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Italian Pages 318 [159] Year 1993

Misurare la terra: centuriazione e coloni nel mondo romano Comune dì Modena Assessorato alla Cultura Museo Civico Archeologico Etnologico Col patrocinio della Regione Emilia-Romagna
Edizioni Panini
Misurare la terra: centuriazione e ____________ coloni nel mondo romano
Catalogo
Comune di Modena Assessorato alla Cultura Museo Civico Archeologi co-Etnologico
Salvatore Settis Mostrare la storia
11 dicembre 1983 - 12 febbraio 1984 Coordinamento scientifico Salvatore Settis Comitato scientifico Giovanna Bermond Montanari Andrea Carandini Andrea Cardarelli Emilio Gabba Marinella Pasquinucci Salvatore Settis Coordinamento Iella Ponzoni Organizzazione Oscar Goldoni, Daniela Nasi Amministrazione Giuseppina T adolini Documentazione ed elaborazione grafiche Cooperativa ASTRA, Pisa; Giancarlo Moscara, Roma, (fìgg. 7, 9 ,2 0 , 9 3 ,9 7 , 103, 106, 198, 110, 121, 127, 129); Studio effe, Roma (figg. 2, 3, 176, 177, 181, 182, 245). Hanno contribuito e collaborato alla realizzazione della mostra: Soprintendenza Archeologica dell’Emilia Romagna Soprintendenza Archeologica di Roma Comune di Mantova - Assessorato alla Cultura Comune di Carpi - Assessorato alla Cultura Provincia di Padova - Assessorato alla Cultura
Mostra
Che cos e la centuriazione schede da 1 a 12 Come si fa la centuriazione Saggi di: schede da 13 a 24 Emilio Gabba La centuriazione e i coloni Per un ’interpretazione storica della schede da 25 a 30 centuriazione romana Come si ricostruisce la centuriazione schede da 31 a 43 Lettura dei territori centuriati Luigi Capogrossi Colognesi schede da 44 a 53 L e servitù di passaggio e Conseguenze e resti della l’organizzazione del territorio centuriazione romano in età repubblicana schede da 54 a 57 a cura degli autori delle schede di Pier Luigi Tozzi catalogo. La riscoperta del passato nell'Ottocento. Ricerche sulle Allestimento divisioni agrarie romane dell’Italia Fausto Ferri, Oscar Goldoni settentrionale Gérard Chouquer, Monique Clavel-Lévèque, Frangoise Favory Catasti romani e sistemazione dei paesaggi rurali antichi Andrea Carandini Cartagine romana. Breve storia di una periferia urbana Andrea Castagnetti Organizzazioni del territorio rurale dall’età romana al Medioevo nella «Romania» e nella «Langobardia», particolarmente nel Modenese Giovanna Bermond Montanari La centuriazione in Emilia Romagna. Problemi di tutela Jean Pierre Vallat Studio di un catasto nell’ager Falemus (IV a.C . - 1 d.C.) Mario Pagano Un nuovo termine della centuriazione dell’ager Campanus
Assicurazioni UNIPOL - Modena Si ringraziano gli Enti che hanno generosamente prestato opere per la mostra: Museo Archeologico Nazionale di Napoli, Museo della Civiltà romana di Roma Si ringraziano inoltre: Raabe, Direttore della Herzog August Bibliothek di Wolfenbuttel; Dott. Weyrauch, addetto al settore bibliografia della H.A.B. di Wolfenbuttel, prof. Max Sei del e Signora; Marise Wohl, Conservatore del Museo Municipale di Orange; Anna Mattirolo, responsabile pubbliche relazioni dell’Aeroporto Civile di Torino; Pilar Leon y Alonso, Università di Siviglia; Massimo Miglio, Università di Bari; Andrea Giardina, Università di Palermo; Giulio Schmiedt, Università di Pisa; Karen Ascani e Kjld de Finelicht, Accademia di Danimarca a Roma; Archivio di Stato di Modena;
I documenti appartenenti all’Archivio di Stato di Modena sono editi con autorizzazione del 14 novembre 1983 prot. 3054/V. 9 I documenti appartenenti all’Archivio di Stato di Padova sono editi con autorizzazione del 25 giugno 1983, prot. 1307 sez. X /l I fogli catastali relativi ai quadri d’unione dei Comuni di Carpi e di Soliera sono editi con autorizzazione del Ministero delle Finanze, Direzione Generale del Catasto e dei Servizi Tecnici Erariali del 5 Agosto 1983, prot. n. 3/2281 e del 19 novembre 1983, prot. n. 3/3257 Le foto aeree sono edite con autorizzazione (concessione) I.G.M.I. n. 10 del 15 novembre 1983 e n. 12 del 10 gennaio 1975
Autori delle schede Si ringra/ia per la concessione di ri Ida Attolini (i.a.), Renato Caciagli produzione ili immagini: Istituto (r.ca.), Rita Camaiora (r.c.), Editoriale Cisalpino La Goliardica, Mariagrazia Celuzza (mg.c.), Maria Milano; Edizioni di Storia e Lettera Rossella Filippi (m.r.f), Emilio tura, Roma; Rivista «Alhenaeum», Gabba (e.g.), Maria Cristina Panerai Biblioteca della Facoltà di Lettere (m.c.p.), Maria Letizia Paoletti della Università degli Studi di Pavia; (m.l.p.), Edina Regoli (e.r.). Edagricole, Bologna; Anliquités AfriAbbreviazioni a cura di: Simonetta Menchelli c Simonetta Storti Fotografie: Andrea Carandini, Roma; Maria Grazia Celuzza, Roma; Claudio Rampini, Pontedera; Studio Foglia, Napoli; Studio Kraus, Padova; Ma rio Pagano, Napoli; Vincenzo Ne gro, Modena; Studio Roncaglia, Modena; Foto Ottica Rossi Lucia no, Aquileia; Poi Trousset, Aix en Provence; Giomalfoto, Trieste; Larsenfotograph, Copenhagen; Aeropor to Civile Città di Torino; Biblioteca Apostolica Romana, Città del Vati cano; Herzog August Bibliothek, Wolfenbiittel; Museo Archeologico di Aquileia; Museo Archeologico Nazionale di Madrid; Museo Muni cipale di Orange; Istituto Archeolo gico Germanico, Roma; Istituto Geo grafico Militare, Firenze; Soprinten denza Archeologica di Roma; So printendenza Archeologica di Napoli e Caserta, Laboratorio Fotografico di Pompei; Istituto di Storia Antica, Università di Pavia. Edizione a cura di: Rolando Bussi Segreteria di redazione M. Rossella Filippi, M. Cristina Panerai, M. Letizia Paoletti Progetto grafico Giancarlo Iliprandi Stampa ARBE - Industrie Grafiche - Modena
caines, Università de Provence, Aix en Provence; Istituto Poligrafico c /ceca dello Stato, Roma; ( entro di Studi sull’Alto Medioevo, Spoleto; Accademia di Archeologia Lettere e Belle Arti, Napoli; Armami Colin, Parigi; Ìicole Fram,aise de Rome; Laterza, Bari; Musée Savoysienne, Chambóry; Einaudi, Torino; Ed. di Storia e Letteratura, Roma; Edison, Bologna; Società Editrice Internazio nale, Torino; CNRS, Parigi; Feltri nelli, Milano; Thames & Hudson, Londra; Palladio, Crema. Archivio di Stato di Padova; Biblioteca Civica di Trieste; Biblioteca Apostolica Romana, Città del Vaticano; Biblioteca Nazionale di Parigi; Istituto di Archeologia, Università di Pisa; Istituto di Geografia, Università di Pisa; Istituto per le tecnologie applicate ai beni culturali del C.N.R., Roma; Museo Archeologico di Aquileia; Museo Archeologico Nazionale di Madrid; National Museet di Copenhagen; Soprintendenza Archeologica dell’Emilia Romagna; Soprintendenza Archeologica di Napoli; Soprintendenza archeologica di Pompei - ufficio Scavi; Soprintendenza alle Gallerie di Modena; Telespazio, Roma; Ditta Egisto Destri, Calci; Ditta Bernini di Barbieri Walter, Modena.
Sottolineare quanto sia attuale ogni tipo di ricerca che tenda ad indagare il rapporto tra uomo ed ambiente è del tutto super fluo. E l’interesse di tale tipo di indagine è identico, qualunque sia il momento storico preso in esame. La divisione e la conseguente assegnazione di terre a coloni operatesi nel mondo romano - la centuriazione appunto - co stituiscono dunque a buon diritto uno dei tanti aspetti del pro blema: tanto più interessante quanto appariscenti sono le tracce che ancora oggi rimangono sul terreno e che l’indagine archeo logica, con il progressivo impiego di sofisticate tecniche ausiliarie, è andata sempre più evidenziando. Una mostra sulla centuriazione romana può quindi avere come caratteristica essenziale quella di puntare sui procedimenti ma nuali - come i Romani facevano la centuriazione e come gli ar cheologi la riscoprono - e, in quanto tale, offrire al pubblico un messaggio di immediata lettura. Il percorso si snoda attraverso una serie di immagini e di elabo razioni grafiche che intendono illustrare da una parte il proces so storico del fenomeno, dall’altra il processo culturale di rico struzione dello stesso: dallo studio dei documenti antichi, delle fonti letterarie e dei materiali, all’analisi delle metodologie e delle tecniche più attuali di rilevamento. Al tempo stesso il pubblico è invitato a ‘toccare con mano’ quei procedimenti ma nuali, antichi e moderni: gli strumenti di un agrimensore roma no di Pompei compaiono accanto a quelli che lo studioso mo derno può avere a disposizione. Una ‘storia’ dunque narrata attraverso quei materiali che il ter reno offre e quelli che l’archeologo usa, senza la suggestione del monumento antico grandioso che spesso si preferisce offrire al pubblico. L’assessore alla Cultura Dino Motta
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Per Giulio Einaudi nei suoi cinquant’anni di editore
Mostrare la storia
__________________________________ Chi narra, e per chi arrare la storia - è convenzione antica quanto i Greci, o la Bibbia - si può. Il punto è dunque: se si possa anche mostrarla. Ma, prima di tutto: fin dove si può giungere, narrando? Gli eventi della storia antica di cui abbiamo memoria (o sospetto) ci hanno raggiunto attraversando le maglie di due filtri successivi: il primo è la selezione coscientemen te operata dallo storico antico - com’era necessario nell’immensa congerie di informazioni a lui note; il secondo, la perdita - dovuta generalmente solo al caso -di una parte importante dei testi prodotti dai Greci e dai Romani. Nel primo caso, il filtro può essere descritto in termini di gerarchie fra le varie notizie e dati, in funzione ora di determinati giudizi di valore, ora di specifiche finalità dell’autore o dell’opera; nel se condo, sono piuttosto le vicende materiali della tradi zione che condizionano la trasmissione di una notizia, o la sua caduta irreparabile lungo la strada. Se non sap piamo che cosa mangiava Nerva, è probabilmente per ché i biografi a lui contemporanei non giudicavano de gne di essere registrate notizie di questo genere, a meno che non volessero farle cadere in uno dei due topoi op posti della frugalità o della gola, o servirsene per tessere la breve trama d’un aneddoto. Se tante notizie ci man cano della vita di Traiano, invece, è perché nessuna delle sue molte biografie (almeno in parte da lui stesso commissionate), e nemmeno i Commentari autobiogra fici ch’egli scrisse sull’esempio di Cesare, si sono salvati dal naufragio della letteratura antica. Sommati fra loro, questi due diversi meccanismi di sele zione hanno drasticamente assottigliato - di numero, ma anche di qualità e di spessore - la serie degli eventi del mondo «classico» che sapremmo in qualche modo provare a immaginare o a raccontare. A rendere ancora più difficile il nostro lavoro, interviene inoltre un terzo fattore: il grado, diversissimo, di attendibilità di ciascu na fonte rispetto alle altre, e i frequenti contrasti (o an che dure contraddizioni) fra di loro. Chi vuol ricostruire la storia antica ha dunque a sua disposizione un nume ro grande, ma finito, di notizie, tutte da verificare con l’armamentario di strumenti di confronto e di controllo che la filologia è venuta elaborando dal Quattrocento (almeno) in qua; inoltre, costantemente sa che precisamente le notizie o i dati di cui si serve per comporre un suo qualche mosaico, a) non sono che una parte - a vol te minima - di quelle che gli antichi avevano raccolto e
scritto su quel problema o su quel periodo e, b) sarebbe ro in ogni caso (anche se per avventura integrabili con tutte le fonti perdute) il frutto di una selezione - il cui grado di arbitrarietà e le cui «norme» variano di caso in caso - fra un numero grandissimo (tendenzialmente illi mitato) di singoli «fatti» con riferimento specifico (date, luoghi, persone) al problema in esame. Una volta che tutti i dati trasmessi dai testi antichi su un certo fatto o problema siano stati raccolti, assimilati e messi criticamente a confronto producendo un quadro d’insieme (che altri verificheranno o modificheranno), lo stesso dipanarsi del lavoro storico avrà collocato pro prio quei dati e quel fatto o problema il più vicino pos sibile al loro posto giusto in un vasto tessuto, composto sì di altri fatti e dati - analizzati e organizzati con meto do simile - , ma anche di più o meno numerose e vistose lacune. Sarà naturalmente l’amore per il problema e il desiderio di trovare nuovi dati e/o argomenti (in altri termini: il meccanismo stesso della ricerca) che provo cherà la spinta iniziale all’arduo lavoro di colmare quelle lacune: perché così spesso le attraversano catene di eventi (o di dati che suggeriscono eventi) che circo scrivono, spiegano o provano il fatto particolarmente studiato. Se il problema ci sta a cuore, non lasceremo la lacuna nell’informazione là dov’è, senza tentare di sa narla; ma meno ancora ci avventureremo a riempirla di congetture improvvisate e senza fondamento: dovremo forgiarci strumenti di verifica sempre più puntuali e af fidabili. Un primo passo in questa direzione è il recupero alla piena dignità di fonte storica di altre serie testimoniali: in primo luogo, di altri testi, iscrizioni su pietra o su bronzo, graffiti, papiri. A ciascuna «serie» testimoniale corrispondono naturalmente peculiari tecniche di lettu ra, d’integrazione, d’interpretazione, in parte dedotte dall’antico bagaglio della filologia testuale, in parte adattate (o inventate) in funzione per esempio del sup porto materiale della scrittura e delle procedure usate per tracciarla (le fibre del papiro, il ductus dell’incisore di epigrafi...), o ancora delle norme proprie di ciascun «genere» (come le abbreviazioni di titoli, magistrature, ecc., nell’epigrafia romana). Inoltre, possono essere in serite nel pieno del discorso storico anche serie testimo niali non strettamente testuali, come per esempio le monete, dove l’iscrizione disposta intorno al profilo del l’imperatore o le raffigurazioni, così varie, del rovescio, trasmettono di per sé un certo numero di informazioni
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(diffuse, ancora una volta, attraverso un veicolo verba le), ma obbliga a- integrarle con quelle offerte dalle im magini. Nel breve spazio della moneta, figura e parola sono gli ovvi ingredienti di un medesimo messaggio; ma gli strumenti di lettura devono farsi di necessità più so fisticati, adattandosi alla peculiare flessibilità del lin guaggio iconografico, che si articola secondo norme non necessariamente più complesse di quelle che regolano l’impalcatura testuale, ma senza dubbio diverse da quel le. Un grado successivo (e non che qui s’intenda enumrarli tutti!) rappresentano le svariate serie testimoniali costituite di sole immagini, senza l’ausilio di alcun in grediente verbale: un esempio specialmente appropriato può essere la Colonna Traiana, che, raccontando la conquista romana della Dacia, dispiega un numero straordinario di informazioni di primissima mano, quando per di più (come si è già detto) su quel periodo le fonti scritte sono particolarmente poche e lacunose. In opere di costruzione così ricca e sapiente, da poterle con tranquillità comparare a un nobile testo d’epica o di storia, «leggere» non è facile: e proprio chi vede nei rilievi della Colonna la trascrizione figurativa dei Com mentari di Traiano sarà il primo ad ammettere che que sta spola, dal testo all’immagine, non è possibile poi ri percorrerla (se il testo si è perduto) all’indietro. Anzi, la peculiarità assoluta delle norme di costruzione del «di scorso» iconografico, proprio perché impedisce una piatta ritraduzione delle immagini in termini verbali, fi nisce con l’assegnar loro uno status (non sempre rico nosciuto) di fonti storiche specialissime, che integrano quelle scritte non tanto in quanto ne colmino (suggeren do altri dati traducibili in parola) questa o quella lacu na, ma perché comunicano messaggi che nessuna fonte scritta è in grado di trasmettere. Il quadro, dunque, si ampia; la tipologia, o dirò il ventaglio, delle notizie s’al larga; s’estende il nostro orizzonte. Le serie testimoniali che (con esemplificazione non completa) si sono fin qui richiamate hanno questo in comune tra loro, che tutte - parole, immagini, o imma gini miste a parole - sono state prodotte con l’intenzio ne specifica e pienamente consapevole di canalizzare un messaggio da un destinatore a un destinatario. Cam bia, di volta in volta, il codice in cui il messaggio è arti colato (per esempio: in esametri latini, o in figure dipin te a fresco), e naturalmente la complessità e il contenu to - di caso in caso - del messaggio: ma, in ogni caso, l’interpretazione di una singola testimonianza esige in primo luogo l’individuazione e la caratterizzazione del destinatore che l’ha prodotta, quindi del destinatario che egli aveva in mente e del contesto storico in cui essa è sorta; inoltre, del codice che è servito a formularla, e del peculiare uso che di volta in volta se ne è fatto (tal volta - come accade in opere grandemente innovative modificandolo profondamente dall’intemo), in funzione della migliore espressione e circolazione del messaggio
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(Jakobson, 1966, p. 181 sgg.). Naturalmente, poiché in nessun caso il destinatore di un messaggio formulato in epoca così antica poteva im maginarsi come destinatario uno storico del nostro se colo, è necessario in ogni caso provare a ricostruire l’impatto che quel messaggio può aver avuto sui con temporanei; nonché, ed è spesso assai difficile, quella rete di circostanze «intorno» al messaggio stesso che sono date per scontate in esso perché ben note a destinatore e destinatario, ma sono diventate per noi spesso irraggiun gibili, eppure - quando sia necessario all’intelligenza del messaggio - vanno in qualche modo immaginate, perché esso non si disgreghi completamente. Un esempio: una scena di battaglia della Colonna Traiana, di cui non co nosciamo né la data né il luogo né l’esito, è in grado di comunicare a noi meno informazioni di quante il desti natario non pensasse (poiché il pubblico ch’egli aveva in mente conosceva bene le vicende della guerra dacica); proprio per questo, per «leggere» quella scena, sia mo obbligati sia a collocarla con approssimazione nel tempo e nello spazio della storia, operando ora per esclusione ora per congettura (per esempio: presso il confine pannonico nell’inverno del 102 d.C.), sia ad as segnarle un qualche ruolo nello svolgimento generale dei fatti, ragionando per analogia o dissimiglianza con le altre battaglie e le altre scene rappresentate. Se anche dovessimo decidere di non pensare affatto a queste cir costanze mentre guardiamo la battaglia o ne analizzia mo la struttura iconografica, ogni lettura sarà pur sem pre sovradeterminata - lo vogliamo o no - da ipotesi, magari larghissime, che a quella scena isolata diano un senso. Per esempio, dalla congettura che la battaglia sia stata vinta dai Romani, suggerita dal tono celebrativo dell’intera Colonna. Un secondo esempio: uno dei moltissimi papiri che continuano ad emergere in Egitto può contenere una lettera scritta da A a B (dunque, un messaggio nel senso più stretto del termine), e quindi ovviamente (come le nostre lettere) densa di riferimenti che solo A e B (o le persone a loro vicine) potevano capire: l’acquisto di una casa, la malattia della sorella, un viaggio per mare. Solo ritrovamenti particolarmente improbabili ci consenti ranno mai di sapere il nome della sorella malata, il prezzo o la forma della casa, la destinazione di quel viaggio (a meno che non sia la lettera stessa a dare que ste notizie): ma la nostra lettura di quella lettera, perché abbia un senso, deve appoggiarsi (dichiarandolo, o no) a circostanze congetturalmente «integrate» nella breve se rie di fatti che la lettera nudamente ci offre. Per esem pio, se leggiamo «acquisto di una casa», pensiamo (sen za nemmeno accorgercene) alla tipologia delle case nel l’Egitto ellenizzato che conosciamo da papiri, da testi, da scavi; pensiamo che l’acquisto è venuto dopo una fase di contrattazione, e che le pattuizioni sono state fis-
saie in un contratto scritto (perché, da altri papiri, ne conosciamo un gran numero). Sarebbe sciocco (ma an che inutile) «riscrivere», magari anche in buon greco, quel contratto o «disegnare» quella casa: eppure non è possibile leggere quel testo senza formarsene un’imma gine. Altre serie testimoniali si distinguono da quelle ricorda te finora perché non possono essere caratterizzate in primo luogo come messaggi indirizzati consapevolmen te ai propri contemporanei, ma piuttosto come oggetti d ’uso: vasellame, utensili per la cucina o l’agricoltura, tegole e mattoni, lucerne, indumenti e così via. Non che un oggetto d’uso non possa contenere un messaggio: per esempio, l’uso di un vaso d’argento (anziché di cerami ca) dice certamente qualcosa sulla condizione sociale di chi lo adopera. Tuttavia i messaggi di questo tipo sono comparativamente «poveri» rispetto a quelli canalizzati da un testo o da un’immagine, e proprio perché la loro produzione ed uso è consapevolmente finalizzata solo in piccola parte al loro valore di «segno». Ma il fatto che questi oggetti d’uso non siano stati pro dotti primariamente come portatori di messaggi non di minuisce affatto il loro valore documentario: da molto tempo (e, si può dire, ogni giorno di più) gli archeologi hanno compreso che da uno studio attento dei manufat ti di ogni genere si possono trarre informazioni straordi nariamente ricche e interessanti. Se mettiamo insieme tutti gli aratri recuperati nel mondo romano, è ovvio che ne ricaveremo indicazioni di prima mano sulle tec niche dell’aratura. Se riusciamo a identificare il luogo di fabbricazione di un tipo X di lucerne, e registriamo su una carta tutti i luoghi dove lucerne di quel tipo sono venute alla luce, è chiaro che avremo ricostruito una piccola rete commerciale. Informazioni di questo tipo non sono contenute nelle fonti scritte, né in quelle altre che abbiamo caratterizzato come portatrici prima rie di messaggi; potevano (forse) trovarsene di simili ne gli archivi, peraltro irrimediabilmente distrutti: la terra è perciò l’involontario archivio superstite, dal quale un enorme numero di notizie può esser tratto fuori, a com porre le linee, per esempio, di una storia economica del mondo antico. Anche queste serie testimoniali, dunque, sono entrate a pieno diritto fra le fonti storiche: perché esse dispieghino tutto il loro potenziale informativo (che può essere presentato come un «messaggio prete rintenzionale» che ci raggiunge dall’antichità), è neces sario che vengano trattate con progressive raffinatezze di metodo: lo scavo stratigrafico e la classificazione morfologica sono le due principali porte d’accesso a questo lavoro (Carandini, 1981). Analogamente, le sistemazioni agrarie e catastali sul terreno possono essere caratterizzate come «trasforma zioni d’uso» del paesaggio naturale (che a loro volta po tevano trasmettere messaggi secondari: per esempio, il pieno controllo di quel territorio da parte dell’ammini
strazione romana).Ma, dove rivelate dalle crescenti fi nezze dell’indagine topografica, esse diventano, com’è naturale, fonte storica , e forniscono informazioni che in parte si sovrappongono ad altre già note (conferman dole, o mettendole a punto), e in parte aprono dei dossiers interamente nuovi. Lo scavo - in quanto sostitui sce l’«archivio» - e la ricerca topografica - in quanto, si potrebbe dire con parallelo certo imperfetto, sostituisca il catasto - , danno però naturalmente, ed è questa una osservazione importante, un gran numero d’informazio ni in più (presumibilmente) rispetto a ogni archivio o catasto antico immaginabile. Chi cerca trova: ma spesso cose diverse da quelle che si aspettava, e di norma mol te di più. Rispetto alla storia antica com’è narrata dagli storici antichi, ciascuna nuova serie testimoniale apporta dun que non solo informazioni atte a colmare le lacune pro vocate dalle cadute della tradizione dei testi (il secondo dei due «filtri» di cui si è detto in apertura), ma una quantità sempre più grande di dati in più, che presumi bilmente nessun testo antico aveva mai raccolto. In tal modo, il primo di quei due «filtri» (cioè la selezione operata dallo storico antico di eventi «degni di essere narrati») viene continuamente messo in discussione e violato; la griglia gerarchica che dominava quel mecca nismo di selezione viene negata a ogni passo. Possiamo scavare un palazzo imperiale con la speranza di trovar vi informazioni utili (che le fonti conservate non danno) su questo o quel Cesare, e magari trovarle; ma che fare degli oggetti d’uso degli altri abitatori del palazzo? Il papiro, la lucerna,l’iscrizione di un pretoriano, lo sche letro di un morto senza nome ci si offrono come inerte materiale storico, che sfida l’interpretazione, e non solo allarga il ventaglio delle fonti, ma modifica radicalmen te il quadro. Diventa oggetto di storia ciò che prima non lo era: la bottega di un fabbricante d’arnesi, un dor mitorio di schiavi, un villaggio di capanne. Chi narra, e per chi? Il filtro di selezione usato dallo storico antico era naturalmente calibrato sul pubblico che egli s’era scelto, e su norme correnti al suo tempo; questo conti nuo espandersi delle fonti, e il quadro così profonda mente modificato che ne esce, sono egualmente il frutto di un progressivo e costante adattarsi delle norme e del materiale della narrazione storica al suo pubblico mu tato: a noi. Si può affermare con sicurezza che questo o quell’avvenimento faccia parte o debba fa r parte della storia; se però quell’avvenimento sia realmente accaduto, non si sa. Perché l’essere accaduto implica che qualcosa sia accaduto in un dato anno, anziché in un altro, o mai; inoltre, è necessario che l’avvenimento sia proprio quello e non soltanto qualcosa di simile o di equivalente. Ma è questo, appunto, ciò che nessuno può dire della storia, [e ciò fra l’altro anche p erch é]... in
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gran parte la storia nasce anche senza autori; non dal centro, insomma, ma dalla periferia. Robert Musil, L ’uomo senza qualità, capitolo 83 _____________________________ Probabile e provabile na cosa è narrare, e un’altra è provare. Un raccon to storico può essere composto da eventi singo larmente «dimostrabili» (o dati per tali) in quanto sin golarmente appoggiati a documenti inoppugnabili (o dati per tali); ma può anche aspirare alla verisimiglianza trascrivendo una serie di eventi, nessuno (o solo po chi) dei quali abbia un supporto documentario, mentre gli altri (la più gran parte) sono presentati come possibi li e al tempo stesso rappresentativi dell’epoca prescelta: com’è nel romanzo storico. Fra l’uno e l’altro polo esi stono ovviamente innumerevoli sfumature intermedie: per esempio le biografie romanzate di ben noti perso naggi storici (come le Memorie di Adriano) si sforzano normalmente di includere il più possibile di materiale «autentico», traendolo per esempio dalla Vita Hadriani dell’Historia Augusta, ma usano come legante un certo nu mero di eventi, detti o pensieri immaginari, che l’autore (quando non voglia espressamente spostarsi su un registro parodistico, o grottesco) dà per plausibili nel quadro di quella biografia, e che rispondono, ovviamente, al desi derio di renderla interessante al proprio pubblico. D’altra parte, lo stesso criterio di prova cambia di conti nuo: la sequenza dei sette re di Roma può essere ritenu ta interamente «storica», interamente «leggendaria», o ancora una «leggenda con un nucleo di verità», più o meno importante. Se è vero il terzo caso, la situazione non è poi molto diversa da quella di un romanzo stori co: certi eventi vi sono presentati non in quanto veri e documentabili uno per uno (poiché la puntualità della successione dei fatti è irrecuperabile), ma in quanto adatti a offrire un’approssimazione a quanto può essere realmente avvenuto. Il terreno, si capisce, è mobile; e il gioco dell’approssimazione può essere variamente veri ficato e tentato - spostando o cambiando le carte. E chiaro a tutti che «approssimazioni» di questo genere saranno tanto più frequenti quanto più si vada all’indietro nel tempo, verso età che hanno lasciato pochi docu menti, o nessuno; ma si può dire tranquillamente che il gioco dell’approssimazione per probabilità può essere, in epoche meglio documentate, ridotto ma non elimina to. Forse è possibile una storiografia austera e «avara», che neghi rigorosamente a se stessa ogni spazio alla con gettura, all’integrazione, alla probabilità: ma essa do vrebbe astenersi, in principio, perfino dal combinare notizie dedotte da fonti diverse, poiché già il metterle su una sola fila non soltanto equivale a colmare i vuoti di una fonte coi materiali dell’altra, ma inevitabilmente conduce a suggerire altri vuoti, e soprattutto altri ponti, impliciti, fra un evento e l’altro. In qualche modo - for
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se perché natura non facit saltus - non sappiamo rasse gnarci mai del tutto ai vuoti dell’informazione: se non sappiano assolutamente niente di ciò che Adriano fece in un certo anno della sua vita, ce lo immagineremo pur sempre a Roma, o in viaggio, o a Tivoli; o daremo, a quell’assenza forse casuale di notizie, il significato e lo spessore di un fatto da indicare come tale e magari da spiegare. Se è lecita una metafora presa a prestito dalla geometria più elementare, una sequenza (reale) di eventi può esse re rappresentata come una linea continua, costituita, come si sa, da una serie non-numerabile di punti; e la narrazione di quegli eventi come una serie di punti tra scelti da quella stessa linea (grosso modo, secondo i due filtri indicati al principio), e che s’addenseranno ora più ora meno, ma non potranno mai ridescriverla del tutto (infatti: la narrazione di una giornata di Adriano non potrebbe, in principio, esser fatta in meno di ventiquattr’ore; è il paradosso che J. L. Borges ha proposto nel suo folgorante Ireneo Funes, o della memoria). Chi scri ve la storia e chi leggerà l’opera sua sanno entrambi che solo un certo numero di «punti» sono rappresentati nel la narrazione; ma naturalmente anche che altri «punti» sono stati deliberatamente omessi. Il lettore moderno sa, in più, che molti altri «punti» gli mancano perché la documentazione antica è in parte perduta. «Punti» (eventi) non narrati perché dati per scontati dallo storico antico rispetto al suo pubblico (che non siamo noi); o perché ritenuti «non degni» di essere nar rati, secondo un qualche principio di selezione gerar chica; o ancora, la cui narrazione è stata scritta, ma è per noi perduta: in tutti questi casi, la regola prima del gioco è di stabilire, fra un «punto» e l’altro, dei ponti, ora rendendoli espliciti mediante la congettura o altri artifizi, ora invece lasciandoli non-espressi, in quella zona dal confine incerto che è il patto fra scrittore e let tore. In ogni caso, è difficilmente pensabile un discorso stori co che non passi attraverso asserzioni indimostrabili (esplicitate, o no), il cui status può variare dalla combi nazione più o meno arbitraria di dati documentali alla congettura fondata sulla presunzione di probabilità. Per la sua natura di frammento prelevato da un larghissimo tessuto, il «dato» documentale singolo non può essere interpretato se non alFinterno di un quadro di riferi mento: poiché esso riflette un «punto» di una linea di accadimenti, contiene, per implicazione, il riferimento, se non alla linea intera, almeno ai segmenti a lui più prossimi. Anche gli utensili e i fondi di capanna di un villaggio preistorico, che non possono appoggiarsi, per essere «letti», a nessun testo contemporaneo, richiedono il riferimento a un qualche quadro d’insieme (per esem pio, il confronto analogico con società «primitive», in cui costumi, gestualità etc. siano stati rilevati dagli an-
tropologi). Al polo opposto, dati e oggetti della storia a noi più vicina sembrano non richiedere speciali sforzi congetturali, poiché si situano in un quadro di riferi mento che fa ancora parte di un patrimonio comune. Può darsi che sia così: ma, via via che ci si sposta all’indietro, il quadro di riferimento va sempre più rigorosa mente ridisegnato e controllato: l’alternativa (in cui si cade con pericolosa leggerezza e frequenza) è di trasfe rire meccanicamente parametri e idee del presente alle remote età che studiamo, col risultato di renderle trop po simili a noi, e dunque molto meno interessanti. Come principali (non unici) ingredienti della narrazio ne storica si possono dunque enumerare: i dati (recupe rati da fonti di vario genere); le congetture (fondate su suggerimenti contenuti nei dati documentati, o su com binazioni fra dati diversi); le asserzioni non dimostrabili, che fanno da tessuto connettivo. Si può osservare, inol tre, che sul terreno della congettura crescono, mesco landosi fra loro, sia «dati» (congetturali) che potevano trovar posto in fonti perdute - in quanto facevano parte delle cose «degne di essere raccontate» - , sia «dati» (congetturali) che presumibilmente non passarono mai dall’altra parte del «filtro di selezione» dello storico an tico. Dall’uno all’altro di questi ingredienti di uno stes so discorso, lo statuto della prova cambia profondamen te: nel caso di un «dato», passa attraverso alcuni criteri di verifica (per esempio: autentico/falso; meccanismi di manipolazione, etc.); nel caso della «congettura», ri chiede strumenti di verifica almeno parzialmente diver si, in quanto incidano su procedure di estrapolazione o combinazione. In questi due casi (che in realtà accorpa no, per grossolana schematizzazione, un più gran nu mero di possibilità), i meccanismi di controllo sono stati largamente esplicitati, tanto che ogni tentativo di accennarvi - e in particolare questo - non può che ap parire inadeguato e riduttivo; assai meno chiariti e di scussi sono i meccanismi di controllo per quelle che ab biamo chiamato «asserzioni indimostrabili». Qui, lo statuto della prova è sostanzialmente dominato dal rife rimento, per Io più implicito, alla probabilità. «Probabile» e «provabile», dal punto di vista etimologi co, sono la stessa parola: ma hanno assunto significati molto distanti fra loro. «Provabile» è ciò che può essere dimostrato (o è dato per tale), «probabile» ciò che non può essere dimostrato, ma ha un grado (che la parola stessa è insufficiente a definire) di plausibilità. «Prova bile» etichetta il dominio del certo, «probabile» le re gioni dell’incerto: in questo senso, fra l’uno e l’altro non c’è solo differenza di grado, ma opposizione. È opportu no collocare fuori di questa linea le asserzioni di non provabilità di qualsiasi evento storico che così spesso ri corrono nelle riflessioni degli storici. Naturalmente, è possibile dubitare che Napoleone sia mai esistito (in un libro pubblicato nel 1827, J. B. Pérès si è divertito a di mostrare che si tratta di un personaggio allegorico, una
delle molte personificazioni del Sole); ma per il filo che stiamo seguendo qui continueremo tranquillamente a credere in un Napoleone (o Adriano) in carne e ossa. C’è un numero grandissimo di cose «non-provabili» in cui tutti crediamo più o meno fermamente: se abbiamo notizie di Modena romana, poniamo, nel 43 a.C. e poi di nuovo nel 40 a.C. ma nulla fra queste due date, non per questo penseremo che, fra l’una e l’altra, la città sia stata abbandonata o distrutta, e poi rifondata o ripopo lata. Se non conosciamo nessun tempio, o nessun edifi cio teatrale, della Pisa romana, pure un’elementare de duzione analogica ci porterà a supporre probabile la loro presenza. Non c’è bisogno di proseguire in una noiosa enumerazione di exempla fid a per mostrare come si possa gradualmente passare ad asserzioni di probabilità che riguardano quel minuto tessuto di fat ti quotidiani - per esempio, il lavoro dei campi - che sono, a rigore, non dimostrabili uno per uno, eppure al tamente probabili nel loro insieme. È evidente che la pretesa di costruire una narrazione storica solo su fatti provabili darebbe risultati infinita mente più poveri rispetto a un modello che includa fra le regole del gioco la presunzione di probabilità. Anco ra per metafora - ma forse non solo - si può chiamare a confronto quello che D. R. Hofstadter ha scritto a pro posito del teorema di Godei: «ci sono asserzioni vere della teoria dei numeri che i suoi metodi di prova sono troppo deboli per dimostrare»·, e ancora: «provability is a weaker notion than truth» («la provabilità è una no zione più debole che quella di verità») (Hofstadter, 1979, p. 18 ss.). Viste da questo punto di vista, le cose cambiano: «probabile» - possiamo chiederci - è più forte che «provabile»? Le asserzioni indimostrabili che entrano nel discorso storico si fondano su uno speciale tipo di probabilità: la probabilità statistica. Facciamo (spesso senza dichiarar lo, o perfino senza saperlo) riferimento a un criterio sta tistico quando pensiamo o diciamo (o: ci comportiamo come se credessimo) che «in una città romana di una certa grandezza c ’erano probabilmente uno o più edifici per spettacolo», o che «un terreno fertile e non troppo lontano da un centro abitato era presumibilmente colti vato in età romana con ritmi regolari»; perché, nell’uno e nell’altro esempio, in tutti i casi ben conosciuti è così. Tuttavia, proprio perché hanno un fondamento statisti co, e perché nel loro insieme compongono un quadro di riferimento in cui ogni altro fatto della storia antica deve pur collocarsi, queste asserzioni richiedono a loro volta dei peculiari meccanismi di verifica. Possiamo indicarne schematicamente due: uno «quanti tativo» e uno «qualitativo». Da un punto di vista quan titativo, la conoscenza del più gran numero possibile di casi (per esempio, di campi coltivati nel territorio di una città) accresce il valore di ogni procedura di dedu zione analogica. Da un punto di vista qualitativo, la co
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noscenza in profondità anche di un solo caso singolo, o di pochi (per esempio: dell’organizzazione di una fatto ria suburbana) permette di precisare, per graduali e talvolta impercettibili spostamenti di tiro, il quadro ge nerale di riferimento, presentandosi - tanto più quanto più sia stata accuratamente indagata - come un modello mentale (provvisorio) al quale inevitabilmente pensere mo ogni volta che - per stare al nostro esempio - c ’im batteremo in fattorie suburbane mal scavate o mal stu diate. Nel lungo periodo, progressive correzioni di tiro del tipo ora delineato conducono a mutamenti del qua dro d’insieme presumibilmente più profondi e duraturi di quelli prodotti dal solo accrescersi numerico dei dati. In questo senso, è evidente che il gioco fra le fonti di varia provenienza e natura (dal testo allo scavo), am pliando grandemente (sia in senso quantitativo che in senso qualitativo) la base di informazioni elementari (vere o false) su cui ogni interpretazione è fondata, non solo - come si è già detto - modifica radicalmente il quadro d’insieme, ma moltiplica gli strumenti di verifi ca e rende più vasta e più solida la griglia delle probabi lità che ci serve, lo vogliamo o no, di costante modello mentale. Una potenzialità esplorata sólo in piccola par te è, in questa direzione, quella dello scavo: se nient’altro, per la quantità straordinariamente grande di dati che esso può offrire, e per la loro qualità di oggetti tan gibili, che si offrono come tramite immediato fra chi li ha prodotti e usati e noi che li studiamo. Quest’«immediatezza» è naturalmente illusoria, e pretende anzi di essere rovesciata in dubbio e finezza di metodo, se vuol produrre risultati storici (cfr. Manacorda, 1983): ma ha pur sempre il valore di una porta d’accesso verso gli antichi, tanto più attraente quanto più «nuova». «Nuo va» però non solo: chi dovesse asserire che dalle ricer che sul terreno non vengono (per esempio: a proposito del la coltivazione dei campi) che conferme superflue a fatti già noti dalle fonti darebbe prova solo di superciliosa leggerez za. L’esperienza insegna il contrario: che dell’agricoltura antica abbiamo oggi un’immagine molto più accura ta e diversa da quella di cent’anni fa, e (presumibilmen te) molto imperfetta rispetto a quella che potremmo averne Ira vent’anni. La domanda è forse un’altra: se i ImiBibili oggetti che l’indagine sul terreno può restituire allo 'igtimdo ilell’uomo non abbiano di per sé - perché lungihili, non manipolati, «neutri» - un grado di «ve nia.. im11 alio di qualsiasi fonte scritta. Che Alarico ab itili ni. i In μμΐηΐο e incendiato Roma nel 410 d.C., lo "ΦΐηιΐηΐΗ dalle fonti: ma quando troviamo, fuse dal Ino. o i .nldiiie nel marmo del pavimento della Basilica I militi η. I I ino, numerose monete proprio di quegli anni, non .imno tentati di presentarla come una «pro va»/ I ni lo Ir polizie usano i testimoni, ma preferiscono le «prove ili latto». Quale canzone cantassero le sirene, o quale nome abbia
assunto Achille quando si nascose fra le donne, sono problemi imbarazzanti, ma non al di là di ogni possibile congettura. Sir Thomas Browne / 1605-1682], citato da Edgar Allan Poe nel Delitto della rue Morgue ______________ A utopsie el secolo XIII, un professore dell’Università di Bo logna, Boncompagno da Signa, presentava (nel prologo alla sua narrazione dell’assedio del Barbarossa ad Ancona: Liber de obsidione Anconae, circa 1201) un rapi do elenco dei monumenti principali di Roma antica, archi trionfali e colonne, come una serie di luoghi di memo ria (cfr. Yates, 1966), costruiti e conservati sino allora - o potremmo dire sino ad ora - con lo scopo specifico di ricordare la grandezza di Roma antica e del suo im pero. Ma aggiungeva: «i Romani con le sculture, i Greci con le immagini hanno voluto che i posteri ricordassero le loro imprese più eccelse; ma i fatti del passato si con servano più lodevolmente (commendabilius) coi libri che con le sculture o le immagini». In questa gerarchia di valori, i monumenti occupano dunque il secondo po sto, «parlano» meno dei libri: e infatti Boncompagno, che sa leggere (e legge) Cicerone e Virgilio, parla della colonna Traiana (dicendola costruita da Adriano) come se raccontasse i fatti della troiana historia. Si è perpetua to - senza interruzione - l’uso di leggere i testi; si è per duta la capacità di lettura delle immagini antiche. Tuttavia, la tradizione di porre i monumenti - con la loro perentorietà di testimoni tangibili - al centro della memoria storica non ha interruzioni, in specie a Roma; e anzi sostanzia elenchi di Mirabilia Urbis e itinerari di pellegrini. Il monumento antico vi è presentato spesso come una presenza imponente sì, ma incomprensibile: non se ne conosce più nè l’uso originario, né la data. Esso è stato, per così dire, gradualmente spogliato di una parte grandissima delle connotazioni che ne avevano deter minato la nascita (per esempio: la tipologia a cui appar tiene, le intenzioni del committente e dell’artista, il si gnificato del messaggio...), e si è ridotto talvolta (come in Boncompagno) a trasmettere l’informazione minima «questo è un monumento costruito dagli antichi Roma ni». Per farlo «parlare» come fonte storica, è stato ne cessario - da allora ad oggi - un lungo e complesso svi luppo, la cui origine tuttavia è proprio in quella drasti ca reductio ad unum delle antichità superstiti in un’im magine sfocata nei particolari, ma tanto più nobile nel l’insieme: ridotta, sì, all’essenziale, ma per questo tanto più modello. Da questo riferimento all’antico come il luogo di perdute perfezioni, di canoni lungamente ela borati e da ritrovare, nasce dapprima l’interesse e lo stu dio degli artisti per le sculture antiche, per la decorazio ne e la tipologia architettonica; e quindi il lavoro degli
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antiquari che per linee ininterrotte conduce al recupero chia di valori in cui il monumento venga prima del li storico (ora più ora meno imperfetto) dei monumenti bro; ma nemmeno di una gerarchia contraria. Essa pre antichi, del loro messaggio. Il contesto ad essi contem suppone, invece: primo, che lo studio delle diverse serie poraneo viene il più possibile ricostruito, il loro conte testimoniali (con le procedure che ciascuna richiede) nuto di informazioni rapportato al momento in cui sor possa essere messo a confronto, producendo meccani smi di controllo reciproco; e: secondo, che possa avere sero e furono usati; procedure specifiche di integrazio (in particolare oggi) un ruolo specialmente importante ne, di congettura e di analisi vengono via via introdotte 10 studio di quelle testimonianze, come i frammenti di e migliorate. Lungo questa linea, accade naturalmente ancora che ceramica o le tracce del lavoro agricolo, che, per esser cercando si trovi dell’altro, e più di quello che ci si state fuori del nostro orizzonte quasi fino ad oggi, ci ap aspettava. Guarderemo solo i templi e gli archi? Quan paiono come più intatte, sfidandoci all’interpretazione do di una mutila e informe antichità vogliamo recupe e alla classificazione e offrendosi potenzialmente come rare l’immagine complessiva, anche la casa, la bottega, una griglia di verifica, le cui maglie possono farsi sem la fattoria, l’oggetto d’uso si fa «monumento», nel sen pre più strette con l’avanzare delle ricerche. Un terzo so etimologico di veicolo di un frammento di memoria presupposto, non meno importante, è la constatazione storica. Via via che l’antiquaria si è fatta archeologia, del crescente interesse che le testimonianze tangibili del l’attenzione ai monumenti antichi è dunque cresciuta passato (anche le più «umili») suscitano fra la gente. sia per la quantità di singoli monumenti via via recupe Perciò lo studio di queste testimonianze da un lato me rati, sia per la qualità delle indagini, e dunque delle in rita di esser fatto, poiché allarga il numero delle cono scenze, ne accresce lo spessore e ne infittisce la trama formazioni che siamo diventati capaci di estrame. L’opposizione iniziale fra «monumento» (a cui erano rendendola più «forte» e adatta a sostenere le asserzioni legate connotazioni di particolare «dignità», o «nobil non dimostrabili e le congetture (implicite o no) basate tà») e documento «umile» (per esempio: l’opposizione sulla probabilità. Dall’altro lato, merita di essere mo fra una colonna e un coccio) si va sempre più risolven strato, perché esplicitare le procedure di studio e di do in un continuum che allinea le testimonianze tangi controllo a partire da testimonianze tangibili può ali bili dell’antico come oggetti di studio disparati sì, ma mentare quell’interesse, presentando gli oggetti di uno destinati a comporre un quadro coerente. La differenza scavo o la lettura di una fotografia aerea come materiale dei metodi d’indagine, costruiti in funzione della diffe storico, in grado di far scattare verifiche e provocare renza degli oggetti, non dovrebbe mai, in questo senso, progressivi mutamenti del quadro generale. E insomma servire a innalzare (come invece accade) delle barriere 11 tentativo è di aprire le porte del laboratorio dentro il fra di essi. Lo scavo, in quanto luogo fisico in cui s’in quale si sta tentando di stabilire nella trama delle cono contrano mescolati fra loro (spiegandosi e datandosi a scenze, a partire dalle testimonianze archeologiche, dei vicenda) colonne e frammenti di vasi, impone da solo nodi «forti» che resistano a una pluralità di verifiche condotte secondo ottiche diverse, con l’essenziale fun questo rimescolamento delle carte. zione di condizionare strettamente ogni «ponte» con Tuttavia, l’opposizione - suggerita da Boncompagno fra leggere (libri) e vedere (monumenti) resta in qualche getturale (implicito o esplicito) limitandone lo spazio e misura in piedi; e naturalmente anche la tentazione di consentendone il controllo. capovolgere la gerarchia, mettendo prima il vedere (o La scelta di mostrare la storia punta sul vedere come attribuendogli più valore di «prova») che il leggere, im porta d’accesso a un aspetto particolare (di volta in vol plica quest’opposizione. L ’ampliamento del quadro, per ta) del mondo antico; e da questa porta vuol suggerire quanto sia grande, non mette necessariamente in discus un percorso che conduca naturalmente, dove sia possi sione questo punto di fondo; al contrario, rendendo op bile, ai testi antichi da leggere. Non addita necessaria portuna la distinzione in campi (di formazione e di la mente, a chi vuol vedere, clamorose opere d’arte, ma voro) specialistici, favorisce la creazione di frontiere di anzi in primo luogo la trama minuta, e chi vuole dica sciplinari che ripercorrono la distinzione fra «leggere» e pure «umile», di questo o di quel fatto storico (la centu«vedere». Moltissime discussioni sulla «priorità», in riazione, per esempio). Nasce dalla coscienza che in una età come la nostra, dove le immagini esplodono per caso di contrasto, delle fonti scritte sui dati archeologici (o viceversa) possono essere lette in questa chiave. Gli ogni dove molto più delle parole, l’oggetto tangibile (o sviluppi paralleli, ma spesso non collimanti, delle stru la sua riproduzione), per l’immediata attrazione che mentazioni e delle procedure di controllo invitano al esercita, può essere usato come porta per entrare nel confronto, ma provocano, non meno spesso, diffidenze passato; che «chi è addestrato a leggere quegli oggetti e quelle immagini, deve anche essere capace di farle par reciproche. lare agli altri» (Bing, 1957, a proposito di Fritz Saxl). È, La scelta di MOSTRARE LA STORIA non implica, per il solo fatto di puntare l’indice in primo luogo sul questo, un vedere (sempre più cose, e sempre più da vi vedere, nessuna presa di partito in favore di una gerar cino) che è obbligato, dal punto di vista dello speciali
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sta, a organizzarsi per serie orizzontali (per esempio una forma vascolare) e per successioni stratigrafiche: nell’un caso e nell’altro, la regola prima è che ogni tipologia o cronologia proposta gioca interamente la propria validità non suWauctoritas (per fortuna, non ne ha), ma sulla rappresentatività del campione prescelto e del metodo usato per trattarlo. Si tratta, è vero, di criteri soggettivi; ma proprio per questo sottoposti a una verifica continua, dove la rappresentatività (che è criterio centrale di giu dizio) è tendenzialmente definibile in termini statistici. Per questo, mostrare la storia dovrebbe voler dire in primo luogo: tradurre il punto di vista dello specialista, trasportando i suoi provvisori risultati verso un pubbli co più vasto, in modo che non vadano perduti né la ten sione euristica verso la conquista del «dato», né l’eserci zio continuo di procedure di controllo (con tutta la loro molteplicità), nè, infine, i passaggi successivi verso la costruzione di serie - più «forti» quanto più numero si e controllati siano i dati che le costituiscono - che compongano il quadro generale di riferimento e siano esplicitamente additate come modelli per il giudizio di ogni singolo caso o circostanza che vi si riconduca. Na turalmente, quanto più sia stato messo in luce il percor so di costruzione di un certo modello mentale, tanto più ne sarà chiara sia la forza (misurabile in termini di: verificabilità di ogni singolo dato e ampiezza della base statistica), sia la debolezza (nel senso che, nuovi dati, purché forti abbastanza da incidere su quella base, pos sono modificarlo in parte, o totalmente). Questo è dunque un «mostrare» al tempo stesso le carte e le regole del gioco: presuppone la vecchia norma, già dello storico antico, che bisogna aver visto di persona (l’autopsia di Erodoto), come propria dello specialista, ma la ripropone al non-specialista. Presenta insieme il ri sultato della ricerca, e il suo quotidiano «farsi», perché sa di poter partire oggi da un interesse molto vivo e diffuso per il lavoro dell’archeologo, e vuol mostrarlo nell’obbligato confrontarsi con fonti disparate: nella «forza» e nella «debolezza» dei metodi e dei risultati. Perché «mostrare»? Testi (che spiegano) e immagini (senza le quali il testo resterebbe monco e incomprensi bile) possono comporre, se ben dosati, sul pannello di una mostra un breve itinerario mentale che suggerisca il più lungo percorso della ricerca. Un catalogo può pro varsi ad accogliere, come questo, testi (un po’ più lun ghi) e immagini (un po’ di più), che ricalchino lo stesso tracciato della mostra, ma arricchendo l’informazione. Perché «mostrare» non potrebbe essere un altro modo di narrare la storia? (Su questi temi si potrà presto leggere un saggio di Carlo Ginzburg, Prove e possibilità, post fazione alla traduzione italiana del libro di Natalie Davis, Il ritorno di Martin Guerre). «Alice e la Regina camminarono in silenzio finché non furono in cima alla collinetta. Per qualche minuto Alice
stette lì senza parlare, a guardare la campagna in ogni direzione... e si trattava di una campagna veramente curiosa. C ’era un certo numero di ruscelletti sottili che l ’attraversavano in linea retta da un lato all’altro, e le fette di terreno così limitate erano divise in tanti qua drati da un corrispondente numero di piccole siepi verdi che andavano da un ruscello all’altro. «Ma guarda, è segnata proprio come una grande scacchiera!» disse in fine Alice». (Carroll, 1871, p. 160). (fig. 1). ________________________ A most curious country it was quel che ho visto, i commentatori di Through thè Looking Glass (specialmente Gardner, 1965) non hanno proposto, per la grande scacchiera su cui svolge la seconda storia di Alice, il modello della centuriazione romana: ma dopotutto, la «vera» Alice (quella per cui le storie furono scritte) era poi Alice Liddell, figlia del grecista H. G. Liddell, uno dei due autori del più famoso e usato (ancor oggi) vocabolario greco e anche lui, come Lewis Carroll - Charles Dodgson, professore a Oxford. Certo, qualcosa di abba stanza simile a questa «campagna veramente curiosa» potevano vedere gli antichi dall’alto delle colline; e anzi, l’impronta impressa al paesaggio agrario dalla centuriazione romana è stata così profonda e duratura, che fino ad oggi è dato scorgerne tracce cospicue per ogni dove. Si può dire che, nel suo complesso, quest’o pera che ha riplasmato il paesaggio agrario di territori vastissimi sia una delle tracce, o diciamo dei monumen ti più clamorosi che il mondo antico ci abbia lasciato. Eppure, sebbene molte e chiare notizie ve ne fossero nelle fonti letterarie, per secoli si era perduta ogni co scienza della centuriazione come fatto riscontrabile sul terreno: perciò si può parlare di RISCOPERTA della cen turiazione. Si «vede» non quello che c’è, ma quello che stiamo cercando, o almeno quello che ci incuriosisce: ed è un punto rilevante di questa storia il fatto che a riscoprire la centuriazione siano stati in primo luogo non degli storici antichi, ma un capitano di vascello danese, o un ingegnere idraulico lombardo. Ecco un bell’esempio forse è raro trovarne di altrettanto chiari - di come un problema storico possa essere veicolato dall’interesse, o dalla curiosità, per fatti tangibili, per le tecniche o il la voro umano. Com’è ovvio, una volta riscoperta, la cen turiazione rilevabile su! terreno è diventata una delle carte da giocare in una serie di problemi, come la storia dell’agricoltura romana o la storia della proprietà fon diaria: che sono cose diverse fra loro, ma entrambe da scriversi usando, fra le altre, la testimonianza che que sto genere di indagini topografiche può evidenziare. Anche la storia dell’urbanizzazione (che è esclusa dal l’ambito proprio della mostra e del catalogo) è natural mente collegata, per la regolarità dell’impianto e la co mune intenzione di costruire moduli uniformi di inse-
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diamento e di organizzazione degli spazi, al modello e «'impone da sé, ma è stato finora insufficientemente stu diato: il nostro vuol essere, anche, un suggerimento di al fatto della centuriazione. Base comune delle ricerche che abbiamo, in un lavoro una direzione in cui lavorare. comune, cercato di riversare nella mostra e nel catalo A fonti, ambiti e competenze così varie corrisponde, go, sono naturalmente le indagini precedenti, enumera com’è naturale, un’altrettanto grande varietà d’approc te in una Bibliografia che, senza pretesa d’esaustività, cio, che si rispecchia non solo nei percorsi metodologici pur vuole offrirsi come prima guida al lettore non spe da ciascuno seguiti, ma anche nei risultati raggiunti. Impostata e seguita in tutte le sue fasi dal Comitato cialista. Abbiamo cercato di offrire lo stato attuale delle ricer Scientifico, la mostra come tale si è proposta di offrire che, includendo nel catalogo anche alcune novità del un’immagine unitaria (senza per questo eliminare dal l’ultima ora e cercando di rendere chiara di continuo la quadro i punti meno risolti, e anzi indicandoli come distinzione fra le poche cose che «sappiamo» e le molte tali); più articolata (perché più ampia) è la stesura delle che dobbiamo ancora limitarci a indicare come congettu schede del catalogo, condotta, con poche eccezioni, rali. Ci siamo sforzati di tradurre il peculiare intreccio fra dalle stesse persone che hanno scritto i testi e raccolto fonti e metodologie di genere disparato (che va dalla filo le immagini per la mostra; mentre i saggi iniziali del logia testuale alle tecniche più avanzate di lettura della catalogo, per la loro stessa natura - che è di ridiscutere fotografia aerea) che è necessario per affrontare nel suo il problema della centuriazione partendo da compe complesso un problema come questo; e abbiamo cercato, tenze diverse, dallo storico antico al medie vista - han anche, di aprirlo - per quanto ancora in modo iniziale no ciascuno una propria autonomia, e nessun tentati vo è stato fatto di produrre artificiosamente convera un nuovo ambito: il confronto con la situazione alto medievale. Per l’immediata contiguità cronologica, il pa 4 genze d’impostazione o di punti di vista. La seconda rallelo - per le aree continuativamente frequentate parte del catalogo, destinata ad illustrare il caso mode-
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nese, è venuta prendendo forma e dimensioni proprie, fino a proporsi come una provvisoria somma di cono scenze sul territorio di Modena romana e uno spaccato di problemi offerti dai materiali ancora inediti, che la Soprintendenza bolognese e il Museo Civico hanno concesso generosamente di studiare. Così concepito, il catalogo vuol essere non tanto «accompagnamento» alla Mostra, ma un’occasione per ripercorrerla, e insie me aggiornato strumento d’informazione e di lavoro per chi voglia occuparsi di questi problemi. Quali che ne siano i risultati, il nostro lavoro non sareb be stato possibile senza l’aiuto continuo del Comune di Modena, e in particolare dell’Assessore Dino Motta e deH’Ispettrice Iella Ponzoni; del personale del Mu seo Civico, a cominciare dal Direttore Andrea Carda relli e da Daniela Nasi; di Oscar Goldoni e Fausto F er ri, espertissimi aiuti e guide nei problemi di allesti mento; infine, dell’editore Panini e di Rolando Bussi per i problemi di redazione e di stampa del catalogo.
