicalmente insopportabili. Il che non significa che l'assenteismo sia conseguenza di « certe » condizioni di lavoro e possa essere eliminato col miglioramento di queste condizioni. L'assenteismo è: a. espressione di un rifiuto radicale del lavoro che trova nei punti di maggior nocività le punte più alte ma non per questo si limita a essere rifiuto della nocività; b. strumento politico per il recupero di capacità di lotta, polmone per la lotta lunga, anche in forma di passività.
no più quelle del singolo operaio. Lo stesso ordine dei bisogni muta, non nel senso ideologico di un anticomunismo, ma nel senso di un collettivismo in cui la forma dell'esistenza personale muta, per rafforzare la lotta collettiva (e la lotta collettiva agisce a sua volta per mutare la forma della vita personale). 4. Quest'ultimo periodo di lotte, e una considerazione del comportamento operaio impongono alcune conclusioni sul problema dell'organizzazione. Anzitutto ripetiamo che il problema dell'organizzazione è essenzialmente quello della direzione operaia sul movimento, e non quello della formalizzazione delle avanguardie operaie, né della costruzione di una rete di organismi che agiscono come cinghia di trasmissione della direzione esterna. I « progetti di partito » sono completamente esterni ai movimenti reali del partito invisibile delle lotte; e il leninismo ha una volta di più mostrato di non essere una soluzione dei problemi teorici e pratici che il movimento operaio pone a questo livello di maturità. Il leninismo rappresentava la soluzione organizzativa di una composizione di classe in cui la reale figura operaia non conteneva nella propria materialità la comprensione del processo produttivo, né il bisogno di comunismo. Oggi la conoscenza non è più un fatto separato dalla pratica e dalla composizione materiale della classe: la conoscenza è tutta materiale nel corpo e nei movimenti di classe operaia - e non resta, perciò, uno spazio vuoto in cui la conoscenza del processo debba essere prodotta dal partito, dagli intellettuali riuniti in partito; né il bisogno di comunismo è più un fatto teorico-scientifico, perché è diventato evidente non solo nei movimenti collettivi della classe, ma, come dicevo, nella stessa forma della vita personale 3• 3 Sul rapporto prassi-teoria vanno dette alcune cose. Nel leninismo il momento teorico è visto come un momento separato dalla pratica. La teoria socialista è il risultato di uno sviluppo puramente teorico, e infatti ne sono portatori gli intellettuali eredi della filosofia classica. La realtà è (idealisticamente) intesa solo come oggetto esterno, non come pratica materiale che
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5. I gruppi rivoluzionari hanno segnato l'inizio della loro fine proprio nel momento in cui hanno riscoperto il leninismo. Da quel momento hanno inevitabilmente pensato - anche a dispetto della sproporzione fra la vastità di forze del movimento e la risibile esiguità e frammentazione delle loro forze - che il movimento dovesse essere diretto dal loro« progetto »,egli organismi di massa (comitati, nuclei, assemblee, consigli) fossero o dovessero funzionare come effettive cinghie di trasmissione della loro direzione. Il che o non è avvenuto, o ha ridotto all'impotenza gli organismi di massa. E il movimento ha invece continuato a marciare e, soprattutto, a produrre un quadro dirigente completamente capace di funzionare o di tradurre in termini politici lo scontro. A questo punto, però, i gruppi, con la loro presenza e la loro petulante proposta « organizzativa » rappresentano (al di là dei loro discorsi) il passato del movimento, e tendono a opporsi al suo sviluppo, cercando di ridurre il futuro a ripetizione di vecchi schemi che la classe non sente più adeguati. fonda la pratica particolare di produzione di pensiero. In fondo questa separazione spiega la simpatia althusseriana e strutturalista in genere per Lenin. In lui vedono giustificata la separazione della teoria come terreno che si evolve per movimenti propri, come una struttura autonoma. In Marx la nozione di totalità concreta è la fondazione di una teoria della conoscenza come pratica interna alla prassi complessiva. La tautoeterologia dialettica resta salva nella irriducibilità della realtà al pensiero; ma il pensiero è pensiero di un soggetto, e può quindi essere ridotto alla pratica di questo soggetto. Il concreto di pensiero (Gedankenkonkretum) è indissociabile dal concreto-di-pratica: la modificazione pratica fonda il pensiero. Il pensiero fonda il concreto come sintesi di molte determinazioni (ma nell'unicità della pratica è la premessa a questa sintesi). La realtà, qui, non è posta come oggetto-della-conoscenza, (che sta di fronte al processo del pensiero) ma come processo materiale di produzione del pensiero. E il pensiero produce il suo oggetto ponendosi come « ultimo atto » del processo reale, che modifica (conoscendolo) l'oggetto e ne fa oggetto-concreto-di-pensiero, ossia oggettoconosciuto-da-un-pensiero-pratico. La coscienza è l'ultimo atto « pratico » di una pratica sociale (di lavoro e di rifiuto) ed è a un tempo l'inizio della modificazione teorica (comprensione unificazione critica) dell'oggetto, e la premessa a una sua modificazione pratica. Anche in questo senso la classe fonda il capitale: in quanto ne è il contempo il motore materiale e il soggetto conoscitivo capace di unificarlo. « La capacità di sintesi è tutta in mano operaia ». L'oggetto non può produrre conoscenza unitaria di sé. Solo la sua negazione pratica può produrre questa unitaria conoscenza teorica.
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6. A questo punto, infine, il discorso si sposta sulla previsione della forma che potrà avere la permanenza di lotta operaia nel periodo che si apre. E questa previsione trova il suo fondamento nel comportamento che gli operai Fiat hanno mostrato nel periodo di conclusione della lotta contrattuale, durante l'occupazione del marzo '73. In quell'occupazione non c'era solo, né tanto, la volontà di chiudere il contratto. C'era soprattutto la sperimentazione di un nuovo livello della lotta. Vediamo, infatti, il processo di appropriazione politica della conoscenza del processo produttivo e di acquisizione degli strumenti per la sua distruzione, nel comportamento degli operai Fiat, a partire dal '69. (E in questa materialità del comportamento operaio c'è tutta la ricchezza del movimento e la sua capacità di crescere e di raggiungere il livello politico del potere per forza della sua interna tendenza, assumendo dentro di sé tutta la funzione politica di direzione). Nel '69 l'aggressione operaia, manifestandosi nella forma del gatto selvaggio, del blocco dei reparti a scacchiera, e quindi nella paralisi della produzione anche a monte e a valle dei reparti insubordinati, si rivolgeva contro le giunture più dirette dell'organizzazione del lavoro, appropriandosi di un'elementare ma fondamentale conoscenza: la conoscenza del fatto che, al di là della frantumazione delle operazioni del processo lavorativo, era data un'unità di tutti i momenti, nell'unicità della valorizzazione, nella fluidità del ciclo produttivo. Conoscere questa unicità del processo lavorativo e della sua inscindibile unità col processo di valorizzazione significava porre le premesse per la distruzione dell'organizzazione di linea. Ma non si era ancora all'unificazione soggettiva della classe - ancora il momento negativo dell'interruzione del flusso in un punto non significava ricomposizione organizzativa, ne era solo la premessa indispensabile. Quello della ricomposizione soggettiva è il momento del corteo interno, la forma di lotta del '70. Il corteo interno va a conoscere la struttura delle officine nella loro connessione, e a ricomporre l'unità della classe operaia, proprio nell'atto stesso di rompere la 13
connessione del processo lavorativo. Si conosce cosl che, se l'unicità della figura operaia in quanto forza-lavoro è data dall'unicità del processo produttivo e dalla connessione del processo lavorativo in vista della produzione di plusvalore, l'unità della figura operaia come classe politica è data nell'interruzione della connessione del processo lavorativo, e quindi nella rottura del meccanismo di produzione di valore. È evidente che questo è il momento in cui il comando operaio sulla fabbrica è già completo: la conoscenza dell'organizzazione del lavoro e dei suoi strumenti (capi, controllori, meccanismi di controllo ... ) diventa subito attacco contro questi strumenti (pestaggio dei capi, sabotaggio dei meccanismi di controllo) e trasformazione delle fabbriche da luogo unitario (per la produzione di valore) della divisione (degli operai) in luogo dell'unificazione operaia sulla rottura della funzione produttiva. Ma non è ancora dato, in questo momento, il controllo sulla fabbrica come figura sociale, nelle sue articolazioni territoriali, nel suo relazionarsi alla metropoli (dal punto di vista della circolazione delle merci, e prima di tutto della merce forza-lavoro).
7. Dobbiamo dire, qua, che tutti i tentativi di costruire questo dominio operaio sul territorio da parte dei gruppi rivoluzionari (lavoro di quartiere ... ) è fallito: anche se partiva da un'esigenza giusta non poteva soddisfarla perché prescindeva dalla crescita operaia e non praticava la conquista del territorio come estensione del comando (conoscitivo-politico) sulla figura sociale del processo di valorizzazione (la società luogo di circolazione delle merci, di circolazione-e-riproduzione della merce forza-lavoro). Ancora una volta, però, la conquista di questo livello sta avvenendo da parte di questo movimento di estensione progressiva del comando operaio. E il modello di questa conquista lo troviamo (eccoci al punto) nella lotta del marzo '73 a Mirafiori, da Mirafiori a tutta la Fiat, a tutta Torino. Il blocco delle merci è stato (com'era già stato ali'Alfa Romeo) blocco della funzione produttiva della fab14
brica nel suo rapporto con l'esterno: blocco della circolazione delle merci in quanto la circolazione è momento interno alla figura complessiva della produzione. Ma - ciò che più interessa dal lato politico - questa occupazione che si estende per cerchi concentrici tende a bloccare e a rovesciare la riproduzione di forza-lavoro nella metropoli, e a trasformarla in estensione di conoscenza politica, di unità sul territorio. Le porte di Mirafiori, dove i capi operai, e una massiccia avanguardia di giovani operai davano le parole d'ordine, le motivazioni della lotta, processavano i nemici degli operai, erano il luogo di irradiazione di un comportamento operaio, che, tramite i vettori dei volantini dei gruppi (puri strumenti nelle mani della direzione operaia) ma soprattutto la circolazione direttamente operaia delle informazioni, si irradiava alle altre sezioni Fiat, e di li alle altre fabbriche, alle piccole e alle medie, e di lì si irradiava sul territorio, ai quartieri, ai bar, ai ristoranti, alle scuole, alle singole case. Quando nei quartieri, nei bar, nelle scuole, dovunque, si parla della lotta, ci si riconosce classe, ci si aiuta collettivizzando (nei giorni dell'occupazione in modo più evidente) il salario, e poi ci si organizza, si preparano le squadre, le armi, le azioni ... allora il territorio ha finito di essere luogo di riproduzione della forza-lavoro, e ha cominciato a essere luogo di unificazione della classe. Ma nel momento in cui questo processo di unificazione ha haggiunto il livello del territorio, è anche il momento in cui (per ordine dell'invisibile materiale direzione operaia, e non per decisione di un gruppo) la lotta armata viene all'ordine del giorno. E vediamola infatti nel modello di comportamento che ci è suggerito dagli operai di Mirafiori. Abbiamo assunto come ipotesi che quello del blocco delle merci-occupazione della fabbrica sia il livello a cui la lotta operaia va oggi attestandosi, allo stesso modo che nel '69 si attestò sullo sciopero a scacchiera, nel '70 sul corteo interno. La ripresa delle lotte a Torino partirà dunque di qua; ma, se nel marzo '73 considerazioni tattiche sulla necessità di 15
chiudere la vertenza contrattuale e di non provocare l'estensione del comportamento Fiat sui metalmeccanici a livello nazionale, ha costretto lo stato a un'immobilità terrorizzata, al punto che la PS aveva ordine di non intervenire comunque, nel futuro non sarà così. Lo Stato deve bloccare questa sovversione della circolazione delle merci in circolazione dell'insubordinazione e dell'organizzazione. E il problema della difesa della lotta (che alle linee è risolto dalla spontaneità operaia) a partire dai cancelli porrà il problema dell'organizzazione armata. Compito dei militanti è porsi sotto la direzione operaia (non sostituirsi ad essa, né surrogarla, né pretendersene l'espressione) e praticare quei comportamenti che la lotta operaia a questo livello suggerisce. Dentro questo processo di acutizzazione dello scontro di classe, e come momento della estensione della conoscenza (sovversiva) operaia sul ciclo sociale (e quindi sulla funzione della scienza e del piano) si colloca la radicalizzazione del settore di classe costituito dal lavoro intellettuale. Un'analisi della figura sociale del lavoro intellettuale è la premessa per una definizione del rapporto politico fra lavoro intellettuale e movimento di classe, e per una proposta teorica relativa alla modificazione dell'operatività specifica in cui il lavoro intellettuale si manifesta (produzione di conoscenza, di testi ... ). aprile 1973
PROLETARIZZAZIONE DEL LAVORO INTELLETTUALE, CONOSCENZA, SCRITTURA IN MOVIMENTO
La base sociale del lavoro intellettuale è stata, per tutto un periodo storico, la rendita parassitaria; ora, a partire dal processo in cui l'intelligenza tecnico-scientifica viene sussunta entro il processo di valorizzazione, la base sociale del lavoro intellettuale (produttore di informazioni) diviene il salario. La riorganizzazione capitalistica tende ad aumentare la composizione organica di capitale, per sostituire (scomporre, risottomettere) il lavoro vivo. In questo processo agisce la scienza, come potenza del capitale; e la forzalavoro tecnico-scientifica viene progressivamente sempre più inserita nel processo di valorizzazione, trascinando con sé, nella proletarizzazione, tutte le figure particolari del lavoro intellettuale. Lo sviluppo capitalistico provoca dunque questa proletarizzazione del lavoro intellettuale; da questa considerazione analitica ricaviamo due indicazioni. Una più generalmente politica è la necessità di vedere i quadri del lavoro intellettuale, tecnici operatori, studenti, come figure materialmente interne al movimento operaio, e quindi la possibilità di fondare il rapporto fra questo settore sociale e il movimento operaio non più in termini di alleanze, ma in termini di omogeneizzazione anche politica. E una più particolarmente specifica, relativa alla pratica di produzione di segni, che dalla tendenza alla proletarizzazione può essere trasformata. La scienza si realizza come forza produttiva, il lavoro intellettuale come figura proletarizzata. Ma la scienza è 17
