Nessuno sa di lui. Carlo Pitti, il vero artefice del ghetto ebraico di Firenze 8893660768, 9788893660761

Il libro racconta come fosse un romanzo la storia privata e pubblica di Carlo Pitti, il magistrato cui fu affidato il co

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Nessuno sa di lui. Carlo Pitti, il vero artefice del ghetto ebraico di Firenze
 8893660768, 9788893660761

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ISBN 978-88-9366-076-1

I

9 788893 660761

Il libro racconta come fosse un romanzo la storia privata e pubblica di Carlo Pitti, il Magistrato cui fu affidato il compito di istituire il ghetto ebraico a Firenze. Grazie al ritrovamento del suo Archivio privato. Ippolita Morgese ha infatti ricostruito il milieu dell'epoca, le abitudini, le tradizioni familiari e le usanze di vita nel secondo Cinquecento. Incredibilmente non esiste alcuna pubblicazione in merito: gli storici sembrano essersi fermati all'epoca di Machiavelli, alcuni decenni prima quindi delle vicissitudini del personaggio principe del libro, i cui regesti svelano i mille volti di un'epoca che ha segnato la fine del lungo Rinascimento fiorentino. Un docufiction, davvero ricchissimo di dati inediti, intrighi. ambientazioni e aneddoti autentici, su un personaggio chiave nel sistema di potere della Firenze al tempo dei Medici, artefice principale dell'istituzione del ghetto di Firenze {1571).

Piccole storie illustrate

Ippolita Morgese

NESSUNO SA DI LUI Carlo Pitti, il vero artefice del ghetto ebraico di Firenze

Le Lettere

In cope11ina: Santi di Tito 0536-1603), Ritratto di Carlo Pitti, 1586, Philadelphia Museum of Art, Philadelphia.

Prima ristampa 2019 Copyright © 2018, Editoriale Le Lettere - Firenze ISBN 978 88 9366 076 1 www.lelenere.it

A mia madre e a mio padre che mi hanno insegnato il valore della verità e della memoria.

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Chi è Carlo Pitti? È una domanda che mi pongo da mesi, da quando quasi per caso ho cominciato a trascrivere i documenti contenuti in due filze d 'archivio. Vecchie carte stilate in una lingua antica e non facilmente comprensibile, un misto di dialetto toscano e latino maccheronico che raccontano le origini del ghetto di Firenze. È da qui che sono partita . Il nome di Carlo Pitti vi compariva di frequente e la domanda Chi è Carlo Pitti? ritornava insistentemente a interrogarmi. La ricerca archivistica ha una logica e un ritmo tutti suoi, si procede documento dopo documento tenendo gli occhi bene aperti fin quando, all'improvviso, i fatti vengono alla luce e la matassa della Storia sembra dipanarsi come d 'incanto. Ma facciamo un passo indietro. Mi trovavo all'Archivio di Stato di Firenze per studiare una collezione di documenti del XVI secolo contenuti in due volumi che evidenziavano sulla costola Magistrato Supremo 4449 e Magistrato Supremo 4450. Più eloquente però appariva il titolo scritto sulla coperta in cartapecora bianca Libro dei Capitoli d 'hebrei e Processo contra li hebrei che nel dominio di Sua Altezza stavano et habitavano di continuo che Archivio Ginori Conti, I diari di Carlo hogi è stato loro prohibito: Pitti, Archivio di Stato, Firenze. 7

Bronzino, Ritratto di Cosimo I de ' Medici in armatura, 1545 ca. , Galleria degli Uffizi , Firenze.

1570. Queste filze erano state assemblate dall 'organo giudiziario per eccellenza dello Stato Mediceo: il Magistrato Supremo, e documentavano la creazione del primo ghetto ebraico nella città di Firenze.

Il rapporto che, nei secoli, si era creato tra gli ebrei e Firenze aveva subito fasi alterne ma per gran parte del regno di Cosimo I (1537-1574) avevano goduto della sua protezione, grazie soprattutto all'influenza positiva esercitata da Benvenida Abravanel, governante di sua moglie, Eleonora di Toledo. Benvenida apparteneva a una famiglia ebrea molto potente, molto ricca e coltissima che per numerosi anni aveva guidato la comunità ebraica di Napoli e aveva goduto della fiducia del Re. In seguito al matrimonio di Eleonora, che era figlia del Vicerè di Napoli, con · Cosimo de' Medici, Benvenida si era trasferita con lei a Firenze. Nel 1547, Cosimo I aveva poi autorizzato la potente famiglia Abravanel a istituire banchi di prestito in diverse cittadine toscane (Arezzo, Co1tona, SanseDonna Benvenida Abrava n el fu una

delle donne ebree più influenti e benestanti del primo Rinascime nto.

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Agnolo Bronzino , Eleonora di Toledo col.figlio Giovanni, 1545 ca., Ga lleria degli Uffi zi, Firenze.

polcro, San Giovanni Valdarno, Borgo San Lorenzo e Castrocaro) e poco dopo aveva esteso tale licenza anche ad altre famiglie d'importanti prestatori ebrei: i da Pisa, i da Rieti, i da Prato o da Terracina, i da Camerino. Le relazioni tra il sovrano e gli ebrei erano, però, mutate improvvisamente e radicalmente a partire dal 1567 quando Cosimo, per avere il titolo di Granduca, la cui concessione era osteggiata dalle maggiori potenze europee, aveva ceduto alle pressioni di

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Anna Maria Enriques Agnoletti, studiosa ebrea scomparsa tragicamente nel 1944 vittima della furia nazista.

papa Pio V, disposto ad appoggiare la sua richiesta in cambio della fondazione di un ghetto a Firenze. Il rabbino e storico Umberto Cassuto è stato il primo a citare il Ma gistrato Supremo 4449, il libro dei capitoli sugli ebrei, enfatizzandone l'importanza in uno scritto del 1918, Gli Ebrei a Firenze nell'età del Rinascimento. Basandosi sull'analisi di alcune carte, aveva dedotto la probabile esistenza di un'altra rilevante raccolta documentaria la quale, però, non era al tempo riuscito a ritrovare. Solo nel 1985 Michele Luzzati ha dato una conclusiva identificazione di questo corpo complementare di documenti nel saggio Dal prestito al commercio. Le fonti che sembravano scomparse si trovano in realtà in un altro volume, il Magistrato Supremo 4450, appunto, e le carte del processo contro gli ebrei sono state collocate correttamente alla fine della serie archivistica, quindi subito dopo la filza 4449. Il vero irrisolvibile mistero, però, resta ancora oggi quello dell'identità della persona che ha aggiunto il volume alla serie, forse Anna Maria Enriques Agnoletti, studiosa ebrea scomparsa tragicamente nel 1944 vittima della furia nazista. La mano che ha segnato questa filza nell'inventario è infatti diversa da quella delle elencazioni precedenti. Sono partita da qui ma andando avanti nella lettura di rapporti, richieste, inchieste, memoriali, ho compreso che gran parte delle carte sono state prodotte e firmate da un particolare magistrato, sempre lo stesso: Carlo Pitti. 10

Alessandro Allori, Luca Pitti e Palazzo Pitti , 1574, chiesa di Santo Spirito, Firenze. La famiglia Pitti, tra le più nobili di Firenze, è nota, non solo, per il Palazzo che prende il loro nome e l'omonima piazza antistante.

È lui l'uomo che ha dato inizio alle investigazioni sui banchieri ebrei che avevano operato in Toscana per alcuni decenni. È lui l'uomo che ha ordinato il censimento degli ebrei che vivevano nello Stato mediceo nel 1570. Ed è sempre lui l'uomo che ha scritto al Granduca la lettera di accompagnamento alle bozze del decreto di espulsione degli ebrei dallo Stato Fiorentino.

Ho davanti la documentazione prodotta dal più alto magistrato responsabile al tempo della questione ebraica, ma con tutta evidenza non so nulla di lui. La famiglia Pitti, tra le più nobili di Firenze, è altrimenti nota e non solo per il Palazzo che prende il loro nome e l'omonima piazza antistante. Non ho idea di come Carlo si possa inserire nell'albero 11

della stirpe, a quale ramo appartenga e quale sia il suo profilo pubblico. Lo immagino uno dei numerosi aristocratici al servizio di Cosimo I e di suo figlio Francesco, scelto ad hoc per svolgere un ruolo chiave nell'amministrazione medicea e realizzarne fedelmente la politica. Il suo coinvolgimento nel Magistrato Supremo sembra del resto convalidare questa ipotesi. Il Magistrato Supremo era un organo di governo creato il 27 aprile del 1532 dal duca Alessandro de' Medici, cugino di Cosimo I e suo predecessore per un breve periodo, per consolidare la soppressione della Repubblica Fiorentina, che per lungo tempo era stata governata dalla Signoria, una magistratura composta dai Priori e dal Gonfaloniere di Giustizia. Era costituito da quattro consiglieri, scelti ogni tre mesi tra i membri del Senato, presieduti dal duca o dal suo luogotenente, i quali dovevano concorrere alle decisioni dei principali affari dello Stato in materia amministrativa e giudiziaria, e deliberare a maggioranza. Cosimo I però, appena salito al trono nel 1537, aveva ridotto il potere decisionale dei consiglieri a pura formalità e il risultato era stato che questa magistratura era divenuta uno strumento di governo altamente flessibile e adattabile alle esigenze momentanee del sovrano. Come si inserisce dunque Carlo Pitti in questo sistema? Per capire i documenti che sto trascrivendo ho bisogno di conoscere non solo la posizione che occupava alla corte Gran]. Pontorno, Ritratto di Alessa ndro de ' Medici, 1534-1535, Philadelphia Museum of Art, Philadelphia.

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ducale ma, soprattutto, in che misura era collegato alle fonti del potere. Mettermi in cerca di Carlo Pitti comporterà imparare a usare le chiavi e i bulloni della ricerca storica applicata ad un contesto archivistico, con tanto di complesse questioni genealogiche e araldiche, di diritto ereditario e di amministrazione di governo. Davanti a me si staglia lo scenario di un mondo variegato e ricchissimo: cause, ragioni, intrighi e aneddoti sulla creazione del ghetto di Firenze al tempo dei Medici. Un mondo affascinante e ancora in parte inesplorato che chiede solo di essere scoperto.

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2.

Secondo una nota del Taccuino dei Parigi, Carlo Pitti è stato Senatore nel 1575, Accoppiatore dal 1575 al 1579 e, sempre durante questo stesso anno, Capitano di Parte Guelfa. Quando Alfonso Parigi scriveva, il 26 luglio 1576, Carlo era Soprassindaco dei ove, mentre nel 1581 ricopriva già la posizione di Procuratore. Alfonso Parigi, artista eclettico e fondatore di una dinastia di eccellenti architetti, teneva un taccuino delle dimensioni di un'agenda tascabile, dove registrava minuziosamente tutto ciò che gli interessava: date di nascita dei figli , ricordi di tasse e decime da pagare con le relative scadenze, annotazioni riguardanti i lavori che via via faceva , e anche brevi ma incisive considerazioni riguardanti personalità ed eventi accaduti a Firenze. Di lui non si conosce né la data di nascita, né gli esordi, né come sia arrivato a Firenze, dove ottenne la cittadinanza nel 1583 e dove sposò Laura Ammannati, la sorella dello scultore e architetto Bartolomeo, alle cui dipendenze lavorò come capomastro e con cui portò a termine la fabbrica degli Uffizi, dopo la morte di Giorgio Vasari nel 1574. Sappiamo, tuttavia, che alla corte medicea fu molto apprezzato ed ebbe vari incarichi, oltre che svolgere una notevolissima attività teatrale come autore di scenografie e di costumi per intermezzi. Nel suo libro del 1845 Agostino Ademollo riferisce del "Senatore Carlo seduto per molti anni Provveditore dell'Arciconfraternita della Misericordia di cui benemeritò il sommo grado"; mentre Giuliano de' Ricci nella sua Cronaca, che va dal 1532 al 1606, lo descrive come Senatore nel 1575, Soprassindaco de' Nove nel 15

Frontespizio del volume: A. Ademollo, Marietta de' Ricci, ovvero Firenze al tempo dell'assedio, Stabilimenti Chiari, Firenze 1845.

1579 "che godè di grande autorità", e Ufficiale di Mercanzia nel 1585, oltre ad offrire due ulteriori importanti indicazioni: il nome del padre (si riferisce a lui come "Carlo di Alessandro Pitti") e la data della sua morte ("morì il 22 maggio 1586 di dispiacere e di fame" in odore di "disgusti con Sua Altezza" Francesco I) . Scoperto che Carlo era stato eletto senatore nel 1575, il prossimo passo è quello di addentrarmi tra 1~ fonti. Il volume sul Senato Fiorentino scritto nel XVIII secolo da Domenico Maria Manni, filologo, Accademico della Crusca ma, soprattutto, studioso interessato alle fonti narrative della storia fiorentina , contiene un elenco cronologico di tutti i senatori eletti dal 1532 al 1769 e l'elezione di Carlo Pitti è infatti indicata il 2 agosto del 1575. Manni cita pure il nome del padre, Alessandro, la sua data di nascita (18 maggio 1522) , il ruolo ricoperto di Soprassindaco de' ove e il giorno della sua morte (data come 27 maggio 1586 e non 22 maggio, come secondo la dichiarazione del Ricci). Infine descrive lo stemma:fasciato-ondato di nero e d 'argento, al lambello di rosso attraversante (che in un linguaggio non araldico vuol dire: fasce ondulate nere e argento nel campo più basso dello scudo sormontate da una pezza rettangolare rossa munita di pendenti posta in capo allo scudo). Una traccia di prim'ordine.

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La Pala di Domenico Maria Manni, srudioso interessato alle fonti narrative della storia fiorentina , Accademia della Crusca, secolo XIX, Firenze.

Nel Medioevo iniziarono a essere chiamati stemmi gli scudi degli antenati usati nei combattimenti e nei tornei dagli eredi della schiatta, e quando poi le decorazioni degli scudi divennero ereditarie, il termine stemma si estese a tutte le insegne gentilizie, a quelle civiche dei comuni e delle corporazioni, e a quelle religiose dei papi, dei vescovi e degli ordini. L'araldica è nata, però, per un'esigenza di carattere squisitamente militare, quando, durante l'XI secolo, i cavalieri presero a rappresentare sul proprio scudo elementi cromatici e/ o immagini chiaramente riconoscibili per poter essere individuati e per poter individuare il guerriero che lo imbracciava. In seguito le famiglie più potenti incisero le loro insegne su tutte le armi, e dal Trecento in poi i segni araldici, fuori dallo specifico ambito guerresco, iniPalazzo di Carlo Pitti, in

via Maggio, Firenze.

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ziarono a invadere castelli e palazzi, con capitelli scudati, grandi stemmi in pietra sui portali d'ingresso o sugli spigoli, sulle facciate delle chiese, nei chiostri e all'esterno dei monasteri, fino a interessare poi nel secolo successivo anche l'arredamento e le suppellettili degli interni: schienali di sedie e poltrone, mobili intarsiati, tavoli con mosaici di pietre dure, arazzi, decorazioni dipinte sulle pareti, persino sui regali nuziali venivano raffigurate le insegne della sposa insieme a quelle dello sposo. Nel Diario di Firenze e di altre parti della Cristianità (15741579) Bastiano Arditi, un sarto nato il 2 gennaio del 1504 e morto presumibilmente nel 1579, parla del suo contemporaneo Carlo Pitti come di un "uomo poverissimo, ma oggi venuto a grado" che figura tra i ministri del Granduca nel 1578, ed esprime su di lui un duro giudizio: merita "prima il capestro che il governo". Arditi scrive che il Pitti viveva vicino Santo Spirito. Più specificatamente, ricorda che Piero Buonaventuri, il primo marito di Bianca Cappello (fuggita con lui da Venezia e poi divenuta amante e quindi moglie di Francesco I de' Medici, figlio di Cosimo I), venne ucciso "dreto la casa di Carlo Pitti", cioè nel Chiasso de' pizzicotti, chiamato così perché, trattandosi di una via nascosta e quasi introvabile al buio, invitava a certe confidenze. La strada in questione è parallela alla più famosa via Maggio e oggi è conosciuta come via del Presto di San Martino.

Stemma di Carlo Pitti, in via Maggio, Palazzo di Carlo Pini, Firenze.

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Se Arditi è stato corretto nelle sue informazioni, l'abitazione di Carlo Pitti in Oltrarno si trovava nel tratto iniziale di via Maggio , partendo dal Ponte

Santa Trinita, col retro nell'attuale via del Presto di San Martino. Infatti, sulla facciata del palazzo in via Maggio numero 2, c'è lo stemma descritto con esattezza da Domenico Maria Manni nel suo libro sul Senato Fiorentino, e seppure quest'arma di pietra sia molto più recente di quella probabilmente esposta da Carlo Pitti - visto che ora ci sono due stemmi sulla facciata: dei Pitti e dei Mannelli - senza ombra di dubbio sento di essere sulla strada giusta: i pezzi della storia si stanno piano piano ricomponendo. Dovendo rimettere insieme il puzzle che mi aiuterà a raccontare la nascita del ghetto di Firenze, non posso escludere alcuna informazione che riguardi indirettamente il Pitti, figura sempre più centrale, ed è così che mi ritrovo a leggere qualunque cosa relativa agli anni in cui era vissuto, dal 1522 al 1586. In un libro relativamente recente, Arnaldo D'Addario narra un drammatico giro di eventi all'Ospedale degli Innocenti, storico brefotrofio per bambini abbandonati. Nel 1580, a seguito di un dissesto finanziario dell'Istituto, causato dall'incompetenza in fatto di amministrazione dell'allora 'spedalingo' don Vincenzo Borghini, Carlo Pitti aveva consigliato di allontanare gli orfani che non potevano più essere mantenuti. Così i fanciulli compresi tra i dodici e i sedici anni, ritenuti ormai abili allo sforzo fisico , erano stati destinati a servire nelle ciurme delle galere dell'Ordine di Santo Stefano, e le ragazze di età superiore ai diciotto anni erano state in piccola parte sistemate come fantesche presso famiglie benestanti, ma in numero maggiore abbandonate a se stesse, e molte in poco tempo erano diventate meretrici. Lo storico Carlo Maria Cipolla, ne La moneta a Firenze nel Cinquecento, ci informa poi che Carlo Pitti era uno dei quattro membri di una commissione voluta da Francesco I nel 1573 per studiare un problema di natura finanziaria relativo al rapporto tra il corso della moneta d'oro e quello della moneta d 'argento nello Stato mediceo.

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Carlo Pitti era dunque un funzionario di peso a corte, funzionario a cui erano stati affidati i più alti gradi dell 'amministrazione centrale. Membro di una famiglia del vecchio patriziato da un lato e uomo della nuova classe dirigente voluta da Cosimo I dall'altro, il Pitti era riuscito a legarsi fortemente alle strutture del potere. In qualità di Soprassindaco de' Nove aveva avuto la responsabilità delle questioni relative al contado e al distretto fiorentino, ovvero tutto il territorio appartenente alla città di Firenze, incluse città importanti come Prato, Pistoia, Pisa , Arezzo e Volterra. Nel ruolo di Capitano di Parte Guelfa aveva, invece, fatto parte del ministero dei lavori pubblici, per dare un'immagine moderna, che sovrintendeva a ogni tipo di costruzioni: strade, ponti, argini, canali, edifici pubblici civili e militari. Ho la precisa sensazione di trovarmi in presenza di un uomo di potere abituato a trattare direttamente con Cosimo I e con Francesco I, uno di quelli pronti a elargire consigli e soluzioni, non sempre buoni ma pratici e funzionali, soprattutto a se stesso per far carriera. Giuliano de' Ricci e Bastiano Arditi erano entrambi contemporanei di Carlo Pitti e i loro commenti nei suoi riguardi sono ben lontani dall'essere amichevoli, lo presentano come lo stereotipo del funzionario di corte: superbo, corrotto, ingiusto, avido di guadagni e abituato ad abusare del suo ruolo e dei privilegi di cui godeva. Anche se Ricci e Arditi erano entrambi fieramente antimedicei esisteva tuttavia un'ampia corrente di popolazione che giudicava l'amministrazione granducale priva di principi e il sentimento generale nei confronti del governo del Granduca non era certo positivo. Sotto Cosimo I si era, infatti, verificato un rapido processo di gerarchizzazione collegato al consolidamento delle strutture del principato e il tratto caratterizzante di questo nuovo regime si era manifestato nella formazione di un'aristocrazia di corte, di un ceto senatorio e di una nobiltà di toga contraddistinti da privilegi crescenti, legali o di fatto. Un preciso meccanismo di potere che li aveva portati a

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separarsi dalla folla anonima dei sudditi, declassati a massa politicamente inerme. Da un lato ho davanti a me le carte provenienti da uffici di governo e tribunali, dall'altra, invece, considerazioni parziali e di parte di cronisti e storici successivi. Ma per scoprire chi è davvero Carlo Pitti devo riuscire a leggere i suoi scritti personali, ciò che aveva annotato per se stesso. Se Carlo Pitti è la chiave per capire il processo storico che ha portato all'istituzione del ghetto fiorentino , la chiave per capire Carlo Pitti è il suo archivio. Gli archivi privati rappresentano una fonte d'inestimabile valore per gli storici, trattandosi di complessi documentari prodotti da singoli individui o da famiglie mentre svolgono le proprie attività. La loro consultazione permette di capire rapporti, vincoli parentali, strategie matrimoniali, sistemi successori e relazioni economiche altrimenti impossibili. Inoltre, dato che spesso più membri della famiglia hanno ricoperto cariche governative, è frequente trovare all'interno documenti di natura pubblica. In passato conservare nel proprio archivio atti d'interesse collettivo era assolutamente normale, tanto più che talvolta gli uffici non avevano una sede deputata e gli affari venivano trattati nella dimora di chi a quegli uffici era preposto. E così carte prodotte mentre si svolgeva una mansione per lo Stato erano conservate al pari di quelle strettamente personali. Le vicende degli archivi privati sono sempre naturalmente collegate alla storia delle famiglie da cui sono stati prodotti, e i documenti familiari costituiscono quindi un patrimonio comune, all'interno dei singoli rami in cui una stirpe può dividersi. Peraltro sono una proprietà a tutti gli effetti e come tale devono seguire delle norme di trasmissione precise. Generalmente è al figlio maggiore che spetta il compito di conservare libri e scritture, sia quelle del padre sia quelle degli antenati di cui lui e i suoi fratelli rappresentano la diretta discendenza, e ciò avviene in quanto alla morte del padre questi

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assume il ruolo di capofamiglia, quindi custode anche delle memorie dinastiche la cui trasmissione di solito segue quella dell'eredità. Per scoprire l'uomo e il funzionario insieme, e cominciare a delineare il vero volto di Carlo Pitti, diventa allora fondamentale trovare il suo archivio personale, e prima di avviare delle congetture su come i suoi documenti si fossero mossi e dove erano finiti devo innanzitutto capire a quale ramo della famiglia Pitti appartenesse. Avevo fin qui raccolto informazioni rilevanti: conosco la sua data di nascita (18 maggio 1522), la sua data di morte (22 o 27 maggio 1586) il nome di suo padre (Alessandro) e il suo stemma. Questi dati permettono finalmente di avviare una vera e propria indagine negli Archivi. Ma reperire informazioni è roba da detective, soprattutto quando la bibliografia - come in questo caso - è scarsa e difficile da rintracciare. A Firenze lo studio della genealogia ha avuto inizio a partire dal XVI secolo, contemporaneamente a un grande interesse per la storia della città e dei suoi protagonisti. Con l'avvento della dinastia medicea e con il conseguente mutamento delle prospettive istituzionali con cui dovevano confrontarsi le oligarchie cittadine, molte famiglie appartenenti al ceto dirigente, nobilitate o alla ricerca di nobilitazione, avevano dato il compito a storici ed eruditi di raccogliere notizie e testimonianze sulle proprie origini e sulla partecipazione alle massime cariche cittadine. In occasione di tali incarichi nell'archivio familiare si era costituita una vera e propria sezione dove erano stati raccolti i documenti più significativi per la storia della famiglia , e cioè quelli che ne attestavano le origini, le più lontane possibili, talvolta anche immerse nella leggenda, oppure le responsabilità pubbliche, i titoli, i privilegi sovrani. In perfetta sintonia con questo clima culturale, il Gran Principe Ferdinando de' Medici, figlio pri22

mogenito di Cosimo III, aveva così voluto, nel 1685, la creazione di un archivio delle famiglie di carattere araldico-genealogico. Per tutto il secolo seguente in Toscana erano cresciute da parte delle casate, delle organizzazioni statali, degli istituti e degli enti ecclesiastici e assistenziali le iniziative d'inventariazione del proprio patrimonio archivistico in quanto la legislazione tendeva ad abolire i vincoli che fino ad allora avevano consentito la trasmissione dei patrimoni familiari da un primogenito all'altro. Fare il punto della propria situazione patrimoniale, inventariare i beni e rintracciare le origini era diventato quindi necessario se si intendeva assegnare esattamente secondo le volontà espresse nei vari .fidecommessi. Pertanto la gestione degli archivi era stata affidata a persone di cultura, di solito ecclesiastici, dotati di ampia preparazione e di nozioni paleografiche e diplomatistiche, in grado di leggere correttamente i testi, soprattutto più antichi. Per tracciare la genealogia di Carlo Pitti non posso che partire da qui. Gli archivi, tutti indispensabili, consultati per reperire informazioni sul Pitti in questione sono conservati presso l'Archivio di Stato di Firenze e sono principalmente tre: la Raccolta Sebregondi; l'Archivio Ceramelli Papiani; la miscellanea detta Manoscritti. È grazie a essi che sono riuscita a ricostruire non solo la genealogia di Carlo Pitti, ma a seguire altre indispensabili tracce, scoprire l'identità della moglie, sapere quanti figli aveva avuto, quali cariche aveva rivestito e quale.fidecommesso aveva lasciato. E proprio quest'ultima informazione è risultata un'ottima pista per mettermi finalmente sulle tracce del suo archivio personale.

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3.

Carlo apparteneva a una nobile e antica famiglia originaria di Semifonte, una città della Val d'Elsa che, tra il 1100 e il 1200, in meno di un secolo nacque, divenne potente e fu rasa al suolo dai fiorentini. Costretti ad abbandonare la loro città, i Pitti si stabilirono a Firenze, dove i due rami collaterali degli Ammirati e dei Luiesi preferirono staccarsi dalla linea familiare originaria e diventare tra loro consorti, secondo la prassi in voga nel Medioevo, quando le famiglie nobili che avevano tutte lo stesso capostipite si associavano in consorterie per tutelare più efficacemente gli interessi in comune. Il fondatore dei Pitti del XIII secolo fu Buonsignore, ma di lui si sa solo che morì in Palestina, forse durante un pellegrinaggio

Battaglia dei Campi Catalaunici, manoscrino del sec. XIV, Biblioteca Nazio-

nale Olandese, L'Aja.

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al Santo Sepolcro e al monte Sinai. Suo figlio Maffeo ricoprì nel 1282 l'importante carica di Podestà di Firenze, che gli conferiva il potere politico, giurisdizionale e militare. Per la legge di Firenze il Podestà doveva essere necessariamente forestiero, probabilmente per garantire l'imparzialità , non sempre rispettata dai magistrati autoctoni. Da quell'anno in poi, per quasi tre secoli, i Pitti rivestirono questo ruolo per ben quarantasette volte, fino al 1530, mentre sedici di loro ricevettero la suprema nomina di Gonfaloniere di Giustizia. A questo magistrato la Signoria affida va il delicato compito di tutelare gli ordinamenti di giustizia della città e di comandare la compagnia comunale degli armati. Il figlio di Maffeo, Buonaccorso, viene ricordato come un uomo ricco e generoso, che a sue spese aveva fondato un monastero e uno 'spedale', cioè una istituzione caritatevole, nella zona di Sant'Anna a Verzaia, vicino Porta San Frediano, conosciuta come Porta a Verzaia per via dei numerosi orti dei monasteri femminili di Santa Maria in Verzaia e di Sant'Anna in Verzaia che si stendevano intorno. Tutto sparì nel 1529, al tempo dell 'assedio della città, quando i fiorentini fecero terra bruciata di più luoghi, tra cui questo, per motivi strategici. Buonaccorso sposò Giovanna degli Infangati e dal matrimonio nacque Neri, destinato a diventare membro della Signoria di Firenze dal 1361 al 1368, mercante e banchiere, e pure proprietario di una delle maggiori manifatture della lana. L'industria laniera era la più importante della città e nel Trecento raggiunse il suo periodo di massima prosperità, favorendo l'occupazione di circa un terzo della popolazione attiva e producendo un enorme fatturato. Neri sposò Corradina Strozzi, figlia di Giovanni Strozzi, con cui divenne socio e portò avanti insieme affari importanti e redditizi. Lui e Corradina ebbero quattro figli: Piero, Luigi, Francesco e Buonaccorso, che a loro volta dettero origine ad altrettanti rami della famiglia. La linea più illustre fu quella derivata da Buonaccorso junior, che si distinse come uno dei cittadini più in vista 26

Giusto Utens, Villa m edicea di Lappeggi, sec. XVI, allestimento permanente a Villa La Petraia, Castello, Firenze.

tra la fine del Trecento e l'inizio del Quattrocento e che fu padre di Luca, rimasto famoso per aver fatto realizzare Palazzo Pitti, su progetto di Filippo Brunelleschi. I suoi eredi vendettero però il palazzo nel 1549 a Eleonora di Toledo, moglie di Cosimo I de' Medici. Carlo Pitti discende, viceversa, dal fratello di Buonaccorso junior, Francesco. Francesco, che aveva ricoperto la carica di Commissario in Valdarno, prese in moglie Lucrezia Bellocci, da cui ebbe, nel 1449, un figlio, Carlo. Questi sposò Marietta Marsili, da cui nacque Alessandro, che, diventato grande, a sua volta si legò in matrimonio a Maddalena Capponi. Il maggiore dei loro quattro figli è proprio l'uomo di cui sto seguendo le tracce, Carlo Pitti, il magistrato che firmava le carte del ghetto. Dalle tavole genealogiche contenute nel fascicolo "Pitti" della Raccolta Sebregondi scopro che Carlo si era sposato tardi, almeno per le consuetudini del tempo, nel 1552 all'età di trent'anni. 27

Tra gli antenati illustri di Ortenzia, figura Guido Cavalcanti, l'amico di Dante Alighieri, con cui aveva dato vita al "dolce stil novo'·.