Salvatore Settis
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Per un’interpretazione storica della centuriazione romana
Con il termine centuriazione (centuriatio) si intende così come esula dal nostro assunto discutere resistenza . un particolare tipo di delimitazione e divisione di o meno della proprietà privata della terra alle origini di terreni (limitatio), in funzione tanto di una loro asse Roma. Ma certamente è frutto di anacronistica fantasia gnazione, di regola ai cittadini di una colonia, quan voler proiettare agli stessi primordi della città di Roma to anche di una distribuzione viritana (vale a dire a e attribuire a Romolo tanto l’assegnazione paritaria di singoli assegnatari, anche molti di numero) senza la due iugeri, quanto la stessa tecnica della limitatio. Que fondazione di una nuova comunità autonoma ammini sta si sviluppò ben più tardi, e comunque non è attesta strativamente. Questo tipo di divisione della terra si ta archeologicamente nel Lazio prima del IV secolo riferiva essenzialmente alVager optimo iure privatus a.C. e in forme più rudimentali4. (terreno privato a pieno diritto). È necessario, anzi è importantissimo, ricordare che la L ’incrocio di linee rette, parallele e equidistanti fra di teoria di una distribuzione romulea paritaria di due iu loro, allineate rispetto a due linee principali, che si in geri a tutti i cittadini non è mai presente nella tradizio contravano ortogonalmente nel punto centrale della ne storiografica, mentre si incontra soltanto in testi zona soggetta a questa strutturazione agrimensoria, de agrimensori o ad essi connessi. Essa non è probabilmen terminava una serie di appezzamenti quadrati di terre te anteriore al II secolo a.C. e deve risultare dalla com no (centuriae). In quella che appare la sua forma più binazione di ricostruzioni pseudostoriche con dei dati classica e compiuta, e che deve rappresentare in realtà ricavati dalla tecnica agrimensoria, allora molto affina l’esito di un lungo processo di affinamento tecnico, i ta, interpretati alla luce di quelle stesse invenzioni ana quadrati così delimitati hanno i lati di 20 actus ’, vale a cronistiche. dire lunghi circa 710 metri, e racchiudono una superfi Altrettanto tarda e anacronistica è la teoria antica che cie di 200 iugera. Sono, per altro, attestate dalla tradi immagina, e nobilita, la fondazione della città di Roma zione agrimensoria e dai rilevamenti diretti sul terreno secondo complessi riti di fondazione etruschi, che pre centurie di ampiezza assai varia. Ad ogni modo, la de suppongono strutture regolari nell’impianto delle strade nominazione centuriae, che assumevano questi quadra e delle mura. Noi sappiamo che Roma risultò da un ti, è stata posta in relazione da una teoria erudita, piut normale (anche se più cospicuo) processo di aggregazio tosto tarda, con un’originaria assegnazione di terra, at ne di villaggi collinari dispersi, realizzatosi presso una tribuita al re Romolo, di due iugera per ogni cittadino posizione geograficamente e anche economicamente romano. Questa assegnazione avrebbe corrisposto al- dominante presso un guado sul Tevere 5. Yheredium, il lotto di terreno in piena proprietà e tra La tradizione storiografica, anche se immagina la fon smissibile per eredità. Ogni centuria avrebbe, quindi, dazione di Roma secondo una procedura e un rituale di contenuto le assegnazioni di cento cittadini2. tipo «coloniario», insiste, con sue buone ragioni, per at tribuire al re Romolo una strutturazione della società ro Non si può escludere che due iugeri abbiano rap- mana profondamente diversificata, tanto fra patriziato e . presentato effettivamente la misura delle asse plebe, quanto fra ricchi e poveri. La stessa tradizione che gnazioni ai coloni nelle più antiche colonie di Roma, descrive il re Numa Pompilio come quello che avrebbe per esempio, a Terracina nel 329 a.C. (Livio, Ab organizzato la completa terminatio catastale dell’agro ro urbe condita 8 .2 1 .1 1)3. Naturalmente questa vetusta mano (con le sue implicazioni religiose) e la precisa de assegnazione di terreno coltivabile era insufficiente per terminazione delle proprietà private e dell’agro pubblico, la sussistenza di un pur piccolo nucleo familiare, e do e che avrebbe altresì distribuito terre ai più poveri, non veva trovare una integrazione nello sfruttamento delle parla dei due iugeri e della centuriazione6. terre comuni della colonia. Per concludere su questo punto, vai la pena di ricordare Il Mommsen aveva supposto che i bina iugera rappre che, comunque, l’assegnazione di due iugeri non presentassero soltanto la primitiva proprietà, limitata alla .suppone affatto, necessariamente, e tanto meno in età an casa e all’orto circostante, mentre la terra coltivabile, tica, una centuria regolare di 200 iugeri. La stessa conside non ancora suscettibile di proprietà individuale, sarebbe razione può valere anche per assegnazioni più vaste. appartenuta alla gens. Questa teoria ha conosciuto sva riati svolgimenti, che al momento non ci riguardano,
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Le linee divisorie che formavano il reticolo della . centuriazione (limites, rigores) erano di regola rap 3 presentate da strade di varia ampiezza a seconda del la loro importanza e della loro collocazione nel reticolo stesso. Prendevano nome di decumani quelli che erano di sposti da Est a Ovest, e di cardines quelli orientati, ortogo nalmente ai precedenti, da Nord a Sud (Festo, p. 62, 25-26 ed. Lindsay): ma i testi gromatici conoscono molte eccezioni a questa norma. Le linee, cioè le strade, che for mavano l’incrocio principale, base di tutta la limitatio, erano detti decumanus maximus e cardo maximus.. Secondo una teorizzazione, che risale almeno a Vairone e che è riferita da Frontino7, l’origine dei limites sarebbe da ricercarsi nella disciplina etrusco, vale a dire nel com plesso rituale religioso in base al quale gli aruspices etru schi dividevano lo spazio terrestre in due parti secondo una linea che riprendeva da Est a Ovest il corso del sole e della luna: successiva veniva la divisione con la linea da Nord a Sud. Vale a dire la limitatio, come anche la definizione e l’orientamento degli spazi urbani, avrebbe ro avuto un riconosciuto fondamento religioso, in quanto riproducevano sul terreno l’ordinamento stesso del mon do. A questo ordinamento e fondamento i testi agrimensori fanno continuo riferimento, e su di essi si sarà certamen te insistito anche per ragioni politiche e ideologiche: per garantire con il richiamo alla divinità la validità dei con fini e delle proprietà e quindi della struttura sociale e economica esistente. Le riserve che si avanzano da più parti8 su questa deri vazione etrusca della limitatio (e anche sugli originari impianti urbani) sono legittime, se ci si riferisce all’appli cazione, puramente teorica e anacronistica, di queste tec niche e di queste pratiche a Roma arcaica. Ma non è per nulla da escludere che lo svolgimento del successivo pro cesso di colonizzazione romana abbia tenuto conto di ri flessioni teoriche e pratiche etnische. In questa prospettiva il termine cardo ha un valore di per sé evidente; in quanto si riferisce all’asse, cardine, dei poli della sfera celeste (cardo nominatur quod directus ad cardinem - oppure a cardine -caeli est: il cardo è così chiamato perché orientato verso l’asse - oppure: sull’asse - del cielo: Frontino, De limitibus p. 28, 15-16 Lach. = p.12, 2-3 Th.) e, anzi, sembrerebbe acquistare la funzio ne di asse principale del sistema, come del resto pare af fermato da Plinio, Naturalis Historia 18. 326-333, dove il problema deH’orientamento dei campi è inserito nella teoria dei venti. Non è per nulla chiaro, invece, il signifi cato del termine decumanus (sott. limes) che qualifica quello che sarebbe, in questo contesto agrimensorioreligioso, la linea di partizione e d’orientamento princi pale. La definizione varroniana in Frontino (De limitibus p. 28, 11-15 Lach.= pp. 11,15 - 12,2 T h .)9 intendeva il vocabolo in riferimento ad una divisione in due parti del terreno da limitare e assegnare (duodecimanus fatto deri
vare da duo e decidere (dividere), o meglio duocimanus, poi corretto in decimanus). Secondo Isidoro, Origines 15. 15 (De finibus agrorum, p. 367, 1-4 Lach.) il nome deri verebbe dall’incrocio che questa linea effettuava con il cardo, dal quale risultava la forma di un X , cioè dieci. Le spiegazioni anzidette sono ovviamente inaccettabili, ma gli stessi testi antichi ne offrono un’altra che ha an che il vantaggio di prospettare una tappa molto impor tante nello svolgimento storico delle pratiche di limitatio romane. Siculo Fiacco, De condicionibus agrorum pp. 152, 23-153, 23 Lach. = pp. 116, 20-117, 23 Th., collega il termine decimanus con la misura (modus) originaria mente impiegata nella delimitazione degli agri quaestorii, misura che sarebbe stata, appunto, un quadrato di 10 actus per lato con una superficie di 50 iugeri: di qui il nome di decumani ai limites 10. Siculo Fiacco sa bene che i segni di questa delimitazione agrimensoria sono oramai quasi del tutto spariti. Più in generale egli affer ma che la denominazione dei limites era originariamente unica (appunto decumanus) e che essi erano distinti e qualificati secondo l’orientamento (matutini, vespertini, meridiani, septentrionales) o secondo la disposizione na turale del terreno (maritimi, montani) u. Solo in un se condo tempo la denominazione decumani si sarebbe ri stretta ai limites disposti da Oriente a Occidente, mentre quelli da Nord a Sud furono detti cardines. In un altro passo di Siculo Fiacco (De condicionibus agrorum p. 136, 14-19 Lach. = 100, 7-13 Th., al quale fa riscontro Igino De condicionibus agrorum, pp. 115, 15-116,4 Lach. = p. 78, 18-21 Th.) la vendita questoria è indicata al primo posto fra i modi con cui i Romani avrebbero proceduto a distribuire fra i cittadini porzioni di terreno conquistato in guerra. Il sistema della vendita questoria sarebbe stato impiegato nell’agro Sabino, e pre cisamente a Cures Sabini, secondo il dato del Liber coloniarum II p. 253, 17-19 Lach. (cfr. p. 349, 17-21 Lach.). Storicamente l’episodio è collocato dopo il 290 a.C. n, a seguito della conquista dell’intiera Sabina ad opera di Manio Curio Dentato, e nel quadro della complicata si stemazione della conquista stessa. Il passo di Siculo Fiac co fa parte di una breve descrizione dei modi d’utilizza zione dei terreni conquistati dai Romani, e esso trova corrispondenza nel famoso paragrafo 27 di Appiano, Bella civilia 1, che contiene come premessa al tribunato di Tibe rio Sempronio Gracco del 133 a.C. una rapida storia del l’agro pubblico romano. Anche Appiano, dopo aver ricor dato le deduzioni coloniarie e le assegnazioni viritane, menziona in primo luogo la vendita questoria. Que sta era così chiamata perché affidata ai questori: secondo, però, l’opinione più probabile, la proprietà della terra re stava allo Stato e l’acquirente continuava a pagare un vectigal (tassa) a riconoscimento di questa particolare condizione. Si trattava, di fatto, di un possesso garantito, perpetuo e ereditario, una forma di enfiteusi anche se formalmente di vendita.
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Il dato fornito dai testi degli agrimensori ha trovato ri scontro sul terreno, dove sono state rilevate tracce di questa delimitazione con limites distanti 10 actus, per lo più rappresentati da strade, ma con altri elementi paral leli e perpendicolari 13. Le conseguenze sono varie. È possibile, anzi probabile, che in questa area, con le condizioni del terreno disponi bile, e con le limitate possibilità di utilizzazione del suo lo (solo parzialmente distribuito viritim in piccoli lotti), questo tipo di vendita, questo modus e questo genere di limitatio sicuramente non impiegato qui per la prima volta, ma in questo caso divenuto esemplare, rappresen tassero la soluzione migliore. Il fenomeno della centuriazione va sempre visto in relazione alla qualità dei terreni sui quali si svolge, le cui condizioni rappresentano un fattore decisivo nella applicazione delle pratiche tecni che, a cominciare spesso dallo stesso orientamento 14. L ’antichità di questa operazione agrimensoria in Sabina, che a Cures ha più il carattere di una delimitazione cata stale che non di una vera e propria organizzazione del terreno (e noi non sappiamo in che rapporto essa fosse con la contemporanea distribuzione viritana), è certa mente anteriore ai ripensamenti e alle teorizzazioni rica vati dalla dottrina etnisca, e può veramente spiegare la nascita (o almeno una prima attestazione sicura) di una terminologia tecnica, che in seguito andò differenziando si e meglio articolandosi. D’altro canto l’aspetto peculia re della sistemazione della conquista in Sabina si inseri sce, e si spiega, nel quadro storico e politico della Roma del tempo, e dell’organizzazione degli ampliamenti terri toriali dello Stato romano l5. Comunque la creazione di centurie quadrate è già, . in un certo senso, un passo avanti rispetto ai prece denti, e contemporanei, sistemi di divisione del ter reno. Ci dice una definizione di Frontino (De agrorum qualitate, p. 3, 1-4, 2 Lach. = p. 1,4-16 Th.) che, secondo un mos antiquus, l’ager era diviso e assegnato per strigas et per scamna. Strìgae erano chiamate bande oblunghe di terreno disposte nel senso della longitudine, scamna nel senso della latitudine. Sembrerebbe che la divisio ne fosse fatta mediante rigores rappresentanti da un al lineamento di segni e non da strade, anche se natural mente gli assegnatari si saranno preoccupati, per loro comodità, di tracciare dei sentieri di accesso lungo i confini dei loro campi. Lo Hinrichs 16, che giustamente ritiene il sistema della strigatio e scamnatio quello più antico, pensa di poter ricostruirne tre fasi di sviluppo. Anche se questo sistema veniva impiegato poi nelle provincie per delimitare a scopi fiscali certi terreni pubblici, sembra da escludere una sua connessione ori ginaria in Italia con terreni soggetti al pagamento di imposte. Sempre secondo lo Hinrichs, esso sarebbe di origine ita lica, preromana, e rappresenterebbe un qualcosa di evi
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dentemente funzionale rispetto alle condizioni geomor fologiche dell’Italia centrale. DeH’origine italica non sa rei del tutto sicuro, anche in considerazione delle analo ghe e cronologicamente anteriori divisioni e sistemazio ni agrarie in città greche dell’Italia meridionale, per esempio a Metaponto 17. Comunque questo sistema sa rebbe stato impiegato in modo ancora rozzo nelle più antiche colonie della Lega Latina; si sarebbe poi affina to nel tardo IV sec. a.C. sotto direzione romana (anche in relazione con i progressi della castrametazione nell’e tà delle guerre Sannitiche) nelle colonie Latine, per es sere poi impiegato con ulteriori perfezionamenti tecnici in alcune assegnazioni viritane del III secolo a.C. In se guito, infine, come testimoniano le fonti agrimensorie, esso si trovava impiegato in combinazione con le centu rie. Per la sua stessa natura si spiega bene come non sia facile ravvisarne tracce sicure sul terreno o sulla carto grafia. Lo schema di svolgimento ricostruito dallo Hinrichs, e qui accettato nelle sue linee di massima, ha il merito di riportare a questo sistema di organizzazione del territo rio i casi di alcune delle più antiche colonie Latine di IV e III secolo a.C. (Cales 334; Luceria 314; Alba Fucens 304; Cosa 273 a.C.) per i quali si è parlato di un si stema di divisione basato sui soli decumani'*; sistema del quale i testi gromatici tacciono. Sarebbe forse prefe ribile affermare che mentre i decumani sono, di regola, in questi casi sicuramente rintracciabili, i limites tra sversali erano tracciati in modo meno rilevante e ad ampi intervalli irregolari (rispetto alla successiva «rego larità» della centuria tipo) e variabili. Per esempio que sta conclusione si ricava da un nuovo, più accurato esa me dell’agro centuriato della colonia Latina di Cosa (273 a.C.), che migliora e precisa la precedente indagine del Castagnoli: «La netta preponderanza degli allinea menti paralleli ai decumani [questi sono disposti a in tervalli di 16 actus] su quelli perpendicolari conferma in certo senso l’interpretazione del Castagnoli, cioè che i cardini fossero strutturalmente più labili dei decuma ni» 19, probabilmente perché non rappresentati da strade. Tuttavia nella colonia cittadina di Terracina, del 329 a.C. e quindi coeva alle più antiche colonie Latine qui considerate, è stata ritrovata una regolare centuriazione impostata su di una direttrice che rappresenterà poi la via Appia (Igino Gromatico, D e limitibus constituendis p. 179, 11-14 Lach. = p. 144, 1-4 Th.), che fungeva così da decumanus maximus, mentre i cardini correvano alla distanza di 20 actus20. Il confronto con questa e più precisa strutturazione del terreno e con la catastazione per centurie negli agri quaestorii di Cures può forse prospettare il quesito se tale maggiore regolarità non fosse, inizialmente, ricercata suWager romanus, rispetto ai terreni destinati alle più antiche colonie Latine e ivi assegnati ai coloni.
Ad ogni modo, prima di seguire gli sviluppi ulteriori . della tecnica della centuriazione, che sono intima mente collegati anche a nuove situazioni politiche, con viene precisare il significato più profondo di questa opera zione di divisione e organizzazione del terreno. Essa viene applicata quando si tratta di organizzare la vita associata di una nuova comunità, che viene ad insediarsi in un ter ritorio conquistato o comunque acquisito; vale a dire essa ha la finalità di preparare l’occupazione stabile di una zona con insediamenti tanto in un centro urbaniz zato, quanto nella campagna. Alla base di questa ri strutturazione di un contesto agrario vi è, quindi, in pri mo luogo, un’esigenza tecnico-politica in vista della for mazione di una nuova comunità autonoma, o dell’am pliamento di una comunità già esistente. Solo in una fase successiva, questa operazione agrimensoria si inse rirà con scopi sociali nei programmi di una migliore re distribuzione della ricchezza. In questa prospettiva, già negli ambiti greci coloniali d’Oriente e di Occidente (e quindi anche in Magna Gre cia)21, la divisione regolare del territorio agrario della colonia è un momento del processo globale di organiz zazione di una colonia ed è, appunto, strettamente con nesso, in vari modi, con rimpianto regolare di un tessu to urbano. Si tratta in entrambi i casi di una stessa tec nica, agrimensoria e urbanistica, in una operazione uni taria, che è applicata anche in vista di possibili amplia menti dei contesti agrario e urbano, e che, soprattutto, consente di inquadrare organicamente il corpo civico coloniario. Il sorteggio di eguali, o corrispondenti, par celle di terra e di spazi urbani stabiliva, almeno agli ini zi della nuova fondazione greca, una sorta di eguaglian za della proprietà e della partecipazione politica, egua glianza che fu spesso teorizzata da pensatori politici del V secolo a.C. In realtà, come tale, questa tecnica è pra ticamente neutrale, e potè essere applicata indifferente mente in regimi tirannici, democratici, oligarchici. La situazione non è molto differente, nei principii e nella pratica, nel mondo romano, e qualcosa di simile è da presupporre anche per le fondazioni «coloniarie» etrusche nelle zone campana e padana, dove gli impian ti urbani regolari contrastano con il carattere disorgani co delle città dell’Etruria. Il rapporto città-territorio 22, immaginato come esem plare dagli agrimensori romani (ratio pulcherrima), avrebbe dovuto fondarsi su di un sistema di divisione unitario di spazio urbano e agrario: decumanus e cardo maximi dell’area centuriata avrebbero dovuto nascere dal centro stesso della città (Igino Gromatico, De limitibus constituendis p. 180, 1 ss. Lach. = p. 144, 9 ss. Th.). Tecnicamente di rarissima, difficile realizzazione per ra gioni ambientali in questa perfetta costruzione, quel rap porto era, non pertanto, strettissimo sul piano socia le e politico. Prendiamo il caso delle colonie Latine23. Al loro inter
no, per decisione del governo romano e in base alle leg gi istitutive delle singole colonie, vigeva una rigida divi sione in classi di censo. I dislivelli sociali erano assai forti e venivano ottenuti con differenti assegnazioni di terreno alle diverse classi di coloni. Per esempio, nella colonia di Aquileia del 181 a.C. la discrepanza fra i lotti di terra assegnata alle tre classi nei quali i coloni erano divisi (140, 100 e 50 iugeri rispettivamente) dimostra che le due prime classi erano praticamente irraggiungi bili dai coloni della terza classe sul piano economico, sociale e politico. È possibile che nella terza classe fos sero arruolati come coloni anche alleati italici e forse elementi veneti. La distinzione politica e sociale si traduceva anche in una differenza di insediamento. Come sappiamo da testi legislativi del I secolo a.C., che certamente ripetono norme precedenti, la classe dirigente doveva abitare nella città; gli altri coloni saranno stati insediati sparsa mente nel territorio della colonia, come dimostra pun tualmente l’indagine topografica24. I coloni che abita vano la campagna, certamente la maggioranza, saranno stati talora a contatto con gli abitanti indigeni preceden ti, nei casi frequenti in cui essi non erano stati elimina ti. Accolae gallici sono testimoniati per le colonie Lati ne in Cisalpina (Livio , Ab urbe condita 21. 39. 5; 28. 11. 10; 37. 46. 10): per essi saranno state formate delle «riserve» nei terreni meno fertili e P. Tozzi ritiene con fondamento di essere in grado di distinguere queste lo calizzazioni indigene nel territorio della colonia Latina di Piacenza. Un’iscrizione, forse di II scolo a.C. (La Regina, 1971, p. 327) ricorda l’esistenza nella colonia Latina di Aesernia (Isemia) di incolae Samnites, che sono probabilmen te da identificare con i resti della popolazione precedente la fondazione della colonia, i quali avevano conservato una qualche forma di autonomia nell’ambito della nuo va formazione civica. Questi «indigeni» erano anche una preziosa riserva di mano d’opera. La classe più alta della colonia di Aquileia non avrà certamente potuto coltivare direttamente l’ampia assegnazione di terra che le era stata attribuita e si sarà servita di mano d’opera locale, prima ancora che di schiavi. Dunque questa operazione agrimensoria, e urbanistica, delimitava il territorio della nuova fondazione e, men tre determinava al suo interno la parte da assegnare ai coloni, quella destinata a restare terra comune e le altre porzioni per varie ragioni non assegnate o riservate a futuri possibili incrementi, creava le strutture sociali e economiche della stessa comunità, e condizionava, sul pia no di una funzionalità egalitaria o proporzionale, le for me e i modi della vita politica del nuovo corpo civico. Questa caratterizzazione esclude che qualcosa di simile si sia verificato in comunità più antiche, il cui processo di formazione era stato spontaneo e comunque diverso: soltanto più tardi, come sopra si è accennato a proposi to delle teorizzazioni sulla Roma romulea, si cercherà
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di proiettare all’indietro, per legittimazione nobilitante, questa operazione. Fino alla deduzione della colonia Latina di . Rimini (Ariminum) del 268 a. C., la colonizzazione romana nell’Italia centro-meridionale si era inserita, marcando le tappe dell’espansione e della conquista, in ambiti geografici e antropici consueti, e essa non aveva profondamente modificato i loro tradizionali sistemi di vita e di economia25; i coloni inviati da Roma si erano affiancati in posizione preminente alle sconfitte popola zioni locali, come ci dimostra il caso succitato di Aesernia. L ’organizzazione del territorio coloniario si sarà ca ratterizzata piuttoso come una catastazione nuova e non deve aver comportato modifiche strutturali rispetto alla tradizione o ai caratteri imposti dalle condizioni naturali dell’ambiente. Accanto alla relativa antichità di questa fase coloniaria, che si estende dalla seconda metà del IV alla prima metà del III secolo a.C., sono forse queste le ragioni per cui i resti materiali di queste operazioni agrimensorie appaiono oggi meno evidenti: perché esse si inserivano nei ritmi normali della vita ed erano in stretta aderenza alle condizioni non modificabili del terreno, anche se probabilmente introducevano talvolta una concezione della proprietà e rapporti giuridici nuovi. Va anche rilevato che in questa fase, anche per la pro venienza non troppo diversa dei coloni, si sarà realizza ta nelle colonie Latine, e quindi nelle assegnazioni di terra, una maggior eguaglianza, o, almeno, una minor diversificazione sociale in confronto a quanto avverrà in seguito (per esempio, come si è detto, ad Aquileia). Inoltre, e tuttavia, la minor uniformità del terreno, da assegnare, raramente o non sempre pianeggiante, avrà spesso costretto i deduttori, per non creare condizioni di differenza e di disagio fra i coloni, a frazionare il lot to da assegnare ad ognuno 26, appunto in relazione alle condizioni del suolo. Di qui, forse, anche una minor ne cessità di una troppo regolare divisione del terreno da assegnare. Con la colonia di Ariminum i Romani si affacciarono sulla piana del Po, e le condizioni della colonizzazione nella Cispadana, del suo modo di attuarsi e della stessa tecnica agrimensoria mutarono profondamente27. Il senso di stupefazione e di ammirazione per le condizio ni ambientali, e le possibilità di vita, totalmente diffe renti rispetto a quelle, ben più misere, alle quali i Ro mani erano abituati nelle zone del Centro-Sud, è arriva to fino alla storiografia alta di Catone e di Polibio. Innanzitutto vi era larghissima disponibilità di terre dopo la conquista. Inoltre il terreno si presentava pia neggiante, ricco di acqua e potenzialmente, o già evi dentemente, fertile. Le popolazioni indigene, vinte e sottomesse, erano state in alcuni casi totalmente elimi nate, più spesso costrette a spostarsi o comunque margi-
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nalizzate. Vi era la possibilità di intervenire profonda mente sull’ambiente. Da un lato, questo veniva modifi cato con l’introduzione di nuove strutture sociali e eco nomiche e con nuovi modi di conduzione agraria. A queste strutture si accompagnavano nuovi rapporti di diritto. Si sarà modificato ampiamente anche il modo di insediamento umano nella campagna rispetto a quello precedente. La fondazione di centri urbani coloniali, condotta secondo le regola della castrarne! tazione mili tare, e la creazione di una rete viaria complessa rappre sentarono le linee di penetrazione romana. La via Emi lia servì da base per l’orientamento di un grandioso se guito di centuriazioni. Dall’altro lato, le modifiche richieste dalla ristruttura zione agrimensoria, che comprendevano importanti opere di bonifica28 e talora disboscamenti, tenevano però conto delle condizioni naturali del terreno (pen denze, presenza di fiumi, scorrimento delle acque di su perficie) e anzi avvenivano in stretta relazione e aderen za ad esse e le valorizzavano: in tal modo fu garantita la continuità di questa trasformazione del paesaggio pada no e quindi la sua validità perenne 29. Da questo punto di vista, anche se articolato in unità cittadine e cantonali diverse, e esteso poi nel I secolo a.C., come vedremo fra poco, alla Transpadana, il feno meno della ristrutturazione agrimensoria finì per am pliarsi fino ad abbracciare intere aree regionali, così che si è potuto parlare a ragione di un grandioso piano di ri sistemazione, globale e unitario nelle sue concezioni e attuazioni pratiche. Non va mai dimenticato che la cit tà-colonia è sempre il punto centrale della riorganizza zione politica di ambiti territoriali, e che l’urbanizza zione è, in definitiva, un fatto politico voluto, che può talora innestarsi anche su premesse spontanee di ordine socio-economico (una forte emigrazione dalle aree del Centro-Sud verso le fertili piane della Gallia Cisalpina), ma che in realtà risponde ad esigenze politico-ammini strative per lo svolgimento della vita associata, e orga nizzative di ordine statale: essa può, a sua volta, suscitare conseguenze nuove sul piano sociale e economico. È in questa nuova situazione e in questo nuovo • ambiente, favorita dalle condizioni geomorfologi che, che la tecnica agrimensoria si andò affinando e si realizzò quel tipo di centuriazione regolare e precisa che ha lasciato un’impronta di sé indelebile sul paesag gio di larghe zone dell’Italia settentrionale. A questa stessa età deve anche risalire la teorizzazione, di im pronta etnisca, del processo di centuriazione, che ab biamo considerato più sopra. Gli aspetti propriamente tecnici di questa operazione non riguardano ora i nostri ragionamenti30. Ma va riba dito che tanto nelle colonie Latine, quanto in quelle cit tadine di nuovo tipo, di popolamento, quanto infine nelle larghissime assegnazioni viritane a Romani e al-
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leati, il processo della centuriazione con le sue precise parcellizzazioni aveva lo scopo di ricreare, fuori della sua area tradizionale e naturale, la tipica struttura agra ria romano-italica della piccola proprietà contadina, autosufficiente perché complementata dallo sfruttamen to, agricolo e silvo-pastorale, delle terre comuni. E nep pure in queste zone della Cisalpina era esclusa, nelle colonie Latine era anzi prevista, la «convivenza», già fin dagli inizi della romanizzazione, con la media e grande proprietà, che avrà prodotto per il mercato, e che sarà stata avvantaggiata dal rapido sviluppo dei vi cini centri urbani e dalla nuova viabilità. Va ricordato che nelle aree del Centro-Sud, in un primo momento, la grande azienda si sviluppa su terreni non centuriati, an che se abbastanza precisamente delimitati come è l’agro pubblico. Ma in entrambi i casi, piccola proprietà contadina e media o grande azienda agraria, si trattava dell’introdu zione in Cisalpina di nuovi metodi di conduzione agra ria, dalla quale saranno derivate conseguenze notevoli anche nel campo del diritto. Sembra abbastanza sicuro che la nozione di ius in re aliena e quindi le varie servi tù prediali siano venute imponendosi proprio verso la fine del III secolo a.C. e siano, quindi, in certo senso collegate geneticamente con lo svilupparsi e il perfezio narsi della tecnica agrimensoria e dei larghi impianti di centuriazione, in aree estranee al diritto romano e rispon dendo ad esigenze che precedentemente, meno complesse, erano risolte con altri, più semplici accorgimenti31. Da un punto di vista politico, questo imponente proces so di colonizzazione e romanizzazione era favorito dalla classe dirigente romana, in quanto dirottava verso la Gallia Cisalpina quella richiesta di restaurazione delle proprie capacità economiche che le classi basse romana e italiche, uscite gravemente danneggiate dalla lunga guerra annibalica, avrebbero altrimenti avanzato verso l’agro pubblico che nel Centro-Sud era sempre più nelle mani dell’oligarchia. D’altro canto questo indirizzo si incontrava con la spinta verso queste fertili terre, ricche e disponibili, che i militi romani e italici avevano ben imparato a conoscere nelle molte guerre per la ricon quista della Cisalpina. La centuriazione è, in questa prospettiva, un momento della politica imperialistica romana, e del consenso popolare a questa politica. 11 progressivo declino nelle aree del Centro-Sud della . piccola proprietà contadina fu inteso dalle classi di rigenti romane e italiche primamente nelle sue con seguenze politico-militari: come il venir meno di quella classe di contadini-militi che aveva da sempre formato la base della forza militare di Roma e dei suoi alleati. Il declino sociale di questa classe, e propriamente la sua drastica diminuzione numerica, si avvertirono dappri ma, nei decenni iniziali del II secolo a.C., negli stati La tini e Italici, anche per il fenomeno dell’emigrazione
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verso la Cisalpina e le province iberiche; poi anche nel corpo civico romano. La proposta agraria di Tiberio Sempronio Gracco, del 133 a.C., intendeva recuperare nelle aree centro-meridionali della penisola l’agro pub blico occupato più o meno legalmente dai ceti possi denti romani e italici, per redistribuirlo in piccoli lotti ai proletari, e ricostruire così la classe dei piccoli pro prietari contadini. La centuriazione, con la creazione di grandiose infrastrutture (strade, ponti, fora come punti di incontro economico-politici) intendeva, in questa prospettiva, rompere intenzionalmente l’unità di grandi aziende agricole che si erano venute creando sull’agro pubblico coltivabile, intervenendo anche nei casi, non infrequenti, nei quali alle colture era stato sostituito il più remunerativo pascolo con i relativi allevamenti. Si volevano ricostruire, o costruire, così come si era fatto programmaticamente qualche decennio prima nella Ci salpina, piccole aziende unifamiliari a coltura mista, autosufficienti, o che si sperava potessero essere tali. La differenza, facilmente avvertita dai più attenti avver sari della proposta graccana, con la situazione nelle aree del Nord consisteva però nel fatto che nelle zone cen tro-meridionali il passaggio, ove esso era avvenuto, dal la piccola proprietà contadina alla azienda medio grande a produzione per il mercato aveva rappresentato un progresso economico in senso generale, il cui ritmo avrebbe difficilmente potuto essere invertito. Questa constatazione può spiegare un fenomeno molto impor tante che, per quanto sappiamo, incominciò a verificar si dalla fine del II secolo a.C.: sul terreno centuriato, de caduta o declinante la piccola proprietà, si venne im piantando e prosperò la grande azienda, che potè sfrut tare l’organizzazione agrimensoria del terreno prece dentemente realizzata con finalità tutt’affatto opposte. Il caso è ben testimoniato nell’agro di Cosa 32, il quale, per altro, presenta aspetti particolari per la sua colloca zione nell’ambito etrusco: tuttavia il fenomeno sembra di carattere più generale. Nella Gallia Cisalpina, sino al II secolo a.C., il pro. cesso politico di romanizzazione aveva interessato quasi esclusivamente la Cispadana, anche se la penetrazio ne della cultura romana nelle aree a Nord del Po era stata naturalmente profonda. La romanizzazione della Transpa dana è un fatto del I secolo a.C., che si articolò in tre tappe fondamentali: la concessione nell’89 a.C. dello ius Latii e la trasformazione delle comunità alleate in colonie L a tine; l’ammissione nella cittadinanza romana nel 49 a.C.; la fine del regime provinciale nel 42 a .C .33. Le prime due fasi comportarono, programmaticamente, una completa ristrutturazione in senso politico territoriale, agrimensorio e urbanistico delle antiche co munità indigene, con i loro insediamenti, per metterle in grado (insieme ai Romani ivi già per caso stanziati) di esercitare concretamente i diritti-doveri inerenti ai
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loro nuovi status giuridici. Si ebbe qui veramente una trasformazione globale, secondo principi unitari, che investi territorio e società, alla quale le popolazioni lo cali collaborarono più o meno spontaneamente 34. Si trattava di pervenire consapevolmente ad una rottura «culturale» con gli stati di fatto preesistenti, largamente dominati, come ci attestano Polibio per il II secolo a.C. e altre fonti per il I secolo a.C., da strutture sociali e eco nomiche, politiche e giuridiche assai diverse da quelle romane e che potremmo definire quasi «feudali»: esse furono progressivamente spazzate via, non senza con trasti, anche con l’introduzione del diritto quiritario ?5. La riorganizzazione agrimensoria dei contesti agrari mediante la centuriazione fu lo strumento principale di questa modificazione del territorio. Il significato di ra zionalizzazione che stava alla base di questo processo deve essere stato ben capito e apprezzato nel suo valore tecnico-pratico, come sembrano poter dimostrare i casi di imitazione spontanea che si notano in ambiti locali36. Va anche detto che in questo processo, che si svolse nel l’arco di circa un secolo, si inserì, fino a confondersi in molti casi con esso, la politica di ricompense in terra ai veterani cesariani, triumvirali e augustei (non pochi di origine cisalpina), che sistemò qui nel Nord, ma anche in molte colonie e assegnazioni nel Centro-Sud, decine di migliaia di soldati. Essi, dopo i lunghi anni di servi zio durante le guerre civili, ritrovavano, o speravano di ritrovare, nel ritorno alla terra, la perduta autonomia economica e le radici della propria cultura37. Successivamente anche nelle province il processo di ur banizzazione e colonizzazione, con la necessità di una riorganizzazione territoriale e di una centuriazione del suolo, venne estendendosi con la precisa consapevolez za da parte del governo romano di creare poli nuovi di attrazione per le popolazioni locali e, attraverso la mi glior controllabilità offerta dai centri urbani, di pro muovere la romanizzazione, rompendo così situazioni precedenti variamente e potenzialmente pericolose. I dati degli agrimensori sulle centuriazioni provinciali e i loro problemi sono in alcuni casi abbastanza precisi38. La centuriazione è un aspetto, oramai, di razionalizza zione politico-amministrativa dell’esercizio del potere, che tuttavia, al tempo stesso, ha il grande merito di me glio sistemare la natura dei luoghi, di valorizzare econo micamente le risorse del territorio e di introdurre tecni che di conduzione agraria nuove e più avanzate: è, in definitiva, un fattore di civiltà.