unicamente potenza del lavoro, moltiplicatore della sua produttività; nessun rapporto qualitativo esiste fra il lavoro della scienza e l'oggetto della conoscenza. Esiste unicamente un rapporto astratto, mediato dal livello di sviluppo raggiunto dal capitale, dal grado di maturità delle potenze intellettuali congelate nel capitale fisso. Il lavoro intellettuale non ha come suo compito - in quanto produttore di valore di scambio - la conoscenza. Niente di tutto questo. Suo compito è la riduzione del tempo di lavoro necessario a produrre merci, e quindi l'aumento del plusvalore relativo nella giornata lavorativa sociale. È dunque solo nel suo limite, nel rovesciamento della sua funzione, che sta la sua possibilità di conoscenza. Il lavoro intellettuale, come forza socialmente proletarizzata, non ha nella sua funzione data alcuna altra possibilità che quella di riprodurre l'universo esistente, dipendente come è dal processo di valorizzazione. Nel rifiuto operaio del comando capitalistico, il lavoro intellettuale trova la possibilità di « conoscere » (non di restaurare un rapporto qualitativo, nostalgico, reazionario, artigianale con la qualità dell'oggetto), e di sovvertire praticamente il processo in cui la scienza serve a sfruttare di più il lavoro, e, per questa via, di costituire un senso di « tutto il processo » (cioè: costituire il processo conoscitivamente, come « concreto del pensiero», gedankenkonkretum). A partire dalla proletarizzazione, è dunque possibile fondare non soltanto una partecipazione al movimento politico di lotta; ma anche una sovversione specifica, sul terreno della pratica particolare (conoscenza: teoria, forma), da parte delle forze del lavoro intellettuale, costrette, entro i rapporti esistenti a riprodurre il mondo, senza conoscerlo. Trasformare il modo di produzione teorico-testuale, sulla base della pratica complessiva del movimento di cui il soggetto della conoscenza fa parte socialmente, e materialmente: a questa possibilità rivolgiamo ora l'attenzione. Il rapporto fra pratiche particolari e pratica politica 18
complessiva: il punto a cui ricondurre in ultima analisi anche il problema della determinatezza e della specificità delle pratiche significanti, teoriche e formali. Determinatezza e specificità: perché non vada persa l'autonomia propria di ogni terreno della pratica (anche quando si configura come pratica teorica, o come pratica significante), in questo senso occorre sottolineare la specificità. La letteratura si organizza come sistema particolare, in cui il modo di produzione (di testi) è formato secondo leggi particolari, che non possono essere ridotte a un altro campo di analisi, che hanno una loro comprensibilità particolare. Ma a un tempo occorre sottolineare la determinatezza. Fin quando parliamo di specificità della pratica testuale abbiamo l'occhio all'operare specifico, abbiamo l'occhio a un determinato « fare » (fare il testo) a un determinato « modificare » (modificare il linguaggio, i rapporti dati fra parola e concetto, e oggetto ... ). Ma non basta considerare unicamente questo aspetto, non basta esaminare il terreno « interno » di questa pratica specifica, perché questa (come ogni altra), oltre che una pratica specifica è anche una pratica determinata. La pratica particolare (pratica significante, pratica teorica) non va riguardata unicamente dal punto di vista del suo funzionamento, dal punto di vista dell'operare specifico, ma va considerata avendo presente anche il fatto che ogni pratica è pratica di un soggetto; e non sono lecite, a questo proposito, scappatoie mistico-strutturaliste (dove chi parla è il linguaggio, dove soggetto di una pratica è il funzionamento di questa pratica e così via), che riducono tutto a non poter essere spiegato, ma a dover essere presupposto. Ogni pratica è pratica di un soggetto. E il luogo in cui questo soggetto si forma non è il terreno stesso di quella pratica (pratica teorica, significante, linguistica ... ), ma è il terreno della pratica complessiva, storica. Il soggetto che parla è un soggetto determinato nel senso che lo hanno formato i rapporti di produzione, i rapporti fra le classi, e la sua particolare posizione in rapporto 19
a questi rapporti politico-sociali. Determinatezza e specificità, dunque. Sulla base di questa iniziale precisazione diventa possibile fondare una critica delle ipotesi che hanno storicamente stravolto ideologicamente il rapporto fra pratiche particolari, e pratica complessiva. Il tentativo di legare la pratica significante, la letteratura in modo particolare alla storia della lotta di classe, del movimento operaio, non riconoscendo questa determinatezza della pratica specifica, ha prodotto quel che sappiamo. Il legame della letteratura con la realtà politico-sociale, è stato sempre un legame volontaristico, che non ha mai modificato il modo specifico della pratica letteraria, dell'operazione particolare. Il realismo (inteso come poetica) non faceva che contemplare oggetti nuovi (la lotta del proletariato, quando va bene, o addirittura la pura e semplice forma di esistenza positiva del lavoro, o del « popolo ») ma non giungeva a modificare il modo stesso della scrittura, dell'operazione produttiva, cioè. Di fronte a questo fallimento della letteratura, non si può però ritenere che, allora, sia valida la posizione di chi, riconosciuta l'autonomia dell'operatività letteraria, dell'operazione di strutturare segni, se ne fa un feticcio, e pensa che questa attività, questa operatività sia immodificabile, o, nella migliore delle ipotesi, sia modificabile soltanto per virtù di sommovimenti interni a questo operare stesso. Il realismo non riusciva a comprendere che ciò che deve mutare è il soggetto della scrittura, e si limitava a mutare l'oggetto da contemplare (o da celebrare); il formalismo di ogni tipo (usiamo certo in modo assolutamente impreciso questa espressione, per comprendervi, fino allo sperimentalismo, poetiche e teoriche assolutamente diverse) non riuscendo neppur esso a comprendere che ciò che va mutato è il soggetto della scrittura, pensa che debba cambiare il funzionamento interno dell'operazione linguistica, isolando in tal modo il funzionamento del testo, o, per ben che vada, l'operatività linguistka, dalla pratica complessiva del soggetto che « fa » il testo, che parla il linguaggio, modificandolo. 20
E questo soggetto si è formato all'interno di rapporti che sono rapporti storici, politici, che intervengono nella letteratura non più perché il volontarismo vuole assumerli come propri oggetti, ma perché sono essi stessi a porre le condizioni della modificazione linguistica. Ma quelle impostazioni ideologiche di cui abbiamo parlato, questa impostazione « realistico-volontarista » e quella « formalista-autonomista » sono pure e semplici mistificazioni, o, piuttosto, sono forme di consapevolezza ideologica determinate dalla condizione materiale in cui si trova questa figura sociale che è l'operatore linguistico, l'operatore culturale più in generale, e, più generalmente ancora, il lavoro intellettuale. Evidentemente si tratta di questo: il lavoro intellettuale non ha finora trovato una sua collocazione materiale all'interno del processo produttivo, e quindi non ha trovato una collocazione politica all'interno del movimento operaio. Il rapporto con le lotte non ha potuto di conseguenza essere che un rapporto volontaristico, e, sul piano della pratica teorica, o significante, della pratica particolare, non è stato possibile fare altro che porre l'esigenza di un rapporto con il movimento di classe se non come esigenza volontaristica, o morale ... , ma non è stato possibile fare di questo rapporto una realtà pratica, vissuta, che entrasse a modificare il modo stesso della produzione del testo. Finora così. Ma l'ipotesi che avanziamo è che, nel corso della riorganizzazione capitalistica negli anni sessanta giunta al punto di maturità, il lavoro intellettuale sia entrato nel processo di produzione di valore, e che in questo modo la figura del lavoro intellettuale sia andata progressivamente proletarizzandosi, e omogeneizzandosi con la figura complessiva di classe. Giunto a questo punto, il discorso deve un poco spostarsi, per misurarsi con la situazione attuale. L'esperienza politica a cui occorre fare riferimento, oggi, è quella del movimento di lotte che ha percorso tutto il tessuto del lavoro salariato, dall'operaio di fabbrica, al tecnico, al 21
lavoro in formazione. Ma vi è uno scarto molto grave fra l'ampiezza e l'importanza che questo movimento di lotte ha avuto e la consapevolezza teorica che questo movimento - nelle sue espressioni anche più consapevoli - ha prodotto. Soprattutto, vi è stata e vi è una tendenza a non comprendere il nuovo della situazione di classe, e del rapporto fra movimento operaio e sviluppo capitalistico; vi è stata e vi è una tendenza a ridurre entro schemi superati di analisi il nuovo che la ricchezza del movimento ha posto sotto i nostri occhi. In particolare, il quadro militante dei gruppi rivoluzionari, si trova oggi o in una pratica di autoconservazione istituzionale di salvaguardia cieca dell'istituzione extraparlamentare, o in una crisi che rischia di condurre alla polverizzazione delle esperienze passate. Nessun futuro per la forma organizzativa rappresentata dai gruppi, dalla figura data, istituzionale, della sinistra « rivoluzionaria », in tutto l'Occidente. I gruppi hanno rappresentato un momento della crescita di circolazione e di comunicazione delle esperienze delle avanguardie operaie. Dal momento in cui hanno tentato di porsi come organizzazione complessiva, come embrione del partito, hanno cominciato a funzionare piuttosto da ostacolo per l'autonomia operaia, per il movimento. Il quadro operaio ha trovato la sua prospettiva organizzativa direttamente sul terreno di obiettivi, direttamente sul piano della situazione in cui la sua condizione massificata si forma. Gli organismi di massa a direzione operaia hanno saputo funzionare come effettivi momenti di organizzazione rivoluzionaria anche quando non avevano rotto interamente col controllo sindacale (consigli di fabbrica, consigli di zona, delegati operai ... ). Ma il settore di classe costituito dagli studenti e dal lavoro « intellettuale » (che progressivamente tende sempre più a essere assimilato materialmente alla figura ope22
raia complessiva, nella misura in cui il capitale assorbe dentro il processo di valorizzazione l'intelligenza tecnicoscientifica come potenza produttiva) non ha trovato alcuna forma di organizzazione di classe, prestandosi all'uso che il revisionismo vuol farne. Questo settore si pone spesso obiettivi illusori, legati a definizioni superate del lavoro intellettuale (il movimento studentesco, identificando gli studenti e i tecnici, con una figura della piccola borghesia, o del ceto medio, e cosi propone un'alleanza tutta interna a un progetto gradualista e interclassista di tipo riformistico; ma d'altra parte i gruppi « rivoluzionari », al di là delle parole, rischiano di riproporre una concezione tardo-leninista del partito, visto come l'organizzazione dei militanti esterni alla classe). La classe operaia va producendo dal proprio interno i propri organismi di direzione, e i propri quadri dirigenti; il lavoro intellettuale, proprio per le ideologie « autonomistiche », volontaristiche, che si porta dietro, non ha invece ancora trovato una sua figura organizzativa interna al complesso del movimento operaio. E questo i gruppi non hanno saputo farlo; ma questo punto è all'ordine del giorno, e forse può rivelarsi come un punto centrale nella analisi della composizione di classe, ma anche nella risposta al problema dell'organizzazione del movimento comunista operaio: il problema del lavoro intellettuale, del ruolo svolto dall'intelligenza produttiva entro il processo di valorizzazione, entro il processo lavorativo, e il ruolo politico che il capitale fa svolgere a questo settore del lavoro intellettuale entro il corpo sociale di classe, infine il problema dell'organizzazione possibile di questo settore di classe entro il movimento operaio complessivo. La forma organizzativa del partito di tipo leninista, il modo volontaristico di fare politica che ad essa è legato, presuppongono una figura di intellettuale esterno al processo produttivo, che sceglie di collocarsi dentro il movimento operaio - anzi, alla sua testa - perché è il portatore della scienza, l'erede della filosofia classica tedesca. 23
Ma è proprio questa figura che viene modificata, nella misura in cui l'intelligenza diventa forza produttiva, e quindi il lavoro intellettuale (massificandosi) cessa di essere sganciato (contrapposto) al lavoro operaio. Allora a questo punto il lavoro intellettuale diviene figura interna alla classe produttrice di valore, e un discorso sulla organizzazione di questo settore di classe diventa in fondo un discorso sulla organizzazione di classe. Il progetto del partito esterno ai movimenti di classe e la pratica volontaristica del quadro di partito ha dunque definitivamente smesso di rappresentare una forma possibile di organizzazione di classe. Una figura nuova di produttore di informazioni produttive si presenta nella fabbrica, e nella società capitalistica. Negli anni sessanta questa figura - l'intelligenza tecnico scientifica - entra nel processo delle lotte; il movimento studentesco, il '68, la lotta dei tecnici, sono i momenti che segnano la massima emergenza di questa figura politica. L'intellettuale come produttore di testi vive questa modificazione, e finora non ha saputo assumere coscientemente questo nuovo ruolo, che gli si presenta. Ha continuato ad agire entro la cultura come istituzione, a considerare separatamente la sua collocazione materiale dalla sua pratica testuale, dalla sua operatività cosciente. La cultura come istituzione è proprio la separazione della produzione di segni, la delimitazione di questo terreno come luogo autonomo, entro il quale si verifica una dialettica totalizzante che ha in sé il proprio fondamento e il proprio senso. L'impatto col movimento delle lotte che ha coinvolto la sua stessa base sociale, il lavoro intellettuale produttivo, pone però in crisi questo rapporto dell'intellettuale con l'istituzione culturale. Non è più possibile assumere il mondo (la lotta di classe, la trasformazione dei rapporti fra gli uomini ... ) come un oggetto da contemplare, e da ridurre all'interno 24
del mondo dei segni. La scrittura rivela di essere essa stessa una forma di pratica, e come pratica di avere un soggetto. E il soggetto di questa pratica non può essere che un soggetto pratico complessivo; non solo soggetto di scrittura, ma soggetto politico, forza produttiva, classe sociale. Una forma nuova di scrittura emerge allora (e scrittura è modificazione del linguaggio, costruzione di un testo, ma anche intervento, azione che modifica i rapporti materiali): una scrittura in movimento, che non presuppone ipostaticamente una data struttura del mondo, né, quindi, un rapporto dato fra parola e concetto, fra mondo e pensiero. E all'interno del rapporto fra movimento e scrittura, non abbiamo più a che fare con una scrittura che conosce il movimento, ma si tratta di una pratica che scrive, che interviene (a partire dalla sua posizione interna al movimento) sul terreno dell'organizzazione dei segni, modificandola secondo un'intenzione, un senso, che nel movimento, nella pratica reale ( e non in quella determinata, se pur anche specifica della scrittura stessa) si forma.
L'ISTITUZIONE CULTURALE
1.