Sua moglie era Lisabetta de ' Rossi e a pparteneva a una delle famiglie più potenti di Firenze. I Rossi, secondo la tradizione, avevano origini longobarde e nobili e il capostipite, Jacopo Rossi, nel 1176 era stato Console della città. Molti dei suoi discendenti avevano goduto del cavalierato o si erano dedicati alla carriera diplomatica e avevano posseduto numerosi castelli tra Siena e Volterra. A Firenze, invece, le loro case e torri erano nell'attuale piazza Santa Felicita, che anticamente portava il loro nome, piazza de' Rossi appunto. Carlo Pitti e Lisabetta misero al mondo quattro figli , tre maschi - Vincenzio, Alessandro e Giovanni - e una femmina , che venne chiamata come la nonna paterna: Maddalena. Vincenzio, il maggiore, nacque il 25 gennaio del 1563, undici anni dopo il matrimonio dei suoi genitori. All'età di diciannove anni celebrò nozze con Ortenzia Cavalcanti, rampolla di una stirpe potentissima originaria di Fiesole, che vantava castellani e rocche munite in Val di Greve, in Val di Pesa e nel Valdarno. Tra gli antenati illustri della sposa figura Guido Cavalcanti, l'amico di Dante Alighieri con cui aveva dato vita al dolce stil novo rinnovando la poesia del Tredicesimo secolo. Sebbene Vincenzio avesse ricoperto incarichi molto importanti (era stato Commissario di Pisa, Soprassindaco dei Nove e nel 1615 il Granduca Cosimo II de' Medici lo aveva eletto Senatore) è conosciuto meglio come letterato, e in particolare come autore del Pittio, un poema eroico sulla famiglia Pitti. 28

Alessandro, suo fratello , era più giovane di un anno, essendo nato il 2 giugno del 1564, e si era distinto come dottore matematico di gran merito. Invece l'ultimo, Giovanni, dell'll agosto 1565, era stato cavaliere e capitano. Riguardo la figlia Maddalena le carte d 'archivio rivelano soltanto il suo matrimonio nel 1582 con Bartolomeo Arrighi, membro di una ricca famiglia che durante gli anni del Granducato mediceo aveva goduto di numerosi privilegi e onori. Carlo Giuseppe Sebregondi, l'autore della collezione, aveva l'abitudine di annotare su strisce di carta separate i riferimenti relativi agli uffici pubblici ricoperti dai vari individui di cui si era occupato. Poi con un filo univa tutti questi foglietti delle cariche, come li aveva intitolati, sotto il nome della persona in questione. Nel caso di Carlo Pitti, il mucchio di foglietti annotati è piuttosto abbondante e si somma a un cursus honorum eccezionalmente brillante. Carlo entrò nella vita pubblica come uno dei Dodici Buonuomini nel 1542, quindi divenne Consigliere dei Duecento, Ufficiale dei Pupilli, Conservatore di Leggi, Capitano di Parte Guelfa, Magistrato Supremo, Ufficiale del Monte Comune, Soprintendente ai Negozi della Zecca, Capitano del Bigallo, Senatore, Consigliere nel Consiglio e Pratica Segreta, Consigliere d'Archivio, Soprassindaco dei Nove e Accoppiatore. Trovo altri significativi richiami a Carlo Pitti nella miscellanea Manoscritti, che contiene spogli, cioè copie e regesti di documenti che gli antiquari avevano raccolto sulla base di fonti appartenenti agli archivi di alcuni uffici dello Stato fiorentino a partire dal XVII secolo. Nelle carte messe insieme c'è una grande quantità di notizie sulle maggiori famiglie fiorentine e toscane e delle cariche pubbliche esercitate dai loro membri più illustri. Per esempio nel Priorista a famiglie dell'antiquario granducale Lorenzo Maria Mariani (1666-1738) Carlo Pitti è citato come uno degli uomini venuto su per favori alla casa Medici. Nello Zibal-

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done, che risale al 1600 circa, Jacopo Gaddi include Pitti nella lista degli uomini illustri del suo tempo. In un altro Priorista della fine del XVI secolo, Giuliano de' Ricci descrive Pitti come un uomo tutt'altro che carismatico ed eccezionale. "Fu un uomo assai ordinario ma assai fu novità dal Gran Duca Francesco et da lui aggrandito e onorato et fatto con molta autorità soprassindaco del Magistrato de Nove et adoperato in molti maneggi concernenti comunità, luoghi pii et spedali della Toscana". Il vero passo avanti nella ricerca dell'archivio personale di Carlo Pitti avviene, però, grazie a un documento che mi ritrovo casualmente tra le mani mentre sfoglio le carte settecentesche di Giovan Battista Dei: un'annotazione che riassume il.fidecommesso, ossia la disposizione di ultima volontà atta a regolare la trasmissione dei beni, voluto da Carlo Pitti. Sebbene nei testamenti si trovino raramente disposizioni precise su come debba muoversi l'archivio, esso di solito è soggetto alle stesse norme applicate a tutti gli altri beni mobili. Pertanto, conoscere come Carlo aveva organi?zato il futuro delle proprietà dopo la sua morte potrebbe certamente indicarmi la strada più verosimile da seguire. In Toscana tra il Quattrocento e il Cinquecento il diritto dotale e il diritto ereditario si erano modificati considerevolmente, condizionando il passaggio del patrimonio familiare e della sua memoria storica, cioè l'archivio. Il sistema delle doti era stato rafforzato e le donne erano state escluse dal trasferimento dei beni comuni compresi nell'asse ereditario. Alla morte del padre tutto andava in parti uguali ai figli maschi. Per mantenere unite le proprietà, durante il XVI secolo e anche oltre, le famiglie dell'aristocrazia e dell'alta borghesia avevano l'abitudine di costituire delle società di fratelli che sarebbero dovute durare più a lungo possibile, almeno fino a che tutti gli azionisti non fossero diventati maggiorenni, in caso di divisioni inevitabili. Quindi nei testamenti venne posta una grande attenzione al modo in cui gli 30

averi stabili, come case avite, fattorie , ville, sarebbero stati tramandati da una generazione all 'altra, e molti testanti ricorsero all'imposizione di un.fidecommesso per rendere la loro volontà inalienabile. Basandomi sui commenti dei contemporanei di Carlo Pitti, e particolarmente su quelli di Giuliano de' Ricci, che lo definiva "ordinario", non mi aspetto sorprendenti deviazioni dalle norme nella disposizione del suo patrimonio. Il.fidecommesso dovrebbe seguire la prassi di tantissimi altri simili del tempo. Sulla carta che ho trovato leggo che Carlo Pitti nominò eredi universali i suoi tre figli maschi legittimi, Vincenzio, Alessandro e Giovanni e , alla loro morte, i discendenti leciti. Se, invece, la progenie maschile si fosse interrotta, sarebbero succedute le figlie femmine , quindi l'eventuale prole maschile e in sua mancanza di nuovo quella femminile. Tra le carte messe insieme da Giovanbattista Dei scopro due alberi genealogici disegnati a penna che descrivono la successione di Carlo Pitti per tre generazioni: un triangolo a capo del quale c'è Carlo e alla base i suoi tre figli maschi, Vincenzio, Alessandro e Giovanni. Tra loro solo Vincenzio è sposato e in corrispondenza del suo nome è disegnato un altro triangolo, di cui lui rappresenta la cima. Alla base leggo: Stefano, Alessandro e Lisabetta. Sono i nipoti di Carlo. Probabilmente Stefano è anche il primogenito di Vincenzio ma, in ogni caso, è il solo con discendenza: Vincenzio (che si chiama come il nonno), Giovan Battista, Filippo e Ortenzia. Questa generazione di pronipoti segna evidentemente la fine della successione maschile di Carlo Pitti. Trovo poi delle annotazioni sull'albero genealogico. Filippo Pitti è definito "ultimo moriente", invece Ortenzia Pitti "sposata con Cosimo Rinuccini" e madre del "Signor Stefano possessore". Secondo il.fidecommesso, se Filippo fosse stato l'ultimo a morire senza lignaggio e se pure 31

i suoi fratelli non avessero avuto prole, l'eredità dei Pitti sarebbe passata alla linea femminile , in questo caso a Ortenzia. Poi, alla morte di questa, la proprietà sarebbe stata trasmessa al suo primogenito maschio, cioè a Stefano Rinuccini. Mi viene spontaneo supporre che i beni di Carlo Pitti, archivio compreso, siano finiti nelle mani della famiglia Rinuccini. Per verificare quanto è scritto nel fidecommesso non mi resta dunque che cercare il testamento originale. Ogni singolo fatto contenuto lì dentro potrebbe costituire un'informazione utile per ricostruire la storia delle carte personali di Carlo Pitti, che forse adesso sono confluite in quelle dei Rinuccini. E fortunatamente i documenti di Giovanni Battista Dei includono la data del fidecommesso di Carlo Pitti (13 marzo 1583) e il nome del notaio che aveva lo aveva redatto e registrato (Noferi Maccanti).

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4.

A pochi passi da Palazzo Vecchio e da Santa Maria del Fiore si trova la chiesa di Orsanmichele, la più insolita e originale di Firenze, forse per via del suo passato tormentato, sempre a metà tra luogo di culto ed edificio civile. Oratorio nell'VIII secolo, poi loggia per la vendita del grano all'inizio del 1200, quindi cappella al piano inferiore e insieme magazzino di granaglie a quello superiore nel XV secolo, fino a diventare nel 1569, per volere di Cosimo I, oltre che sede di preghiera, Archivio Notarile. E ancora oggi il monumento affianca alla funzione religiosa quella civile di museo. Per realizzare e modificare l'edificio intervennero i migliori architetti e artisti che Firenze abbia avuto tra il XIII e il XVI secolo: Arnolfo di Cambio, Ghiberti, Donatello, solo per citarne alcuni. Orsanmichele era, infatti, il tempio delle Arti, ossia quelle corporazioni di artigiani e mercanti che, a partire dal Medioevo, si erano riuniti in associazioni per regolamentare e tutelare le attività delle varie categorie professionali. Col tempo le Arti si erano inserite nelle istituzioni Chiesa di Orsanrrùchele, Firenze.

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Statua in bronzo di San Giovanni Evangelista, di Baccio da Montelupo. nella nicchia dell'Arte della Seta della chiesa di Orsanmichele a Firenze. Originale conservato nel Museo di Orsanmichele.

cittadine e avevano assunto un ruolo importante all'interno del governo . Ogni corporazione doveva tutelare e occuparsi, anche economicamente, del mantenimento di un edificio pubblico di rilievo: per esempio, il Duomo era sotto la responsabilità dell'Arte della Lana, quella di Carlo Pitti; l'Arte di Calirnala , quella del commercio internazionale dei panni di lana forestieri acquistati direttamente nei luoghi di produzione, soprattutto in Fiandra e in Inghilterra, e rivenduti poi nelle varie piazze del mondo occidentale e orientale, era patrona del Battistero, di San Miniato al Monte e della sagrestia di Santa Croce; la corporazione dei Giudici e dei Notai controllava Sant'Ambrogio e l'Ospedale di San Paolo, nel quartiere di Santa Maria Novella; mentre quella dei Medici e Speziali, che comprendeva anche i pittori, si prendeva cura della chiesa di San Barnaba, in via Guelfa. I capolavori originali voluti dai membri delle Arti per ornare le nicchie esterne della loro chiesa sono conservati oggi nel museo, negli stessi spazi occupati prima dal grano e poi dall 'Archivio Notarile, e così i santi protettori delle varie corporazioni scolpiti

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da Ghiberti, da Donatello, da Giambologna e da Nanni di Banco hanno preso il posto dei noiosi atti notori di cui Cosimo I, nel Cinquecento, aveva imposto il deposito. Pure il testamento di Carlo Pitti ha sostato in questa sede meravigliosa (adattata ad archivio nientemeno che da Bernardo Buontalenti) in uno dei registri del notaio Noferi Maccanti, prima di essere trasferito nell'Archivio di Stato, dove l'ho trovato, nel fondo Notarile Moderno. Al tempo di Carlo Pitti, la produzione dei documenti con valore legale e la loro conservazione dipendeva da una importante classe di professionisti: i notai. Questi agivano in qualità di pubblici ufficiali, con tanto di potere e influenza, e avevano il monopolio della redazione degli atti privati e pubblici. Il Gran Duca Cosimo I de' Medici decise di regolarizzare questa situazione ponendola sotto il controllo statale e il 14 dicembre del 1569 fece emanare una provvisione con la quale richiese il deposito obbligatorio delle copie degli atti notarili in un archivio centralizzato. Inoltre istituì la magistratura dei quattro Conservatori d'archivio, che sovrintendeva all 'attività di rogito dei notai e al funzionamento dell'archivio stesso. Le scritture dei professionisti deceduti dovevano essere trasferite in questo istituto, situato nelle stanze sopra la chiesa di Orsanmichele. I notai in attività, invece, dovevano scrivere i propri contratti e testamenti su un apposito protocollo fornito dall'Archivio, a cui erano poi obbligati a mandare i facsimili. Potevano rilasciare ai clienti il duplicato degli atti da loro prodotti, riscontrati e sottoscritti dall'Archivio Pubblico, pena la validità legale. Per le riproduzioni dei protocolli dei notai defunti, la competenza spettava soltanto all'Archivio Pubblico. Penso che Carlo Pitti abbia preso parte attivamente a questa riforma Granducale mentre ricopriva il ruolo di Primo Conservatore d'archivio, nel 1576. La dettatura formale delle volontà di Carlo Pitti si svolse in uno scenario imponente. Il 13 maggio 1583 l'ormai sessantenne fun35

zionario Granducale, i suoi testimoni e il suo notaio Noferi Maccanti si riunirono nella grande chiesa dei monaci cistercensi in via della Colonna, riccamente decorata e completata da Giuliano da Sangallo intorno al 1500. Si trattava di uno dei maggiori edifici religiosi di Firenze, con estesi poderi e un grande chiostro realizzato nel 1542. Pitti iniziò la deposizione nella maniera tradizionale, raccomandando la sua anima a Dio e all'intera corte celestiale e dichiarandosi sano di mente e di corpo. Quando sarebbe giunto il momento, avrebbe voluto essere seppellito nella tomba di famiglia, nella Cappella dei Pitti situata nella chiesa di Santa Felicita. Al suo funerale sarebbero dovuti intervenire i reverendi preti della chiesa di Santa Felicita, i frati francescani di San Francesco dell'Osservanza di Borgo Ognissanti, i frati domenicani di Santa Maria Novella, i serviti dell'Annunziata, i carmelitani e l'intera Compagnia dell'Angelo Raffaele, che si radunava nella chiesa di Santo Spirito. Pro remedio animae suae disponeva una donazione di 4 fiorini e 7 lire per anno a favore di messe in suffragio suo e della sua famiglia , che avrebbero dovuto essere officiate "sopra l'altare" dei Pitti in Santa Felicita. Si trattava di una cifra importante visto che alla fine del Cinquecento il fiorino era una moneta d'argento del valore di 7 lire. Di maggiore pregio era lo scudo d 'oro, quotato 7 lire e 12 soldi, mentre il soldo, meno ricercato, era pari a un ventesimo di lira. Alla moglie Lisabetta lasciava la sua dote di 1450 fiorini , più l'usufrutto delle proprietà situate nella podesteria di San Gimignano, conosciute come Torri e Torri di Mezzo, Monte Luco, Sorbaiano di Sopra e Sorbaiano di Sotto, comprensive di case, terre con alberi da frutta , vigneti, olivi e bestiame. Alla sua morte tutto sarebbe dovuto passare ai figli maschi. Carlo assegnava alla figlia Maddalena 200 scudi; a sua sorella Alessandra, vedova di Lorenzo Cappelli, 100 scudi; ad Elisabetta di Luigi di Cosimo Pitti 5 scudi all'anno per dieci anni "per necessità di povertà". Al suo servitore Jacopo e ai suoi figli sarebbero andate, invece, 150 lire a patto che fossero rimasti al servizio della famiglia Pitti anche

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dopo la morte del testatore. Inoltre beneficiava di 150 lire Domenica, la nutrice del figlio maggiore Vincenzio, e di 5 lire tutti gli altri servitori. Il resto dell'eredità, inclusi beni mobili e immobili, avrebbe dovuto essere divisa in tre parti uguali tra i suoi figli maschi Vincenzio, Alessandro e Giovanni. A questo punto Carlo entrava nelle complesse formule divolontà che governavano la trasmissione dei suoi numerosi averi. Come mi aspettavo, le proprietà seguivano la via maschile, deviando al femminile quando la linea s'interrompeva. E se per forza di causa maggiore non fosse stato possibile procedere secondo queste direttive, disponeva anche i termini per smantellare il patrimonio: se la moglie fosse morta dopo i loro figli , sua sorella Alessandra e i suoi eredi avrebbero ricevuto alcuni beni; altri sarebbero andati, invece, all'Ospedale di San Bonifacio in via San Gallo a Firenze, con l'obbligo per gli eredi di mantenere tre giovani della famiglia Pitti prossimi alla sua casata in linea maschile e di fargli studiare medicina, legge o filosofia ; altri ancora all'Ospedale degli Innocenti di Firenze, che in cambio avrebbe dovuto versare annualmente 1O scudi ad altre istituzioni caritatevoli fiorentine . Qualora poi le volontà prescritte non fossero state rispettate, le proprietà sarebbero passate tutte all'Ospedale di Santa Maria Nuova. A parte questi specifici lasciti, i rimanenti averi di Carlo Pitti sarebbero stati divisi tra i parenti più vicini degli altri rami della famiglia Pitti. Il notaio Noferi Maccanti elencava dettagliatamente le cospicue proprietà. Carlo aveva una serie di possedimenti agricoli, tutti forniti di case signorili e coloniche, dislocati nelle podesterie di San Gimignano, di Greve, di Prato, di Montevarchi, del Galluzzo e di Vinci. A Firenze era proprietario di tre case nel quartiere di Santo Spirito, nel popolo di San Jacopo Sopr'Arno. Tutte avevano la facciata in via Maggio e il retro verso Santo Spirito. Carlo viveva nella prima di queste case. Aveva finato la seconda a Luigi de' Pitti, il padre di quella Elisabetta a cui lui aveva destinato

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il lascito caritatevole, e nella terza viveva un altro inquilino con tutta la famiglia, il Maestro fabbro Jacopo Squadrini. La lettura di questo testamento mi permette finalmente di collegare una serie d'informazioni. Nello specifico: dove Carlo Pitti era stato sepolto (nella chiesa di Santa Felicita), quali fossero i suoi rapporti più stretti (cioè la moglie, i figli , la sorella Alessandra e i parenti più poveri, Luigi ed Elisabetta, i servitori più fedeli), la situazione economica di cui godeva (era sostanzialmente un latifondista), il legame e la devozione che nutriva verso alcuni istituti religiosi e assistenziali. Tutti elementi preziosi, ma è arrivato il momento di una verifica personale e vivere a Firenze consente il privilegio di poter visitare i luoghi di cui vado leggendo. Mi lascio alle spalle carte e documenti e mi dirigo in Oltrarno, la zona di Firenze che è dall'altra parte del fiume rispetto al centro. Dall'Archivio di Stato vado verso Porta alla Croce, in piazza Beccaria, una delle più antiche della città. Risale al 1284 e fu edificata per consentire l'accesso all'interno delle mura difensive. Imbocco Borgo la Croce, strada vivace e piacevole, ricca com'è di negozi, bar, gelaterie e botteghe. Sembra che un tempo qui esistesse una Croce molto venerata perché indicava il luogo in cui era caduto il primo martire fiorentino, San Miniato. Diversamente da oggi, in questa via si è respirato tanto dolore. Per secoli i condannati a morte, prima di raggiungere le forche nell'attuale piazza Beccaria, venivano infatti costretti a sostare nella Cappella di San Niccolò, in corrispondenza del palazzo al n . 2. La Cappella era adibita a lugubri riti mortuari a cui gli infelici assistevano legati per il collo con una fune assicurata a un anello di ferro infisso nel muro. Proseguo per Borgo degli Albizi, incorniciata da bellissimi palazzi su ambo i lati, opere di architetti e artisti di fama: Palazzo dei Donati, Palazzo degli Alessandri, Palazzo da Filicaia, Palazzo degli Albizi, Palazzo Valori o dei Visacci, per via dei ritratti d'illustri fiorentini scolpiti sulla facciata , tra cui Amerigo Vespucci, Leon

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Battista Alberti, Dante, Petrarca e Boccaccio. Alla fine del borgo, a sinistra, prendo via del Proconsolo, che, secoli prima, era stata la zona dei librai e dei cartolai, sede di piccole botteghe allineate dove in tanti avevano lavorato per la produzione della pergamena, per la copiatura calligrafica, per la miniatura dei libri, per la legatura. Queste piccole officine avevano dato vita a intere biblioteche destinate ai sovrani di tutta Europa. Supero il Museo del Bargello, l'antico Palazzo di Giustizia della città, e la Badia Fiorentina per dirigermi verso piazza San Firenze, attraversare via de' Gondi ed entrare in piazza della Signoria, il salotto più bello del mondo mi verrebbe da dire. Lascio a destra la Loggia dei Lanzi, uno dei simboli più importanti della piazza e della vita politica della città e, camminando sotto il loggiato degli Uffizi, raggiungo il lungarno e attraverso Ponte Vecchio, il più antico di Firenze, oltre il quale termina la mia passeggiata in piazza Santa Felicita. Firenze è un grande museo all'aperto dove ogni angolo e ogni monumento racconta la sua storia attraverso i simboli che la rappresentano, mentre richiamano un passato di imprese più o meno gloriose, di lotte, di vicende e di personaggi. Pensavo di conoscere bene la chiesa di Santa Felicita, dove dovrebbero riposare le spoglie di Carlo, sono venuta molte volte per vedere una delle opere d 'arte che più amo, la Deposiz ione di Cristo dipinta da Jacopo Pontormo, Torre dei Donati, Firenze.

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Jacopo Pontormo, Deposizione di Cristo, 1526-1528, chiesa di Santa Felicita, Firenze.

sull'altare della Cappella Capponi. Mi rendo, invece, conto che così non è. Non ho mai fatto caso alle tombe presenti e alle persone interrate. Vado verso la cappella "acanto la Porta di Sagrestia", secondo la descrizione offertami dai Sepoltuari che ho consultato nel fondo Manoscritti dell'Archivio di Stato. I Sepoltuari riproducono gli stemmi tratti dalle tombe esistenti nelle chiese fiorentine .

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Vedo lo stemma dei Pitti a onde nere e bianche con un rastrello rosso in cima su alcune sepolture ma l'aspetto generale della cappella non è più quello cinquecentesco familiare a Carlo Pitti. L'interno di Santa Felicita fu, infatti, modificato nel 1730 e i monumenti sepolcrali della cappella Pitti vennero rimossi. Giuseppe Richa , che visse al tempo di questa riedificazione, scriveva: "Avevano i Pitti una cappella, ove si collocarono in antico una tavola de' Santi Re Magi". Secondo alcuni storici la tavola potrebbe essere quella tutt'ora esistente a Santa Felicita collocata nella sagrestia, opera di un ignoto autore fiorentino della prima metà del XV secolo. Provo a guardarla attraverso gli occhi di Carlo Pitti, immaginandola il centro della sua devozione e di quella dei suoi antenati e discendenti. Carlo aveva lasciato 4 fiorini e 7 lire per far dire messe per la salvezza delle loro anime di fronte a essa. Manca ancora la documentazione che lui stesso aveva creato e conservato prima nel suo archivio e che poi forse era migrata in quello di un'altra o di altre famiglie legate ai Pitti per matrimoni e discendenze. on resta che tornare indietro, alle tavole genealogiche della collezione di Giovan Battista Dei.

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Piazza della Repubblica è da sempre una delle principali piazze di Firenze, centro della vita urbana nonché simbolo identificativo del luogo. Situata nel cuore della città sin dall'epoca romana, si trova tra il cardus: la strada che va da nord a sud, corrispondente a via Roma, via Calimala e via Por Santa Maria e il decumanus: che va nella direzione est-ovest, corrispondente a via del Corso, via degli Speziali e via degli Strozzi. Tanti secoli fa qui aveva sede il foro romano ma poi sui suoi resti venne edificato il Mercato Vecchio, fulcro dell'attività commerciale ed economica cittadina. Giovanni Stradano, artista fiammingo del XVI secolo che a lungo lavorò al servizio di Cosimo I e di suo figlio Francesco I, ha lasciato a Palazzo della Signoria, nella Sala della Gualdrada, che fa parte degli appartamenti di Eleonora di Toledo, una vivace rappresentazione di come fosse questa piazza nel secondo Cinquecento: banchi di ambulanti disposti su entrambi i lati si alternavano a quelli dei cambiavalute tra torri medievali, botteghe, chiese e case tradizionali, mentre artigiani e commercianti dei più diversi settori portavano avanti le loro attività nelle strade circostanti. I setaioli e i lanaioli erano concentrati in via Calimala, i linaioli in piazza del Lino, mentre le botteghe di lusso erano tutte in via Por Santa Maria, dove esponevano le preziose e sofisticate merci: sete, tessuti, manufatti orafi, spezie profumate e costose. Sull'altro lato, via Pellicceria ospitava i pellicciai, via Tornabuoni i legnaioli e via della Vigna Nuova i lanaioli. Carlo Pitti l'aveva vissuta così questa piazza, proprio come è stata dipinta da Giovanni Stradano, piena di vita pulsante e forse

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Giovanni Stradano, artista fiammingo del XVI sec. , ha lasciato una vivace rappresentazione di come fossero le piazze di Firenze nel secondo Cinquecento. In alto: Giovanni Stradano, La festa degli omaggi in piazza della Signoria , 1555-1557, Palazzo Vecchio, Firenze. Giovanni Stradano, Giostra a cavallo in piazza Santa Croce, 1556-1562, Palazzo Vecchio, Firenze.

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anche un po' simile a come la vedo adesso io, seduta in uno dei suoi famosi caffè, tra fiorentini e turisti, artisti e intellettuali, giocolieri e musicanti. Piazza della Repubblica non ha mai perso la sua importanza nella vita locale e dall'antichità a oggi ha sempre continuato a mantenere il ruolo indiscusso di crocevia. Emblema degli scambi commerciali e culturali, nel 1571 si arricchì di un'altra comunità, quella ebraica, che per volere di Cosimo I venne obbligata a trasferirsi nel ghetto. Alle botteghe, alle torri e alle chiese si aggiunsero le sinagoghe e Carlo Pitti partecipò attivamente a questa trasformazione da spazio pubblico a luogo di segregazione. Gran parte della storia di questo cambiamento è nota, ma ce n 'è un'altra che è ancora sconosciuta: quella chiusa nei suoi documenti privati, che sto cercando faticosamente di ritrovare, e chissà cosa riserva. Quando Carlo Pitti morì, nel 1586, i suoi quattro figli erano tutti in vita, cosa non comune per quei tempi caratterizzati da guerre e malattie, perciò le carte del suo archivio avrebbero dovuto seguire la strada regolare della successione e probabilmente sarebbero andate al figlio maggiore, Vincenzio, il nuovo capo famiglia . Vincenzio Pitti e sua moglie Ortenzia Cavalcanti ebbero ben undici figli . Il maggiore di questi, Stefano, alla morte del padre divenne capo del casato. Nel 1632 aveva sposato Maria Scarlatti, discendente di una ricca famiglia di mercanti fiorentini stanziata nel quartiere di Santo Spirito, lo stesso in cui avevano sempre vissuto i Pitti. La coppia aveva avuto quattro figli: Vincenzio, Filippo, Giovanbattista e Ortenzia. Nessuno dei maschi, però, aveva lasciato dei successori, interrompendo così la linea ereditaria maschile. A questo punto, secondo le regole dettate nel.fidecommesso di Carlo Pitti, in mancanza di prole maschile il patrimonio sarebbe dovuto passare al ramo femminile della famiglia , e quindi a Ortenzia junior.