Emilio Gabba
___________________________ ______ _____________ Note I testi degli Agrimensori romani sono citati secondo l’edizione del Lachmann, 1848, ragguagliata dove possibile con quella del Thulin, 1913. Non è mia intenzione dare nelle note una bibliografia esaustiva: sono ricordati gli scritti che sono sembrati più utili. Menzione a parte meritano le ricerche esemplari di P. Fraccaro, ora raccolte nel volume III dei suoi Opuscula, 1957. 1) Secondo la definizione di Plinio, Naturalis Historia 18.9 si diceva actus la distanza sul terreno per la quale i buoi, di norma, potevano ti rare l’aratro in un solo tratto (in quo boves agerentur cum aratro uno impeto iusto), mentre ìugerum era detta la superficie che con un paio di buoi si poteva arare in un giorno (ìugerum vocabatur quod uno iugo boum in die exarari posset). L’actus secondo calcoli attendibili corri sponderebbe a m. 35,48, ma la misura è variabile e non corrisponde sempre ai rilevamenti sul terreno: di qui oscillazioni fra i 705 e 710 m. per il lato della centuria tipo: Castagnoli, 1958b, pp. 22-23. 2) Varrone, De re rustica 1.10.2; Siculo Fiacco, De condicionìbus agrorum, p. 153, 24 Lach. = p. 117, 26 Th.; Festo, p. 47, 1-2, ed. Lindsay. 3) Gabba, 1978, pp. 250-259. 4) Luzzatto, 1963, pp. 225-239. 5) Bietti Sestieri ed altri, 1980, fase. 1-2; Castagnoli, 1980 pp 133-142. 6) Cicerone, De re publica 2.26; Dionigi di Alicamasso, Antiquitates Romanae 2.62.3-4, 74.2-4; Plutarco, ISuma ló. Peruzzi, 1971, pp. 188-194; 1973, pp. 145-153, finisce per accettare la validità della tradi zione, e attribuisce all’azione di Numa Pompilio scopi fiscali sull’esem pio dei catasti micenei. 7) Frontino, De limitibus, pp. 27, 13-28, 17 Lach. = pp. 10, 20-12, 14 Th. cfr. Igino Gromatico, De limitibus constituendis, p. 166, 7 ss. Lach. = 131, 8 ss. Th. 8) Castagnoli, 1958b, p. 25, e molti altri dietro di lui. 9) Cfr. anche Igino Gromatico, De limitibus constituendis, p. 167, 3-14 Lach. = p. 132, 6-17 Th. 10) Questa spiegazione è respinta da Dilke, 1971, pp. 231-233, perché la centuria di 50 iugeri sarebbe nota soltanto in assegnazioni triumvi rali (dove, anzi, secondo Castagnoli, 1958b, p. 22, potrebbe essere il modus dell’assegnazione), ma è evidente che si tratta qui di altra cosa. 11) Igino Gromatico, De limitibus constituendis, p. 168, 3-5 Lach. = p. 133, 4-6 Th. In generale sui problemi dell’orientamento nello spazio geografico Janni, 1981, pp. 53-70. 12) Mommsen, C.I.L., IX, p. 396. 1 3 ) Muzzioli, 1975, pp. 223-230; Muzzioli, 1980, pp. 38-39. 14) Le Gali, 1975, pp. 287-320. 15) Fraccaro, 1956b, pp. 109-110. 16) Hinrichs, 1974, pp. 23-48, con la mia recensione 1977b, pp. 453-454. Cfr. Castagnoli, 1958b, p. 29. Il problema della scamnatio è esaminato nel contesto campano da Vallat, 1979, pp. 993-1001. 17) Cfr. con cautela Levi, 1968, pp. 409-415 e Uggeri, 1969, pp. 51-71. Per Metaponto cfr. lo status qaestionis in Ghinatti, 1982, pp. 70-74. In genere è molto importante Asheri, 1975, pp. 5-16. 18) Castagnoli, 1958b, p. 24; Castagnoli, 1964, p. 1380. Cfr. Casta gnoli, 1953-55, pp. 3-9. Per Luceria cfr. anche Jones, 1980, p. 425. 19) Celuzza-Regoli, 1982, p. 38, ma cfr. 37-41. Importante la notizia a p. 40 che non vi sono per ora indicazioni chiare sul territorio non assegnato, che il Castagnoli localizzava ipoteticamente su Poggio Ma1abarba, «su cui restano tratti di recinzioni di incerta interpretazione». Val la pena di ricordare che il Tibiletti in Castagnoli, 1956b, pp. 163-164 aveva supposto per la colonia un sistema misto di limitatio e
strigatio.
20) Inaccettabile su questo punto lo Hinrichs, 1974, p. 55. 21) Sono fondamentali Martin, 1973, pp. 97-112; Asheri, 1975, pp. 5-16; Boyd-Jameson, 1981, pp. 327-342. 22) Tozzi, 1974a, p. 50 ss. offre, con l’analisi del caso di Parma, rifles sioni teoriche del maggior interesse. Cfr. Tozzi, 1972. 23) Gabba, c.s.
24) Tozzi, 1972, pp. 17 e 22 per Cremona e Placentia; Frederiksen, 1976, p. 342; Garnsey, 1979, p. 1 ss. 25) Un caso a parte è rappresentato dalla colonizzazione romana nelle aree etrusche dopo l’inizio del IV secolo a.C., che fu scarsissima, come si è rilevato da tempo, appunto perché Roma non aveva interesse a sconvolgere con il suo sistema di colonizzazione-urbanizzazione i par ticolari rapporti socio-economici esistenti nella regione. Per VApulia si consulterà con interesse e con cautela Ruta, 1981, pp. 329-381 (e anche in volumetto a parte). 26) Sul problema, assai oscuro, Frontino, De controversiis, pp. 14,1 -15, 5 Lach. = pp. 5, 16-6, 7 Th.; Igino Gromatico, De limitibus constituendis, p. 203 ,1 6 ss. Lach. = p. 166, 13 ss. Th. 27) Questo cambiamento è rilevato dallo Hinrichs, 1974, p. 218 ss. Su tutti questi problemi cfr. ora Chevallier, 1983. 28) Esplicitamente attestate nell’area parmense da Strabone, Geogra-
phicaì.XAX. 29) Il concetto è assai bene precisato dal Tozzi, 1974a, p. 7 ss. Per ri flessioni di metodo e esame globale dei problemi: Chouquer, 1981, pp. 823-868. 30) Vorrei soltanto accennare in nota al problema del rapporto fra la centuria tipo di 200 iugeri, le sue divisioni interne (spesso benissimo attestate dal rilevamento topografico e aerofotografico: per es. Bottazzi, 1983, pp. 65-67) e le assegnazioni ai coloni in un numero di iugeri che spesso rappresenta un sottomultiplo di quella misura (Tozzi, 1974a, p. 49, per gli 8 iugeri ai coloni di Parma). Esitererei ad assolutizzare questo rapporto, considerando le eventuali diversità delle con dizioni naturali del suolo, che possono, anche in questo caso, aver condotto a frazionamenti delle varie sortes assegnate. 31) Posso limitarmi a un breve accenno a questo fondamentale pro blema, rinviando alle ottime analisi di Capogrossi Colognesi, 1969-1976, spec. I p. 2 ss. ; II pp. 64 ss., 86 ss. Il Capogrossi dà un’equanime valuta zione dell’opera di B. Brugi in questo particolare settore. 32) Celuzza-Regoli, 1982, pp. 41-44. 33) Luraschi, 1979, e Luraschi, 1980, pp. 207-217. 34) Per il problema dell’eventuale continuità di luoghi di culto e della loro collocazione nell’ambito delle centuriazioni: Tozzi, 1978, pp. 103-124. 35) Polibio, 2.17.11-12; Cicerone, Adfamiliares 11.19.3 ed anche Vir gilio, Eclogae 1; Gabba, c.s. Cfr. anche Keppie, 1981, pp. 367-370. 36) Tozzi, 1976, pp. 3-6. 37) La colonizzazione sillana sembra essere consistita, salvo pochi casi, piuttosto in un puro e semplice trasferimento di proprietà. Sul problema si veda ora Andreau, 1980, pp. 183-199, con discussione critica delle teorie moderne. 38) Cfr., per es., Gorges, 1982, pp. 101-110; Chevallier, 1982, p. 147 ss.
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_________ Servitù di passaggio _ _ ________ e organizzazione del territorio romano nella media e tarda età repubblicana ià nella letteratura del secolo scorso relativa alle servitù prediali le tre servitù di passaggio cono sciute dai giuristi romani - l'iter, l’actus e la via - insie me aWaquae ductus, assumono una rilevanza particola re. .Comune ai vari autori che s’interessano dell’argo mento appare fra 1 altro la consapevolezza della notevo le antichità di tali figure e, in parte giustificata da ciò, della specificità del loro stesso regime giuridico, della presenza di appositi interdetti a tutela del loro esercizio, alla loro appartenenza alla categoria della res mancipi. Queste considerazioni, insieme a un clima che verso la fine dell’800 appariva ormai sempre più favorevole a una discussione sulle origini degli istituti e sui loro ca ratteri arcaici, spiegano il rilievo tutto particolare che ebbe, nel nostro campo, la ipotesi proposta per la prima volta da M. Voigt circa la genesi e la struttura arcaica delle piu antiche servitù: quelle di passaggio e d’acque dotto appunto '. Il dibattito che così si apriva e che, soprattutto in Italia, avrebbe poi tenuto il campo sino ai giorni nostri finiva tuttavia col lasciare abbastanza in ombra problemi al meno altrettanto importanti costituiti dalla funzione complessiva assolta da tali figure nelle varie fasi stori che della società romana e dal rapporto fra la loro evo luzione e crescita e la trasformazione di questa. Alcuni aspetti di una problematica del genere, in verità, prima del Voigt, erano stati messi in evidenza da un giurista italiano la cui opera costituisce ancora motivo di grande interesse per la modernità della sua problematica e dei suoi metodi: Biagio Brugi. Non a caso, tale autore è l’unico, insieme a Max Weber in Germania, a dare un adeguato rilievo agli scritti degli agrimensori romani, un insieme di testimonianze così si gnificativo anche per lo studio del valore pratico degli isti tuti giuridici connesi alle strutture territoriali romane2. Che tale corpus sin da allora fosse restato abbastanza tra scurato dai giuristi, trova più di una giustificazione3. Assai più grave è che la nuova e più moderna sensibilità mostrata in proposito da Brugi in Italia e da Weber in Germania non fòsse destinata a fecondare durevolmente il nostro campo di studi.
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Comunque sia, con la crescente fortuna della problema tica di Voigt in ordine alla più antica storia delle servitù prediali in diritto romano, tutta la discussione si venne m buona parte a circoscrivere intorno alla definizione della natura originaria delle più antiche servitù apparte nenti alla categoria delle res mancipi, se proprietà,
comproprietà o se una signoria «funzionalmente divisa» fra i titolari dei fondi interessati. Restava poi all’oriz zonte il problema se questa eventuale proprietà della stnscia di terreno non fosse da intendersi nei termini della signoria arcaica del mancipium su cui, com’è noto, era ugualmente concentrato l’interesse dei roma nisti di questo secolo, a partire dai classici studi del Bonfante4. I rapporti genetici e strutturali fra queste varie forme di diritti reali, l’ipotesi di un’originaria indistinta categoria del meum esse nella quale sarebbero ugualmente rien trati tanto gli iura itinerum che gli iura aquarum, sono dunque, come s’è detto, i temi che dominano la romani stica di questo secolo. Restava così in ombra un insieme di problemi almeno altrettanto importante che, partendo da aspetti preva lentemente funzionali, avrebbe potuto ricollocare la più vetusta storia di questi iura itinerum ed aquarum nel più ampio quadro - cui organicamente pure appartene va - della storia del territorio romano e dei suoi regimi giuridici. Proprio questa era la strada a suo tempo intrapresa dal già citato Brugi. In una serie di lavori che coprono un arco di tempo abbastanza ampio e che sono tuttora as sai significativi, per dimensioni e complessità di analisi questo interessante romanista, specie in ordine alle ser vitù di passaggio, si era venuto interrogando sui rappor ti fra queste e il sistema di viabilità assicurato dalla centuriatio romana 5. E da questa impostazione che io credo tuttora si debba partire anche se, ovviamente, molti dei risultati e delle ipotesi proposte a suo tempo dal Brugi non possano oggi essere accolte in toto. Così, ad esempio, un punto che io credo abbia costituito un’obiettiva debolezza del la sua problematica rispetto alla successiva impostazio ne del Voigt è rappresentato dal fatto che Brugi si sia troppo invischiato in una discussione intorno al quesito se le primitive servitù di passaggio avrebbero dovuto soddisfare a vere e proprie «necessità» dei fondi o non avessero piuttosto rappresentato per questi delle mere «utilità». Indipendentemente dagli equivoci che, a mio giudizio, sottostanno al modo in cui il vecchio romani sta pisano è venuto affrontando tale questione 6, quello infatti che mi sembra da ribadire con molta chiarezza è che, contrariamente appunto a quanto Brugi rite neva in proposito7, il sistema della centuriatio, se as sicurava certamente alcune strutture fondamentali ed
altamente razionali di un sistema di viabilità agraria, non era in grado di soddisfare pienamente alle esigenze di viabilità che derivavano da questo tipo di assetto del territorio. Noi dobbiamo infatti tenere presente come il modello della centuriatio, nella sua «classicità», sia sempre stato associato ad un sistema di piccoli se non minuscoli lot ti. Così, se abbastanza improbabile appare la proiezione all’indietro, nella mitica età della fondazione, della as segnazione di una centuria di territorio ad ogni curia di cento cittadini8, tale rappresentazione tuttavia trae ori gine da una diversa e più tarda realtà. Ed è questa la realtà delle assegnazioni coloniarie e non, dove i lotti di terra in piena proprietà assegnati ai cives romani non sempre hanno superato i leggendari bina ìugera e, co munque, abbastanza raramente hanno raggiunto dimen sioni veramente molto più grandi. Ma se il sistema della centuriatio nella colonizzazione romana ha comportato la redistribuzione della unità territoriale costituita dai duecento iugeri della centuria non già a quattro o cinque proprietari, ma a una molti tudine di piccoli e piccolissimi proprietari, che doveva sovente ammontare a diverse dozzine, ciò aveva anche precisi effetti sul sistema di viabilità connesso. Anche ammettendo infatti che tutti i limites della centuriatio consistessero in veri e propri sentieri, ciò che per Vager italicus appare senz’altro accettabile, si deve sottolinea re come, all’interno della centuria territoriale, potessero risultare facilmente dei lotti interclusi dalle altre pro prietà situate lungo i limites e privi quindi di accesso di retto alla viabilità pubblica. Di qui l’evidente esigenza che i Romani ebbero - e di cui abbondante eco sussiste tuttora nella nostra docu mentazione, specie nei testi dei Gromatici - di una via bilità agraria aggiuntiva. Viabilità realizzata anche, sia pure non solamente, attraverso la costituzione di servitù di passaggio. «Non solamente» scrivevo, giacché resta, ancora in età imperiale, nell’opera dei gromatici un’eco precisa di altri e forse più «arcaicizzanti» sistemi di via bilità agraria. In questo caso, piuttosto che costituire una vera e propria servitù prediale, i proprietari confi nanti, mettendo in comune il terreno interessato, ponen do in essere delle viae communes, destinate alla utilità dei loro fondi ed, eventualmente, di pochi altri fondi vi cini. Se infatti già i limites che scorrono lungo le centuriae e le dividono sono sovente in proprietà privata e sola mente assoggettati a quelle che potremmo chiamare, in termini poco tecnici ma efficaci, una «pubblica servitù» di passaggio, ugualmente tutte le vie che scorrono al l’interno di questa grande unità territoriale che è la cen turia sono privatae. E qui, distinguono appunto i giuri sti, ci si può trovare davanti tanto a viae privatae all’in terno del sistema dei campi quibus imposita est servitus, ut ad agrum alterius ducant, oppure a vie private per
quas omnibus commeare liceat e che i Gromatici indi cano piuttosto con la qualifica di viae vìcinales9. In verità la casistica relativa a queste varie figure di vie agrarie che emerge dall’insieme dei testi giuridici e gro matici è tutt’altro che chiara e, in particolare, oscure appaiono alcune premesse basilari la cui mancata defi nizione lascia necessariamente rilevanti margini di in determinatezza anche per gli aspetti successivi di questa casistica. In particolare e soprattutto appare tutt’altro che chiara la distinzione - apparentemente addirittura banale - fra via pubblica e via privata 10. E ancora dob biamo interrogarci su quanto immutate siano categorie e distinzioni come quelle ora accennate ed altre ancora nel lungo arco di tempo che va dalle XII Tavole a tutto il Principato. Infatti la presenza di un sistema di viae privatae di rile vanza pubblica o semipubblica (relative cioè a un grup po di proprietari confinanti e interessati ad avere sboc chi in un più ampio reticolo di vie agrarie) è appunto attestata sin dalle XII Tavole. E sin da allora, converrà aggiungere, in modo abbastanza poco chiaro. Si tratta di una ben nota norma che, secondo quanto tramandato nella raccolta festina e confermato in altri testi di grande evidenza, sanciva una larghezza standard per codeste vie: di otto piedi, aumentata a sedici in anfractum, cioè nelle curve n. Una così specifica e genera le statuizione non poteva certo riguardare la libera de terminazione dei proprietari privati all’interno dei loro fondi: aveva a che fare con quelle situazioni in cui le viae privatae servivano a una più o meno grande comu nità di proprietari confinanti. Si trattava di assicurare, sin da allora, le dimensioni mi nime di quelle vie che ho sopra ricordato, costruite da vari proprietari confinanti - ex collatione privatorum come molti secoli poi dirà Ulpiano 12 - e destinate ad assicurare lo sbocco dei vari fondi nelle più grandi vie pubbliche. È lo schema dunque della pertinenza in una forma più o meno di comproprietà o di comunione sul bene co struito con il contributo di particole di terra apparte nenti a due o più fondi che, per la più antica storia agraria romana, forse sin da epoca anteriore alla legisla zione decemvirale, assolve a gran parte delle esigenze della viabilità agraria. In questa epoca, sino al terzo se colo, è assai verosimile che anche quello specifico setto re di rapporti che darà poi luogo alla categoria dei iura itinerum ed aquarum venga attuato nella forma di una vera e propria signoria fondiaria. Non è questa la sede per riprendere un’analisi abbastan za estenuante circa i caratteri precisi in cui questa si gnoria può essersi realizzata e a cui ho già accennato in precedenza. Mi limiterò piuttosto a sottolineare con forza come tracce significative di questa forma arcaica
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sussistano ancora per l’età più tarda, non solo quelle a suo tempo già colte con chiarezza da M. Voigt, ma altre molteplici, specie in ordine alla figura così importante deWaquae ductus l3. Ed è poi a una storia che si diparte appunto da uno schema proprietario, per gli iura itine rum, che ci si potrà rifare per spiegare quella singolare tripartizione - iter, actus e via — la cui giustificazione sul piano di una determinazione di distinti contenuti delle varie figure appare una crux interpretum su cui in vano i romanisti si sono affaticati sin dalle prime gene razioni dei Glossatori14. Malgrado alcune voci dissenzienti, pur brillanti, che si sono fatte notare proprio in questi ultimi tempi, possia mo dire che la storiografia romanistica appare quasi unanime nell’ammettere che, nel campo dei diritti reali, sia verificato un processo che ha portato solo in una fase relativamente avanzata, negli ultimi secoli della Repubblica, ad una netta distinzione fra la categoria della proprietà, il dominium ex iure Quiritium e gli al tri diritti come le servitù prediali e l’usufrutto. Sia colo ro che immaginano un’evoluzione che abbia preso le mosse da una indifferenziata signoria del pater su uomi ni liberi, schiavi e cose, sia coloro che esprimono dubbi su quest’ipotesi di partenza, tutti concordano non solo sulle linee generali del processo che ha visto la frantu mazione della categoria generale e onnicomprensiva dell’appartenenza per una differenziazione delle varie figure di diritti sulle cose. Si deve ancora aggiungere ed è questo un punto da non sottovalutare - come sem bra altresì delinearsi una generale concordanza a indivi duare nel periodo che va dal terzo al secondo secolo a.C. il momento cruciale di questo processo di differen ziazione l4. Certo si è che già verso la metà del secondo secolo la categoria dei iura itinerum ed aquarum è trattata dai giuristi in termini di iura in re aliena e sin dalla più an tica riflessione giurisprudenziale noi vediamo dipanarsi i problemi che il mutamento di regime e il passaggio da vecchie pratiche alle nuove regole comporta 15. Una condizione importante perché ciò potesse realiz zarsi è data, per l’appunto, daH’affermarsi di una scien za giuridica consapevole dei propri fini e capace di rin novamenti nel proprio strumentario concettuale. Non era possibile alla vecchia sapienza pontificale e alle sue tecniche interpretative dell’antico patrimonio giuridico romano andare oltre un certo livello nei^ processi di in novazione e di adeguamento del diritto. È probabile che le condizioni generali, le esigenze materiali e gli interes si che costituiranno la base di quell’insieme di rapporti e di interazioni fra proprietari diversi che rientrano al l’interno della categoria delle servitù fossero già presenti e premessero nella realtà agraria romana. Realtà, si noti, che a sua volta non si ricollega tanto alle figure che saranno le protagoniste della successiva evo luzione sociale. È vero che il ceto dei grandi e medi
proprietari, destinati a guidare quella vera e propria ri voluzione delle forme produttive che potremmo sinte tizzare richiamandoci alla villa catoniana, apparirà cer tamente interessato allo sviluppo di questa nuova cate goria dei iura praediorum. Ed è vero che il loro interes se si rivolge anche alle più antiche figure degli itinera e delle aquae 16. E tuttavia proprio un sistema di servitù di passaggio, man mano che l’unità fondiaria aumenta di dimensioni, appare meno essenziale. Nella maggior parte dei casi le vie di comunicazione utilizzate dalla villa (le cui dimensioni sono ormai cresciute ben al di là di una singola centuria) apparterranno ad un sistema più importante - e in tal senso del resto sussistono pre cisi echi negli agronomi latini - che non quello costitui to dalle servitù di passaggio. Restando sempre circoscritti al mondo agrario e disinte ressandoci quindi della crescente importanza che assu mono verso la fine della Repubblica le servitù urbane, è piuttosto lo sviluppo di nuovi tipi di servitù rustiche in funzione di impieghi sempre più articolati del fondo a costituire il riflesso diretto degli interessi e del funziona mento della villa schiavistica. Dal riconoscimento delYamoenìtas come scopo sufficiente di una servitù, al l’ammissione di vere e proprie servitù industriali17, tut to l’arricchirsi e lo sviluppo della categoria delle servitù rustiche dalla fine della Repubblica e nel corso del Principato è legato al ruolo e alle complesse funzioni della villa schiavistica. Le più antiche servitù rustiche, al contrario, e soprattut to le tre servitù di passaggio appaiono, come ho già ac cennato, legate preminentemente a quel fitto reticolo di piccole, talvolta piccolissime proprietà fondiarie preva lenti per l’età precedente, l’età appunto in cui tali figure sono sorte e si sono definite in modo autonomo. È appunto questo il tipo di rapporti che trovano la loro definizione formale nel sistema della centuriatio. Ove poi abbassassimo la datazione della piena fioritura di questo sistema di organizzazione del territorio e della proprietà fondiaria al terzo secolo a.C., allora troverem mo qualcosa di più che una coincidenza fra tale innova zione e la trasformazione della natura stessa degli anti chi iura itinerum nella più recente forma delle servitù prediali. È proprio nel terzo secolo a.C. dunque che si viene deli neando un parallelo processo di chiarificazione e preci sazione di concezioni e figure giuridiche da una parte, di forme e strutture materiali dall’altra in ordine al complessivo dominio romano del territorio. Di fronte alla sempre più netta configurazione della proprietà ro mana, distinta da altri tipi di diritti sugli immobili e in primo luogo dalle servitù prediali, si impone dunque una ampia e comprensiva ristrutturazione dell’ager romanus, volta per l’appunto, attraverso il sistema della centuriatio, a esaltare, anche visivamente, se possibile, la autonoma rilevanza della piena proprietà della terra.
Ed è nella centuriatio appunto che il sistema ortogonale tracciato dai gromatici assume un’organica funzione di viabilità pubblica integrata per l’appunto, al suo inter no, dal più articolato sistema delle servitù di passaggio. Dominium e centuriae, limites e iura itinerum costitui scono il punto di arrivo di un’esperienza giuridica e di una tecnica gromatica che hanno superato la loro fase arcaica e che convergono nel ridisegnare il paesaggio agrario e le forme del dominio di una società che viene raggiungendo rapidamente il suo momento di massima espansione. Come del resto ho già avuto occasione di mettere in ri lievo in precedenti ricerche, se è pur vero che siffatte trasformazioni necessitavano di una tecnica e di un li vello culturale della scienza giuridica romana superiore ai vecchi schemi pontificali, è anche vero però che l’in quadramento delle vecchie figure nella nuova categoria dei iura in re rispondeva anche ad importanti esigenze pratiche. Significava infatti anzitutto rendere più fun zionale il peso costituito a carico di un fondo rispetto al livello effettivo dei vantaggi arrecati al fondo vicino. Si gnificava soprattutto non irrigidire tali figure all’inter no. dei perenni schemi proprietari, ma adeguarle agli spazi e ai tempi della loro effettiva utilizzazione 18. L ’estensione per non usus, il sempre più centrale requi sito deìYutilitas funài, l’uso anche a periodi intermitten ti del diritto, tutto ciò appare muoversi in questa dire zione. E che in gioco vi fossero importanti interessi pratici, che giuristi e pretore fossero impegnati in una operazione non del tutto agevole di razionalizzazione e di funziona lizzazione dei rapporti agrari, nel complesso campo della viabilità, che contrasti di interessi fossero ivi ope ranti, lo mostra a mio giudizio la necessità di un inter vento legislativo per sopprimere l’applicazione dell’wsucapio di iura. La lex Scribonia non deve essere collo cata, come in genere si ritiene, nel primo secolo a.Cv, ma fatta risalire alla metà del secondo secolo a.C. 19. E allora infatti che la recente estensione della nozione di ius in re aliena ai iura itinerum ed aquarum doveva an cora suscitare incertezze. Soprattutto dovevano svilup parsi resistenze non marginali al fine di evitare l’oblite razione di specifiche applicazioni di istituti probabil mente in precedenza estesi a tali figure, come appunto l’usucapione. Su un punto molto importante quindi quel tipo di incertezze interpretative destinate altrimen ti a persistere ancora nel tempo, come a livello negozia le attestano degli importanti passi dell’età serviana20, veniva troncato di netto con l’emanazione della lex Scribonia. Non si trattava ovviamente di un intervento volto a sviluppare in modo sistematico le acquisizioni teoriche dei giuristi dell’epoca, avente quindi, come tal volta s’è supposto, un suo significato teorico. Piuttosto, sulla base di quelle, esso mirava a liberare il mondo dei piccoli proprietari terrieri da pericoli di troppo agevoli
interferenze da parte dei vicini. In un sistema che sem pre più nettamente veniva valorizzando gli elementi in dividualistici in esso presenti, la libertà del fondo dive niva un bene da difendere in modo sempre più netto. La libera volontà dei proprietari veniva così rafforzata e valorizzata, diventando sempre più l’unico strumento attraverso cui una artificiale limitazione del pieno dirit to di proprietà costituita dalle servitù prediali poteva essere posta in essere. L’importanza di un intervento del genere, volto a potenziare la linea secondo cui da tempo operava no giuristi e magistrati giusdicenti lo mostra da sola la stessa lex Scribonia. Com’è noto infatti sono poche, nel l’arco di più secoli, le leggi votate dai Romani e aventi un contenuto essenzialmente privatistico. E queste è il caso ad esempio della quasi contemporanea lex Atinia, anch’essa relativa all’usucapione - intervenivano comunque in settori aventi un particolare rilievo socia le, in modo da troncare autoritativamente conflitti di interessi rispetto a cui la mera mediazione processuale 0 giurisprudenziale appariva insufficiente. Anche grazie a ciò le vecchie figure dei iura itinerum, sorte probabilmente in epoche addirittura anteriori alla piena fioritura della centuriatio e volte quindi ad assi curare quei minimi livelli di viabilità solo in seguito rafforzati e razionalizzati proprio grazie all’esemplare sistema della limitazione romana, erano destinate a pro iettarsi nel tempo. Inserite ormai nel nuovo sistema dei iura in re aliena esse erano destinate a conservare un ruolo definito anche in un quadro agrario mutato, quando la stessa piccola proprietà contadina così stret tamente associata alla centuriazione romana entrò in crisi, assumendo un ruolo subalterno rispetto a nuovi e più dinamici moduli organizzativi. Solo restava allora una singolare contraddizione, probabilmente cristalliz zatasi proprio nel corso del terzo secolo a.C., in una fase di transizione dal vecchio regime al nuovo. Si trat tava della difficile distinzione della via rispetto alle altre due servitù di passaggio, distinzione di cui senza succes so i giuristi del Principato cercarono di dare una inter pretazione convincente. Processualità di uno sviluppo e di un mutamento di regime giuridico e conservatorismo di un sistema fondato fra l’altro sul carattere tipico delle varie figure di servitù divennero così i due fattori che determinarono una difficoltà che, non superata da loro, 1 giuristi romani lasciarono in eredità ai loro epigoni moderni. Se tuttavia ci rifacciamo alla realtà dell’Italia agraria degli ultimi secoli della Repubblica, ci dobbiamo ren dere conto che il panorama sin qui tracciato, sulla scor ta indubbiamente delle linee prospettiche che le antiche testimonianze ci offrono, deve considerarsi quanto meno incompleto. Sfugge infatti ad esso - e quanto sfuggiva poi più o meno volutamente allo stesso sguar-
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do dei giuristi antichi? - il variegato mondo delle possessiones di ager publicus. Come si realizzava all’inter no di questo, un pur necessario sistema di comunica zioni, quale la forma giuridica delle pur possibili reci proche concessioni di facoltà (daWaquae ductìo al pa scolo estivo) fra i vari possessori? Quale la forma giuri dica dei negozi fra questi intercorsi, e che tipo di prete se, di diritti potevano essere posti in essere? Limitarsi a dire che sul piano dei rapporti obbligatori si sarebbero potuti venire costituendo vincoli tra fondi analoghi e verosimilmente modellati sulle vere e pro prie servitù prediali costituite fra fondi in piena pro prietà quiritaria, è un po’ poco. Certo si è che quei modi di costituzione delle servitù, invalidi civilmente eppure già presi in considerazione dai giuristi, la traditio vel patientia ad esempio, dovevano ricavare la pro pria importanza proprio dal fatto che, dove l’ordinato mondo della centurìatio venivano meno, lì le necessità di porre comunque in essere dei vincoli di reciproca utilità e subordinazione fra i fondi, lungi dal cessare, si accentuavano. Nel silenzio abbastanza spesso delle fonti non possiamo certo andare molto oltre. Si tratta però, almeno, di sot tolineare con molta forza questa lacuna che gli antichi ci hanno non casualmente tramandato. È un problema questo che certamente trascende la sto ria delle servitù di passaggio nell’età repubblicana e, più in generale delle servitù prediali, per toccare invece il modo stesso in cui la riflessione giuridica romana si è venuta ponendo rispetto alla sfera della proprietà. Proble ma più vasto e che investe direttamente la storia della terra in mano ai Romani e della sua organizzazione.
Luigi Capogrossi Colognesi
._______________________________________________ Note 1) Si tratta del ben noto saggio di Voigt, 1874, p. 159 ss. Per una più com prensiva valutazione della tesi di Voigt, nel quadro di una proble matica già più che secolare in tema di servitù prediali e delle loro più antiche applicazioni, cfr. oltre a Capogrossi Colognesi, 1969, p. 1 ss., Corbino, 1981, p. 8 ss. Va ricordato inoltre come, nell’ipotesi origina ria di Voigt circa la strutturazione più arcaica delle servitù nella for ma proprietaria, oltre alle tre servitù di passaggio e all’acquedotto, ve nisse presa in considerazione anche la cloaca, su cui cfr. in particolare Capogrossi Colognesi, 1976, p. 307 ss. 2) Mi riferisco in particolare a Weber, 1891. Su questo aspetto del me todo weberiano mi permetto di rinviare alle mie ricerche contenute in Capogrossi Colognesi, 1981a, p. 101 ss.; p. 181, e soprattutto a Capo grossi Colognesi, 198lb ,p . 111. 3) Quanto più si accentua il carattere pratico dello studio del diritto romano, tanto più netta è la preminenza dei testi del Corpus iuris. Talché si potrebbe addirittura concludere che, salvo alcune eccezioni quali la olandese Elegante Jurisprudenz, i testi dei Gromatici tornano
nell’ombra dopo il rilievo assunto in certi filoni della storiografia giu ridica del XVI e di parte del XVII secolo. 4) Su questo punto cfr. Capogrossi Colognesi, 1969, passim, nonché Capogrossi Colognesi, 198la, p. 223 ss. 5) Mi riferisco in particolare agli ampi saggi di Brugi, 1880, 1884 a e b. Accanto a questi vanno aggiunti Brugi 1887b e Brugi 1887a. Ma il significato particolare assunto dai testi dei Gromatici nella riflessione del Brugi viene evidenziato da una delle sue opere più importanti. Mi riferisco ovviamente a Brugi, 1897. U n’analisi soddisfacente del meto do e delle prospettive di Brugi in tale opera e, più in generale, della inte ressante personalità di questo studioso, indubbiamente influenzata da alcuni dei motivi più validi del nostro positivismo, è ancora da farsi. 6) Per alcuni rapidi appunti in proposito cfr. Capogrossi Colognesi, 1969, p. 2 n o tai. 7) Cfr. in particolare Brugi, 1 8 8 0 ,1, p. 341 ss.; Brugi, 1897, p. 331 ss.; 344 ss.; 368 ss. Particolarmente significativa ivi, a p. 337 ss., la discus sione intorno alla abbastanza misteriosa lex Mamilia e l’introduzione, accanto alla figura del limes, che divide e segna la centuria, del finis. Solo se ogni confine fra i vari piccoli fondi avesse avuto una dimensio ne di cinque piedi e avesse fornito una viabilità pubblica, l’introduzio ne di un sistema di servitù di passaggio avrebbe potuto rappresentare un elemento affatto complementare e solo migliorativo di tale sistema. 8) Su cui cfr. da ultimo Gabba, 1979, p. 55 ss.; Capogrossi Colognesi, 1983, p. 76 nota 5. 9) A questi problemi e all’analisi delle varie testimonianze giuridiche e gromatiche ad essi relativi sono dedicati i §§ 2,5 e 6 di Capogrossi Colognesi 1976. In particolare sulle viae gravate da una qual specie di Staatsservitut, cfr. invece il § 4. 10) Su ciò rinvio ancora una volta, per una prima approssimazione, a Capogrossi Colognesi, 1976, § 1. 11) Festo, s.v. viae, p. 508, ed. Lindsay; Digesta 8,43. 12) Cfr. Digesta 43.8.2.22 (Ulpiano, A d edictum 68) « . . . Vicinales
sunt viae, quae in vicis sunt, vel quae in vicos ducunt: has quoque publicas esse quidam dicunt: quod ita verum est, si non ex collatione privatorum hoc iter constitutum est. Aliter atque si ex collatione privatorum reficiatur: nam sì ex collatione privatorum reficiatur, non utique privata e s t. ..» . Cfr. anche Digesta 43.7.3 ([Ulpiano] (Pomponio) Ad Sabinum 33), su cui cfr. anche Capogrossi Colognesi 1976, p. 30 ss. 13) Sulla persistenza di caratteri arcaici nel regime e, soprattutto, nella pratica legale degli ultimi secoli della Repubblica in relazione alla servitus acquae ductus cfr. Capogrossi Colognesi, 1966, §§ 6-11; 15-20, nonché, con diverso orientamento, Corbino, 1981, p. 105 ss., con ul teriore bibliografia. 14) Anche su questo punto rinvio a Capogrossi Colognesi, 1976, p. 282 ss. e agli autori ivi citati in nota 21. 15) Mi riferisco in particolare al problema della persistente tutela pos sessoria per le vecchie figure, realizzata, probabilmente a partire dal l’epoca qui presa in considerazione, mediante appositi interdetti de itinere actuque privato e de aqua. Di non minore difficoltà doveva presentarsi il problema delle vecchie leges mancipii, un tempo utiliz zate al fine di determinare le caratteristiche della forma proprietaria costituita sulla striscia di terreno, ed ora sforzate invece nel senso della costituzione di un semplice ius in re. 16) Mi riferisco ad esempio ad alcuni passi dell’epistolario ciceronia no dai quali risulta l’interesse del suo autore per l’acquisizione di iura aquarum a favore delle sue villae (Cicerone, A d Quintum fratrem 3.1.2.3 e 4). Significativi invece alcuni passi degli agronomi latini nel senso di una maggiore autosufficienza della villa: cfr. quanto sia pure indirettamente, può ricavarsi da Catone, De agricultura 9 .1 5 1 .4 ; Varrone, De re rustica 1.31.5; Columella, De re rustica 1.2.3-4; 1.5.1-4· 2.16.3-5. 17) Cfr. ad es. Digesta 8.1.8 (Giulio Paolo, A d Plautium 15) ed inol tre Digesta 8.3.1.1. (Ulpiano, Institutiones Regulae 2); 8.3.5.1 (Ulpia no, Ad edictum 17); 8.3.6 (Giulio Paolo, A d Plautium 15). 18) Cfr. Capogrossi Colognesi, 1976, p. 450. 19) Su ciò cfr. Capogrossi Colognesi, 1976, p. 437 ss. 20) Si tratta in particolare di Digesta 8.3.30 (Giulio Paolo, Epitomae Alfeni Digestorum 4) e di Digesta 18.14.40.1 (Giulio Paolo, Epitomae AÌfeni Digestorum 4), su cui cfr. Capogrossi Colognesi, 1966.
La riscoperta del passato _________ neirOttocento Ricerche sulle divisioni agrarie romane dell’Italia Settentrionale ggi il rapporto fra l’uomo e l’ambiente ha assunto prepotente rilievo ed è al centro di interpretazioni, discussioni, interventi, spesso carichi di forte passionali tà. Spogliato di ciò che presenta di effimero e mutevole, il problema, di obiettiva importanza, è vecchio quanto l’uomo. Il modo di questo rapporto è stato diverso nel tempo ed è anche diversamente conoscibile per le differenti età. Il suolo serba, senza distinzione, sicure tracce delle fasi della storia umana e pare quasi voler correggere certe arbitrarie e tradizionali partizioni degli studiosi fra Pro tostoria e Antichità, Antichità e Medio Evo, Medio Evo ed Età Moderna. Ma la leggibilità del suolo è varia, a seconda della evidenza, della ampiezza, della efficacia dei segni impressi dagli uomini. Del tutto singolare ri sulta l’apporto romano nella definizione dei caratteri permanenti del paesaggio; si lascia cogliere con nettezza in tante zone dell’Italia e in particolare nelle grandi pia nure dell’Italia settentrionale. Come si riconosce l’intervento romano da quelli di altre età? Distintiva è la combinazione di alcuni elementi fondamentali. L ’aspetto più appariscente è la assoluta regolarità della divisione agraria secondo rigorosi dise gni geometrici e la ortogonalità degli incroci dei limites maggiori e minori della limitazione. Questa è la condi zione essenziale, ma non sufficiente; per acquisire cer tezza, occorre che i limites stessi e le distanze fra loro siano un multiplo di unità di misura antica. La presen za di identiche misure di divisioni della terra in regioni assai differenti e lontane (in Europa come in Africa, in Italia come in Jugoslavia, in Spagna come in Inghilter ra, in Francia come in Germania), le quali ebbero nel tempo storie diverse, si spiega soltanto con un momento di storia comune. E non si saprebbe trovare altro tempo per questo, se non l’età romana. Per la straordinaria continuità dell’assetto romano nei caratteri fondamentali del paesaggio agrario (specialmente italiano), parrebbe ovvio che la consapevolezza di tale debito abbia accompagnato costantemente i mo derni. Ma così non è stato. La nozione dell’antico si è presen tata varia nel tempo: di taluni aspetti (specialmente di uomini e di eventi) la conoscenza è stata continua, sen za interruzioni; di altri aspetti, invece, frammentaria e discontinua. E ancora; gli scrittori latini hanno esercita to fascino in misura differente: Livio e Tacito ben più dei Gromatici, aridi e spesso difficili da intendere '.