L'istituzione culturale
All'inizio degli anni settanta, sul piano dell'istituzione culturale, alcune cose sono pur successe. Molti dicono che, nella letteratura, e nella cultura più in generale, assistiamo a un processo di restaurazione. Ma è davvero questo che accade? Che cosa si potrebbe, in fondo, restaurare, e contro chi la restaurazione dovrebbe aver luogo? D'accordo, gli anni sessanta sono stati il luogo della formazione di un'avanguardia sperimentale che, mentre metteva in crisi il linguaggio neorealista, produceva un linguaggio teso ad adeguarsi al modo di esistenza della società industriale. Tutto questo è avvenuto nel terreno dell'istituzione letteraria, senza nessun rapporto (consapevole) con la lotta di classe che in quegli stessi anni riprendeva, sotto l'apparente pace sociale, sotto un terreno apparentemente piano, la sua marcia. Alla fine degli anni sessanta, l'impatto con l'emergenza di questa lotta che veniva allo scoperto, trasformandosi in lotta aperta di massa, metteva in crisi la premessa stessa su cui l'avanguardia aveva costituito la sua pratica letteraria (ideologica): la premessa della messa fra parentesi del mondo, dell'autonomia della letteratura dalla« politica ». Come istanza specificamente letteraria, formale, questa dell'autonomia della letteratura aveva avuto una sua funzione positiva: aveva significato che nessun Politburo 27
può dare ordini agli intellettuali, perché, se questi sono borghesi, al massimo diventeranno borghesi pieni di buoni sentimenti, e di volontarismo. Ma ora la lotta di classe coinvolgeva tutti quei settori sociali che il processo di proletarizzazione aveva toccato, e fra questi il lavoro intellettuale proletarizzato. Il '68 era anche e soprattutto la rivolta degli studenti, solo in superficie, però, poteva essere ridotto a una « contestazione culturale », in fondo, e questo si rivelava quando il movimento degli studenti andava configurandosi come settore del movimento di classe, era lotta politica contro l'organizzazione capitalistica del lavoro, contro la fabbrica nella sua forma estesa a tutta la società. E allora il mondo che la neoavanguardia aveva messo fra parentesi veniva prepotentemente all'attenzione, e non si poteva continuare a ignorarlo. Diciamo: per gli intellettuali che trovavano la loro origine nella società capitalistica di tipo paleo-industriale la politica (intesa come collocazione nei confronti della lotta di classe) era una scelta volontaristica, un'adesione, l'obbedienza conformista a un dovere morale o alla direttiva di partito. Ma la lotta di classe restava un mero oggetto da descrivere, da rappresentare, da conoscere, del tutto estraneo. La lotta di classe non diventava mai il soggetto stesso, il punto di vista in cui si forma la disposizione a scrivere. In questa situazione aveva fatto bene la neoavanguardia a rifiutare un rapporto di glorificazione con la politica e a riconoscere la propria vocazione a essere letteratura di un capitalismo maturo che all'ideologia preferisce la tecnica, che alle commistioni con la politica preferisce la finzione di un tecnicismo che si pretende neutrale, autonomo. Non riuscendo ad assumere come soggetto della scrittura la classe operaia, per uscire dall'impasse di una scrittura senza soggetto, occorreva accettare che il soggetto della scrittura fosse il meccanismo, la ripetizione, la struttura ipostatizzata, lo sviluppo cioè, nella sua forma capitalistico-tecnocratica. Occorreva, dello sviluppo, accettare la (in realtà ideologica e solo apparente) avalutatività, la 28
(mistificatoria) neutralità. Il linguaggio andava ripreso là dove nessuna intenzione eteronoma (politica, morale ... ) lo toccava, e dove si presentava come pura tecnica; questo era avvenuto, ma la fine degli anni sessanta provoca la crisi: la lotta di classe irrompe nella scrittura non più come un oggetto ingombrante che vuole essere riconosciuto, ma proprio come la condizione materiale che determina e pone la premessa di ogni pratica particolare. A questo punto, però la scelta è ben più radicale che in passato; il problema non è più essere « moralmente » con la classe operaia o con le forze rivoluzionarie, assumerle come oggetto di un'attività letteraria che non muta al proprio interno. Non è solo l'uso della letteratura, la sua destinazione, il suo oggetto (contenuto) che deve mutare, ma la sua stessa struttura va costretta a esprimere un punto di vista nuovo. E perché questo avvenga non basta una conoscenza esterna del nuovo dato emergente, non basta una volontaristica adesione. Occorre che la pratica politica della classe rivoluzionaria diventi il soggetto stesso della pratica significante, teorica, letteraria, poetica e artistica. Pensare è oggi momento di un processo collettivo di modificazione; anche scrivere lo è. Ma questo significa esattamente la fine di ogni discorso sull'intellettuale organico e sulla letteratura impegnata. Questo vuol dire che - perché la pratica significante possa presentarsi come momento interno alla pratica complessiva operaia - lo scrittore deve materialmente essere interno alla condizione di classe operaia (non in senso sociologico, ovviamente, ma nel senso politico), che vede la direzione operaia estendersi su una serie di strati di lavoro intellettuale tendenzialmente proletarizzati. Ma ora tornamo a parlare della cosiddetta « restaurazione». Che cosa accade in realtà? Accade un fatto in qualche misura positivo. 29
Se ancora negli anni sessanta era possibile produrre qualcosa di interessante nel campo della letteratura come istituzione, conducendo là dentro un discorso dL adeguamento e di rinnovamento, oggi questo non è più possibile. Oggi vi sono due operazioni possibili, che non hanno fra loro un campo comune (se non quello spettacolare, mistificatorio della letteratura come istituzione): da un lato l'istituzione letteraria mette ordine in se stessa (questa è l'operazione che si chiama restaurare?); dall'altro si costituisce il terreno della scrittura come pratica significante determinata dalla pratica collettiva di lotta comunista e di modificazione operaia dei rapporti esistenti fra le classi, e fra gli uomini. Non bisogna pensare che fra questi due campi ci sia qualcosa come una battaglia (gli « scrittori proletari » che fanno una strana battaglia contro i servi prezzolati da Rusconi, mentre nelle piazze operai e studenti si scontrano con il nemico reale). Niente di tutto questo. La battaglia avviene fra due classi in lotta, e ogni militante si scontra sul terreno dei rapporti materiali fra le classi, senza riprodurre nel movimento comunista la divisione fra lavoro manuale e intellettuale. E scrivere è una pratica particolare che porta il segno della classe il soggetto che scrive, vive, lavora, lotta, e si riconosce. Allora non agitiamoci perché i pennivendoli fanno i pennivendoli, e se li mandi in Cina parlano della cucina cinese. Che Volponi stia dalla parte di chi sfrutta, e che Salinari sia un bempensante zelatore dell'ordine nei libri come nelle scuole e nelle fabbriche, questa non è restaurazione, è il risultato di una lotta che ha costretto ciascuno a dichiarare la propria vocazione. D'altra parte riconosciamo che nella condizione in cui ci troviamo può cominciare a lasciare segni questa pratica massiccia della lotta comunista. Abbiamo detto, dunque: non una battaglia fra istituzione letteraria e pratica testuale che si riconosce nella lotta di classe, ma completa divergenza, estraneità totale. 30
La battaglia si svolge altrove, nelle piazze e nelle fabbriche. In questa completa dissociazione, il movimento comincia ad articolare alcune sue forme di intervento sul piano della pratica significante, sul piano letterario ecc. Vogliamo tutto è un tentativo di muoversi in questa direzione, di fare un testo non come battaglia letteraria, ma come intervento determinato da una pratica complessiva che è quella della lotta operaia. Molte cose si possono dire sulla riuscita (e sui limiti) di questa operazione, ma intanto una cosa va detta: che questo testo nasce dentro un momento della lotta di classe, e non come una battaglia letteraria, come propo• sta di riforma dell'istituzione letteraria. La scrittura di Balestrini, è, in questo senso, un fare interno a un processo storico; è un momento di conoscenza di questo processo, di modificazione teorica e linguistica del processo reale. Qui scrivere significa accumularsi di una esperienza politica e materiale, e l'atto di scrivere si rivolge verso la realtà conoscendola e riducendola a linguaggio (cioè cosl modificandola), in un modo che è determinato dallo svolgersi di tutto lo stesso processo, dalla pratica complessiva precedente. Certo, in questo libro ci sono dei limiti che hanno reso possibile l'equivoco di chi ha letto Vogliamo tutto come un libro realista-socialista. Ma quella che va comunque riaffermata è l'intenzione di uscire, con questo libro dall'ambito della battaglia dentro l'istituzione letteraria, per agire invece all'interno di una pratica determinata dalla pratica complessiva comunista. Molto, invece, va detto e fatto ancora sul piano del modo linguistico .in cui questa intenzione deve realizzarsi. Il fatto è che mutare l'uso della tecnologia non basta, ma occorre mutare la struttura della tecnologia, e la struttura della scienza stessa. Questo significa che l'appropriazione operaia è necessariamente anche modificazione (e di31
struzione) della forma capitalistica dell'oggetto appropriato. Tutto questo - che in modo cosi sommario si è cercato di delineare per quel che riguarda il problema della scienza e della tecnica - può essere esteso e applicato al problema del linguaggio e della conoscenza. Il linguaggio è una forma di pratica significante, la cui appropriazione non è in nessun modo significativa se non si accompagna a una sua modificazione strutturale. Una pura e semplice appropriazione unilaterale del linguaggio, infatti, comporta forse una diversa circolazione del messaggio, implica un problema di committenza ... , ma l'assunzione di un oggetto diverso da « descrivere », conoscere, trattare, e anche un pubblico diverso, una diversa circolazione non significano nulla se il « modo di produzione » del testo non cambia, se il linguaggio e il soggetto che parla non cambiano. Sappiamo, con Marx, che i riformisti riducono sempre il problema della rivoluzione a una diversa distribuzione e circolazione. Ma « non vogliamo un capitale senza capitalisti» (vedi Grundrisse, ed. it., I, p. 289: « hanno un bel da dire i socialisti ... ecc. ») Il revisionismo, riduce l'appropriazione operaia della macchina produttiva a un problema di produrre cose diverse, e di modificare la « persona » del comando, cioè riduce la trasformazione socialista a un uso alternativo della « stessa » tecnica e della « stessa » scienza - che cosi esprimono lo stesso rapporto di produzione e la stessa forma del processo lavorativo, la stessa oppressione e sfruttamento. Non a caso contemporaneamente, il discorso culturale legato al revisionismo riduce il problema del rinnovamento sul piano artistico e letterario alla comunicazione di messaggi diversi, alla circolazione in un ambiente diverso, più vasto, popolare. Sappiamo che la scienza tramite la mediazione della tecnologia forza produttiva, e come strumento per il controllo sul processo di produzione, è una forma di pratica 32
conoscltlva organica allo sviluppo capitalistico. Essa si presenta, nella sua forma presente, come furto dell'invenzione operaia da parte della organizzazione del lavoro, e come rovesciamento di questa invenzione operaia contro i movimenti politici della classe operaia stessa. La lotta operaia è lotta contro l'uso capitalistico della tecnologia (un uso che ne fa strumento di asservimento e di intensificazione della produttività, e di aumento del grado di sfruttamento della forza lavoro). Giustamente si criticano, da parte del marxismo, certe concezioni che identificano l'oppressività della società presente con la sua forma tecnologica, intesa in modo metastorico e generico, e che di conseguenza identificano la liberazione con la soppressione della tecnologia (restaurazione di un rapporto immediato con la natura ... ). Ciò che le lotte operaie rifiutano e tendono a sopprimere è il rapporto capitalistico di produzione, e, quindi, l'uso capitalistico della tecnologia. Ma una cosa va chiarita. Se è vero che il problema non è quello della soppressione della macchina tecnologica, d'altra parte questo non significa che una volta sovvertito l'uso della tecnologia (sottratto per cosl dire il potere ai capitalisti e al loro ceto politico) la macchina tecnologica (il processo lavorativo) resterà immutato nella sua struttura. È importante notare che la riduzione leniniana della trasformazione rivoluzionaria a « soviet più elettrificazione », a passaggio formale del potere più ripetizione del modello capitalistico dello sviluppo conteneva già in sé il pericolo implicito di ogni degenerazione revisionistica e staliniana. E quando Lenin affermava che occorreva introdurre il fordismo come punto più avanzato della tecnologia mostrava di ridurre la trasformazione rivoluzionaria a un fatto puramente « politico-formale » che non intacca la struttura materiale del modo di produzione, dei rapporti fra gli uomini. Ma in realtà i «messaggi» restano (vedi il caso della scrittura realistico-socialista) del tutto estranei alla pra33
tica di costruzione del testo, perché questa non era mutata. E così la stessa circolazione diversa era una mistificazione: agli operai si presentava un'arte che glorifica l'eternità dei rapporti di classe nell'eternizzazione della struttura linguistico-formale esistente. È la struttura stessa che deve essere mutata; questo è il punto. Appropriazione operaia della pratica di costruzione del testo vuol dire anzitutto distruzione della struttura data del linguaggio, che, dentro la sua eternità, vorrebbe rappresentare l'eternità dei rapporti che esprime. E vuol dire costruzione di un linguaggio che esprima il carattere collettivo del pensiero comunista, e il movimento continuo del rapporto parola/ senso di una condizione in cui i rapporti di classe, i rapporti fra gli uomini, e fra gli uomini e le cose sono in continuo movimento, ed è quindi impossibile fissare il senso delle parole, in quanto non può essere fissato (senza mistificazione) il senso delle cose.
2.
