La lotta politica in Italia dalla liberazione di. Roma alla Costituente


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La lotta politica in Italia dalla liberazione di. Roma alla Costituente

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STORIA

DEL

RISORGIMENTO

ITALIANO

RAFFAELE COLAPIETRA

LA LOTrA POLITICA IN ITALIA

DALLA LIBERAZIONE DI ROMA

ALLA COSTITUENTE

CASA EDITRICE PloP. RICCARDO PATRON - BOLOGNA 1

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This book is copyright. lt may not be reproduced whole or in part by any method without written pcrmission Application should be made to the publisher:

Casa Editrice Pàtron Bologna (ltaly)

Copyright 0 1969 by Casa Editrice Pàtron Stabilimento Editoriale Pàtron - 40127 Bologna, Quarto Inferiore

A Valentina

CAPITOLO

I

IL MINISTERO BONOMI ED I DISCORSI DEL BRANCACCIO

« Dalla nostra attiva partecipazione alla guerra poteva leggersi sull'edizione romana dell'Unità il 6 giugno 1944 a quarantotto ore di distanza dalla liberazione della capitale - dipende in gran parte l'avvenire della nazione italiana»: la stessa costituzione di un ministero politico a raccogliere l'eredità del Badoglio e sotto la presidenza del leader del comitato centrale di liberazione veniva salutata con entusiasmo dall'organo comunista solo se ed in quanto tale ministero si disponesse ad essere « guida sincera nella guerra di liberazione »: obiettivo preminente e pressoché esclusivo, quest'ultimo, la cui individuazione veniva espressivamente attribuita alla « chiaroveggenza patriottica » del partito comunista, talché l'appello conclusivo ai cittadini romani affinché si mantenes-sero « incrollabilmente uniti» veniva ad assumere una portata nazionale e patriottica in chiave esclusiva, senza alcuna coloritura neppure lontanamente classista o rivoluzionaria (1). L'unità nazionale e la democrazia s'intitolava del resto esplicitamente l'articolo di fondo affiancato all'appello di cui s'è fatto testé cenno, articolo che, nell'auspicare e quasi nel-

(1) Tale preoccupazione era ribadita implicitamente nell'espressa diffìéla, ripetuta il 7 giu~o, che l'Unità pronunciava nei confronti della dissidenza del MoVIIDento Comunista Italiano e di Bandiera Rossa, i cui uffici erano installati in piazza di Pietra.

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CAPITOLO I

l'ipotizzare concretamente la concentrazione «spontanea» di tutte le forze nazionali intorno alla classe operaia, apriva la strada ad una chiara ripetizione, con fattori ovviamente rovesciati, della prospettiva risorgimentale egemonizzata a suo tempo dalla classe borghese, qui identificando la lotta per la democrazia con quella per l'indipendenza (entrambe da perseguirsi con « slancio unanime » ), lì auspicando il sorgere in Roma di battaglioni di volontari, finché il messaggio del 28 maggio di Togliatti alla popolazione romana, ora riprodotto pubblicamente, richiamava senz'altro l'esempio di Garibaldi. La presa di posizione comunista rispondeva, com'è ben noto, ad una vecchia impostazione interpretativa e strategica, rinverdita di recente, e posta in pratica in modo clamoroso, con la cosiddetta « svolta di Salerno». Su tale argomento moltissimo si è discusso e si è scritto, fino al recente (2) volume di Aurelio Lepre, che s'intitola appunto così, e fa in certo senso il punto sulla situazione. « Il gruppo dirigente napoletano scrive lo studioso comunista (3) - aveva compreso già prima dell'arrivo di Togliatti la necessità di una politica diversa, di una politica nazionale, ma non aveva le idee chiare su come realizzarla». In verità la pierre de touche di tale realizzazione era una sola, e chiarissima, e consisteva nell'accantonamento di Vittorio Emanuele, o addirittura nella sua abdicazione, rper non aver ottenuto la quale, a detta dello stesso Lepre, il « gruppo dirigente napoletano», cioè Reale e Spano, aveva ricusato il 20 gennaio precedente la collaborazione col governo Badoglio ( 4 ). Con Togliatti il problema del re « semplice persona » è (2) Editori Riuniti, 1966. (3) Op. cit. p. 12. ( 4 ) Op. cit. p. 14. Il Croce nel diario Quando l'Italia era tagliata in due (ora in Scritti e discorsi politici 1943-947, Bari 1963, I, 254)