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Fu con l’inizio dell’800 che l’interesse per il passato si ampliò straordinariamente e si recuperarono in gran numero testimonianze prima trascurate o rimaste in ombra. Non accadde altrimenti per la scienza agrimensoria romana. Una svolta fu segnata dal grande storico Niebuhr. Questi, nel 1812, mentre sottolineava la scarsa conoscenza e la difficile intelligenza degli agrimensori, per la tendenza ad isolarne singoli passi, dichiarava che, inavvertite dai moderni, specialmente nella campagna di Roma, dovevano essere conservate tracce della antica divisione del suolo, le quali, conosciute, avrebbero chiarito le oscurità degli antichi Gromatici2. E, in una sorta di ispirazione solenne e retorica, invitava il futuro editore degli Agrimensores a recarsi a Roma e visitarne attentamente la terra, dove tutto era reliquia, e promet teva così la soluzione di enigmi su cui gli uomini, inca tenati, come lui, nei luoghi della barbarie nordica, inva no avrebbero esercitato il loro acume 3. L ’attesa del Niebuhr parve per parte compiersi di lì a poco con C.T. Falbe, capitano di vascello danese, il quale, rilevando topograficamente la zona attorno a Cartagine, notava la presenza sul terreno di quadrati di 708 m. di lato, che riferiva esattamente alla divisione agraria romana4. A questi viene generalmente riconosciuto il merito del la scoperta dei resti della centuriazione. Il problema, impostato in questi termini, non è privo di oziosità; as sai più importanti, a mio giudizio, si rivelano alcune ri cerche, parziali o sistematiche, che, talvolta in connes sione, talvolta indipendentemente, contribuirono sensi bilmente al progresso di questi studi nel corso dell’800. Premessa e condizione fu lo sviluppo e il perfeziona mento della cartografia ottocentesca. Caratteristico è il fatto che la valle del Po attrasse prioritariamente l’at tenzione di studiosi, i quali di qui mossero per volgersi altrove. Il che può spiegarsi con la migliore conserva zione ed evidenza dei resti, oltre che, per alcuni, con una maggiore familiarità dei luoghi. Mi pare decisa mente da combattere la tentazione di appiattire questi studiosi. Un posto notevole occupa P. Kandler: univa interessi epigrafici, paleografici, toponomastici, storici per la ter ra istriana5 e aveva buona conoscenza dei Gromatici6. Dai Gromatici, appunto, risalì al recupero delle antiche linee della centuriazione con l’aiuto fondamentale della cartografia e dando gran peso alla diretta esplorazione dei luoghi. Tre brani mi paiono significativi del combi-
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narsi dei tre motivi nel modo di procedere del Kandler7. «Li scritti dei Gromatici contengono le norme di distribuzione e il gius seguito nel formare le colonie agrarie; meglio mostrerebbero le testimonianze delle ripartizioni sul suolo medesimo mediante li avanzi delle opere struttorie nelli agri che furono divisi» 8. A proposito del territorio di Pola: «La Carta militare austriaca ingenerò sospetto in me che certe linee regola ri potessero essere dell’agro colonico di Pola, ma è in sufficiente nella scala in che è segnata a riconoscere le testimonianze sopravvanzate dell’agro antico. Altra car ta in dimensioni maggiori che indica anche i singoli corpi di terreno, unicamente fatta pel litorale, non per altre provincie, mi condusse a certezza ed a ricognizio ne sul terreno. La carta militare mi diè sospetto per Pa dova e per Asolo, per qualche altra regione Oltrepò; a convertire il sospetto in certezza la Commissione cen trale di Vienna pei monumenti antichi, fè a mia pre ghiera assumere la mappa dell’agro patavino e fu rileva ta con grande maestria e sopra scala grande che mi gui dò con sicurezza» 9. Ancora a proposito di Pola: «E mi feci condurre su car ro solidissimo per uno di questi cardini nella lunghezza di parecchie miglia, preceduto da uomini armati di falci in asta che aprivano la via attraverso le spinàrie e li ar busti cresciuti ai lati, che vi facevano densissima volta. Un roco di colonna con leggenda, altri monumenti ter minali potei vedere e durano ancora cappelle e chiesuo le di confinio, di trifinio, di quadrifinio alle estremità dell’agro, ove convenivano o convengono contempora neamente le processioni di comuni contermini e vi ap pendono le croci e vi ascoltano messa celebrata sull’ara comune, ogni popolazione tenendosi da sé al lato della cappella che corrisponde al proprio comune, non senza accidenti di alterchi e busse» l0. Proprio per la importanza accordata alla esplorazione diretta dei luoghi, il Kandler si rivela attento raccoglito re dei toponimi di fondi (anche di quelli conservati at traverso la tradizione popolare) u. Accanto all’indagine approfondita degli agri di Pola e di Padova non manca no testimonianze sullo studio degli agri di Trieste, di Aquileia e delle colonie dell’Istria n. Solo la divulgazione dei suoi numerosi scritti ancora inediti potrebbe consentire un più adeguato giudizio. Al Kandler si collega il Gloria neH’importante contri buto sull’agro patavino, nel quale, peraltro, l’attenzione alla centuriazione ha un rilievo del tutto secondario 13. È da sottolineare il fatto che il Gloria si avvalse della toponomastica come fondamento delle sue osservazioni per la colonia patavina «settentrionale» (dalla perma nenza dei nomi Desmano per indicare un villaggio e una via su cui questo sorgeva derivava con sicurezza che là in età romana corresse il decumano massimo del la limitazione) sia per quella di «sud-est» alla cui esistenza pervenne attraverso il suggerimento dei toponimi - in pri
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mis ancora Desmano - dei documenti medioevali. Al Kandler e al Gloria si collega E. Legnazzi, professore di geodesia nell’Università di Padova. Quanto questi dovesse al primo è problema difficile da risolvere 14. Nella Prefazione al discorso inaugurale del 23 novem bre 1885 15 spiegava l’interesse ormai più che trentenna le per le antiche divisioni agrarie. Di fronte alla situa zione contemporanea della pluralità catastale italiana, basata su criteri di valutazione difformi, il Catasto ro mano - fortemente idealizzato e vagheggiato 16 - gli sug geriva la necessità di un catasto unico e la perequazione delle imposte «come splendida promessa di giustizia, di pace e di prosperità per l’Italia». Anche se la spinta ini ziale «moderna» tornava ripetutamente nell’opera sotto forma di confronti dell’antico col moderno 17, il Legnaz zi si lasciò affascinare dalle colonie romane al punto che queste occupano nel libro grande spazio. Di particolare significato, sono le pagine 37 e seguenti per comprendere idee e metodo di ricerca del Legnazzi. Alla caduta dell’Impero romano seguì un periodo di ro vine, dal quale solo con l’aiuto di Roma l’Italia e l’Eu ropa potevano uscire per rinnovarsi. Fra gli ordinamen ti del rinnovamento si presentavano in primis «quelli che avevano rapporto con la proprietà e con la distribu zione delle pubbliche gravezze». Ma le opere materiali delle divisioni agrarie nella massima parte erano scom parse. L ’autore inseriva significativamente proprio a questo punto una testimonianza essenziale della risco perta del passato. «Nel 1846, quando per la prima volta visitai Camposampiero, Noale, Vigonza, ricordo d’esse re rimasto subito colpito dalla perfetta simmetria, che avevano quelle campagne e dalle strade tutte rettilinee, incontrantisi sempre a distanze uguali sotto angolo ret to, e conservanti per lunga estesa la loro direzione, ri cordo insomma d’essere rimasto sorpreso dalla rete di quadrati tutti uguali, che copre il territorio di molti paesi». Per spiegare quel «magnifico quadrigliato» cer cò ragione dei nomi dei luoghi, tolti dalla lingua latina, negli antichi Gromatici e si giovò del libro dell’erudito Venturi (in cui si parlava della grama). Ma nel 1853 fu decisivo rincontro col Kandler, «archeologo dottissi mo». «E come mi disse che si era occupato delle anti chità romane e più particolarmente delle colonie di Aquileia e dell’Istria, non tardai a confidargli le mie idee e le mie ricerche sull’agro colonico posto a NE di Padova. Ci recammo sul luogo. Il Kandler, sicuro e franco, non mi nascose la sua meraviglia, anzi subito mi confessò che anche nell’Istria esisteva qualche cosa di simile: l’un l’altro ci comunicammo le nostre idee, che quasi coincidevano» 18. Ogni dubbio del Legnazzi sulla esistenza della colonia patavina venne, infine, meno con il ritrovamento di «due Castellarium» (sic), del Cardo maximus e del Decumanus maximus. E attra verso il caso co'ncreto di Padova acquistavano chiarezza le affermazioni dei Gromatici sulle colonie l9.
A proposito deH’importanza che la visione e la visita di un luogo rivestivano nel metodo del Legnazzi si potreb bero citare più brani, ma uno fra tutti mi appare assai efficace: «Ma spingendo le osservazioni ed i viaggi mi accorsi, che questo di Cesena non è che una parte di una immensa colonia, che dall’Adriatico puossi dire si estendesse fino agli Appennini... Seguendo la via Emilia fra Cesena, Forlimpopoli, Forlì e Bologna, ed eziandio qua e là nel Modenese e nel Parmigiano il viaggiatore è sorpreso nel vedere quelle strade eguali, tutte parallele, equidistanti e perpendicolari alla strada maestra. Esse sono tagliate ad angolo retto da altre strade egualmente regolari, in modo che i quadrati appaiono tutti eguali. Vedute d’estate dai contrafforti degli Appennini, queste campagne sembrano immense scacchiere di verdura e di biade biondeggianti, che non lasciano alcun dubbio»20. Il Legnazzi, peraltro, conosceva la funzione delle carte; ma l’impiego di queste veniva dopo, come egli indicava chiaramente altrove: «Da molti anni aveva osservato e visitato la colonia di Cesena, una delle meglio conserva te d’Italia. Ripassai le note che aveva fatto in due mie visite su quella immensa scacchiera; però a redigere la tav. XV... mi giovai della Carta Topografica della Pro vincia di Forlì nella scala di 1 a 86400... Oltre l’opera citata, mi servì la Carta geologica del versante appenni nico tra il fium e Foglia ed il Montone di G. Scarabelli Gommi Flaminj..., nella scala di 1 a 1 0 0 .0 0 0 » 21. Il procedimento del Legnazzi non era esente da rischi: la visione dei luoghi e la fiducia in reperti archeologici ed epigrafici locali possono guidare male, come gli ac cadde per la colonia bresciana con centro a Manerbio o per quella - inventata - a sud di Sirmione 22. Ma un giudizio complessivo su questo punto essenziale non può essere formulato a motivo della perdita delle Tavole, un tempo depositate presso l’Istituto di geodesia dell’Università di Padova. Resta solo la tavola XIV (che il Legnazzi pubblicò in appendice al volume): ammire vole, anche se non del tutto priva di errori nel suo rigo roso schematismo. In modo del tutto indipendente giunse a rilevare la pre senza delle divisioni agrarie romane l’ingegnere idrauli co Elia Lombardini in uno studio di «geologia storica» condotto con rigore di scienziato 23. Il rilevamento delle «reticole» non è, peraltro, fine a se stesso, ma serve al fine di ricostruire il quadro idrologico dell’alta Italia. Significativi sono più luoghi al riguardo: «Allo scopo per altro di riconoscere con sufficiente approssimazione il margine della palude, cui succedeva lo stagno Padusa ne’ primordi della romana dominazione vi è un mezzo di riscontro assai più concludente, che ebbi a scorgere dopo un attento esame del foglio di Ravenna (F 8) della grande carta topografica dell’Italia Centrale. Da Forlì ad Imola, ed anche oltre questa città, vedesi nella pia nura disegnata una reticola di quadrateli!, i cui lati co
stituiscono in complesso rette perfettamente normali alla via Emilia, che fa l’ufficio di fondamentale»24. E su un piano più generale: «le mentovate reticole, tracciate da oltre venti secoli, ci vengono a porgere un fondato criterio per determinare non solo l’estensione dell’anti ca Padusa, ma eziandio i più notevoli cangiamenti av venuti nel corso dei principali fiumi della pianura subapenninica, ed a chiarire fatti storici di qualche impor tanza» 25. Non è il minimo cenno a visite di luoghi (che tanta par te avevano nel Kandler e nel Legnazzi); il fondamento della ricerca del Lombardini è la disponibilità di carte sufficientemente precise26. L ’autore mirava, peraltro, piuttosto a rilevare complessi di reticolati (più evidenti sulle carte) che non ad assegnarli precisamente a singole colonie (con l’eccezione di Bologna, Modena, Parma, per le quali era guida suggestiva la testimonianza di Li vio). La sua attenzione si rivolse principalmente all’E milia e solo in parte alla Lombardia (Cremona), e al Veneto (Padova, area fra Brenta e Piave). Merita di es sere segnalata una caratteristica del procedimento del Lombardini, che non mi pare notata da altri: l’autore cercava quasi costantemente uno stretto nesso fra le grandi vie e le divisioni agrarie: se era corretto nel soste nere che la Emilia è la base dell’impianto fra Forlì ed Imola (p.55) e la Postumia nel Cremonese e alla sinistra del Brenta, errava più spesso: per il Bolognese, per l’a rea Castelfranco-Nonantola, per Busseto e Cortemag giore, ove si spingeva a suppore una profonda diversità nel tracciato della prima via Emilia (fra Taro e Nure), poi modificata21. Fu lo Schulten sul finire del secolo a fornire il più alto contributo dell’800 sull’argomento28. Nel grande topo grafo tedesco l’analisi delle carte, la familiarità dei testi gromatici, l’interesse per la toponomastica si saldarono in un’interpretazione spesso originale. Nelle premesse dichiarava che le carte dell’Istituto Geo grafico Militare consentivano di esaminare le tracce della divisione agraria romana in modo più profondo e critico di quanto non si fosse fatto fino ad allora29. Ma prese a fondamento della ricerca i Fogli (alla scala 1:100.000) e lasciò per i dettagli le Tavolette (alla sca la 1:25.000). La scelta, pur rappresentando un grande progresso per i tempi e rispetto ai predecessori, non fu senza conseguenze. Se per la prima volta con lo Schul ten -che rivolgeva l’attenzione principalmente all’Italia settentrionale ed in particolare all’Emilia, per la mag giore evidenza degli esempi della centuriazione - le sin gole divisioni agrarie di molti centri romani assunsero forme e figure proprie e i territori si precisarono e i con fini si definirono, spesso proprio l’eccessiva fiducia nel le carte lo tradì e nello studio si insinuò talvolta il fan tastico che egli, nelle premesse, mostrava di bollare im pietosamente nei predecessori (specialmente nel Le gnazzi)30. Così singolarmente contrastano con il rigore
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del topografo, che si manifesta generalmente nello scrit to, le pagine su Fiorenzuola e Fidenza, su Bologna e Quaderna, su Cremona, su Piacenza. Un improprio uso della cartografia (per l’inopportunità della scala o per la parzialità dell’esame) portò ad errori che avrebbero po tuto essere altrimenti evitati. L ’alto grado cui era giunta la ricerca e la interpretazio ne delle tracce delle centuriazioni proprio sul finire delΓ800 poteva suggerire grandi speranze per il futuro. Ma un esempio significativo di come gli studi non avanzino necessariamente di continuo fornì di lì a poco il Ricci B itti31. Un nuovo grande progresso nelle conoscenze sulle divi sioni agrarie nell’Italia settentrionale si ebbe soltanto con P. Fraccaro. L ’interesse antico del Fraccaro per la topografia come elemento essenziale della conoscenza storica 32 conobbe una straordinaria accensione in occa sione della Mostra Augustea della Romanità (1937), quando ebbe l’incarico di preparare una serie di rap presentazioni cartografiche degli avanzi delle centuria zioni romane nell’Italia settentrionale ed esplorò «di nuovo attentamente tutti i territori pianeggianti dell’Ita lia settentrionale, per vedere se altre tracce di centuriazione romana si potevano rilevare, oltre a quelle mani feste e note da tempo. Le mie ricerche furono fruttuose e potei scoprire le tracce di non pochi reticolati romani prima inosservati e che mi propongo, appena sarà pos sibile, di far noti. Le conclusioni più importanti di que ste ricerche riguardano la topografia antica dell’Italia, ma anche altre scienze, e non solo quelle che studiano l’antichità, ne possono profittare» 33. Per la prima volta apparve chiaramente la grandiosità del fenomeno delle limitationes dell’Italia settentriona le, fossero esse più e meno evidenti. Peraltro il tentativo, fondato in genere su Fogli (alla scala 1:100.000), si presentava come un inventario a ca rattere provvisorio, i cui risultati richiedevano di essere sempre verificati e approfonditi, spesso corretti, talvolta anche respinti. Lo stesso Fraccaro riprese e portò a compimento l’opera, purtroppo solo per i territori di poche città (Pavia, Padova, Asolo, Ivrea, Aitino, Torto na), verso le quali più direttamente si sentiva portato dalla familiarità (nella presenza o nella memoria). Que sti contributi restano ammirevoli, pur con qualche ec cesso (per Tortona e Ivrea i segni tendono a coprire la carta ben oltre le tracce sul terreno)34. Fraccaro ci lasciò importanti indicazioni del suo meto do, sempre meritevoli di considerazione. A proposito dell’agro Ticinese, nel 1940, scriveva: «Fondamento di tali studi [se. di topografia] sono le eccellenti carte del nostro Istituto Geografico Militare, specialmente le le vate di campagna alla scala 1:25.000 e 1:50.000... La verifica sul terreno deve venire dopo, ciò che può pare re contrario alle comuni norme di ogni operazione ar
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cheologica. Utilissima potrà essere l’esplorazione dal l’aeroplano... ma la carta geografica è appunto una anti cipazione della veduta dall’aereo e ci permette di vedere dall’alto e su grandi estensioni le linee di una regione, appunto come si vedono dall’aeroplano e come non le può vedere chi è alla superficie della terra» 35. Il Fraccaro era così attento al variare e al modificarsi delle possibilità di studio da correggere queste afferma zioni nel 1957: «Oggi, quindici anni dopo la pubblica zione di questo scritto, la fotografia aerea ha preso il primo posto come mezzo di rilievo delle tracce agrimensorie»36. Ma non ebbe il tempo per trame praticamente le conse guenze. Credo che nel Fraccaro culmini il tentativo di sistemati ca ricostruzione delle centuriazioni dell’Italia setten trionale. Con questi studiosi non si esaurisce natural mente l’apporto alla conoscenza delle divisioni agrarie romane, ma per essi passa certamente il contributo più originale e suggestivo. Non sono mancati prima e spe cialmente dopo il Fraccaro studi dedicati a singoli casi di centuriazione o ad aree geograficamente ben definite, con approfondimento di taluni aspetti particolari, ma mi pare sia andata per lo più perduta quella visione ge nerale del problema che era, invece, ben presente sia nei maggiori studiosi dell’800 per la necessità del con fronto in una fase ancora sperimentale di ricerca, sia nel Fraccaro per il carattere stesso di inventario di tutti i re sti. Il fenomeno può sorprendere, se pensiamo alla crescen te disponibilità di strumenti di indagine. Per tutti gli studiosi ricordati prima,l’uso della cartogra fia fu ovviamente esclusivo (se si eccettua qualche epi sodica applicazione della foto aerea nel Fraccaro). Cer to anche le carte si perfezionano nel tempo: quelle su cui operava Kandler erano molto più approssimative e rozze di quelle dello Schulten o di quelle del Fraccaro ed il Fraccaro stesso avrebbe invidiato per molti aspetti quelle di oggi37. I Fogli consentono visioni di insieme (sia pure con limi ti), ma non possono essere presi come base per lo studio delle centuriazioni. A questa funzione essenziale assai più adatte risultano le Tavolette che, però, spezzano la visione su piccole estensioni e devono, quindi, essere collegate con fatica e non sempre persuasivamente. Può valere un esempio significativo: Binasco, fra Mila no e Pavia, è tagliato in due dalle tavolette dell’I.G.M.: il Fraccaro esaminò quella meridionale e non curò suf ficientemente quella settentrionale. Affermava così: «a nord di Binasco non si trovano più tracce di limitazione con l’orientamento di quello ticinese, poiché lì comin ciava il territorio di Milano» 38 In realtà il territorio e la limitazione pavesi si spingevano ben a nord di Bina sco 39. Un altro strumento di indagine è rappresentato dalla fo-
tografia aerea. Anche la miglior carta è necessariamente selettiva nei dati rispetto alla foto aerea. La seconda guerra mondiale, fra le sue contraddizioni, ha contribui to in modo impressionante allo sviluppo di questo mez zo applicabile alla conoscenza del passato40. Oggi l’I.G.M. dispone per l’Italia di rilievi delle zone mon tuose alla scala 1:60.000 circa e delle zone di pianura alla scala 1:30.000 circa. Le Regioni hanno avviato e compiuto, anche ripetutamente, rilievi sistematici a scale decisamente maggiori. Ma anche qui abbiamo condizioni notevoli di disparità: l’Emilia vanta una successione di coperture parziali in anni e stagioni diversi alla scala attorno a 1:15.000; la Liguria, per la stessa natura quasi esclusivamente mon tana e la conseguente necessità di evidenza nei dettagli, ha avviato da ultimo un rilevamento alla scala 1:5.000; la Lombardia si avvale di una copertura alla scala 1:15.000 circa, e, più recentemente, di un eccellente ri levamento totale alla scala T. 20.000; il Veneto presenta per contro una dotazione assai modesta e insoddisfacen te. Sarebbe troppo lungo enumerare anche sommaria mente Enti pubblici e locali e di protezione ambientale, che spesso dispongono di documentazione aerofoto grammetrica di rilevante interesse per lo studio di sin gole aree. Se si sono grandemente accresciute le possibilità di in dicare particolari, che altrimenti sfuggirebbero, meno efficaci le foto aeree si mostrano per chi tenti di recupe rare il disegno generale della centuriazione. Di qui forse - insieme con la non facile accessibilità - il loro scarso impiego, almeno per l’Italia settentrionale. Le coperture da satellite, realizzate in tempi successivi e con tecniche in costante progresso (Skylab, Landsat ed ora il satellite francese Spot), permettono e promettono elaborazioni delle immagini che consentano di recupe rare più correttamente l’estensione dei grandi schemi della centuriazione41. Molto dipenderà dal perfeziona mento della capacità di risoluzione dell’immagine. Al momento vedrei particolarmente opportuna una com binazione dei tre mezzi, mantenendo tuttavia come base per il rilievo le Tavolette dell’I.G.M. Ma non si può non lamentare a proposito di queste ultime la con dizione di difficoltà assai grave in cui spesso lo studioso è costretto a operare per la coesistenza di tavolette con tigue fondate su tecniche diverse e assolutamente incon ciliabili, come il rilievo sul terreno e quello aerofoto grammetrico. Il fatto non è senza conseguenza sugli stu di: io ho più volte tentato e più volte interrotto la rico struzione delle centuriazioni nell’area occidentale del Piacentino e del Milanese. E non è addirittura infre quente che tavolette, basate (almeno a parole) sul mede simo rilievo aerofotogrammetrico, presentino incon gruenze (ex. gratia il Novarese alla destra del Ticino). Ogni risultato contiene, quindi, margini non trascurabi li di errore. Speranze notevoli vengono dalla nuova car
tografia regionale basata sul rilevamento aerofotogram metrico e assai accurata. La Regione Lombardia entro il 1983 metterà a disposizione le prime carte alla scala 1:10.000, relative alla provincia di Pavia, per completa re con il 1985 l’intera Lombardia. Potranno così essere evitati errori nella misurazione, ma il frazionamento delle aree geografiche in un gran numero di pannelli difficilmente è funzionale al recupero degli schemi ge nerali delle centuriazioni. A conclusione mi importa sottolineare che un paesag gio in foto dall’aereo o da satellite o in carte a grande scala è potenzialmente documento storico, con dignità di fonte non inferiore a quella di altre fonti tradizionali, generalmente assai più familiari agli studiosi42.
Pierluigi Tozzi
Note 1) Goes, 1674, Pmefatio e Rigaltius, 1674, fol. 289. 2) Niebuhr, 1842, Ueber die Agrimensoren, pp. 81 e 83 (dalla l a edizio ne di Niebuhr, 1812). 3) Niebuhr, 1842, p. 104. Cfr. anche Castagnoli, 1958b, pp. 8-9. 4) Falbe, 1833, p. 54. 5) Collaborò all’«Archeografo triestino» (1829 ss.), al settimanale «L ’Istria» (1846-1851), attese al Codice diplomatico istriano, al Codi ce delle epigrafi romane d’Istria. Per una più ampia informazione cfr. Ramilli, 1973, p. 5 ss. 6) Ramilli, 1973, p. 36 ss. = 1 ss. del ms. 7) Ramilli, 1973, p. 5 ss. Il manoscritto, che presentava il titolo complessivo L ’A gro Colonico di Padova (tripartito in L'Agro Colonico
di Padova, Pertica dell'Agro Colonico di Pela, Pertica dell’Agro Colo nico di Padova), fu donato allo studioso A. Gloria il 7 aprile 1866, e, quindi, conservato nel Museo Civico di Padova. 8) Ramilli, 1973, p. 37 = 1-2 del ms. Nella lettera di accompagna mento del manoscritto al Gloria il Kandler professava «attenzione alli Agri colonici sul terreno, dai quali può venir luce, più che non si cre da, e meglio che dai libri». L’idea coincide per parte e per parte si dif ferenzia da quella del Niebuhr. 9) Ramilli, 1973, p. 59 = 32 del ms. 10) Ramilli, 1973, p. 51 = 21-22 del ms. 11) Ramilli, 1973, p. 50 = 19-20 del ms. 12) Per notizie sulla centuriazione di Pola, Trieste, Aquileia cfr. Kan dler, 1855, p. 178; nell’opuscolo «Atti del Conservatore» n .l, 4 otto bre 1858, pubbl. a Pola, trattò dall’Agro Colonico di Pola con aggiun te le Carte Pertica agri colonici Patavinorum (dat. 4 ottobre 1858) e Pertica agri colonici Polensium (dat. 1858), che più tardi riteneva da correggere; sulle colonie istriane scrisse sul settimanale «L’Istria» fra il 1848 e il 1849 (cfr. anche Legnazzi, 1885, p. 256 η. 1). Generici ac cenni al riconoscimento degli agri colonici di altre città dell’Italia me ridionale e settentrionale non hanno, purtroppo, possibilità di riscon tro (Ramilli, p. 59 = 33 del ms.). 13) Gloria, 1880-1881, p. 555 ss., 827 ss., 997 ss., 1125 ss., sulle cen turiazioni padovane pp.858-872. Anche J. Filiasi aveva notato la «strada larga e rettissima chiamata il Desmano», nome corrotto «da via decumana », ma l’aveva connesso con la viabilità, non con la cen turiazione (Filiasi 18112, pp. 246-248). 14) Cfr. specialmente Legnazzi, 1885, pp. 100, 247, 253-4, 256. 15) Legnazzi, 1885, p. 5 ss. 16) Ex gr. Legnazzi, 1885, pp. 35, 45. 17) Legnazzi, 1885, spec. pp. 27, 30, 35 ss., 53, 59, 165 ss.
38 18) Legnazzi, 1885, pp. 41-42. 19) Sui Gromatici cfr. spec. Legnazzi, 1885, p. 86 ss. 20) Legnazzi, 1885, p. 49. 21) Legnazzi, 1885, p. 203. Sulla varietà della cartografia usata cfr spec. pp. 50, 168, 186. 22) Legnazzi, 1885, p. 172 ss., 183ss. 23) Lombardini, 1870, spec. c. XIII, Colmamente della Padusa, ossia
della Laguna Ravennate, e tracce della divisione di terreni assegnati alle antiche colonie romane, pp. 54 -58; Appendice B, Sulle reticele tracciate nelle carte topografiche dell’A lta Italia, indicanti la divisione di terre assegnate ad antiche colonie romane, pp. 70-4. In effetti la memoria fu letta in varie adunanze fra il 1867 e il 1868. Lo studio uscì dapprima in «Il Giornale dell’Ingegnere-Architetto», XVI (1868) pp. 14 ss., 115 ss., 209 ss., 396 ss., 520 ss. 24) Lombardini, 1870, p.55. 25) Lombardini, 1870, p.58. 26) Accenni frammentari alle carte disponibili alle pp. 22, 55, 71 n 4 Al riguardo cfr. anche Rubbiani, 1883, f. 1, pp. 67-8, n. 2. ’ 27) Le conclusioni del Lombardini furono presto note alla cultura geografica e storica: cfr. Reclus, 1876, I, pp. 343-5 e da questi Duruy, 1885, I, p. 376 e n. 3. L ’influsso del Lombardini è rilevabile nel Rub biani, 1883, p. 65 ss. Se non vi mancano indicazioni toponomastiche interessanti che non paiono peraltro sempre ben utilizzate, è certo sin golare la scelta come base della ricerca non delle carte topografiche dello Stato Maggiore Austriaco, che pure il Rubbiani mostrava di co noscere bene (p. 68), ma sia della Grande Mappa (alla scala approssi mata di 1:20.000) ordinata dal Senato nella prima parte del XVIII se colo e compiuta nel 1742, sia della riduzione del 1762 (alla scala 1:76.000) operata da A. Chiesa con molte aggiunte. Il Rubbiani pensava così di rintracciare e ricomporre più facilmente i diversi agri colonici di Bologna (p.69), su cui quasi esclusivamente in sisteva. Ma avrebbe dovuto metterlo in guardia il fine stesso della car ta presentata nel 1742 a Benedetto XIV perché «vedesse le incredibili desolazioni che... cagiona la sregolata condotta dei fiumi che hanno decorso nel Bolognese» (p. 69). In conseguenza la carta disegnata dal Rubbiani e unita alla memoria ha molto di schematico e di astratto, convenientemente con l’astrattezza stessa dello studio (il Rubbiani di stingueva cinque agri nella pianura bolognese, pensava che il Decuma no e il Cardine Massimi si trovassero generalmente al centro degli agri, che gli agri dovessero ricondursi precisamente a forme geometriche quadrangolari o rettangolari). 28) Schulten, 1898. 29) Schulten, 1898, pp. 11-12. Per i territori di Faenza e Forlì lo Schulten lamentava di non potere disporre di Fogli dell’I.G.M. (p. 26 n 3). Forse a un difetto di carte può ricondursi il silenzio su Cesena Ctr. anche le centunazioni appena sfiorate a p. 29. 30) Schulten, 1898, p. 11 31) E. Ricci Bitti aveva una nozione superficiale del Lombardini ignorava lo Schulten, era, per contro, largamente debitore al Rubbiam. (Cfr. Ricci Bitti 1901-2, p. 136 ss.). Colpisce, fra le tante, particolarmente un’analogia: se il Ricci conosce va le carte topografiche dello Stato Maggiore Austriaco e dell’Istituto Geografico Militare, preferiva le antiche carte topografiche di Romagna sostenendo una maggiore regolarità e conservazione del reticolato (p. ‘ 53). Veramente curiosa è la sua dichiarazione di metodo al ri guardo: «Così allacciando i capi i quali si richiamano da lungi e con molta evidenza e sopprimendo per un momento le molteplici diago nali in cui si è esplicata la viabilità nel medio-evo e nei tempi succes sivi, correggendo qua e là il corso dei fiumi, appare ad un tratto chia ra, patente, regolarissima la pianta della colonia romana (veggasi la ta vola in fine)» (p. 154). Non meno curiosa è la convinzione che nello schema delle centuriaziom u Cardine Massimo cadrebbe sul lato occidentale dell’agro divi so e si appoggerebbe a un corso d’acqua. Interessante è la nota di Brugi, 1898-99, p. 61 ss., che non mantiene, per.°ònoUe cJ\e Promette nel titolo. Agli stessi anni appartengono Bru gi, 1897, p. 61 ss.; Brugi, 1902, p. 344 ss. 32) Fraccaro 1919, p. 186 ss. Ma ancora più indietro si può far risali re interesse del Fraccaro per la topografia, se pensiamo alla sua Gui
39 da alpina del Bassanese, Bassano 1903 (di cui si avvalse poi per cura re la prima e terza parte - il terreno, itinerari - della guida Sui Campi di Battaglia, il Monte Grappa, TCI, Milano 1928). Certamente su questo punto non fu senza conseguenza il fatto che egli frequentasse la Facolta di Lettere di Padova. 33) Fraccaro, 1940a, p. 3. Cfr. anche Museo della Civiltà Romana Catalogo Roma 1964, sez. LUI, p. 624 ss., n. 16 (Carta dell’Italia set tentrionale con la limitazione romana, in scala 1:100.000) e nn. 4, 6-7, 15, 18 (Carte parziali di territorio o di particolari del territorio alla scala 1:25.000). 34) Oltre al già ricordato studio su Pavia cfr. Fraccaro, 1940b p. 100 ?n’e'Tracti^ ? ’ 19^ ’ p' 719 s s ’ Fraccaro· 1956a, p. 61 ss.; Fraccaro, 1957, p. 123 ss.. E da aggiungere Fraccaro, 1939, p. 221 ss. 35) Fraccaro, 1940a, p. 54. 36) Fraccaro, 1940a, p. 54, n. 3. 37) Un grande progresso dimostra la cartografia regionale, basata sul rilievo aerofotogrammetrico. Uso esemplare di tale cartografia alla scala 1:20.000 e 1:10.000 nella ricostruzione della centuriazione nel1 area di Faenza (limitatamente, però, al territorio comunale) è nelle tavole 3 e 4 delle planimetrie accluse al volume Golfieri, 1977, dove è sempre possibile cogliere la stretta connessione della centuriazione con 1 andamento altimetrico del suolo (isoipse di 1 metro). 38) Fraccaro, 1940a, pp. 59-60. L ’errore passò quindi in Passerini, 1953, pp. 129-130. 39) Tozzi, 1974a, pp. 24-25, nn. 23, 25, tavv. VII-Vili. 40) Cfr. ex. gr. Bradford, 1947, p. 197 ss. e Bradford, 1957. 41) Chevallier, 1978, p. 19. L ’utilizzazione di immagini da satellite ri chiede m questo campo una scrupolosa attenzione alla correttezza del metodo di lavoro. In questo senso un esempio avventuroso è in Marcolongo-Mascellari, 1978, p. 131, ss., e Marcolongo ed altri 1978 d 147 ss. ’ 42) Si veda, per contro, C. E. Gadda, Terra Lombarda, in Verso la Certosa, Milano-Napoli 1961, p. 9 ss., il quale rilevava come nelle vedute dall aereo sia schiettamente rappresentato il tipo della nostra terra e nell’armonia del paesaggio lombardo si manifesti «l’ordine geo metrico e la dirittura delle opere».
_________ Catasti romani __________e sistemazione dei paesaggi rurali antichi a alcuni decenni sono stati individuati in abbon danza quadrettature e reticolati geometrici che di segnano e materializzano le forme di un controllo dei paesaggi antichi nel quadro più ampio delle pratiche di colonizzazione e d’impianto «imperialisti». Questo è vero sia per gli esempi «greci» dell’Italia meridionale o della Gallia meridionale sia per le centinaia di reticoli più o meno estesi dell’Occidente romano. L ’utilizzo dei clichés verticaux e lo sviluppo di un’archeologia aerea hanno operato come stimolanti decisivi. Nuove tecni che - filtraggio in luce coerente e localizzazione me diante griglie tracciate automaticamente - consentono oggi d’andare più avanti con un massimo di garanzie. Va da sé che questa evoluzione ha portato progressiva mente a sorpassare la percezione intuitiva e l’appropriar si empirico dell’oggetto. Infatti, non può bastare la sem plice constatazione dell’esistenza di tracce catastali o di catasti più o meno individuati. È d’obbligo porre le do mande riguardanti la costruzione di un reticolato: il suo sistema d’organizzazione, i suoi assi strutturali, la sua ampiezza, i suoi eventuali rapporti con altri reticoli. Gli elementi di risposta che si possono portare costitui scono passo iniziale indispensabile per assicurare le basi morfologiche di un’analisi delle strutture rurali, conside rate nell’insieme dei ritmi di sviluppo zonale o regionale, e dei rapporti città-campagna iscritti nella diversità delle matrici catastali. Per poter riempire con efficacia i vuoti di questi reticoli, per farli vivere con l’insieme dei dati archeologici, epi grafici, numismatici, ecc., che vi trovano il loro posto storico, bisogna essere in grado di riconoscere la specifi cità di ognuno di loro, in funzione degli obiettivi che ha assunto; dunque tentare di elaborare - ed è questa impre sa che è in corso - , partendo da dati precisi, addirittura pignoli, dei trattati gromatici e delle misure agrimensorie \ una tipologia canonizzata delle forme che hanno ef fettivamente potuto funzionare nelle condizioni e negli spazi storici determinati.