Utopia estetica e riformismo
Non è sufficiente definire il riorganizzarsi della istituzione letteraria col termine - sbrigativo - di restaurazione; anzi, sembra piuttosto che questo termine serva come copertura per il riformismo che, chiamando a raccolta contro il pericolo della restaurazione culturale, prepara la difesa della istituzione, e si occupa del suo rinnovamento (che poi, strettamente si intreccia con la riorganizzazione della società capitalistica, fornendole una serie di strumenti culturali, ideologici, e scientifici). A questo rinnovamento della istituzione culturale collaborano anche parte dei quadri intellettuali usciti dal '68. Vediamo sommariamente qual è il loro destino, la loro attuale collocazione. Conclusa l'esperienza politica che li teneva uniti nel movimento studentesco, non hanno saputo riqualificarsi all'interno di una nuova fase di lotta di classe che, dopo 34
il '69, ha visto estendersi e organizzarsi l'autonomia operaia. Una parte di questi quadri si è isolata dal movimento rifugiandosi in forme di esistenza individualistiche, e nella ripetizione di comportamenti culturali tardo-esistenzialistici o hippy, caratterizzati da una passività rassegnata. Molti altri si sono inseriti nell'istituzione, identificandosi costruttivamente nel loro ruolo sociale (magari attraverso una posizione riformistica) assumendosi il ruolo di sperimentatori, di progettatori, o addirittura assumendo la figura dell'opposizione culturale ed estetizzata che il piano prevede come dialettica interna all'istituzione. Il rinnovamento della istituzione culturale parte dal riconoscimento di quel che è successo, ad esempio dal '68 in poi; il movimento reale è posto però come momento interno alla cultura, come movimento di idee; cosl si può riconoscere che tutto cambia, ma solo perché destino della spiritualità è muoversi e mutare, e quindi, realmente, nulla cambia. La cultura diventa il luogo in cui tutto può essere riassunto, in cui tutto avviene, secondo una precisa dialettica, che è quella della cultura della crisi. Il mondo è messo fra parentesi, ma del mondo viene distillata la caratteristica del movimento - depurata però dai suoi elementi di materialità, di concretezza, di determinatezza storica - e il movimento diviene movimento delle idee, puro conflitto culturale. La presenza della contraddizione, che negli anni delle lotte aveva premuto contro le parentesi fra cui la cultura l'aveva collocata, ora entra nella cultura, per diventare, là, puro conflitto di idee, crisi della cultura. Vediamo, ad esempio, alcuni fatti culturali, come la nuova serie del « Verri ». Là nulla è mutato se non la costatazione astratta del fatto che tutto è mutato. Ma come si può cogliere il movimento reale se non si fa mai cenno alla forza materiale della lotta operaia che, sconvolgendo gli equilibri esistenti sul piano dei rapporti reali, ha determinato la possibilità di un intervento sul piano della 35
produzione di segni, portando là il punto di vista della contraddizione. In quel modo lo spazio della scrittura è uno spazio in sé concluso, che procede dalla azione di scrivere, e Il ha il proprio compimento. In questo, nell'occultare l'esistenza di un soggetto politico materiale che fonda la possibilità di scrivere (nel senso che è il soggetto della stessa pratica testuale), le influenze teoriche strutturalistiche e quelle fenomenologiche hanno agito in modo analogamente profondo. La poesia finisce per essere il luogo in cui parla un soggetto « altro », a cui la concreta, determinata pratica della scrittura si arrende, passivamente, e cosi infine la letteratura si manifesta come consolazione, come abbandono del soggetto a un flusso che riempie lo spazio della scrittura-passività. D'altra parte la cultura assume istituzionalmente in modo sempre più compiuto la propria funzione di produttrice di utopia. E contemporaneamente l'utopia culturale definisce sempre meglio i propri rapporti con la progettazione capitalistica. La riorganizzazione capitalistica mira alla ricomposizione del conflitto esistente fra classe operaia e sviluppo. L'utopia di questa composizione definitiva, di questa riduzione della classe alla sua figura produttiva di forza lavoro è l'obiettivo politico del piano. La visione estetica del mondo è - nella cultura che pretende di essere funzione, progettazione, profezia l'espressione di questo sogno utopico. Sarebbe interessante andare a vedere come le utopie estetiche rappresentino storicamente il concreto progetto capitalistico, solo presentandolo come radicale negazione della situazione presente, come sganciamento totale dal dato, proiettandolo sul piano della perfezione ideale. Ad esempio, le utopie estetiche degli anni venti (futurismo, costruttivismo ... ) rappresentano come sogno quella visione che avrebbe poi trovato riscontro nella materializzazione del progetto di formazione della metropoli industriale, del progetto di assunzione della città all'in36
terno della sfera della fabbrica. L'utopia, cioè, distilla l'essenza della situazione reale, depurandola dei suoi aspetti inessenziali, e proietta questa visione al di fuori dell'esistenza della contraddizione (esorcizzando nel pensiero la forma materiale del conflitto e assumendolo unicamente come conflitto delle idee); in questa idealizzazione lo stato di cose presente è eternizzato, allo stesso modo che il piano pensa il futuro come riproduzione dell'esistente, se dio vuole depurato della sua contraddittorietà. Il riformismo e la cultura si incontrano, così, sul terreno comune dell'utopia. La cultura sogna di poter ridurre la contraddizione a puro conflitto culturale, a « dialettica ». E il riformismo sogna di poter programmare lo sviluppo riducendo la forza che nega per distruggere la forza che collabora, sia pure conflittualmente. Per esemplificare, riferiamoci all'utopia urbanistica come forma più evidente di questo incontro fra cultura e riformismo. La città a misura d'uomo (come dimostra l'esempio illuminante di Bologna, punto avanzato della sperimentazione riformistica) è in senso esatto la città che allontana da sé, che esorcizza la presenza scandalosa della contraddizione materiale, della classe operaia. Il progetto capitalistico (che ha a livello dello scontro materiale fra le classi, come avversario difficile da eliminare l'autonomia e l'ostilità delle avanguardie di massa della classe operaia) mira - diciamo in modo senz'altro sbrigativo e impreciso - alla disgregazione delle concentrazioni produttive, la grande fabbrica, la grande concentrazione operaia, produttiva e territoriale, la metropoli proletaria, il quartiere ghetto. La distruzione delle grandi concentrazioni operaie, l'organizzazione sul terreno sociale di una fluidità che - mentre riunisce nella figura della valorizzazione il lavoro operaio lo divide sul piano della dislocazione territoriale e della composizione politica - è la forma strategica del piano capitalistico in questa fase storica. Il riformismo (vediamo qui l'Emilia rossa, con la sua 37
struttura industriale e urbana sapientemente decentrata ma anche fluidificata e ricomposta da piani di sviluppo, non come punto arretrato, ma al contrario come un punto avanzato sul piano della sperimentazione politica, economica, sociale); il riformismo già si pone questo progetto come piano da realizzare. La « gestione sociale » è la forma politica di questo progetto. Le forme ideologiche sono invece estremamente complesse: dall'ecologia alla tematica della ricomposizione delle mansioni, tutta una serie di temi si intreccia: utopie culturali che presentano come forma « finalmente umana » della città e del lavoro quella che realmente non è (ma in fondo solo nel sogno) altro che la forma finalmente non contraddittoria, finalmente pacificata del rapporto fra le classi.
3.
Utopia e ideologia nell'avanguardia
La scrittura realistica non modifica il soggetto della operazione letteraria, ma si limita ad aprirsi a un nuovo oggetto, ad applicarsi a oggetti nuovi. Il soggetto della produzione letteraria non muta; resta l'intellettuale che compie una scelta, che maneggia uno strumento neutrale, e applica questo strumento (il linguaggio, la conoscenza) all'oggetto che vuole. Per gran parte l'avanguardia, nella misura in cui mitizza le possibilità eversive, negative della poesia, dell'arte, resta interna a una concezione che identifica la produzione letteraria con una forma di missione. È l'altra faccia di una visione pre-industriale dell'operatività artistica. In questa visione pre-industriale, che corrisponde a una relativa autonomia del produttore di testi dal mercato, è possibile un alto grado di identificazione col « mestiere », con le caratteristiche artigianali, concrete, individuali, del mestiere. È possibile, cioè, identificarsi con l'operatività lette38
raria fino al punto da pensare che questa sia non una pratica particolare, determinata dalla pratica sociale complessiva (modo di produzione, rapporti di classe), ma una forma di prassi autonoma, e - secondo una terminologia idealistica, storicista - totalizzante. Nel quadro di questa illusione l'avanguardia artistica diventa progetto di modificazione - non della pratica particolare di produzione testuale - , ma del mondo intero. L'avanguardia negativa (pensiamo a un settore dell'avanguardia storica: il surrealismo, dadà, parte del futurismo; e parte della letteratura degli anni '60, in Germania, USA, e anche in Italia) identifica la letteratura con un'operazione totale perché ha già scoperto che il capitalismo è un sistema oppressivo, ma deve ancora scoprire che la letteratura è inserita nel sistema capitalistico come ciclo particolare di produzione, come particolare pratica determinata. E così l'artista di avanguardia rifiuta il capitalismo, ma crede di poterlo rifiutare proprio usando la sua mansione come un'arma, come una forza autonoma e negativa. Leggiamo un testo che, nella sua complessità, può (fra l'altro) illuminare quella rete di temi ideologici che stanno dietro quella che definiamo avanguardia negativa.
4.
L'alienazione artistica
Vediamo anzitutto il nucleo essenziale del discorso svolto da Mario Perniola. L'arte rappresenta una forma di alienazione, allo stesso modo che l'economia, altra faccia dell'arte, ma suo complemento parallelo, è una forma di alienazione. Ogni teoria (estetica) che considera l'arte come categoria naturale, è, secondo Perniola, una teoria incapace di arrivare a una critica radicale del sistema capitalistico, fondamentalmente sistema della separazione. Una teoria critica, la critica radicale, invece, deve saper essere critica della separazione di arte ed economia, ma anche critica 39
dell'economia e critica dell'arte in quanto queste categorie non possono esistere che nella loro separazione e alienazione reciproca. Solo in questo modo è possibile comprendere che l'arte è una categoria storica, e non naturale, e che la critica radicale deve giungere alla sua negazione e abolizione. « La definizione dell'arte come categoria storica è la prima scoperta della critica radicale: la sua natura storica, transitoria e destinata al superamento, può essere affermata soltanto da una prospettiva che si pone al di là dell'arte ... Per l'ideologia, invece, l'arte è una dimensione eterna, inseparabile dall'uomo: essa perciò conserva, e tramanda la separazione, conferendole un crisma di necessità ... mentre per l'autocoscienza artistica l'arte è una totalità, la critica radicale ne denuncia innanzitutto il carattere particolare » (M. Perniola, L'alienazione artistica, Milano, Mursia, 1971, p. 15). La critica radicale, prospettiva al di là dell'arte, è il presupposto della definizione dell'arte come categoria storica. L'autocoscienza artistica ritiene di aver annullato la realtà, l'altro da sé e di aver posto se stessa come totalità realizzata. Ma in realtà questa apparente totalità del momento artistico nasconde una mistificazione. L'arte può tutto perché essa è altro rispetto alla realtà della vita, perché la sua potenza è l'impotenza del mondo, la sua ricchezza la miseria del mondo, la sua libertà la schiavitù del mondo. Dietro l'apparente onnipotenza dell'arte sta una separazione che è la base stessa della categoria artistica. Tale separazione è quella fra significato e realtà. « Tutto ciò che è significativo non è reale, e viceversa tutto ciò che è reale non è significativo» (op. cit., p. 20). Arte ed economia sono così opposti e complementari; come l'arte è il luogo del significato, così l'economia è il luogo della realtà. « L'arte è il significato separato dalla realtà, l'eco40
nomia la realtà separata dal significato» (op. cit., p. 21). L'arte vive questa alienazione come mancanza di realtà, come « contrasto fra la totalità della sua dimensione cosciente e l'impossibilità di possedersi interamente» (op. cit., p. 27). L'economia invece vive questa alienazione nella sua mancanza di significato, che si manifesta, ad esempio, nell'essere il valore di scambio astrazione delle qualità delle operazioni e delle opere, e nell'essere il valore di scambio solo il substrato materiale di quell'astrazione. « Con l'avvento e il generalizzarsi del modo di produzione capitalistico l'inganno e l'assoluta insignificanza si estendono anche a tutti gli oggetti reali e a tutte le operazioni sugli oggetti reali, a tutte le merci, a tutti i lavori » ( op. cit., p. 44 ). Ecco così economia e arte esterni l'una all'altra, incapaci l'una e l'altra di costituirsi in totalità reale, perché la loro esistenza e la loro forma separata costituisce l'alienazione, è l'alienazione. Né l'arte né l'economia sono il progetto in atto della liberazione, perché sono alienate e complementari, essendo rispettivamente, significato senza realtà, e realtà senza significato. Quindi non esiste un'arte rivoluzionaria, né un'economia rivoluzionaria, in quanto entrambe legate alla struttura della separazione, che costituisce la struttura fondamentale del sistema capitalistico (naturalmente tutto questo secondo Perniola). Allora la rivoluzione non è estensione dell'arte a tutta la realtà (come vorrebbe l'estetismo), né tanto meno modificazione dell'economia come (sempre secondo Pernio la) vuole il materialismo. Ma proprio soppressione e superamento della separazione, dell'esistenza separata di arte ed economia. Infine la rivoluzione è defìnta da Perniola come realizzazione del significato. Per questa via la separatezza delle due forme di esistenza del sistema scompare, è abolita; la critica radicale, 41
cosl, abolisce l'arte ma contemporaneamente realizza il significato che, nell'arte, vive una vita separata, alienata, perché non reale.
5.
L'arte e la realizzazione del significato
Nucleo di questa tematica è la realizzazione del significato. « Tutto ciò che è reale non è significativo, e tutto ciò che è significativo non è reale ». E su questa separazione si fonda tutta la teoria del1' alienazione artistica. La società capitalistica è definita come luogo di questa separazione e di questa assenza di significato. Ma la formula di Periola non rappresenta forse una formula hegeliana, che ricalca in qualche modo, pur apparentemente rovesciandolo, il punto di vista secondo cui tutto ciò che è reale è razionale e viceversa? Perniola sembra dire il contrario, ma secondo una lettura non conservatrice della dialettica hegeliana quando Hegel dice che tutto ciò che è reale è razionale egli dice anche che tutto ciò che è reale non è razionale ma deve esserlo, e tutto ciò che è razionale non è reale, ma, proprio per la sua razionalità deve diventarlo. La divisione fra significato e realtà (vedi Glosse a Feuerbach) esiste soltanto nella testa; nella realtà significato e reale sono, in una dialettica ben più complessa, continuamente uniti e collegati da un rapporto di determinazione per cui le contraddizioni del reale producono poi le contraddizioni nel pensiero. II discorso di Perniola è tutto costruito su questo principio idealistico secondo cui la forma contradditoria della realtà sta (non nell'esistenza delle classi e del lavoro salariato) ma nell'assenza di significato, nella separazione del significato dal reale. E cosl come il capitalismo è idealisticamente definito come il luogo dell'irrazionale, così il comunismo è definito come realizzazione dell'ideale. 42
Ma cosl anche l'arte è inviluppata in questo groviglio idealistico; l'arte rappresenta il luogo del significato alienato, separato dalla realtà, la rivoluzione il processo di realizzazione del significato. Ma il significato non è altro, in fondo, che l'idea hegeliana, surrettiziamente presupposta, nel pensiero, all'esistenza concreta della contraddizione. Ma come l'idea hegeliana non è in fondo che un'ipotesi della volgare empiria, così il significato che nel1'arte si presenterebbe separato, e che la rivoluzione dovrebbe realizzare, non è in fondo che il significato « della » realtà presente, non è che l'ipotesi della forma presente di realtà, pensata sotto forma di utopia. che la critica dovrebbe realizzare. Il significato - la realtà. Il significato mentre pretende di essere la negazione del presente non è che il « sogno » del presente, la sua verità profonda negata nel pensiero, e poi, nell'utopia, restaurata. Il superamento della separazione e la dissoluzione hegeliana dell'arte sono, in questo discorso, un unico processo. Ma anche qui abbiamo a che fare con un tipico procedimento logico idealistico. La critica radicale afferma che arte ed economia sono contrapposte, e si negano. Ma per vedere arte ed economia in contrapposizione, escludentesi l'una con l'altra, Perniola deve assumere la realtà come luogo privo di significato, e l'arte, il significato come luogo privo di storia, di materia,- di determinatezza; la distinzione e la separazione si fonda sull'assunzione acritica dell'arte nella sua pretesa idealistica non materialità, non storicità. Il significato, il senso, viene privilegiato sul lavoro materiale, sulla pratica determinata che è necessaria a produrre l'oggetto artistico, la forma poetica ... La critica radicale si forgia (come l'idealismo) un oggetto di comodo; pensa una realtà del tutto priva di ragione per poterla negare e rendere razionale. Cosl economia e arte sono visti come due campi in sé conclusi, senza alcun rapporto di reciproca determinazione. 43
Ma è possibile pensare all'arte e all'economia come a due terreni separati, anziché come due pratiche legate da un rapporto di determinazione? O piuttosto la contraddizione è presente nella realtà materiale, nei rapporti fra le classi, nei rapporti di produzione, e di conseguenza la pratica significante (il pensiero, l'arte) in quanto pratica determinata presenta in sé questa contraddizione, proprio perché è pensiero « della » realtà, pensiero di una forza reale (la classe operaia) o di un'altra (il capitale)? E cosl l'arte vive la contraddizione collocandosi entro l'uno o l'altro campo, comunque formandosi come pratica particolare determinata dalla pratica complessiva materiale?