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Leggo sulla documentazione genealogica che Ortenzia si era sposata nel 1656 con Cosimo Rinuccini, uomo di nobile e antico lignaggio. I Rinuccini avevano trattato in qualità di politici con i guelfi cacciati da Firenze (nel XIII secolo), avevano prestato alla Repubblica fiorentina una somma ingente e senza interessi per l'acquisto di Prato e per finanziare la guerra di Pisa (alla fine del 1300), avevano dato i natali a letterati illustri e uomini di cultura, uno tra tutti Ottavio, l'inventore del melodramma. Rinuccini era pure l'ecclesiastico che aveva celebrato il secondo matrimonio del Granduca di Toscana Francesco I con Bianca Cappello. Potere, soldi e fama insomma erano stati i motivi conduttori di questa stirpe. Ortenzia junior e suo marito ebbero tre figli , e Stefano, il maggiore, avrebbe dovuto ereditare il patrimonio Rinuccini-Pitti. Dunque l'archivio di Carlo Pitti, bis bis nonno di Stefano, sarebbe dovuto confluire in quello dei Rinuccini. Consulto invano cataloghi, inventari e repertori vari in cerca del fondo Rinuccini, ma non avendo trovato alcuna traccia, decido di tornare allo studio della genealogia. Stefano Rinuccini nel 1691 prese in moglie Teresa de' Medici, appartenente a uno dei numerosi rami non regnanti della principale dinastia di Firenze, quello di Giuliano, insignito Cavaliere di Santo Stefano nel 1655. Il primogenito della coppia, Cosimo Maria Rinuccini, nacque nel 1693 e, a sua volta, si sposò, con Francesca Maria Ginori nel 1748. La famiglia di Francesca Maria veniva da Calenzano. Il capostipite, ser Giovanni di Gino, si era trasferito a Firenze per esercitare la professione di notaio e si era stanziato nel popolo di San Lorenzo, dove ancora oggi c'è una strada che ne porta il nome, via de' Ginori esattamente. Col tempo i Ginori si erano trasformati in mercanti e la potenza finanziaria che avevano acquisito grazie alla mercatura e agli affari di banca li aveva resi molto influenti, facilitando la loro affermazione politica.

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Stemma della famiglia Rinuccini, chiesa di San Paolino, Firenze.

Francesca Maria, prima di rimanere giovane vedova nel 1754, ebbe da suo marito, Cosimo Maria Rinuccini, quattro figli in rapida successione: Stefano, Anna Teresa, Francesco e Giovanni Romano. Stefano, il primo nato, però non si sposò e morì senza discendenza, legittima almeno, addirittura prima di sua madre. E adesso a chi sarebbe andato il patrimonio? Francesca Maria dovrà pure aver lasciato i suoi averi a qualcuno, chissà se c'è un testamento. Di solito gli aristocratici e i grossi possidenti sapevano quanto il diritto ereditario in Toscana fosse complesso e confuso, soprattutto perché nella pratica degli affari venivano coinvolti tutti i membri della famiglia, perciò l'unica strada valida per evitare lunghe liti tra gli eredi era quella di affidarsi ai testamenti. Infani, Francesca Maria Ginori Rinuccini aveva dettato le sue volontà al notaio Giuseppe Cosimo Vanni 1'11 gennaio 1808, nominando successori gli altri suoi due figli maschi: Francesco e Giovanni Romano, entrambi celibi. Le cose qui si complicano, sembra che la discendenza dei Rinuccini sia alla fine . A chi lasceranno, oltre agli altri beni, il loro archivio? Francesco Rinuccini, nel suo primo testamento del 27 marzo 1821 , "sano di tutti i sentimenti, sebbene alquanto malato nel corpo e giacente in letto" nominava erede universale il fratel lo Giovanni Romano. In caso di morte di quest'ultimo, gli ave47

ri e "tutti gli altri titoli che si convengono" sarebbero andati a Giovanni di Francesco Ginori, Patrizio Fiorentino e Ciambellano della Real Corte di Toscana. Nel secondo legato del 31 gennaio 1822, invece, revocava e annullava le sue precedenti volontà e dichiarava suo unico successore Giovanni Romano, evitando ogni accenno al cugino Giovanni Ginori. Morì improvvisamente quattro anni dopo, il 27 aprile 1826, e il giorno seguente stesso Giovanni Romano , che aveva ereditato tutto, "considerando ancora che per la morte accaduta fino della scorsa sera del Cavaliere Francesco Rinuccini suo dilettissimo fratello è rimasto unico della famiglia " determinava a favore del "Nobile Signore Giovanni del signor Francesco Ginori, Patrizio Fiorentino, e Ciambellano della Real Corte Toscana con tutti gli altri titoli che gli convengono, nipote di fratello della fù Illustrissima Signora Francesca Ginori Madre dilettissima del signor testatore". L'eredità Rinuccini avrebbe dovuto quindi aver seguito la stessa sorte di quella dei Pitti e , ancora una volta Il principe Piero Ginori Conti. per via femminile , dovrebbe essere confluita in quella di un'altra stirpe, i Ginori. Mentre il cinquecentesco archivio di Carlo Pitti, potrebbe essere finito in quello dei Ginori se fosse stato assorbito nelle carte Rinuccini. Il 25 settembre 1786 Francesco sposò Anna, figlia del marchese Carlo Gerini, e nacque Giovanni, il successore dei Ginori e per estensione anche dei Rinuccini, a loro volta eredi dei Pitti. Prese in moglie Marianna, figlia del generale conte Giuseppe de' Conti e l'unione generò Gino. Fu lui che, oltre a succedere nell'eredità, unificò il cognome Conti al suo, trasformandolo in Ginori Con-

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ti quando, alla morte dello zio materno, don Cosimo Conti, assunse il titolo di Principe di Trevignano, ereditò lo stemma e incorporò l'archivio. Strinse matrimonio con Paolina del Cavaliere Commendatore conte Luigi Fabbri di Livorno e da loro nacque tre anni dopo Piero, uomo veramente singolare: imprenditore, collezionista ed erudito notevole, ancora oggi viene ricordato come una personalità della cultura toscana tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del ovecento. Mise insieme libri, documenti antichi, medaglie e altri cimeli che, poco prima della sua morte, destinò a una fondazione a lui intitolata perché ne curasse la conservazione, ma lo scoppio della Seconda guerra mondiale ne impedì la realizzazione. A guerra finita gli eredi, non più in grado di ottemperare ai desideri dell'antenato a causa delle mutate condizioni finanziarie , vollero comunque onorare almeno in parte le sue volontà donando le opere e i manoscritti di particolare interesse artistico e storico alla Biblioteca azionale Centrale di Firenze, un certo numero di monete e medaglie mancanti nelle collezioni dei musei fiorentini al Museo Nazionale del Bargello di Firenze, e l'archivio al Gabinetto Scientifico Letterario Vieusseux, istituzione culturale fiorentina che nell'Ottocento aveva costituito uno dei principali tramiti tra la cultura italiana e quella europea. Infatti, nel 1975 il direttore di allora, Alessandro Bonsanti, aveva costituito presso il Gabinetto Vieusseux l'Archivio Contemporaneo, ideato come luogo di conservazione di manoscritti, carteggi e biblioteche private di importanti personalità della cultura del ovecento, e probabilmente i Ginori Conti avevano scelto questo istituto per il proprio archivio in quanto considerato Alessandro Bonsanti, come direttore del Gabinetto Vieusseux, ha costituito nel 1975 l'Archivio Contemporaneo.

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come la raccolta documentaria di un personaggio autorevole del mondo contemporaneo, quale era stato il principe Piero, e non una memoria di famiglia. In seguito il fondo Ginori Conti era stato trasferito all'Archivio di Stato di Firenze. Era emerso che si trattava di una concentrazione di carte complessa in cui erano confluiti documenti di tante epoche e di tanti uomini diversi; un archivio enorme che aveva assorbito raccolte di numerose antiche famiglie che vantavano un ruolo egemone negli stati preunitari. L'Archivio di Stato rappresentava, pertanto, una sede più idonea del Gabinetto Vieusseux a valorizzare questa ricchezza. Così, dal 1996, l'Archivio Ginori Conti, che forse contiene la documentazione di Carlo Pitti e del ghetto, si trova proprio dove sono io adesso!

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La porta che conduce ai depositi dell'Archivio di Stato sta per aprirsi, tra poco potrò finalmente accertare se le carte di Carlo Pitti sono lì dove mi aspetto che siano. La funzionaria che mi accompagna racconta che l'Archivio Ginori non è mai stato ordinato, né inventariato e nemmeno studiato dopo il deposito del 1996. È ancora inaccessibile al pubblico e il suo contenuto viene descritto sommariamente in un fascicolo allegato all'atto di donazione del 1980. Entriamo in una parte dell 'Archivio di Stato, con i suoi lunghi corridoi senza finestre , le sue tristi luci al neon e i suoi scaffali di metallo beige pieni di volumi di documenti ben allineati. Il fondo Ginori Conti occupa molto spazio, file e file di manoscritti in pergamena color crema apparentemente senza fine. Sulle loro costole leggo date, nomi e titoli generici, come Libro dei Ricordi, Giornale di Spese, Debitori e Creditori scritti con l'inchiostro nero. La mia guida prende da uno scaffale dei fogli dattiloscritti spillati insieme e me li porge: Inventario dell'Archivio che è oggetto di questa donazione è scritto sulla prima pagina a caratteri maiuscoli. Tale archivio trovasi contenuto in casse di legno di varie misure contrassegnate: -CperConti - G per Ginori -PperPitti - R per Rinuccini -VperVari

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Per quanto sintetico e semplice questo inventario possa essere, contiene cinquantacinque pagine dense di caratteri tipografici. Oltre alle raccolte delle principali quattro famiglie dei Ginori, dei Conti, dei Pitti e dei Rinuccini, la sezione "Vari" include documentazione che va dal 1490 al 1700 relativa ad altre dinastie aristocratiche, per lo più toscane: Biliotti, Ricasoli, Della Rena , Cicognini, Capponi, Franchi, Pecari, Battilori, Corbinelli, Calabri, Amidi, Lippi, Bellagambi, Peruzzi, Forzoni e Chablais. Il materiale in questione copre l'intera gamma documentaria che ci si potrebbe aspettare in un archivio privato. Ci sono lettere, contratti, testamenti, libri di acconti, pagamenti e ricevute, estratti di procedimenti legali, miscellanee divise di carte sciolte. Questa variegata massa cartacea è raggruppata secondo il nucleo familiare che l'aveva generata, senza nemmeno uno schema cronologico o genealogico. Il nome di Carlo appare più volte nella lista del materiale Pitti; anzi trovo anche uno stuzzicante riferimento in un settecentesco Repertorio Generale degli Archivi Pitti e Rinuccini dal 1486 al 1777. Elenca 334 filze di libri e scritture fedelmente numerate da 1 a 334, secondo la sequenza di coloro che li scrissero o li compilarono. Cerco lo scaffale dove inizia l'archivio dei Pitti. È vicinissimo. Eccolo! I volumi numerati in successione dall'l al 40 sono associati direttamente a Carlo Pitti, esattamente come descritto nel Repertorio Generale. Comincio a prenderli, a sfogliarli uno per volta ma la velocità con cui procedo tradisce la mia curiosità. A prima vista il materiale mi sembra quello caratteristico di un archivio di famiglia italiano, un amalgama di documenti prodotti giorno per giorno, per anni e anni, da un gruppo di persone che avevano condiviso non solo vincoli di sangue ma anche interessi economici. Per studiarlo, però, il passo successivo da compiere è far spostare questi volumi dallo scaffale del deposito al tavolo nella sala di studio.

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La funzionaria a cui mi sono affidata è stata gentilissima e ha au-

torizzato il custode a portare in sala di studio le 40 filze di Carlo per permettermi di poterle comparare al Repertorio settecentesco prima e tra di loro poi. Sono tutte sistemate sui ripiani di un enorme carrello affiancato al mio tavolo di lavoro. I volumi 1-26 contengono documenti ereditati da Carlo Pitti da suo padre Alessandro e da altri antenati più lontani; i volumi 2738, invece, contengono materiale scritto direttamente da lui. Il volume 39 riguarda l'eredità della moglie di Carlo, Lisabetta de' Rossi, mentre il 40 risulta del figlio Vincenzio e contiene informazioni sulla morte di Carlo. Comincio così ad esaminare con maggiore cura i volumi 27-38. Il primo, il 27, ha un titolo lungo ma promettente, Un libro intitolato Debitori e Creditori e Ricordanze segnato di lettera D che principia nel 1540 e termina nel 1555 attenente al Senatore Carlo, Giovanni, Alessandro fratelli Pitti e stante la morte seguita in questo tempo di Giovanni e Alessandro, nel presente aspetta al Senatore Carlo si per li suoi Interessi in proprio, quanto per l'eredità dei suoi fratelli defunti. Il secondo, il 28, è Un libro intitolato Memoriale di Debitori e Creditori senza lettera che principia nel 1552 e termina nel 1554 attenente al Senatore Carlo Pitti in proprio. Invece, il 29 è Un libro di Dare et Avere, senza intitolazione ma è poi in sostanza un libro servito per notarvi li Debitori e Creditori occorsi alla Giornata segnato di lettera E che principia nel 1555 e termina nel 1558 attenente al Senatore Carlo di Alessandro Pitti in proprio. Vado avanti così, volume dopo volume fino al 38, che termina l'anno della morte di Carlo: Un libro intitolato Quaderno di Debitori e Creditori segnato di lettera F che principia nel 1575 e termina nel 1586 attenente al Senatore Carlo di Alessandro Pitti in proprio.

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L'enfasi posta dallo scrivente su quelli che considerava i suoi valori è palese: la famiglia, la proprietà e la carriera, valori che del resto erano propri di tutto il patriziato fiorentino. I ricordi sono stati appuntati quotidianamente, gli affari finanziari inseguono i guadagni e le spese, le acquisizioni e le dispersioni di proprietà, le obbligazioni contrattuali di vario tipo. Le implicazioni personali che emergono mi appaiono come una sorta di conto corrente della vita di Carlo Pitti e della sua famiglia , con le sue nascite, i suoi matrimoni, le sue morti e tutti i cambiamenti che portano. Inoltre, la punteggiatura e le sottolineature, insieme alle rapide note e ai commenti, riescono ad esprimere con limpidezza cosa era stato veramente importante per lui nei vari momenti della sua vita. Evidentemente questo rappresenta il cuore dell'archivio personale di Carlo Pitti. In una larga scatola di cartone, ho trovato un raccoglitore di legno in cui sono conservate delle schedine compilate da una mano attuale che descrivono e numerano filze di un archivio Pitti non corrispondenti a quelle dell'inventario settecentesco. Mi ha colpito particolarmente il riferimento a due volumi, numerati 104 e 105, appartenenti a un'altra serie di cui non ho traccia . Il primo è segnalato come "un fascio di lettere dirette alla famiglia Pitti. Il nucleo più cospicuo riguarda corrispondenza di Carlo Pitti. Nuclei di lettere dirette a membri di altre famiglie imparentate con Pitti o legate per affari". Il secondo, invece, viene qualificato come "decimari e testamenti di vari membri della famiglia Pitti". Le filze 104 e 105 le ho trovate su un altro scaffale nel deposito e, come annunciato dai foglietti esplicativi, il volume 104 è costituito prevalentemente da lettere ricevute da Carlo Pitti e dai suoi familiari e soci, mentre il volume 105 risulta più ampio e vario di quanto mi aspettassi, come lascia intendere il titolo sulla coperta: Più decimari che danno in diversi tempi, fra i quali vi è un libro che è un decimario antico, e comincia nell'anno 1334 nel 54

quale vi sono stati più testamenti. Il tutto attenente alla famiglia de ' Pitti. Dentro la filza c'è un inventario delle proprietà che Carlo aveva ereditato da sua madre, di quelle che aveva acquisito attraverso la dote della moglie e di altre ricevute da sua suocera: Sunto dei beni nei libri della decima 1534, Nicchio a c. 324 si truovono descritti sotto il nome di Carlo d'Alessandro Pitti non in fede di quelli acquistati da detto Carlo ma solo quelli pervenutigli per redità dalla madre, per dote della sua Donna et parte dalla suocera. Sempre nelle schedine manoscritte ho trovato annotazioni che mi portano a un'altra sezione ancora dell'archivio Pitti composta di otto volumi, numerati da 19 a 26. Sono "memoriali et altri nego zii comesi a Carlo Pitti e Loro Altezze Serenissime". Questa documentazione va dal 1566 al 1586, l'anno della morte di Carlo, e sembra offrire una vista dall'interno della carriera di Carlo al servizio dei Medici. Le sorprese che queste cinquanta filze di carte non studiate miriservano sono veramente tante, posso solo provare a immaginarle. In ogni caso, sono finalmente in grado di passare alla seconda fase della mia ricerca sul magistrato del ghetto per scoprire che tipo di uomo fosse cercando direttamente dentro le sue memorie. Ed è esattamente questa l'operazione che, con crescente curiosità, mi accingo a compiere.

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L'ARCHIVIO DEL MAGISTRATO SUPREMO

filze 4449 e 4450

Le due filze numerate 4449 e 4450 contenute nell'Archivio del Magistrato Supremo, l'organo giudiziario per eccellenza dello Stato Mediceo, documentano la creazione del primo ghetto ebraico nella città di Firenze.

Archivio del. .Magistrato · . Supremo ms 4449 . ebrei, Archivio di Scaco, Firenze. ' ' carta 1, esempio di capitolo degl i

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Archivio de l Magistrato Supremo, ms 4450, ca rta 1, lettera del 26 settembre 1570 che anticipa l'editto contro gli e brei, firmata da Carlo Pitti , Archivio di Stato, Firenze.

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-

/)11.

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--

---..

Archivio del Magistrato Supremo, ms 44 50, cana 172, censimento degli ebrei del Dominio Fiorentino, Archivio di Stato, Firenze.

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P1

{



Archivio del Magisu·ato Supremo , ms 4450, ca rta 173, censimento degli ebrei di Firenze , Archivio di Stato, Firenze.

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Archivio del Magistra!O Supremo ms 44 ~ Davit di Raffaello da Reggio ba b )O , carta _177, testimonianza contro ne 11ere e ieo, Arch1v10 di Stato, Firenze.

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el Cinquecento in Toscana le famiglie erano distinte e delimitate da status, diritti, obblighi e legami precisi: madri, mogli, figli , cadetti, minori, parentele del ramo materno, parentele del ramo paterno ... Pertanto gli interessi e i diritti di tutti coloro che vivevano sotto lo stesso tetto spesso s'intrecciavano con l'attività delle istituzioni statali che avevano il compito di far rispettare le ragioni di ognuno. Una di queste istituzioni era il 'Magistrato dei Pupilli et Adulti'. Era costituito da cinque ufficiali scelti fra i più illustri patrizi fiorentini - un provveditore, due assessori, un cancelliere e un camarlingo - a cui venivano richiesti intelligenza, abilità ma, soprattutto, 'carità, zelo e amore', giacché gli veniva affidata la tutela delle fasce più deboli della popolazione (gli orfani, le donne e gli incapaci) non in grado di far sentire la propria voce. Tra i doveri principali dei magistrati c'era l'amministrazione del patrimonio degli orfani di chi era deceduto senza lasciare testamento e , quindi, senza aver nominato tutori, e l'attribuzione della custodia, che di solito veniva affidata alla madre vedova o ai parenti della famiglia paterna disposti ad accettarla, insieme alla gestione dell'eredità. Gli ufficiali dei pupilli erano tenuti, inoltre, a ridefinire la condizione del nucleo familiare se i tutori entravano in conflitto tra loro, oppure morivano, o rinunciavano all'incarico, o se una madre vedova passava a nuove nozze. In questo caso provvedevano che fosse privata, oltre che dei figli , anche dell'usufrutto familiare e del diritto a risiedere nella casa maritale, perché nella tradizione giuridica del tempo una vedova rimaritata equivaleva ad una vedova morta.

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Nel 1543, all 'età di ventuno anni, Carlo Pitti diventa capofamiglia, dopo un lungo periodo trascorso sotto la giurisdizione della Magistratura dei Pupilli, in quanto, ancora minorenne, era rimasto orfano di padre. Nel suo diario inedito, che inizia il 30 settembre 1543, narra le numerose e tormentate vicende ereditarie, fatte di lunghe e sfibranti cause tra parenti, per le quali gli arbitri avevano dovuto lavorare molto per trovare un accordo. C'erano dei figli in minore età e dei tutori, oltre al fatto che il sistema successorio del tempo era ricco di contraddizioni e la legislazione di per sé molto ambigua. A diciotto anni, il 5 febbraio del 1540, Carlo Pitti prende il controllo dei propri affari e di quelli dei suoi fratelli, che però muoiono quasi subito. Il primo ad andare via, nel 1541 , è Giovanni, frate a San Piero Gattolini, una chiesa dell'Oltrarno fiorentino che ancora esiste tra via Romana e via dei Serragli. Appena due anni dopo lo segue Alessandro. Intanto Carlo comincia a muovere i suoi primi passi nella vita pubblica. Viene nominato nel 1542 nel collegio dei 12 Buonuomini - che deliberava in affari di politica estera, come guerra, pace, commerci e alleanze - tra i tre rappresentanti del quartiere di Santo Spirito. Nel 1544 s'immatricola nell'Arte della Seta e nell'Arte della Lana, le più potenti tra le corporazioni fiorentine di allora. A Firenze bisognava iscriversi a un'arte per godere del titolo di cittadino e nessuno era esente da quest'obbligo, nobile o plebeo che fosse , pena la perdita del diritto di cittadinanza e l'esclusione alla partecipazione al governo. Le arti erano associazioni di artigiani, commercianti e professionisti a carattere politico-militare, si dividevano in Maggiori e Minori, e tale classificazione dipendeva dall'antichità della organizzazione e dalla diversa entità di capitale versato per l'inizio delle attività. Gli appartenenti alle Arti Maggiori erano imprenditori, importatori di materie prime, esportatori di prodotti finiti, banchieri, commercianti e professionisti, come giudici, notai e medici; gli appartenenti alle Arti Minori, invece, erano tutti maestri d'opera e lavoranti occupati

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Aspetti di vita quotidiana, abbigliamento in seta, manoscriuo del sec. XIV.

nella lavorazione del ferro , del cuoio, del legno e nel settore alimentare. Pertanto le arti, fin dalla loro istituzione, non ebbero pari dignità. Queste corporazioni si governavano da sole: avevano i loro statuti, ogni sei mesi eleggevano i propri consoli e il camerlengo, tutelavano e controllavano gli affiliati, che a esse dovevano obbligatoriamente rivolgersi per ogni questione di lavoro, come l'acquisto delle materie prime, i controlli di qualità sui prodotti, il riconoscimento e la protezione dei brevetti, la vigilanza sulla correttezza della concorrenza. I consoli verificavano i requisiti dei nuovi iscritti, regolati da precise condizioni, come essere figli legittimi di un membro della stessa arte, dare prova della propria abilità artigiana e pagare una tassa. Si occupavano di organizzare l'orario di lavoro, stabilivano i giorni festivi, tenevano d'occhio i lavoratori, ai quali non era permesso di prendere moglie fuori di Firenze senza una speciale autorizzazione, verificavano che i libri di cassa venissero controllati regolarmente e che le botteghe fossero protette. Esse dovevano essere tutte concentrate in aree ben delineate su precisa disposizione degli statuti delle arti di appartenenza e spesso i membri dovevano abitare dove esercitavano. I lanaioli erano concentrati in via Maggio, in via Ghibellina, in via della Vigna uova e in via delle Caldaie; le fornaci per la cottura dei mattoni si trovavano in via dei Serragli; i cuoiai avevano le botteghe nella zona intorno a via il Prato. Le attività che, invece, necessitavano di acqua, come le tintorie, dove avveniva il lavaggio delle lane, erano lungo l'Arno o nelle strade limitrofe,

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Stefano Buonsignori, Nova pul-

cherrimae civitatis Florentiae accuratissime delineata , particolare, Corso dei Tintori, 1594.

mentre i macellai si trovavano proprio sul Ponte Vecchio, da cui gettavano nel fiume gli scarti degli animali. Ancora oggi le strade, le piazze, i borghi del centro di Firenze portano il nome degli antichi mestieri che vi si svolgevano: via dei Cardatori, corso dei Tintori, via degli Speziali, via dei Tessitori, via dei Calzaiuoli. Il prestigio maggiore o minore di un'arte non dipendeva però dal settore merceologico nel quale esse operavano ma dal fatturato. Per esempio l'arte della Seta e l'arte della Lana erano sempre state le più potenti, e quindi estremamente influenti sul piano politico e finanziario , perché sotto di esse ricadeva tutto il comparto tessile e quello dei beni di lusso, al punto tale che i loro vertici erano rimasti sempre nelle mani di una ristretta oligarchia di grandi imprenditori-mercanti, tra cui i Pitti, che, forti della posizione di preminenza, avevano assoggettato tutte le altre categorie del settore. Il 30 settembre 1543, quando annuncia la sua presenza nel libro di Debitori, Creditori e Ricordi, Carlo Pitti sta cercando di crearsi un equilibrio nella sua carriera politica, da poco cominciata. Nel vecchio sistema fiorentino una carriera si costruiva di solito sulla base di una serie diversificata di poteri, un abile incastro d 'interessi di lavoro, acquisizioni di proprietà e conferimenti d'incarichi pubblici. Per Carlo, però, che aveva vissuto i ventuno anni più turbolenti della storia della città, non era affatto scontato che fosse così. Cosimo de' Medici era Duca da solo sei anni e non esistevano garanzie che il suo regime si sarebbe afferma-

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to o meno. Salito al potere quasi per caso dopo l'assassinio del suo predecessore Alessandro de' Medici, Cosimo stava cercando di farsi valere nel mondo politico dimostrando di avere tutte le attitudini necessarie per governare. Al momento del suo insediamento, nel 1537, la sovranità di Firenze versava in pessime condizioni: guarnigioni spagnole presidiavano le fortezze dello Stato a spese dei fiorentini; industria e commercio faticavano a riprendersi dalla crisi determinata dal cattivo governo e dal lungo assedio che ne era seguito; molti uomini di affari erano in esilio; inoltre, la popolazione manteneva un atteggiamento di generale prudenza nei confronti del nuovo, giovanissimo Medici, dopo il clima di terrore instaurato dal duca Alessandro. Agli occhi di Carlo Pitti, tuttavia, lavoro, proprietà e servizio di governo rimanevano ancora i più evidenti e accessibili traguardi, sia pure da tenere sempre sotto continua osservazione viste le mutevoli circostanze della vita politica fiorentina. ~ el suo nuovo designato ruolo di capofamiglia una delle prime responsabilità riguardava la disposizione del matrimonio di sua sorella Francesca. Le trattative con Gino di Tommaso di Gino Capponi iniziano nel maggio del 1545 e sono riassunte in ben dieci pagine del suo diario. Gli accordi sono estenuanti, fatti di lunghe e meticolose scritture private tra le parti dove ogni cosa è annotata con minuzia di particolari, ma, nonostante le numerose precauzioni prese, dopo nemmeno cinque anni doveva nascere una nuova causa tra il Pitti e i Capponi per la dote della sposa. Carlo aspetta di superare i trent'anni prima di prendere moglie, un'età ragionevole per un serio e responsabile possidente del rempo. "Ricordo come addì XVI d'agosto 1553 io menai la Lisabetta mia donna et sino addì XIII detto li detti nanello ... Addi d'agosto venne a casa mia et sua madre venne in la casa di setrembre. Li detti la camera". La scelta è astuta e oculata perché la favorita è Lisabetta di Giovanni de' Rossi, rampolla di una casata ricca e nobile, orfana di padre, figlia ed erede unica, la cui madre

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non ha intenzione di risposarsi ma di vivere insieme a lei e al marito e di accettare quindi Carlo come suo capofamiglia. Le donne, nella Firenze del Cinquecento, non godevano d'indipendenza giuridica ma conducevano tutta la loro vita sono la tutela di qualcuno: prima del padre, poi del marito e , nel caso fossero rimaste orfane o vedove, del Magistrato dei Pupilli. In ambito familiare , dove il dominio maschile era assoluto, alla donna spettava solo la dimensione naturale della nascita che, però, non le dava alcun diritto e alcun potere sui figli . La madre non esercitava patria potestas e , pertanto, legalmente non aveva eredi. L'unico modo per conquistare autorevolezza e prestigio era quello di diventare, in caso di morte del coniuge, usufruttuaria del patrimonio familiare , che avrebbe amministrato per consegnarlo agli eredi appena divenuti maggiorenni. Quale madre vedova e tutrice di Lisabetta , Maria di Giovanni dell'Antella, la suocera di Carlo, non ha alcuna intenzione di accollarsi un nuovo marito rinunciando alla sua stabile posizione di 'donna et Madonna', che, come la giurisprudenza stessa sancisce, le assicura vantaggi, obblighi e diritti. In qualità di legale rappresentante del marito defunto, che ancora domina dall'aldilà trascendendo l'ordine della vita, 'fa parentado' coi Pini il 10 luglio 1553 e fissa una cospicua dote per sua figlia di 1450 scudi d 'oro: 800 in moneta, che avrebbe versato entro il primo luglio dell'anno seguente, e il resto in proprietà agricole. Stabilisce, inoltre, che alla sua morte Carlo erediterà i suoi propri beni, gli promette in usufrutto bestiami ed altre sue proprietà per un valore di 450 scudi, di cui lui non dovrà renderle conto, e , infine, dato che andrà ad abitare nella sua casa, si impegna a versare al genero annualmente 15 scudi "per suo vestire et altri suoi bisogni". Ovviamente questi accordi sarebbero stati suscettibili di modifiche in caso di morte di Lisabetta o qualora non avesse avuto figli.