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L ’approccio morfologico e la restituzione delle perticae
imane ancora una grande ambiguità nei termini, nonostante le evidenze spesso formulate dai geo grafi, dagli storici e dai giuristi dal X IX secolo. Il ca tasto, nel senso più generico, può essere inteso come la materializzazione sul suolo rurale o urbano dei rapporti sociali e delle condizioni della produzione. In questo
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senso, tutte le regioni del mondo antico hanno avuto un catasto, geometrico o no, indigeno, greco o romano, dal momento che si accetti di considerare con questo nome una organizzazione, omogenea nella sua morfologia e cronologicamente coerente, delle forme della parcelliz zazione, della rete stradale e comunale, del tessuto del l’abitato, ecc. Siamo allora portati a differenziare il livello d’inchiesta che si rapporta alle strutture agrarie da quello più re strittivo che interessa la morfologia agraria. La realizzazione d’un catasto suppone un certo numero di operazioni tecniche sul terreno, prevalentemente la misurazione e la picchettazione, che hanno segnato in profondità lo spazio del mondo antico. Per tentare di apprezzare, in quello che ci è dato oggi vedere, e di rin tracciare i segni del paesaggio organizzato mediante queste operazioni, disponiamo di un insieme di termini, di misure e di concetti che costituiscono un complesso imponente e preciso di dati di riferimento a partire dai quali possiamo condurre con più efficacia ogni inchiesta sul posto. Questo vale in tutti i casi, sia che la ricerca si collochi a livello della matrice del piano catastale (for ma) sia a livello delle strutture intermedie 2. Se le in certezze concettuali e terminologiche si sono tuttavia a lungo manifestate nel solo riconoscimento della centu riazione costruita sulla base d’una centuria quadrata di 710 metri di lato come modello catastale unico, lo stu dio della molteplicità delle forme fondiarie continuava a progredire 3. Le recenti ricerche, più conformi ai dati dei testi e alle osservazioni condotte sulla carta e sul ter reno, portano all’evidenza di una singolare ricchezza della morfologia catastale. A partire da questa abbondanza delle forme che rivelano tanto il loro lessico quanto la tabella delle unità sulle quali sono state costruite4, la ricerca delle suddivisioni agrimensorie e delle strutture di sfruttamento diventa singolarmente più complessa, in funzione della versatili tà - ricca di senso - dei modi di costruzione dei paesaggi agrari. Su questo piano, lo sviluppo sempre più ampio delle ricerche condotte a partire dalle fotografie aeree ha profondamente modificato l’orientamento degli approc ci 5; rilevando esempi di catasti antichi eccezionalmente conservati, ed ha mostrato che il paesaggio poteva essere anch’esso un documento della ricerca. Da qui la necessità di costruire gli elementi di una nuova metodologia: ad esempio ricercare un catasto romano su una fotografia aerea si riduce ancora troppo spesso alla
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valorizzazione delle linee topografiche ortogonali suffi cientemente dense per sembrare giustificare la definizio ne di romano. La tappa «aerea» della storiografia dei ca tasti antichi si accompagna dunque a volte ad una fuga verso la tecnicità dei criteri e all’oblio del problema po sto 6. I nuovi trattamenti delle immagini, dalle stupefa centi possibilità, rischiano di aumentare questo pericolo se il loro impiego non viene sottoposto alle forme di con trollo e di convalida dell’approccio morfologico. Il nostro proposito consiste dunque non solo nel dimo strare che le vie nuove dell’analisi morfologica consento no di andare al di là dei risultati attuali, sollecitando i documenti cartografici e topografici abituali, ma anche di determinare accuratamente i limiti d’impiego d’un tale approccio, le forme di controllo, le tecniche complemen tari e i progressi che si possono sperare. Il ricorso a tec nologie avanzate diventa possibile, utile e scientifica mente redditizio solo a partire da una formulazione pre cisa delle questioni storiche e archeologiche che sotten dono la ricerca. E oggi ammesso che l’evoluzione della morfologia agra ria delle epoche protostoriche e romana sia condizionata da un progressivo dominio del suolo che ha permesso la stabilizzazione delle strutture e delle forme agrarie, e da una razionalizzazione delle pratiche e delle forme legata al livello di sviluppo delle forze produttive7. Già dalla protostoria s’incontrano forme di suddivisione del suolo dai limiti decisi e stabili, che presuppongono pratiche di coltivazione determinate. Queste ultime hanno forte mente contribuito a fissare la superficie e la forma delle «unità di coltivazione»8. L’evoluzione osservabile in Eu ropa occidentale consente così di comprendere il ruolo dell’aratro semplice nella forma del campo, l’influenza del tempo di lavoro alla giornata sulla metrica delle uni tà più piccole, e la messa a punto di limiti particellari, funzionali sotto l’influenza del maggese biennale e del si stema dei due cam pi9. Ammettiamo dunque come ipote si di ricerca una mutazione generale della morfologia agraria verso forme geometriche e unità di base di picco la dimensione. Certe tappe sono un po’ meglio note di altre (i celtic fields dell’Europa nord-occidentale; i catasti greci dell’Italia meridionale) e consentono di comprende re come i catasti romani hanno beneficiato, in diverse zone e luoghi, di una lunga evoluzione delle forme agra rie, e come questa esperienza è stata oggetto di una siste matizzazione rigorosa nel quadro di alcuni catasti roma ni. La riduzione dei catasti romani geometrici alle loro strut ture formali consente di caratterizzarli con l’associazione organica di due criteri: un’orientamento preciso e costan te delle linee pianimetriche che li compongono, e una metrica fondata su unità e moduli romani, principalmen te Vactus di 120 piedi. Il venir meno di uno di loro con duce a un vicolo cieco per la ricostruzione dei reticoli le perticae - delle limitazioni romane. Al contrario, la
loro presa in considerazione garantisce la scoperta d’una pertica in tutti i casi in cui le strutture intermedie del ca tasto sono scomparse e non sopravvivono più nella siste matizzazione del suolo attuale, se non sotto forme de gradate. Constatazione che-impone di interrogarsi sui modi di dissoluzipne delle strutture antiche. Non è qui il luogo di entrare nel particolare di soluzioni che cambiano a se conda delle zone (la conservazione delle forme antiche può essere totale nelle regioni sub-desertiche e mediterra nee, o molto degradata nelle regioni oceaniche) senza parlare di diverse considerazioni, in particolare storiche, che modificano evidentemente ciascuno di questi sche mi. Ma numerose osservazioni mostrano una sopravvi venza dei catasti romani geometrici, migliore al livello dei limites principali che non nelle strutture intermedie. Così, non è dato di osservare in nessuna parte della Gallia il mantenimento di centurie identificabili a prima vi sta. Ma il catasto continua ad influenzare la morfologia dettando gli orientamenti principali delle suddivisioni territoriali più recenti e determinando alcuni punti (siti, incroci, ecc.) la cui sopravvivenza si materializza a livello simbolico (esempio tipico la sostituzione di un cippo con una croce o un oratorio). Senza cadere in una spiegazio ne meccanicistica della storia dei paesaggi - spesso in uno stesso catasto le evoluzioni sono più o meno com piute - è necessario stabilire i mezzi di riferimento e di riconoscimento di questi segni di trasformazione, che en trano nei processi di restituzione dei catasti. Quest’insieme di osservazioni topografiche e morfologi che permette di considerare i procedimenti di filtraggio ottico come ben adatti allo scopo della ricerca, soprattut to lì ove le strutture antiche sono state soggette a degra do. In questo caso, rilevare delle regolarità indotte da un eventuale catasto nel paesaggio attuale implica per il fisi co estrarre un segnale immerso in un «rumore» più in tenso. Se applicassimo le proprietà geometriche della tra sformazione di Fourier alle fotografie aeree 10, la descri zione dell’informazione (organizzazione delle linee del paesaggio e periodicità metrologiche) in termini di fre quenze spaziali è suscettibile di rivelare le zone che pre sentano delle costanti a livello dell’organizzazione agra ria. Sia che questa informazione sia captata sullo spettro della fotografia (la cui lettura non è facile senza una buo na esperienza) o su fotografie filtrate, essa presenta per lo storico delle caratteristiche precise. Il filtraggio ottico re gistra solo le informazioni già contenute nella fotografia. Al contrario dei metodi di prospezione che lavorano a li vello di indici fugaci (prospezione aerea) o indivisibili (termografia), esso tratta solo le linee permanenti del paesaggio attuale e registra dunque nello stesso tempo un’informazione «parassita» (ferrovie, autostrade, ecc.). Infine riunisce ^in un reticolo apparentemente coerente linee di paesaggio che hanno tra di loro solo una rela zione formale. Esso costituisce dunque un semplice me-
tre. Conosciamo un numero abbastanza elevato di cata sti centuriati, prevalentemente in Italia, Dalmazia, Tu nisia e Sud della Francia, per discemere ben più che delle sfumature in questo tipo particolare di limitazio ne. Queste stesse variazioni celano una ricchezza di contenuto a lungo insospettata. In effetti appare con sempre maggior chiarezza, ed è un passo decisivo nella ricerca, che i reticoli centuriati hanno adottato moduli diversi, disegnando delle centurie quadrate o rettangola ri. Si conoscono a tutt’oggi nei particolari più di venti tipi di centurie n. Questo non mette in causa il rigore del modello teorico fondato sull’aciws come misura di base unica e permanente, il lato della centuria essendo sempre un multiplo di questa misura. Se i moduli sono molto più vari in Italia centrale e meridionale che altro ve questo è senz’altro dovuto sia a ragioni di ordine geografico (esiguità delle pianure e delle valli) sia a ra gioni d’ordine cronologico (sono spesso le prime centu riazioni). Tuttavia il successo molto reale della centuria quadrata di venti actus per lato, considerata a lungo come la sola realtà, non l’ha resa il termine obbligato di ogni evoluzione agraria, né in Italia del Nord, né nelle provincie 12, e questo ci autorizza a prendere in conside razione, in certi casi, dei moduli diversi nel corso di una ricerca sulle centuriazioni. Tuttavia, nell’approccio concreto di questi documenti, le cose si complicano ancora, nel seno stesso di questa forma predominante dal lato lungo venti actus. Precise ricerche convergenti portano ad ammettere la pertinen za di variazioni a volte debolissime, osservate nella mi sura del modulo: per venti actus, essa varia apparente mente tra 703 e un po’ più di 710 metri in funzione del valore dato localmente al piede. Come ipotesi di lavoro noi ammettiamo, a partire dalle ricerche sulla Campa nia, la Romagna, la Narbonense e la pianura della Saóne, che le variazioni della lunghezza metrica del modu lo rivestono un significato cronologico: i moduli più piccoli (703-705 m.) corrisponderebbero molto spesso a centuriazioni precoci dal terzo al primo secolo a.C., mentre i più grandi (706-710 m.) sarebbero caratteristici delle centuriazioni della fine della repubblica e dell’im pero 13. Ma va da sé che queste sfumature devono essere modulate secondo gli spazi: 704 m. in Italia continenta le rinviano ad un’epoca alta (ad esempio terzo o secon do secolo), mentre lo stesso valore nelle piane della Saòne fa pensare all’inizio del primo secolo della nostra era. È un dato di «morfologia relativa» e non di crono logia assoluta! e centuriazioni rappresentano la forma meglio nota Queste constatazioni incrociano e completano osserva del catasto nel mondo antico e anche senza dubbio zioni realizzate sull’orientamento dei reticoli. Anche la forma più frequente. Si può capire, anche se questo qui appaiono delle sfumature estremamente sottili, ric punto di vista non è più ammissibile, che queste abbia che di significati incontestabili. L ’esempio romagnolo consente di schematizzare l’efficacia pratica di questo no occultato le altre forme descritte nei testi, intese approccio. L’ampia e celebre centuriazione che si sten come concezioni teoriche di geometri. È tuttavia indispensabile oggi riprendere le une e le al de tra Ronco e Idice di Forlimpopoli fino a Bologna era
todo di scelta per la valorizzazione sistematica e rapi dissima di indici che suggeriscono resistenza di un cata sto geometrico. In nessun caso esso potrà restituire di rettamente un antico catasto. Oltre la rapidità e il rigore costante nell’approccio dei dati, uno dei più importanti contributi è anche quello di rintracciare delle periodicità significative e degli orienta menti identici su ampie superfici, per mezzo di una tec nica che realizza un trattamento esauriente e «obbietti vo» dell’informazione. La restituzione del reticolo di li mites diventa possibile grazie all’utilizzo di griglie trac ciate automaticamente secondo le norme dell’antica me trica. La superimposizione di queste trame e dei dati fil trati consente il riconoscimento delle antiche strutture intermedie. La correlazione è immediata con le vestigia topografiche e simboliche (strade, sentieri, limiti diversi, limiti di foreste, limiti amministrativi, vie), la cui perti nenza s’impone. In questo quadro di lavoro si inserisco no allora diversi controlli e verifiche sia mediante pro spezione aerea (riconoscimento degli assi paralleli, cardines e decumani), sia mediante scavi e scandagli che per metteranno di proporre la matrice globale di un’antica pertica. In alcuni casi particolari, molto fecondi per com prendere le fasi dell’occupazione del suolo, queste tecni che portano alla scoperta di reticoli sovrapposti, luoghi privilegiati per leggere la storia della terra e delle condi zioni complesse del dominio dello spazio. In questo modo l’approccio morfologico che studia il rit mo e la metrologia è una premessa necessaria nella dina mica della restituzione delle linee essenziali del catasto. Nello stato attuale delle nostre conoscenze e delle possi bilità ridotte di scavi e di inventari archeologici, si rag giunge qui un limite dell’inchiesta. Un’altra restrizione riguarda la datazione di queste realizzazioni agrarie. La foto-interpretazione e lo studio delle carte topografiche danno a volte delle cronologie relative, che rimangono nella maggior parte dei casi molto aperte. Solo le verifi che sul terreno, incrociando i dati topografici, consento no datazioni più precise. Ma le combinazioni di forme sul terreno, segni carichi della ricca storia del tessuto ru rale antico, rendono a volte il compito più difficile. Sono precisamente queste variazioni morfologiche, pazientemente ricostruite, che consentono tuttavia di interrogare e di interpretare altrimenti il funzionamento del quadro catastale nel quale si muovono. ___________________ Il polimorfismo dei reticoli e la sistemazione modulata dello spazio
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finora trattata come un insieme monumentale di una sola portata imperniato sulla via Emilia. In realtà, vi si distinguono, da Est a Ovest, più spazi individualizzabili: - Forlimpopoli e Forlì (Forum Popilii e Forum Livi)· 708 m e Ν - 2 9 Έ - Faenza (Faventia): 705 m e N - 28°50E - Imola (Forum Corneliì): 706 m e N - 2 9 Έ - Reggio (Claterna): 707 m a Est, 706 m a Ovest e N -28°40E. Se si aggiunge che solo la centuriazione di Faventia si articola realmente sulla Via Aemilia, si vede l’utilizza zione che si può fare di questi dati. Ciò non rimette in causa la concezione d’insieme di questi vasti catasti così vicini, ma pone il problema delle sue condizioni di rea lizzazione, con una messa in opera progressiva e distan ziata nel tempo, nel quadro di ognuno dei siti conside rati 14. La scientificità indispensabile dell’analisi morfologica dipende strettamente dalla precisione del supporto car tografico e degli strumenti di lavoro. Qui mostrano tutta la loro efficacia le griglie automatiche adattate alla scala della carta, realizzate sul supporto trasparente indefor mabile. Sembra dunque oggi possibile e necessario ri prendere, con tali obiettivi e tali mezzi, i primi studi sulle centuriazioni. I lavori sono meno avanzati sulle divisioni interne delle centuriazioni. Essi utilizzano il fondo documentario ec cezionale e non sfruttato degli archivi fotografici antichi per meglio definire, a partire dalle centuriazioni poco alterate, l’oggetto della ricerca. È stato così recentemen te dimostrato che delle unità come lo iugerum o lo heredium costituivano delle unità reali, materializzate sul terreno per mezzo di recinti nelle centurazioni tuni sine 15. Altre ricerche prendono in considerazione i tipi e la metrologia delle suddivisioni delle centurie italiane meglio conservate, verso Cesena, Lucca, Padova. Esse provano così in modo nuovo l’importanza dei testi degli agrimensores sulla delimitazione e la ripartizione delle centurie, e il ruolo di certe unità come base della metro logia dei catasti romani. Dovrebbe dunque essere possi bile definire un metodo di riconoscimento fondato sulla ricerca di forme e di periodicità definite. II reperimento e la ricostituzione di un certo numero di centurie nuove in Italia e in Francia permettono di comprendere meglio il successo considerevole di questa forma di reticolo. In effetti, un’evoluzione molto marca ta si delinea tra le prime centuriazioni italiane e quelle che si sviluppano, con i progressi della colonizzazione, nell’Italia del Nord, in Gallia, o per esempio in Tunisia. La forma appariva verosimilmente nel corso del III se colo a.C., è forse meglio dire dall’inizio del III secolo, a Rieti (Reate) dove si trovano delle centurie di 17 per 20 actus o ancora a Cosa il cui territorio è diviso in unità di 16 per 32 actus. La forma classica della centuria qua
drata di 20 actus di lato ha potuto essere utilizzata dal 268 a.C. a Rimini, ma più certamente nella colonizza zione delle pianure emiliane e romagnole alla fine del terzo secolo e all’inizio del secondo secolo. Lo sviluppo prodigioso di questo modulo avviene parallelamente all’utilizzo di altri moduli quadrati o rettangolari, e que sto avviene molto più tardi. A Cales, Forum Populi, in Campania, la renormatio catastale di Augusto impiega unità poco correnti, di 15 per 15 actus. Tuttavia, dall’inizio del primo secolo a.C. almeno, le centuriazioni hanno preso un ben diverso carattere nel le province. Il moltiplicarsi delle osservazioni dimostra l’esistenza di vasti reticoli che uniscono spesso in un solo catasto centuriato i territori o parte di territorio di più città e comunità di diverso statuto. Questo fenome no si verifica tanto in Italia (con le grandi centuriazioni dell’ager Campanus o della valle intermedia del Vol turno intorno ad Allifae) quanto nella regione di Narbonne (nel Biterrois o nei catasti d’Orange). Per due di questi ultimi, le identificazioni che abbiamo appena proposto rivelano aspetti inediti della centuriazione ro mana in Gallia 16. Il catasto B di Orange copre un terri torio immenso che si estende da Montélimar a Nord alla regione di Carpentras, Mazan e Bagnols-sur-Cèze a Sud e a quella di Vaison ad Est. Questa rete unica, dal tracciato rigoroso, ha dunque organizzato, durante il primo secolo, il territorio della colonia romana di Orange, costituita a spese dell ’Ager Cavarum, ma anche quello delle città latine (Carpentorate, Acusio, Aerea, Augusta Tricastinorum) e, cosa ancora più sorprenden te, una parte di quello delle città di Vaison e di Nimes. Il catasto A permette osservazioni simili, poiché riguar da le città di Arles, Nimes, Cavaillon, Avignon, Glanum, ecc. Dunque la centuriazione non rispetta in modo sistematico il quadro territoriale della città. In ogni caso, si tratta di catasti di grande superficie, come quelli delle pianure^ valli dell’interno dell’Italia cen trale e meridionale. È in questo contesto che deve essere apprezzata e giudicata la diffusione della centuria qua drata di 200 iugeri: rimarchevole strumento d’interven to per il potere romano, in grado di realizzare il com promesso indispensabile tra la necessità di strutturare vaste regioni e quella di disporre di unità utili e perciò relativamente ristrette (le centurie di 200 iugeri) per i bisogni dell’assegnazione. Il mondo antico ha utilizzato altre forme catastali, geo metriche o no. Si conoscono certi catasti greci, secondo esempi ben studiati in Crimea, in Italia meridionale e in Francia 17. Se quello di Metaponto pare organizzarsi a partire da parallelogrammi di una superficie di 297 plettri (26 ettari circa) secondo una divisione poco usuale, quelli della Crimea, di Chersonesos Taurico e di Kalos Limen, quello ritrovato a Agde in Francia, o ancora quello di Larissa in Tessaglia, adottano una morfologia ottagonale. A volte si sono anche ricono-
L ’accuratezza di questi rilievi non deve sfociare in una sciuti dei lotti, occasionalmente raggruppati in kleroi. nuova tipologia, certo più precisa ed esauriente, ma che Nei catasti greci si osservano alcuni aspetti dei catasti si limiterebbe alla creazione di una formalizzazione romani: scelta di un orientamento costante, rete di assi funzionante autonomamente. È questo un ben diverso principali abbastanza spesso ortogonali e che determi cammino che deve essere in grado di condurre a una in nano delle strutture intermedie fisse nel terreno. Nello tima comprensione del sistema la cui diversità e versati stesso modo l’estensione a volte considerevole della lità sono sicuramente parti integranti della pratica come chora (Chersonesos, Agde) prelude alla concezione del della logica d’un controllo globale dei suoli, delle terre, catasto come quadro organizzativo e condizionante di degli spazi e delle comunità che ci vivevano. una regione che è interessata anche dalle limitazioni ro Le variazioni minori rappresentano tanti fossili guida mane. testimoni, ai diversi livelli del loro funzionamento, L’approccio delle altre forme di strutturazioni agrimendelle capacità di adattamento formale, senza interruzio sorie romane si è rinnovato con l’associazione dei dati ni, sempre sensibili in rapporto all’eredità regionale o degli agrimensores, principalmente del Liber colonialocale - di una forma politica di controllo delle comu rum, alle osservazioni topografiche realizzate in Italia nità sottomesse che passa attraverso questa versatile centrale e meridionale. Importanti prospettive si apro modulazione nella costruzione dei paesaggi. no ormai su questi problemi. In effetti si è cercato a lungo di caratterizzare le forme di questa misurazione Si giustifica così il bisogno di un rilevamento esauriente particellare descritta nei testi per mezzo di una termi della morfologia agraria delle città italiane interessate nologia opaca, e riunita, secondo la definizione di Fron dalle circa 150 notizie del Liber coloniarum, che meglio tino, sotto il nome generico di strigatio o scamnatio, a rende conto delle condizioni, della genesi e dell’evolu seconda che la divisione materializzi i campi in lun zione delle forme della suddivisione agrimensoria roma ghezza o in larghezza. Un’analisi interna di questo vo na 20. La seconda metà del IV secolo a.C. e l’inizio del cabolario tecnico ha recentemente permesso di dimo III secolo a.C. sembrano essenziali: in questa fase di svi strare la coerenza delle liste date nel Liber colonialuppo della dominazione di Roma sulla penisola ci r u m 18, che si impone dunque come una fonte valida, a sembra possibile cogliere per la prima volta la messa a condizione di ammettere che gli autori descrivevano es punto delle limitazioni romane con alcuni caratteri che senzialmente la realtà che avevano sotto gli occhi all’e accompagneranno sempre i sistemi di centuriazioni ul poca imperiale e omettevano eventualmente le situazioni teriori. Il catasto regolarmente ordinato sistematizza precedenti, già cancellate da questa o quella renormatio. misure fondamentali, sviluppa reticoli di limites unifor Diventava così possibile reperire in varie parti del testo mi, orienta le parcelle (o almeno i gruppi di parcelle, descrizioni che rimandavano a epoche precoci della perché è probabile che le lacinae, strigae e scamna cor strutturazione agrimensoria, indici maggiori per una sto rispondano a unità più vaste delle parcelle). Se queste ria della morfologia agraria. Questa sembra riposare sul limitazioni devono la loro esistenza all’assegnazione e l’associazione di particelle allungate e più spesso ri vedono la loro morfologia dipendere dalla misura dei spondenti ad un unico orientamento (lacinae, strigas, lotti e dal numero dei coloni, alcuni catasti annunciano scamna...), e di una strada che costituisce il punto di ap l’evoluzione successiva. Ad Alba Fucens, la limitazione poggio di queste unità (limes intercisivus). Secondo mediante soli assi paralleli ed equidistanti 12 actus, si l’associazione delle particelle e la disposizione degli sviluppa su di una vasta superficie (che non era stata fi assi, si distinguono diverse forme: nora riconosciuta) a Nord e a Ovest del lago Fucino, - strigatio/scamnatio in funzione del terreno ove i licon la volontà, evidente sul piano topografico, di com mites, benché rispettando una certa regolarità nel prendere il territorio in un reticolo unico. Nella sua na tracciato e nell’orientamento, non sono rigorosamen tura profonda, questo catasto si avvicina già più alle te rettilinei e orientati (così a Suessa Aurunca, Ferencenturiazioni che non alle precoci forme di strigatio tinum); - strigatio/scamnatio fondata sul tracciato di una stra molto meno ordinate. La sistemazione dello spazio col tivato ed abitato rimanda ai cambiamenti che interven da non rettilinea (così a Sinuessa ove vaste strisce tengono conto del tracciato della via Appia intorno al gono a livello delle forme di appropriazione, di distri buzione e di sfruttamento del suolo che partecipa di monte Massico); - strigatio/scamnatio fondata sul tracciato di una stra una razionalità più globale. La strigatio/scamnatio dunque, non rappresenta, da rettilinea (così a Mintumo, nella parte occidentale come si è a volte creduto, un problema teorico dell’arte del territorio); gromatica, bensì una realtà storica della suddivisione - strigatio/scamnatio per tracciato di assi paralleli ma agrimensoria romana della quale si ritrova la traccia non equidistanti (Yenafro); - strigatio/scamnatio per tracciato di limites paralleli ed sulle carte e sulle fotografie aeree. Essa sembra corri spondere, nella maggior parte dei casi, ad uno stadio equidistanti19.
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precoce della sistemazione del territorio delle città, spesso anteriore alla centuriazione. Lo si vede a Terracina, a Forum Popilii in Campania ove la centuriazione augustea ricopre il catasto precoce dell'ager Falernus, a Cales, e c c .. . Nel caso, spesso commentato, di Terracina, l’analisi morfologica restituisce la storia della realiz zazione del catasto e toglie una ambiguità che riguarda la sua origine21. La pianura costiera esigua localizzata a Nord-Ovest della città antica mostra le vestigia molto ben conservate di sette centurie. Si è dunque creduto di poter affermare che Terracina rappresentava l’esempio della più antica centuriazione, poiché la fondazione ro mana risale al 329 a.C. Tuttavia lo studio metrologico consente di reperire forme più antiche a partire dal reti colo fossilizzato. Una piccola zona porta le vestigia d’una delimitazione del suolo in strisele, esse stesse suddi vise in quadrati, disegnando numerose unità equivalenti ad un heredium, che si accordano male con le suddivi sioni proprie della centuriazione a metà e a quarto di centuria. Da qui, a titolo d’ipotesi di lavoro, uno sche ma d’evoluzione in tre tempi, perfettamente conforme ai dati testuali: - una prima assegnazione con strigatio, probabilmente coeva alla fondazione della colonia; - una fase di sistemazione strutturale con costruzione della via Appia, 16 anni dopo la fondazione, secondo un tracciato perpendicolare ai limites della strigatio-, - infine la riorganizzazione dell’insieme della pianura, in un’epoca sconosciuta, con una centuriazione che si imposta sulla via Appia e copre questa volta tutte le basse zone e i primi pendìi, le villae repubblicane in serendosi nella parte non divisa in strigae del primo catasto. Tuttavia nessuna concezione meccanicistica deve pre valere né nessuna idea di stadi obbligatori e successivi. Le suddivisioni in strigae non scompaiono automaticamente a vantaggio della centuriazione. Questa, malgra do la sua diffusione, non costituisce il termine obbligato della evoluzione agraria di ogni città. Privernum, ove si succedono due limitazioni mediante assi paralleli, su due moduli diversi, ne fornisce un buon esempio. Si nota, infatti, la sovrapposizione di due catasti dello stes so tipo, senza la minima traccia, almeno così pare, di centuriazione. Una concezione troppo rigida dell’evolu zione agraria porterebbe a rifiutare l’idea che la divisio ne per strigas et scamna potesse ritrovarsi sul suolo provinciale, quando i testi indicano il contrario. È an che in questo contesto che bisogna apprezzare la sco perta di una misurazione dei reticoli assimilabile a una scamnatìo su di una parte del territorio della città di Béziers22. Sulle macchie situate a Nord della città anti ca, resti notevoli indicano una divisione territoriale probabilmente antica che, precedente la fondazione co loniale di Béziers, sembra esser stata strutturata dalle maglie di una centuriazione diversa dalla centuriazione
Nord-Sud. L’estensione del reticolo dei limites di questa centuriazione inclinata è singolarmente più vasta della zona coperta dalle traccie delle suddivisioni per scamna e questa articolazione originale pone dunque problemi d’interpretazione nonostante l’orientamento comune. Si può pensare che la centuriazione ha cercato d’integrare un insieme precedentemente messo in valore, le cui ma glie potevano prestarsi ad una organizzazione mediante un reticolo di limites equidistanti 20 actus. La specifici tà di questo tipo di divisione ortogonale ove l’organiz zazione interna della centuria non è ovunque la stessa e ove si legge anche, a livello strutturale, una partizione secondo assi che disegnano gruppi di saltus di quattro centurie per lato (ben documentati nei testi), deve essere evidentemente legata alle forme particolari della siste mazione regionale e allo statuto degli oppida preromani che sussistono incorporati e circondati. Lo schema di Béziers potrebbe così ricordare, sul piano formale, l’evoluzione della piccola piana di Terracina, e rimandare anche alle centuriazioni della pianura Pada na a Cesena, Aitino, Padova, ove le centurie sono sud divise per strigas et scamna. In effetti tutte le particelle sono rettangolari e tutte disposte nello stesso senso. I due sistemi mantengono stretti rapporti, nell’insieme ancora poco descritti, ma del massimo interesse per ca pire la messa in opera delle forme classiche della centu riazione. L ’analisi formale e metrologica dei paesaggi attuali, la ricostituzione delle antiche quadrettature - a volte con la possibilità di cogliere al di là delle strutture interme die le suddivisioni interne e addirittura le strutture parcellari — la percezione di così numerose variazioni, creano il quadro di una lettura complessa dei paesaggi. Questa paziente cartografia consente ormai d’interroga re il paesaggio antico, così restituito e «ricostruito» nei suoi lineamenti essenziali per tentare di capire le evolu zioni che esprime. In questo senso, i fenomeni di contatto, di accavalla mento, di sovrapposizione di reticoli che è possibile os servare, informano direttamente sulla vita dei popoli, delle comunità e delle città, sul quadro e il ritmo della loro espansione, e sulle eventuali resistenze. L ’inchiesta su questo punto sfida spesso la ricerca, poiché queste articolazioni interessano principalmente i limiti dei re ticoli dove la vitalità del catasto s’attenua e dove esso può sfuggire all’individuazione. Si tratta quindi di una delle priorità delle ricerche future. Attualmente i feno meni di sovrapposizione si presentano almeno a tre li velli diversi. Nel primo tipo di situazione, si osserva una sovrapposizione di massa di un catasto su un altro. E il caso ad esempio, del Biterrois ove la centuriazione A di Béziers si sovrappone sia alla zona intorno ad Agde sia alla rete complessa del catasto B nella parte Nord del territorio. L ’analisi, a volte difficile, degli ef fetti dissolventi, più o meno marcati, della struttura
rapportata sulla struttura anteriore, l’osservazione mol to puntuale sono allora indispensabili per misurare e spiegare una minore compiutezza della seconda struttu ra, nelle sue condizioni concrete di funzionamento sto rico. In simili casi, i catasti precedenti mostrano spesso una grande vitalità e scompaiono difficilmente. Questo è molto evidente in Campania settentrionale, dove i li miti del IV-III secolo di Cales o dell 'ager Falernus non sono stati che assai poco alterati dalla catastazione au gustea, differentemente orientata. Le sovrapposizioni marginali, ai limiti dei reticoli, pre sentano una grande varietà di situazioni. Una tipologia dei contatti è necessaria per tentare di giungere fino alle condizioni storiche che le hanno prodotte e di cui essi possono - a loro volta - rendere conto; quando i catasti di queste città si raggiungono senza sovrapporsi (così tra Altinum e Patavium, sulle rive del fiume Muson), è possibile che questi contatti siano indiretti e distesi come tra la città di Yalence e quella dei Tricastini, strutturate mediante il catasto B di Orange. Infine, si osserva qualche volta una sovrapposizione nel quadro di una stessa città, tra due catasti successivi, do vuta a una espansione diversa delle zone catastali. Il caso più significativo interessa le centuriazioni di Bé ziers. Il catasto B, verosimilmente il più antico, organiz za essenzialmente le macchie. Al contrario, il catasto A, diversamente orientato e coprendo da Sud-Ovest a Nord-Est tutta l’estensione della città, si sovrappone par zialmente al precedente e si estende principalmente più a Sud, nelle pianure del litorale delle quali realizza la valorizzazione e la conquista. In conseguenza, la divisione dei terreni operata dai cata sti, i loro modi e luoghi precisi di contatto, si rivelano eminentemente istruttivi, mostrando, in parte almeno, gli scopi diversi che sono stati assegnati al loro impianto. Di massimo interesse per la comprensione del ruolo delle divisioni ortogonali si rivela essere il rilievo delle forme agrarie indigene preromane e romane. Progressi decisivi sono stati recentemente realizzati nelle pianure della Saòne con la scoperta di campi protostorici del tipo dei celtic fields e di suddivisioni territoriali indige ne d’epoca romana che sono state integrate nel catasto romano centuriato al margine dell 'ager divisus. Queste suddivisioni d’ispirazione gallica sviluppano su vaste aree dei reticolati complessi, principalmente nel fondo delle valli alla cui valorizzazione essi hanno servito si stematicamente.. Nelle stesse regioni, l’utilizzazione del la suddivisione per strigas et scamna è ormai attestata, in particolare come modo di divisione dei funài del I se colo a Tourmont e Molay: anche dopo la generalizza zione della centuriazione, la grande proprietà suddivisa per strigas et scamna sussiste come fundus exceptus riconoscibile in parte grazie ad una originaria morfologia agraria. . . È dunque di primaria importanza ricostituire l’insieme
di un reticolo, restituirne graficamente i limiti e analiz zare i rapporti che esso ha con gli altri reticoli nel tem po (anteriori, contemporanei o posteriori) o nello spa zio (su uno stesso territorio, in parte o in toto, su un ter ritorio vicino, ecc.). Questa tappa progredisce regolar mente per il Lazio e la Campania, per la regione di Narbonne e per le pianure della Saòne, nella prospetti va tra l’altro di realizzare un Atlas des cadastrations antiques de G aule23. In questo quadro globale dovrebbe essere possibile per microregioni favorite dall’abbondanza e dalla qualità dell’osservazione archeologica, elaborare una carta ar cheologica dettagliata del tessuto rurale antico, carta delle suddivisioni catastali e dei reticoli, carta dell’abi tato, dei luoghi di produzione, dei siti destinati ad uso religioso, in concordanza con la morfologia generale del paesaggio. Fin d’ora un certo numero di osservazioni importanti s’impongono per l’approccio allo spazio antico. È così possibile formulare meglio il rapporto catasto/città. In un numero abbastanza elevato di casi si conferma il le game molto stretto tra il catasto e il territorio della cit tà, la cui rete contribuisce a definire l’estensione, in conformità alle prescrizioni dei geometri che raccoman dano di variare gli orientamenti dei catasti per non con fondere i territori ed evitare le contestazioni. Si è addi rittura potuto utilizzare il riferimento del catasto come elemento determinante per fissare i limiti della città24. Se questa metodologia rimane esatta in molti casi, essa non dovrebbe costituire, oggi, il solo approccio. Al con trario, in certi reticoli, è importante capire l’indipen denza che esiste tra il quadro territoriale della città e questa entità regionale che il catasto traduce. Questa realtà, già leggibile nelle grandi centuriazioni tunisine, si verifica oggi con nuovi esempi. Il catasto può ubbidi re ad una logica funzionale e territoriale che oltrepassa la città, senza pertanto eliminarla. La dimostrazione ne è stata fornita per i Tricastini mediante il catasto B di Orange25. Il piano catastale dà indicazioni di localizza zione che si accordano molto bene con quello che si può sapere attraverso le altre fonti di documentazione. Non si ha dunque nessuna ragione di pensare che^ la centuriazione conosciuta per mezzo della forma d’Orange abbia modificato il quadro territoriale di questa città. È probabile che questo ragionamento debba essere generalizzato all’insieme delle città interessate dai cata sti affissi ad Orange. La problematica nuova verterebbe piuttosto sulle ragio ni dell’affissione ad Orange di piani di disegni che non riguardano il proprio territorio e sull’entità che possono tradurre questi vasti catasti, e che si sovrappone alle cit tà tradizionali. Esiste quindi un tema di ricerca da svi luppare, poiché tali realizzazioni sono note in regioni molto diverse dell’impero e ciò pone il problema delle
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finalità complesse delle costruzioni catastali e dei diver si livelli del loro funzionamento. _______________________Il dominio del paesaggio _________ g le forme del controllo regionale 1 catasto costituisce per prima cosa un modo di orga nizzazione dei paesaggi. E come tale viene considerato dagli stessi agrimensores, che dedicano passi dei loro trattati ai rapporti tra il catasto e gli altri elementi del paesaggio antico: vie, grandi proprietà, terre di pas saggio, abitati. Esso regola in primo luogo il rapporto città-campagna, organizzando in modo capillare per mezzo di una rete densa di limites, un costante legame tra la città e il suo territorio. In Italia peninsulare, come nella pianura Padana, la situazione più frequente consi ste nel localizzare la citta a contatto con la montagna e con la pianura e a fare del catasto rurale lo strumento della penetrazione verso le basse terre alluvionali ed in stabili. esso diventa così un elemento privilegiato dell occupazione del suolo e permette un’utilizzazione di tutti i tipi di territori. Questa organizzazione, che si vede funzionare in Campania fin dagli inizi della suddivisione agrimensoria romana (in siti come Cales, Minturnae, Suessa, Forum Popilii, ecc.), sembra sem pre un dato costante al momento della penetrazione nella pianura Padana (numerosi esempi tra Rimini e Bologna). In altre regioni del mondo romano si possono trovare simili regole, sia a Nìmes, sia a Béziers, ove la situazione della città è rivelatrice in rapporto alle due centuriazioni conosciute sul territorio. La città e il cata sto possono a volte avere strette relazioni topografiche (lo stesso orientamento, la sovrapposizine tra i loro li mites), senza che ciò sia necessario, e le situazioni reali appaiono anche qui molto varie. Questo vale ugualmente per il rapporto del catasto con le principali vie antiche. Si è a lungo ammesso che un catasto dovesse essere impostato su una via rettilinea che serviva da asse maggiore. In realtà si tratta sia di una inesattezza, poiché si possono trovare numerosHÈtempi contrari, sia di un punto di vista che riduce notevolmente la relazione via-catasto. Come il catasto, la via partecipa ad una organizzazione del paesaggio di cui occorre determinare le regole e gli obiettivi. Il suo tracciato deve dunque essere giudicato in rapporto con quello del catasto: via pedemontana che assicura le co municazioni interregionali (come la via Aemilia), via di penetrazione che può servire da linea conduttrice per il nuovo paesaggio (come la via Appia a Minturnae o Sinuessa), o ancora via che fissa il limite tra due modi diversi della sistemazione agrimensoria (come la via Popilia nella grande centuriazione Rimini-Cesena). Finora nella restituzione dei reticolati non sono state sufficientemente prese in considerazione le zone «exceptae» del catasto, sulle quali i Gromatici si soffer
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mano volentieri. Il loro statuto consente di individua lizzarle. E il caso delle terre «subsecivae», ove non si è potuta realizzare la quadrettatura e ove linee irregolari fissano i limiti. È poi anche il caso di terre «globalmente misurate», che rimandano a particolari situazioni giuri diche, domini pubblici o privati non interessati dalla centuriazione. E infine il caso delle terre marginali, che non sono state incluse nel reticolo dei limites (ager extra clusus), oppure delle zone dove questa operazione non è né necessaria né realizzabile, come accade per le zone montagnose. Poiché il catasto cerca di realizzare una pianificazione ed una organizzazione armonica del paesaggio, esso struttura l’insieme di una regione fissan do l’area e l’importanza di queste zone e situandovele in rapporto alla sua propria estensione, di cui rende perfettamente conto la terminologia tecnico-giuridica. Il ruolo del catasto nella distribuzione delle componenti del paesaggio si osserva in modo del tutto particolare nell 'habitat rurale, problema di vasta portata che attie ne alla più feconda pratica archeologica (inventario e ti pologia degli habitats rurali, principalmente delle villae). L ’approccio della relazione del catasto e dell 'habitat suppone come conosciute la forma, l’estensione, l’o rientamento degli habitats rurali, la loro ripartizione con una certa esaustività, le strutture dedicate al culto, alla organizzazione amministrativa e sociale delle cam pagne (templi, fana, edifici pubblici); infine una crono logia abbastanza accurata delle fasi dell’evoluzione de gli habitats rurali e delle forme di catasto per giungere ad un coerente e fecondo confronto dei dati. A questo livello l’informazione archeologica si restringe considerevolmente. Non è dunque a partire da un pic colo numero di esempi incompiuti che si può oggi cer care d’apprezzare l’apporto del catasto alla conoscenza dei tessuti rurali. Dunque sarà necessario porre una me todologia, individuare degli interrogativi, presentare al cune proposte e ipotesi piuttosto che dare delle risposte elaborate. Come, ad esempio, il catasto può aiutarci a capire la nozione di grande proprietà e può a volte permettere di ritrovarne i limiti? Le villae hanno cercato molto spesso di approfittare della presenza di territori complementari per consolidare, nella diversità delle produzioni, la loro economia. Non ci stupisce dunque di trovarne alla peri feria di zone interessate dai catasti (ad esempio a Molay, nella bassa valle del Doubs), lì dove potevano ap profittare della valorizzazione, per mezzo del catasto, di campi aperti adatti alla coltivazione, ma anche al limite di questo, di terre forse indivise all’origine, successiva mente appropriate da esse, dedicate ad altre attività ru rali. A volte, il catasto e la villa possiedono lo stesso orientamento (come a Attricourt, nel quadro del catasto detto di Mirebeau), e i limites della centuriazione, resi perenni per mezzo dei limiti comunali, disegnano i con torni geometrici della proprietà. Ad Attricourt, la gran
Quando si dispone sia dei dati epigrafici che dell’osser vazione del paesaggio, come nel catasto B di Orange, la correlazione rivela l’estrema razionalizzazione dell’oc cupazione dei territori. Nella zona degli abitati tricastini, i pendìi e l’altopiano rimangono alla popolazione locale, mentre i fondovalle sono assegnati ai coloni romani. Qui il colono esercita, con la sua presenza su buone terre, un controllo di fatto. Altrove, come nelle Occorre dunque prestare la massima attenzione a que piane limitrofe dell’antico corso del Rodano, ove si in ste affinità di orientamento tra l’abitato e le linee agra contrano solo assegnazioni di terre ai coloni, la funzio rie, pur tuttavia accettando l’idea che il catasto non im ne che viene assegnata insieme al suo lotto, consiste nel plichi probabilmente in modo obbligato un sistema di valorizzare terre non occupate o decisamente ostili. piccole fattorie dei coloni, ma possa servire come sup Appare allora uno degli aspetti più importanti della porto a villae di grandi dimensioni e a proprietà estese. realizzazione dei catasti romani, che hanno costituito Con l’abitato rurale antico della zona del Finage nel un quadro efficace e senza dubbio progressivo di sfrut Giura, l’analisi dell’inserimento dei siti nel catasto centamento del terreno. Esso ha senz’altro permesso un ac turiato offre un caso suggestivo di organizzazione del crescimento sostanziale della superficie delle terre sfrut paesaggio26. Nella parte orientale di questa pianura tate mediante nuovi dissodamenti, ma soprattutto per aperta, il catasto struttura un vicus in modo preciso. Al mezzo di una politica di appropriazione dell’acqua che centro di questa collettività, gli edifici pubblici occupa passa attraverso lo sviluppo di pratiche di irrigazione e no lo spazio iscritto nel quarto Sud-Ovest di una centu di prosciugamento, come si legge a Orange e come si ria. Intorno a loro, disposte ad aureola, una dozzina di percepisce nell’impianto dei due sistemi nel Biterrois. località che corrispondono verosimilmente ad abitati, Nel cuore della città è in effetti possibile cogliere, attra completano questo vicus: ognuno trova la propria defi verso la cartografia dei sistemi catastali, le tappe di que nizione in questo quadro centuriato, sia mediante la lo sta evoluzione. Nella Narbonense, le vaste centuriazio calizzazione lungo i limites, sia mediante il raccordo ni del litorale ubbidiscono a questa volontà. A volte lo con essi per mezzo di strade orientate, tuttora percepi calizzate in primo luogo sulle colline e le macchie, le bili nella morfologia attuale. Al di là di questa zona centuriazioni si trasformano, «scendono» nella piana e poco estesa, altre località rurali vicine alle grandi vie o aumentano il potenziale economico attraverso lo sfrut distribuite lungo i fiumi e i ruscelli o ancora villae come tamento rurale di diverse terre. Allora la complementa quella di Molay danno una fisionomia abbastanza pre rietà interviene a livello della città intera. In questa otti cisa a questo paesaggio. Qui, poiché l’informazione ar ca, siamo stati portati a distinguere catasti il cui scopo cheologica è ancora parziale, non si può per il momen era prevalentemente di segnare la conquista sul suolo, to pensare di capire più particolarmente le strutture di assegnare e di redistribuire le terre tra le diverse parti agrarie. Tuttavia nuove direzioni sembrano aprire un in causa, da altri catasti la cui funzione era prima di campo alla ricerca. Al limite occidentale di questa zona tutto di realizzare la valorizzazione. Questa distinzione interessata dai catasti, sembra che siano esistite all’epo giustifica senz’altro in gran parte 1’esistenza di più cen ca romana forme di occupazione di tipo indigeno tanto turiazioni nel Biterrois, e possiamo forse rendercene negli abitati quanto nelle parcelle. Si coglie così con conto dai diversi catasti della zona di Nìmes. Altrove, precisione la giustapposizione di paesaggi molto diversi, i due aspetti appaiono nello stesso catasto, secondo uno dei quali con abitati e lotti tradizionali, e della so una zonazione caratteristica, tanto nei catasti di Orange cietà e della economia indigene, per lo sfruttamento di quanto in quelli dell’Emilia-Romagna o del Veneto. In un ager extra clusus. questi ultimi, le più recenti ricerche, mediante cartogra In queste regioni, come nei documenti epigrafici di fie delle reti fossili di drenaggio corrispondenti alle anti Orange, o ancora nelle grandi realizzazioni romane del che centuriazioni e reperite sulle immagini multispetla regione di Narbonne o dell’Italia, il catasto appare come uno strumento di sistemazione del paesaggio, dal trali del satellite27 mostrano come il catasto opera con cretamente nella valorizzazione delle terre. la vocazione plurifunzionale. Esso realizza la divisione Il catasto, generatore di nuovi paesaggi e strumento del del suolo, la sua ripartizione in categorie giuridicamen la loro sistemazione, costituisce anche un quadro prati te definite, che assicurano i quadri della proprietà indi co e simbolico ,di amministrazione. Mentre razionalizza viduale e collettiva. Definisce dunque con precisione, come dimostrano i documenti più accurati, i modi di i modi di accesso alla terra, consente il censimento delle accesso alla terra: assegnazione, «restituzione» alla po risorse economiche della regione e dunque il loro utiliz zo in una pianificazione più vasta, che ha operato a polazione locale (è la categoria delle terre «rese» ai Tricastini del catasto di Orange), terre pubbliche, terre del lungo, dei bisogni e delle risorse dell’impero romano. In modo organico il catasto offre un quadro ideale per i la collettività locale date in affitto, proprietà private.
de proprietà, probabilmente estesa 600 ettari, associa in modo molto simmetrico le terre incolte, i boschi a Est e le terre coltivate a grano ad Ovest. La villa è situata in mezzo a queste ultime (circa 1000 iugeri di coltivazione eccetto le 6 centurie occidentali della proprietà, il fiume e i suoi argini).
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prelievi fiscali in un quadro sinottico dello statuto delle terre e dello statuto delle persone. Sulla forma del cata sto B di Orange, due categorie di terra si definiscono in rapporto aH’imposta: le terre «rese» ai Tricastini paga no il tributo, mentre quelle che sono state assegnate ai veterani ne sono esenti. Così, se la realizzazione del catasto migliora lo sfrutta mento delle terre e raccrescimento della produzione mediante il guadagno di nuove zone, crea le condizioni per adattare le capacità contributive delle provincie ai progressi della valorizzazione (ad esempio il vectigal, percepito sui nova iugera, del catasto B di Orange). Esso costituisce dunque per lo Stato uno strumento di regolamentazione della pressione fiscale, essenziale nei suoi rapporti con i provinciali. Questo si riferisce ad una delle sue funzioni capitali, il controllo delle popo lazioni locali. La sorte riservata agli opppida e alle co munità preromane nella zonazione molto accentuata del paesaggio uscita dalle realizzazioni catastali pone un problema di massima importanza. Le forme del con trollo indubbio che esse organizzano possono prendere diversi aspetti. Il rimodellamento dello spazio si accom pagna, cosi pare, ad una compartizione etnoregionale di cui sono testimoni le differenze di abitato e di forma agraria. A Mintumo, il paesaggio oppone una zona limitata, ove sono state realizzate le assegnazioni, ad una zona lasciata senza divisioni geometriche. Questa opposizio ne, sul piano dello spazio rurale, tradurrebbe la separa zione (segnata da un muro nella stessa città) che si è os servata tra coloni e popolazione indigena? Simili con trasti risultano dai più recenti studi sulle medie pianure della Saòne, ove si opporrebbero spiccatamente terre geometricamente suddivise - con un paesaggio di open field e gli abitati in muratura - ad altre ove l’abitato in legno e con fossi (fattorie, villaggi indigeni) è associato a suddivisioni del tipo celtic fields. Simili situazioni devo no probabilmente la loro esistenza alla appropriazione realizzata dopo la conquista. Il controllo e l’emargina zione delle popolazioni indigene possono in effetti ac compagnarsi a forme d’inquadramento economico su scettibili di rompere l’equilibrio dell’economia tradizio nale. Presso i Tricastini, non si toccano verosimilmente i limiti della città indigena ma, infiltrando i coloni nelle valli, si priva la popolazione locale dell’accesso alle ter re coltivabili e si riduce la sua economia all’uso delle terre di passaggio (le terre incolte del catasto B). Non è allora necessario prendersela con gli abitati alti del pae se tricastino per esercitare il controllo della popolazio ne conquistata. Su una scala ancora più vasta, la disposizione d’insie me e l’estensione dei grandi catasti romani centuriati mettono in evidenza una politica di emarginazione dei centri preromani più importanti a favore delle fonda zioni nuove. Il caso è particolarmente evidente per En-
sérune, il cui territorio si trova massicciamente quadret tato dalle centuriazioni di Narbonne e di Béziers e la cui situazione al confine di queste due città, così sottoli neata, continua a costituire un problema. Si potrebbe proseguire il ragionamento nel quadro del catasto B di Orange, di cui si conosce ormai l’estensione. Realizzata prevalentemente a spese dell’ager Cavarum, esso assi cura inoltre la separazione tra la pianura dei Cavari e gli oppida principali di questa città, Cavaillon e soprat tutto Avignon. Questi due siti sono in effetti inclusi nel catasto A che gravita intorno ad Arles. Si può dunque ammettere, in alcuni casi precisi, che il catasto agisce come se avesse per fine di fare scaturire il funzionamen to tradizionale della città e di assicurare i mezzi della manomissione coloniale di Roma. Così, nella sua incompiutezza, il riconoscimento preci so della gamma e delle variazioni del sistema catastale antico consente di fare il punto dei risultati acquisiti, delle domande dibattute e delle interrogazioni. E oggi chiaro che un certo numero di presupposti devono esse re abbandonati, quali l’orientamento «solare» dei cata sti, il loro legame meccanico con le strade, con lo statu to delle città ed in particolare con lo statuto coloniale e che si deve rinunciare all’universalità del modello della centuria di 710 metri per lato per ammettere la realtà della pluralità delle vie catastali. Questa pluralità, inerente al funzionamento stesso della pratica sottolinea la versatilità della messa in opera di questi reticoli, il quadro dinamico ed evolutivo che essi hanno costituito per la vita degli uomini, le forme di costrizione costruttiva che sono state in grado di realiz zare non senza incontrare talvolta delle resistenze. Esse hanno permesso di incanalare, di controllare, di normalizzare, secondo una diversa razionalità, gli sche mi di lavoro, di sviluppo, di prelievo e perfino i modi di pensare precedenti, con i capovolgimenti provocati dal la costruzione geometrica di questi paesaggi che non si è potuta fare in un giorno. Le condizioni concrete e locali di queste realizzazioni continuano del resto a costituire un problema, quando le tracce fossili che noi interroghiamo mostrano come abbiano segnato in profondità e durevolmente la vita della regione ove sono state impresse28. L ’inchiesta archeologica appare più che mai necessa ria per rispondere in parte a queste domande per mezzo del riconoscimento delle parcelle, delle strutture delle strade, degli incroci, delle articolazioni con i diversi tipi di abitato. Solo a questo prezzo le matrici catastali che si riesce oggi a restituire col massimo di garanzia, lonta no dal rimanere dei quadri vuoti, possono costituire le basi valide d’una vera storia del paesaggio.
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Gerard Chouquer Monique Clavel-Lévéque Franqoise Favory
Note
no il modulo di 15 x 20 actus, a Venafrum 16 x 16 actus, ecc.
13) Chouquer, 1981, pp. 823-868.
1) Blume ed altri, 1848-1852; Piganiol, 1962. 2) Definizione in Sereni, 1967, p. 35. 3) Da K. Lachmann e A. Rudorff fino al re cente studio di F. T. Hinrichs, una ricca cor rente storiografica ha cercato il significato del le differenze della morfologia agraria romana (l’opposizione centuriatio/strigatio) e si è inter rogata sul valore dei testi gromatici come fonti. Le tappe di questo dibattito sono riassunte in Hinrichs, 1974, pp. 25-75, ripreso in Chou quer, c.s. 4) I testi di agrimensura, e principalmente le liste dei Gromatici Veteres, Liber coloniarum, pp. 209-262, che indicano per ciascuna città descritta la morfologia agraria del territorio, indicano, sembra, realtà complesse e varie, senza tuttavia spiegarle in toto. Troviamo così una dozzina di espressioni, regolarmente im piegate per descrivere l’organizzazione del ter ritorio (ager): in lacineis, in strigas, in scamna,
in cancellatio, in limitibus intercìsivis, in limitibus, in centuriis, in absoluto, in iugeribus, in praecisuris. In numerosi casi queste espressio ni risultano associate (ad esempio: per scamna in centuriis, in lacineis limitibus intercìsivis, ecc.). Seguendo Frontino, si ammette che la strigatio (o scamnatio) possa servire come nome generico per tutte le forme di catasto ol tre alla centuriazione per kardines e decuma ni, vale a dire ogni volta che si è in presenza dì una divisione agrimensoria parcellare e non di un reticolo sovraparcellare attraverso limites che strutturano la pertica. (Déléage, 1934), pp. 73-228).
14) Le osservazioni morfologiche si riallaccia no alle conclusioni e alle ipotesi di Susini, 1957, pp. 3-46. 15) Trousset, 1977, pp. 180-186 e fig. 6. 16) Chouquer, 1983, c.s. c. 17) Adamesteanu-Vatin, 1976,vpp. 110-123; Sceglov, 1967; Sceglov, 1976; Séeglov, 1979, Séeglov, 1980, pp. 59-72; Strzeletskij, 1961; Wasowicz, 1972, pp. 199-229; Salviat-Vatin, 1974, p. 257 ss.; Clavel-Lévèque, 1982b, pp. 21-28; Clavel-Lévéque, 1983, c.s. 18) Vallai, 1979, pp. 977-1013. Assieme a questo studio, fondamentale per il nostro as sunto, cfr. Vallat, 1981, ined. 19) In questo caso tipico di centuriazione, il modello rintracciato tra due assi è sempre un multiplo dell’a c t o a Cales, 13 e 10 a Privernum, 12 ad Alba Fucens, ecc. 20) Chouquer ed altri, c.s. 21) Lugli, 1963, pp. 5-7. 22) Clavel-Lévèque, 1981. 23) V A tlas des cadastres antiques è una colla na del CNRS la cui realizzazione è assicurata dalla RCP 627. I primi fascicoli verteranno sulla Narbonense e sulle pianure della Saòne, regioni in cui le ricerche sono più avanzate. Le principali acquisizioni sono state recentemente riassunte in due articoli. Chouquer ed altri, 1983; Chouquer, 1983, c.s. a. 24) Clavel, 1970, pp. 201-232. 25) Barruol, 1969. 26) Chouquer-Favory, 1980, pp. 72-76. 27) Marcolongo-Mascellari, 1978,pp. 131-146. 28) Clavel-Lévèque, 1982a, pp. 9-35.