L'IDEOLOGIA DEL LAVORO INTELLETTUALE
1.
Il contraccolpo del '68
Intorno al '68 localizziamo la crisi (vogliamo dir così?) della nuova avanguardia. È il contraccolpo della ripresa delle lotte in Occidente (ma si erano mai fermate, le lotte, oppure la letteratura e le filosofie non riuscivano a vederle a causa della loro scarsa dimestichezza con gli strumenti concettuali e politici che permettono di vedere la lotta operaia anche dove in superficie si scorge solo passività e stasi?); è la violenza con cui le lotte si presentano che mette un po' in subbuglio il modo di procedere delle avanguardie, le costringe a rimettere in discussione il rapporto pratico fra letteratura e lotta politica, il rapporto conoscitivo fra linguaggio e mondo; e quando le avanguardie si sottraggono a questa costrizione vengono relegate in una posizione di periferia accademica e tecnicistica. Nel complesso, comunque la reazione delle avanguadie di fronte al movimento delle lotte - diciamo soprattutto delle lotte studentesche - dopo il '68, è stata una reazione ideologica e inadeguata. Sul piano internazionale la letteratura era di situazione in situazione diversamente attrezzata a sostenere l'urto dell'ondata delle lotte, nel senso che diversi erano gli strumenti di cui si erano appropriati i vari protagonisti della letteratura durante gli anni '60, e soprattutto diverso era il loro atteggiamento. 45
L'avanguardia americana, l'underground, il terrorismo e il ribellismo beat-generation e hippy aveva vissuto in simbiosi con quei gruppi che erano alla base della rivolta nelle università e nei ghetti; il conformismo culturale nord-americano aveva respinto tutta quella gente insieme fuori della gestione del potere. In Italia, invece, gli esponenti dell'avanguardia erano i detentori di gran parte del potere nell'industria culturale, e il loro operare letterario era indeciso fra la sperimentazione e l'attenzione costruttiva di nuove strutture linguistiche, e l'anarchica distruzione delle forme tradizionali di comunicazione; ma nel complesso sembrava orientato piuttosto verso una direzione costruttiva. Le lotte del '68 hanno inciso in modo diverso, quindi, sulla letteratura d'avanguardia; talora inglobandola, talora scompigliando le carte delle sue ricerche e delle sue operazioni letterarie. Il rapporto cultura-politica, rivoluzione-letteratura, viene precipitosamente messo all'ordine del giorno e finisce per bloccare tutto. L'avanguardia si ferma, segnatamente in Italia. Val la pena di indagare su quest'arresto, per definire le possibilità future, se ve ne sono.
2.
Bassa intercambiabilità, alta identificazione
Dice abbastanza giustamente Mario Spinella, in un articolo su « Rinascita », « si può chiedere all'operaio di rifiutarsi di lavorare in fabbrica giacché lavora per la borghesia, per il capitale? ». A parte il resto di ciò che dice Spinella, qui c'è un discorso giusto: come non si può chiedere questo all'operaio, perché significherebbe dirgli di rifiutare individualmente la propria personale condizione, e non lottare contro il lavoro salariato, così non ha senso dire allo scrit46
tare di abbandonare la letteratura. E l'analogia non è così infondata come può parere. Lo scrittore, indipendentemente dal fatto che possa casualmente trovarsi a essere anche percettore di reddito, è però, e tende sempre più a diventare (data la massificazione dell'accesso all'università el'inutilità dela laurea in lettere, ad esempio) un proletario, uno cioè che non ha da vendere che la propria forza-lavoro. Ed è un salariato in quanto produce una merce - il libro, l'articolo - di cui si appropria l'editore-capitalista. L'editore, fra i costi del lavoro, oltre al salario degli operai che il libro lo hanno stampato o distribuito, include il salario dello scrittore (generalmente molto basso). A produrre il plusvalore di cui il capitalista si appropria dunque, sono stati non solo i tipografi ecc., ma anche l'autore di ciò che viene stampato. Da qui un nodo va sciolto, intanto: queste cose diciamo presuppongono un modo di pensare la letteratura assolutamente diverso da quello che sta alla base di ogni forma di ideologia letteraria. Per l'ideologia letteraria la letteratura è una missione; anche quando si nega la sacramentalità della funzione dello scrittore, salta sempre fuori questo: la letteratura, la mansione svolta dallo scrittore deve contribuire all'opera di costruzione o di sovversione, deve servire alla causa del progresso o della rivoluzione, della democrazia o della lotta di classe. Deve comunque rappresentare un mezzo per la realizzazione degli « ideali » di chi scrive. Ma, se continuiamo nell'analogia di Spinella viene da chiedersi: è mai possibile pensare che un operaio, mentre svolge la mansione a cui lo lega la costrizione capitalistica pensi che questo lavoro che lui deve svolgere per avere un salario debba anche servire alla causa della sua lotta, al socialismo e così via? Forse un operaio che produce gomma per i manganelli dei poliziotti deve pensare di contribuire alla vittoria del comunismo mentre fa questa gomma, o forse deve 47
sentirsi colpevole perché non svolge questa funzione, non assolve un impegno, una missione? No di certo: l'operaio tiene ben separato ciò che è costretto a fare nel processo di produzione e ciò che fa dentro l'organizzazione politica; anzi, l'unica forma di intervento nel rapporto di produzione è bloccarlo, sabotarlo, sottrarsi al lavoro, non perché non si accetta la qualità del prodotto, ma perché si rifiuta la sottrazione di attività, perché l'operaio rifiuta di dover erogare plusvalore. Perché allora lo scrittore continua a cercare di realizzare nell'attività che svolge istituzionalmente una missione politica o in qualche modo « umana »? In un certo senso vediamo subito che il lavoro dello scrittore non ha quelle caratteristiche di anonimato e di spersonalizzazione che ha il lavoro dell'operaio. (Ma anche questo fino a un certo punto: gran parte della letteratura, quella soprattutto del consumo di massa, dai libriporno ai fumetti, ai gialli, tende sempre più a essere prodotta secondo schemi di produzione che ricacciano nel1'anonimato lo scrittore, al limite fino a non pubblicarne più neppure il nome: altro che proprietà privata del prodotto letterario contro cui se la prendono in tanti; ci pensa il capitale a sopprimere anche quella). Soprattutto però c'è un fatto che non è solo dello scrittore, ma è comune a vasti settori di forza-lavoro, dotata di caratteristiche tecniche particolari, che il capitale sfrutta, ma che cerca accuratamente di non confondere con gli operai di officina. Si tratta di produttori che il capitale non può con facilità espellere, sostituire, spostare, perché svolgono mansioni per le quali occorre un certo grado di qualificazione; sono strati di forza-lavoro a bassa intercambiabilità. Ebbene, per un'operazione ideologica e materiale che passa attraverso una serie di meccanismi di stratificazione della forza-lavoro è un dato che l'intercambiabilità e la 48
identificazione col proprio lavoro stanno fra loro in modo inversamente proporzionale. Quanto più bassa è l'intercambiabilità, tanto più alta è l'identificazione col proprio lavoro, e quanto invece più alta è per il capitale la possibilità di trasferire, espellere, spostare, tanto più bassa l'identificazione, maggiore - diciamo - l'estraneità. Per questo, da un lato l'operaio di linea rappresenta la vera avanguardia politica della classe degli operai salariati; perché nell'assoluta indifferenza per la mansione che svolge, nell'assoluta uguaglianza anche formale fra le varie forme di lavoro alla linea, l'operaio-massa comprende praticamente il concetto di lavoro astratto, e praticamente rovescia il fondamento dell'organizzazione del lavorc: il rapporto salario-produttività. Per questo, d'altro lato, storicamente, gli strati più qualificati di forza-lavoro, anche se talora hanno guidato delle lotte, hanno sempre dato ad esse uno sbocco e una indicazione che tendeva sempre a proporre forme alternative di valutazione del lavoro piuttosto che la lotta contro la struttura incentivante del salario, e la gestione della produzione piuttosto che la lotta contro il lavoro. Questi settori di forza-lavoro hanno cioè richiesto il pagamento e il riconoscimento del valore del loro lavoro, riconoscendo cosl, anziché sovvertirla, la base del dominio capitalistico: il collegamento del salario alla produttività del lavoro. Il lavoro intellettuale comprende una serie di mansioni svolte da un settore di forza-lavoro a bassissima intercambiabilità: ne consegue un alto grado di identificazione con proprio lavoro. Il lavoro intellettuale viene considerato come un fatto scollegato dalle leggi del mercato, anziché un lavoro imposto dalla necessità di avere un salario: si chiede cosl l'autogestione di questo lavoro, se ne rifiuta la spersonalizzazione( ci si batte contro la sua mercificazione, e, infine, il problema del salario è sempre posto in modo mistificato, estraneo all'egualitarismo operaio. 49
3.
Fortini, la neo-avanguardia, la proletarizzazione
« Lo scrittore non dipende più oggi, insegnante o funzionario, dallo Stato come rappresentante della collettività, che interveniva con la cattedra, l'incarico, l'erogazione; né dal reddito agrario, col suo carattere di aristocratica eternità; e neppure dalla lotta pubblicistica delle militanze politiche: ma direttamente dall'industria culturale privata o di stato. E questo, però, almeno nell'editoria, - per la complessità, suddivisione, e articolazione del complesso produttivo - consente tuttora l'illusione e l'individualismo artigianale ». In questo modo Franco Fortini (Verifica dei poteri, Milano, Il Saggiatore, 1965, p. 72) mette molto bene in luce i due aspetti che entrano in contraddizione nella condizione letteraria: lo scrittore è direttamente subordinato all'industria culturale sul piano economico, la sua sopravvivenza non è più garantita da fonti di reddito esterne alla sua funzione letteraria, ma sempre più al salario che, in forme varie, gli viene pagato in cambio del suo lavoro letterario (in senso lato). Contemporaneamente l'altro aspetto è che però, proprio la forma del lavoro letterario, la complessità e l'articolazione del rapporto fra scrittore e processo di produzione dell'industria culturale capitalistica permette al produttore di coltivare un margine ampio ( anche se progressivamente sempre minore) di « autonomia», di indeterminatezza nel modo di svolgere il suo lavoro. L'essenziale per il capitale non è il contenuto del prodotto, il suo carattere utile, concreto, ma la quantità di valore contenuto in una merce: la possibilità di comprare la merce forza-lavoro e di usarla per produrre una merce che abbia un valore di scambio maggiore. Pur avendo compreso la condizione dello scrittore e il rapporto fra industria e letteratura che esiste nella società capitalistica matura, e pur avendo criticato, alla luce di questa comprensione, il linguaggio e l'atteggiamento pre-industriale del realismo, Fortini riproduce una forma
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di ideologia letteraria, ripropone una missione per la letteratura. E questo non è senza relazione con la sua incomprensione della neo-avanguardia. « Due direzioni presenti nello svolgimento delle letterature si sono presentate . . . La prima accentuando l'autosufficienza dell'operazione sul linguaggio, tende a concludere e quindi a chiudersi su di sé . . . la seconda ad avvertire l'insufficienza ed i limiti della propria specialità, rinvia ad altro da sé la propria interpretazione ed il proprio futuro ... Questo aprirsi di un'opera non solo ad una pluralità di interpretazioni, ma all'altro da sé, ... perché il discorso continui in filosofia, in scienza, in prassi, questa è la preziosa eredità che dal Romanticismo scende alle avanguardie e a noi» (op. cit., p. 116-117). A questa forma di nuova missione, di nuova destinazione ideologica Fortini aveva già dedicato qualche riflessione anche molto precisa, quasi in termini di una poetica pienamente formulata. « Per questo penso che oggi ... voler scrivere di industria, fabbriche, operai, lotte sindacali e politiche sia fiancheggiamento della conservazione ... Come scrittore mi dico di voler apparire il più astratto il meno impegnato ed impegnabile, il più reazionario degli scrittori. Vorrei che a leggere una mia poesia sulle rose si ritraesse la mano come al viscido di un rettile ». Si tratta di una sorta di impegno alla rovescia, di missione da compiere usando e suscitando il rifiuto della parola. Ma comunque, ancora, siamo nel campo della rivendicazione di un valore del lavoro letterario, nel campo di una rivendicazione di una utilità storica di questa attività. Abbiamo accennato sopra all'incomprensione di Fortini per la neo-avanguardia. Cerchiamo di precisare, ora, perché questo ci mette dentro ancora alle considerazioni sul senso della neo-avanguardia. « Nelle forme letterarie della nuova avanguardia non riesco a scorgere novità sostanzialmente diverse da quelle 51
elaborate dalle avanguardie europee nei primi trent'anni del secolo ... » (op. cit., p. 98). E quando Fortini spiega questo suo giudizio, e lo motiva, dice: « la sola diversità reale della neo-avanguardia da quella storica consiste, nell'uso quasi esclusivamente ironico e "classicheggiante" del materiale iconografico, verbale e psichico che nella maggiore avanguardia storica era spesso ancora "tragico" e di diretta discendenza romantica». Qui, con l'aria di dire una cosa da nulla, Fortini mette in luce il più grosso punto di differenza fra le due avanguardie, e soprattutto indica l'elemento caratterizzante dell'atteggiamento di neo-avanguardia. L'atteggiamento di neo-avanguardia è proprio questo di ironia e di distacco nei confronti di ciò che si dice; di doppiezza, diciamo purP di disincantata freddezza e quasi di disinteresse per ciò che si dice. Il prodotto esce e si colloca fuori dal produttore letterario, va fuori, merce prodotta per essere scambiata. Nei confronti del prodotto del suo lavoro il produttore (se non subisce una forma di ideologia che lo porta a identificarsi col suo lavoro, con la produzione come se questo fosse la sua missione, il suo dovere, l'interesse generale, una forma generale di comunicazione) non ha né interesse né partecipazione; ma estraneità politica. L'Angst romantico dell'avanguardia storica che ancora rivendicava nella produzione il riconoscimento di uno spazio individuale per la professionalità letteraria è sostituito da una disincantata attività produttiva di oggetti scaricati di valori. E l'atteggiamento di chi svolge questa attività è un atteggiamento ironico, incredulo, estraneo. Molto ci sarebbe da dire ancora sull'ironia come linguaggio maturo della letteratura, sulla tragicità come linguaggio che rivendica, che rimpiange, che ricerca una funzione positiva, una utilità, una possibilità di riscatto alla letteratura. Dalla tragicità della prima avanguardia all'ironia 52
della neo-avanguardia ci sta di mezzo, forse, la massificazione della condizione letteraria, che invade settori sempre più vasti, passando attraverso la pubblicità, le comunicazioni di massa, la « letteratura di consumo »; ci sta di mezzo la consapevolezza acquisita di essere forza-lavoro che produce una merce di cui non è valutabile, come per ogni altra merce, la qualità, ma il valore di scambio, la quantità di lavoro (lavoro linguistico, nella fattispecie) cristallizzato in essa. Chi scriverebbe dando l'impressione di credere in ciò che scrive? Ecco l'atteggiamento che ispira il gusto del gioco, il barocchismo, il « formalismo » della neo-avanguardia. Ma è questo, diciamolo pure, ora, l'unico atteggiamento possibile, l'unico atteggiamento corretto. E proprio in questo scorgiamo il punto forte, la grossa scoperta, la partenza dell'avanguardia sperimentale: aver affermato la dissociazione fra campo delle cose e campo delle parole perché sul piano del linguaggio non c'è più nessun mezzo per misurare nulla, non c'è più verità né falsità, tutto è senza prova. Il tempo di lavoro socialmente necessario è l'unica fonte e l'unica misura del valore di scambio. L'operazione letteraria produce una merce che si scambia; da questo scambio il capitale guadagna una somma di danaro superiore a quella necessaria a pagare il salario dello scrittore. Ma ciò che il capitale paga non è - nonostante le apparenze - il particolare tipo di operazione letteraria, la qualità dell'operazione. Ogni forma di lavoro produce informazioni; il lavoro letterario produce informazioni linguistiche, di vario genere. È il lavoro linguistico, la quantità di lavoro linguistico, indipendentemente dai suoi contenuti, dalla sua determinatezza qualitativa, che determina il valore del prodotto letterario. Quando, come la neo-avanguardia ha fatto molto 53
coraggiosamente, si raggiunge il punto di produrre parole puramente e semplicemente parole senza alcuna relazione col loro senso, con le cose cioè, allora vediamo che la differenza fra l'uno e l'altro testo sta, infine, nella quantità di lavoro linguistico socialmente necessario per produrli. (Che poi l'editore paghi più l'uno e meno l'altro è dovuto al fatto che in questo modo si mette in atto un meccanismo di divisione e di stratificazione analogo a quello che divide l'operaio di seconda e quello di terza categoria che, alla stessa catena, svolgono la stessa mansione).