alla data del 28 gennaio 1944 annota che le trattative, a detta di Omodeo, si sarebbero arrestate per il rifiuto di Badoglio di conferire ai socialcomunisti la maggioranza dei dicasteri. La testimonianza di Velio Spano (in Trent'anni di vita e lotte del PCI, Rinascita 1951) è in merito profondamente deludente, in quanto lo scrittore si limita a dichiarare che a Vietri lui e Reale non seppero « né forse potevano »

IL MINISTERO BONO.MI ED I DISCORSI DEL BRANCACCIO

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puramente eliminato. Fa testo in materia (e ne abbiamo tratto l'espressione virgolettata) il verbale della seduta del 3 aprile della giunta esecutiva dei .partiti nel Sud posta in essere in seguito al congresso di Bari (5). In essa, dopo che il socialista Lizzadri aveva aderito alla proposta Cerabona per un nuovo congresso dei comitati di liberazione, dissociandosi da quella Calace per l'assunzione dei poteri di governo straordinario da parte della giunta secondo le direttive fatte pervenire dal comitato centrale di Roma appunto tramite Lizzadri (6 ), Togliatti aveva preso una prima volta la ,parola per respingere la proposta Calace giudicandola inopportuna nelle retrovie degli Alleati (e ricevendo in merito la lode di Rodinò, con l'accenno sapiente alla necessità di pervenire legalmente al governo) e si era quindi disteso in una vera e propria dichiarazione politica sollecitata da Cerabona ed Arangio Ruiz i quali risollevavano altresì la pregiudiziale del nuovo congresso.

assumere l'iniziativa rinnovatrice, non disponendo essi di « statura politica sufficiente• atta a far risultare l'andata dei comunisti al potere più che un qualsiasi «mezzuccio• della tatt~ca b~dogliana (più significativa la requisitoria contro il congresso d1 Ban, « Pallacorda per gioco • specie per le conseguenze d'isolamento del governo, prepotere degli Alleati e di_visione tra gli a!)tifascist_i d~ ess~ acc~ntuat~). (5) I verbali della giunta ne Il Movimento di Liberazione in Italia gennaio-marzo 1954 pp. 41-121. (6) Lizzadri ne Il regno di Badoglio, Avanti! 1963 non fa cenno di questo mutamento d'opinione. Egli peraltro (op. cit. pp. 159-163) era stato informato fin da.I 20 marzo da Spano dell'imminenza della « svolta• comunista e l'indomani, avuta conferma da Reale e comunicata la notizia a Roma, si era sentita prospettare in direzione da Cacciatore e Sansone la convenienza di un allineamento sulle tesi comuniste, malgrado la probabile (e confermata il 23) opposizione di Roma. I suoi att~amenti tra il 29 marzo e il 3 aprile, date delle due riunioni di giunta (il 3 la direzione socialista elaborava un nuovo escamotage, la partecipazione al governo subordinata alla revisione delle condizioni armistiziali) risentono dunque della difficilissima situazione interna dei socialisti (sulla quale torneremo più avanti) una volta tramontata la proposta Cerabona, elaborata 1'8 marzo (e che rappresenta l'ubi consistam della giunta prima dell'arrivo di Togliatti) per un plebiscito sull'immediata abdicazione del re, rimanendo impregiudicata la questione istituzionale nel suo complesso, e sulla fo:-mazione di un governo dei sei partiti con pieni poteri eccezionali.