Castagnoli 1958b, Castagnoli 1953-55; Fracca ro 1957 (riunisce sei articoli dell’autore sulle centuriazioni italiane); Saumagne, 1952, p. 287; Guy, 1954-55, pp. 217-237; Soyer, 1973, pp. 197-232; Soyer, 1974, pp. 179-199; Soyer ed altri, 1974; Chouquer-Favory, 1980; Chou quer 1983, c.s. b. 6) In Francia, dove la ricerca dei limiti romani è nel complesso più difficile che in Italia, si è assistito ad una fioritura di studi approssimati vi che, senza rispettare le caratteristiche di questi catasti, hanno preferito adattare l’ogget to delle loro ricerche ai tracciati scoperti. Cosi, ci si accontenta di recuperare «tracce di agri mensura» che corrisponderebbero a catasti ro mani meno rigorosi che altrove. Questa appa rente prudenza di linguaggio non riesce a giu stificare il modo di procedere. 7) Sereni, 1967, p. 32 ss. 8) Peltre, 1974, pp. 67-86. 9) Sereni, 1967, p. 35; Columella, De re rusti ca 5. 1. 10) Chevallier ed altri, 1969, pp. 1-16; Baures, 1977; Favory, 1980, pp. 347-386. 11) Lista in Dilke, 1971, p. 85, completata in seguito da Chouquer, 1983 c.s. 12) Così la renormatio di Augusto a Forum Popilii, Cales e Teanum impiega un reticolo di 1 5 x 1 5 actus; le centurie del catasto A di Orange misurano 20 x 40 actus, come quelle di Merida in Spagna; quelle di Altinum adotta
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________ Cartagine romana Breve storia di una periferia urbana
uò essere utile inserire in un volume sulla centuriazione una breve sintesi dei risultati degli scavi condotti da una missione italiana a Cartagine negli anni 1973-1977 In questo caso urbano il rapporto coloniaterritorium appare particolarmente complesso ed ecce zionalmente ben documentato dal punto di vista ar cheologico, per le grandi campagne intemazionali di ri cerca svoltesi in quel luogo specialmente nello scorso decennio.
P
Mentre le altre missioni, americana, britannica, tedesca e francese, sceglievano di operare nell’area dei porti (americana I, britannica), nel quartiere del lungomare (tedesca, americana II), e sulla collina della Byrsa (fran cese), cioè nelle aree centrali della città, quella italiana sceglieva di operare alla periferia, nell’angolo opposto a quello dei porti (centuria A) (fig. 2). Lo scopo principale era quello di studiare i tempi e i modi dell’urbanizzazione di Cartagine nella zona inter na, di seguire i limiti e la fortificazione della città, di studiare le necropoli ed il rapporto tra impianto urbano e centuriazione rurale. La ricerca si orientò pertanto non già su ampie aree di scavo, al fine di rivelare grandi monumenti o larghe porzioni di abitato, ma si articolò per saggi di scavo di carattere topografico, al fine di recuperare quei dati fon damentali che sono premessa indispensabile per ogni ri cerca più ampia e sistematica. Data la limitatezza dei mezzi a disposizione bisognava si tuare i saggi in punti decivisi, al fine di ricavare con un solo intervento un alto numero di informazioni (fig. 3). Il taglio B nell’area I è stato impiantato sull’incrocio teorico del cardine II Ovest con il decumano V Nord, onde poter studiare lo sviluppo urbano in rapporto a quattro insulae ed il sistema viario. In questo saggio sono stati individuati 1) una necropoli punica; 2) il pri mo impianto viario della colonia; 3) il successivo svi luppo dell’urbanizzazione e della rete viaria; 4) l’abban dono della città segnato da una necropoli tardo-antica.I I tagli A e B nell’area III sono stati impiantati sull’in crocio teorico dei cardini VI e V Ovest con il decumano V Nord, quindi oltre un pendio scosceso che si può se guire dalle cisterne di La Malga alla porta settentriona le della città ed oltre e che è noto con il nome di Teurfel-Sour. L ’informazione ricavata soprattutto dal saggio
A ha dimostrato I) che l’area a Nord della scarpata, pur rientrando nei limiti teorici della città ipotizzati dal Saumagne2, non era mai stata urbanizzata ed era stata utilizzata come zona di necropoli (d’altra parte i limiti dei campi attuali sono orientati in quest’ultima area se condo la centuriazione rurale); 2) che la scarpata stava ad indicare il percorso del muro di Teodosio II, già sco perto dalla missione inglese nell’area retrostante i porti e forse individuato da quella polacca lungo il lato meri dionale del circo (la fortificazione è risultata priva di fossati, a differenza del tratto scavato dalla missione bri tannica); 3) che l’urbanizzazione del pianoro a Sud della scarpata si era verificata soltanto in età tarda, dato fon damentale per stabilire il momento di massimo sviluppo della città romana in questo punto (anche in quest’area una necropoli tardo-antica segna la fine dell’abitato). Il taglio A dell’area IV venne impiantato lungo il lato orientale del Cardine Massimo, all’altezza del rudere af fiorante detto Bab-el-Rih (centuria B). L ’ipotesi di par tenza era che, trovandosi il rudere in linea con la scar pata (quindi con il muro di Teodosio II), potesse rap presentare la torre Est della porta settentrionale della città. Lo scavo ha consentito di dimostrare 1) che in questo punto i limiti de\V insula finìtima non corrispon devano ai limiti teorici tracciati dal Saumagne3 ma coincidevano con il limite più interno ed irregolare se gnato dalla scarpata (anche questa parte della città ven ne invasa in età tardo-antica da una necropoli); 2) che in coincidenza di questo limite (come nell’area III) era stato costruito il muro di Teodosio II; 3) che il rudere affiorante apparteneva alla torre orientale della porta settentrionale della città.
S C A LA DStìO.fi:
C L tH j.-Κ Κ Ν 'ν Γ Ο Τ .Α Γ ΙΑ Γ Μ .fJK
I tagli A e B nell’area II sono stati impiantati sull’incro cio teorico del cardine Vili Ovest e del supporto decu mano finitimo della colonia VI Nord e sull’incrocio teo rico fra il cardine X Ovest e il decumano V Nord. I saggi cadevano nel cosiddetto «triangolo» che il Saumagne 4, aveva escluso dall’impianto della colonia (fig. 2). L ’ipotenusa di questo triangolo rettangolo corrispondeva al limite meridionale delle cisterne di La Malga e al trac ciato della strada attualmente denominata Boulevard de Roosevelt. L ’ipotesi Saumagne, confutata nelle aree III e IV, è risultata confermata in quest’area II, dove peral tro i limiti dei campi appaiono ancor oggi seguire l’o rientamento della centuriazione. I risultati dei saggi
Fig. 2 - Pianta generale della colonia.
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35CH5
sono i seguenti: 1) la colonia non si è mai estesa nel suo impianto regolare in quest’area; 2) in questa zona si è impiantato un quartiere suburbano (taglio B) orientato secondo la centuriazione, di cui conosciamo la fase tar do-antica (anche questo quartiere è stato poi occupato da necropoli che ne segnano l’abbandono); 3) è documenta ta una necropoli (taglio A) della prima e media età imperiale, le cui tombe sono orientate secondo la centu riazione. In concomitanza con la fine dello scavo della missione italiana sono cominciate le ricerche della missione ca nadese diretta dal Prof. C. M. Wells, finalizzate allo stu dio dei limiti della città e delle fortificazioni nella cen turia B. I risultati della ricerca canadese hanno confer mato molti dati acquisiti dalla missione italiana e ne hanno fornito di nuovi, rafforzando le ipotesi topografi che sul limite settentrionale della colonia da noi avan zate. Si presenta una sintesi dei risultati delle ricerche della missione italiana (si veda anche il quadro sinottico). 1. Nella centuria A non sono stati rinvenuti edifici di età punica, ma è stata confermata la presenza di una necropoli (IV - 146 a.C.). Essa corrisponde al momento di maggior sviluppo della città punica con i suoi porti rettangolare e circolare (quest’ultimo con navalia in le gno nel III secolo e monumentali in pietra nella prima metà del II), con il suo quartiere signorile sul lungoma re, ed il suo quartiere probabilmente artigianale sulla Byrsa, urbanizzata poi anch’essa fra la metà del III e la metà del II secolo. La distruzione romana sembra per tanto coincidere con il momento di massimo sviluppo edilizio della città punica.
Fig. 3 - Localizzazione dei saggi di scavo della missione italiana.
2. Tra la distruzione della città punica (146 a.C.) e la fondazione della colonia augustea (29 a.C.) non vi è traccia alcuna di vita urbana. Subito dopo la distruzio ne, o meglio qualche decennio dopo, è da attribuirsi rimpianto della centuriazione. La lex Rubiria (123/2 a.C.) aveva autorizzato la for mazione della colonia Junonia sul sito della distrutta Cartagine. Il territorio centuriato avrebbe dovuto ospi tare 6000 coloni provenienti dall’Italia. Ma la fondazio ne della colonia fu annullata (come conferma la testi monianza archeologica), il che naturalmente non esclu de affatto l’assegnazione della terra nelle centurie. Per impiantare la limitatio, la groma fu collocata sulla col lina della Byrsa, dominante l’intera pianura, che con tutta probabilità era stata il centro della Cartagine ar caica. Non è tanto qui il caso della principale interse zione (tetrans) collocata al centro di una città vivente, quanto quello insolito dell’utilizzo come epicentro di una centuriazione dell’acropoli di una città compietamente distrutta, ridotta a campagna, in parte da centu-
riare, in parte da ritrasformare in città. Il che non riuscì a Gaio Gracco ma ad Augusto, per cui la centuriazione ha preceduto la creazione del centro urbano. 3a. L ’impianto straordinariamente regolare della colo nia augustea è stato riconfermato anche per buona parte della centuria A, secondo le ipotesi del Saumagne e del Davin 2*5. La groma era situata sulla Byrsa in corrispondenza del l’incrocio principale della centuriazione. Le insulae sono di 120 x 480 piedi, pari ad un heredium, ed accor pate in quattro centurie di misure corrispondenti alla centuria strigata di 240 iugeri (2800 x 3000 piedi). Le strade sono larghe 24 piedi mentre il Cardine Massimo è largo 40 piedi. Secondo i calcoli della missione italiana ed adottando un piede di m. 0,295, la distanza teorica fra gli assi dei cardini è di m. 42,48, la larghezza delle strade è di m. 7,08, la larghezza delle insulae è di m. 35,40. Con la creazione del nuovo impianto urbano regolare viene a crearsi un conflitto fra il sistema delle insulae, orientato parallelamente al mare, e quello dei campi, diversamente orientato e di cui restano abbondanti trac ce nella disposizione della campagna attuale: analoga mente al confine fra due centuriazioni diverse. Inoltre la coincidenza dei tetrantes (si veda sopra) fa rientrare Cartagine romana, seppure a posteriori, nel caso vespa sia n o di Ammaedara (Tunisia), dove il centro della centuriazione è posto nel centro esatto della colonia6. Il problema che viene a porsi nel voler ricostruire la pianta di Cartagine è se le quattro centurie sono state pianificate per intero (così che la città verrebbe ad assu mere l’aspetto di un rettangolo), oppure se fin dall’ini zio vennero presupposti compromessi fra impianto del la colonia da una parte e centuriazione del territorio e situazione geomorfologica dall’altra. Già il Saumagne aveva ipotizzato che la centuria A non raggiungesse i suoi limiti regolari ma si arrestasse lungo un limite della centuriazione (come stava ad indicare l’orientamento delle cisterne di La Malga). Le indagini italiane dove vano dimostrare infrazioni alle regole astratte ben più gravi, e cioè un arresto del sistema delle insulae in con comitanza con un salto irregolare di quota, cioè di una scarpata, così che rimpianto urbano poteva arrestarsi di fatto lungo un margine naturale, come accade frequen temente alle centuriazioni, ad esempio lungo un fiume. 3.b. Vediamo il problema dei limiti settentrionali della colonia più in dettaglio. Il triangolo qui definito b rien trante nella centuria A, è adiacente al triangolo a e avrebbe pertanto dovuto far parte della colonia (come ipotizzato dal Saumagne) (fig. 2). Il suo limite meridio nale è segnato, come si è visto, da una scarpata artificia le, dovuta al livellamento preliminare all’urbanizzazio ne, che segue forse l’andamento di un preesistente decli vio naturale. In questo triangolo non sono state trovate
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54 AREE
A REE PERIODI
I
- 146 a.C.
Necropoli punica (IV-II a.C.)
146-29 a.C.
La città è abbandonata
III
IV
29 a.C.-200 d.C. Obliterazione necropoli pu Primi strati di origine antro nica, fosse di rifiuti (29 pica: è attestato il dislivello a.C.-50 d.C.). della scarpata (29 a.C.-lOO d.C.). Impianto del decumano V nord in forma di semplice Altri strati con materiali edi battuto (50-100 d.C.) e as lizi relativi probabilmente senza di urbanizzazione alla prima urbanizzazione (fossa di rifiuti nel II secolo non localizzabile del piano d.C. e preparazione dell’ur ro soprastante la scarpata banizzazione alla fine del se (100-250 d.C.). colo). Necropoli (150-250 d.C.) 200-320 d.C.
320-480 d.C.
Costruzione à tll’ìnsula a SE e probabilmente delle insulae a NO e a NE del decuma no V nord, costruzione della grande fdgna del decumano V nord e pavimentazione in basoli (prima metà III seco lo). Probabile costruzione della fogna del cardine II ovest a nord del decumano (l’incrocio delle fogne corri sponde all’incrocio teorico degli assi stradali).
Strati con materiali edilizi e necropoli (vedere la fase pre cedente) e soltanto agli inizi del IV secolo costruzione del muro di terrazzamento e del muro perimetrale dell'insula (è dunque questo il momen to di massima urbanizzazio ne in quest’area).
HA
IIB
Necropoli (50-200 d.C.).
I
Ili
Alcuni muri invadono l’area Necropoli fuori le mura (pri Costruzioni fuori le mura (480-530 d.C.). pubblica del cardine II ovest ma metà IV secolo). (480-510 ca.). Abbandono dei muri sopra citati; costruzione di nuove strutture (tecnica a «spina di pesce»); rialzamento della fogna e restauro del decuma no V nord (510-530 d.C.).
530-560 d.C.
Abbandono delle strutture e Non viene scavato il fossato Nuove costruzioni fuori le di Belisario. Prosegue proba mura. necropoli. bilmente la necropoli fuori le mura.
530-700 d.C.
Costruzione di un muro per sostenere il decumano V nord. Il pavimento del decumano V nord è un battuto (560-600 d.C.).
Abbandono della rete viaria urbana sepolta da una ne cropoli (550-600 d.C.). Abbandono della necropoli fuori le mura perché si sep pellisce all’interno della cit tà.
Fosse di spoliazione.
Fosse di spoliazione.
Fosse di spoliazione.
Tabella dei risultati delle ricerche della missione italiana a Cartagine.
Abbandono della necropoli esterna alla città e costruzione del muro di Teodosio II (425 d.C.). Battuti stradali e costruzioni all’interno dell'insula.
sula. V insula viene abbandonata. Costruzione muro e porta di Teodosio II (425 d.C.) e rial zamento del cardine massi mo.
Attestazione di strutture edilizie nel quartiere su burbano (fine IV-V secolo).
IIA
IIB
Abbandono quartiere su burbano?
Abbandono delle costruzio ni fuori le mura e creazione di un’area pavimentata a bat tuto (550-600 d.C.). Nuove costruzioni fuori le mura in argilla pressata (600 d.C. ca.). Obliterazione delle costru zioni fuori le mura e restau ro del muro di Teodosio II (VII secolo). Necropoli nell’area dell’insula abbandonata?
Abbandono del decumano V nord (VII secolo).
Abbandono dell’immondez- Necropoli fuori la città (fine Massicciate stradali ricopro zaio e restauri stradali (se- IV-inizi V secolo), no il lastricato esterno alla conda metà IV e inizi del V città (fine IV-inizi V secolo) secolo). e attività artigianali nell’i/j-
IV
480-530 d.C.
Muro perimetrale nord del- Abbandono l'insula finitima (inizi III se della necropo colo) e pavimentazione a la li. stre esterna all'ìnsula e alla città.
Costruzione dei muri delle insulae a SO, NE e NO del decumano V nord che segna l’apice dell’urbanizzazione in quest’area. Creazione di un immondezzaio nell’area del cardine II ovest, a sud del decumano (320-360 d.C. ca.).
Abbandono e spoliazione di alcune strutture edilizie (secondo e terzo quarto del V secolo).
PERIODI
Fosse di spoliazione di epo ca moderna.
Fosse di spoliazione
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tracce di strade o di edifici, segno che anch’esso proba bilmente fin dall’origine della colonia venne, come il triangolo a (v. oltre), escluso dall’urbanizzazione, non soltanto per ragioni geomorfologiche, ma per motivi dello sviluppo urbanistico che segue le sue empiriche necessità (si veda il punto 6). In concomitanza o poco dopo la fondazione della colo nia sono attestate opere di bonifica e di livellamento in vista dell’urbanizzazione (29 a.C.-50 d.C.). Solo nella seconda metà del I secolo d.C. si realizzano gli assi stra dali, senza fogne e pavimentazioni. Essi attestano rim pianto regolare della colonia anche in questo quartiere, ma le insulae non sono ancora costruite (il che ricorda le porzioni di territorio centuriato ma non ancora asse gnato). Anche nel quartiere sul lungomare le strade di età augustea appaiono senza fogne né pavimentazione (cardine XVII Est), mentre il Cardine Massimo sulla Byrsa (largo m. 11,40) appare dotato di fogna e pavimenta to. Il limite verso il mare in quest’epoca è segnato dal cardine XVIII Est. Le insulae del quartiere del lungo mare sono le prime ad essere costruite già a partire dal l’età augusteo-tiberiana, il che non avviene nei quartieri periferici, quali quelli della centuria A. Un tempio sor ge, sempre in età augustea, nell’isola del porto circolare, che viene così trasformata da sede dei navalia a foro marittimo, e vengono rifatte le banchine del porto ret tangolare. 3c. Entro il triangolo di La Malga, qui chiamato a, è at testata una necropoli a partire dalla metà del I secolo d.C., le cui tombe sono orientate secondo la centuriazione. Ciò dimostra che fin dalle origini della colonia quest’area, che avrebbe teoricamente dovuto far parte della città, ne venne esclusa, non già per rispetto della supposta colonia cesariana, come ebbe ad ipotizzare il Saumagne, bensì per rispetto di un asse fondamentale della centuriazione, che oltretutto coincideva con un notevole declivio verso settentrione, e in previsione che la centuria A non sarebbe mai stata integralmente urba nizzata, vista la sua posizione estremamente periferica. Non stupisce pertanto che le cisterne di La Malga, co struite probabilmente nel II secolo, si appoggino all’ipotenusa di questo triangolo, in coincidenza con un incro cio della centuriazione.4 4. A partire dal II secolo vi sono indizi che fanno pen sare a delle prime realizzazioni edilizie nella centuria A: immondezzai e strati con residui di costruzione. Alla fine del II secolo la necropoli rinvenuta nel triangolo a viene abbandonata e si impianta una nuova necropoli nel triangolo b, immediatamente al di sotto della scar pata. La rinuncia all’urbanizzazione di quest’area appa re ormai definitivamente sancita. Nell’età antonina il quartiere del lungomare doveva essere integralmente urbanizzato e riccamente dotato di edifici pubblici, tan
to che si dovette spostare il limite lungo il mare al car dine X IX Est, e le sue strade appaiono ormai già dotate di fogne e lastricate. Sono attestati in quest’epoca inter venti nel porto rettangolare, una grandiosa fase edilizia nel porto circolare dotato ora di un ingresso monumen tale, un porticato e diversi edifici pubblici (da vedersi probabilmente in rapporto con gli interventi di Com modo documentati nella Historia Augusta). 5. A partire dall’età severiana è sicuramente attestata la costruzione delle insulae nella centuria A e nella centu ria B lungo il Cardine Massimo. Le strade vengono ora dotate di fogne e lastricate, come quelle del quartiere lungomare. Ciò non vuol dire che tutte le insulae fosse ro edificate, specialmente quelle più periferiche, né che tutte le strade fossero state adeguatamente attrezzate. È attestata fin da quest’epoca la tendenza a ridurre l’urba nizzazione nelle zone interne e periferiche della città (si veda il triangolo b) e ad espanderla nelle zone più vici ne al mare, oltre i limiti dell’impianto urbanistico rego lare originale, come è dimostrato da un edificio rinve nuto presso l’avenue Bourguiba all’altezza del quartiere moderno di Saiambo. 6. Nella prima metà del IV secolo i quartieri della cen turia A raggiungono il loro massimo grado di sviluppo edilizio: dato confermato per gran parte delle città nordafricane. Nel triangolo b, in concomitanza con la scarpata, si costruiscono le insulae ed un grande muro di terrazzamento che riconferma la rinuncia ad espan dere la città in questa parte periferica della centuria. La parte immediatamente esterna alla città, benché ormai esclusa dall’urbanizzazione, viene tenuta libera dalle necropoli (tra il 250 e il 400), il che sta a significare il perfetto funzionamento in quest’epoca della vita citta dina. A queste lacune dell’urbanizzazione corrispondo no espansioni oltre il decumano finitimo VI Nord nella centuria B. Il primo isolato a partire dal Cardine Massi mo non raggiunge il limite teorico della colonia, così come probabilmente avviene per il secondo. Ma una scarpata orientata secondo il sistema urbano potrebbe indicare la presenza in questo punto del decumano fini timo VI Nord. Il terzo lo raggiunge e forse lo supera. Dal quarto all’ottavo isolato si assiste ad un superamen to del limite teorico per una lunghezza inferiore ad una insula regolare. A partire dal nono fino al mare lo stes so limite è superato per una lunghezza di circa due insulae regolari. 7. Nella seconda metà del IV secolo si assiste nella cen turia A a restauri stradali e, tra la fine del IV e gli inizi del V, ad una ripresa delle necropoli nel triangolo b, che vengono così ad invadere la zona immediatamente esterna alla città''che era stata mantenuta sgombra da tombe per oltre un secolo. È attestata in quest’epoca la
vita nel quartiere suburbano situato entro il triangolo a. Sappiamo che è orientato secondo la centuriazione ru rale ma non conosciamo l’epoca della sua prima crea zione. Nel quartiere centrale del lungomare sorgono an cora agli inizi del V secolo edifici di lusso e religiosi (Casa degli Aunghi e vicina basilica). 8. Nel 425 venne costruito il muro di difesa con torri di Teodosio II che segue anche nella centuria A i limiti raggiunti dalla città, obliterando necropoli e strade. Il muro non venne dotato in questa parte della città di fossati (come invece accadde nel tratto rinvenuto nel quartiere moderno di Saiambo), probabilmente per la natura scoscesa del terreno che costituiva essa stessa un elemento di difesa. Lo spazio esterno alle mura venne sistemato in forma di successivi degradanti livelli, che segnarono anche l’abbandono della precedente necro poli. Il Cardine Massimo venne rialzato in quest’epoca in corrispondenza con la porta turrita settentrionale. Altri tratti del muro di Teodosio sono stati rinvenuti a settentrione oltre il limite della centuria B e a meridio ne entro i limiti della centuria C (lungo il circo) e oltre i limiti della centuria D (nel quartiere retrostante il porto rettangolare). 9. A partire dal secondo quarto del V secolo, cioè con l’occupazione vandala, si assiste ai primi abbandoni e spoliazioni di strutture edilizie nella centuria A e nella centuria B lungo il Cardine Massimo. In quest’epoca si osserva la distruzione del tempio del porto circolare e l’abbandono di case del quartiere sviluppatosi oltre i li miti della centuria D. Segni di decadenza si avvertono anche nel quartiere centrale del lungomare, che pure conosce restauri im portanti di edifici di lusso (Casa degli Aurighi, le cui ci sterne vengono abbandonate intorno alla metà del V se colo). Tali segni di incipiente declino cittadino possono essere visti in rapporto con le vicende pubbliche dell’e poca, in particolare con l’espropriazione e l’esilio del l’aristocrazia di Cartagine voluti da Genserico7. È ora di moda parlare di continuità delle città africane per tutta l’epoca antica ed anche dopo l’invasione ara ba. Una tale concezione è asserita anche in un recente articolo che tuttavia dimostra esattamente il contrario nell’interessante insieme di fatti che ha il merito di rac cogliere. 8 10. Tra l’ultimo quarto del V secolo e gli inizi del VI è attestata nella centuria A la prima invasione da parte di strutture edilizie private di suolo pubblico destinato a strade, chiaro indice di vita cittadina meno regolata. In quest’epoca una necropoli viene ad impiantarsi ai piedi del muro di Teodosio nel triangolo b. Negli ultimi due decenni dell’età vandala si assiste nella centuria A ad ulteriori abbandoni e ristrutturazioni di case e al re
stauro e al completamento della rete stradale. Si assiste contemporaneamente all’ulteriore degrado dell’immagi ne monumentale del porto circolare (l’isola comincia ad essere invasa da tombe), ad un parziale disuso del muro di fortificazione nel tratto del quartiere moderno di Sa iambo, all’invasione da parte di case del cardine IX Est e all’abbandono di strade e strutture edilizie nella cen turia B. 1 1 . A partire dalla conquista bizantina e per una gene razione (530-560) si assiste ad un abbandono relativa mente generalizzato delle insulae della centuria A e dei relativi quartieri suburbani, segnato dall’invasione delle necropoli anche all’interno della città, il che non esclu se nuovi modesti interventi edilizi, ad esempio fuori le mura (presso Bab-el-Rih). Non vi sono tracce di ulte riori opere di fortificazione, quali fossati. Si assiste in questo periodo ad un restauro dell’assetto monumentale del porto circolare (nuovo colonnato e pavimentazione), la quale oblitera le tombe del periodo precedente. An che l’abitato vicino a questo porto viene ristrutturato. Il muro di Teodosio presenta nella zona di Saiambo un secondo fossato (identificato con quello di Belisario). Tra il muro di fortificazione e il limite della centuria D si assiste ad una ripresa edilizia dopo l’abbandono di età vandala. Altri rifacimenti e rialzamenti pavimentali sono attestati nel quartiere centrale del lungomare, sep pure con invasioni di strade da parte delle case. Altri restauri subisce la ricca Casa degli Aurighi, che viene ora ornata da un pavimento in opus sedile, e la vicina basilica ora ricostruita su grande scala. Anche il Cardine Massimo sulla Byrsa viene invaso da case. Nella centuria B si assiste a restauri di edifici, a costru zioni di basiliche, alla ripavimentazione delle strade con battuti sovrapposti ed anche all’abbandono di alcu ne strutture edilizie. 12. Tra il 560 e il VII secolo si osserva nella centuria A il mantenimento delle strade (muri di terrazzamento e battuti pavimentali). Come erano state le prime a na scere, così sono ora le ultime a morire (servendo i quar tieri centrali della città ancora in vita). Fuori le mura (presso Bab-el-Rih) si constatano ancora interventi: abbandono, costruzione (in argilla), ulteriore abbandono e forse anche un restauro del muro di fortifi cazione. Intorno alla metà del VI si abbandona proba bilmente la necropoli fuori le mura (triangolo b), data ormai l’ampia possibilità di seppellire all’interno della città. Intorno al 600 d.C. il porto rettangolare appare interrato. Tra il 550 e il 600 il porto circolare perde nuovamente il suo aspetto monumentale. Nel cinquan tennio successivo sarà invaso per la seconda volta da tombe per cadere in disuso nella seconda metà del VII secolo. Nella zona retrostante il porto rettangolare (quartiere moderno di Saiambo) il fossato detto di Beli-
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sano viene abbandonato e su di esso si costruisce orien tando i muri secondo la centurazione. Lungo il muro di Teodosio si costruisce una strada che conosce un rifaci mento nella seconda metà del VII secolo. Prima dell’in vasione araba il muro di fortificazione subisce un inter vento di restauro (come presso Bab-el-Rih). Subito al1 interno di questo tratto della cinta muraria sono atte state ulteriori fasi edilizie: una della fine del VI, abban donata nella seconda metà del VII o oltre, ed un’ultima databile dopo la conquista araba o poco prima. Nel quartiere centrale del lungomare si assiste nella seconda metà del VII secolo all abbandono della Casa degli Au nghi e della vicina basilica. In questo quartiere sono at testati edifici anche dopo la conquista araba. Appare evidente la continuità di vita nella parte bassa della cit ta fino ad epoca assai tarda, il che non ha riscontro nei quartieri più interni. In ogni modo la decadenza urbana predomina largamente su una tale ristretta continuità. Pare proprio vero che avesse torto Pirenne nel ritenere che il mondo antico mediterraneo fosse stato assassina to dagli Arabi. Essi invasero infatti terre in cui l’Impero e le sue strutture erano già agonizzanti9. L aver scelto la missione italiana di operare nei quartie ri più periferici della città ha consentito di cogliere me glio i moduli dell’urbanizzazione e della crisi urbana della colonia, e di fornire dati per il confronto per differentiam con la situazione dei quartieri centrali assai più estesamente scavati. In ogni modo può dirsi che cono sciamo ormai meglio Cartagine di Roma, almeno dal punto di vista dell’indagine sul campo.
Andrea Carandìni
■----------------------------------------------------------------------- Note 1) Carandini ed altri, 1983, p. 7 ss. 2) Saumagne, 1924, p. 131 ss. 3) Saumagne, 1924, p. 131 ss. 4) Saumagne, 1924, p. 135. 5) Saumagne, 1924, p. 131 ss.; Davin 1930, pp. 73-85 6) Dilke, 1979, tav. IV, p.59. 7) Lepelley, 1979, p. 412. 8) Thébert, 1983 p. 177; nella stessa rivista, p. 78 ss., chi scrive ha sostenuto un decimo a partire dalla tarda età vandala sulla base dei dati del commercio anforico pubblicati a p. 53 ss. da C. Panella (Villedieu ed altri,1 9 8 3 , Panella, 1983); tale declino pare confermato dai dati fomiti dalla stona urbana di Cartagine 9) Hodges-Withehouse 1983a; cfr. anche Hodges-Whitehouse, 1983b p. 253 SS. ’
Organizzazioni del territorio rurale dall’età romana al Medioevo nella «Romania» e nella «Langobardia», particolarmente nel Modenese tudi di carattere locale e studi di carattere generale, concernenti la storia di singoli territori o l’evoluzio ne degli insediamenti e dell’organizzazione del territo rio rurale dall’età romana al Medioevo, prendono in considerazione o addirittura assumono come punto di avvio l’assetto circoscrizionale ecclesiastico delle cam pagne nel Medioevo, la distribuzione cioè delle pievi, le grandi parrocchie dell’alto Medioevo, accettando, in modo esplicito o irriflesso, il presupposto che queste ri flettano, perché ne sono le eredi, insediamenti e circoscrizioni degli ultimi secoli dell’età romana, quando l’assetto parrocchiale sarebbe giunto a compimento; in molti casi risalgono anche più a ritroso nel tempo, tra mite presupposti poggianti su teorie concernenti l’origi ne della pieve rurale. Dalla fine del secolo scorso la teoria più seguita in me rito è stata quella della continuità fra la struttura terri toriale del pagus e la circoscrizione plebana tardoantica e altomedioevale ', anche per suggestione dell’opera dell’Imbart de la Tour sulle parrocchie francesi2. Si ve niva così a formare un circolo vizioso: il pagus dà origi ne alla pieve, ma dove c’è una pieve medioevale si può presupporre 1’esistenza di un pagus, che di per sé risale all’età preromana; dunque ogni pieve, in qualsiasi pe riodo documentata, rimanderebbe, alla fine, all’età ro mana e preromana. A rendere ancor più improponibile il procedimento descritto sussiste la considerazione che le attestazioni dell’esistenza di pievi sono generalmente tarde, spesso non anteriori all’età comunale o precomu nale, in pochi casi risalgono all’età carolingia3; mai, per quanto concerne l’Italia settentrionale, all’età lon gobarda 4. Il procedimento, ben lungi dall’essere ritenuto acritico, è comunemente applicato, non solo dagli storici ‘loca li’, allo studio dei territori nei secoli tardoantichi e altomedioevali. Quanta conoscenza effettiva esso apporti è facilmente intuibile. La teoria della continuità è stata accettata anche da stu diosi di storia antica. Valga l’esempio del Sereni, il qua le non solo si è basato sulla ricerca del Formentini con cernente la Liguria di Levante5, ma l’ha anche definita come un esempio valido di «ricostruzione storica con creta», che conferma la continuità pagus-pieve6.
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La considerazione, rapidissima, dell’evoluzione delle strutture territoriali ed agrarie di due regioni di tradizio ne politica diversa, quelle della Langobardia, come de
finiamo le regioni - in particolare dell’Italia settentrio nale - assoggettate ai Longobardi, e quelle della Roma nia, includenti Esarcato e Pentapoli, rimaste ai Bizanti ni e poi assegnate dai Franchi alla Chiesa romana e, per essa, alla Chiesa ravennate, ci fa comprendere quali ra dicali cambiamenti avvennero nella Langobardia, men tre nella Romania permasero sistemi antichi, semmai ulteriormente cristallizzati. Il sistema catastale romano, basato sull’ubicazione delle terre mediante l’indicazione del fundus, del pagus e del territorium civitatis, rimase in vigore almeno fino al IV secolo dopo Cristo 7. Nel periodo di trapasso dal tardo impero al primo Me dioevo, nelle regioni bizantine dell’Esarcato e della Pentapoli, tale sistema perdurò, perdendosi tuttavia l’e lemento di connotazione rappresentato dal p a g u s8. Più tardi, dalla seconda metà del secolo Vili in poi, iniziò e poi si generalizzò l’uso di fare riferimento alla circoscri zione plebana, nella quale i funài venivano inseriti, struttura intermedia, ai fini ubicatori, fra questi e il ter ritorium civitatis.9. Ma, come era accaduto nelle descri zioni catastali di età romana, non vi fu, se non in casi rarissimi, nei documenti anteriori al Mille, alcun riferi mento al vicus, come se i vici non esistessero o non avessero in ogni caso rilevanza, come appunto noi sup poniamo. Manca pertanto la possibilità di cogliere le forme di organizzazione - se vi furono, del che dubitia mo - delle popolazioni rurali, quale poteva essere una autonomia locale nella gestione dejfi interessi comuni, sia pure senza rilevanza politica l0. Assai diversa si presenta la situazione nelle regioni oc cupate dai Longobardi. Per costoro, abituati ad organiz zarsi in gruppi legati da rapporti personali e alla guida di un capo, era difficile concepire ed accogliere l’istituto romano della proprietà dei funài e della loro rigida par tizione catastale, per la quale il vicus non ha rilevanza ai fini dell’ubicazione, dal momento che per loro il rap porto con la terra era eminementemente personale: la terra faceva capo al suo proprietario, che solitamente abitava nel vicus. Oltre che nelle città, al seguito dei du chi, infatti, i Longobardi si stanziarono numerosi nelle campagne, nei vici. Anche ad un esame superficiale dei documenti del secolo Vili appare evidente che i vici sono quasi sempre segnalati in relazione alla residenza o alla provenienza dei singoli personaggi n. Il vicus fu valorizzato. Il centro del villaggio venne protetto da una legislazione speciale, che comminava pene più se-
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vere ai trasgressori. Dalla popolazione del villaggio, i vicini, erano prese le decisioni comuni relative ad aspet ti di una limitata autonomia amministrativa: le vicende degli abitanti, certamente longobardi, di Flexo - ne ac cenneremo - mostrano una notevole capacità di azione e di reazione di fronte alle minacce portate da potenti alla disponibilità di beni comuni. L’organizzazione per villaggi rimase fondamentalmente in vigore anche nell’età carolingia; l’aspetto territoriale venne accentuandosi: il territorio dei vici iniziò ad esse re indicato con termini fissi, che divennero presto «tec nici»; tale significato stabile assunse in molte zone l’espressione locus et fundus. I due termini risalgono all’età romana: locus significa una ripartizione del fundus-, questo, come sappiamo, era la particella di base della ripartizione catastale. Entrambi continuarono ad essere impiegati in età longobarda, molto più diffuso il primo del secondo. Quest’ultimo scomparve quasi del tutto in Toscana; continuò ad essere impiegato, invece, nell’Italia superiore, nel significato approssimativo, non costante, di territorio di un villaggio l2. È possibile pertanto comprendere la mancata corri spondenza nella Langobardia tra i funài di età romana e i vici e i loro loci et funài di età altomedioevale, che si presentano molto meno numerosi dei primi; la mancata corrispondenza diverrà ancora più accentuata con le trasformazioni verificatesi nel tessuto insediativo in se guito al fenomeno dell’incastellamento, di cui diremo. Tale corrispondenza è assente anche nella Romania. Ciò non toglie che alcuni funài abbiano potuto mante nere non solo il loro nome per tutto il Medioevo, ma lo abbiano potuto dare ad un villaggio; anche il nome del le massae, nella Romania, deriva da quello di un fu n dus, il maggiore e più importante posto al loro interno. Non per questo possiamo parlare di continuità: si tratta solo di sopravvivenza di toponimini, che possono persi stere nella denominazione di un villaggio o, più facil mente, di una località prediale. Da quanto abbiamo detto è intuibile che grosse trasfor mazioni avvennero anche nel campo dell’organizzazio ne agraria, che spiccano immediatamente da un con fronto fra Langobardia e Romania. Nella seconda i grandi enti ecclesiastici, soprattutto la Chiesa romana e quella ravennate, continuarono a dete nere immense proprietà terriere, pur avendo subito per dite gravissime. La grande proprietà, definita massa, come nella tarda età romana, designa un aggregato di funài a base geografica. Essa non può essere assimilata alla curtis delle regioni longobarde-franche, poiché non è un’azienda agraria organica. I funài che la compongo no non rappresentano poderi contadini, ma solo l’anti ca struttura catastale della proprietà, non riflettente, se non in casi rari, la realtà organizzativa dell’azienda con tadina dipendente 13. Non avviene alcuna ristrutturazio
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ne agraria, anzi continua il frazionamento delle antiche unità catastali, senza che vi si opponga un «correttivo» come nella Padania longobarda e carolingia con la for mazione della curtis. Nella Langobardia la grande proprietà, pur continuan do a sussistere non fu di certo più quella dell’età romana né appare pressoché sola come nella Romania; soprattut to crebbe il numero di medi e piccoli proprietari, costi tuenti un ceto di liberi, dotati di diritti e doveri politici, essenziale fra questi l’appartenenza all’esercito. Le carte private ci mostrano piccoli proprietari, che detengono poche terre, coltivate da massari, spesso residenti i secon di non nel vìcus, ma sul podere affidato. La proprie tà si presenta a volte intensamente frazionata. La curtis, che lentamente prese avvio nell’ultimo periodo longo bardo, rappresentò inizialmente la proprietà di dimen sioni modeste, gestita direttamente dal proprietario, non ancora articolata organicamente nella suddivisione fra terre dominiche, lavorate dai servi e con le prestazioni d’opera fornite dai coltivatori delle terre dipendenti, e terre massarice, affidate in poderi ai massari appunto; l’affermazione del «sistema curtense» avvenne in età ca rolingia e postcarolingia 14. La curtis esercitò un «poten te richiamo» per i rustici desiderosi di terra e protezione e nello stesso tempo svolse un’azione sopraffatrice del l’indipendenza economica di molti contadini liberi l5. La stessa organizzazione per vici ebbe a subire crisi dall’espansione della curtis; ne è un riflesso la legisla zione carolingia, anche quella specificatamente rivolta al Regno Italico: i vici vi vengono accostati alle curtes, né vi si presta attenzione particolare l6. Nel secolo X molte zone dell’Italia superiore si ricopri rono, più o meno fittamente, di castelli: il castello, dive nuto centro militare, giurisdizionale, sociale ed econo mico di una zona, creò attorno a sé nuovi distretti l7. Curtis e castrum, con le debite differenze di epoca, struttura e finalità, hanno svolto funzioni in parte ana loghe: concentrazione e controllo degli uomini, ristrut turazione delle terre in senso agrario e insediativo. Come la curtis è stata, almeno nella pianura padana, al l’avanguardia della conquista del suolo, della formazio ne di nuovi centri demici, del rafforzamento di altri, della dissoluzione di altri ancora, a volta, fino ad inglobarne le funzioni, così il castello «rivoluziona», in molti casi, il tessuto insediativo, sovrapponendosi al villaggio, quando sorga nei suoi pressi; altre volte, se sorge lontano, facendolo scomparire, assorbendone in ogni caso le sue funzioni di riferimento territoriale e di inquadramento degli uomini a livello locale. La tendenza aH’incastellamento è particolarmente accen tuata per la curtis. Con la formazione del distretto castrense i rustici, servi o liberi coltivatori di terre proprie o altrui, furono assoggettati ad un potere
che li controllava da vicino. Il castello, più della curtis, offrì difesa, ma più di essa servì all’esercizio di un do minio effettivo sugli uomini. Nella Romania, ove furono assenti fino al Mille vici, curtes e ancor più castra, non si formarono distretti si gnorili e signorie locali, che avessero la base del loro potere nel possesso di un castello: non si verificò parimenti un’evoluzione della società verso forme signorili che nella Langobardia precede, accompagna e segue il fenomeno deH’incastellamento 18. Delineata a sommi capi l’evoluzione della distrettuazione civile e dell’organizzazione agraria, dobbiamo ora sottolineare come anche l’organizzazione ecclesiastica del territorio sia inscindibilmente connessa ai primi aspetti, anzi nei secoli X -X II essa segua, non preceda l’evoluzione delle strutture territoriali pubbliche, so prattutto di quelle signorili di recente formazione. Ma non si tratta di un processo necessario; né i tempi di formazione sono uguali; d’altrondè diversi sono anche i tempi di formazione dei distretti castrensi e delle signo rie locali dalla seconda metà del secolo X al XII, talvol ta anche al X I I I 19. Solo in questa prospettiva e con le cautele avanzate possiamo assumere la carta ecclesiastica, eventualmente delineata, di un territorio come un mezzo efficace - non certo il solo - per ricostruire la storia del territorio stes so, soprattutto per periodi, come quello altomedioevale, fino al Mille ed oltre, nel quale la documentazione scar seggia o è quasi inesistente. La situazione documentaria della diocesi modenese non si presta facilmente per delineare l’evoluzione dell’as setto plebano, poiché mancano elenchi completi di pie vi anteriori alla fine del secolo X III20. I documenti che ci parlano di pievi, per quanto appaiano nel secolo IX, sono poco numerosi, pressoché inesistenti per il secolo X , un periodo questo importante per l’evoluzione del l’assetto plebano. Illustreremo in questa sede le vicende di quattro territo ri di ampiezza diversa e delle loro pievi, che possono rappresentare una casistica sufficientemente ampia per comprendere alcuni momenti dell’evoluzione dei terri tori nell’alto Medioevo e nello stesso tempo costituire esemplificazioni efficaci ad indicare la complessità e la varietà nel tempo e nello spazio dell’evoluzione stessa. Una regione, nella quale, secondo alcuni studiosi, sa rebbe rintracciabile una continuità fra l’antica organiz zazione preromana e romana, quella plebana e quella di epoca comunale - dal pagus alla pieve al comune rurale - , facendo sì che l’una, anteriore, facesse da supporto all’altra, posteriore, è costituita dal Frignano. Il Feronianum era un distretto pubblico bizantino, ca strum o anche civitas, conquistato nel 727 del re Liutprando. Il distretto, del quale non conosciamo per l’età
bizantina l’estensione territoriale, continuò a costituire una zona pubblicisticamente caratterizzata. Dai docu menti dei secoli VIII-XI risulta che il distretto si esten deva da Pavullo ai piedi delle colline modenesi, verso Vignola e Marano. Secondo i documenti dei secoli XIIIXIV la zona collinare a Nord sarebbe stata esclusa, giungendo il distretto poco sopra Pavullo, mentre vi sa rebbe stata compresa tutta quella a Sud, facendo capo a Pievepelago e Fanano, fino a giungere presso il crinale appenninico2I. Un cambiamento consistente che già da solo ci deve rendere prudenti nell’accettare facilmente la teoria della continuità, per quanto concerne la strut tura territoriale, pur sotto il solo aspetto civile, nono stante che si tratti, nel caso specifico, di una zona forte mente caratterizzata in senso conservativo da un punto di vista geografico, poiché l’ambiente montagnoso e col linare favorisce la persistenza delle strutture territoriali. Sul Monte San Vincenzo, poi detto Monteobizzo, il Sorbelli ubica il centro castrense del distretto per la «posizione naturale» e per la centralità di Pavullo ri spetto a tutto il Frignano. L ’indizio determinante, tutta via, è dato dall’ubicazione della pieve di S. Vincenzo sul monte omonimo, poi Monteobizzo22. È facile per il Santini argomentare, rovesciando l’impo stazione, che la pieve di S. Vincenzo - documentata pe raltro per la prima volta nel 1060 23 - , essendo situata presso il castrum Feronianum, «capoluogo di tutta la regione», sia stata la più antica e farla risalire ai secoli IV -V I24. In questo modo per l’Appennino modenese la corrispondenza pagus-pieve si sarebbe «verificata inte gralmente»: al pagus Verabulum corrispose la pieve di Rubbiano, al pagus Feronianum quella di Pavullo25. Che vi possa essere corrispondenza fra centro civile e militare e centro ecclesiastico è un fatto più volte verifi cato e verificabile, ma non necessario; in questo caso poi la collocazione antica dell’uno e dell’altro centro sono entrambe ipotetiche. Allo stato attuale delle ricerche ci sembra che non sia possibile né indicare quale fosse l’effettiva estensione territoriale del Frignano in età bizzantina e longobarda, né conoscere quale fosse la pieve più antica e le sue eventuali «filiazioni»: quando il territorio del Frignano inizia ad essere sufficientemente documentato, l’assetto plebano è ormai costituito nei suoi elementi essenziali. Appaiono, in ordine cronologico, dalla fine del secolo X , le pievi di S.Maria in Rocca, Polinago, Coscogno, Pievepelago, Cuspiano26, che doveva trovarsi presso Polinago, infine S. Vincenzo, della quale abbiamo detto. Non si tratta di un assetto definitivo: non solo nel seco lo XII appaiono altre pievi - Verica, Salto, Maserno27 - , ma la stessa sede plebana di S. Vincenzo nella prima metà del secolo XII viene trasferita da Monteobizzo presso Pavullo a Renno: l’avvenimento, importante, va spiegato nell’ambito delle vicende locali, fra le quali as sume rilievo la lotta fra stirpi signorili28.