4.
La realtà e l'ideologia
Questa è la realtà delle nuove avanguardie: è il senso che esse hanno avuto effettivamente, realmente, nel momento in cui hanno prodotto letteratura secondo certe indicazioni. Il senso effettivo dell'esperienza della neo-avanguardia è stato far emergere il carattere astrattamento linguistico del lavoro letterario, configurare l'operatività letteraria in termini precisamente di lavoro, riconoscendo i rapporti fra industria e letteratura, e poi, sul piano specificamente di poetica, produrre un linguaggio finalmente adeguato al livello di maturità dello sviluppo capitalistico, produrre una letteratura che esprimeva in modo adeguato l'esistenza nella condizione industriale. Lo sperimentalismo non voleva mettere in discussione la condizione industriale, non voleva mettere in discussione i rapporti fra linguaggio e mondo; il mondo lo metteva fra parentesi e assumeva come unico livello su cui muoversi quello del linguaggio: in questo modo esprimeva una poetica adeguata al modo di produzione del capitale programmatore, in cui il futuro viene considerato semplice riproduzione del presente; il rapporto fra pensiero (programmatore) e mondo è messo fra parentesi, e la riflessione si esercita sulle possibili variazioni dei mo54
delli formali di razionalizzazione e programmazione 1• La nuova avanguardia, in Italia in particolare, ha oggettivamente posto in modo corretto e smaliziato anche i rapporti con l'industria culturale: il Gruppo 63 si propose come personale letterario capace di soddisfare le esigenze di modernità e di razionalità industriale che il capitale maturo poneva, e che i missionari della letteratura neorealista o i provinciali intimisti della letteratura ufficiale non recepivano neppure. « La ricerca di un rapporto organico, diretto, con l'industria culturale da una parte, e dall'altra la sperimentazione di nuove tecniche e metodologie interdisciplinari ... erano i momenti fondamentali di questo progetto di comportamento al livello di una società capitalistica industrialmente avanzata» (G. Ferretti, Autocritica dell'intellettuale, Padova, Marsilio, 1970, p. 24). In questo modo la neo-avanguardia italiana durante gli anni sessanta ha contribuito a portare allo scoperto i caratteri della condizione letteraria, ha portato lo scrittore a essere apertamente quello che è: operatore che produce una specifica merce linguistica per un salario. Ma questo è il senso che ha oggettivamente avuto tutta l'operazione della neo-avanguardia, in ultima istanza. Il senso oggettivo. Ma - soprattutto se l'avanguardia nuova la guardiamo dal punto di vista della sua fine, cioè della sua verità - viene da pensare che a questa funzione oggettivamente svolta corrispondesse una ben scarsa consapevolezza soggettiva. Questi del Gruppo 63 conoscevano abbastanza bene la fenomenologia di Husserl e lo strutturalismo di Saussure per produrre un linguaggio adeguato al livello di ma1 Fausto Curi nel saggio che apriva « Il Verri » dedicato al tema dell'impegno (n. 8, 1963 ), scriveva: « La società neocapitalistica ha accettato la neoavanguardia e l'arte di avanguardia ha accettato la società neocapitalistica; con la conseguente teorizzazione di un disordine come "ordinata progettazione" all'interno del sistema organizzata sulla base di una coscienza tecnica strumentale procedurale e di un impegno di funzionalità di efficienza tecnica e di efficacia operativa».
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turazione capitalistica, ma non conoscevano Marx abbastanza per comprendere la loro funzione; usavano abbastanza bene gli strumenti di produzione della merce-ideologia, della merce-letteratura, ma non conoscevano lo strumento che avrebbe permesso loro di prendere consapevolezza del senso della loro produzione; per dirla in breve, erano attrezzati per essere una forza-lavoro rispondente alle esigenze del mercato, ma non erano in grado di acquistare su questo loro operare una coscienza di parte operaia. E come vediamo che il Gruppo 63 non ha raggiunto una sufficiente consapevolezza di ciò che faceva? Lo vediamo proprio da come ha preso posizione rispetto all'ondata di lotte. Ha reagito un po' squagliandosi e un po' tirando fuori tutte le stesse giustificazioni ideologiche che erano serpeggiate durante gli anni sessanta e che col movimento studentesco sono poi venute allo scoperto. Queste giustificazioni ideologiche sono in definitiva varie forme dell'ideologia del rifiuto della mercificazione, del rifiuto del mercato, considerato come disvalore morale, come degradazione dell'attività umana. Il rifiuto della mercificazione è il rifiuto del rapporto stesso fra industria e letteratura, in quanto un rapporto di questo genere non può configurarsi che in termini di assorbimento del prodotto letterario nel mercato capitalistico, in termini di vendita di questo prodotto e di vendita della forza-lavoro dello scrittore, e dell'operazione letteraria. Secondo questa ideologia la particolarità del modo capitalistico di produzione di ridurre tutto a merce rappresenta uno scandalo, e la quintessenza di tutto il male che il capitale fa, sta nel mercificare il prodotto di ogni attività; ma mentre gli operai che lottano sanno bene che contro la riduzione a merce della forza-lavoro non basta certo rivendicare l'autonomia dell'individuo nel processo produttivo, né cercare di liberare dalla mercificazione il prodotto del proprio lavoro, ma bisogna lottare per l'appropriazione operaia della ricchezza sociale e per 56
la soppressione del lavoro salariato, questi settori a bassa intercambiabilità, identificandosi profondamente nella mansione da loro svolta, credono di poter liberare il loro lavoro dalla mercificazione con uno sforzo di volontà. Il rifiuto del mercato è la forma più appariscente di giustificazione ideologica che la letteratura si dà negli ultimi anni del sessanta; e non soltanto questo è vero per scrittori come Roversi, Leonetti, Di Marco e altri più direttamente coinvolti nella linea studentista e ideologica della sinistra « cinese », ma è vero in definitiva per la stessa neo-avanguardia, che, rinnegando a parole quel che a fatti aveva costruito in anni di lavoro e di sperimentazione di un nuovo atteggiamento, si squaglia proprio di fronte alle accuse più ideologiche che provengono dalla sinistra parolaia studentista, e proclama, per bocca di molti suoi protagonisti, di essere contro la mercificazione, contro il mercato, contro l'industria culturale. Rifiuto della mercificazione e impegno sono le due forme ideologiche che appaiono più evidenti nella riflessione sull'operare letterario; e sono l'ideologia di questo settore di forza-lavoro che, pur assumendo ormai un atteggiamento e un linguaggio di tipo industriale, interno alla condizione industriale, a causa della sua bassa intercambiabilità mantiene una identificazione col proprio lavoro che la costringe, sempre e comunque, a trovare nuovi motivi per non riconoscere la letteratura come lavoro, come operazione produttiva ed estranea. Dopo il fallimento del neorealismo non era immediatamente possibile per i nuovi letterati di sinistra, quelli degli anni sessanta tirare fuori in modo immutato la tematica dell'impegno per salvare la propria identificazione col lavoro letterario; hanno così proposto il rifiuto della mercificazione come alibi per poter continuare a identificarsi con un lavoro letterario che produceva opere che, mentre andavano al mercato, affermavano però di rifiutarlo. A illustrare questa contraddizione immanente all'atteggiamento della nuova avanguardia c'è un passo di Edoardo Sanguineti in cui si parla di « doppio movimento 57
dell'avanguardia ». « Questa esprime infatti insieme, e proprio con i medesimi gesti ... l'aspirazione eroica e patetica ad un prodotto artistico incontaminato, che possa sfuggire al gioco immediato della domanda e dell'offerta, che sia insomma commercialmente impraticabile, e il virtuosismo cinico del persuasore occulto che immette nella circolazione del consumo artistico una merce capace di vincere con un gesto sorprendente e audace, la concorrenza indebolita e stagnante di produttori meno avvertiti e meno spregiudicati » (Ideologia e linguaggio, Milano, Feltrinelli, 1965, p. 54). Va molto bene; è proprio il punto. Da un lato la realtà effettiva di tutta l'operazione sta nella produzione di una merce spoglia di aspetti inessenziali, supeflui, priva di contenuti e messaggi non rigorosamente attinenti al carattere di vendibilità, di artificio vendibile. Dall'altro lato c'è l'altro movimento, quello di distruzione della comprensibilità del testo che, nelle intenzioni « eroiche e patetiche » (ideologiche, infine) vorrebbe essere di distruzione della commerciabilità, scambiabilità del testo stesso. In realtà non è vero che il prodotto è scambiabile perché è comprensibile; infatti ciò che costituisce il valore di scambio di un prodotto non è il suo carattere utile, concreto, ma la quantità di lavoro che vi è cristallizzata. La commerciabilità di un'opera non sta nella sua comprensibilità, in quanto non si scambia comunicazione, ma lavoro linguistico cristallizzato. Quindi il movimento « eroico e patetico » dell'avanguardia di cui parla Sanguineti resta una scusa per alcuni, un vezzo per altri: per tutti è ideologia che cerca di nascondere il movimento reale.
SCRITTURA, MOVIMENTO, CONOSCENZA
1.
Lavoro intellettuale, scienza produttiva, conoscenza
Una critica dell'ideologia del lavoro intellettuale che abbiamo cercato di verificare su alcuni esempi concreti, come la neo-avanguardia - assume come oggetto il lavoro intellettuale che non è ancora cosciente della proletarizzazione tendenziale della sua base sociale. Quindi la critica dell'ideologia è critica di un modo di produzione del testo (teorico, linguistico) che si fonda sulla ipostatizzazione della forma attuale del mondo, e della sua rappresentazione linguistica. « La scienza che compie il sacrificio della conoscenza è quella che nel suo sviluppo si pone al di fuori della natura, e sicura delle proprie forze diventa potenza autonoma ... nella considerazione della scienza non bisogna mai separare ciò che essa può da ciò che essa comprende ed ignora » (J. Fallot, Marx e la questione delle macchine, Firenze, La nuova Italia, 1971, p. 103 ). La scienza, potenza del capitale (sussulta all'interno del capitale, e contrapposta alla forza stessa che la produce, al lavoro intellettuale, al lavoro in generale) non può «conoscere», non può, cioè, costituire un senso complessivo del mondo, ma può soltanto riprodurre materialmente l'universo esistente, senza conoscerne (anzi occultandone) la determinatezza, la contradditorietà. Il lavoro intellettuale occulta la propria base sociale 59
e (quindi) la determinatezza della propria pratica, e non può produrre conoscenza, ma solo ideologia (come scienza produttiva, o come mistificazione giustificativa: sempre come ipostasi, assolutizzazione del presente e del suo riprodursi). Ma nel momento in cui il lavoro intellettuale riconosce la propria base sociale e quindi la determinatezza della propria pratica, e progetta la sovversione del suo rapporto di dipendenza (la scienza come potenza del lavoro e come moltiplicatore della sua produttività), inserendosi nel progetto di liberazione della classe operaia dal lavoro salariato, allora si libera la possibilità di conoscenza. Che è conoscenza del movimento. «Del», in senso soggettivo e oggettivo; il movimento è il soggetto che conosce, e può, esso stesso, essere finalmente conosciuto. Solo quando il movimento diviene il soggetto della conoscenza diventa possibile comprendere la realtà non come riproduzione allargata, ma come contraddizione, e, appunto, movimento. È nella lotta per la liberazione dal lavoro, nella soppressione del comando capitalistico sul processo di produzione di beni, e quindi dalla liberazione della scienza (che, però, essendo potenza « del » lavoro, non può progettare autonomamente la propria liberazione, ma solo vederla come momento della liberazione complessiva della classe operaia), è a partire da tutto questo processo che il lavoro intellettuale può costituirsi in pratica di conoscenza. (Pratica di costruzione del testo: teorica, formale). Solo nel limite e nella sovversione della sua funzione data, di riproduzione dell'universo esistente, di attività priva di relazione (conoscitiva) con l'oggetto, solo nella sovversione della sua funzione astratta e regolata dal meccanismo della valorizzazione, il lavoro intellettuale può trasformarsi in conoscenza; può conoscere (costituire, scrivere) il processo. Questo discorso, ora, andiamo di nuovo a verificarlo 60
nell'ambito della pratica testuale (letteraria), in un esempio concreto.