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CAPITOLO I

Tale dichiarazione, insieme con quella del 6 aprile in casa Croce a Sorrento e col rapporto dell'll ai quadri dell'organizzazione comunista napoletana (7), rappresenta la più precisa ed impegnata presa di posizione politica comunista prima della liberazione di Roma, sicché vale la pena soffermarsi opportunamente su questi documenti ( 8 ). L'unità tra i partiti e pertanto la vitalità della giunta (ma non la sua collegialità, né tanto meno autorità superiore ai partiti, concetti fatti naufragare per iniziativa delle sinistre fin dai primi di marzo) sono presupposti affermati da Togliatti per contrapporli subito implicitamente all'urgenza dell'azione ( 9 ) ed al danno «esiziale» cagionato dal mancato sforzo bellico dell'Italia. (7) A parte le dichiarazioni in giunta vedasi il rapporto Togliatti in Politica comunista, Roma 1945, pp. 7-53. (8) Altri notevoli scritti di Togliatti apparvero sull'Unità il 2 aprile (il saluto significantissimo al « sacro suolo del nostro paese»), il 7 maggio (sui metodi «plebei» che minacciano a buon diritto di soverchiare quelli «,giuridici» a proposito dell'epurazione: ribadisce in merito l'unanimità già conseguita il 4 in consiglio dei ministri, malgrado le perplessità dell'Arangio Ruiz), il 21 maggio su tema delicatissimo destinato rapidamente ad ingigantire («E. nell'interesse di coloro che hanno una fede religiosa e in particolare di coloro che ne sono i ministri di occupare come campioni dell'anticomunismo il posto lasciato vacante dai propagandisti e dai gerarchi in camicia nera?»: vedi i tre articoli in Per la salvezza del nostro paese, Einaudi, 1946, pp. 98, 143-4, 337-9). In Trenta anni ecc. cit. p. 198 si veda la fondamentale deliberazione 31 marzo 1944 del consiglio nazionale comunista, che saluta in Togliatti la « guida sicura del paese e del proletariato italiano », auspica l'unità della classe operaia e pertanto la fraterna e costante collaborazione con i socialisti, reputando « esiziale» la divisione ora in atto, propone la Costituente alla fine della guerra ed un governo transitorio ma forte ed autorevole per l'adesione dei partiti di massa: « Nel fronte della nazione c'è posto per tutti coloro che vogliono battersi per la libertà d'Italia e domani tutti avranno la possibilità di difendere davanti al popolo le loro posizioni» (l'espressione richiama quella opposta il 15 aprile in giunta da Togliatti a Calace sui « buoni italiani» che, anche al di fuori dei sei partiti, avrebbero potuto prendere parte al governo). ( 9 ) Si rammenti che fin dal 28 febbraio Rodinò aveva parato con una risposta di gusto togliattiano («Non vi è altra strada che quella di andare al governo») -l'interrogazione giacobina di Calace: « Quale azione intende intraprendere la giunta ,per decidere il monarca ostinato e ribelle a ritirarsi dalla vita politica?». Sull'atteggiamento di Rodinò e Jervolino torneremo più avanti.

lL MINISTERO BONOMI ED I DISCORSI DEL BRANCACCIO

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« Il tempo in cui si allontanerà il re è importante - aveva obiettato a Sorrento contro l'insistenza di Rodinò Croce e Calace per un ritiro immediato, non subordinato aila liberazione di Roma ( 10 ) - ma si tratta in fondo di una questione di forma ed i comunisti non sono interessati alla forma. Quello che ci interessa è di ottenere una garanzia politica, un impegno formale della Corona per la convocazione della Costituen-

te~ ( 11 ).

Ed intanto il porro unum della guerra per l'abbattimento del nazifascismo, nella quale Togliatti con i compagni di partito non esitata ad identificare l'azione rivoluzionaria del momento, evocando in proposito la Napoli' del 1799, non quella dei martiri del Mercato ma la lotta dei lazzari « manifestazione istintiva di forza nazionale e di spirito patriottico agli albori » (col che Togliatti manifestava d'inclinare più ai distorcimenti patriottardi d'un Giacomo Lumbroso sul controverso episodio che non alle suggestioni classiste operanti persino sul giovane Croce). A parte comunque altre evocazioni parimenti discutibili, come quelle delle cinque giornate o di Garibaldi, a parte identificazioni necessariamente sommarie d'interessi tra proletariato e nazione, il discorso di Togliatti prendeva quota e nerbo allorché all'unità indifferenziata (e consacrata nei recentissimi