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Lapidi delle alluvioni del 1557 e del 1966, chiesa di Santa Croce, annessi della sagrestia, Firenze.

Le cifre fissate nel contratto matrimoniale sono molto importanti se si pensa che nella Firenze di Cosimo I de ' Medici una persona singola poteva vivere anche con uno scudo al mese, che era il guadagno minimo di un domestico. Solo per dare un'idea, la famiglia di un artigiano aveva un reddito annuale di 15 o 20 scudi, mentre un avvocato poteva costare a una famiglia patrizia 30 scudi l'anno (lavorava, però, per più famiglie) , e un medico fisico riusciva a guadagnare fino a 120 scudi l'anno. :\"ell'estate del 1553 Carlo comincia a consolidare ed estendere le sue proprietà. Il principale obiettivo è quello di ampliare la residenza in via Maggio acquistando immobili adiacenti, secondo una logica di paziente accorpamento, per trasformarla in un vero palazzo signorile, pari agli altri che si allineavano, uno più bello dell 'altro, su quella stessa strada . Era diventata la via residenziale più importante della città dopo che Eleonora di Toledo, moglie del Duca e poi Granduca Cosimo de' Medici, aveva comprato il vicinissimo Palazzo Pitti, dove si era trasferita la corte. Tutte le maggiori famiglie avevano voluto la propria dimora nei pressi di Palazzo Pitti, lungo via Maggio, il percorso dei cortei ufficiali cui si accedeva dal più bel ponte del mondo, il monumentale Ponte Santa Trinita, ricostruito dall'Ammannati secondo i consigli di Michelangelo.

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Nel corso degli anni, Carlo acquistò lì quattro case confinanti e sei botteghe. Seguirono numerose ristrutturazioni, alcune per ampliare e rinnovare e altre per riparare i danni provocati dalle frequenti alluvioni, come quella terribile del 1557 che devastò l'intera città. Ricordo come questo di lunedì alli 13 di settembre 1557 la sera a ore 3 1/ 2 venne in Firenze una gran pioggia [. .. ] secondo e segni si mostrono et dura l'aqua crescere sino a ore 6 Vz in 7 et in casa mia alzo [. . .]. In via maggio sali scaglioni d'una scaletta e venire al piano dell'altra seconda scala et cominco al primo scaglione dove dette grande travaglio et orore et rovinorno e ponti coe quello di Santa Trinita tutto e la Carraia una parte prima affoghò primo in via maggo et fu molte assai rovine pe r la via tutta et fuori dove capitò male assai persone et robe et bestiami.

Nonostante le disgrazie e gli intoppi egli riuscì, tuttavia, a realizzare il suo scopo, tanto che ancora oggi a fare gli onori di casa in questa nobile strada è proprio il busto di Cosimo I dentro una nicchia della dimora Pitti, al n. 2. Il 5 novembre del 1584 Carlo aveva, infatti, ottenuto dal Granduca Francesco, figlio di Cosimo, il permesso per mettere "nella facata di via maggio nel vano di dua finestre una testa et busto di marmo di Sua Altezza Serenissima che così ne ànno disegno da messer Bartolomeo Arrunannati". Lisabetta ha la sua prima figlia nove mesi dopo il matrimonio, il 15 maggio 1554. La chiamano Maddalena. Durante gli anni seguenti la vita di Carlo Pitti si muove esclusivamente su tre binari ben definiti: procreazione di figli , acquisizioni di proprietà e conseguimento di posizioni di governo. Nel 1554 viene eletto di nuovo tra i dodici Buoniuomini; nel febbraio del 1559 entra negli Otto di Balia, il tribunale penale che aveva competenze territoriali nella città di Firenze e nelle podesterie subalterne; mentre a luglio diventa Sindaco del Monte e comincia ad amministrare il debito pubblico della sua città. Corona la chiusura 72

di questo anno positivo la nascita di un secondo figlio, Alessandro, che però non vive a lungo. Il 1561 è per Carlo particolarmente ricco di successi politici. Il 20 maggio viene nominato nel Consiglio dei Duecento, un onore enorme visto che il duca Cosimo in persona sceglie i suoi consiglieri; il 29 giugno diventa Procuratore di Palazzo e si vede conferita l'autorità di ratificare e confermare gli statuti per i sudditi; il 21 febbraio (secondo la datazione fiorentina siamo però sempre nel 1561 perché l'inizio del nuovo anno è posticipato al 25 marzo) è eletto Ufficiale dei Pupilli, la stessa magistratura che lo aveva tutelato quando, giovanissimo, era rimasto orfano di padre. Contemporaneamente continua a fare l'imprenditore della lana seguendo la tradizione della sua famiglia. Il 2 dicembre del 1558 compra una bottega "già ad uso dell'Arte della Lana per suo uso". Quauro anni dopo, il primo aprile del 1562, ne compra un'altra "per fare bottega dell'Arte della Lana", e il 4 aprile paga al Cancelliere dell'Arte una tassa di 8 lire per la licenza. Essere imprenditore della lana e organizzare il lavoro nel proprio lanificio non era cosa semplice. Bisognava controllare direttamente tutte le fasi del processo produttivo per numerose ragioni legate al capitale investito e al mercato nazionale e internazionale che s'intendeva affrontare. Di solito l'imprenditore, che era pure mercante, si procurava le materie prime nel contado oppure le importava dall'estero e le faceva lavorare in città da artigiani, a cui spesso forniva gli strumenti necessari da utilizzare. A una scadenza concordata, il prodotto semilavorato o finito veniva restituito. Il mercante-imprenditore si rivolgeva allora alla corporazione perché gli venisse garantito che il manufatto realizzato rispettava i livelli qualitativi necessari per imporsi sui mercati, soprattutto su quello internazionale, dove la concorrenza era maggiore. Durante il Cinquecento, infatti, i lanifici fiorentini non riuscivano più a esserne i dominatori a causa della spietata concorrenza dei paesi nord-europei, che vendevano a prezzi molto più contenuti. Queste nuove e agguerrite industrie straniere gcxlevano del vantaggio di poter pagare salari più bassi per la mancxlopera perché po-

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stavano buona parte delle fasi produttive nelle campagne, dove il costo delle maestranze non specializzate e non organizzate in corporazioni era nettamente minore rispetto a quello degli artigiani fiorentini. I tessuti di lana ottenuti erano certamente di qualità più scadente ma il prezzo di vendita inferiore li rendeva decisamente più appetibili per le fasce medie dei consumatori. L'anno seguente, il 23 gennaio, Carlo e Lisabetta hanno Vincenzio, che viene battezzato il giorno successivo. Nel 1578, quindicenne, Vincenzio stesso racconterà nel suo diario, in una retrospettiva terza persona, la sua nascita così: Ricordo come sino a di 23 gennaio 1562 a tre quani d'ora di notte Vincenzio di Carlo Pitti nacque p er grazia di Dio onnipotente e si battezo alle fonte di Santo Giovanni di Firenze e li compari fumo Messe r Duccio da Pescia Governatore delle Monache di San Friano, Francesco di Lionardo Ventu ri, et Alessandro di Tommaso Soderini che Iddio li dia lunga vita per salute del anima et del corpo.

Carlo Pitti viene eletto nel 1563 Cor.servatore di Legge con ampia autorità nel campo della giustizia amministrativa. Un altro figlio nasce il 2 giugno dell'anno seguente "con soddisfazione di tutti" e con la speranza che possa godere di ottima salute "de l'anima et del corpo". Viene chiamato Alessandro. Il 28 febbraio 1565 a Carlo è conferito il titolo di Capitano di Parte Guelfa e Ufficiale dei fiumi , insieme ad importanti responsabilità nel campo dei lavori pubblici. L'l 1 agosto "in sabato sera" sua moglie dà alla luce "per grazia di Dio un bambino mastio", Giovanni. L'anno seguente, il primo maggio del 1566, nasce Maria, che però ha vita breve . "Ricordo come questo di 4 di settembre 1568 a ore una di notte piacque addio tornare asse una mia figliuola chiamata Maria d'età di 22 mesi". Riesce a raggiungere, finalmente , la pietra miliare della sua carriera pubblica a quarantaquattro anni, affermandosi Soprassindaco dei Nove Conservatori del Contado e del Distretto Fiorentino. È il

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15 giugno del 1566. La carica di Soprassindaco dei ove era una delle più prestigiose e influenti tra gli incarichi di governo perché aveva a che fare con l'amministrazione delle province e con la gestione delle entrate fiscali del Contado (l'area immediatamente fuori Firenze) e del Distretto, cioè l'intero territorio di Stato. Per dare solo un'idea del potere che aveva raggiunto, basterà dire che vigilava sulla conservazione dei beni e sulla amministrazione delle entrate della comunità, sorvegliava e assisteva i loro inviati quando si recavano a Firenze per affari presso i diversi uffici e i vari tribunali, sottoscriveva gli statuti dei comuni stessi, sosteneva le cause e le richieste. Controllava, inoltre, la legittimità delle elezioni dei sindaci e degli ufficiali di giustizia; sorvegliava l'espletamento delle attività dei giudici, dei notai, dei messi, sia nel contado che nel distretto; approvava le deliberazioni comunali in materia di amministrazione e di lavori pubblici. Nel nuovo quadro politico voluto da Cosimo I per il suo Ducato c'era posto solo per i fedelissimi, collaboratori trasformati in burocrati privi di reali poteri decisionali. Alcuni di loro, come Carlo Pitti appunto, provenivano dalle vecchie famiglie patrizie della città, altri, invece, erano 'uomini nuovi', reclutati nei cenGiovanni Stradano, Piazza del mercato vecchio, 1550-160 5 ca. , Palazzo Vecchio, Firenze. Il ghetto fiorentino doveva essere realizzato in un sobborgo a nord del Mercato Vecchio nell'area che attualmente si stende fra Piazza della Repubblica, via de' Pecori e piazza dell'Olio.

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tri minori del ducato o al di fuori dei suoi confini, spesso forniti di competenze giuridiche o notarili. Così il sovrano era riuscito a conservare l'alleanza con le antiche famiglie fiorentine e contemporaneamente a creare un serbatoio a parte di competenze dal quale traeva ambasciatori, magistrati, cittadini, rettori destinati alle sedi più rilevanti del dominio. Carlo Pitti era dunque diventato una di quelle trincerate figure del governo fiorentino che aveva l'accesso privilegiato al duca Cosimo e al figlio , il Principe Francesco. Un anno e mezzo dopo, il 28 febbraio del 1568, egli viene nuovamente nominato Ufficiale del Monte Comune per amministrare il debito pubblico e il primo agosto diventa ancora una volta padre di una bambina, Francesca, che però ancora una volta muore prestissimo. È il 3 giugno 1569 quando appare nel diario personale la pri-

ma breve ma decisiva annotazione relativa al suo coinvolgimento nella questione ebraica. Il Duca gli chiede informazioni sugli "ebrei di Pisa" e lui, riferendosi ai "banchieri", risponde che "stavono a beneplacito di Sua Eccellenza Illustrissima". Il Duca vuole però adesso "che se n'andassino", dandogli un preawiso di quattro o sei mesi. Dopo questo rapido accenno a una possibile volontà di eliminare il banco di Pisa tutto tace quasi per un anno, fino alla primavera del 1570, quando l'impegno di Carlo al riguardo diventa totale, al punto che il suo ruolo nell'istituzione del ghetto fiorentino sembra decisivo. È sorprendente che nei suoi Libri di ricordanze non abbia lasciato informazioni concrete riguardo agli uffici pubblici che potrebbe aver ricoperto fino all'estate del 1571. Sembra anzi reticente, e non è chiaro se agisse come membro dell'organo di stato o come Soprassindaco de' Nove. Un punto, tuttavia, è assolutamente certo, e cioè che viene identificato dai sovrani della Toscana come l'uomo più qualificato per portare avanti un lavoro complesso, esigente e potenzialmente delicato: la creazione del ghetto di Firenze. 76

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Il ghetto fiorentino doveva essere realizzato in un sobborgo a nord del Mercato Vecchio nell'area che attualmente si stende tra piazza della Repubblica , via dei Pecori e piazza dell'Olio. In altre epoche era stata la sede del foro romano e poi un quartiere nobile che ospitava i palazzi e le torri di alcune delle più importanti famiglie medievali: i della Tosa, i Tosinghi, i Medici, i Nerli, i Caponsacchi, i Davanzati, i Vecchietti, solo per citarne alcuni. Ma al tempo di Cosimo I, del Principe Francesco e di Carlo Pitti, era diventato uno dei bassifondi più ignobili, decaduti e parzialmente abbandonati, dimora della classe più bassa di prostitute. Quegli stessi palazzi che centocinquant'anni prima erano stati residenze importanti, con tanto di corti e di logge eleganti, sedi di feste , di conviti e di incontri per discutere interessi privati e pubblici, risultavano ora frammentati e divisi. Erano diventati stanze, negozi, torri, cortili, atri e corridoi. Gli stretti vicoli tortuosi ospitavano osterie, luoghi di malaffare, magazzini di pollaioli e di macellai, insieme a una popolazione chiassosa fatta di mercanti, facchini , meretrici, soldati, ladri e ubriaconi, mentre gli affitti degli immobili erano ormai così bassi da non comparire nemmeno più nei registri delle tasse. Quest'area, oltre a essere un oltraggio morale, era un doloroso pugno nell'occhio per i fiorentini e per i suoi visitatori stranieri, una rappresentazione di miserie infinite nel pieno centro di Firenze. È per queste ragioni che il piano dei Medici aveva un obiettivo preciso: comprare tutte le proprietà, risistemarle e poi affittarle alla popolazione ebraica.

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Cambiavalu te d 'argento ed ebrei, Bibbia, 1357, British Library, Lo ndra . Secondo la tradizione cano nica della Chiesa Cattolica, il prestito di denaro a imeresse era equiparato all 'usura e penanto proibito ai cristiani.

Gli ebrei risiedevano a Firenze da più di un secolo e mezzo, dal 1430, quando la Repubblica aveva deliberato il loro arrivo in città per praticare il prestito in denaro facilitando così il commercio locale e , tra alterne vicende caratterizzate da alti e bassi, la loro presenza si era protratta nel tempo. Cosin10 I, nella speranza di utilizzare le loro abilità commerciali per stin10lare l'economia della Toscana, nel corso del 1557 decise di accogliere molti profughi israeliti costretti ad abbandonare lo Stato Pontificio per sfuggire alle persecuzioni legate alla Controriforma. Inoltre gli permise di insediarsi nell'area di Arezzo, dove garantì l'apertura di banchi feneratizi nelle località in cui erano assenti i Monti di Pietà, istituzioni caritatevoli che al tempo prestavano su pegno. Nonostante queste ottin1e premesse, Cosimo venne, però, coinvolto direttamente nella politica controriformistica del papato, che intendeva a tutti i costi proteggere la "purezza della fede cristiana" e - in qualità di sovrano cattolico desideroso di mantenere buone relazioni con la Santa Sede - finì con l'aderire a tutte le di78

sposizioni impartite dal Pontefice. Del resto la questione giudaica non era l'unico argomento di negoziazione tra Firenze e Roma. Cosimo I de' Medici, in realtà, mirava soprattutto al titolo di Gran Duca di Toscana, una prerogativa secolare che il Papa era incline a garantirgli a differenza del Re di Spagna e dell'Imperatore del Sacro Romano Impero, che viceversa si opponevano. Cosimo desiderava un titolo superiore a quello degli altri sovrani italiani per una serie d'importanti ragioni. Sicuramente la prima era che discendeva da un casato recente e le sue origini borghesi e mercantili non erano ben viste nell'Europa del Cinquecento, dove i principi attribuivano grande importanza al rigore dell'etichetta e ai titoli, che stabilivano come collocarsi tra i sovrani e influenzavano non ultimo le strategie matrimoniali, attuate in base al rango delle famiglie. In più il titolo che gli era stato conferito dal Senato nel 1537, "Duca della Repubblica fiorentina ", era ambiguo e aveva bisogno di essere chiarito e rafforzato per potersi muovere più agilmente nel mondo della politica. Con l'aiuto di Pio IV aveva provato a diventare re di Toscana nel 1560, ma l'imperatore si era opposto, quindi arciduca di Toscana nel 1565, di nuovo senza successo, finché , il 27 agosto del 1569, aveva finalmente ottenuto da Pio V il titolo di Granduca di Toscana. Anche questa volta Spagna e Impero avevano imposto il proprio veto per cedere solo sette anni più tardi, nel 1576, dopo la sua morte. Il Papa, invece, con questa incoronazione aveva rafforzato ulteriormente la sua giurisdizione "super gentes et regna". Il primo gesto di conformità religiosa che Cosimo fece avvenne il 6 maggio del 1567, due anni prima di diventare Granduca e un anno dopo l'emanazione della bolla pontificia Dudumfelicis recordationis (1566), che rimetteva in vigore l'obbligo per gli ebrei di indossare il segno sui propri abiti. Su suo ordine, il Senato fiorentino votò una "provvisione" con cui veniva richiesto agli uomini di evidenziare un cerchio giallo sul cappello o sulla parte posteriore del mantello e alle donne di incorporare una

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manica tutta gialla nella loro veste. Poi, dopo la pubblicazione di una nuova bolla papalina, intitolata Hebreorumgens (1569), che imponeva l'espulsione degli ebrei dalle località pontificie, a eccezione dei ghetti di Roma e di Ancona, il sovrano acconsentì a non ospitare più nel territorio di suo dominio l'insediamento dei profughi provenienti dallo Stato della Chiesa e lanciò la campagna contro i banchieri ebrei che erano nel suo regno, una classe di persone a cui aveva preventivamente accordato privilegi speciali. Il coinvolgimento di Carlo Pitti nella questione ebraica comincia esattamente a questo punto, nella primavera del 1569, quando il governo fiorentino pone l'attenzione sul problema dell'usura. Ma facciamo un passo indietro. Nel 1557, come abbiamo visto, Cosimo ospita nel suo dominio un gruppo di banchieri ebrei che si insedia nella zona dell'aretino per praticare il prestito poiché sul territorio non ci sono Monti di Pietà a cui la popolazione potesse rivolgersi. Secondo la tradizione canonica della Chiesa Cattolica, il prestito di denaro a interesse era equiparato all'usura e pertanto proibito ai Cristiani. Per secoli, però, le autorità civili lo avevano visto come un male necessario e avevano preferito rovesciare sugli ebrei il peso di questa dubbia attività. Una soluzione alternativa era emersa alla fine del XV secolo, con l'istituzione dei Monti di Pietà in varie città, tra cui Firenze, che prestavano a tassi molto più bassi di quelli praticati dagli ebrei. I Monti, però, non erano sempre in grado di soddisfare l'intera domanda delle persone povere e disagiate, soprattutto nei piccoli centri, e dato che funzionavano col denaro pubblico, a volte non riuscivano a coprire nemmeno le proprie spese. Il prestito ebraico aveva così continuato a esistere e ad essere tollerato (e perfino appoggiato) quale dolorosa necessità sociale. E infatti il primo compito che i sovrani affidano a Carlo Pitti è proprio quello di prendere informazioni sullo stato dell 'attività

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bancaria in quel preciso momento, partendo dallo studio dei contratti, detti "capitoli", che autorizzavano gli ebrei prestatori. Sono sicuri che la sua lunga esperienza nell'amministrazione dello Stato e l'approfondita conoscenza della legislazione fiorentina maturata in molti anni di pratica lo avrebbero facilitato nella ricerca di documenti rilevanti da analizzare per poi riuscire a dare una struttura organica ai risultati dell'inchiesta. Dalle annotazioni che il Pitti fa in uno dei suoi diari il 3 giugno 1569, emerge che il Granduca aveva chiesto informazioni sui banchieri ebrei di Pisa perché voleva che se ne andassero, ma, dopo questo riferimento passeggero alla questione, fino all'anno successivo non se ne sa più nulla, anche se riesce difficile pensare che non ci siano state altre discussioni al riguardo. Il 17 aprile 1570, poco dopo l'incoronazione ufficiale a Roma di Cosimo come Granduca di Toscana, Carlo comunica a "Sua Altezza" che i "banchi" sono 8 e che sarebbe stato opportuno eliminarli. Cosimo I ritiene, invece, che debbano terminare "e' lor tempi" e consiglia di riferire tutto al principe Francesco; ordine che viene eseguito tempestivamente già il giorno successivo. Allineato alle intenzioni paterne, il principe dispone di controllare le scadenze dei capitoli per "levarli tutti da questi stati" al più presto. I contratti dei banchieri erano completamente uniformi nella redazione, variavano solo riguardo alle date d 'inizio e di fine dell'attività, ai luoghi designati e ai nomi dei contraenti, degli agenti e dei garanti. Le concessioni esigevano una tassa di esercizio, stabilivano l'entità del tasso d'interesse annuo da pagare sui pegni, prescrivevano l'obbligo di tenere registri e libri contabili delle operazioni compiute, impedivano il prestito in occasione delle festività cristiane, vietavano di prendere in pegno oggetti di uso ecclesiastico e stabilivano le procedure per liquidare i pegni non riscattati. Mentre queste condotte erano in vigore, i banchieri godevano di una protezione di Stato, insieme ai loro familiari, ai loro dipendenti e ai loro agenti, che li esonerava dall'obbligo di indossare il segno e li rendeva pari a tutti gli altri cittadini da81

vanti alla legge. Al momento della scadenza dei capitoli poi gli veniva assicurato il diritto di compiere le operazioni di chiusura in agio e senza molestie. Era inoltre previsto l'annullamento dello stesso contratto qualora fossero stati violati i termini. L'intenzione del Granduca era "che si mandassino via i prestatori i cui capitoli erano scaduti e che quanto agli altri si facesse lo stesso trovatoci in ogni minima parte il non osservato", così Carlo Pitti, dopo aver controllato i contratti dei vari banchieri, il 13 giugno del 1570 riferisce che gran parte di questi, seppur non tutti, lavoravano con condotte ormai terminate. Inclini a eliminare il prestito ebraico interamente, i due sovrani suggeriscono l'apertura d'indagini giudiziarie a carico dei banchi con i contratti ancora attivi e lo autorizzano a istruire un processo. È adesso che Carlo Pitti si muove velocemente.

Dapprima limita l'investigazione alle città, alle cittadine e ai villaggi del dominio fiorentino, dato che a Firenze l'usura era proibita da lunghissimo tempo per la presenza di un attivo Monte di Pietà, e centralizza il suo lavoro sulle aree di violazioni più promettenti: il prestito di denaro durante le festività religiose cristiane, l'aumento degli interessi, l'accettazione di oggetti sacri come garanzia, il prestito di denaro ad abitanti di luoghi non autorizzati nei capitoli. Per conferire ai suoi risultati il peso dell'autorità storica, decide di intraprendere una ricerca archivistica molto accurata che lo riporta indietro negli anni, al 1406. Grazie a questo attento lavoro di ricostruzione, compilerà un enorme dossier con le copie di tutti i precedenti relativi al prestito ebraico ostacolati dalla legge di Stato. Il sostanziale corpo di documentazione offriva un quadro chiaro delle decisioni prese nel passato da cui si evince che, seppure lo Stato fiorentino nel corso degli anni aveva promulgato leggi ed emanato capitoli, non aveva tuttavia mai creato accordi a lungo termine. Estende poi i suoi studi alla sfera ecclesiastica per dare

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Francesco di Giorgio, Predica di San Bernardino, 1458-1460, Walker Art, Liverpool. Secondo la dottrina di san Bernardino da Siena, l'usura è di per sé un peccato, una fonte putrida di decadenza civile e morale, che contamina chiunque la tolleri, rendendolo un inequivocabile nemico della società cristiana.

un senso di maggiore completezza e favorire le valutazioni che da li sarebbero dovute scaturire. I risultati sono in un Sunto di Scritture et autorità dei canoni et scrittori sacri circa il prohibire ai giudei il prestare a usura. Il contenuto delle carte messe insieme propone i più tristemente noti temi antisemitici, dall'omicidio rituale alla profanazione dell'ostia , a cui si aggiungono le teorie dei maggiori esponenti francescani del XV secolo, con un accentuato riferimento alla dottrina di San Bernardino da Siena sulla questione del prestito di denaro, secondo cui l'usura è di per sé un peccato, una fonte putrida di decadenza civile e morale, che contamina chiunque la tolleri , rendendolo un inequivocabile nemico della società Cristiana. Ma ben oltre queste premesse, l'incontro del 13 giugno tra Carlo Pini e il Granduca doveva avere ripercussioni molto più serie del previsto perché Cosimo, dopo l'iniziale pronunciamento riguardo il destino dei banchieri, comincia a pensare di concentrare gli ebrei di Firenze in un'area particolare della cinà, a "Santo Piero Ganolino" e mandare definitivamente via "quelli di fuora", i non fiorentini , ipotizzando una soluzione ancora più drastica di quel-

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la di Pio V: la creazione di un ghetto solo per gli ebrei fiorentini parallelamente all'espulsione dallo Stato di quelli che provenivano da altre località. "Hebrei che prestano" è il titolo succinto di un'annotazione di Carlo datata 30 giugno 1570, in cui descrive un altro incontro con i regnanti. "Sua Altezza" , oltre a ipotizzare l'espulsione generale dei prestatori, vuole che si prenda "nota delli altri che sono nello Stato", vuole un censimento insomma , da condurre con la massima discrezione possibile. Lo stesso giorno l'amministrazione medicea fa il suo primo passo ufficiale inviando ai vari "rettori" dello Stato Fiorentino una serie di "lettere scritte per conto degl'hebrei che prestano ad usura" con una nota in fondo che con l'usura non ha niente a che fare: "inoltre, fatta diligente ricerca, ci darai adviso et particolare nota quante famiglie di hebrei et quante boche si trovino di presente in cotesta città et altri luoghi di tua iurisditione". L'atteggiamento del governo mediceo al riguardo era volutamente molto ambiguo, l'obiettivo da colpire erano sì i banchi di prestito ma parallelamente veniva ordinato un censimento di tutti gli ebrei, banchieri e non. I centri interessati erano Anghiari (dove la condotta del prestito era vicina alla scadenza), Arezzo, Bibbiena , Castiglione Fiorentino, Castrocaro e Modigliana, Colle Valdelsa, Cortona, Foiano e Montepulciano. Le lettere non vennero, invece, spedite dove le condotte erano ancora in vigore, cioè ad Empoli, Monterchi, Pescia e San Giovanni Valdarno. Infatti, lo Stato si sarebbe messo in difficoltà da solo violando i patti che aveva sottoscritto mentre l'escamotage per farli chiudere, proposto dallo stesso Granduca, consisteva molto abilmente in un'inchiesta giudiziaria che dimostrasse la trasgressione degli accordi da parte degli stessi ebrei. Il 27 luglio, dopo l'arrivo di tutte le risposte, l'amministrazione fiorentina fu in grado di avere un quadro piuttosto completo dell'insediamento ebraico nel dominio di stato, 712 ebrei in tota-

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le, e Carlo ebbe così la possibilità di passare alla seconda fase del piano: istruire un processo contro quei banchieri che potevano ancora esercitare. L'attenzione si concentrò sui fratelli da Pisa, proprietari dei banchi di Pescia, San Giovanni Valdarno, Empoli e di una filiale a Prato che operava solo "nel giorno del mercato", e sui responsabili locali di questi banchi, a cui fu ordinato di comparire a Firenze per rispondere alle domande del Magistrato Supremo. Contemporaneamente ai magistrati di quelle stesse città vennero date due serie d'istruzioni: incoraggiare gli abitanti a querelare eventuali scorrettezze dei prestatori, e indagare "ex offizio" sulle irregolarità compiute dagli ebrei, soprattutto l'aver impiegato personale cristiano. Per qualche tempo la decisione di fare un processo fu tenuta nascosta, probabilmente condizionata dal timore che gli ebrei dello Stato Fiorentino avrebbero potuto prendere contromisure, come fuggire dal territorio senza pagare i propri debiti, esportando capitale e pegni loro affidati. Invece, l'ipotesi dell'espulsione degli ebrei e dell'istituzione di un ghetto non trapelò in nessun modo, neppure tra i giusdicenti locali, venne mantenuta segretissima tra Carlo Pitti e i sovrani, che ancora non avevano le idee chiare su come procedere e dunque non davano per scontate le soluzioni progettate. L'8 luglio 1570 il Granduca e suo figlio chiedono a Carlo Pitti di ispezionare un "chiasso" e di verificare "quante femine vi era et come vi era daffare case", un chiaro riferimento alla collocazione del ghetto in una parte malfamata di Firenze caratterizzata dalla prostituzione. Carlo ne approfitta per sottolineare due punti importanti di riflessione: primo, quanto enormi potessero essere i guadagni realizzati dai prestatori a usura e, secondo, il pericolo spirituale che poteva emergere dalla convivenza tra Cristiani ed Ebrei. Erano in corso piani concreti per creare un ghetto e lui li sosteneva cercando di offrire argomenti supplementari sia contro il prestito che contro la libertà d 'insediamento degli ebrei. In

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modo costante e oculato, faceva proposte per l'allestimento del ghetto ma senza che gli venissero date direttive specifiche, come scrive nei suoi ricordi personali il 14 luglio. "Dissi a Sua Altezza come avevo levato la parte di lato di mercato vecchio et vi sarebbe da fare 20 o 25 case senza guastare l'osterie; Sua Altezza lo vide e dise 'serbalo"'. I vertici del regime mediceo stavano ancora analizzando le possibili soluzioni e, tra la fine di giugno e l'inizio di luglio del 1570, mentre si cercava di individuare un'area per la realizzazione del ghetto a Firenze, rimanevano sotto discussione i due argomenti centrali cioè i banchi di prestito e l'impatto della presenza ebraica sulla società cristiana. L'eliminazione del prestito, l'espulsione e la concentrazione in uno specifico quartiere di tutti i giudei non sembravano affatto essere gli unici esiti prevedibili, né tantomeno pareva che dovessero realizzarsi entrambi e in tempi ristretti. Intanto bisognava determinare quali restrizioni imporre senza violare i precedenti legali o abrogare gli accordi presi con i sudditi, anche se sudditi ebrei. Il Granduca doveva apparire come sempre giusto, imparziale, completamente dedicato al benessere del suo Stato, pur rimanendo severo e inflessibile. Intanto, fuori , nelle città sotto il suo dominio, i fedeli collaboratori portavano avanti indagini e inquisizioni a titolo ufficiale, mentre a Firenze, nelle stanze del potere, il dibattito sull'ammissibilità del prestito ebraico e sul diritto di libero insediamento degli israeliti si faceva sempre più acceso, q)mbattuto a suon di pareri scritti che man mano venivano sottoposti a Cosimo e a suo figlio. Il giureconsulto Aurelio Manni, consigliere fiscale o Ministro delle Finanze, come diremmo oggi, venuto da Cremona e collocato dal 'dominus' fiorentino in uno dei posti di maggiore responsabilità per la sua serietà e per la sua competenza, non aveva dubbi sulla legittimità della presenza degli ebrei e delle loro attività di prestito.