2.
Concetti dellavolpiani per la teoria del linguaggio
Per articolare questo discorso a livello letterario, possono essere proposti alcuni concetti che prendiamo da Galvano Della Volpe, e che illuminano la questione del rapporto segno/significato, struttura linguistica/fruizione interpretativa. In questione sono i concetti (cfr. Critica del gusto, Milano, Feltrinelli, 19663, § 14) di: a. univoco, monosenso (il cui luogo semantico sono la logica e la scienza); b. polisenso, polisemo, polivoco (il cui luogo semantico è il contestuale organico); c. onnisensuale, equivoco (il cui luogo semantico è l'indeterminato, il casuale). Non facciamo qui una dettagliata analisi di questi concetti, ma li definiamo soltanto in relazione all'uso che vogliamo farne qui, limitatamente al modo di concepire il linguaggio nello neo-avanguardia italiana. Se il concetto di univocità è riferito al linguaggio della scienza in cui il campo delle possibilità semantiche è ridotto a una sola possibile interpretazione, il concetto di polivocità è riferito - da Della Volpe - al linguaggio poetico (connotativo) in cui l'interpretazione semantica è compiuta in un campo di possibili significati emergenti dalla struttura segnico-linguistica, e viene suggerita dal contesto (testuale, storico, culturale) in cui il frammento linguistico si colloca. « Per contestuale organico o locus semantico del polisenso intendiamo quella unità linguistica concreta, quella frase che non solo non è casualmente testuale ma il cui valore espressivo o interesse linguistico-formale è condizionato dalla sua capacità o di costituire essa stessa un complesso linguistico-formale, o espressivo, individuato e organico al punto da valere come necessario e necessitante 61
contesto per ogni suo elemento ossia elemento di essa frase, oppure di essere essa parte organica o membro di un organismo espressivo o contesto che ha il suo cuore in essa o in altre determinabili unità, frasi o "proposizioni" strutturali del contesto» (G. Dalla Volpe, op. cit., § 14 ). Se il campo delle possibilità semantiche viene allargato all'infinito, fino al punto che il segno e la struttura di segni può essere letta nel senso di ogni qualsivoglia contesto di significati e può essere interpretato in ogni qualsivoglia senso, ci troviamo di fronte a un segno (o struttura segnica) equivoca, che suggerisce ogni significato, e non ne suggerisce nessuno. « Per onnitestuale o locus semantico dell'equivoco, intendiamo quella unità linguistica (semantica) ... che costituisce ... un complesso linguistico-formale, o comunicativo di pensiero, generico, e quindi casuale: ossia un testo che funge da letterale-materiale di altri testi che sono contesti, come lo sono ciò che è contestuale-organico (determinato) e ciò che è onnicontestuale. Onde il casualmente testuale è l'onnitestuale. O più all'ingrosso diremo che l'onnitestuale è il luogo semantico del discorso volgare, e quindi equivoco » (ibidem). Questo, del casuale (onnitestuale, dice Della Volpe onnisignificativo, ci sembra che si possa dire, anche, intendendo l'illimitata possibilità di interpretazione che permette il segno casuale, disponibile a ogni lettura) questo, del casuale è il carattere dell'opera aperta e della struttura linguistica che la neo-avanguardia propone almeno in alcune sue insigni esperienze. L'organizzazione segnica (linguistica) dell'opera letteraria della neo-avanguardia è interrogabile al livello della sua struttura, esibisce le regole combinatorie, fonicografiche del suo funzionamento, del suo meccanismo: ma non propone suggerimenti per la sua interpretazione, cioè non delimita il campo semantico nel quale può ritrovarsi la sua intenzione significativa e la sua funzione conoscitiva. 62
3.
Gioco e tecnica
A questo punto vediamo che il metodo dell'opera aperta e la poetica della neo-avanguardia mostra i modi stessi di operare del gioco e, per un altro verso, della tecnica. Il gioco infatti è una forma di linguaggio che, nella combinazione casuale, ludica (solo psicologicamente determinata, ma non semanticamente intenzionata) dei segni, non propone nessuna interpretazione semantica, non ha alcuna funzione razionale. I modi del gioco li troviamo ad esempio nella poesia di Balestrini. Adiacenti a quelli che abbiamo detto i modi del gioco, ci sono i procedimenti della tecnica (se prescindiamo dal fatto che la tecnica uno scopo razionale ce l'ha, in quanto tecnologia al servizio dello sviluppo del capitale; ma questo scopo è fuori di essa, nell'uso che se ne fa). Anche l'oggetto prodotto dalla tecnica non ha un significato privilegiato che emerga dalla sua struttura come possibilità semantica. Tuttavia, mentre il gioco non permette alcuna interpretazione (alcuna fruizione), la tecnica, la produzione di oggetti, permette tutte le interpretazioni, tutte le fruizioni (in un arco vastissimo di possibilità). Il senso dell'oggetto, la sua interpretazione (nel senso che vediamo in Eco, per cui il processo interpretativo copre tutta una gamma di atteggiamenti di fruizione), non sta nell'oggetto, ma nell'uso che se ne fa da parte del fruitore, che sceglie fra tutti gli usi, fra tutte le interpretazioni. L'arte che la poetica dell'opera aperta teorizza, infatti, è un'arte che produce oggetti, cose-nel-mondo, il cui senso sta nell'uso che se ne fa, il luogo della casa in cui si collocano, il inodo in cui si consumano o si guardano ecc. È poi Guglielmi che dice altre cose su questa idea dell'arte come produzione di cose-nel-mondo. « I rapporti 63
arte-realtà non si svolgono più nei termini della rappresentazione, per cui quella è specchio di questa, ma nei termini della mimesi, dell'equi-valente oggettivo. L'arte in quanto rappresentazione ... prevede l'esistenza di due termini opposti e distinti, e cioè da una parte l'opera e per essa l'autore e dall'altra il mondo e per esso una interpretazione della realtà ... Ma è proprio questa situazione dualistica a essersi frantumata: l'uomo non è più di fronte alla realtà, ma dentro di essa ... insieme è scaduto di valore ogni atteggiamento interpretativo » (L'arte di oggi come opera aperta, in Avanguardia e sperimentalismo). E più avanti « Il poeta, il musicista, il pittore moderno non ci propone immagini della realtà, ma corrispettivi di essa. L'opera d'arte moderna non è uno specchio che, in quanto tale, si pone di fronte all'oggetto che deve riflettere, ma è la / abbrica della realtà e, insieme il suo prodotto. La sua posizione nei riguardi del reale è di concorrenza e non di esegesi ». Ecco: l'arte come fabbrica della realtà, come luogo in cui si producono pezzi di realtà, cose-nel-mondo, e abbiamo anche una precisa indicazione dell'uso che l'industria può fare, in modo diretto, di questo tipo di arte; come produzione di oggetti belli. « Di qui l'illeggibilità, nel senso tradizionale, del prodotto artistico moderno, il quale non offre un "discorso sul mondo" o la possibilità di infiniti discorsi ... ma piuttosto "esempi" di realtà, elaborati allo stato neutro». Quest'ultima considerazione è illuminante. Non si deve mantenere, di fronte a questo tipo di arte, l'atteggiamento di lettura semantica che permetteva di comprendere l'opera, diciamo così, chiusa, l'opera cioè che proponeva un « discorso sul mondo » e che poteva quindi essere letta come allegoria, come simbolo, come rappresentazione. L'unica lettura possibile dell'opera aperta è quella che consiste soltanto nella fruizione puramente estetica, nel consumo dell'oggetto verbale, o segnico unicamente per quello che è, senza doppi sensi. Non si tratta di modificare praticamente, politica64
mente la realtà - come suggerivano le poetiche dell'impegno - né di rappresentarla; ma di produrre dei pezzi reali artefatti, che siano poi introdotti nella realtà, come cose-nel-mondo, con la stessa funzione e lo stesso statuto degli oggetti di consumo.
4.
Onnitestualità: senso e struttura
Per riepilogare, assumendo come strumenti critici i concetti che Della Volpe fornisce: se lo sperimentalismo ha proposto una poetica significativa e adeguata alla situazione che voleva esprimere, non si può però considerare lo sperimentalismo (e particolarmente il concetto di « opera aperta») come una compiuta teoria del linguaggio. Infatti le sue indicazioni su questo piano sono nel senso di un linguaggio indeterminato, equivoco, e non di un linguaggio ambiguo, polivoco (poetico). Il linguaggio equivoco che si colloca in una dimensione semantica onnitestuale, nel momento in cui propone l'apertura indeterminata del ventaglio dei sensi possibili, finisce per togliere la possibilità di un senso determinato. La onnivocità, la onnisignificazione si rovescia, al suo limite, nella de-significazione, nell'assenza del significato. Il linguaggio poetico non ha più un senso, ma soltanto una struttura. E la struttura, come possiamo vedere entrando nel merito di una poetica sperimentale, diviene poi « il » senso di se stessa, il senso dell'operazione letteraria: la struttura, il gesto di strutturare, la de-significazione finiscono per diventare l'effetto di conoscenza (il discorso, per dir così) dell'operazione letteraria.
5.
La poetica del gesto linguistico-combinatorio
Questo linguaggio poetico allora, pone come suo materiale il gesto linguistico, il gesto di formare, di combi65
nare, comporre e decomporre. Ora non si tratta di rispondere a questo riprospettando il linguaggio come momento di realizzazione dell'idea, né come mezzo per la rappresentazione della forma oggettiva del mondo, ma di rivendicare una pregnanza semantica del linguaggio, inteso non come struttura segnica veramente fonico-grafica, come rapporto complessivo fra il livello segnico e i materiali poetici. Per analizzare in che modo avvenga questa assunzione del gesto linguistico-formativo a materia dell'opera, si può fare riferimento alle poesie di Balestrini. Balestrini ha più volte esplicitamente fatto riferimento al concetto di « oggetto verbale », mutuato dal formalismo « Opojaz »; e il suo oggetto verbale è costruito secondo un meccanismo di cui Balestrini suggerisce che si possono individuare le regole, le costanti, le leggi combinatorie. Il gesto combinatorio è il suggerimento che Balestrini dà nel suo operare poetico; e la combinazione, la semplificazione, formalizzazione e meccanizzazione dei procedimenti poetici è l'effetto di conoscenza che emerge dalla sua opera. Ma questa indicazione di poetica ha anche un limite che Sanguineti rileva nel Trattamento del materiale verbale nei testi della nuova avanguardia, dove dice che « operazioni di quest'ordine e cioè di questo disordine hanno senso una volta sola, la prima: esperimentata una volta essa finisce per assumere quel carattere per cui nelle ripetute combinazioni singole ... si ritrova, proprio come avviene nella deduzione verificante, sempre la medesima legge ». Cioè, appunto, una volta concepita la regola formativa, ogni applicazione di questa regola non fa in fondo che ripetere il gesto combinatorio, unico senso dell'operazione linguistica: e tutte le combinazioni ritornano a esibire unicamente questo: la regola combinatoria, il cui effetto conoscitivo - intendiamoci - è ricchissimo (riduzione dell'atteggiamento poetico a operazione manipolato66
ria, concezione del linguaggio poetico come accumulo di astratta attività linguistica, giudizio sul modo di produzione atomizzante e alienante capitalistico), ma è tutto riducibile, riconducibile al gesto combinatorio. « Una volta accettata e compresa l'infinita possibilità di essa (la poesia combinatoria) la replica diventa necessariamente inutile, priva di contenuto conoscitivo » (E. Sanguineti, op cit. ). Tutta la funzione conoscitiva si esaurisce nella proposta idea di poesia che può realizzarsi in un esempio. Dopo di che non vi è altro che un'applicazione delle regole del gioco. Come indicazione di estetica e di teoria del linguaggio, questa dell'operazione letteraria come atto irriflesso va rifiutata, sia nella sua suggestione romantico-vitalistica, sia nella sua suggestione tecnicistica. E va riaffermato e ricercato il carattere conoscitivo dell'operazione letteraria-artistica.
6.
11 linguaggio dalla rappresentazione alla struttura
Il linguaggio poetico, nello sperimentalismo non ha più un senso, ma soltanto una struttura, e la struttura diviene poi « il » senso di se stessa all'interno di una poetica sperimentale, in quanto il senso di un'opera sperimentale è il gesto stesso di strutturare, di organizzare dei se• gni. Sappiamo che in Althusser la conoscenza non è ( secondo l'immagine che proprio lui fornisce, in Leggere il Capitale) una « visione » della realtà, un rispecchiamento in cui il pensiero si limita a riflettere e a recepire le forme stesse dell'oggetto; ma è, invece, costruzione di un modello, di un sapere strutturato in modello la cui interna organizzazione non riflette la realtà, né rappresenta un momento del processo reale; processo reale e processo del pensiero vengono mantenuti rigorosamente distinti, 67
senza nessun rapporto di strutturazione reciproca (di formazione, di determinazione): il processo reale e la struttura conoscitiva si svolgono su due piani paralleli. Conoscere, così, non significa ricostituire un senso nascosto nella realtà, ma costituire, costruire un'organizzazione di segni coerenti in un sapere. La conoscenza costituisce il suo oggetto, fondandolo ex-novo, come proprio « oggetto-di-conoscenza », e non come oggetto toutcourt (da riflettere nella conoscenza). Questo presupposto teorico costituito dal rifiuto di una concezione del pensiero come rappresentazione è comune a tutta la linea strutturalistica, e approda poi sul piano della definizione della teoria del linguaggio poetico al discorso svolto particolarmente da Roland Barthes e dal gruppo di « Tel Quel ». Nel numero 16 (1968) di « Tel Quel», Barthes diceva: « l'unité du structuralisme s'etablit, si l'on peut dire, au premier et au dernier moment des oeuvres; lorsque le savant et l'artist travaillent à construire ou à reconstruire leur objet ils ont la meme activité; et ces operations terminées et consommées, elles renveient à une meme forme de classement ... ». Il momento della « costruzione dell'oggetto » è il momento che unifica nel campo strutturalista l'attività conoscitiva nelle sue varie forme. Allora, sul piano della teoria del linguaggio poetico viene esteso il rifiuto, che dicevamo prima, di una concezione del pensiero come rappresentazione. In generale abbiamo a che fare con un rifiuto del linguaggio come rappresentazione, e con una concezione del linguaggio come autonoma produzione di un oggetto (di una conoscenza, di un testo). 7.