( 10) Fin dal 5 aprile i partiti di destra avevano messo a parte Croce (op. cit. p. 292) del loro tentativo di fuga in avanti attraverso il rifiuto di collaborare con Badoglio. (li) L'impegno della Corona sulla Costituente, una volta accettata (sempre il 6 aprile con l'odg Spano-Sforza) la formula della luogotenenza, sarebbe stata il principale terreno di combattimento nei giorni successivi, specie quando, il 15, Togliatti ripiegò, in polemica con Calace e d'accordo con Rodinò, su un impegno « formale ed esplicito• soltanto da parte del governo (Lizzadri, riprendendo un'idea di Cerabona, trovò la soluzione in un impegno concorde dei sei partiti, dopo che l'altro delegato cattolico, Jervolino, rintuzzato da Cianca ma non da Togliatti - la cui esplicita assenza di pregiudiziali nei confronti di Badoglio poteva far pensare ad un governo quand meme - si era lasciato andare ad una dichiarazione azzardatissima: « Dobbiamo considerare la convocazione di una futura assemblea come ur. fatto storico già acquisito » ).

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CAPITOLO I

martiri di Torino, esempio di politica di unità nazionale) fa. ceva seguito la vigorosa polemica contro la democrazia «stentata » ed il liberalismo « storpio » del prefascismo, contro la capziosa parentela ideologica istituita dalla cultura liberale tra comunismo e fascismo, in favore del « tono di autorità» che l'intransigenza antifascista conferiva di diritto ai comunisti rispetto agli altri partiti. Si poneva a questo punto il problema del patto d'unità d'azione « che prevede anche, per il futuro, la possibilità di creazione di un partito unico della classe operaia». Ma Togliatti non andava in merito al di là di questa sfumatissima dichiarazione (personalmente, anzi, non ci sarebbe andato mai) pensoso com'egli era di suggerire anzitutto la possibilità di « trovare oggi e domani un terreno d'intesa e d'azione comune con le masse contadine cattoliche ». Il blocco antifascista democratico nazionale, il governo di guerra con l'appoggio popolare e dei partiti democratici, diventano dunque ancora una volta agli occhi di Togliatti gli obiettivi principali dell'azione comunista dinanzi a ciò che egli, con freddo realismo politico, si limitava a definire « fallimento » della monarchia ( 12 ). Ignorare il problema, dunque, questa la parola d'ordine per l'unità delle forze antifasciste in vista della Costituente, questo « filo rosso del Risorgimento » che Togliatti richiamava stavolta con bella sensibilità storica per collegarla al recente esempio spagnolo ed avanzarsi nella parte conclusiva e più scottante del rapporto, quella sulla struttura interna e la strategia del partito (1 3 ), là dove non di rinnegamenti ma di mo-

(12) Interessante l'avance a De Nicola e Croce quanto alla loro azione per la luogotenenza: « Una parte almeno dei tentativi compiuti da persone nobilissime, che noi rispettiamo, per risolvere oggi il problema istituzionale, erano forse ispirati più dal desiderio di trovare rapidamente una via di uscita dalla situazione presente » (la formula volutamente equivoca può riferirsi ovviamente anche ai repubblicani intransigenti). ( 13 ) Sul gonfiarsi delle iscrizioni comuniste dopo la caduta della rigidissima pregiudiziale antifascista, nel dicembre del '43, si veda Lepre op. cit. pp. 7-8. Si ricordi che il Croce op. cit. p. 271 alla data

....

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difiche c'era senza dubbio bisogno, con un pronto e « consigliabilissimo » impegno, ad esempio, in possibili immediate elezioni amministrative ( 14 ). Le grandi linee di un regime democratico e progressivo, H rifiuto del partito unico, la mano tesa alla piccola e media proprietà, costituivano gli elementi finali, e più impegnativi e sconcertanti, del rapporto Togliatti, quelli che in tutto l'arco della sinistra avrebbero energicamente suscitato attenzione e polemica. Per parte loro, è assai significativo che i comunisti cattolici aderissero incondizionatamente al porro unum togliattiano del momento: « Una sola cosa è necessaria: la partecipazione italiana alla guerra » scriveva il 12 giugno Voce Operaia non esitando a definire « necessità primordiale fisica» tale esigenza. Certo, i problemi del movimento erano cosl particolari da richiedere contemporanee e non meno impegnative prese di posizione su più lati dello schieramento politico, vuoi che al preciso passo innanzi conseguito con Bonomi si affiancasse criticamente un raddoppio di responsabilità da parte del comitato centrale di liberazione « poiché per necessità contingenti non ha potuto avere l'avallo di una elezione democratica » (è il vecchio rovello per l'esclusione che si fa sentire, dopo le belle pagine scritte durante la lotta clandestina), vuoi che Adriano Ossicini insista, sempre il 12 giugno, sulla funzione chiarificatrice del movimento e sull'opportunità di non frazionare troppo l'orizzonte politico italiano.