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Nelle sue valutazioni - che non prevedevano né l'abolizione dell'attività feneratizia , né l'espulsione, e nemmeno il ghetto, visto che niente era trapelato - si limitava a esprimere l'esigenza di un intervento moralizzatore, secondo la dottrina cristiana, nel campo della gestione del piccolo prestito al consumo e , invece di soffermarsi sui guadagni dei giudei e dei clienti dei loro banchi, accentrava le sue riflessioni sui cristiani che finanziavano di nascosto quei banchi e sulla ricaduta in ambito cristiano. Ai suoi occhi il problema stava nel fatto che, attirando illegalmente capitali cristiani, i banchi ebraici trascinavano nel peccato dell'usura "gentilhuomini et altri particulari cristiani". Come soluzione proponeva che, sotto pena di 500 scudi, sia i titolari dei banchi che gli investitori cristiani fossero obbligati a denunciare entro quindici giorni dall'emanazione di uno specifico provvedimento l'entità dei guadagni "usurarii" ricavati o che ci si attendeva di ricavare. I nomi degli investitori cristiani sarebbero stati tenuti segreti e, per evitare scandali, non si sarebbe proceduto contro di loro in alcun modo. Piuttosto gli sarebbe stato offerto di ritirare i capitali versati nei banchi degli israeliti senza interessi e di depositare subito la

Antonio Tempesta, Pianta di Roma, particolare del ghetto, 1593. L'ambiente maggiormente restrittivo era quello del grande ghetto di Roma. dove gli ebrei erano soggetti a tassazione, a rigide recinzioni e a trattamenti vergognosi.

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metà in un Monte di Pietà a titolo di donazione. Ai feneratori ebrei, invece, sarebbe stata contestata l'illegittima acquisizione dei depositi effettuati dai cristiani e sarebbe stato imposto di versare al fisco gli interessi derivanti da quegli investimenti. La sua proposta non considerava la cancellazione del prestito giudaico, ma si inseriva all'interno di una logica tradizionale che vedeva i feneratori israeliti come soggetti dai quali trarre il massimo dei proventi possibili a vantaggio dell'erario pubblico con le più diverse motivazioni, visto che il governo mediceo era sempre a corto di denaro. La ricerca di fondi per riempire le casse statali, messe a dura prova dalle numerose guerre che Cosimo I aveva dovuto sostenere per consolidare il suo potere, era il motivo conduttore della politica tributaria toscana. Ovunque venivano imposte tasse, ordinarie e straordinarie (sulle farine , sulla carne, sui boschi, sulle miniere, sulle doti, sui contratti, sugli immobili), a cui si aggiungeva la richiesta di prestiti forzosi ai cittadini più abbienti che spesso, per un motivo o per un altro, non venivano restituiti. Sempre poi nell'ottica dell'accumulo e del risparmio, i pagamenti ai debitori venivano di norma dilazionati, mentre gli stipendi e i compensi non erano riscossi mai al tempo giusto. Nei giorni seguenti il principe Francesco condivise l'opinione del Manni con Carlo Pitti perché la leggesse e la commentasse; e fu proprio allora che lui colse al volo l'occasione per consegnare al sovrano le "scritte a proposito di mandare via gli ebrei" che aveva preventivamente preparato. Al consigliere fiscale rispondeva che, se veramente dei cristiani sudditi del Granduca fossero incorsi in così gravi comportamenti, "pare da considerare se è bene publicare per un bando una simil cosa brutta et di mostrare ai popoli che ci sieno simili falsi et scelerati christiani et tanto più a questi tempi delli heretici, il che etiam arrecherebbe infamia a questa città et quella di Siena et forse non senza lesione del santo nome di iustitia che per tutto il mondo risuona di Vostra Altezza et del timore che ne hanno i suoi sudditi, quando si sa88

pessi che a suo tempo ci fossero incorsi i suoi cittadini in sì gravi errori, et etiam si mandassi alla memoria et notitia de' posteri questi escessi sicome si manda tutto quello che si delibera per via di simili provisioni et bandi che sempre et in corso di secoli appariscono". Cosimo I era molto temuto dai suoi sudditi ma allo stesso tempo stimato in quanto era stato in grado di garantire nel suo regno pace e sicurezza, mettendo fine all'odio, alle inimicizie e alle vendette di parte che per secoli avevano segnato le vicende fiorentine. La reputazione che si era faticosamente costruito non doveva essere intaccata in alcun modo e quindi, continuava il Pitti, analogamente a come ci si comporta in una famiglia dove si tende a nascondere "il male" compiuto da uno dei suoi membri, "così et tanto più pare da dire che sia prudenza il celare i mali che sarìeno d'infamia a tutta la città". Per rimediare a questa pessima alleanza tra ebrei e cristiani inclini al peccato d'usura bastava mandare via i primi e poi procedere con tutta calma e dovuta segretezza a colpire i secondi. In sostanza bastava seguire le orme di "Sua Santità" che dagli ebrei "ha cavate migliaia di scudi et poi li ha scacciati dallo Stato della Chiesa, salvo che in Roma et in Ancona, per convenienti respetti, dove stanno in luoghi apparte et si serrano la ogni sera et con quelli carichi di portare la berretta gialla et altro che benissimo sa Vostra Altezza". Con indubbia abilità e sottigliezza, Carlo Pitti aveva fatto accenno al problema dell'eresia, che in passato aveva creato non poche tensioni tra Cosimo e il Papato quando, nella sua corte, aveva accolto numerosi personaggi sospettati di simpatie riformate, compresa sua moglie, Eleonora di Toledo, che al valdesianesimo aveva guardato con occhio interessato. Quando ancora i processi contro le violazioni dei banchieri ebrei erano ben lontani dal termine, il Pitti con mossa astuta e abile metteva le mani avanti: anche nell'ipotesi che essi venissero condannati e che si giungesse alla cancellazione del prestito giudaico negli Stati Granducali, si dovevano proibire la presenza

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e il libero insediamento degli ebrei, se non altro perché si correva il rischio di dare adito alla ripresa, legale o meno, delle loro attività feneratizie. Il 10 agosto aveva pronta la lista delle "trasgressioni" dei banchieri per procedere contro, e otto giorni dopo Cosimo I dava il verdetto definitivo: chiusura dei banchi ebraici, espulsione degli israeliti da tutto lo stato, istituzione del ghetto nel luogo designato. Secondo quanto Carlo Pitti riferisce al principe Francesco, al Granduca "piaceva che [i giudei] si mettessino in chiasso con la tassa e berretta gialla e si mandassi bando da lo Stato uscissono". Il decreto di espulsione venne promulgato ufficialmente il 3 ottobre 1570, anche se era pronto già dal 26 settembre precedente. I sovrani avevano, infatti, preferito aspettare il rientro "dai bagni" dell'auditore Francesco Vinta per pubblicarlo. In tutto il "dominio Fiorentino" veniva perentoriamente vietata agli ebrei qualsiasi attività di prestito; veniva permesso il diritto di transito e di soggiorno temporaneo; veniva decretata l'espulsione di tutti coloro che non avessero acconsentito a risiedere, opportunamente segregati, a Firenze. Le motivazioni alla base del provvedimento mescolavano, in modi abbastanza grezzi, la "colpa" dell'usura con il pericolo della "conversatione" degli ebrei con i cristiani, foriera di deviazioni dalla "cattolica Religione" e di disinteresse per il "Culto Divino". Quanto alle scadenze, i banchieri ancora attivi avrebbero avuto sei mesi di tempo per saldare le loro attività e otto mesi per scegliere se andarsene dallo Stato o farsi chiudere nel ghetto. Tutti gli altri ebrei avrebbero dovuto decidere entro quattro mesi. Quasi contemporaneamente vennero emanate le norme per la sistemazione degli affari degli ebrei e furono conclusi i processi, con l'ormai inutile assoluzione dei banchieri inquisiti. Carlo Pitti, intanto, continuava a ricevere in modo continuativo e costante istruzioni, sia per risolvere i vari problemi che si aprivano col ritiro degli ebrei dalle attività di prestito, sia per l'operazione ghetto.

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Il più sembrava ormai fatto , ma la strada fino alla sua istituzione era ancora lunga e piena d'imprevisti che da lì a poco si sarebbero manifestati, mentre il ruolo di Carlo Pitti diventerà da qui in avanti sempre più determinante e decisivo.

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Nell'autunno del 1570 il ghetto di Firenze era ancora solo un'idea. un'intenzione da perseguire, un progetto in embrione da merrere in piedi. Innanzitutto doveva essere edificato, completamente, e per farlo bisognava acquistare gli immobili che si trovavano nell'area individuata per la sua costruzione, quelli a Nord del Mercato Vecchio. Ed è a questo punto della storia che Francesco de' Medici ordina a Carlo Pitti di "fare stimare le case e i fiti", probabilmente di bassissimo valore dato lo squallore della zona ... e vedere di conversare con e padroni". Il magistrato esegue. Proviamo a immaginare quest'uomo altolocato, influente e totalmente asservito al potere sovrano che si fa accompagnare agli incontri con i proprietari da due addetti ai lavori, il .'v1.aestro Giovanni di Valdimarina e il Maestro Jacopo Squadrini. entrambi manodopera specializzata, a cui aveva preventivamente promesso che avrebbero fatto parte del progetto del ghetto. Il compito, infatti, non era semplice poiché i palazzi erano stati cli, · · e suddivisi nei secoli in stanze, scale, corridoi, cortili. Anebbe dovuto convincere tante persone a vendere e , inoltre. la iniziale era molto superiore rispetto alla cifra che il principe era disposto a spendere. Le trattative durano mesi e mesi, finché, il 23 gennaio 15-1. Carlo ottiene il suo primo successo di acquisto dalla famiglia della Tosa, una branca dei Medici. A ruota, nel giro di quindici giorni. riuscirà anche a chiudere le trattative con tutti gli altri proprietari e riferire ai sovrani che "le compere de' beni del gheno erano tutte fatte ". Il principe Francesco, forse per timore di ripell.53-

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menti, gli ordina a caldo di pagare immediatamente "gli stimatori e il notaio". Il costo complessivo dell'acquisto viene registrato in tre libri contabili della Magistratura dei Nove e ammonta a 2753 fiorini e 4 lire. Le proprietà in questione erano appartenute a una Confraternita religiosa, la Compagnia di San Zanobi (90 fiorini) , e a vari esponenti di vecchie famiglie patrizie fiorentine: due membri della famiglia della Tosa (702 fiorini) , Chiarissimo de' Medici e 5 suoi nipoti (600 fiorini), Piero di Papa Pollaiolo e altri soci (493 fiorini), Jacopo di Andrea Donzello (250 fiorini), 3 membri della famiglia degli Alessandrini (200 fiorini) , Fiammetta ed Alessandra de' Nerli (160 fiorini) , Simone d'Agnolo d'Ardinghelli (158 fiorini) e Lorenzo Manovelli (100 fiorini). Un aspetto dell'acquisto di queste proprietà è, però, insolito e degno di nota: nessuno dei venditori venne pagato in contanti. Tutte le operazioni di compravendita si svolsero solo sulla carta. I proprietari degli immobili furono incoraggiati, se non costretti, a prestare subito il ricavato di ogni vendita al Monte di Pietà, che agiva come banca del governo. Il Granduca volle che l'esatto valore di ogni fabbricato venisse versato su conti aperti a nome dei singoli proprietari in questo istituto di credito e contemporaneamente prese in prestito dallo stesso la cifra corrispondente a quanto aveva speso, cioè 2753 fiorini . La funzione del Monte di Pietà, sotto Cosimo I, si era infatti molto allargata rispetto a come era alla sua nascita, nel 1495. Originariamente il suo scopo era, come abbiamo già visto, quello di permettere a persone bisognose di prendere in prestito piccole somme ad interessi bassissimi per evitare che si rivolgessero agli ebrei o ai banchieri cristiani. Non erano previste rendite per chi dava in prestito denaro, la soddisfazione consisteva solo nell'aver svolto un ruolo civico e un'obbligazione religiosa di carità. Siccome, però, da alcuni il Monte veniva utilizzato come una banca di deposito - e a furia di prestare senza poter contare su finanziamenti sicuri l'ente si metteva di fronte al rischio di un ammanco di capitale - Cosimo decise di ristrutturarlo come un vero istituto di credito in 94

grado di offrire finanziamenti importanti allo Stato e ai mercanti stranieri e di garantire interessi del 5%, quindi non proprio bassi, a coloro che depositavano. In questa maniera al Monte affluiva capitale da dare agli indigenti e, contemporaneamente, il sovrano ne poteva impiegare i fondi per le sue necessità. Un modo anche innovativo e geniale per consolidare il proprio patrimonio: dopo la ristrutturazione, questa sorta di banca di Stato venne infatti trasformata in uno strumento adoperato dal Granduca per costruire il suo patronato. Da un lato essa continuava ad offrire piccole sovvenzioni ai richiedenti ordinari con l'obbligo di lasciare un pegno, dall'altro distribuiva centinaia di prestiti molto maggiori a basse rate d'interesse (circa il 6,5%) ai membri della classe media, patrizia e nobile. Al contrario, i suoi funzionari erano sempre alla ricerca di nuovo capitale, di entrate e di depositi per bilanciare le cospicue uscite che minacciavano di svuotarla. Carlo Pitti descrive passo dopo passo questo notevole esercizio di finanza creativa a partire dal 26 dicembre 1570. Annota: "El pagato delle case. Sua Altezza vuole le paghi la Depositeria Generale e si metta a sua decima", cioè venga tassato direttamente come se fosse una sua proprietà . Non esisteva del resto una netta distinzione tra il patrimonio del Granduca e quello dello Stato. Cosimo aveva garantito con i suoi averi personali i numerosi debiti pubblici, soprattutto militari, contratti dai fiorentini. Lo Stato invece non aveva ancora provveduto a saldare tutti gli interessi che gli spettavano e che di solito venivano pagati con le rendite provenienti da nuove imposte. La confusione nasceva tutta da qui. Il 6 gennaio, Carlo Pitti ricorda di aver informato il sovrano che ci sarebbe stato bisogno di 2700 fiorini per l'acquisto degli immobili e che il notaio, Francesco Giordani, avrebbe fatto il resto. Il 23 gennaio il doppio piano di acquisto e credito era già _ to pienamente sviluppato. Riferendosi alle "case e botteghe del ghetto" egli osservava: "Dissi come s'era fato per fiorini 2200 ·

G. Stradano, L 'arrivo di Eleonora da Toledo a Poggio a Gaiano, 1559 ca. , Palazzo Vecchio, Firenze.

oro, el resto si farebbe presto. Sua Altezza disse che ordinassi al Monte si facessi creditore e venditori et debitore Sua Altezza. Si ordinerebbe il depositario le pagassi". Il 30 gennaio registrava: "Per le botteghe et case per i giudei. Sua Altezza mi disse facessi fare e depositassi al Monte, el depositario pagherebbe al Monte tutto quello che montavano". Infine 1'8 febbraio 1571 , quando l'acquisto della proprietà del ghetto era stato concluso, Carlo scriveva: "Disse Sua Altezza facessi che il depositario pagassi il tutto al Monte ché non voleva stare sul'interessi". Il piano, almeno in apparenza, era semplice ed elegante: coloro

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che avevano venduto allo Stato i propri averi nell'area identificata per la costruzione del ghetto prestavano gli incassi al Monte di Pietà che li utilizzava poi per finanziare l'acquisto di quegli stessi edifici. In cambio ricevevano un interesse annuo del 5% sui conti di deposito aperti a loro nome nell'istituto. L'accordo andava bene a tutti. Cosimo e Francesco, rappresentati dal Magistrato de' Nove, che custodiva i possessi statali, ottennero la desiderata proprietà attraverso un conveniente trasferimento di fondi e senza alcuna spesa in contanti. Il Monte di Pietà ricevette un significativo deposito di 2753 fiorini. I venditori, infine , un bel 5% di interesse annuo sulla cifra guadagnata che, probabilmente, era molto di più di quanto avrebbero ottenuto dall'affitto di quegli immobili cadenti. Queste migrazioni interne di denaro erano caratteristiche della strategia finanziaria di Cosimo I, come Carlo Pitti aveva potuto sperimentare nella sua esperienza di gestione del debito pubblico. Stando a quello che Stefanie Sigmund scrive nel suo volume The Medici State and the

Giulio Bollino, Fiorenza, 1569.

ghetto ofFlorence, per questa operazione Carlo Pitti venne premiato lautamente ottenendo qualche tempo dopo dal Monte di Pietà un prestito di 5000 scudi, una somma davvero notevole, al tasso di mutuo del 6,33%, molto più basso di quello che avrebbe potuto ricevere da una banca privata. Come queste transazioni dimostrano, il divieto di usura non precludeva una serie d'importanti operazioni finanziarie tra cristiani, che implicavano il pagamento d'interessi. A partire da febbraio 1571 il luogo in cui avevano sede le varie proprietà acquistate dal Granduca, un grappolo di palazzi medievali in rovina ammucchiati in una piccola piazza con un pozzo, divenne un grande cantiere. L'architetto di corte Bernardo Buontalenti ottenne il compito di trasformarli in una singola, larga unità residenziale con negozi al piano terra. Secondo quanto gli venne chiesto, le strade strette che avrebbero portato dentro e fuori di questa piccola enclave avrebbero dovuto essere chiuse, meno due entrate assicurate da pesanti porte di legno. La responsabilità dell'intero programma venne, invece, affidata appunto a Carlo Pitti, che a lungo si era occupato di lavori pubblici durante la sua carriera politica: dall'acquisto del materiale, all'assunzione della forza lavoro, ai pagamenti. Non fu un anno facile per lui il 1571. Dovette affrontare molte sfide e numerosi problemi che giorno dopo giorno gli si presentarono. Tanto per cominciare, il Granduca, come faceva sempre quando c'erano grosse opere da concretizzare, aveva scelto di impiegare direttamente lavoranti e artigiani salariati invece di un'impresa di costruzioni e , chiaramente, il compito di controllarli e pagarli settimanalmente spettava a lui. Il principe Francesco, da parte sua, incrementava le difficoltà con l'insistenza a edificare il ghetto in economia e l'avversità a pagare le cifre di mercato per i materiali edili. Ogni volta che Carlo gli consigliava di "salire di prezzo" si opponeva e solo dopo lunghe e ostinate resistenze accettava i consigli ricevuti. I materiali da costruzione

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si reperivano sempre con enormi complicazioni: una volta c'era 'caristia' per 'e sassi' per fare calcina; un'altra il legno di castagno richiesto per fare le porte del ghetto non si trovava; spesso i venditori si manifestavano inclini alle frodi e agli inganni; e così via. In più, ogni volta che doveva effettuare un versamento, la spesa andava autorizzata dal 'provveditore', cioè il tesoriere, e dal 'camerario', ossia il segretario, della Magistratura dei Nove. I lavori del ghetto ebbero inizio la prima settimana di febbraio del 1571. Durante il primo mese vennero impiegati solo i fornaciai, addetti a fare la calcina, l'intonaco, a cuocere i tubi di ceramica, le tegole e i mattoni. Il mese seguente si aggiunsero i muratori, gli scalpellini, i carpentieri, i falegnami e la manovalanza inesperta, impiegata per le mansioni complementari più semplici. Gli operai lavorarono alacremente per un anno intero, soprattutto tra aprile e agosto, e ci fu un massiccio spiegamento di forze . Vennero portate avanti importanti opere infrastrutturali utilizzando tecniche all'avanguardia per l'epoca, tese a migliorare le condizioni generali di una bella fetta di città. La più rilevante fu di sicuro l'ammodernamento del sistema fognario. L'inadeguatezza della rete fognaria era uno dei punti dolenti della metropoli, dove i condotti di scolo smaltiYano direuamente nelle strade e nel fiume, nonostante molte abitazioni pri\·ate fossero dotate di pozzi neri per la raccolta degli scarichi domestici e dei liquami. La bella Firenze, durante il Cinquecento. era una sorta di.

a cielo aperto, soprattutto in alcuni tratti. e i miasmi che_· respiravano erano terribili. Così la faccenda dei JX>zzi neri_-- ·erseca,-a con quella più grave dell'igiene pubblica precaria. - -:o odore o 'mala aria', come era chiamato, era cons·deraro ~ cli contagi, che, secondo le teorie mediche del em;x,. :· cede\·a avvenissero per contatto e per inalazioni. Di . erio proprio i più autorevoli medici del temJX> a n"'e're -

chiara l'importanza della pulizia, privata prima e pubblica poi. Sconsigliavano, per esempio, l'uso dei bagni e dell'acqua in genere; si raccomandavano di concentrare i lavaggi solo sul viso e sulle mani, le parti a vista. Per mascherare gli odori sgradevoli suggerivano di ricorrere ai profumi e al cambio settimanale della biancheria, ma queste indicazioni potevano essere seguite solo dalla fascia abbiente della popolazione perché i poveri vivevano in un tale stato di miseria che spesso non avevano nemmeno gli indumenti necessari per coprirsi. Tra tanta sporcizia, le malattie proliferavano, invece, indisturbate, determinando ciclicamente epidemie che decimavano la popolazione. E proprio per prevenire l'esplosione di pandemie bisognava proteggere lo spazio limitato del ghetto e la sua futura popolazione, specialmente perché era in una zona centrale di Firenze, quella del mercato, dove i traffici e i commerci attiravano gente e visitatori da ogni dove. Lo Stato tutelava i suoi investimenti e la comunità israelitica sarebbe stata solvente. Mentre le opere di costruzione procedono, sia pure tra alti e bassi, e, comunque, molto più lentamente di come avrebbero desiderato i sovrani, Carlo Pitti si dedica in contemporanea allo studio e all'organizzazione della parte successiva del piano, cioè alle modalità di locazione delle proprietà ai futuri residenti: gli ebrei. Il ghetto sarebbe appartenuto a loro, anche se non avrebbero potuto possedere gli edifici. Per stabilire una cifra adeguata per gli affitti da proporre al governo, gira la città in lungo e in largo, parla a destra e a manca, prende inform~zioni e, soprattutto, valuta attentamente il mercato cittadino. Un'attenzione costante e non superficiale a un aspetto affatto collaterale. Alla fine , considerando che gli ebrei in fondo non si sarebbero spostati in un quartiere povero, decide di suggerire un canone tra i 16 e i 18 scudi, che poi era una cifra onesta per il tempo. Gli appartamenti erano ancora in costruzione, ma sarebbero stati nuovi al momento dell'insediamento, e i drenaggi all'avanguardia, con tanto 100

d'impianto idraulico ed acqua pulita più che in altre parti della città. Insiste, però, per un pagamento anticipato di quattro mesi, malgrado le aspre proteste degli israeliti. D'accordo col Granduca e suo figlio , dà ordine quindi che le richieste di fitto degli appartamenti e dei negozi vengano rivolte direttamente all'ufficio dei Iove Conservatori. In rappresentanza dello Stato proprietario, questo ufficio avrebbe posto all'asta le varie unità immobiliari, garantendo il contratto a chi avesse pagato di più, mentre la base di partenza sarebbe stata il numero delle stanze di ogni abitazione e, nel caso dei negozi, la centralità e l'estensione. Dal canto loro i giudei, che nel ghetto sarebbero dovuti andare a vivere, modificando pesantemente le loro abitudini di vita e la propria condizione sociale, cominciarono a considerare tutte le possibili soluzioni per ridurre al minimo i disagi. Il confino tra le mura dell'enclave in costruzione avrebbe accentuato ancora di più il complesso rapporto con l'esterno, caratterizzato dalla separatezza e dalla diversità (diversità di organizzazione di vita nelle strutture comunitarie, nel nucleo familiare , nell'organizzazione sociale), che sono poi gli elementi identitari forti e concreti di questa minoranza definita dalla sua religione e dalle regole ad essa connesse. In più avrebbero perso le caratteristiche proprie, quelle che li distinguevano dagli altri membri dello stesso gruppo, quelle che avevano fatto la propria storia individuale, la propria biografia: propria e di nessun altro. Ognuno di essi sarebbe diventato nient'altro che un ebreo del ghetto. In quel momento nello Stato fioPiero della Francesca, Tortura dell 'ebreo particolare, 1452-1466, Basilica di San Francesco, Arezzo.

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rentino, secondo il censimento voluto dai sovrani, vivevano 712 israeliti, poco più di 130 nuclei familiari dislocati nelle varie località della Toscana. Si andava da un massimo di 94 a Pisa a un minimo di 8 a Colle Val d'Elsa. Certamente si trattava di una popolazione esigua se si pensa che rappresentava l' l,25 per mille degli abitanti totali, pari a 556.459, come ben spiega Michele Luzzati nel suo saggio La casa dell 'ebreo. Di questi, circa 130 erano addetti al prestito feneratizio , direttamente o indirettamente, tra banchieri, famiglie , servitori, agenti, garzoni, ecc. Quando, nel giugno del 1570, il Granduca e suo figlio Francesco decisero di ghettizzare gli ebrei e di togliere ai prestatori i privilegi di cui godevano, questi erano rimasti ormai in pochissimi, anzi, già dal 1566, quando ancora l'obbligo del segno per tutti non era stato restaurato, dei quindici banchi originari ospitati in Toscana nel 1547 ne rimanevano solo sei. La politica di richiamo degli ebrei nello Stato mediceo si era rivelata, infatti, fallimentare e non aveva contribuito alla ripresa economica che il Duca, poi Granduca, si aspettava. Così l'esodo dei banchieri era cominciato molto prima, quando nemmeno si sospettava che Cosimo avrebbe dato una diversa direzione al suo disegno di ospitalità, appoggiando le volontà controriformistiche del Papa. All'alba del ghetto i pochi feneratori rimasti preferirono però lasciare i domini di Sua Altezza per trasferirsi nei feudi di confine relativamente autonomi. Nel XVI secolo, difatti, la Toscana era divisa in più Stati, e anche quello più grande, quello mediceo appunto, non era unitario dal punto di vista giurisdizionale e amministrativo. La Repubblica di Lucca, il Ducato di Massa Carrara e buona parte della Lunigiana e della Garfagnana non vennero mai sottomessi. Mentre, per quanto riguarda i domini Granducali, lo Stato senese, pure dopo la sottomissione, continuò a conservare una sua struttura autonoma. Durante il triennio 15691571 , caratterizzato dalle espulsioni e dalle segregazioni nei 102

ghetti, lungo i confini tosco-pontifici una serie di piccoli feudi riuscirono a mantenersi semi-indipendenti dal Papa e dal Granduca. Nel Ducato di Castro dei Farnese, nella Contea di Santa Fiora degli Sforza e in quella di Pitigliano degli Orsini, nel Marchesato di Santa Maria dei Bourbon, i feudatari garantirono ai prestatori di denaro la loro protezione. La qual cosa turbò a lungo Carlo Pitti, che non riusciva con tutta evidenza ad accettare la presenza ebraica all'interno dello Stato Granducale fuori del ghetto. La popolazione israelita non era, però, costituita solo da banchieri. C'erano medici, rabbini, dotti (come venivano chiamati i musici, i bibliotecari e i precettori), mercanti, rigattieri, merciai, produttori di panni di lana e sarti che scelsero viceversa di rimanere sudditi del Granduca. Molti di essi, per evitare la segregazione, seguirono la strada della conversione. A partire dal 5 dicembre 1570, Carlo Pitti informa Francesco del battesimo di sette giudei a Cortona; conversioni "assai" avvengono anche il 23 e il 30 gennaio 1571 a Monterchi, a Foiano, a San Miniato. Solo a Castiglione ci sono quindici battezzati e, persino tre giorni dopo il termine massimo per entrare nel ghetto o essere espulsi, il 6 luglio 1571 , Carlo si mette a disposizione di una famiglia in crisi. "Dissi a sua Altezza come avevo tenuto ragionamento con un Lazero ebreo di Pontadera perché si battezassi lui, 4 figli e la moglie et erano resoluti, ma la dona sta dura, però vorebbe qualche giorno non la mettere nel ghetto e farli parlare a Teatini o frati. Sua Altezza disse n'era contenta, che potesine starci tutto quello tenpo ocoreva". I mesi primaverili furono per il Pitti un vero inferno, con gli ostacoli che man mano si moltiplicavano e si accavallavano. La costruzione del ghetto andava più a rilento del previsto, nonostante le insistenze e i nervosismi dei regnanti. Contro la sua volontà fu costretto a chiedere al principe Francesco diverse proroghe prima di aprirlo agli ebrei e a ogni incontro dovette fare di tutto per rassicurarlo, come annota il 14 maggio: "ghetto per gli ebrei.