Conoscenza e linguaggio: il problema della determinatezza
Il linguaggio poetico procede alla costruzione di un 68
modello (ri)producente il mondo: piuttosto, si costruisce un mondo di segni strutturati in modo non riflessivo, non rappresentativo. Sempre nello stesso scritto, Barthes dice anche, poco più sotto: « on travaille à édifier une science qui s'inclut elle méme dans son objet; et c'est cette reftexivité infinie qui, en face, constitue precisement l'art: science et art reconnaissent en commun un relativité inédite de l'objet et du regard ». Il linguaggio poetico non « rappresenta » il mondo, ma costituisce un mondo in cui lo stesso atto del costruire (del formare, dello strutturare) è compreso, in una (riflessività infinita » che rimanda continuamente a una premessa che non può che stare « dentro » la struttura conoscitiva, e mai « fuori », nel mondo delle cose. Questo linguaggio si avvolge cosi su vari livelli come un universo « analogo» al mondo; non come rappresentazione di questo. E la conoscenza è la costruzione di un siffatto modello linguistico. E l'arte è la costruzione di un siffatto modello linguistico, in cui l'opera è costituita da un sistema di differenze (linguistiche) rispetto alla norma, che disegnano, nel loro complesso, un'organizzazione linguisticamente deviante, ma, proprio per ciò, rilevante. È cosi che l'opera d'arte si delinea tutta all'interno di un operare linguistico, in cui i vari accorgimenti (il procedimento, la deformazione, la violazione), sono forme di intervento sul linguaggio che, definendo la « differenza » di un'opera, la sua specificità, determinano anche il suo effetto di conoscenza. Ma ciò a cui vogliamo ora arrivare è questo: questo discorso, che trova il suo maggiore approfondimento in relazione al linguaggio poetico nel lavoro di « Tel Quel », viene a dire che si tratta di compiere una rivoluzione linguistica, che operi cioè « sul » linguaggio e « col » linguaggio, parallela alla rivoluzione pratica; ma non è questa un'operazione di rappresentazione; l'opera che « Tel Quel » teorizza (e compie) non è la rappresentazione della rivoluzione politica: non è né la comunicazione di con-
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tenuti rivoluzionari né la presentazione di un mondo in rivoluzione. È un'operazione sul linguaggio che tenta di usare sul linguaggio gli stessi precedenti che l'azione rivoluzionaria usa sulla realtà. Ma quel che manca in questo discorso è la determinatezza di un'operazione di questo tipo. Nella concezione che gli strutturalisti francesi hanno della realtà, non esiste un punto fermo da cui l'organizzazione conoscitiva prende le mosse; non esiste, per dire cosi, un punto di partenza della conoscenza, qualcosa su cui la conoscenza si fonda. È sottoposto (giustamente) a dura critica il concetto di rispecchiamento, e la concezione della conoscenza come rappresentazione del mondo, e la confusione (idealistica, e ideologica nel marxismo) fra processo del pensiero e processo della realtà. D'altra parte la concezione della conoscenza come formazione e costruzione del proprio oggetto, è coerente, e sta in piedi se ci dice che cosa fonda, determina (questo è il termine giusto) l'atto di conoscenza, di formazione e di costruzione; se ci rimanda, cioè a un fondamento determinato, storico e materiale. Ma se si pensa, come lo strutturalismo fa, che questo processo avvenga unicamente nel pensiero, ecco che la costruzione conoscitiva si trasforma in un labirinto in cui ogni piano del linguaggio rimanda a un altro, e ogni concetto rimanda al segno che lo comprende, in un gioco di specchi senza fine, in quello che prima Barthes definiva « reflexivité infinie ». Il fondamento della conoscenza, in questa concezione sta nella conoscenza stessa, nella conoscenza come atto di strutturare, di organizzare conoscitivamente. Non dobbiamo certo cercare il fondamento della conoscenza nell'oggetto che (empiricamente e idealisticamente) detti al pensiero le sue forme; sarebbe allo stesso modo cercare il fondamento della conoscenza nella conoscenza stessa, nel processo della conoscenza, nel mondo 70
inteso solo come oggetto-della-conoscenza. E allora diciamo: il fondamento della conoscenza dobbiamo cercarlo nel soggetto del pensiero, nel soggetto storico e materiale che pensa, nella sua struttura e formazione materiale. È in questo modo che si fonda la conoscenza su basi determinate e che il pensiero può costituire il suo oggetto come « totalità concreta » (per usare il termine di Marx, nell'Introduzione del '57 ). Ma allora, riprendiamo in esame il problema particolare del linguaggio poetico; la indicazione di una rivoluzione sul livello linguistico, come parallela al livello politico, mentre rappresenta una forma precisa e motivata (forse la più matura, e motivata) di critica del contenutismo o del realismo che proponevano un'arte di contenuti progressisti o un'arte che rappresenta il mondo in progresso, non ci dice nulla di determinato sul merito dell'operazione letteraria, non ci dice nulla di determinato sul piano della poetica. In quanto la concezione di teoria del linguaggio si rinchiude in una riflessività infinita che non riesce a fondare la determinatezza del linguaggio, e rimanda di continuo, per la comprensione del senso di un segno, a un segno precedente, e ripete all'infinito questa operazione, allora anche l'indicazione di poetica risulta indeterminata; in cosa consisterà la rivoluzione sul livello linguistico, se non in una indefinita, indeterminata e non qualificata distruzione di certe forme linguistiche e compositive? Non emerse, comunque alcun significato coerente da un'opera costruita in questo modo, e non si può pensare di aver compiuto la rivoluzione sul livello del linguaggio solo per essere riusciti a rendere inutilizzabile ai fini della comprensione e della comunicazione il linguaggio poetico. Se fondiamo sul soggetto storico, materiale, il linguaggio poetico, vediamo che si tratta di produrre un linguaggio parziale, che si tratta di costruire una struttura linguistica unilaterale, settaria, che esprime una situazione determinata (la nostra, l'attuale situazione) in una pro71
spettiva di parte, nella prospettiva del punto di vista operaio.
8.
La poesia come forma di conoscenza
Poniamo ora il problema nei suoi termini definitivi: si tratta di disegnare una linea che definisca la poesia non solo come costruzione o come manipolazione del linguaggio, ma come forma di conoscenza, senza ripensare, però, il linguaggio poetico come riflesso e rappresentazione del mondo. Si tratta, anzitutto, con un'operazione indicata da Della Volpe (Critica della ideologia contemporanea) di ripensare i rapporti fra linguistica e poetica, e di separare questi due livelli; di distinguere nella linguistica la analisi delle norme linguistiche, nella poetica l'analisi e la teoria di una deviazione significativa. Questa deviazione, per cui l'opera letteraria è un « sistema di differenze » rispetto alla norma, e non semplicemente un sistema di segni, fonda poi la sua specificità nell'assunzione di un punto di vista parziale. È a Della Volpe che torniamo, per approfondire questi punti. Anzitutto al Della Volpe di Critica dell'ideologia contemporanea. In questo libro si parla di introdurre « una dimensione storica nel concetto di "principio di costruzione" e in quello di materiale »; è il senso, la portata semantica, l'effetto di conoscenza di un'organizzazione segnica a renderne evidente la determinatezza, la storicità. Se prescindiamo da questa relazione segno-significato, se prescindiamo dall'intenzione di conoscenza di un'opera, perdiamo, non cogliamo il carattere specifico, differente, storico, infine, dell'opera; e ci riduciamo a constatare la piatta identità dei mezzi linguistici con la loro norma, o la piatta distruzione di questa norma. Solo dentro una considerazione semantica del segno poetico, e quindi dentro questa concezione dei materiali 72
e del linguaggio come polisensi acquista un senso determinato la concezione dell'opera letteraria come sistema: come sistema di differenze, e non semplicemente sistema di segni. Solo pensando il linguaggio poetico, in una visione contestuale-organica in cui i segni vengono intesi nella loro pienezza semantica e polisensa. Riprendendo i concetti dellavolpiani su cui abbiamo in precedenza detto qualcosa, cerchiamo ora di stringere più da presso il problema che abbiamo posto, di una poesia che non sia manipolazione o costruzione linguistica, ma forma di conoscenza. Abbiamo criticato e superato una concezione che fa del linguaggio poetico una forma di rappresentazione del mondo; ci si ripresentano allora i segni non più pregnanti di una visione, di una rappresentazione. Nel momento in cui la manipolazione sperimentale (abbiamo già visto) e anche la costruzione strutturalista ci presentano l'operazione letteraria-artistica come operazione compiuta sul livello dei segni linguistici, il linguaggio poetico viene ripresentato come equivoco, o come designificato. In ogni caso, l'effetto di conoscenza di un'opera costruita sulla base di questa concezione linguistica-poetica si riduce al gesto stesso di combinare o di strutturare. Ora dobbiamo pensare il segno poetico nella sua presenza doppia e nella sua pregnanza semantica; ed è la pregnanza semantica (il senso che esso ha, il discorso poetico che esso esprime) che determina la sua doppiezza, di segno linguistico e di deviazione rispetto alla norma, di parola dotata di un senso convenzionale, e di parola caricata che in quel dato contesto ha un senso deviante. Il segno rimanda così al suo significato contestuale (al suo significato determinato in quella data opera) deviando, contravvenendo al suo senso letterale, apparente. E il sistema di questa deviazione costituisce e mette allo scoperto la differenza, la particolarità dell'opera. Ma a sua volta, cos'è che determina la differenza di 73
un'opera, cos'è che fa sì che un'opera sia « differente in un certo modo »? La situazione storica e il punto di vista che ne costituisce la prospettiva. Allora, definito il rapporto fra segno e significato, che è un rapporto interno alla struttura del linguaggio poetico, vediamo che ora definiamo anche il rapporto fra linguaggio complessivo ( segno-significato, materiale-discorso poetico) e mondo delle cose, e realtà storica. Questo secondo rapporto non lo definiamo ripercorrendo il cammino del linguaggio come rappresentazione, cioè presentando il mondo come oggetto di un pensiero e di un linguaggio già formato. Ma lo definiamo dicendo che il mondo è l'insieme dei rapporti materiali, storici e psicologici che formano il pensiero e il linguaggio. Non diamo così il pensiero come già formato, il linguaggio come già formato. Questo è il punto. È la storia a formarli, e noi siamo nel momento in cui, continuamente, questi si formano, con una differenza che è la differenza fra le diverse situazioni materiali, con una differenza che esprime la situazione materiale determinante.
9.
Riepilogo
La piatta univoca dogmatica fede nella coincidenza fra parola scritta e mondo, che il realismo aveva ereditato dall'idealismo implicito nella tradizione ideologica oggettivista del marxismo, e che aveva tradotto in teoria del linguaggio come rappresentazione era stata sottoposta praticamente a critica dell'ambiguità delle avanguardie; una ambiguità che, partendo dallo svuotamento semantico e dalla distruzione della comunicabilità dell'operazione linguistica letteraria, era sfociata nella tragicità dell'avanguardia storica, e nel cinismo ironico della neo-avanguardia sperimentale. Ma la neo-avanguardia ha portato fino in fondo il 74
processo di svuotamento, e ha infine ridotto l'operazione letteraria a una ripetizione costante del proprio unico senso: l'insensatezza del proprio unico significato; la designificazione, a una ripetizione costante del proprio gesto de-significante. A questo punto si poneva il problema di rifondare il linguaggio poetico pensando la poesia come conoscenza. In questa direzione comincia a muoversi lo strutturalismo, senza però venire a capo del problema, perché continua a identificare linguistica e poetica, a pensare il segno nella sua dimensione fonico-grafica, e perché non riesce ad aprire la struttura di segni letterari nelle due direzioni della determinatezza storica e della significazione discorsiva, che possono farne un insieme di differenze. Ne possiamo però finalmente venire a capo puntando sull'assunzione del punto di vista come determinante storico-materiale, e riconsiderando in questo modo la parola poetica come complesso significativo-polisemo, che, dall'ambiguità del segno particolare, esibisce il suo significato nel contesto complessivo. Non c'è così, in questa rivalutazione della intenzione di conoscenza dell'opera poetica (letteraria-artistica) un ritorno dall'ambiguo alla fede dogmatica, dalla cinica o tragica onnisemanticità alla piatta univocità rappresentativa, ma l'apertura verso un'ambiguità determinata; l'ambiguità del polisenso articolato in un sistema di differenze linguistiche e in un discorso poetico, e che esibisce la sua determinatezza storica esprimendo una situazione particolare e portando in sé il punto di vista di una classe particolare. Questo è possibile assumendo il movimento come luogo di formazione del soggetto che conosce, che scrive. Il modo di produzione del testo si trasforma, a costituirlo non è più una forma immutabile del mondo, o un ipostatico meccanismo linguistico. La scrittura non è né specchio né macchina; è una pratica, e a costituirla è il movimento. Il movimento del lavoro contro il lavoro, del comunismo contro lo Stato. 75
Di questo movimento il lavoro intellettuale proletarizzato è parte, e la scrittura si forma nello spazio materiale della lotta. aprile-maggio 19 72
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Le lotte operaie e studentesche, tutto quello che è accaduto dal 68 a oggi , ha provocato una frattura tra movimento reale e movimento interno alle pratiche significanti , dalla letteratura e dalle arti alla loro teoria. Oggi una modificazione di questo rapporto non può passare attraverso una semplice riattivazione delle istituzioni. Non è soltanto una questione di trasformazione dei contenuti o delle intenzioni . Si tratta invece di mettere in discussione e trasformare il modo di produzione del testo. E far questo significa uscire dall'istituzione, trasformare il modo della scrittura, il processo della scrittura. Per Berardi trasformare e collettivizzare il soggetto e il modo di produzione è l'unica strada per riaprire il rapporto tra movimento reale e pratiche significanti ; tra processo rivoluzionario e letteratura, tra processo rivoluzionario e conoscenza, tra processo rivoluzionario e teoria. Franco Berardi è nato a Bologna nel 1949. Ha pubblicato: Contro il lavoro (Milano, Edizioni della Libreria, 1970) e Prassi e scrittura in Cultura, lavoro intellettuale e lotta di classe (Napoli, Guida, 1973) .
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