25 febbraio 1944 modifica, nel resoconto di un colloquio De Nicola Macfarlane, la notizia dianzi citata sulle trattative di Vietri, concordando col Lepre per la pregiudiziale comunista sull'abdicazione del re. A p. 294 alla data dell'8 aprile Croce parla della « folla che accorre a iscriversi » al partito comunista (in essa spostati ed ex fascisti) col pericolo di un :nuovo fascismo se al totalitarismo politico non si accompagna la rivoluzione economica. (1 4 ) La proposta dei comunisti francesi di tenere consultazioni politiche sommarie man mano che procede la liberazione, approvata da un gruppo comunista milanese in polemica con l'Italia Libera, è fatta propria 1'8 giugno 1944 dall'Unità.

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Voce Operaia, del resto, com'è ben noto, aveva avuto modo, grazie ad una presenza attiva ed assidua nel corso della Resistenza, di precisare largamente la natura e i compiti del movimento cattolico comunista, quella tematica, cioè, la quale, elaborata, nei mesi precedenti, sarebbe stata sintetizzata negli opuscoli Il comunismo e i cattolici di Fedele D'Amico e Che cosa è e che cosa vuole il movimento dei comunisti cattolici opera prevalente del Rodano, pubblicati rispettivamente alla vigilia ed all'indomani della liberazione di Roma ( 15 ). Fin dal 26 ottobre 1943, infatti, l'assunzione del comunismo come una tecnica squisitamente e pressoché esclusivamente politica, una sorta di via di mezzo tra il canone crociano ed il principe machiavelliano, da parte di questi cattolici di strettissima osservanza sul piano religioso, era stata ragionata in termini espliciti, quasi un passo avanti consequenzialmente necessario nella prospettiva mondana, e perciò materialistica, che l'acquisizione ormai pacifica del metodo democratico dischiudeva al cattolicesimo politico. Né comunismo annacquato e imborghesito né oscuro e modernistico ritorno pseudo evangelico alle origini, precisava combattivamente Voce Operaia: e proseguiva: « Accettiamo la fondamentale concezione cattolica nei riguardi della persona umana ma affermiamo contemporaneamente che la dignità dell'umana persona, oppressa, immiserita, soffocata nella moderna società borghese, può essere concretamente difesa oggi solo dalla politica comunista e perciò ritrova il suo pieno rispetto, il suo stabile equilibrio solo in una società liberata dalle contraddizioni dell'imperialismo, e cioè in una società senza classi, quale unicamente il proletariato ha la concreta possibilità di creare». Un discorso sociologico e classista di questo tipo non poteva peraltro prescindere dalla realtà politica dei partiti ag-

( 15 )

Vedasi un'esposizione del primo opuscolo (col testo integrale)

ed una più succinta del secondo in Lorenzo Bedeschi La sinistra

cristiana e il dialogo con i comunisti, Guanda 1966 pp. 33 sgg. e 128227.

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gruppati nel comitato centrale di liberazione: ed è sintomatico che Voce Operaia riporti l'odg Bonomi del 5 ottobre sulla questione istituzionale da risolversi alla fine della guerra « nella sua interezza non pregiudicabile da sostituzione di persona» (1 6 ) e sciolga nel contempo un inno al comitato medesimo « concreto preannunzio del governo provvisorio » alle cui direttive dovevano conformarsi tutti i nuovi movimenti « non ancora in grado di rappresentare la volontà politica italiana», in un numero clandestino del 4 dicembre, proprio mentre l'estrema, e personalmente il Nenni, cominciavano ad inclinare all'esautoramento del comitato ed all'atmosfera da « salute pubblica » ( 17 ).