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Dissi come si seguitava et che e' veniva bene ogni cosa; disse S.A. che l'aveva inteso, che così seguitassi". Sul fronte giudiaco le cose non andavano meglio. Abituati da un paio di secoli almeno a proporre ai poteri pubblici tutte le possibili eccezioni alle norme emanate, gli ebrei avevano dato vita a una girandola di pressioni e di richieste che lo coinvolgeva quotidianamente, obbligandolo a confrontarsi di frequente con i sovrani nel suo ruolo di mediazione. Un giorno c'erano coloro che non volevano portare il segno e proponevano di pagare una nuova tassa per esserne esonerati; un altro c'erano coloro che volevano nel ghetto un macellaio; un altro ancora c'erano quelli "che vorrebbono stare ne' luoghi che sono et non venire a Firenze"; c'erano poi quelli che volevano ulteriori proroghe prima di entrare nel ghetto, in particolare gli ebrei di Pontedera che gestivano botteghe; c'erano quelli che, invece, richiedevano autorizzazioni per tenere negozi fuori del ghetto; c'erano quelli che cercavano di evitare che fosse introdotta la "berretta gialla" al posto di un semplice "segno". Era tutto un questuare insomma. Ma col passare del tempo ci furono anche quelli che gli assicurarono di aver deciso di accettare la segregazione. onostante i lavori fossero ancora in corso e nonostante il regolamento contenente le norme a cui gli israeliti avrebbero dovuto attenersi non fosse stato ancora bandito, già a maggio del 1571 alcuni di loro entrarono nel ghetto. Il mese successivo, come constatò con cono di vittoria lo stesso Carlo Pitti, esso ospitava quasi quaranta famiglie.

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Il 3 luglio 1571 , giorno della scadenza definitiva per scegliere tra l'entrata nel ghetto o l'espulsione, i lavori non erano ancora terminati, e nemmeno i problemi. Carlo Pitti si trovò a fronteggiare ancora una volta un colloquio pesante e impegnativo col principe Francesco. Avevano tanto da discutere tra argomenti vecchi e irrisolti - come la "berretta gialla" che nessun ebreo voleva indossare, al punto che, pur di tenerla nascosta, ricorreva a tutto, persino a veli che, opportunamente spostati dal vento, la coprivano; o a secondi cappelli messi sopra - e argomenti nuovi, come la tassa da stabilire per ogni "testa" presente nel ghetto; il "bechaio"; l"'oriuolo"; il custode delle porte; l'apposizione di una scritta celebrativa all'ingresso; e perfino la possibilità di estendere tutti i provvedimenti fiorentini anche allo Stato di Siena. Eventualità che Carlo caldeggiava con passione. Il ghetto in quel momento era un quadrilatero circoscritto da un muro. Si entrava e si usciva da due grandi porte, una su via della Nave (corrispondente all'attuale via dei Tosinghi), dove avevano sede la maggior parte delle botteghe, e l'altra sulla piazza del Mercato. Il muro che delimitava il serraglio, però, non era una vera barriera ma piuttosto una sorta di riempimento degli spazi strettissimi tra un palazzo e l'altro. Gli edifici erano così vicini tra loro che addirittura quelli situati sul perimetro erano connessi e divisi all'interno, cosicché gli appartamenti con la vista rivolta verso il ghetto venivano affittati agli ebrei mentre quelli con l'ingresso e le finestre che guardavano all'esterno erano stati assegnati ai cristiani. La stessa cosa avveniva per i negozi 105

Stefano Buonsignori, Nova p ulcherrimae civitatis Florentiae accuratissime delineata, particolare del gheno di Firenze 1594.

posti dentro e fuori il suo anello . Le strade della città murata erano strette e tortuose, spesso buie , come del resto sono ancora oggi molte vie fiorentine del centro storico. Portavano più o meno tutte a una piazza in cui c'era una fonte per l'approvvigionamento dell'acqua che fungeva da punto di ritrovo per gli abitanti del luogo. Pian piano le case, i cortili, i vicoli, le pensioni, le stanze comuni, i bagni pubblici, il forno "delle azzimelle" cominciarono a prendere vita. Uomini, donne, bambini, anziani affollavano le strade in un via vai costante. Chi si raccoglieva intorno ai banchi pieni di merce, chi lavorava alla finestra o sotto i portici, chi prendeva l'acqua, chi chiacchierava seduto davanti alla porta, chi giocava. All'esterno, coloro che frequentavano il Mercato Vecchio, nella confusione del luogo, non percepivano quasi il ghetto e la sua vivacità, vedevano solo una fila densa di palazzi in successione e una facciata potente, riservata, funzionale , che il Granduca Cosimo aveva fatto realizzare, come sempre faceva per le opere architettoniche più importanti, allo scopo di abbellire e migliorare la città. Il ghetto, pertanto, non imbarazzava Firenze, non invogliava, come altrove, ad attacchi meschini, e non faceva quasi avvertire al resto della cittadinanza la presenza obbligata degli ebrei. Alcuni mesi dopo, un grande scudo mediceo venne posto sulla porta principale, quella che si apriva sul Mercato Vecchio, più o meno dove oggi c'è palazzo Levi o palazzo della Fondiaria, 106

Alessandro Allori, L'arazzo con lo stemma dei Medici, 1589, Palazzo Vecchio, Firenze.

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sede di due caffè storici della città, Paskowski e Gilli. "Un'arme di palle di loro Altezze a tutte sue spese messa sopra la porta del ghetto di verso e suchilinai e tutto d'accordo con Messer Carlo Pitti", opera dello scalpellino Giovanbattista di Francesco Ferruzzi. Gli ornamenti, invece, "pie soglie, scaglioni e navicelle e altre pietre aute da lui", che sin1boleggiavano le battaglie combattute in nome della Fede Cristiana dalle forze navali del Granduca, erano stati realizzati da un altro artigiano che lavorava la pietra, di cui però Carlo Pitti non annota il nome. Infine, il "mettidoro" Bartolomeo di Battista aveva eseguito la doratura. Una scritta celebrativa ben visibile sottolineava l'enorme benevolenza del Granduca e di suo figlio, che avevano accolto il popolo d'Israele invece di scacciarlo, come avrebbe meritato: Cosimo dei Medici, Granduca di Toscana e suo figlio , il Serenissimo Principe Francesco, animati verso tuni da grandissima pietà, vollero che gli ebrei fossero chiusi in questo luogo, separati dai cristiani ma non espulsi affinché potessero, per mezzo degli esempi dei buoni, sonoporre le loro durissime cervici al leggerissimo giogo di Cristo.

Essa riassumeva in poche righe il contenuto della riflessione teologica e della sensibilità collettiva cristiana della Controriforma, ossia quella di avere all'interno una minoranza irriducibile alla sua fede e ostinata nell 'errore. Cosa che, teologicamente e cristianamente parlando, giustificava il vagare eterno del popolo ebraico e la sua condizione di non avere un regno, uno Stato e un potere da esercitare. Proprio per il suo carattere d'imposizione, la vita nel ghetto doveva essere regolata da norme precise volute dallo Stato in cui si trovava e a Firenze bisognava ancora prepararle. È così che Carlo Pitti inizia un'indagine per studiare ciò che viene fatto nelle principali città cattoliche italiane in cui gli ebrei "sono stati serrati": Roma , Venezia, Ferrara e Mantova .

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Nel rapporto che scrive per i sovrani, evidenzia che la tolleranza nei confronti degli ebrei cambia notevolmente in questi quattro luoghi. Le tre variabili principali riguardano la libertà di residenza, l'imposizione del segno e il diritto a condurre gli affari, in particolare prestando denaro ad interesse. L'ambiente maggiormente restrittivo è quello del grande ghetto di Roma, dove gli ebrei sono soggetti a tassazione, a rigide recinzioni e a trattamenti vergognosi. L'ebrei di Roma paghano a nostro Signore ogni anno la vigiesima che d 'ogni 20 che guadagniano n 'ànno a dare 1 alla camera, ma perchè non si va a righore sono composti in scudi 300 l'anno. Paghano ogni anno per li pali scudi 500, ma vi concorre a questa tutti ebrei del 'ecleziastico. Paghano al vicario di Sua Santità scudi 30 l'anno. Paghano a chi tiene la chiave deli portoni della giudecha scudi 5 il mese. Paghano per ogni sinaghogha scudi dieci d 'oro l'anno, quali servano per la casa de' giudei che si fanno crestiani . Sono altre spesuccie minute a consoli di mercanti e sbirri. Poi ànno qualche volra qualche graveza straordinaria. Al cancelliere camarlingho paghano scudi ciento tutti li banchieri che prestano a usura. In Roma sono da 250 famiglie di ebrei.

Sebbene la situazione veneziana fosse apparentemente simile, Carlo accenna a una collusione con i cristiani.

Jacopo de' Barbari, Veduta di Venezia , particolare del ghetto, 1500.

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Andrea Bolzoni, Pianta e alzato della città di Ferrara , panico lare del portone del ghetto, in via Mazzini (già via dei Sabbioni) verso via Saraceno, 1747. A Venezia, si truovono molti hebrei e quali stanno tutti in un luogo detto ghetto, il quale sta tutto il giorno aperto e la sera a 24 hore si sarranno due porte che ha detto luogo, ove stanno certe guardie sino alla mattina che l'aprono a buon'hora; le case e botteghe che sono in detto ghetto per abitare sono di persone particulari et a loro pagano la pigione; portono li hebrei tutti la berretta gialla ; il benefitio che ne cava la città di Venetia, oltre alla gabella da ' loro traffichi, è di ducati 5000 l'anno, e quali fra loro hebrei li dividono secondo la loro facultà; possono prestare alcuni particulari a usura di dieci per cento l'anno, né però pagano cosa alcuna alla Signoria ma tutto è compreso nelli ducati 5000, sichè insomma non hanno altra graveza; riconoscono bene ogni anno alcuni gentilhomini che gli favoriscono. Questo è quanto si può dire sopra Venetia.

Gli ebrei dello Stato di Ferrara, che comprende anche Modena e Reggio, vivono, invece, dove gli pare e fanno più o meno ciò che desiderano, come Carlo annota con evidente meraviglia. Qui sono oggi rnigliara di hebrei e quali da qualche tempo in qua hanno cominciato a portare il segno, cioè un certo nastrolino giallo su la banda diritta delle cappe, ma una gran parte d 'essi sono previlegiati e non lo portono; stanno per la città ove par loro, pagando la pigione delle case come meglio

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possono a' padroni d 'esse; non hanno per ordinario agravio nessuno nè tassa di alcuna sorte, salvo li banchieri che oggi ve ne sono quanro che prestono a usura a 30 per cento l'anno, e paga ciascuno banchiere alla duca! camera scudi 400 l'anno e per Natale pagono certe ragaglie che si può contare scudi 50 per uno; altra sorte di graveze non hanno; pagono li loro dazi e gabelle come li altri et fanno honestamente face nde; possono e riganieri hebrei comperare ogni sorta di robe ancora fussi stata rubata , come possono ancora e banchieri prestare sopra ogni sorta di roba che gli fussi portata et etiam la domenica et altri giorni di festa. In conclusion, li hebrei possono a Ferrara tuno quello vogliono; per lo Stato di Ferrara sono in ogni luogo hebrei, ancorchè piccolo, et a Modona e Reggio ve ne sono molti e non pagono in alcuno luogo per tassa cosa nessuna, salvo li banchieri che chi paga più ho manco secondo e luoghi.

A Mantova gli ebrei non sono stati ghettizzati e godono di una considerevole libertà, anche se minore di quella dei ferraresi. Sono obbligati a indossare un segno di qualche tipo ma a banchieri selezionati è permesso prestare denaro a diversi tassi d'interesse. Sono alsì assai buon numero di hebrei e quali pagono alla duca! camera un tanto per potere far boneghe di straccarie ho altre simil faccende, come dire per ciascuno facci bottega 4 ho cinque scudi l'anno; portono il segno come a Ferrara et vi sono tre banchieri che prestono a usura a 18 per cento e pagono, ciascuno banchiere, scudi 300 l'anno alla camera e qualche regaglia a capo del'anno; stanno per la città ove par loro, ma non hanno la libertà di quelli di Ferrara. Di Parma non ho ancora aviso; penso habbino quasi una medesima regola che li luoghi di sopra.

La soluzione che Carlo suggerisce ai suoi governanti fiorentini è più vicina a quella di Roma o di Venezia che a quella di Mantova e di Ferrara, dove il regime è decisamente più liberale. Inoltre, a suo parere, era alquanto opportuno continuare a mantenere un incondizionato divieto sull'usura ebraica. Il decreto di Stato che avrebbe regolato la vita nel ghetto viene 111

notificato ai rappresentanti della Comunità ebraica il 13 agosto del 1571. Esso sancisce che gli israeliti devono obbligatoriamente indossare il segno, condurre soltanto i traffici loro permessi (per lo più quello di merci usate, le "strazzarie seu cenciariae"), tenere le botteghe e le sinagoghe dentro il ghetto, da cui è proibito uscire dopo una certa ora. Viene imposta una tassa ai maschi di età superiore ai quindici anni, mentre l'Università è tenuta al pagamento del salario per il custode del ghetto - addetto a controllare le porte e a seguire la manutenzione dei fabbricati - e a eleggere un rappresentante per riscuotere le tasse. Carlo Pitti pensa bene di segnalare alle Serenissime Altezze per "la cura delle porte e altre cure" uno dei due maestri artigiani che lo avevano accompagnato a trattare l'acquisto degli immobili prima della costruzione del ghetto, Jacopo Squadrini. Con lui, infatti, aveva sviluppato una relazione di considerevole fiducia , oserei dire di carattere familiare , visto che nel suo testamento del 19 marzo 1583 Carlo indica lo Squadrini come affittuario di una delle case che possedeva in via Maggio. Gli ebrei - annota in un suo ricordo - avrebbero dovuto essere "serrati la sera e 2 ore el verno a 4 secondo la causa et s'intendino fuora alla pena di 10 scudi, e lo Squadrino abbi scudi 30 da !loro per serrare, aprire e ricudere tetti, usci e tenere conto del'uriolo". L'orologio a cui Carlo fa riferimento è quello per il quale aveva discusso a lungo col principe Francesco. Non è chiaro se si trovasse dentro il ghetto o fuori, si sa comunque che scandiva il tempo della giornata lavorativa e che generalmente veniva considerato un ornamento municipale, un simbolo associato all'ordine commerciale e amministrativo della città. Al decreto del 13 agosto la Comunità rispose con un altro regolamento interno che non andava in contrasto con le disposizioni governative, anzi voleva garantire una convivenza pacifica. I capitoli scritti dalla stessa comunità e approvati il 30 agosto del 1571 riguardavano il contegno che si doveva tenere durante l'uf112

fizio nella Sinagoga, la gestione delle spese della Comunità, la correttezza nelle operazioni di compravendita, la pulizia degli ambienti comuni del ghetto e l'obbligo di non gettare i rifiuti dalle finestre . Impediva il chiasso e i litigi plateali, oltre che la presenza di nuovi ebrei "senza polizia et licenza del Sopra sindaco del detto magistrato de' Signori Nove, et non li possano tenere per più giorni di quello che dirà la polizia". Un'eventuale permanenza più lunga di costoro avrebbe dovuto essere denunciata per evitare tensioni e problemi. Tra il XVI e XVII secolo, durante quella che viene definita l'età dei ghetti, a confini esterni, come mura e cancelli, gli ebrei contrapposero confini interni, creando una notevole rete d 'istituzioni sociali e religiose per garantire la tutela della propria identità. In tanti secoli di storia caratterizzati da espulsioni ed esodi, è come se per difendersi dalla realtà loro imposta dall 'esterno, avessero scelto via via di ricorrere a una sorta d 'implicita separatezza, a scelte che in ogni campo aumentavano invece di diminuire la distanza con chi ebreo non era. Diversa era l'organizzazione di vita nelle strutture comunitarie, in quelle familiari e in quelle sociali; diversa era la percezione del tempo, nella distinzione tra sacro e profano; diverse erano perfino le regole alimentari. Il tempo ebraico si differenziava da quello cristiano nella ripartizione tra tempo del lavoro e tempo del Signore. Il giorno sacro era il sabato e non la domenica, come per i cristiani, e durante questo giorno, detto Shabbat, ogni lavoro era proibito. Non si poteva cucinare, non si potevano usare mezzi di trasporto, non si poteva camminare a lungo, non si poteva prestare giuramento nei tribunali. Nella quotidianità, invece, la separatezza si concretizzava in molti altri modi, soprattutto nell'alimentazione. Essa prevedeva una distinzione biblica tra animali che si potevano mangiare (i ruminanti con lo zoccolo diviso in due e i pesci muniti di pinne e squame) e animali che non si dovevano mangiare (il maiale, per esempio). Secondo le 11 3

loro regole alimentari, gli ebrei potevano cibarsi degli animali permessi solo se questi fossero stati sotto?osti alla macellazione rituale. E infatti il "bechaio" che i giudei avevano più volte richiesto a Carlo Pitti, aveva proprio lo scopo di togliere alle bestie il nervo sciatico, il sangue e il grasso. Era pure vietato mescolare il latte con la carne, perché "non si deve cucinare il capretto nel latte di sua madre"; non si poteva bere il vino prodotto o anche solo versato da non ebrei per motivi sacri, per via del suo collegamento con la Messa cristiana ; e non si dovevano utilizzare indiscriminatamente i recipienti in cui venivano tenuti la carne e il latte. Ogni categoria di alimenti aveva bisogno di propri contenitori. Per quanto riguardava le diversità religiose poi, basterà dire che la religione ebraica si esprimeva in una prassi concreta tesa a ricordare continuamente il rapporto con Dio anche nei gesti quotidiani più semplici. Mancava un credo, come per il cristianesimo. Il rabbino non era un sacerdote ma un maestro, un giudice che doveva insegnare la Torah e il Talmud, ma che pure doveva formulare sentenze e pareri su problemi quotidiani, su affari familiari e su questioni religiose. Egli rappresentava la religione, la legge intesa nel suo senso giuridico-normativo, lo studio e la trasmissione dell 'identità culturale. el mondo ebraico lo studio era tenuto in grande considerazione. Coincideva con l'apprendimento dei testi sacri, che ogni ebreo maschio era obbligato a leggere e studiare tutti i giorni, da quando raggiungeva la maggiore età religiosa a quando moriva. Sapere e cultura venivano trasmessi nelle famiglie e nelle sinagoghe dove i bambini apprendevano i primi rudimenti dell'ebraico attraverso preghiere e canti. Di solito l'insegnamento primario - tra i tre e i cinque anni - era affidato a un precettore privato nelle famiglie abbienti mentre in quelle più povere alle scuole organizzate dalla Comunità. Il livello di studi superiore - che iniziava tra i dodici e i tredici anni - prevedeva, oltre all 'apprendimento della tradizione ebraica, quello del latino, dell'aritmetica, della musica e della danza.

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Come gli uomini, pure le donne potevano dedicarsi agli studi talmudici, ma non erano obbligate. Alla base della loro educazione, nel Cinquecento, c'erano la lettura, la scrittura e la conoscenza religiosa, che voleva dire saper leggere e scrivere in ebraico, oltre che nella lingua del luogo in cui si abitava, e conoscere una normativa religiosa complessa. Pertanto, nel mondo israelitico, il rapporto col libro risultava maggiormente privilegiato di quanto lo fosse in quello cristiano. Paradossalmente l'osservanza delle regole su cui si basava la cultura ebraica, governata dalla sua stessa élite, aveva fatto sì che il ghetto, simbolo per antonomasia di segregazione, diventasse per i suoi abitanti, costretti a vivere insieme, anche uno strumento di difesa e di protezione dalle aggressioni del mondo esterno, una sorta di unità fisica e amministrativa, istituzionalmente integrata nello Stato in cui si trovava. Tra l'estate e l'autunno del 1571 Carlo Pitti dedicò moltissimo tempo, come egli stesso ricorda, a cercare di convincere Francesco de' Medici della necessità di estendere i provvedimenti fiorentini allo Stato di Siena. Il principe titubava, cambiava spesso idea, si poneva dubbi, mentre lui provava a sottoporre le stesse ragioni anche al Granduca, il quale, l'ultimo giorno di settembre, decise di dare il suo assenso. Venne subito preparato un decreto di segregazione per gli ebrei che abitavano nel territorio senese, con cui si ordinava la concentrazione a Siena per vivere oppure l'abbandono del dominio, che venne reso pubblico il 19 dicembre successivo. Come era accaduto a Firenze, il ghetto andava però costruito e venne scelto un luogo centrale, vicino piazza del Campo, non meno squallido e noto della sua controparte fiorentina , il quartiere di Salicotto, facilmente "serrabile" con portoni agli sbocchi delle strade principali che sarebbero dovuti rimanere chiusi durante le ore notturne. Era, infatti, in una zona di commercio, come del resto il Mercato Vecchio a Firenze, abitata soprattutto 115

da artigiani specializzati nella lavorazione della lana e da commercianti di generi alimentari. In questo luogo gli ebrei avrebbero perciò potuto continuare a praticare le loro attività, escluso il prestito ovviamente. Il Granduca non acquistò gli immobili direttamente né li fece comprare allo Stato. Obbligò, invece, i proprietari dei palazzi ad allontanare gli inquilini per dare le case ai giudei, i quali, oltre a pagare un affitto avrebbero dovuto pure sostenere le spese per la ristrutturazione di tutta l'area designata per il "recinto", in cui entrarono definitivamente un anno dopo, il 9 dicembre 1572. Sempre nel 1572, Carlo Pitti riferiva al Granduca Cosimo che il ghetto a Firenze era ormai assestato. Il 17 maggio risultavano rinchiusi duecento ebrei "fra maschi e femine ".

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Leggere e lavorare sulle filze di Archivio, riguardare i dipinti dell'epoca, addentrarsi nei documenti, aiuta a immaginare la vita com'era al tempo. Per gli ebrei che si trovavano tristemente rinchiusi nel ghetto fiorentino appena istituito, certo, ma non solo. La storia, a chi ne accetta i limiti e le rigide regole che ogni scienza comporta, regala visioni d'insieme che nulla hanno da invidiare alla letteratura. Proviamo a immaginare. Di notte - come abbiamo visto - i portoni del ghetto venivano chiusi ma durante il giorno rimanevano aperti e il via vai era veramente intenso. I mercanti affollavano le strade dentro e fuori l'enclave, ognuno con le proprie merci e i propri banchetti. C'era di tutto: frutta e verdura, alimentari di vario genere, abiti usati e mobili. Ogni venditore cercava di attrarre gli eventuali clienti con grida e gesti amichevoli nel tentativo di condurli all'interno della propria bottega nel serraglio. Il ghetto di giorno era infatti aperto proprio a tutti: uomini e donne di ogni Bartolomeo Veneto, Ritratto di donna religione e stato sociale, sol- ebrea in veste dijoele, sec. XVI. 117

dati, viaggiatori. Si entrava e si usciva senza permessi e senza divieti. Parte della sua popolazione lasciava le proprie abitazioni per andare a lavorare in campagna, o a pulire le strade, o a vendere come ambulanti per le strade, o per recarsi nei tribunali, agli uffici o ancora presso le corporazioni di cui faceva parte. Tra gli iscritti compare pure qualche donna, come "Sarra d 'Agniolo di Zaccheria hebreo", nell'Arte dei Medici e Speziali, e "Ginevra di Agnolo hebreo", attiva sia in quella della Lana che in quella della Seta. Infatti, nel mondo israelitico, le donne potevano commerciare in qualità di socie, oppure come mogli, e perfino in modo autonomo. Spesso lavoravano come levatrici o balie, e non mancano esempi di figure femminili esperte nel campo medico, soprattutto in quello della medicina naturale praticata con le piante. Le donne di estrazione più umile conducevano, invece, la maggior parte della loro giornata nel ghetto - nelle case, nei cortili, nei forni, ai pozzi, nelle stanze comuni - dedicandosi alle necessità della famiglia , o lavorando come affittacamere e venditrici al dettaglio. Molti ebrei commerciaScarpe femminili , sec. XVI vano nel settore degli abiti vecchi e avevano spesso, tra parenti e amici, sarti e calzolai a cui dirigere i compratori per gli aggiusti, le cuciture ed i rammendi. Il settore dell'abbigliamento e della moda costituiva una sorta di volano economico, pure tra i poveri, che potevano riutilizzare vecchi indumenti con qualche accorgimento. La moda dell'epoca - terreno fertile per molte tipologie di artigiani, come bottonai, cuoiai, cucitori ecc. - prevedeva che i vestiti femminili avessero la manica staccata. Si poteva così variare l'aspetto dell'abito semplicemente cambiandolo con maniche da lavoro, maniche per la festa , maniche estive e maniche invernali. Del resto il 118

guardaroba di una popolana era di solito limitato a una veste, massimo due, composta da un unico pezzo dalle spalle all'orlo e da una sopravveste più corta, detta gamurrina, di colore diverso, perché la balza sottostante doveva fare da guarnizione. Un altro capo considerato essenziale era la cuffia, in cui venivano raccolti i capelli; solo alle prostitute era permesso far uscire i riccioli in segno di sconveniente femminilità , come pure di indossare le mutande, altrimenti considerate poco serie. C'erano poi le calzature, alte e dotate di scomode zeppe di legno o di sughero, che, nascoste sotto le gonne, servivano a preservare i piedi dal fango e dalla sporcizia delle strade. Per coprirsi dal freddo donne Cassone nuziale, sec. XVI. e uomini indossavano lunghe cappe fino ai piedi munite di cappuccio. ell'abbigliamento dei mercanti e dei venditori era frequente l'uso di una cintura di cuoio alla quale veniva agganciata la scarsella, cioè una borsa per riporre il denaro e altri oggetti. Uomini poveri e uomini ricchi mettevano calzoni corti e a sbuffo da cui uscivano le gambe coperte da calze pesanti e aderenti. Lo scopo era quello di evidenziare una muscolatura massiccia ma quando la natura era carente si ricorreva all'ausilio delle imbottiture. Inoltre, farsetti accollati, camicie, cappelli e scarpe basse costituivano il resto del guardaroba maschile. Un'altra attività molto praticata dagli ebrei era quella del rigattiere. Si vendeva e si comprava di tutto, soprattutto mobili facilmente trasportabili, come ad esempio i cassoni, che potevano essere utilizzati pure come bauli da viaggio, magari rinforzati di ferro e ricoperti di cuoio, da trasportare a dorso di mulo per lunghi percorsi.