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Il Frignano offrirebbe ulteriori elementi di sviluppo alla teoria della continuità. Secondo il Santini le pievi avrebbero costituito la base dei comuni rurali29. L ’auto re a questo fine pone a fronte i distretti civili, come ri sultano alla fine del secolo XII, dall’anno 1197 in poi, certamente formatisi sotto l’aspetto dell’insediamento e sotto quello territoriale in seguito alle complesse vicen de dei secoli precedenti, con gli elenchi delle chiese del Frignano della fine del secolo XIII, facendo rilevare la corrispondenza fra distretto civile, già formato, e quello plebano, che a volte risulta di formazione recente, come nel caso di Salto, Masemo e Verica. Appare ovvio che il territorio plebano, come appare alla fine del secolo XIII, possa, in molti casi, riflettere la distrettazione ci vile già esistente da più di un secolo. Non è questa certo una dimostrazione che la pieve abbia dato origine al co mune rurale. Il caso limite è costituito da Fanano: qui la pieve non appare costituita prima del secolo XIII; eppure essa sarebbe servita da supporto al comune rura le, quale appare nel 1 197 30. L’influenza reciproca fra i due piani, civile ed ecclesia stico, è sempre presente; si tratta però di distinguerli, anche se le strutture possono territorialmente coincide re; anzi tendono a coincidere, per la necessità, avvertita dalle popolazioni, di avere un’organizzazione ecclesia stica accanto a quella civile, ma avvertita anche da co loro che detengono localmente il potere, consapevoli dell’importanza, ai fini del controllo sugli uomini, di poter disporre o almeno sorvegliare il centro ecclesiasti co del loro distretto. Perciò, nell’epoca della «dissolu zione dello stato», nei secoli X -X II, i territori plebani tendono a seguire le vicende dei distretti civili; i signori locali si propongono, a volte raggiungono, l’obiettivo di fare coincidere la circoscrizione ecclesiastica con quella del loro distretto o, almeno, che coincidano il centro dell’una con quello dell’altro 31. La formazione di distretti signorili, normalmente avve nuta sul possesso di un castello, se in un primo momen to può sconvolgere l’assetto insediativo ed ancor più le antiche forme di organizzazione comunitaria poggianti sul vicus, favorisce poi la ripresa o la formazione ex novo dei legami associativi fra la comunità rurale, la quale, nei comuni obblighi verso il signore locale, trova il presupposto per una nuova unità di azione, che si consolida nella lotta comune in difesa di diritti consue tudinari, nella pretesa che essi vengano rispettati, nel conseguimento, alla fine, di una pattuizione scritta32. In queste vicende il clero locale plebano non è assente: a volte interviene attivamente, a volte rimane in disparte, ma quasi sempre gli atti principali vengono compiuti presso la chiesa parrocchiale. Per comprendere il sorgere della convinzione che la struttura ecclesiastica stia a fondamento dello sviluppo dei comuni rurali nei secoli XI-XIII è necessario tener
presente il fatto che nelle comunità rurali, in quei secoli come in quelli precedenti e seguenti, è sempre stato for temente attivo l’influsso della chiesa locale. Nella piaz za antistante la chiesa maggiore si riunivano normal mente gli abitanti per trattare delle questioni di interes se comune; vi si celebravano i processi, vi si svolgeva il mercato. Alla chiesa parrocchiale i contadini, proprie tari o no, pagavano le decime dalla fine del secolo Vili; dal clero locale ricevevano il battesimo, la penitenza, la sepoltura; partecipavano con esso alle processioni e alle feste del santo patrono; mantenevano in efficienza l’edi ficio, a volte costruito da loro stessi. Ma tutto ciò era svolto, anche obbligatoriamente, almeno dall’età caro lingia, quando manutenzione dell’edificio della chiesa e pagamento della decima divennero obblighi per tutti gli uomini liberi, i filii ecclesiae33. Anche sotto questo aspetto le vicende dei territori van no studiate specificatamente, collocando nel loro tem po i vari fenomeni, così da poter cogliere le influenze e il reciproco intrecciarsi fra organizzazione civile ed ec clesiastica: possiamo certamente parlare di affinità fra pievi e comuni rurali, non di rapporto genetico, e ancor meno, per il secolo XII, di «comuni di pieve». La considerazione del Frignano, zona di antico insedia mento, non soggetta, per la sua configurazione fisica, a grandi trasformazioni, ci ha pur mostrato la possibilità di mutamenti notevoli nell’organizzazione territoriale, civile ed ecclesiastica, nei secoli centrali del Medioevo. Cambiamenti assai più ampi e radicali avvennero nelle zone di bassa pianura, prevalentemente paludose e sil vestri lungo il Po e altri corsi d’acqua, maggiori e mi nori, ove nello stesso periodo la colonizzazione avvenne intensa34. Qui le grandi proprietà terriere dell’epoca ca rolingia e postcarolingia, le curtes, si presentavano a volte territorialmente compatte, comprese tra due rami di fiume, insulae effettive. Alcuni centri demici sembra no essere stati costituiti dai centri domocoltili delle cur tes stesse; da questi ricevettero impulsi, assieme alla co lonizzazione, anche l’organizzazione civile ed ecclesia stica territoriale. Sono territori, in parte o in tutto, di nuova formazione, la cui organizzazione va di pari pas so con la conquista del suolo, e nei quali proprio per la scarsità di abitanti, per la mancanza di un precedente saldo tessuto insediativo, più facile risulta rimpianto con criteri «nuovi» di nuovi appunto insediamenti e l’assorbimento di quelli antichi. Abbiamo potuto seguire, per il territorio reggiano, le vi cende di Guastalla, dall’età carolingia all’età comunale, che illustrano i rapporti diversi che nel tempo si stabili scono fra territori connotati da un punto di vista pub blico e la grande azienda agraria, la curtis, e il castrum, che diviene presto centro di un proprio distretto35. Per una parte dell’antico comitato reggiano, ora inclusa nella provincia modenese, si presentano assai significa
tive le vicende del territorio di Fleo, il cui studio, solo, ci permette di illustrare concretamente gli effetti, ai fini dell’organizzazione civile ed ecclesiastica, del tramonto di un sistema sociale ed economico che aveva caratte rizzato alcune popolazioni longobarde, le quali dovette ro cedere di fronte all’affermarsi inarrestabile, perché sostenuto dal potere centrale, dei nuovi potentati eco nomici, i grandi monasteri regi e imperiali. Un importante documento dell’anno 824 36 ci testimo nia lo svolgimento di un processo in seguito ad un’azio ne intentata, con esito sfavorevole, dagli abitanti di Flexo contro il monastero di S. Silvestro di Nonantola per lo sfruttamento di ampie distese di selve e paludi, poste all’estremità del comitato reggiano, fra i due corsi d’ac qua Bondeno e Muclena, verso il Po di Ferrara 337. Il documento stesso ci rivela che gli abitanti - liberi uomi ni longobardi di condizione sociale ed econo mica m odesta38, che traevano una parte consi stente del loro sostentamento dallo sfruttamento dei beni incolti39 - avevano organizzato il loro territorio, quello appunto denominato jìnes Flexiciani, in modo autonomo ed erano anche dotati di una propria orga nizzazione ecclesiastica, la pieve di S. Lorenzo di Flexo. Nel passaggio fra l’età longobarda e quella franca il di stretto civile era venuto perdendo la propria autonomia e si avviava ad essere assorbito dal comitato reggiano, conformemente alle tendenze generali della politica ca rolingia, che si proponeva la subordinazione dei distret ti rurali all’autorità del conte, che amministrava il co mitato, in questo caso di Reggio. Perduto il processo intentato contro l’abbazia di No nantola, gli uomini di Flexo perdettero anche la loro identità «politica», che si basava sulla gestione del loro territorio e sulla regolamentazione e lo sfruttamento de gli estesi beni comuni; il nome stesso di quel «popolo» scomparve senza lasciare più traccia alcuna. Parimenti anche la circoscrizione ecclesiastica e la stessa chiesa plebana scomparvero. In età comunale nella zona del l’antica Flexo troviamo villaggi, castelli e pievi: fra que ste la pieve di Quarantoli - forse non lontano da questa località era situato il centro di Flexo - , documentata dal 1 0 4 4 40; la crescita della località fu dovuta alla presenza di grandi proprietà prima della chiesa vescovile mode nese, poi della famiglia dei Canossa41. La pieve di S. Martino in Spino, all’estremo lembo nordorientale del comitato di Reggio e del territorio già di Flexo, appare più tardi, alla metà del secolo X I I 42. An che qui lo sviluppo del territorio dovette essere, almeno in parte, favorito dalla presenza di cospicue proprietà canossiane: una curtis locale, già della chiesa vescovile reggiana, risulta alla metà del secolo XI, con le sue tre cappelle, in possesso dei Canossa43. Come per il Frignano, anche per Flexo si è affermata una continuità organizzativa territoriale dall’età longo barda fino all’età comunale. Il territorio di Flexo, iden
tificato erroneamente dalla storiografia tradizionale con quello di Pegognaga, avrebbe offerto, secondo il Santi ni 44, il supporto, oltre che territoriale, anche economi co - lo sfruttamento dei beni comuni - all’organizzazio ne amministrativa di età comunale, la Regula Padi, che riunì le comunità rurali di Pegognaga, Gonzaga, i due Bondeno. In altra sede45 abbiamo confutato tale inter pretazione: sia sufficiente ora richiamare 1 insostenibilità dell’identificazione di Flexo con Pegognaga, il che to glie ogni fondamento al discorso della continuità. Le trasformazioni nell’organizzazione territoriale pote vano avvenire, in pieno secolo IX, in zone prossime alla città, pur esse in relazione alle vicende della con quista del suolo e del popolamento. Secondo la rappresentazione tradizionale Modena e il territorio circostante si trovavano nell’alto Medioevo in uno stato di degrado ambientale, prevalendovi paludi e selve. La ripresa, come ha accertato il Fumagalli, iniziò però nel secolo I X 46. Le vicende di Baggiovara lo confermano. La località non era provvista di una propria fisionomia territoriale, ma si presentava nella prima metà del secolo IX come uno dei «luoghi» del territorio di Cittanova, ove nel se colo precedente era stata trasferita da Modena la sede dell’autorità civile. Nell’anno 856 Baggiovara si presen ta come un centro demico provvisto di un proprio terri torio; parimenti la chiesa locale, già definita oratorio, è assurta alla dignità di pieve47. L ’esempio, assai significativo, ci attesta, per il pieno se colo IX, la crescita di un territorio sotto l’aspetto civile ed ecclesiastico insieme. Il territorio di Cittanova, al quale prima apparteneva, continuò a sussistere, ma in ambiti più ristretti. La località di San Cesario sul Panaro, che derivò il nome dalla chiesa edificata su una curtis fiscale, Wilzachara, già documentata nel secolo IX, crebbe di impor tanza per essere divenuta anche sede di un castello. Vi ebbero possessi il monastero di S. Silvestro di Nonanto la e signori laici, fra i quali i Canossa. Fra X e XI secolo la cappella di S. Cesario conseguì la dignità plebana48. L ’evoluzione di una cappella, già eretta su una curtis e poi divenuta castrense, in pieve è un fenomeno poco documentato per la diocesi modenese, mentre è verifi cato ampiamente in altre zone della Langobardia, par ticolarmente nel vicino territorio reggiano49. L’illustrazione di quattro zone del territorio modenese mostra una evoluzione nel tempo e nello spazio diversi ficata e dovuta a complessi di fattori - politici, sociali, economici, ambientali ecc. — di volta in volta diversi, non per questo tuttavia incomprensibili o non suscetti bili di spiegazioni, più o meno evidenti, tenendo pre sente anzitutto lo stato della relativa documentazione (fig.4).
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Le vicende dei distretti di Frignano e di Flexo sono quelle che più hanno offerto basi apparentemente «soli de» alle teorie; quelle di Baggiovara e S. Cesario sono meno note, ma non per questo meno significative. L’esemplificazione è sufficiente per ribadire l’avvertentenza metodologica di non assumere mai teorie onni comprensive, le quali offrono facili soddisfazioni agli studiosi e ai loro lettori, ponendo in grado i primi di ricostruire, pur in assenza totale di documentazione, i secondi di conoscere le vicende di tutti i territori, for nendo le teorie spiegazione facile di ogni fenomeno, poiché ne annullano l’individualità e la specificità stori ca. N ell’ambito della storia plebana utilizzata ai fini della storia territoriale, le teorie si presentano tanto al lettanti quanto errate e nocive: da pagi solo ipotizzati a pievi tardo-romane altrettanto ipotizzate, a distretti bi zantini e longobardi, a curtes e curiae o distretti signori li dei secoli IX-XII, tutto rimarrebbe immobile nei se coli e nei millenni quanto a strutture territoriali, civili ed ecclesiastiche. Parimenti dovrebbero essere ignorate le vicende, non certo lineari, dell’occupazione del suolo e degli insediamenti, influenzate ed influenzanti le strutture sociali, politiche ed economiche in una conti nua interazione reciproca, la quale, perché di studio as sai arduo, non va per questo ignorata, ma, con indagini - purtroppo! - assai meticolose e faticose, condotte con mente, per quanto possibile, sgombra da teorie e pre giudizi, va colta in ogni periodo e compresa nelle sue direzioni di volta in volta prevalenti. Andrea Castagnetii
_____________________________________________ Note 1) Rassegne sulla teoria si leggono in Forchielli, 1931, pp. 38-40, in nota; Santini, 1964, pp 3-21; Settia, 1970, pp. 14-15; per la critica si veda Castagnetti, 1982 2, pp. 21-26 e passim. 2) Imbart De la Tour, 1900; per la critica da tempo sviluppata dagli studiosi francesi alla teoria si veda Castagnetti, 1982 2, pp. 23-24. 3) Castagnetti, 1982 2, pp. 58-66. 4) Castagnetti, 1982 2,pp. 41-50. 5) Formentini, 1925-26, pp. 113-145; pp. 10-36, 121-141, poi a sé stante. 6) Sereni, 1955, p. 343; per la critica al metodo impiegato dal For mentini si veda Castagnetti, 1982 2, pp. 25-26. 7) Castagnetti, 1980, np. 201-219; Castagnetti, 1982 2, pp. 225-247. 8) Castagnetti, 1982 r , pp. 271-272. 9) Castagnetti, 1982 2, pp. 243, 266-269. 10) Castagnetti, 1982 2, pp. 246-247, 262-263, 282-284. 11) Castagnetti, 1982 2, pp. 272-273; Castagnetti, 1983, p. 10 e app. η. 1. 12) Castagnetti, 1982 2, pp. 274-275. 13) Castagnetti, 1982 2, pp. 247-255. 14) Fasoli, 1958 (= Scritti di storia medievale. Bologna, 1974, pp. 21-23); Fumagalli, 1980, pp. 313-314, 318; Andreolli, 1978, pp. 75-77 (presenza della piccola proprietà), p. 119 ss. (affermazione del sistema curtense in epoca carolingia). 15) Fumagalli, 1976, pp. 32-33. 16) Castagnetti, 1983, p. 11. 17) Fasoli, 1945, p. 134 ss.; Fasoli, 1966 (= Scritti di storia medievale, Bologna, 1974, pp. 48-77); Tabacco, 1974, pp. 118-119; Rossetti, 1975, pp. 243-309; Settia, 1976, pp. 5-26; Fumagalli, 1978, pp. 215-223.
18) Castagnetti, 1982 2, parte II. 19) Per la Langobardia si veda sopra, nota 17, e Castagnetti, 1983, pp. 18-42. 20) Castagnetti, 1982 2, p. 127. 21) Castagnetti, 1982 2, pp. 137-140. 22) Sorbelli, 1933, pp. 22-23 dell’estratto. 23) Vicini, 1911, nn. 237-238, 1060 dicembre 18. 24) Santini, 1960, p. 88 ss.; Santini, 1977, p. 18. 25) Santini, 1960, p. 92. L’autore non considera che nel diploma di Ottone II del 980 (M G H . DD Ottonis II. n. 2 3 1 ,9 8 0 novembre 14: cfr. Castagnetti, 1982 2. p. 106), indirizzato alla chiesa vescovile reggiana, è attestata la pieve di S. Vitale de Verabulo. In uno studio successivo egli ha supposto che la pieve di S. Vitale de Verabulo risalga ai secoli IV-V: Santini, 1976, p. 17. 26) Castagnetti, 1982 2, pp. 141-142. 27) Castagnetti, 1982 2, p. 143. 28) Sorbelli, 1933, pp. 31-33; Castagnetti, 1978, p. 316. 29) Santini, 1960, p. 134 ss.; Santini, 1964, pp. 131-184. 30) Castagnetti, 1982 2, pp. 144-145. 31) Alcune esemplificazioni: Cavanna, 1967, pp. 401-405 (pieve di Vigevano); Rossetti, 1975, p. 282 ss. (pieve di Nogara); Castagnetti, 1976, p. 147 ss. (pievi della bassa pianura veronese); Violante, 1974, pp. 51-53 (quattro pievi lodigiane). 32) Castagnetti, 1983, pp. 23-32. 33) Tabacco, 1966, p. 40; Castagnetti, 1976, pp. 137-138. 34) Castagnetti, 1982 2, pp. 68-69. 35) Castagnetti, 1982 2, pp. 95-103. 36) Manaresi, 1955, n. 36, 824 dicembre. 37) Castagnetti, 1982 2, pp. 71-80. 38) Tabacco, 1966, pp. 134-137. 39) Fumagalli, 1976, p. 63. 40) Torelli, 1921, n. 166, 1044 dicembre 8. 41) Castagnetti, 1982 2, p. 117. 42) Tiraboschi, 1793-95, III, n. 374, 1144 aprile 2; regesto in Kehr, 1911, pp. 368-369, n. 11. 43) Castagnetti, 1982 2, p. 120. 44) Santini, 1964, pp. 98-99, 174-175; Santini, 1978, p. 91. 45) Castagnetti, 1982 2, pp. 84-87. 46) Fumagalli, 1975, p. 44. 47) Castagnetti, 1982 , pp. 129-133. 48) Castagnetti, 1982 2, pp. 149-151. 49) Castagnetti, 1982 2, pp. 67-126.
Pievi reggiane
Pievi modenesi
Fig. 4 1 Maserno (1159), 2 Pievepelago (1038), 5 Salto (1159), 4 Renne (1157), 5 Semelano (1159), 6 Verica (1159), 7 S. Vincenzo presso Pavullo (1080), 8 Polinago (1012), 9 Rubbiano (882), 10 ‘Cuspiano’ (1057), 11 Coscogno (1035), 12 Monteveglio, 13 Rocca S. Maria (971), 14 C amiazzo (1026), 15 S. Cesario sul Panaro (1026), 16 Baggiovara (856), 17 Panzane (999), 18 S. Felice in ‘M u d a ’ (1026), 19 Saliceto (1026), 20 M O DENA, 21 Cittanova (822), 22 Nonantola, 23 Albareto (1026), 24 Ganaceto (822), 25 ‘Bodruntio’ (1121), 26 Solara (1026), 27 Sorbara (1027), 28 S. Pietro in ‘Siculo’ (1026), 29 Roncaglia (1121), 30 Carpi (879), 31 Finale Emiliano, 32 S. Felice siti Panaro (1038), 33 S. Stefano di ‘Vicolongo’ (841), 34 S. Lorenzo di ‘F lexo’ (824), 35 Novi Modenese (980), 36 S. M artino in Spino (1144), 37 Quarantoli (1044)
Posizione indicativa
Altre località SUINUOVC
Fig. 4 - Carta di distribuzione delle pievi nella provincia modenese.
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La centuriazione in Emilia-Romagna. Problemi di tutela urante la prima metà del III sec. a.C. inizia da parte dei Romani la presa di possesso della Gallia Cispadana, con una progressione territoriale da Sud verso Sud-Est e Nord-Ovest. Il processo di espansione verso il Nord inizia di fatto dopo la battaglia di Sentino, avvenuta nel 295 a.C., che conclude un lungo periodo di lotte con Sanniti, Umbri, Etruschi, Piceni e Galli. L’espansione del III secolo in teressa un territorio nel quale le fonti storiche indivi duano un antichissimo movimento espansionistico degli Umbri, che la documentazione -archeologica, anche se con molti punti interrogativi, conferma. La fondazione di Rimini, quale colonia di diritto latino, nel 268 a.C. segna un punto preciso di arrivo e di primo impatto dei Romani con la pianura padana; la colonia alla foce del Marecchia è in un favorevole sito strategi co, ha un ampio territorio di qua e di là del fiume, che confina forse già da quel momento col Rubicone, consi derato il limes tra Cispadana e territorio «italico». Ariminum è congiunta all’Italia centrale dalla via Flami nia, fondata dal console C. Flaminio nel 232 a.C. Questa strada, oltre ad aver favorito la fondazione della colonia, che peraltro si sviluppa su di un precedente in sediamento «indigeno», secondo le fonti «colonia um bra», favorisce un approccio con le regioni dell’Italia centrale e con Roma stessa, che doveva basarsi in gran parte sulle risorse agricole della regione, che offriva am pia possibilità di sfruttamento del suolo, cosa del resto già ampiamente documentata e, nota prima agli Etru schi poi ai Galli. La situazione del territorio al momento dell’arrivo dei Romani doveva apparire morfologicamente alquanto discontinua; non molto frequente è la documentazione archeologica per definire il popolamento tra il IV e l’i nizio del I sec. a.C.; tuttavia la romanizzazione avvenne più dell’Emilia, rispetto a quanto avvenne nella parte occidentale della regione, che fu romanizzata dopo la guerra annibalica. Infatti negli ultimi decenni del III sec. a.C. il passaggio di Annibaie arresta la prima fase di romanizzazione della Gallia Cispadana, che verrà ripresa all’inizio del II secolo e che vedrà i Romani impegnati in dure lotte coi Galli e coi Liguri. Ne sono conseguenza la seconda fon dazione di Cremona e Piacenza nel 190 a.C., delle colo nie di Bononia del 189 e di Modena e Parma nel 183. Da Ariminum a partire dal 187 a.C. una strada consola re, VAemilia, congiungeva la parte estrema della regio
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Fig. 5 - La progettata serpentina, che taglierebbe 'ruggendola la centuriazione del territorio di Cesena 1Vi f'nYVn rii DIM /’Λ/Λ Il Ti canale /ιλμλ / λ corre vicinissimo _---- .· _I in corso di vincolo. al rettilineo autostradale.
Tratti conservati dei cardini e dei decumani I . Canale romagnolo (progetto)
ne a Placentia, dove era il guado sul Po, e che fu rifon data dopo il passaggio di Annibaie nel 190 a.C. L’asse viario passa attraverso gli insediamenti di fondo valle, lungo il quale vengono dedotte colonie che^ suc cessivamente avranno ordinamento municipale. E at torno a questo asse viario che inizia la colonizzazione del territorio. La penetrazione romana promuove un intervento mas siccio, intraprendendo bonifiche, costruendo strade e assegnando terre e trasforma piano piano questo territo rio in aree intensamente coltivate e produttive. La prima assegnazione di terre, quale forma di divisione del territorio al fine di una sua utilizzazione economica e sociale, avviene nell’agro riminese ed è strettamente legata alla fondazione della colonia nell’ambito del III sec. a.C. ed ha un’estensione che raggiunge il fiume Sa vio ed oltre, probabilmente fino al Ronco. Ma l’assetto centuriato, che ancora riconosciamo in molte parti del la valle Padana, si pensa sia stato attuato circa 10 anni dopo il tracciato della via Emilia e si sia allargato a tut ta un’ampia fascia di pianura a valle di questa strada e nelle prime pendici collinari. L’orientazione della centuriazione per vasti tratti, ha come asse la via Emilia, che funge da Decumano Massi mo. Altrove la centuriazione presenta settori con orienta menti diversi dovuti a precedenti deduzioni (si vedano i due orientamenti di Piacenza). La conseguenza di que sta opera dovette essere enorme in primo luogo nel mu tamento del paesaggio. Le bonifiche, con le relative ca nalizzazioni, portarono al prosciugamento di vasti terri tori. La regolarizzazione dei fiumi evitò quei dissesti, che avevano reso così precarie le condizioni di esistenza degli abitatori del territorio durante l’età del bronzo e del ferro, per cui non si trovano, se non raramente, in sediamenti stabili e di una certa entità; per lo più l’occùpazione del suolo non deve essere durata più di alcu ne generazioni, indice chiaro dei mutevoli stati ambien tali di quel periodo. I Romani con la regolarizzazione dei fiumi e la divisio ne delle terre, la creazione di canalizzazioni, drenaggi, riuscirono ad avere un controllo delle alluvioni, ma l’abbandono delle terre alla caduta dell’impero romano portò nell’alto Medioevo alle stesse condizioni ambien tali della protostoria. Quali sono i valori lasciati all’uomo moderno da questa lottizzazione agraria del territorio?
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La testimonianza di un antico ordinamento agrario al tamente qualificato la cui continuazione è ovunque per cepibile e che nella pianura romagnola è stato partico larmente conservato fino ai giorni nostri. La zona meglio conservata è quella a Nord di Cesena dove la regolarità della rete delle centurie è rimasta quasi intatta ed è ricostruibile dal sistema dei fossati, delle siepi, dei sentieri, e delle strade interpoderali, che s’intersecano ad angolo retto. Questo sistema regolare presenta solo alcune tortuosità, o interruzioni, dovute alla viabilità medioevale, o al corso di qualche torrente o alla costruzione di alcune case coloniche. Attualmente la centuriazione del Cesenate si estende per circa 40 Kmq, ma aH’origine doveva essere conti nua con quella di Rimini, ora molto meno visibile e forse originariamente giungeva fino a Forlimpopoli. La centuriazione è ora minacciata dal tracciato del ca nale Emiliano-Romagnolo progettato dal Consorzio di Bonifica di secondo grado di Bologna (figciato del cana le Emiliano-Romagnolo progettato dal Consorzio di Bonifica di secondo grado di Bologna (figg. 5-6), un’o pera che ha avuto Io scopo di creare un canale che par tendo dal Ferrarese, e attraversando la pianura roma gnola, portasse l’acqua per fini agricoli fino al fiume Pisciatello all’altezza di Cesenatico. L’opera è stata fino ad ora realizzata nel suo XV lotto, toccando come limite il corso del Bevano. Il tracciato del canale ha spesso incontrato zone archeologiche, che sono state esplorate durante i lavori in corso, ed ha toc cato, ma non manomesso, il territorio centuriato di Lugo e Imola. L’ultimo lotto dei lavori, il XVI, interessa il tratto Bevano-Pisciatello: ha avuto una prima progettazione, che non è stata accettata, e che prevedeva l’andamento del canale a Sud-Est della via Emilia, con un tracciato qua si parallelo all’autostrada nel suo tratto Forlì-Rimini. Tale progetto è stato trasformato: ora il tracciato del ca
nale, giunto nella zona di Cesena, prima della frazione Bagnile, attuerebbe una repentina deviazione sulla de stra per circa 90° avvicinandosi all’autostrada BolognaRimini, con andamento a serpentina e con larghezza del manufatto che raggiungerebbe i 40 metri, con argini cementizzati a liscio, superiori a tre metri, senza recin zioni e prevedendo in meno di 19 Km. dalle 15 alle 18 curve anche di altissimo grado, con una curvatura ogni 1.260 m, contrastando con gli oltre 100 Km del prece dente tracciato già definito dal Ferrarese al Forlivese. Pur non entrando nel merito degli eventuali squilibri agricoli questa deviazione repentina del canale, oltre a distruggere zone adibite per tradizione a frutteti di pre gio, compirebbe la definitiva ed irreparabile distruzione della centuriazione romana già a suo tempo deteriorata dal tracciato autostradale. L’andamento serpeggiante è ritenuto assolutamente ne gativo e distruttivo non solo del reticolo della centuria zione romana, assai ben conservato e riconoscibile at traverso la fotografia aerea e la cartografia, e percorren do le strade, rettilinee e ad assi ortogonali, osservando i canali di scolo, i quadrivi, ma anche di una zona inten samente coltivata a frutteti di pregio. La presa di posizione e le perplessità contro questo pro getto non sono state solo della Soprintendenza ai Beni Archeologici, ma dell’Unione Provinciale degli agricol tori di Forlì, di Associazioni culturali tra le quali in pri mo luogo Italia Nostra, dei partiti politici. Gli interventi per la tutela e la salvaguardia dell’agro centuriato cesenate, che costituisce uno dei più signifi cativi esempi di conservazione dell’agrimensura romana sono effettuati in base a tutte le norme previste dalla Legge 1089 del 1/6/1939, che offrono il modo di garan tire il rispetto sia del reticolo centuriale, sia dell’am biente nel quale è inserito. Giovanna Berm ond Montanari
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Tratti conservati dei cardini e dei decumani Canale romagnolo (progetto alternativo)
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Mostra
Che cose la centuriazione da 1 a 12 Come si fa la centuriazione da 13 a 24 La centuriazione e i coloni da 25 a 30 Come si ricostruisce la centuriazione da 31 a 43 Lettura dei territori centuriati da 44 a 53 Conseguenze e resti della centuriazione da 54 a 57
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1 - Da paesaggio _______ naturale a paesaggio «misurato»
ella fase più antica della preisto Ν' ria (paleolitico) l’uomo viveva dello sfruttamento delle risorse natu rali, raccogliendo vegetali, cacciando e pescando, e spostandosi man mano che queste risorse si esaurivano (figg. 7-8). Con l’età neolitica cominciò la pratica dell’agricoltura che dovette in un primo momento essere limitata a piccoli appezzamenti, dai contorni incerti, «definiti quasi casualmente dall’allargarsi dei fuochi dei debbi» (Sereni, 1966, pp. 83-84). Con la dif fusione nelle età successive dell’agri coltura e, in particolare, della tecnica dell’aratura, a partire dall’età del bronzo, si passò a campi più o meno regolarmente squadrati dal necessa rio incrocio delle arature. Ma, ancora in questo sistema (cosiddetto dei «campi ad erba»), l’incidenza del,, . , , _. l’uomo sulle forme del paesaggio naFig. 7 II paesaggio naturale. Disegno di G. Mascara. turale rimase precaria! dato che ai pochi anni di sfruttamento seguiva il riabbandono dell’area alla vegetazio ne e al pascolo (Sereni, 1966, p. 84; Fig. 8 - Un’area non toccata dallo 1972, p. 142). È solo con la compar sfruttamento umano: la media valle sa, nell’età del ferro, del sistema del del Fiora nel Lazio. Da Cristofani maggese biennale e, più tardi, delle M., Gli Etruschi in Maremma, piantagioni delle viti e degli olivi, Milano 1981. che le nuove strutture agricole inci dono profondamente sul suolo «oggettivandosi in regolari e stabili strut ture paesaggistiche» (Sereni, 1966, p. 84). L’attività umana comincia a mo dificare vistosamente l’ambiente a suo favore e ad imporgli forme nuo ve: le terre colonizzate e stabilmente ridotte a coltura si distinguono netta mente dalle aree incolte, i campi as sumono contorni precisi, l’introdu zione dei cereali superiori (il frumen to) impone le prime sistemazioni agrarie ed irrigue del territorio (Sere ni, 1972, pp. 35-36) (figg. 9-10-11). Con il sorgere delle prime comunità urbane e lo sviluppo della proprietà
privata, l’esigenza di suddividere le terre tra i membri della comunità e di segnarne stabilmente i confini, im portante sia per l’individuo che per l’autorità, poiché da questa dipende vano tra l’altro le tassazioni, portaro no alla misurazione geometrica e alla delimitazione del suolo (fig. 12). Sistemi di misurazione e divisione si stematica del suolo (agrimensura) ci sono attestati per l’Egitto dove le inondazioni del Nilo travolgevano periodicamente i campi posti lungo le sue rive e ne confondevano i confi ni (Strabone, Geographica 17.3.3.). Lo storico greco Erodoto attribuiva al faraone Sesostri la misurazione, la divisione in parcelle quadrate e la di stribuzione della terra egiziana fra gli abitanti che dovevano pagare tributo, e riteneva che in questa occasione fosse stata inventata la geometria, che fu in seguito appresa dai Greci (Erodoto, Historiae 2.109). La com pilazione, l’aggiornamento e la revi sione del catasto costituivano uno dei principali compiti dell’ammini strazione statale egiziana (Fraccaro, 1929) (fig. 13). Date le condizioni analoghe a quelle dell’Egitto, l’agrimensura veniva re golarmente praticata anche a Babilo nia dove, fino dai tempi più antichi, tutto il terreno veniva continuamen Fig. 10 - L ’assetto agrario moderno Fig. 11 - Persistenza di antichi in un tratto della pianura padana: te rimisurato sia in seguito alle inon paesaggi pastorali (in primo piano) e lunghi campi rettangolari separati da dazioni, sia in occasione di vendite. agricoli in una valle del Sannio. Da file di alberi (piantata). Da Storia Sui campi venivano poste dai pro d’Italia, I, I caratteri originali, Storia d’Italia, I, I caratteri originali, prietari pietre votive con la registra Torino 1972. Torino 1972. zione dei confini e su chiunque li vio lasse veniva invocata la maledizione divina (Dilke, 1971, p. 19). ER
______________________ Bibliografia Dilke O.A.W., 1971. Fraccaro P., 1929. Sereni E., 1966. Sereni E., 1972. Sereni E., 19794.
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2 - Le prime forme di suddivisione del suolo in Italia
li studi condotti fino ad oggi G sulla Grecia hanno dato scarse prove dell’esistenza di piani di misu
Fig. 12 - Tracce dell’imponente sistemazione idraulica nel territorio della città etrusco di Spina. Da Schmiedt G., Atlante aerofotografico delle sedi _____________umane in Italia, II, Le sedi antiche scomparse, Firenze 1970. Fig. 13 - Affresco raffigurante gli agrimensori egizi con l ’equipaggiamento per la misurazione. Tebe, tomba di Menna a Skeikh A bd el Qurna. Da _________________________________ Dilke 1971.
razione sistematica e di suddivisione regolare del suolo, sebbene la pratica di dividere i campi e di delimitarne i confini sia attestata dalle fonti lette rarie a partire da Omero (Fraccaro, 1929). Tracce di una divisione in parcelle rettangolari del terreno sono emerse per il momento solo in Tessaglia (W^sovicz, 1972; Clavel Leveque, 1982b). La pianificazione dei Greci appare così più rivolta alle città, dove impianti urbanistici regolari sono documentati sino dalla fine del VI secolo (Castagnoli, 1956a, p. 13 ss.), che alle campagne (Dilke, 1971, p. 23 ss.) dove d’altra parte una divi sione in appezzamenti regolari sareb be stata resa difficile dalla natura stessa dei luoghi e dall’assenza di va ste pianure. L’esistenza di una suddivisione del suolo secondo moduli regolari e in rapporto alla pianificazione urbana è invece relativamente frequente nelle fondazioni coloniarie greche. Nel territorio della colonia di Metaponto, tra i fiumi Bradano e Basento, le foto aeree hanno mostrato resi stenza di vari sistemi di divisione a di verso orientamento (fig. 14) (SchmiedtChevallier, 1959; Adamesteanu-Vatin, 1976). Un’accurata indagine sul terre no ha rilevato la complessità di questo sistema ed ha permesso di distinguere: a) una divisione del suolo in paralle logrammi di 297 plethroi (26 ha cir ca) di superficie, estesa fra i fiumi Bradano e Basento. Questo sistema, il cui modulo è simile ad alcune suddivisioni riscontrate in colonie greche del Chersoneso (Adamestea nu-Vatin, 1976, p. 120), viene consi derato il più antico e viene messo in
relazione all’impianto delle prime fattorie dei coloni della metà del VI secolo a.C. (Adamesteanu-Vatin, 1976, p. 119). b) almeno due sistemi di suddivisio ne basati sull’incrocio di assi ortogo nali, che occupano l’area compresa tra i fiume Basento e Cavone e, in parte, si sovrappongono l’uno all’al tro, di più difficile comprensione e cronologia (Adamesteanu-Vatin, 1976, pp. 122-123). Suddivisioni sistematiche del terreno attribuibili alla colonizzazione greca sono inoltre attestate, sempre in M a gna Graecia ad Eraclea e a Megara e, fuori d’Italia, ad Agde in Francia (Clavel Lévèque, 1982b) (fig. 15), e nel Bosforo (Salviat-Vatin, 1974). Sistemi di divisione regolare del suo lo erano noti anche agli Etruschi, come testimoniano le piante di alcu ne loro città che mostrano un’indub bia influenza delle esperienze urba nistiche greche, ma in cui compaio
no elementi originali come l’orienta mento secondo i punti cardinali, l’assialità e la divisione in quadranti, ri conducibili con tutta probabilità a quel patrimonio religioso che i Ro mani chiamavano etrusco disciplina (Varrone, De lingua latina 5.173; Sassatelli, 1983, p. 122 ss., con ricca bibliografia). La fondazione di una città era infatti un’operazione reli giosa effettuata secondo un rituale ben preciso. Il centro urbano era circondato da un circuito sacro (pomerìum) e il suo impianto rifletteva la struttura del cielo (templum) immaginato come un cerchio quadripartito mediante due assi al cui interno avevano sede gli dei (Varrone, De lingua latina 7.7; Castagnoli, 1956a, p. 67 ss.; Mansuelli, 1967). L’esempio meglio noto di urbanistica regolare etnisca è rappresentato da Marzabotto (fig. 16) (Mansuelli, 1972, con bibliografia precedente),
Fig. 14 - 1 sistemi di suddivisioni agrarie nel territorio della colonia greca di Metaponto. Da Adamesteanu-Vatin 1976.
ma altrettanto significativi sono l’im pianto di Veio arcaica, di Pompei e di Capua (fig. 17) (Castagnoli, 1956a, p. 67 ss.; Mansuelli, 1967, p. 23). Mancano per il momento prove che simili procedure venissero usate an che nella delimitazione dei campi, anche se tracce in questo senso - ma di incerta cronologia - esistono forse nel territorio di Capua (Mansuelli, 1967, p. 31) e a Spina, dove si è sup posto che parte del reticolo rivelato dalle foto aeree (cfr. scheda 1) ri sponda ad una sistemazione dell’im mediato entroterra analoga a quella delle colonie greche dell’Italia meri dionale (Mansuelli, 1967, pp. 31-32). Probabilmente con questi precedenti è connesso l’uso romano di costruire accampamenti militari organizzati secondo moduli regolari che sembra Tratti conservati delle suddivisioni agrarie Tratti ricostruiti delle suddivisioni agrarie Tracciati stradali Fattorie dei coloni
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attestato a partire dal IV secolo (Hinrichs, 1974, Gabba, 1977b). Un primo tipo di accampamento ro mano viene descritto da Polibio (Historiae 6.26-42). Esso era impostato su due vie principali parallele (principalis e quintana) su cui si attestava no perpendicolarmente i rettangoli destinati agli alloggiamenti divisi a loro volta da vie secondarie. Accanto a questa impostazione di tradizione greca, la tendenza alla centralizza zione si nota sia nel fatto che due porte si aprono sia nel mezzo del lato corto, sia nel perimetro tendente al quadrato (Castagnoli, 1956a, p. 100). Una serie di accampamenti repubbli cani di questo tipo è nota in Spagna intorno a Numanzia (fig. 18) (Schulten, 1929; Castagnoli, 1956a, p. 100). Struttura analoga dovettero avere a Roma i Castra Praetoria (Castagnoli, 1956a, pp. 98-102). La tendenza alla centralizzazione e all’assialità risulta ancora più eviden te nell’altro tipo di accampamento romano, organizzato secondo una pianta rettangolare suddivisa in quat tro parti uguali per mezzo di due assi ortogonali che si incrociano nel cen tro e di cui si hanno numerosi esem pi in Inghilterra, Siria e Germania (Castagnoli 1956a, p. 98 ss.). E da questo sistema che si svilupperà rimpianto regolare della città roma na a schema assiale che caratterizze rà, sia pure con qualche variazione dovuta a motivi geomorfologici o ad esigenze politico-amministrative, le colonie fondate da Roma (Gabba, 1972c, p. 79; sul complesso proble ma del rapporto tra accampamento e urbanistica e della priorità cronologi ca dell’uno o dell’altra, vedi con par ticolare riferimento alla città di Ostia (fig. 19) Castagnoli, 1956a con ricca bibliografia). E.R. Bibliografia Tratti conservati di divisioni agrarie Tratti probabili di d iv is io n i-------agrarie
,
Fig. 15 - Tracce di divisioni agrarie nel territorio della colonia greca di Agde (Herault). Da Clavel-Lévéque 1982b.
Adamesteanu D. - Vatin C., 1976. Castagnoli F., 1956a. Chevallier R., 1972. Clavel Lévèque M., 1982b. Dilke O.A.W., 1971. Fraccaro P., 1929. Gabba E., 1972c, 1977b.
Fig. 16 - La città etrusca di Marzabotto (V secolo a.C.). Da Mansuelli 1972.
Hinrichs F. T., 1974. Mansuelli G. A., 1967, 1972. Mansuelli G. A. ed altri, 1983. Salviat F. - Vatin C., 1974. Sassatelli G., 1983. Schmiedt G. - Chevallier R., 1959. Schulten A., 1929. Wasovicz A., 1972.
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3 - La centuriazione zione stessa di Roma e alle assegna in ambito romano accanto alla cen romana zioni di Romolo ai cittadini romani turiazione fino al II secolo a.C. (cfr.
F ig 17 Tracciati stradali Tracciati stradali probabili Tratti conservati della suddivisione del suolo di età romana Tratti ricostruiti della suddivisione del suolo di età romana Fig. 18 Alloggiamenti militari Alloggiamento del comandante (praetorium) Fig. 19 1 mura urbane, 2 porte, 3 foro, 4 basilica, 5 tempio di Giove, Giunone e Minerva (Capitolium), 6 tempio. Edifici di epoca posteriore
Fig. 19-11 più antico impianto urbano della colonia romana di Ostia (IV secolo a.C.). Da Calza-Becatti, Scavi di Ostia, I, Roma 1954.
Fig. 18 - Schema ricostruttivo dell’a ccampamento romano (castrum) di Neuss (Novaesium) in Germania. Da Fraccaro 1929.
a centuriazione romana è la ri strutturazione di un contesto agrario al fine di creare le condizioni necessarie per la vita associata di una comunità o di un insediamento stabi le e di permettere il miglior sfrutta mento agricolo del suolo. Questo processo di trasformazione del terri torio, voluto e realizzato con i mezzi dello Stato, assunse in alcuni casi di cui il più evidente e il meglio stu diato è quello della pianura padana l’aspetto di un vero e proprio «piano regolatore» e comportò spesso lavori idraulici, disboscamenti, messa a col tura di vaste aree precedentemente incolte, sistemazioni di reti viarie, costruzione o ristrutturazione di im pianti urbani e di insediamenti mi nori (Gabba, 1972c, pp. 88-89 con ricca bibliografia; Tozzi, 1974a, pas sim) (fig. 20). La centuriazione consisteva propria mente nella misurazione e nella divi sione regolare di un territorio in grandi appezzamenti quadrati di 200 iugeri (50 ettari), le centuriae, me diante gli incroci di assi ortogona li (limites da cui deriva limitatio = di visione mediante limites, termine tecnico con cui gli antichi designava no la centuriazione). Le centuriae costituivano la base ca tastale per le assegnazioni di terre da parte dello Stato romano. La centu riazione veniva così a costituire un sistema di organizzazione e di con trollo dello Stato sulla proprietà pri vata dei suoi cittadini. 11 nome centuria (da cui centuriazio ne) veniva attribuito dalla tradizione antiquaria latina alla procedura di distribuire in parti eguali l’equiva lente di una centuria a cento proprie tari (2 iugeri a testa un heredìum). Tale procedura veniva fatta risalire indietro nel tempo fino alla fonda
L
(Dionigi di Alicamasso, Antiquitates Romanae 2.7). La storicità delle assegnazioni di Ro molo è stata recentemente messa in dubbio (Gabba, 1979, pp. 55-63) e questa tradizione viene ora conside rata un anacronismo derivante dalle effettive assegnazioni di due iugeri nelle fasi più antiche della colonizza zione (cfr. scheda 26). Dal momento che la tradizione antiquaria conside rava Roma una colonia (cfr. schede 4 e 28) e riconduceva alla pratica colo niaria tutto il rituale di fondazione e la pianta stessa della città (Roma quadrata, cioè quadripartita, Casta gnoli, 1956a, p. 71), doveva anche presupporre un’organizzazione agrimensoria del territorio della quale però non resta alcuna traccia (Gab ba, 1979, pp. 62-63). È stato tra l’al tro messo in evidenza come significa tivamente questa tradizione di una originaria assegnazione paritaria di terre non sia stata accettata dalla sto riografia annalistica romana, che anzi faceva risalire alle origini stesse della città le disuguaglianze economiche e quindi politiche tra i cittadini, e le considerava fondamento giusto e vali do dello Stato (Gabba, 1979, p. 60 ss.). La stessa tradizione antiquaria latina faceva risalire l’origine della centu riazione alla disciplina etnisca (cfr. scheda 2) e vedeva nel Decumano Massimo un’imitazione del corso del sole, nel Cardine Massimo una corri spondenza con l’asse dell’universo e nella quadripartizione del suolo de terminata da questi due assi un’im magine della quadripartizione del templum celeste (fig. 21) (Varrone, De lingua latina 5.143; Castagnoli, 1964). Anche questa teoria è stata messa in dubbio dalla critica moder na che, sia pure con sensibili diffe renze al suo interno, tende piuttosto ad evidenziare i rapporti tra la centu riazione e le precedenti forme di di visione del suolo (cfr. scheda 2), di cui essa rappresenta un’evoluzione. Sistemi meno raffinati di suddivisio ne del terreno sono del resto attestati
scheda 6), e solo con lo sviluppo eco nomico e organizzativo si arrivò alla diffusione generalizzata del reticolo della centuriazione che offriva mag giori vantaggi per l’organizzazione del territorio e per le comunicazioni (Castagnoli, 1956a; Castagnoli, 1958b; Hinrichs, 1974; Gabba, 1977b; Dilke, 1976 accoglie invece sostanzial mente la tradizione varroniana). E .R .
_ ___________________
Bibliografia
Castagnoli F„ 1956a, 1958b, 1964, 1968. Dilke O. A. W„ 1976. Fabricius E., 1926. Gabba E., 1972c, 1977b, 1979. Schulten, A., 1900. Tozzi P., 1974a.