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Tra i giudei c'erano numerosi dottori, dato che la facoltà di Medicina era la sola alla quale potessero essere ammessi. n motivo più importante e vitale li spingeva, però, a intraprendere questa professione, e cioè la possibilità di curare la salute di persone ricche e potenti, in grado di garantire aiuto nelle situazioni d'insicurezza che spesso si presentavano nella loro vita da migranti. Recita a proposito un antico proverbio ebraico: "Poiché l'uomo è debole di fronte alla malattia e alla miseria, gli ebrei si fecero medici ed usurai". Quando la sera i portoni del ghetto restavano chiusi, per uscire bisognava avere un permesso speciale, registrato presso le autorità, e gli ebrei che si muovevano facendo tardi la notte erano tanti: mercanti, rabbini, medici, studenti. Le occasioni di viaggio erano frequenti e numerose. Si partiva per affari, per lavoro, per organizzare matrimoni tra famiglie che vivevano in luoghi differenti , per studio. Di conseguenza le autorizzazioni concesse variavano a seconda delle necessità. Per esempio, chi doveva affrontare viaggi lontani spesso otteneva di potersi assentare dal ghetto anche lunghi periodi e di sostare nei luoghi che incontrava per la strada, talvolta senza l'obbligo di portare il segno. Durante il tragitto, però, i viaggiatori dovevano registrarsi presso le autorità locali. Per gli ebrei di passaggio a Firenze, Carlo Pitti aveva preparato "un iscritto a' Consiglieri" decretando che "non potesino stare più che dua giorni senza berretta gialla e stando più cadèsino nella massima pena che li altri non la portino". Tuttavia la loro continua insistenza a non voler indossare il segno e a mettere in atto furberie varie per spostarsi senza lasciare traccia ai giusdicenti locali lo irritava moltissimo, tanto che, perfino alcuni anni dopo, nel 1577, quando il Granduca si era nettamente ammorbidito nei confronti della questione, scrisse un rapporto di fuoco a proposito della richiesta presentata da alcuni mercanti che volevano viaggiare nello Stato mediceo per ragioni commerciali. La denuncia del Pitti ai tentativi sfacciati di raggirare la legge fu 120

pungente e non priva di polemica. Per tracciare la storia della malafede giudaica, come suo costume, partì da vecchi ordinamenti emessi nel 1571 , secondo i quali era stato stabilito che tutti gli ebrei fossero chiusi in modo permanente nel ghetto. Il suo rapporto continuava sottolineando come, nel 1573, due anni dopo, Sua Altezza gli avesse generosamente concesso di andare in giro per lo Stato a negoziare, indossando il segno e senza l'obbligo di risiedere nelle località in cui venivano condotti gli affari. u n po' come dire: in fondo - dato il contesto dell'epoca - vi stiamo agevolando. Invece gli ebrei, sembrava sottintendere, erano diventati così sfrontati da interpretare la legge a loro esclusivo vantaggio: andavano, infatti, da un posto all'altro del Granducato fermandosi in ogni luogo per tre giorni - il massimo per stare fuori del ghetto senza permesso - per poi ripartire. Un abile sotterfugio. In tal modo viaggiavano liberamente tutto il tempo che volevano senza mai informare i funzionari del governo. "Non si trova che per legge alcuna sia loro permesso di pernottare fuori del ghetto et fuori Firenze. Dissono le bugie". Al resoconto il Granduca, che nel frattempo era diventato Francesco, figlio di Cosimo I, rispose acconsentendo alla richiesta degli ebrei ma con l'obbligo di notificare prima all'ufficiale locale i luoghi che avrebbero visitato. D'altronde l'iniziale severità mostrata da Francesco e da suo padre negli anni precedenti mentre istituivano il ghetto si era andata man mano stemperando, col risultato che il ritmo delle suppliche dei loro sudditi ebrei, in verità mai cessato, aveva ripreso velocemente la sua frequenza familiare , come si può vedere nel caso di Angelo di Laudadio da Siena. Questo banchiere di Pisa aveva cercato di ritardare la sua entrata nel ghetto fino alla fine del 1571. Poi, il 20 ottobre del 1573, il principe Francesco lo aveva autorizzato non solo a risiederne fuori ma addirittura a "tornare, stare et habitare nella città di Pisa ... et potervi negotiare , come è solito fare ogni gentilhuomo et mercante honorato. 121

senz'obbligo di portare segno alcuno". Divenuto secondo Granduca di Toscana, Francesco aveva riconfermato il privilegio ai suoi figli , il 23 dicembre 1576, permettendogli di "negotiare et mercantilmente esercitarsi come li christiani honoratamente", e di abitare in quella "loro casa antica" che, evidentemente, erano riusciti a non cedere. Un trattamento di favore simile era stato riservato anche a Ventura Leucci, un profumiere pisano che, stando alle confidenze di Carlo Pitti, nell'ottobre del 1570 aveva tempestato i sovrani con numerose richieste di proroghe, nonostante avesse proclamato in più occasioni la sua volontà di "andarsene" nel ghetto. Si era, invece, trasferito a Carrara nel maggio del 1572 e l'anno seguente era tornato alla carica chiedendo di rientrare nello Stato fiorentino e di accettare di abitare come tutti gli altri ebrei, alla condizione, però, di "fare una bottega di profumiere fuor dal ghetto", dove sarebbe rientrato solo la sera. La richiesta non solo era stata accolta, ma , in considerazione del fatto che il Leucci non aveva ancora una casa pronta lì dentro, era stato autorizzato ad "abitare per Firenze" per quattro mesi. Del resto i due Granduchi di casa Medici nell'affrontare il "problema giudaico" avevano sempre cercato di evitare l'imposizione di passaggi traumatici non avendo mai avuto un interesse particolare per colpire gli israeliti, con cui, al contrario, lo Stato fiorentino per un motivo o per un altro aveva mantenuto negli anni una lunga tradizione di "tolleranza". Basti pensare che proprio alla famiglia Leucci Cosimo I aveva concesso nel 1550 l'importante "privilegio di cittadinanza", grazie al quale tutti i membri del clan erano diventati "cives pisani" a pieno titolo, in un momento storico in cui agli ebrei era riservato solitamente uno stato giuridico diverso, caratterizzato da privilegi non accordati ad altri settori della popolazione e da restrizioni non imposte ad altri cittadini. I sovrani avevano, invece, preso la decisionè di costruire il ghetto per una serie di ragioni che non avevano proprio niente a che 122

vedere col piano del Papa di attuare conversioni di massa alla religione Cristiana. Istituendolo avevano certamente ottemperato a soddisfare la richiesta pontificia di separare gli ebrei dai cristiani, ricevendo in cambio la legittimazione della propria ascesa insieme all'accentramento del potere nelle loro mani in un momento di difficile transizione, ma avevano anche portato avanti una vantaggiosa speculazione economica. In dieci anni, infatti, il denaro guadagnato dai fitti delle case del ghetto potè coprire totalmente le spese di realizzazione sostenute. Siccome il ghetto era "un possesso di stato", come si legge in alcuni documenti dell'Archivio dei Nove Conservatori, i guadagni vennero convogliati nelle casse pubbliche a vantaggio di tutta la città, soprattutto perché gli ebrei sarebbero stati inquilini solventi per anni e anni. Inoltre, avevano favorito il miglioramento di una parte centrale e commerciale di Firenze, quale era quella del Mercato Vecchio, e avevano garantito lavoro a molti fiorentini, contribuendo a un maggior gradimento da parte dei sudditi nei loro confronti. el corso dei tre anni necessari per il completamento del ghetto Cosimo e Francesco manifestarono molti dubbi, almeno secondo le narrazioni del nostro Carlo Pitti, ma cercarono di agire sempre con enorme prudenza pur di limitare le reazioni e le conseguenze alla chiusura dei banchi ebraici e all'espulsione, preferendo ogni volta soluzioni moderate. Ai giudei venne ordinato diandare a vivere nel ghetto ma non furono espulsi dal territorio fiorentino; ai banchieri venne permesso di partire per stati più tolleranti come Ferrara, Mantova, Massa e Pitigliano dove avrebbero potuto continuare l'esercizio della loro professione; mentre gli ebrei più poveri, che non ebbero altra scelta se non accettare la segregazione, ben presto assistettero a immediate revisioni della legislazione del 1570-71 , orientate ad una maggiore liberalità. La linea adottata dai Medici con tutta evidenza si era dimostra-

ta più attenta alle esigenze contingenti che a rigidi principi, e

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tale linea, anraverso graduali e speciali attenuazioni del regime del ghetto, in un breve arco di tempo condusse, nel 1591 , alla concessione della libertà di insediamento degli ebrei a Livorno e a Pisa da parte del Granduca Ferdinando, succeduto al fratello Francesco. Colto, mite, gentile e di volontà ferma , Ferdinando, soprannominato "il Granduca buono", ebbe sempre a cuore l'interesse dei suoi sudditi, fin dal primo momento della sua veloce incoronazione , avvenuta nel 1587 dopo la morte inaspettata del fratello Francesco. Abbandonata Roma e la porpora cardinalizia, che era stato obbligato a prendere come cadetto di una famiglia regnante a soli quattordici anni, Jacques Callot, Ferdinando I ordina le f ortifica- si dedicò al suo Stato zioni di Livorno, sec. XVII. completamente, animato sempre da sentimenti di solidarietà umana, che per tutta la vita lo spinsero a occuparsi in prima persona delle vittime di carestie, epidemie, alluvioni. arrano le cronache del tempo che quando nel 1589 l'Arno straripò inondando Firenze e le zone limitrofe, egli fu visto aggirarsi per la città infangato e bagnato mentre aiutava la popolazione. Onorò sempre il motto che aveva scelto salendo al trono, cioè "Maiestate tantum", con cui voleva sottolineare che avrebbe agito con moderazione verso i suoi cittadini, rappresentati a raggiera nel suo stemma come api intente a svolgere un lavoro comune fruttuoso. Assicurò al suo Stato il benessere e la prosperità economica attuando riforme adeguate. Inoltre, completò finalmente una delle opere pubbliche più importanti iniziata da suo padre Cosimo I e portata avanti lentamente da suo fratello Francesco: i lavori di 124

ampliamento e di fortificazione del porto di Livorno, che avrebbero arricchito i traffici commerciali del Granducato. In questa prospettiva , per favorire l'aumento della popolazione emanò una legge, nota come "legge livornina", secondo la quale tutti i perseguitati, religiosi e politici, avrebbero potuto trovare rifugio nella città, e di perseguitati ne vennero a migliaia da tutto il mondo di allora: dalla Francia, dalle Fiandre, dalle Spagna, dall'Inghilterra. Tornarono in Toscana anche molti ebrei grazie a lui e in pochi anni Livorno, che era stata fino ad allora solo un piccolo villaggio di pescatori, si trasformò in una grande e prospera città portuale tra le più potenti del Mediterraneo.

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Dopo il processo e il ghetto, istituiti e portati a termine da Carlo Pitti, i banchieri avevano lasciato il territorio Granducale alla volta di terre più ospitali, mentre tutti gli altri giudei con possibilità economiche ridotte, erano stati obbligati alla segregazione. Carlo Pitti era convinto di avere agito nel modo giusto: aveva obbedito al Granduca e al suo Pontefice, in piena coscienza e come ogni buon suddito cattolico avrebbe dovuto fare. Probabilmente l'idea di quanto dolore e di quanti disagi aveva causato agli israeliti non lo sfiorarono mai. Il fedele cortigiano, quindi, pur avendo tenuto sempre una posizione ferma sull'intera questione ebraica, come peraltro ci si aspettava da lui, non guidò nel modo più assoluto una vera e propria crociata antisemita. Il suo comportamento rimase piuttosto quello di un cristiano ortodosso privo d'immaginazione e osservante dei più semplici obblighi religiosi. Il suo accanimento antisemita, se così vogliamo chiamarlo, non andava oltre. Manca del tutto nei suoi diari l'ossessione nei confronti dei giudei, menzionati solo nel contesto dei compiti assegnatigli dai sovrani; come pure manca un'urgenza spirituale nella sua vita quotidiana. Gli ebrei per lui non erano altro che uno dei tanti impegni da ufficiale di corte, mentre ciò che a lui interessava veramente era procedere su una strada densa di onori, di gratilicazioni e di pubblico rispetto. E così avvenne. Tel periodo immediatamente successivo all 'edificazione del ghetto la sua carriera cambiò velocemente direzione di marcia, riservandogli una serie d'incarichi di governo molto importanti che lo portarono a ricoprire quasi tutti i settori della vita pubbli127

A marzo e a maggio del 1573, Carlo Pitti fu eletto deputato per l'Ufficio delle Farine, il dipartimento di Stato che prowedeva all'esazione e all'arrurùnistrazione della gabella del macinato e dei generi alimentari.

ca, dal momento che non venne mai coinvolto negli affari militari, in quelli navali e nel servizio diplomatico. Un fattore evidente del suo successo fu di sicuro l'emergere di Francesco de' Medici come capo di Stato. Con lui aveva intrattenuto relazioni strette sin da quando, nel 1564, questi era diventato sovrano reggente al posto del padre Cosimo. Quando il Granduca morì, il 21 aprile del 1574, il trentatreenne Principe della Corona era già di fatto il regnante della Toscana e da dieci anni guidava gli affari interni dello Stato, mentre Cosimo I, pur avendo mantenuto un'influenza decisiva nel governo fino ai primi anni del 1570, quando la malattia prese il sopravvento, aveva conservato per sé la direzione degli affari esteri. A uno sguardo contemporaneo, la sequenza di titoli che vennero conferiti a Carlo Pitti potrebbe sembrare una miscellanea bizzarra e confusa, ma al tempo erano segni inequivocabili di favore politico e pezzi necessari per costruire una carriera di rilievo. Il Granduca Cosimo I aveva depauperato gli organi di governo, preferendo servirsi di persone di fiducia nominate direttamente. Pertanto l'amministrazione statale era stata organizzata in maniera disorganica e risentiva delle diverse esigenze che nel tempo avevano portato alla istituzione delle singole magistrature, col risultato che , non essendo stati né chiariti né definiti i poteri di ciascuna di esse, si invadevano a vicenda. D'altra parte la realtà toscana era quella tipica di un qualunque stato patrimoniale, dove tutto veniva considerato proprietà del sovrano, e quindi senza alcuna distinzione tra le varie mansioni. 128

A marzo e a maggio del 1573, Carlo Pitti fu eletto deputato per l'Ufficio delle Farine, il dipartimento di Stato che provvedeva all'esazione e all'amministrazione della gabella del macinato e dei generi alimentari. Nella Toscana dei Medici l'attività dei fornai era, infatti, disciplinata e controllata sia per motivi di ordine pubblico che per motivi di ordine fiscale. Siccome i periodi di carenza dei cereali erano allora piuttosto frequenti, il governo preferiva, quando necessario, non alzare il prezzo del pane ma abbassare il suo peso, cercando di limitare in questo modo sia il rischio di disordini che quello di possibili frodi ai danni dell'erario, dato che si trattava di un alimento soggetto a imposta. Venivano, inoltre, prodotti solo due tipi: il pane bruno, detto anche ordinario, basso o venale, che conteneva una quantità maggiore di crusca ed era meno costoso, e quello bianco, detto tondo oppure fine, destinato ad una clientela disposta a spendere di più . Qualche mese dopo, il 2 settembre, Carlo diventò Soprintendente ai Negozi della Zecca , l'ufficio che vigilava sulla produzione , sulla circolazione e sulla esportazione di denaro. Si trattò di un incarico particolare, di una sfida importante e non comune poiché il Granducato in quel momento era alle prese con una crisi finanziaria che vedeva scendere vertiginosamente il valore della moneta d 'argento e contemporaneamente sparire dalla circolazione la moneta d 'oro. Come racconta Carlo Maria Cipolla nel bel saggio La moneta a Firenze nel Cinquecento , Carlo Pitti, Napoleone Cambi, Benedetto Busini e Giovan Battista de' Servi, ricevettero l'ordine di studiare tutte le varie opzioni per stabilizzare il corso della moneta d'oro, spinto al rialzo dal deprezzamento dell'argento che arrivava dalle Americhe in quantità enormi. Francesco de' Medici aveva , infatti, erroneamente creduto che l'inflazione dell'oro fosse dovuta alla speculazione e aveva cercato di rimediare attribuendo a questa moneta un valore di mercato fittizio e decisamente più basso, col risultato che ben presto in Toscana l'oro era cominciato a scarseggiare. Il disordi129

ne causato da questa politica portò a un crescente divario tra il corso ufficiale e il corso libero della moneta dando vita, come se non bastasse, a parecchi corsi monetari che agirono a svantaggio di quello unico esistito fino ad allora. I membri della commissione speciale, incluso Carlo Pitti, non si trovarono d 'accordo né sulle cause di questo disordine né sugli eventuali rimedi da adottare e la loro indecisione favorì il proseguire di questa errata politica monetaria, al punto che, nel 1580, nello Stato Mediceo non era quasi più possibile trovare fiorini d'oro. Il 25 aprile del 1575 Carlo Pitti venne eletto nell'Arciconfratemita della Misericordia, la più antica e stimata istituzione benefica di Firenze, responsabile di accompagnare e seppellire le persone povere defunte, di curare gli orfani abbandonati e di trasportare i malati negli ospedali. Con essa a Firenze ebbe inizio il volontariato come lo intendiamo oggi, cioè come una forma di gratuità rivolta agli altri e un'attenzione verso i deboli espressa, oltre che a parole, con azioni concrete. Quando la Misericordia nacque a metà del 1200, gli ammalati che non potevano camminare venivano trasportati dentro delle ceste dette 'zane', caricate sulle spalle dei facchini a mo' di zaino. La cosa era possibile in quanto gli uomini non arrivavano al metro e mezzo di altezza e le donne erano anche più basse. el Cinquecento, poi, questo primo modello di ambulanza evolse a favore di un 'cataletto', una specie di barella condotta sempre a spalla da quattro 'fratelli' che indossavano una lunga veste nera col cappuccio, rimasta in uso fino a qualche anno fa. Il primo quartier generale della Confraternita fu in corso Adimari, l'odierna via dei Calzaioli, prima di essere spostata, nel 1576, nella sede attuale in piazza Duomo. Questa nuova residenza le venne donata dal Granduca Francesco I che, per l'occasione, l'aveva fatta ristrutturare dall'architetto Alfonso Parigi. Il 2 agosto dello stesso anno fu un giorno molto importante per Carlo Pini, di quelli che si ricordano per sempre. Diventò Sena130

tare del Senato dei 48, raggiungendo finalmente una tra le posizioni politiche più ambite, ed entrò a far pa1te del primo scaglione dei burocrati di corte. I Senatori erano selezionati fra i componenti del Consiglio de' dugento col mandato di votare le provvisioni relative all'amministrazione del governo, alle finanze statali e all'elezione di altri magistrati, ma si trattava di una carica puramente onorifica e fiduciaria , tanto che le riunioni potevano avvenire solo in presenza del Granduca o di un suo delegato e dei quattro consiglieri. Durante le mie ricerche ho trovato al Museo Nazionale del Bargello, nel fondo donato dagli eredi di Piero Ginori Conti, una medaglia di bronzo con il bordo perlinato che lo ritrae. È stata la prima volta che ho visto il suo volto, anzi, per essere più precisa , una parte sola del suo volto, ritratto in un busto di tre quarti verso sinistra con la testa di profilo. Ricordo i suoi lineamenti piuttosto regolari, anche se marcati, soprattutto all'altezza delle narici mentre si allargano nelle guance appesantite; il viso, caratterizzato da una fronte alta e aggrottata in un'espressione austera , coperto dalla barba folta e riccia, che si allunga fino alle tempie in un tutt'uno con i capelli ondulati. All'abito a pieghe elegante che indossa fa da riscontro la chiusura del colletto a cerchio con lattughe intorno al collo. La scritta CAROLVS·PfCllVS·SENAT·FLOREN·' Carlo Pitti senatore fiorentino, incornicia, infine, la figura. Sul lato posteriore, circondato dalla iscrizione TV ·FLORFS·ET"PLACIDAS·VNDAS , c'è Zefiro che soffia sui fiori, con il segno dell 'ariete che emerge dal mare in alto. Osservandola, mi è venuto naturale immaginare che l'avesse commissionata per commemorare questo momento di gloria. Secondo quanto mi ha spiegato la direttrice del museo, forse l'orafo è Gasparo Romanelli, così almeno sembrerebbe dallo stile del manufatto , un artista artigiano originario dell'Aquila e attivo a Firenze dal 1560. 131

Carlo Pitti, medaglia, sec. XVI, Museo

azionale de l Bargello, Firenze.

Agosto fu davvero un mese fortunato per il novello Senatore. Il 26 venne insignito anche Capitano del Biga/lo, per dirigere un'altra venerabile organizzazione caritatevole molto cara ai Granduchi, la Compagnia di Santa Maria del Bigallo. A Firenze, sin dal Medioevo, ospizi e ospedali erano stati sempre ben accettati dalla popolazione, interessata al precetto dell'amore per il prossimo e all'importanza delle opere caritatevoli intese come mezzo per conseguire la salvezza eterna, e di gente bisognosa a cui offrire aiuto ce ne era veramente tanta. Le strade erano piene di storpi, di ciechi, di uomini e donne privi di gambe o senza braccia. Ovunque vi erano sciancati, paralitici, piagati e ulcerati. L'economia era fragile e discontinua e bastava che le attività produttive s'interrompessero anche per appena qualche settimana, per rimanere senza occupazione e diventare dei miserabili; le malattie e gli incidenti potevano provocare gravi invalidità con la conseguente uscita definitiva dal mondo lavorativo; mentre le epidemie uccidevano intere famiglie lasciando gli orfani privi di

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sostegno e di guida. In più c'erano le fanciulle e le donne che, in assenza di familiari maschi che le tutelassero, rischiavano di perdere l'integrità sessuale, il bene più importante di cui erano proprietarie. Poveri, malati, orfani e donne diventarono così, sotto Cosimo I, gli oggetti privilegiati delle misure assistenziali al punto che venne istituita una magistratura apposita, quella del Bigallo, per valutare la miseria, per scegliere chi aiutare e come soccorrere, e per gestire numerosi ospizi. A questa magistratura venne affidata la supervisione di moltissimi ospedali laici ed ecclesiastici dello Stato fiorentino e la gestione delle eccedenze dei bilanci, le cui risorse vennero utilizzate per aprire in via San Gallo un ospedale per bambini abbandonati che avevano più di tre anni. Fino a quell'età, infatti, venivano accolti nell'Ospedale degli Innocenti. Dei mendicanti, però, che pure avrebbero dovuto essere aiutati con quelle stesse eccedenze di denaro, non se ne parlò più. Il 7 ottobre, Carlo Pitti entrò nella Pratica Segreta, un selezionato consiglio Granducale composto dai principali collaboratori, al quale il principe si rivolgeva per gli affari interni di maggiore rilevanza. Quattro mesi dopo, il 27 febbraio 1576, fu eletto Primo dei consiglieri d'Archivio, per soprintendere al funzionamento dell'Archivio otarile e all'attività di rogito dei notai. Il 28 ottobre fu di nuovo Magistrato dei Nove e due giorni dopo, il 30 ottobre, venne nominato Consigliere del Granduca. Il 30 agosto del 1577 fu eletto per la terza volta al Monte Comune per occuparsi del debito pubblico, mentre il 29 ottobre entrò nel Magistrato Supremo come Luogotenente del Granduca, cioè suo rappresentante. ell'agosto del 1578 Carlo dovette tornare al vecchio problema dell'approvvigionamento di denaro, quando Francesco I lo nominò "per uno dei suoi 12 uomini per vedere il disordine che oggi è in Firenze per conto della moneta che vaglia più che la scritta e volgere di che viene tal disordine e li rimedi che ci fussiro sopracciò", come egli stesso registra in uno dei suoi diari. 133

Il 29 ottobre riassunse la posizione di Consigliere Granducale. A maggio del 1579, venne nominato Soprassindaco dei Nove e anche Soprastante alle Stinche, ossia supervisore dell'amministrazione delle prigioni fiorentine e dell'assistenza dei carcerati; a luglio, invece, divenne Conservatore di leggi, con la responsabilità dell'amministrazione giudiziaria, e il giorno 16 dello stesso mese Primo consigliere del Granduca. Carlo dedicò, però, questi anni di intenso lavoro politico e di corte soprattutto a preparare l'ascesa dei suoi figli, la generazione fu tura della famiglia Pitti. Il primo successo degno di nota lo ottenne alla fine del 1578, quando, 1'8 novembre, suo figlio Giovanni, il più giovane, divenne paggio della Religione di Santo Stefano e un mese dopo fu insignito del titolo di Cavaliere dell'ordine. Questa investitura segnava un importantissimo avanzamento della sua casata nella scala del prestigio sociale, che adesso passava dal livello più alto dell'anuninistrazione civile a quello definitivo dell'aristocrazia di corte. Con molto orgoglio Carlo descrive la nomina del dodicenne Cavaliere Pitti. Ascoltiamo allora dalla sua viva voce la descrizione dell'evento: Ricordo come questo dì 8 dicembre 78 si è dato !"abito per ordine di Sua Altezza Serenissima a Giovanni mio figliuolo per cavaliere della Religione di Santo Stefano e lo vestì il bafi de medici et il balì di Lucca li dette lo stoccho et il Cavaliere Boba li messe lo sprone. Li messe il cavaliere priore in Santo Spirito al altare de lor jusdomine e fu presente circha 40 cavalieri et altre persone onorate et il giorno medesimo lo condotto in Camera a Sua Altezza Serenissima li disse che a sua tornata dal paggio andassi a servire et li ricordava che a questa professione era buono avere delle virtù pero ci attendessi e lei non li mancherebbe aiutarlo.

L'ordine Toscano dei Cavalieri di Santo Stefano era stato fondato da Cosimo I nel 1561 , che l'aveva dedicato a Santo Stefano per commemorare la sua vittoria sui fuoriusciti, decisiva per la conquista di Siena, avvenuta a Marciano il 2 agosto del 1554, il giorno della festa di Santo Stefano Papa appunto. Questo ordi134

ne militare marinaresco si occupava della difesa della Toscana, soprattutto di quella delle coste, infestate dai Turchi e dai pirati del ord Africa, e della propagazione della fede cristiana. Il Granduca in persona ne era il Gran Maestro, e siccome l'Ordine era riservato alla nobiltà ed era il maggiore della Toscana, i suoi Cavalieri erano considerati una specie di guardia del corpo della famiglia regnante. Trattandosi di un ordine navale, i cavalieri avevano il loro palazzo conventuale e la chiesa a Pisa, costruita su progetto di Giorgio Vasari. All'inizio del 1580, Carlo Pitti accettò di nuovo l'incarico di Capitano di Parte Guelfa e Ufficiale dei Fiumi. La regolamentazione della rete idrografica, le bonifiche e il controllo dei fiumi furono per i Granduchi medicei sempre oggetto di grande attenzione, sia per estendere il terreno coltivabile, sia per prevenire le frequenti esondazioni, sia per facilitare la navigazione dei fiumi e permettere i collegamenti via acqua, più economici soprattutto per le merci pesanti. Adesso, però, la presenza di Carlo Pitti alla guida di questa magistratura era particolarmente strategica perché nel novembre precedente Firenze era stata colpita da una devastante alluvione e doveva essere tutta ricostruita, pertanto la sua esperienza in materia di lavori pubblici diventava particolarmente preziosa. Sempre nello stesso anno divenne Provveditore dei Riformatori di Santa Maria del Fiore, assumendo la responsabilità dell'amministrazione e della manutenzione della cattedrale della città. Il 18 marzo del 1581 , invece, venne nominato tra i Procuratori di Palazzo, e dieci giorni dopo Primo Procuratore, che equivaleva ad avere un'ampia autorità amministrativa e finanziaria . Fu di nuovo Consigliere del Granduca il 25 ottobre 1582, e poi, il 28 giugno dell'anno successivo, entrò negli Otto di Balia, una magistratura che agiva nell'area della giustizia penale. Gli venne, inoltre, affidata anche la Magistratura della Grascia, che controllava l'approvvigionamento dei generi alimentari. I consumi più diffusi, sia in campagna che in città , erano quello del pane e quello 135

del vino, oltre agli erbaggi che venivano prodotti negli orti. La carne, invece, non era alla portata di tutti, era presente solo sulla tavola dei nobili e dei mercanti benestanti, tanto che la maggior parte della popolazione mangiava la cosiddetta minestra 'vedova', cioè senza carne. Durante le carestie la Magistratura della Grascia si occupava anche della distribuzione straordinaria di cibo, insieme ad altre magistrature urbane, agli enti assistenziali, ai conventi e ai monasteri. I rifornimenti dei cereali e le assegnazioni eccezionali di pane venivano destinati prima di tutto ai cittadini e solo successivamente a chi viveva in campagna, mentre chi non era suddito dello Stato fiorentino veniva rispedito digiuno e con un po' di elemosina nel suo luogo di origine. Nel 1584 Carlo fu ancora Luogotenente del Granduca nel Magistrato Supremo e Ufficiale del Monte di Pietà; invece nel 1585, l'ultimo anno della sua vita pubblica servì per l'ultima volta come Capitano di Parte Guelfa e Consigliere del Granduca. Durante questi anni, mentre consolidava la sua carriera, Carlo Pitti si dedicò non meno assiduamente a costruire un sostanziale portafoglio di proprietà immobiliari. Era sempre attento a questi investimenti, come dimostrano le sue carte. Anche quando si occupava degli affari di Stato, egli trovava il tempo per tracciare meticolosamente la più piccola spesa o i guadagni derivanti dalle sue proprietà e seguiva di persona ogni dettaglio collegato alla costruzione o al mantenimento di queste. Era sempre in guardia cercando di afferrare ogni buona occasione per espandere o completare l'acquisto di altri possedimenti o di altre particelle da aggiungere a beni già suoi. Negli investimenti che faceva era cauto, metodico e , soprattutto, paziente. Ricorreva sempre alla stessa strategia , cioè quella di favorire piccoli acquisti mirati. A questo scopo manteneva una corrispondenza frequente e serrata con fattori , contadini e artigiani abili a carpire informazioni utili per l'acquisto di poderi, case e negozi; e prima di concludere ogni affare metteva per iscritto nei sui ricordi il corso 136

delle negoziazioni, l'eventuale accordo, l'identità dei venditori e immancabilmente il notaio a cui aveva affidato il rogito. Aveva cominciato ad acquistare i suoi immobili negli ultimi anni del 1560, ma gli investimenti si erano espansi considerevolmente tra il 1574 e il 1580, quando la carriera politica era all'apice. In una lista di averi che aveva preparato nel 1582 per l'ufficio delle tasse di allora, la Decima , Carlo dichiarava un capitale personale del valore di 8,852 scudi, cifra tre volte maggiore di quella investita per l'acquisto delle proprietà del ghetto. La sua prima campagna di acquisti di proprietà rurali venne centralizzata nell'area tra Marignolle e Signa, alcuni chilometri a sud-ovest di Firenze. Qui comprò una fattoria nel 1567, a cui aggiunse altri averi nel 1569 e nel 1570. el 1575 e 1576 acquistò delle fattorie a San Casciano, nella regione del Chianti a sud di Firenze, e nel 1576 un'altra fattoria nella bassa valle dell'Arno, vicino San Miniato. Mise insieme, pezzo dopo pezzo, proprietà agricole piccole e medie a Levane, vicino Montevarchi, nella valle superiore dell'Arno. Sempre in questo stesso periodo, tra il 1577 e il 1579, divenne proprietario di due fattorie e di un campo vicino Prato. Da quanto si legge nei suoi ricordi, la configurazione dei suoi poderi era più o meno sempre la stessa: una casa colonica completa di locali appositi al piano terreno per conservare il grano, la farina e l'olio; una stalla e un fienile per conservare il cibo per le bestie; un forno per il pane e un pozzo per attingere l'acqua; colture di grano, ulivi e viti; alberi da frutta e animali. Nella maggioranza dei casi c'era pure un frantoio per la frangitura delle olive, costituito da una grossa ruota di pietra che veniva fatta girare mediante un perno nella vasca dove veniva raccolto l'olio. Insomma i suoi poderi erano attrezzati per soddisfare la maggior parte dei bisogni domestici ed anche per essere venduti nei mercati. Sebbene Carlo Pitti dedicasse molto tempo e tanta attenzione alle proprietà di campagna, il suo obiettivo principale costante 137

rimase, però, la sua residenza in via Maggio a Firenze. Nel 1553, ottenne con un lascito perpetuo a condizioni molto vantaggiose la casa in cui sua madre aveva abitato come affittuaria per molti anni. el 1569, iniziò ad acquistare le proprietà confinanti e progressivamente a ricostruire. Il suo scopo evidente era quello di avere un palazzo elegante e adeguato al suo nuovo stato sociale. Ma quest'ambizione veniva temporaneamente ostacolata nell'autunno del 1579, durante la terribile inondazione di cui si è accennato che aveva provocato immensi danni a Firenze. Anche la sua casa era stata colpita, come egli stesso descrive dettagliatamente. Ricordo come questo di 3 novembre 1579 venne la piena in Firenze et cominciò gagliardamente a ore 22 e crebbe sino a ore 5 e sino a 6 ore stette fermo , e a 6 ore e mezzo andò via e non rimase in via Maggio se non la mota la quale al nostro uscio di via Maggio salse al bastone della soglia e al uscio di dreto salse 0/ 2 braccio e a quello si ristuccò con la stoppa e altro così le buche delle volte tale che l'aqua non v'entrò in casa se non poca che venne dell'accolta da lato dove sta Lorenzo Pieri che di tutto ne sia sempre ringraziato il magnifico Dio.

Giuseppe Zocchi, Veduta di Firenze con ilponte Santa Trinita , sec. XVIII.

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Ripresosi dalla calamità, Carlo dette di nuovo inizio al suo piano di espansione diventando proprietario di una casa confinante il 16 luglio del 1580, di un negozio di falegname il 16 agosto dell'anno successivo, e di un'altra casa con due negozi il 2 ottobre del 1584. E alla fine di tutti gli acquisti e delle varie ristrutturazioni fece realizzare una facciata lussuosa sulla quale pose il busto del Granduca Cosimo I, a dimostrazione delle antiche relazioni che legavano la sua famiglia a quella regnante dei Medici sin dalla fondazione dello stato principesco della Toscana. Tra le splendide residenze che circondavano il suo palazzo c'era anche quella di Bianca Cappello, amante prima e poi moglie di Francesco de' Medici, con cui i Pitti avevano sempre mantenuto strette relazioni. Bianca veniva da una famiglia aristocratica veneziana ma a quindici o diciassette anni - le fonti sono discordi sulla sua effettiva età - era scappata di casa per sposare Piero Buonaventuri, un giovane coetaneo fiorentino impiegato nella banca dei Salviati presso la sede di Venezia. Qualche tempo dopo il suo arrivo a Firenze era diventata l'amante di Francesco I, che al tempo, però, era ancora il Principe della Corona, il quale, tra le altre cose, le regalò un bel palazzo in via Maggio, all'attuale numero 26. Qui Bianca andò a vivere insieme alla figlia Pellegrina e al marito Piero e ancora oggi una lapide nell'atrio ricorda la prestigiosa inquilina, insieme al suo stemma, un cappello da viaggio , inserito nella chiave del portone. Poco dopo, durante una lite notturna con un giovane nobile della famiglia de' Ricci, Piero morì ammazzato proprio dietro la casa del nostro Carlo Pitti. Anche Francesco I nel frattempo rimase vedovo della consorte Giovanna d'Austria Qohanna von Habsburg), deceduta nell'aprile del 1578 per indiscusse cause naturali, mentre dava alla luce il suo settimo figlio. Così, finalmente liberi, i due amanti si sposarono segretamente appena due mesi più tardi e nell'ottobre dell'anno successivo, al termine del periodo di lutto, celebrarono 139

un sontuoso matrimonio pubblico durante il quale Bianca venne incoronata nuova Granduchessa di Toscana. Bianca Cappello si sentiva legata a Carlo Pitti da un rapporto di sincera amicizia, di profonda stima e soprattutto di gratitudine per essere stato sempre dalla sua parte, anche nei periodi più bui , come documentano alcune testimonianze conservate nell 'archivio di quest'ultimo. Si fidava tanto di lui da nominarlo Soprintendente di tutti i cantieri che le appartenevano: quello del palazzo di via Maggio, quello della villa Il Cerretino a Poggio a Caiano, quello della villa La Tana a Bagno a Ripoli , e quello del suo giardino fiorentino in via della Scala, già sede degli Orti Oricellari. L'attività di Carlo come agente della granduchesVeduta della facciata del palazzo di Bian- sa è puntualmente doca Cappello, in via Maggio, Firenze. cumentata in tre libri di acconti delle costruzioni, numerati 180, 181 e 182. Sono i Libri della Muraglia - un quadernaccio, un giornale e un libro di entrata e uscita - che vanno dal 1573 al 1578. Era, infatti, costume che fosse l'agente a tenere questo tipo di materiale e non il proprietario per cui lavorava. Quando nacque il primo nipote di Carlo, nell'autunno del 1583, Bianca lo onorò facendo da madrina al battesimo, come egli 140

Scipione Pulzone, Bianca Cappello, 1584, Kunsthistorisches Museum, Vienna.

stesso mene in memoria: "Ricordo che in venerdì [2 senembre] a ore 5 3,4 per grazia di Dio nacque un figlio a Vincenzio mio figlio ... Adì 4 detto in domenica si batezo et pose nome Carlo lo batezo la granduchessa di Toscana et il compare fu lo pregiatissimo Don Giovanni de' Medici". Don Giovanni era il figlio illegittimo di Cosimo I ma, essendo stato riconosciuto dal padre, era a tutti gli effetti il fratellastro del Granduca Francesco I. Uomo eclettico e di numerose qualità, oltre a essere un cavaliere capace e valoroso, Don Giovanni vantava anche un ottimo curriculum di architetto. Aveva, infatti, progenato la Cappella dei Principi nella Basilica fiorentina di San 141

Lorenzo; aveva collaborato alla realizzazione del Forte Belvedere e della Fortezza Nuova di Livorno insieme a Bernardo Buontalenti e ad Alessandro Pieroni; aveva partecipato al disegno della facciata della chiesa di Santo Stefano dei Cavalieri a Pisa, appartenente all'ordine militare di cui egli stesso faceva parte. Il secondo nipote di Carlo Pitti, nato due anni dopo, il 29 luglio del 1585, ebbe, invece, come madrina Pellegrina Buonaventuri, l'unica figlia di Bianca Cappello e del primo marito Piero. Pellegrina era legatissima alla moglie di Carlo, ed è a lei, alla "Molto magnifica madonna Lisabetta Rossi in Pitti", che scrive da Bologna, dove vive dopo il matrimonio con il nobile Ulisse Bentivoglio Manzoli, per chiedere di prendere la chiave della sua "chassa delle gioie" e di cercare uno "scatolino" in cui sono conservate le perle sfilate. Vorrebbe che Lisabetta gliele mandasse insieme a "le cento rosette d 'oro e di perle che sono una mezalina verde" e a "quella corona di profumo", forse un rosario, donatale dalla Granduchessa sua madre. Le confida anche il suo desiderio di ritornare a Firenze, dove la vita di corte era certamente più brillante e divertente di quella sotto le due torri. Si

Giuseppe Zocchi, Villa La Tana , sec. XVIII.

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Autore ignoto, Pellegrina Buonaventuri, figlia di Bianca Cappello e Pietro Bonaventuri (da un ritrauo nella Galleria degli Uffizi, Firenze).

sentiva sola . Ulisse, che aveva sposato quando era appena tredicenne e da cui ebbe negli anni cinque figli , era spesso assente per impegni sportivi diremmo oggi, essendo il cavaliere più richiesto nelle giostre e nei tornei che si svolgevano nelle varie corti italiane. onostante, però, lo schieramento solenne di madrine e di padrini illustri, non sembra che nessuno dei due nipoti di Carlo sia vissuto così a lungo da giocare un ruolo di rilievo nella storia della propria famiglia.

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13.

Per un uomo nella posizione di Carlo Pitti evitare di avere nemici era molto difficile. In alcuni commenti che sono stati lasciati dai suoi contemporanei viene descritto come una persona che provoca invidia e risentimento piuttosto che affetto e stima. Nel 1582, il sessantenne funzionario divenne bersaglio di ripetuti attacchi alla sua integrità personale e professionale, come egli stesso documenta estesamente nei suoi ricordi, e in una serie di lettere conservate presso la Biblioteca Nazionale di Firenze. Era stato coinvolto in una revisione di conti da cui era risultato un ammanco di 8000 scudi e i suoi avversari lo accusavano di appropriazione indebita di denaro. Il contesto di questi attacchi è sottolineato in una sua lettera del 3 ottobre 1584. Alcuni anni prima, il Granduca Francesco aveva assegnato il compito di revisionare conti non specificati di "cose della mercantia" a Carlo Pitti, Benedetto Busini e alcuni altri funzionari di corte, che avevano scoperto il buco di 8000 scudi. Carlo lo aveva riportato al Granduca che aveva "approvato come li è piaciuto, rescrivendo et risolvendo in voce et io facendo subito nota delle sue resolutioni circa tal negozio sicome fo di tutti gli altri che la si degna di commettermi, de' quali io le fo relatione e Lei resolve facendosene da me subito nota al detto libro con ogni fedeltà ". Il caso era stato in seguito affidato alla Pratica Segreta, il consiglio del sovrano di cui era allora segretario il giureconsulto Jacopo Dani, e qui, a detta di Carlo, vari membri avevano cominciato a diffondere calunnie su di lui relative al lungo servizio prestato nella magistratura dei Nove e nel Monte Comune, oltre che sulla assiduità a gestire gli interessi del Granduca. 145

Per Carlo queste dicerie si erano trasformate in un vero e proprio incubo, che lo costringeva a difendersi scrivendo le sue ragioni direttamente al Granduca . Sentiva di giustificarsi assicurandogli "che non uscirei in minima cosa delle sua commissioni, acciò che si conosca in questo modo la Sua volontà". A quanto pare, però, Francesco I non sembrava assolutamente dubitare della lealtà del devoto servitore, al punto che, pur di tranquillizzarlo, aveva ordinato al suo segretario personale, Belisario Vinta, di rispondergli che "S.A. si maraviglia che costoro entrino in quello che non tocca loro e che le commissioni che Ella à date a Carlo Pitti che lo tiene per huomo dabene sieno revocate in dubbio". Tuttavia le maldicenze non si fermarono. I denigratori di Carlo passarono ad attaccare la ricchezza che ~veva accumulato, e lui , che non si dava proprio pace, il 10 ottobre del 1584 inviò una nuova lunga lettera al suo signore per difendersi, chiarendo punto per punto quale fosse la situazione finanziaria in cui si trovava e come fosse arrivato fin lì. Temeva per la sua onorabilità e per quella dei suoi figli , divenuti ormai grandi, e supplicava l'intervento del Granduca. Questa lettera appare una sorta di minuscola autobiografia, un racconto del proprio vissuto quotidiano stilato in forma intima, dove le parole messe sulla carta antica prendono voce in una narrazione che avvince. Serenissimo signore, sebene le calunie nelle quali cerchono li huornini mali di meuermi continovamente sono di maniera che Vostra Altezza Serenissima nel sentirle può conoscere essere tali, nondimeno perché sono passati tanto oltre nelli loro cicalamenti che con il tacere ormai senza ricorrere allo aiuto di Vostra Altezza Serenissima conosco nascere uno delli dua danni o che resti un concetto di non stimare l'onore o che possa seguire perpetua mia afflitione di me et de' mia figliuoli che sendo già tutti tre huomini si truovono in questi travagli parimenti , però io supplico la bontà di V.A.S come mio signore che conosciuto la mia innocenzia che aparisca linpida e chiara si degni rimediare a queste calunie né lascarmi in dispregio di questi mia aversarii, dove in servitio di V.A.S io seguiti con quella asidua fede et diligentia come ò fatto et farò per insino che viverò insieme con li figliuoli

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perpetuamete. Le calunie con le quali mi vanno offendento con li cicalamenti ogni giorno et publicamente: prima , sono che io abbi conpero beni per 40 mila scudi, il che è falso e la pruova è manifesta che in tutto il tenpo di mia vita non ò cònpero per più che di scudi 8852 di moneta, come per il calculo et fede della decima appare, che di guadagni donativi con V.A.S. solamente mi sono venuti nelle mane, in venticinque anni che per Sua bontà l'ò servita, scudi 13217, e dalli Alamanni ò ricavato per guadagno di verriuoli et altro scudi 2794, et della 'redità di Lorenzo Pitti mi è venuto scudi 8023, che fanno in tutto scudi 24034, et con tutto questo non ho speso in beni inmobili altro che scudi 8852, et nel dare la dota alla mia figliuola scudi 3060, sichè di scudi 12122 che mi sono restati in mano ò speso a rasettare le case et cultivato poderi et simile altre cose et vivere, che pure è grande spendere; ore vegha V.A.S quanto io sia male trattato, come àn detto che io abbi su' Ricci di bancho e Raffaello Niccolini danari contanti, può vedere per le fede de' loro libri di loro propria mano io non ve n'abbia , in questo modo V.A.S. può conoscere in che termine mi truovo et quando li altri potranno mostrare e fatti loro così chiaramente , si potrà starne sicuramente. Ma le cagione della malignità sono apperte, poiché dicono in confuso et non in genere che io abbi cavato dalle comunità et particulari, et non si viane mai a giustificatione alcuna et io mostro per il calculo come sta questo negotio et m'obrigho a V.A.S. che sia vero, giusto et sincero et creda che risolvendomi a scrivere et mettere in tale obrigho che io molto bene abbi pensato che parlo e scrivo al mio signore, ma la coscienza pura e netta fa che io supplico V.A.S. a conoscere questa verità perché sono chiaro che non vorrà che io sia oppessato così ingiustamente. Di poi vengho biasimato in commune della tratta de' grani: V.A.S. sa benissimo che io non ci abbi causa alcuna. Il medesimo dicono delle esentione levate et non dicono che usavono male e loro privilegi, et così del'aumemo della decima che dànno a me il carico, e V.A.S. sa bene chi fu ; el simile dicono della cosa de' coiami per avere levato il guadagno alli particulari , come ancora mi tacerono per avere remessi li conti alli camarlinghi, ministri et procuratori della Mercatanzia che pure tenevono in mano ingiustamente, et di tutte queste cosa sa V.A.S. non mi essere venuto in mano cosa alcuna perché quanto alla decima si sono acrescuti ugn'anno scudi 5300 per V.A.S. et nel saldo del negotio ne caverà scudi 50mila, della rivisione della Mercatanzia se n'è cavato scudi 7000 e se ne caverà ancora scudi 1000, delle matricole se ne caverà incirca

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scudi 20mila senza che io abbi participato di cosa alcuna se non quanto ha asegniato al Baldovinetto et a me per conto della decima che si è potuto chiarire V.A.S. quello importi della relatione avta alli mesi passati. La supplico dunqua per la bontà Sua et per essere mio signore dal quale mi depende l'essere e l'avere di me et de' mia figliuoli che essendo inocente e servitore fedele io sia riconosciuto da Lei con il remediare a queste malignità perché si parla bruttamente col non vedere replica nessuna che mai ò fatto né permesso facci mia figliuoli o altri perché coglio vengha il remedio da V.A.S., perchè senza la buona gratia Sua et Sua sadisfatione non mi è caro né vivere né altro, però li raccomando la mia riputatione se ci è la mia innocentia et che io La possi servire con la medesima fedeltà che ò fatto sin qui et come io La supplico di fare con tutte le viscere del quore interamente.

Da quanto emerge dall'archivio Pitti, Carlo aveva comprato davvero per una cifra totale di 8852 scudi. Molti anni dopo la sua morte, infatti, gli eredi misero insieme una serie di documenti che attestavano tutte le sue proprietà e il valore di ognuna sia al momento dell'acquisto che dopo le migliorie operate negli anni seguenti, per una causa tra Stefano Rinuccini e Francesco di Domenico Naldini, iniziata nel 1702. Stefano Rinuccini aveva delle pretese su alcuni beni, acquistati da Carlo Pitti che, in seguito al matrimonio avvenuto nel 1603 tra Lisabetta Pitti - nipote di quest'ultimo in quanto figlia del primogenito Vincenzio - e Francesco di Domenico Naldini, erano divenuti di proprietà dei Naldini. L'equivoco, che nasceva da due diverse interpretazioni del fidecommesso lasciato da Carlo nel suo testamento, dette vita a una lite lunghissima, vinta alla fine dai Naldini. Un mese dopo, il 5 novembre, il Pitti si rivolse di nuovo al suo protettore, chiedendo ed ottenendo il permesso di mettere sulla facciata del suo palazzo un marcato avvertimento della speciale relazione che lo univa alla famiglia regnante: un busto eroico di Cosimo I, per liberare nemici e amici da ogni dubbio sull'intatto legame con la famiglia Medici. 148

I numerosi dispiaceri e le tensioni dovute alle maldicenze influirono pesantemente sulla salute del senatore Pitti, che ormai andava avanti con gli anni. Le coliche renali, di cui soffriva sin dal 1568, lo costringevano a rimanere sempre più spesso a casa, come si legge in una lettera del 13 luglio 1573 indirizzata al principe Francesco per assicurarlo che, anche se malato, avrebbe portato avanti comunque il lavoro. Serenissimo gran principe, sendo l'anno passato travagliato dal male di fianco per non essere la stagione di pigliare acque, si andò riparando con altri remedii, aspettando a maggio di far tal operazione d'acque, et perché non mi parse haveme bisogno la trapassai, talchè a questi giorni mi ha travagliato detto male. Imperò mi è stato forza per levarmi tali dolori et anche per liberarmi da tal male, come mi è promesso dai medici, cominciare a pigliare l'acqua del Tettuccio et di poi acqua di Reggio, a talchè si consumeranno ancora xv a xx giorni di tempo, ma per questo non resta che a turte l'hore io non voglia intendere dalli ministri sì de' Nove come delli altri negotii et fare sollecitare che tutte le faccende s'incaminino, et sebene starò in casa, nulla patirà, et quanto alle cose ho da negotiare con Vostra Altezza Serenissima attenderò a metterle tutte in nota , et nella prima gita ch'io farò fuora mi rappresenterò a quella per darli conto di tutto et spedire li negotii ci saranno et tutto seguirò se così intenderò per Ila di volontà di Vostra Altezza Serenissima perché altro non desidero che servirla con tutto 'l mio sapere et potere, pregando Dio per la Sua felicità .

La sua ultima missiva con cui chiede di assentarsi dal lavoro è del 10 gennaio del 1582. Tre anni dopo, il 28 aprile del 1585, Carlo ottiene il suo ultimo incarico di governo come Consigliere del Granduca. Morirà l'anno seguente, il 22 maggio del 1586. Suo figlio Vincenzio, a cui spetta il ruolo di capo della casata dopo questo obbligato passaggio di consegne, annota il suo decesso. "Ricordo come questo di 22 di maggio 1586 piacque a Dio di tirare a sé Carlo di Alessandro Pitti mio padre di anni sessantatré il quale morì di una malattia incognita". Chissà, forse un blocco renale. Solo pochi mesi prima il pittore Santi di Tito lo avel--i9

va ritratto su una tavola ad olio, oggi conservata al Philadelphia Museum of Art. Appare corrucciato, grave, stanco, afflitto da pesanti borse sotto gli occhi, mentre tiene tra le mani i lembi del lussuoso abito nero e rosso che indossa, in una rigida posa, usuale nella ritrattistica ufficiale. Venne sepolto il giorno seguente nella cappella della famiglia Pitti in Santa Felicita. Aveva lasciato ai figli maschi una cospicua eredità e una dote rispettabile alla figlia femmina , oltre ad una posizione sociale prestigiosa, che aveva conseguito infiltrandosi sapientemente nei ranghi più alti dell'aristocrazia di corte. In seguito i suoi successori completarono questo processo. Nella storia pubblica di quel tempo, invece, le tracce di Carlo Pitti scarseggiano. Ma questo non sorprende, dato che operò in ombra, rimanendo sempre alle spalle, mentre navigava abilmente i corridoi del potere e portava a compimento tutti gli affari che gli venivano assegnati. Uno di questi fu la risoluzione della questione ebraica, nel 15701571. Sebbene fosse stato un promotore fondamentale nella creazione del ghetto di Firenze, il suo potere si limitò costantemente all'applicazione delle direttive che via via gli venivano date piuttosto Palazzo di Carlo Pitti, in via Magche alla possibilità di prendere gio , busto di Cosimo I, Firenze. decisioni esecutive o di emanare pubblici rendiconti. Così, quando una formale iscrizione latina venne piazzata oltre l'entrata del ghetto nel 1571 , il pieno credito spettò a Cosimo I e al principe Francesco: "Cosmus Med. Mag. 150

Etruriae Dux/ et Sereniss. Princeps F. Summae in omnes/ pietatis ergo hoc in loco hebraeos/ a christianorum/ coetu segregatos non autem eiectos voluerunt/ ut levissimo Christi jugo cervices durissimas/ bonorum exemplo praebere domandas facile/ et ipsi possint/ Anno D. M. DLXXI" . Di Carlo Pitti, vero artefice dell 'installazione di quella pietra commemorativa, non venne fatta alcuna menzione, né allora né dopo. Ecco perché ancora oggi: Nessuno sa di lui.

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Bibliografia minima*

AGOSTINO ADEMOLLO, Marietta de ' Ricci, Firenze 1845. ANTONIO ANzrLLOTTI, La costituzione interna dello Stato fiorentino sotto il duca Cosimo I de ' Medici, Firenze 1910. BASTIANO ARDm , Diario di Firenze e di altre parti della Cristianità (1574-1579) , edito da Roberto Cantagalli, Firenze 1970. FRANCESCA CARRARA, LUDOVICA SEBREGONDI, UussE TRAMONTI, Gli Isti-

tuti di beneficenza a Firenze. Storia e architettura , Firenze 1999. UMBERTO CASsUTo, Gli ebrei a Firenze nell'età del Rinascimento, Firenze 1918. CARLO M. CIPOLLA, La moneta a Firenze nel Cinquecento, Bologna 1987. ARNALDO D 'ADDARIO, Aspetti della Controriforma a Firenze, Roma 1972. RoBERT D AVJDSOHN, Storia di Firenze, Firenze 1956-1968. FURlo DIAZ, Il Granducato di Toscana. I Medici, Torino 1976. OsANNA FANTozz1M1CAL1, La segregazione urbana. Ghetti e quartieri ebraici in Toscana , Firenze 1995. ELE ·A FASANO GuARINI, Lo Stato Mediceo di Cosimo I, Firenze 1973. A FoA, Ebrei in Europa . Dalla Peste Nera all'emancipazione, Bari 1992. MICHELE LuzZATI, La casa dell'ebreo. Saggi sugli ebrei di Pisa e in Toscana nel Medioevo e nel Rinascimento, Pisa 1985.

• Vengono qui riportate in ordine alfabetico per Autore, le opere citate nel testo , a cui si rimanda per ogni ulteriore approfondimento.

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vata del patrimonio della famiglia Medici nel Cinquecento, Firenze 1999. ANNA MARIA PuLT Q uAGLIA , "Per provvedere ai poveri". Il sistema annonario nella Toscana dei Medici, Firenze 1990. GIULIANO DE' RrcCI , Cronaca (1532-1606) , edito da Giuliana Sapori, Napoli 1972. ROBERTO G. SALvADom, Breve storia degli ebrei toscani IX-XX secolo , Firenze 1995. STEPHANIE B. SIEGMUND, Tbe Medici State and the Ghetto of Flor-

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Ringraziamenti

Questo libro ha avuto una lunghissima gestazione, anni di ricerca e di studio, al fianco di insegnanti, amici e colleghi che con il loro aiuto e appropriati suggerimenti mi hanno permesso di realizzarlo. Ringrazio prima di tutto chi mi ha fatto da mentore, mettendomi in grado di muovermi agevolmente nella storia degli ebrei del Granducato di Toscana, Michele Luzzati. Oggi lui non c'è più ma in me è sempre vivo il ricordo delle lunghe giornate trascorse insieme tra Firenze e Pisa analizzando e contestualizzando i documenti che mano a mano gli sottoponevo. Da lui ho imparato veramente tanto e lo ricorderò sempre come una delle persone fondamentali che ho avuto il privilegio di incontrare nella mia vita. Come pure sono infinitamente grata a Edward Goldberg, che mi ha spinto, sostenuto e incoraggiato durante questo lungo lavoro; aJoseph e Shulamit Levi, disponibili ogni volta a farmi da bussola nel variegato mondo ebraico e nelle sue antiche tradizioni. Grazie a tutte quelle istituzioni che mi hanno invitato a utilizzare le loro preziose risorse, in modo particolare all'Archivio di Stato di Firenze, alla Soprintendenza Archivistica della Toscana, alla Biblioteca Nazionale di Firenze e al Museo Nazionale del Bargello. Direttori, funzionari , commessi e custodi hanno contribuito tutti, forse senza nemmeno saperlo, all'uscita di questo libro, e nei loro confronti sento un debito di gratitudine. Un ringraziamento speciale va, però, a Vanna Arrighi, che con enorme generosità e affetto mi ha messo a disposizione tutto quello che sapeva degli archivi privati; a Luigi Borgia, che mi ha aiutato

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moltissimo nella comprensione degli stemmi e delle genealogie; a Giuseppe Biscione, indiscusso conoscitore delle fonti notarili; a Irene Cotta, che ha capito e facilitato ogni mia richiesta in sala di studio; a Francesco Martelli, disponibile a chiarirmi le idee quando ne ho avuto bisogno; e , infine, ad Anna Bellinazzi ed Elisabetta Insabato, entrambe purtroppo scomparse, che con le loro parole mi hanno dato l'entusiasmo per andare avanti. Un grazie di cuore anche alle mie amiche Gianna Caducei e Simonetta Biancalani, le quali, tra estenuanti allenamenti di corsa, di nuoto e di canoa, giorno dopo giorno e confidenze dopo confidenze, hanno pazientemente ascoltato il racconto di quanto avrei voluto scrivere, offrendomi suggerimenti e punti di vista azzeccati. Ringrazio moltissimo Manuela La Ferla, la mia editor, per avermi esortato a mettermi seduta a scrivere. Tenace e determinata, non si è mai risparmiata nell'offrire consigli e idee, dando ogni volta una spiegazione inappuntabile a quello che mi proponeva. La mia riconoscenza va, soprattutto, all'editore, Giovanni Gentile, per aver creduto in me pubblicando questo volume, e al suo staff: Tiziana Battisti e Laura Del Conte. Nei confronti dei miei genitori, Francesco e Margherita, delle mie sorelle, Claudia e Tiziana, e di mio marito Simone mi sento profondamente debitrice per avermi sopportata e supportata durante la stesura del libro. E, infine, uno speciale grazie al mio nipotino Federico, che con le sue continue insistenti domande non mi ha fatto mai dimenticare quanto forte debba essere la curiosità e potente la determinazione quando si vuole realizzare un proprio desiderio.

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Piccole storie illustrate

Stefano Sieni, La sporca storia di Firenze. Francesca Allegri, Storie, Misteri e leggende lungo /,a via Francigena. Presentazione di Renato Stopani. Illustrazioni di Massimo Tosi. Fabrizio Vanni, Antichi "mangiari" lungo la via Francigena. Con un saggio introduttivo di Renato Stopani. Mauro Bonciani, Le grandi battaglie toscane. Con schede storiche di Ugo Barlozzetti. Prefazione di Paolo Ermini. Mauro Bonciani, Fratelli di Toscana. Dal Granducato all'Unità d1talia. Prefazione di Paolo Ermini. Francesca Allegri, Storie, misteri e leggende lungo /,a via Francigena del Sud. Presentazione di Renato Stopani. Illustrazioni a cura di Massimo Tosi. Mauro Bonciani, Amerigo Vespucci. Il_fiorentino che inventò l'America. Prefazione di Paolo Ermini. Sandro Matteoni, Briganti di Toscana. Insorgenze e brigantaggio nel/,a storia e nel/,a cultura popohre. Francesca Allegri, Storie e leggende a tavo/,a. Pier Francesco Listri, Segreti e vita quotidiana di Firenze Capitale. 1865-1870. Pier Francesco Listri, Fiorentinacci. Affresco di un popolo e del/,a sua indole. Ippolita Morgese, Nessuno sa di lui. Carlo Pitti, il vero artefice del ghetto

ebraico di Firenze.

Finito di stampare nel mese di gennaio 2019 dalla Tipografia Digitai Team di Fano (PU) per conto di Editoriale Le Lettere