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4 - La conquista romana ______________ dell’Italia ___________ e le fasi della ______ colonizzazione (1)
NORD PARS
P O S T IC A
I
PARS
A N T IC A
SUD
Fig. 21 - La suddivisione del cielo (templum) secondo la religione etrusco. Da Pallottino M., ______ Etniscologia, Milano 1950.
Fig. 20 - Il paesaggio centuriato. Disegno di G. Moscara.
Romani, man mano che sotto mettevano con le armi le re gioni dell’Italia, si impadronivano di parte del territorio e vi fondavano delle città» (Appiano, Bella Civilia 1.29). Queste città erano le colonie. Esse potevano sorgere sia in luoghi non abitati in precedenza, sia, come più spesso avveniva, su centri preesi stenti che venivano ristrutturati e si stemati in modo conveniente alle nuo ve esigenze (Tibiletti, 1964a, p. 28). La fondazione di una colonia (deduc ilo) era un atto ufficiale dello Stato romano che provvedeva anche al re clutamento della popolazione (i colo ni). Era un’operazione militare, e mi litari venivano considerati i coloni nel corso delle operazioni dell’insediamento; le spese relative rientrava no con tutta probabilità nelle spese dell’esercito romano (cfr. scheda 26: Tibiletti, 1964a, p. 28). La delibera zione di fondare una colonia spettava in età repubblicana alle assemblee popolari (comitia) su proposta dei tri buni della plebe o, più di rado, dei consoli, che agivano a loro volta su incarico o in accordo con il Senato. Questo non avveniva nei periodi del le magistrature straordinarie (dittatu re, triumvirati), quando il potere le gislativo e quindi implicitamente an che il diritto di fondare colonie era affidato ai magistrati supremi. Nel l’impero, invece, l’iniziativa della co lonizzazione spettava al principe (De Ruggiero, 1900, cfr. scheda 25). Parte del territorio della colonia ve niva centuriato e assegnato in lotti ai coloni che dovevano coltivarlo e trame il necessario per la sopravvivenza (il nome colonus deriva appunto da cole re = coltivare). La colonizzazione era una pratica molto antica che gli storici latini at tribuivano già alle popolazioni itali
che preromane (Equi, Etruschi, Lati ni, Sanniti. Umbri e Volsci). La stes sa Roma veniva tradizionalmente ri tenuta colonia di Alba Longa e anco ra all’età regia si facevano risalire le colonie di Fidene (Fidenae); Cori (Cora) e Segni (Signia) ed Ostia (Li vio, Ab urbe condita 1.3.7; 14.11; 27.3; 4.37.2; 49.7; 5.33.8; 7.27.2). Le più antiche colonie di cui si ha noti zia storica risalgono al periodo della alleanza di Roma con i Latini (V-IV secolo a.C.): nei territori conquistati che non potevano, per ragioni prati che, essere divisi tra le città della Lega, venivano create nuove comu nità, indipendenti e sovrane, costitui te dai cittadini delle città alleate (Salmon, 1969, p. 40 ss.). In seguito le co lonie accompagneranno la conquista romana dell’Italia e, insieme alle gran di strade consolari, spesso costruite in relazione ad esse, costituiranno il prin cipale strumento dell’espansione, della romanizzazione e dello sviluppo di una civiltà urbana nella penisola (fig.
22). Nelle fasi iniziali la fondazione di colonie rispondeva a fini essenzial mente politico-militari: esse serviva no come presidi militari stabili del territorio dello Stato nei suoi punti più vulnerabili e come basi per le fu ture conquiste (Salmon, 1969, pas sim; De Ruggiero, 1900; cfr. scheda 26). La fondazione di colonie so prattutto in zone che non avevano conosciuto o avevano conosciuto solo in forma ridotta l’urbanizzazione, ri spondeva inoltre all’esigenza di creare, nei nuovi territori che entravano a far parte dello Stato, le strutture necessa rie al normale svolgimento della vita politico-amministrativa (Gabba, 1972c, p. 86) (fig. 23). Con la fine del III e con il II secolo a.C. la conquista romana e Tingente, sebbene discontinuo, programma di colonizzazione connesso, rivolto so prattutto all’Italia settentrionale, ebbe anche lo scopo di acquisire nuove terre da distribuire ai proletari romani ed italici il cui numero andò crescendo in seguito alle numerose guerre combat tute da Roma nel corso del II secolo e
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al conseguente impoverimento dei cit tadini chiamati a sostenerle ed obbliga ti ad una prolungata assenza dalle loro case e dalle loro attività economiche (Tibiletti, 1964a, p. 28; Gabba, 1951b, cfr. scheda 26). La crescita del numero dei proletari poteva avere d’altro canto delle gravi conseguenze in ambito militare. In base alla costituzione cosiddetta di Servio Tullio potevano infatti presta re servizio nell’esercito solo i cittadi ni iscritti nelle cinque classi di reddi to in cui era diviso il popolo. I nullatenenti che non potevano procurarsi le armi, erano esclusi (Gabba, 1949; Nicolet, 1979 2, p. 300 ss.). Era quin di interesse dello Stato che il mag gior numero possibile di cittadini avesse un reddito tale da poter essere iscritto almeno alla classe inferiore e quindi obbligato al servizio di leva. In questo contesto anche la coloniz zazione, con l’assegnazione di terre a proletari, poteva rappresentare un mezzo per ampliare la base di reclu tamento dell’esercito romano. Risal gono a questo periodo anche le pri me assegnazioni di terre come ricom pensa ai soldati che avevano prestato servizio militare fuori dall’Italia (Gab ba, 195 lb; cfr. schede 25,26, 44). In generale la politica di colonizza zione dell’Italia settentrionale - che, tra l’altro, si riconnetteva ad un feno meno di emigrazione spontanea e lo favoriva (Gabba, 1972c, p. 74; cfr. scheda 28) - cercava di rimediare alla crisi dei piccoli proprietari italici Colonie dedotte | trovando loro uno sbocco e nuove prima del 338 a. C. dalla terre in zone lontane, senza danneg Lega Latina giare gli interessi della classe dirigen Colonie dedotte ■ te romana concentrati per lo più nel prima del 338 a.C. da Roma l’Italia centro-meridionale (Gabba, Colonie dedotte dal ■ 1979, pp. 66-67; Tibiletti, 1950, p. 338 a.C. alla fine del IV 206 ss.; cfr. scheda 28). secolo a. C. Contro questi interessi - e a questo si Colonie dedotte nel a deve il suo fallimento - andò invece III secolo a. C. il successivo programma di coloniz Colonie dedotte nel II · zazione di Tiberio Gracco che mira secolo a. C. va ad installare i coloni nelle zone Tracciati s t r a d a l i ___ migliori e più centrali dello Stato maggiori (Tibiletti, 1950, p. 211; Gabba, 1979, Fig. 22 - Le fasi della colonizzazione romana dell’I talia (dal VI secolo a.C. pp. 66-67; cfr. scheda 29). alla guerra sociale). Con la fine del II secolo la politica
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coloniaria tradizionale si andò esau rendo. Le esigenze dei coloni erano andate progressivamente crescendo ed essi erano sempre più restii ad ab bandonare i comodi della metropoli per ottenere terre in posti lontani e disagiati (Livio, Ab urbe condita 3.1.7; Tibiletti, 1950, p. 211; Gabba, 195 lb). Le numerose colonie fondate dalla fine del II secolo anche fuori d’Ita lia avranno lo scopo precipuo di for nire terre ai veterani dell’esercito, composto ormai di proletari e di solda ti di professione (Gabba, 1949, p. 95 ss.). Significativamente la deduzione di queste colonie chiamate dalle stesse fonti antiche coloniae militares (Velleio Patercolo. Historia Romana 1.155) non verrà più decisa dal senato ma dai singoli generali (Gabba, 195lb; Brunt, 1971, p. 216 ss.; Salmon, 1969, p. 128; cfr. scheda 44). 11 fenomeno si andò sempre più accentuando nel cor so del I secolo, in stretto rapporto con la crescente importanza dell’esercito sulla scena politica romana e con la formazione del potere extra-costituzio nale dei suoi capi (Gabba, 195lb) (fig. 24). E. R. Bibliografia Bernardi A., 1947. Brunt P. A., 1971. De Martino F., 1973'. De Ruggiero R., 1900. Gabba E„ 1949, 195lb. 1972c, 1979. Nicolet C„ 19792. Salmon E. T., 1969. Sherwin White A. N., 1963. Tibiletti G. 1950, 1964a.
Fig. 23 - Un tratto delle mura urbane e la Porta Maggiore della colonia latina di Norba (492 a.C.). Da Boethius A. - Ward Perkins J. B.. Etruscan and Roman Architecture, Harmondsworth 1970. Fig. 24 - La colonia militare di Timgad (colonia Marciana Traiana Thamugadi, 100 d.C.) in Numidìa. Da Ward Perkins J. B.. Architettura Romana, Milano 1974.
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5 - La conquista romana ______________ dell’Italia ___________ e le fasi della ______ colonizzazione (2)
6 - Forme della centuriazione: i modi di suddivisione del suolo
e colonie fondate da Roma era no di due tipi: latine e romane, (fig. 25). Le colonie latine più antiche risali vano al periodo della Lega Latina (cfr. scheda 4), ma la loro deduzione venne proseguita da Roma anche dopo lo scioglimento della Lega av venuto nel 338. Nelle colonie latine venivano inse diati cittadini romani, latini ed anche alleati italici che acquistavano la cit tadinanza coloniaria e costituivano uno stato formalmente autonomo, alleato privilegiato della repubblica romana (De Martino, 19732, p. 418; Salmon, 1969, p. 55 ss.; Tibiletti, 1964a, p. 27 ss.). Le colonie latine, il cui ordinamento era simile a quello dello Stato romano e ad esso andò sempre più uniforman dosi (De Martino 19732, p. 418), erano governate da un senato, da una as semblea popolare, da due magistrati supremi che nell’età più antica, ana logamente a quanto avveniva a Roma, venivano generalmente chia mati con il titolo di praetores, e da magistrati minori il cui nome e nu mero variava da colonia a colonia (De Martino, 19732, p. 418; Salmon, 1969, p. 86). In età più recente ai praetores (o duoviri) si affiancavano due aediles e due quaestores (De Colonie latine dedotte A Martino, 19732, p. 418). I magistrati dalla Lega Latina venivano eletti annualmente dall’as Colonie latine dedotte · semblea della colonia (Salmon, 1969, da Roma p. 86). Le colonie latine, inoltre, ave Colonie romane · vano leggi ed esercito propri e pote dedotte fino al 184 a.C. vano battere moneta. Colonie romane ■ I loro cittadini avevano commercium dedotte dal 183 a.C. alla (diritto di commerciare) e connuguerra sociale Tracciati s tr a d a li____ bium (diritto di matrimonio) con Roma e con le altre città alleate e maggiori non pagavano alcun tributo a Roma, Fig. 25 - Le colonie latine e romane in Italia (dal VI secolo a.C. alla guerra alla quale dovevano però fornire sociale). contingenti militari in caso di neces
Divisione per centuriae di 20 x 20 actus (fig. 27). a centuriazione è la tipica forma di divisione romana del suolo, compiuta dallo Stato ai fini dell’asse gnazione. Caratteristica essenziale delle divisioni agrarie romane era la regolarità geometrica che si determi nava all’incrocio, ad angolo retto, delle linee di divisione. In tal modo si poteva procedere più facilmente alla misurazione dei terreni da asse gnare, favorire un’ordinata sistema zione di bonifica agraria ed una faci le amministrazione catastale. Questa divisione si basava su allinea menti perpendicolari tra loro, detti limites, che prendevano il nome di cardini e decumani, in relazione al loro orientamento nel quadro gene rale della limitatio (cfr. scheda 3), e, quindi, al punto di osservazione del l’agrimensore. I limites principali erano il Cardine e il Decumano Mas simi. Il primo divideva il territorio in due metà, dette ultrata o antica (da vanti) e citrato o postica (dietro). Il secondo in due metà dette dextra o dextrata (destra) e sinistra o sinistra ta (sinistra). Questi termini si inten devano sempre in rapporto all’orientamento generale della centuriazione (Castagnoli, 1964, p. 1379) (cfr. sche da 19). I cardini e i decumani, incrociandosi perpendicolarmente, formavano qua drati, detti centuriae, che misuravano di norma 20 x 20 actus. L ’actus è la base metrica agraria della centuria, il cui nome deriva dal fatto che, in ori gine, una centuria veniva assegnata a cento possessori, ad ognuno dei quali andavano due iugeri che equivalgono ad un heredium (Castagnoli, 1958b). Tipico è il caso di Terracina (Anxur) dove ciascuno dei trecento coloni ri cevette due iugeri di terra (Lugli,
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Fig. 26 - Edifici nel centro della colonia latina di Alba Fucens (303 a.C.). Da Mertens J„ Il foro di Alba Fucens, in NSA, 22, 1968. sità. Non potevano naturalmente svolgere una politica estera indipen dente (De Martino, 19732, p. 420). A partire dal 268 a.C. le colonie lati ne godettero di molte prerogative proprie della cittadinanza romana (Bernardi, 1947) (fig. 26). Le colonie romane il cui corpo civi co era formato da cittadini romani di pieno diritto (compreso il diritto di voto a Roma) erano considerate par te integrante dello Stato romano e, in origine, come ci è attestato espres samente per Anzio (338 a.C.), veni vano amministrate direttamente da Roma stessa. In seguito (ad Anzio stessa dopo il 318) vennero anch’esse dotate di un senato, di un’assemblea e di magistrati detti in origine prae tores e poi duoviri (o anche praetores duoviri) con limitato potere giurisdi zionale che veniva invece esercitato da magistrati urbani e, in qualche caso, da organi delegati del pretore romano (praefecti iure dicundo; De Martino, 19732, p. 417; Tibiletti, 1964a, p. 30; Sherwin White, 1963, p. 78; Salmon, 1969, p. 80). A differenza delle colonie latine che erano generalmente vere e proprie città organizzate in classi e dotate di un ampio territorio circostante (cfr. scheda 26), le colonie romane, dalle origini fino almeno alla II guerra pu nica, erano piccole fortezze poste
sulla costa con funzioni di controllo e di sorveglianza marittima. Per que sto motivo i loro coloni erano esenta ti dal prestare servizio militare nelle legioni (De Martino, 19732, p. 417; Salmon, 1969, p. 70 ss.). A partire dal 183 a.C. vennero de dotte anche colonie romane nell’entroterra (183: Modena (Mulina), Par ma e Saturnia) e salvo l’eccezione di Aquileia (181 a.C.) e forse di Lucca (Luca) (Tibiletti, 1950, p. 217) non si costituirono più colonie latine in Ita lia. Il motivo di ciò è stato visto nella riluttanza dei coloni a rinunciare alla cittadinanza romana, riluttanza che era divenuta ancora più forte dopo la seconda guerra punica quando con la crisi demografica e la larga disponi bilità di territori conquistati o confi scati in seguito alla guerra l’espansio ne coloniaria non rappresentava più per loro un impellente bisogno (Tibi letti, 1950, passim). Soprattutto a partire dal II secolo si diffuse infine una forma di coloniz zazione che non comportava la de duzione di un centro urbano, ma solo la divisione e la distribuzione di terre ai coloni ed aveva generalmente luogo su territori già pacificati. Que sta forma di colonizzazione viene de finita assegnazione viritana (cfr. scheda 29). E. R.
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Fig. 27 - Schema della divisione per Fig. 28 - Schema della divisione per _______________________ centuriae. _________________ strigas et scamna.
Fig. 29 - Divisione per strigas et scamna. Miniatura dal manoscritto Arcerianus A (VI secolo d.C.)· Wolfenbiittel, Herzog August Bibliothek.
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1963, cfr. scheda 12, fig. 62). Tale sistema a reticolo si instaura, per la prima volta e con questa rego larità, nell’Italia settentrionale, ec cetto che nei settori marginali, so prattutto montanari e di alta collina. La centuriazione si è iscritta stabil mente nel paesaggio agrario italiano ed i suoi resti, afferma Tozzi, costi tuiscono «il documento archeologico più imponente della civiltà romana» (Tozzi, 1974a, p. 7), e fanno pensare, il suggerimento è di Sereni (Sereni, 1972, p. 143), all’espressione di Goe the di fronte all’acquedotto romano di Spoleto: «Eine Zweite Natur, die zu biirgerlichen Zwechen handelt...» «Una seconda natura che agisce a scopi civili»). Essendo la forma di suddivisione agraria più diffusa e meglio cono sciuta del mondo antico, la centuria zione ha praticamente relegato in se condo piano gli altri modi di suddivi sione del suolo descritti nei testi, che perciò sono stati fin troppo spesso interpretati come suddivisioni teori che. Tuttavia il mondo antico ha uti lizzato altre suddivisioni, testimonia te oltreché dalle fonti anche dal terreno, più antiche e contemporanee alla divisione tipica per centuriae. Divisione per strigas et scamna (fig. 28) La divisione per strigas et scamna (rettangoli con il lato corto disposto lungo la linea che rappresenta l’asse principale del sistema della divisione agraria) et scamna (rettangoli dispo sti perpendicolarmente ai preceden ti), era il più antico sistema di divi sione agraria del suolo, di origine ita lica (Castagnoli, 1958b). La suddivi sione tra le singole proprietà veniva fatta probabilmente per mezzo di rigores, cioè linee divisorie rappresen tate da un allineamento di segni e non da strade. Tale sistema di divisione agraria non costituisce, come si è talvolta credu to, un problema di arte gromatica (fig. 29), bensì una realtà storica della suddivisione agraria romana, di cui si possono trovare le tracce sulle carte e
nella aerofotografia (Chouquer ed al tri, 1982, p. 855). Nella maggior par te dei casi sembra corrispondere ad uno stadio precoce di sistemazione del territorio della città, spesso pre cedente la centuriazione, come a Terracina (Anxur) dove si riconosce • a , \ V A . N r v A Jù - l come prima suddivisione quella per strigas et scamna. cui segue, in un secondo momento, la centuriazione. ^ T ΛνTuttavia la centuriazione non rap presenta sempre il punto di arrivo -A .x r : dell’evoluzione agraria per tutte le hv città; infatti a Privemo (Privernum) si sovrappongono due suddivisioni per strigas e sembra non vi sia trac cia di centuriazione (Chouquer ed al V , \ Λ \\ /*» ✓ 'Ν'. ' » tri, 1982) (fig. 30). Dalla aereofotografia, dall’esame del le carte e dal terreno appare sempre più evidente che nella realizzazione dei reticolati centuriati si sono adot tati moduli diversi, ottenendo centu riae quadrate o rettangolari. Proba bilmente la varietà dei moduli era dovuta, oltreché alla natura stessa delle singole assegnazioni, alla neces sità di tracciare ripartizioni interne esattamente divisibili per i sottomul Fig. 30 - Sovrapposizione fra due suddivisioni per strigas a Privemo tipli della centuria (Castagnoli, (Privernum). Elaborazione grafica da Chouquer ed altri 1982. 1958b), oltreché alla fertilità del terre gnoli, 1956b, p. 153). Lanetta prepon no e alla disponibilità del suolo ri 25 x 20 actus nell’isola di Lesina. 40 x 30 actus ad Aitino (Altinum). deranza degli allineamenti paralleli ai spetto al numero dei coloni. In questa categoria si fanno rientrare decumani rispetto a quelli perpendi anche le divisioni per assi paralleli colari a questi, conferma in un certo Divisione con modulo rettangolare intersecati perpendicolarmente da li senso l’interpretazione di Castagnoli (fig. 31). In questa categoria rientrano divisio miti molto distanti tra loro; ad esem (Castagnoli, 1956b, p. 161) che i cardi ni in centuriae rettangolari più o pio nel territorio di Lucerà (Luceria) ni fossero strutturalmente più labili meno allungate. Gli esempi noti dove i limiti perpendicolari sono ad dei decumani (Celuzza-Regoli, 1982). Tuttavia, anche se a notevoli distanze, sono più di venti. Alcuni casi li co intervalli di 80 actus. nosciamo dal Corpus, altri dalla ae Suddivisioni di questo tipo sono state i limites trasversali esistevano. reofotografia, dall’esame delle carte talvolta definite divisioni per soli de e dalla ricognizione sul terreno (Dil- cumani, non tagliati da limites ad Divisioni per quadrati, atipiche (fig. 32) essi perpendicolari (Castagnoli, Sempre dalla ricognizione sul terreno ke, 1971, p. 85). 1964). Di tali suddivisioni, tuttavia, i sono state rilevate divisioni per qua Dal Corpus: 25x 16 actus a Benevento (Beneven- testi di agrimensura non parlano af drati diverse da quelle della centuria fatto e dove si pensava che vi fossero, tipica di 20 x 20 actus (Dilke, 1971, tum), Velia, Vibo Valentia. ad esempio a Cosa, dalla ricognizio p. 85): 21 x 20 actus a Cremona. ne topografica sul terreno sono risul 12 x 12 actus a Tricesimo (Ad Tri24 x 20 actus ad Aeculanum. cesimum), Cividale (Forum tate, invece, ben visibili le tracce di 40 x 20 actus a Veturia (Spagna). Iulii). Dalla aerofotografia, dall’esame delle un cardine a Nord-Est della collina carte e dalla ricognizione sul terreno: di Settefinestre (cfr. schede 30, 47), 21 x 21 actus ad Asolo (Acelum), Treviso (Tarvisium). ad una distanza di 64 actus dal se 16 x 32 actus a Cosa. R. C. 20 x 18 actus a Belluno (Bellunum). condo dei cardini individuati da Ca 2 0 x 2 1 actus ad Aquino (Aquinum). stagnoli (Celuzza-Regoli, 1982, Casta
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7 - Forme della centuriazione: _________suddivisioni interne delle centurie
a suddivisione interna di una centuria si faceva per ricavare le singole aliquote di assegnazione (Ca stagnoli, 1958b, p. 27) che venivano chiamate acceptae o sortes, per mez zo di limites intercisivi (linee che se parano) (fig. 33). Dalla foto aerea si è visto, talvolta, come questi limites intercisivi operi Fig. 32 - Schema delle divisioni per no una suddivisione della centuria in ________________quadrati atipiche. diversi appezzamenti di egual super ficie, i quali costituiscono delle unità di conduzione colturale. Tali limites hanno inoltre funzione confinaria, di organizzazione dello spazio agricolo, comunicativa e di drenaggio all’intemo della centuria (Bottazzi, 1983) (figg. 34-35). I limites intercisivi avevano, di solito, la stessa direzione dei decumani. Queste linee di separazione, costitui te soltanto da muretti, fossati, filari d’alberi e sentieri, proprio per questa loro natura, raramente si sono con servate; pertanto le notizie sulla suddivisione interna delle centurie sono molto scarse. Tracce se ne trovano, ad esempio, nei territori centuriati di Aitino (Altinum) (cfr. scheda 45), Pa dova (Patavium), Cesena (Caesena). Le suddivisioni interne venivano at tuate in vario modo (fig. 36). Si possono avere divisioni, nelle due direzioni dei cardini e dei decumani, in quattro quadrati di 10 x 10 actus, di cinquanta iugeri ciascuno. È il caso di Firenze (Florentia) (Casta gnoli, 1958b) (fig. 37). Questa stessa suddivisione si osserva nel territorio a Nord-Est di Padova e nel territorio di Bassano. Nell’agro centuriato di Cesena (Cae sena) invece, ricorre con grande fre quenza un limes intercisivus che di vide la centuria in due parti uguali (fig. 38). Nel territorio attorno a Castello di
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Fig. 31 - Schema della divisione con _____________ modulo rettangolare. ______________________ Bibliografia Bradford J., 1949. Brown F. E., 1980. Brugi B., 1898-1899. Castagnoli F., 1956b, 19i»b, 1964, 1980. Celuzza M. G. - Regoli E., 1982. Chevallier R„ 1967, 1983. C houquerG . - Clavel Lévéque M. - Favory F., 1982. D ilkeO . A. W„ 1971. FabriciusE., 1926. Fraccaro P„ 1929. Gabba E„ 1977b. Flinrichs F. T., 1974. Lugli G „ 1963. Pais E., 1923. Palma A., 1982. Salmon E. T., 1969. Sereni E., 1972. Tibiletti G„ 1950. Tozzi P., 1974a. Vallai J. P„ 1979. W eber M., 1891.
Fig. 33 - Limites intercisivi in Emilia. Foto aerea. Da Castagnoli 1958b.
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Ο >ΛΙ ΙΊ t i r i >1 l« i······ Celuzza Chevallier R., 1960 Tratti d e lla ____ Chevallier R., 1983 ChouquerG., 1981 centuriazione ChouquerG. - Favory F., 1979 Tracce certe di strade ■ Fraccaro P., 1940a romane Tozzi P„ 1972 Tracce probabili di ==== Tozzi P., 1974a strade romane Fig. 49 - Un angolo residuo delle paludi che caratterizzavano fino al secolo scorso il paesaggio romagnolo. Da Conoscere l’Italia. L’Emilia-Romagna. Novara 1981.
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Fig. 52 - Pascoli pubblici (compascua publica) interrompenti la rete della centuriazione. Miniatura dal manoscritto Arcerianus A (VI secolo d.C.). Wolfenbiittel, Herzog _________________August Bibliothek. Quota superiore a 125 □ m s.l.m. Tratti conservati dei _____ cardini e dei decumani Tratti conservati del _ _ Cardine e Decumano M assimi Tracce certe di strade = romane Tracce probabili di - - zistrade romane
11 - Centuriazione e città
a centuriazione accompagna spesso la fondazione di una nuo va città: l’assetto urbano e l’organiz zazione rurale rappresentano così due aspetti di un unico programma di pianificazione territoriale o alme no di due programmi contempora nei. Le città romane, soprattutto se di nuova fondazione e non condiziona ta da centri preesistenti, sono gene ralmente caratterizzate, come si è vi sto (cfr. scheda 2), da un impianto a maglie regolari, rettangolari o, più spesso, quadrate, determinate dall’in crocio di strade ortogonali. Per gli antichi la regola ideale «costi tuendo rum limitum ratio pulcherrima», Igino Gromatico, De limitibus constituendis, p. 180) era di far coin cidere il centro della città con il cen tro della centuriazione (fig. 54). Mal grado loro stessi riconoscessero la difficoltà di tradurre in pratica un tale schema teorico soprattutto per la presenza di ostacoli naturali («loci natura», Igino Gromatico, De limi tibus constituendis p. 180). Sul terre no questo tipo di organizzazione è stato riscontrato in effetti solo in rare colonie africane (Castagnoli, 1958b, Chevallier, 1962; Chevallier, 1983, p. 41), (fig. 55). Una buona soluzione («proximum rationi» Igino Gromatico, De limitibus constituendis, p. 181) veniva ri tenuto anche l’incrocio del Cardine e del Decumano Massimi in un luogo vicino alla città (fig. 56), come avvie ne ad esempio a Parma, dove la stretta connessione tra impianto ur bano e centuriazione del territorio appare evidente non solo nell’identi tà di orientamento, ma anche nel fat to che il Cardine Massimo della città Fig. 53- 11 territorio di Parma. Elaborazione grafica sulla base di Tozzi coincide con il primo kardo kitratus 1974a. (KKI, cfr. scheda 7). Il fatto che il
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Cardine Massimo della città e del territorio (quest’ultimo passava nel luogo dove è stato identificato il cen tro preromano) non coincidano, è stato spiegato con uno spostamento ad occidente della città romana ri spetto all’insediamento preesistente dovuto a motivi geomorfologici (Tozzi, 1974a, pp. 52-53), (fig. 57). La scelta di un medesimo orienta mento per la città e la campagna si riscontra in molte altre città e i vasti spazi a disposizione consentivano ai Romani la continua sperimentazione di modelli di pianificazione territo riale per un più razionale coordina mento tra insediamenti urbani e con testi rurali (Gabba, 1972c, p. 88; Tozzi, 1974a, p. 50). Oltre a Parma Fig. 54 - Cardine e Decumano M assimi della città e del territorio si possono ricordare i casi di Imola coincidenti. Miniatura dal manoscritto Arcerianus A (VI secolo d.C.). (Forum Com e li), Forlì (Forum Livi), ______ Wolfenbiittel, Herzog August Bibliothek. (Tozzi, 1974a, p. 42), della centuria zione più antica di Rimini (Ariminum, Chouquer, 1981, p. 828). Nel l’Italia centrale e meridionale si co noscono inoltre i casi di Alife (Allifae) e di Lucca (Luca) (Castagnoli, 1956). Se, come avviene molto più spesso, la scelta deH’orientamento della città e quella del territorio rispondevano a criteri diversi e soprattutto se rim pianto urbano e l’assetto rurale non Fig. 55 - L ’arco di Settimio Severo a Haidra (Admedara). Da Romanelli P.. erano contemporanei, si potevano Topografia e archeologia dell’Africa romana, Torino 1970. avere orientamenti diversi. A Firenze (Florentia) ad esempio, il centro, è orientato secondo i punti cardinali, mentre gli assi della centuriazione seguivano il corso dell’Am o (fig. 58) (Castagnoli, 1958a; Ciampoltrini, 1981, pp. 44-45). Centuriazioni di verse rispetto alla città mostrano per citare solo alcuni casi, il territorio di Pisa (Pisae) (Fraccaro, 1939, p. 221 ss.) e, nell’Italia settentrionale, i ter ritori di Brescia (Brixia) e Cremona (Tozzi, 1972, p. 9 ss.; 1974a, p. 42; cfr. ora anche Chevallier, 1983, pp. 61-62, cfr. schede 8-9). La città e il territorio potevano infine essere nettamente distinti e non ave re alcun contatto topografico (fig. 59). È il caso della colonia di Cosa dove il centro urbano sorgeva per esigenze difensive su un’alta collina,
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ai cui piedi si estendeva il territorio centuriato (Castagnoli, 1956b; Celuzza-Regoli, 1981, pp. 37-38; cfr. sche da 47). Come nel caso di Firenze si volle tuttavia collegare la centuriazione alla città, installando idealmente il Decumano Massimo su una delle porte della cinta muraria (fig. 60). Diversa appare invece la spiegazione del distacco topografico tra città e agro centuriato nella zona transpada na dove la netta distinzione tra aree agrarie e centri urbani caratterizza molti territori centuriati nel corso del I secolo a.C. e appare piuttosto il frutto di una precisa scelta di pianifiFig. 56 - Cardine e Decumano M assimi incrociantisi in luogo prossimo alla città. Miniatura dal manoscritto Arcerianus A (VI secolo d.C.). _______________________________ Wolfenbuttel, Herzog August Bibliothek. Fig. 57 - L ’impianto urbano e la centuriazione di Parma. Elaborazione ______ ___________________________grafica sulla base di Tozzi 1974a.
Fig. 58 - Il centro di Firenze con la parte di impianto romano (a sinistra) e la parte di impianto medievale (a destra). Da Storia d’Italia. I. I _____ caratteri originali. Torino 1972. Fig. 59 - Città e territorio senza contatto topografico. Miniatura dal manoscritto Palatinus 1564 (IX secolo d.C.). Roma, Biblioteca Vaticana. A'lenì»
Fig. 60 - L ’impianto urbano di Cosa e la centuriazione del territorio più vicino alla città. Elaborazione grafica sulla base delle tavolette IGM 1:25.000 135 II NO (Orbetello), NE (Capalbio), SO (Port’Ercole), SE (Lago di Butano). cazione territoriale (Tozzi, 1974a, p. _______________________Bibliografia __________________________Fig. 60 23). È già stato citato il caso di Pavia Castagnoli F., 1948, 1956a e b, 1958a e b. Tratti conservati dei -------(Ticinum, cfr. scheda 10), ma altret Celuzza M. G. - Regoli E., 1981. cardini e dei decumani Chevallier R„ 1960, 1962, 1963, 1983. tanto significativi sono gli esempi di Chouquer G., 1981. Tratti conservati del ■ Bergamo (Bergomum), Como (Co- Chouquer G. Decumano Massimo mum), Mantova (Mantua) e Verona Favory F., 1979. Tracciati stradali — (Tozzi, 1974a, p. 23; Tozzi, 1972, p. Ciampoltrini G., 1981. maggiori certi Fraccaro P., 1939, 1940b. 75 ss.: cfr. da ultimo Chevallier, Gabba E., 1972c. Tracciati stradali z z z z z 1983, pp. 61,64, 70). maggiori probabili Tibiletti G„ 1964b. Tozzi P„ 1972, 1974a. Tracciati stradali u r b a n i_____ Collegamento ideale ........... tra la Via Aurelia e il Tratti conservati dei ca rd in i-------Decumano Massimo e e dei decumani una porta della cinta Tratti conservati del Cardine ■ —- —in muraria urbana (Porta e del Decumano Massimi Romana) Tratti ricostruiti del Cardine-------Tracciati s tr a d a li_____ e del Decumano M assimi probabili Tracciati stradali maggiori certi ..... Quota superiore a 50 m s.l.m. l" ' ........J Tracciati stradali maggiori Estensione dell’antica ........... probabili laguna costiera Tracciati stradali urbani -------
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12 - Centuriazione Esempio che dimostra ancora una darsi con essa anche sfruttandone le e strade volta l’unitarietà e la grandiosità del divisioni interne più minute o gli in
progetto di ristrutturazione agraria croci degli assi come avviene a Tor della Cisalpina, in cui divisione del tona (Dertona) dove la via Iulia Au suolo e rete viaria costituivano due gusta utilizza la sistemazione agraria aspetti dello stesso problema (fig. preesistente, tagliando diagonalmen 61). Il medesimo fenomeno, seppure te ben nove centurie, e in numerose in forma meno vistosa, è stato riscon altre località della regione emiliana ome dicono espressamente le trato nella Transpadana dove le cen (Fraccaro, 1957; Tozzi, 1974a, pp. fonti antiche (Igino Gromatico, turiazioni di Padova (Patavium) e di 69-70) (fig. 63). De limitibus constituendis, p. 168) i Asolo (Acelum) assumono come De Il legame tra centuriazione e grande limites principali della centuriazione cumano Massimo la via Postumia viabilità, molto stretto nei tempi più (ma, spesso, almeno in Italia, anche (Chevallier, 1983, p. 40). antichi, si andò in seguito allentando alcuni secondari, Castagnoli, 1956b, Più raro doveva essere il caso contra (Tozzi, 1974a, p. 69; una conferma pp. 161-162) erano costituiti da stra rio, che fossero cioè le grandi strade in Chouquer, 1981, p. 862). In molti de. Il territorio centuriato veniva così ad adeguarsi alla centuriazione di un casi, per ragioni di ordine diverso, dotato nel contempo di una vasta e territorio che dovevano attraversare, come l’esigenza di ricercare il per capillare rete di comunicazioni. come avviene ad esempio a Terraci- corso più breve, di poggiare su terre Gli assi fondamentali potevano coin na (Anxur) dove la via Appia (312 ni più solidi o, ancora, di evitare la cidere con strade importanti del ter a.C.), posteriore alla deduzione della creazione di infrastrutture (ponti ritorio preesistenti o create conte colonia (329 a.C.) e quindi verosimil ecc.), strade di grande comunicazio stualmente alla centuriazione, che mente alla centuriazione del suo ne potevano attraversare un territo presentavano una direzione funzio agro, costituisce per il primo tratto il rio senza tener conto della sua siste nale ad essa. Anche le strade entra Decumano Massimo della limitatio mazione agraria. Così la via tra Mila vano così a far parte integrante del (Castagnoli, 1958b, sull’inesattezza no e Pavia (Mediolanum-Ticinum) l’assetto agrario senza tagliare e fra delle fonti che considerano la colonia (fig. 64) non si accorda affatto con la zionare i lotti della centuriazione. posteriore al tracciato viario; cfr. an centuriazione pavese (Tozzi, 1974a, L’esempio migliore è rappresentato che Chevallier, 1983, p. 40), È molto p. 69). Può essere a questo proposito dalle numerose centuriazioni emilia probabile d’altra parte che la Via significativo notare, come è stato re ne in cui il Decumano Massimo è Appia ricalchi in questo punto una centemente fatto (Tozzi, 1974a, p. rappresentato dalla via Aemilia e il strada preesistente. (Cfr. Castagnoli, 69), come dove le strade erano stret Cardine Massimo da strade di colle 1958b) (fig. 62). tamente legate alla centuriazione e gamento tra l’Appennino e la bassa I tracciati viari contemporanei o po funzionalmente inserite nel paesag pianura (Tozzi, 1974a, passim: Che- steriori alla centuriazione di un terri gio agrario (le cui linee fondamentali vallier, 1960; Chevallier, 1983). torio potevano d’altra parte accor si sono spesso mantenute inalterate Fig. 61 - La via Aemilia e le centuriazioni dell’Emilia Romagna. Elaborazione grafica sulla base di Chevallier
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fino ad oggi), esse abbiano continua to ad essere utilizzate per secoli e lo siano spesso tuttora (basti pensare alla via Aemilia). Quando le strade si discostavano dalla centuriazione in vece sono state presto abbandonate: la via Milano-Pavia sembra non so pravvivere all’età medievale (Tozzi, 1974a, pp. 68-69). La complessità del rapporto tra cen turiazione e viabilità può essere esemplificata dalla via CremonaBrescia (Cremona-Brixia), che nel primo tratto costituiva il Decumano Massimo della centuriazione di Cre mona, proseguiva a nord dell’Oglio senza tener conto della centuriazione di Brescia (Brixia) e, infine, nella sua parte terminale deviava per inserirsi nella struttura urbana di Brescia (Tozzi, 1974a, pp. 61-70) (fig. 65).
u rri *ClirtttirCA|>ATA*rcc*> mentre Valentino II riteneva che fos sero di pertinenza degli agrimensori p R e iC T ο θ > » Λ C | , \ o t | K iH 'i I H ': £ R A Ò j:ι N c s (Gromatici Veteres, Ex corpore O ì o L t ic i s J ò J S 'j i u 'i A i l O j N e o V ' Theodosiani, p. 269). Riguardo a tali controversie conser viamo inoltre il trattato di Frontino De con troversi e il relativo com mento di Agennio Urbico. Le dispute inerenti ai confini e alle proprietà vengono qui ulteriormente suddivise in quindici tipi, fra cui liti per la posizione dei cippi confinari, \s e i c t a u i a c u c i m i e r o v c o n o u . ( o j n e s q o c per lo sfruttamento abusivo dei bo schi pubblici o dei pascoli, per i frut Aì K o U j c » r - j o H ^ ac: m i . o p o s t X ò v ti sugli alberi di terreni adiacenti N’tts i i l a c o s o L c i o m .c ; r e ^ q c t o t c o m e o ecc. (figg. 69-70). ’■ jONtACCSI iVOS!CNF3 1 ài CV- .Jv3C2 W * . < RStlO! Le parti in causa potevano essere o privati o autorità locali o lo Stato ro Ή ρΛΛμ·ρβΙΛΛ.ηί o n « w ; tre mano. Nelle controversie più impor tanti l’imperatore stesso interveniva per nominare l’agrimensore-giudice: in un’iscrizione, rinvenuta in Corsica ad Erbalunga, è l’imperatore Vespa-
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siano che invia un mensor per diri14 - Gli agrimensori siasi (cfr. scheda 18): «Multi ignomere una controversia di confine ___________ romani: rantes mundi rationem solem sunt nata fra due popoli, i Yanacini e i studi e competenze secuti, hoc est ortum et occasum... Mariani (C.I.L. X ., 8038; Johnson ed proximum vero ortum comprehendealtri, 1961, n. 187). runt et in utramque partem limites Nel tardo impero si accentuò sempre emiserunt quibus leardo in horam sexdi più l’inquadramento burocratico tam non convenerit». «Molti ignoran degli agrimensori: Costantino orga ti di cosmologia si sono lasciati guida nizzò un vasto complesso di «impie a formazione scolastica di un re dal sorgere e dal tramontare del gati statali» e formò un ufficio con a agrimensore (Dilke, 1971, p. 47 sole.. . Essi hanno osservato il più vi capo un supervisore (primicerius ss.) (fig. 71) doveva comprendere in cino sorgere del sole, ed hanno trac mensorum; Codex Theodosianus nanzitutto studi inerenti alla tecnica ciato in entrambe le parti i limiti, con 6.34.1). agrimensoria, per traguardare con gli i quali il cardine non ha coinciso con Nel 597 d.C. si ricorreva ancora al- strumenti, livellare e disegnare map la sesta ora» (Igino Gromatico, De li Pagrimensore arbitro di controversie pe, e alla geometria di natura essen mitibus constituendis, pp. 170, 182). relative alla terra, come ci attesta zialmente pratica che gli consentisse Fra le materie principali era inclusa una lettera di papa Gregorio I al ve di misurare distanze ed aree. Cicero la giurisprudenza per definire la con scovo di Siracusa; tale professione ne stesso ci informa che la geometria, dizione giuridica dei terreni e giudi non era ancora tramontata. tenuta in grande considerazione dai care nei vari tipi di controversie. L’a M. C. P. Greci, al suo tempo era funzionale grimensore doveva quindi conoscere _________________ _____ Bibliografìa solo alla misurazione dei campi e ai tutte le leggi inerenti al suo campo calcoli relativi (Cicerone, Tuscula- d’azione e in particolar modo la loro Brugi B., 1897. Caprino C. - Colini A. M. - Gatti G. - Ballotti nae disputationes 1.5). applicazione pratica. Doveva saper no M. - Romanelli P., 1955. Hinrichs a tale proposito, indivi distinguere, tra l’altro, quando in De Caterini R., 1935. duando più classi di mensori in età caso di dispute aveva la piena pote De Ruggiero E., 1895b, 1895c. imperiale e considerando la loro di stà di intervento e quando invece do DilkeO. A. W „ 1962, 1971, 1974. Fraccaro P., 1929. versa posizione, è portato a pensare veva intervenire prima il giudice e Gabba E., 1977b. che anche l’istruzione non doveva poi l’agrimensore, limitandosi alle Hinrichs F. T„ 1974. essere unica per tutti. soluzioni pratiche in qualità di Johnson A. C. - Coleman Norton P. R. - BourSpesso in iscrizioni troviamo citati li esperto. ne F. C., 1961. Kubitschek J. W., 1893. berti e schiavi imperiali in qualità di Scuole per agrimensori esistevano Nicolet C., 1970. mensores ufficiali con nomi greci; su nei centri più importanti dell’impe Schulten A., 1906, 1912. questa base l’autore presuppone che ro, specialmente a Roma e Costanti SherkR. K„ 1974. avessero acquisito le loro conoscenze nopoli. Alla fine del corso venivano Weber M., 1891. nella scuola di geometria di Alessan sostenuti esami e solo coloro che li dria e che diversa dovesse essere l’i superavano potevano esercitare la struzione degli altri agrimensori professione e venivano chiamati pro (Hinrichs, 1974, p. 162 ss.). fessi (Gromatici Veteres, ConstitutioFondamentale era pure la conoscen nes Theodosii et Valentiniani, p. za dell’astronomia e della fisica terre 273; Brugi, 1897, p. 2). stre, che veniva chiamata mundi o Era considerato illegale lottizzare coeli ratio, perché «constituti enim terra senza una qualifica specifica ed limites non sine mundi ratione» «i inoltre come professionisti dovevano limiti non vengono stabiliti senza evitare qualsiasi implicazione di rea conoscenze di cosmologia» (Igino to e frode: se un agrimensore fosse Gromatico, De limitibus constituen- stato accusato con prove di aver ese dis, p. 166). Molti sono i passi co guito misurazioni contraffatte si po smologici conservati nel Corpus (fig. teva iniziare un procedimento penale 72) e costituiscono la premessa teori nei suoi riguardi (Digesta 18.1.40). ca di un corretto orientamento sul Gli scrittori di agrimensura sono det terreno, perché un perfetto agrimen ti, nel Corpus, auctores e da essi ci de sore deve evitare errori specialmente riva una parte della letteratura gronella determinazione dell’oriente matica. equinoziale e non basarsi nel punto Alcuni trattati, scritti da diversi au dove sorge il sole in un giorno qual tori, in varie epoche, sono confluiti
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in una raccolta chiamata Corpus Agrimensores (Blume ed altri, 1848 1852; Thulin, 1913). Si tratta di testi scolastici per agrimensori realizzati proprio da coloro che praticavano tale professione. Più autori infatti fanno riferimento esplicito alla pro-
fessio {«res ad professionem nostram pertinentes», Balbo, Expositio et ra tio mensurarum, p. 93; «professionis quoque nostrae capacissimus», Igino, De condicionibus agrorum, p. 121 ed ancora Siculo Fiacco, De condicioni bus agrorum, p. 134 e Igino Groma tico, De limitibus constituendis, p. 205), mostrando una preferenza nel l’uso dei congiuntivi esortativi nella prima persona plurale e aggiungendo osservazioni personali raccolte du rante il loro lavoro di mensori (Igino, De condicionibus agrorum, pp. Fig. 72 - Orbite dei pianeti attorno Fig. 71 - Agrimensore seduto con 121-122; De generibus controversiapergamena. Miniatura dal alla terra. Miniatura dal manoscritto rum, p. 131). Arcerianus A (VI secolo d.C.). Il Corpus contiene istruzioni teori manoscritto Arcerianus A (VI secolo Wolfenbiittel, Herzog August d.C.). Wolfenbiittel, Herzog August che e pratiche relative alle materie di Bibliothek. Bibliothek. studio degli agrimensori, corredate da illustrazioni a scopo didattico (figg. 73-75). Dilke analizza le minia ture dei codici dividendole in sette categorie a seconda del tema trattato (Dilke, 1967, p. 9 ss.). Alcuni di questi disegni, molto spes Fig. 73 - Terra non misurata che comprende una casa colonica. Miniatura so a colori, servivano per insegnare dal manoscritto Arcerianus A (VI secolo d.C.). Wolfenbiittel, Herzog August Bibliothek. agli studenti come disegnare una for • » 0 ·% .'% m .v· *% V » V»» fV ma. Non sono però mappe catastali ----* vere e proprie; infatti non hanno le c , c s e - i si