(16) Vedi il •testo dell'odg in Bonomi Diario di un anno, Garzanti 1947 p. 114. Da notare in questa riunione ed in quelle del 30 settembre e 16 ottobre (p. 120) l'atteggiamento temperatissimo, ben sottolineato da Bonomi, del comunista Scoccimarro, il quale sostiene tepidamente la linea Nenni - La Malfa per la sospensione delle prerogative regie e l'intransigenza assoluta, traendo infine Nenni dalla sua col pronunziare • parole sagge rivelanti un senso pratico e realistico ,. (vedasi anche a p. 163 il testo della lettera Bonomi di dimissioni 24 marzo 1944 col richiamo ai • giusti concetti» enunciati da Scoccimarro nell'adunanza del 18 circa la preminenza assoluta della guerra antitedesca, e soprattutto fa necessità di un'investitura regia al futuro governo, sia pure con delega di poteri ampissima da conferire al momento opportuno e tale da ridurre la monarchia ad «un'ombra»: tesi che i comunisti medesimi, per bocca di Amendola, avevano poi abbandonato il 22 per abbracciare la linea Nenni-La Malfa contro ogni collaborazione anche temporanea, sulla base dell'odg intransigente Gronchi del 16 ottobre che parlava di assunzione di « tutti i poteri costituzionali dello Stato• da parte del futuro governo). Che il dissidio in seno al comitato fosse insanabile a meno di un ravvedimento dei comunisti, che • si dimostrano meno intransigenti», seguendo « a malincuore• nel timore di restare isolati su una linea apparentemente meno estremista ad essi suggerita dalla loro • molta ragionevolezza•, è osservazione anche del Soleri (Memorie, Einaudi 1949 pp. 294 e 318) il quale, a proposito della •svolta•, non può che lodarsi dell'operato del -partito comunista • col suo realismo efficace e spregiudicato, ispirato a quel buon senso che da qualche tempo sembra esser divenuto suo monopolio ». ( 17 ) La notizia in Bonomi op. cit. p. 136 alla data 7 dicembre 1943 su informazione di De Gasperi proveniente da Nenni, la cui linea (è il commento bonomiano) • lascia prevedere distacchi dell'ultim'ora e situazioni nuove e imprevedute •· Sempre sulla Voce Operaia 4 dicembre 1943 si noti la polemica col democristiano Popolo che « pen-

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Tutto il potere al CLN - proclamava invece Voce Operaia 28 gennaio 1944 nel clima eccitato dallo sbarco di Anzio - In questa esigenza si riassume intero, per gli italiani tutti, il significato della prossima liberazione di Roma». Il potere al comitato implicava la liquidazione di Badoglio, in termini netti ( « Dovrà sgombrare il campo ») ma sintomaticamente differiti, appunto, alla liberazione della capitale, senza che del contemporaneo maneggio intorno al congresso di Bari, che avrebbe condotto all'irrigidimento socialista di cui parleremo tra breve, si faccia minimamente parola. Governo straordinario con poteri sovrani dei partiti anti• fascisti insediato a Roma è la formula del 27 febbraio di Voce Operaia, che segna un completo allineamento sulle posizioni estreme di socialisti e azionisti. L'importanza « enorme, essenziale, centrale » del comitato di liberazione viene ribadita dai cattolici comunisti nell'atto stesso in cui si contesta alla democrazia cristiana il diritto di rappresentarvi in monopolio le masse lavoratrici cattoliche. Il tradizionale discorso di classe di Voce Operaia si accentra perciò sull'unità sindacale proclamata a Napoli alla luce, purtroppo, di criteri autoritari che ricalcano « vecchi schemi sorpassati». Democrazia operaia, autogoverno popolare (non senza soluzioni originali: Ossicini ricorda il 19 giugno che l'Azione Cattolica è « porta aperta a tutti i cristiani sinceri » ), giacobinismo politico, sono dunque i capisaldi del movimento alla liberazione di Roma, sufficienti ad una presa di distanza obiet«

cola dubbiosamente ,. -tra monarchia e repubblica, lasciandosi andare per di più a « facili banalità e gratuiti sarcasmi che ricordano il malcostume politico fascista » (l'impostazione è ad hominem contro Andreotti ed il suo foglio ,giovanile La Punta che vedremo presi a bersaglio anche dalla sinistra democristiana: vedasi ancora Voce Operaia 27 febbraio 1944 in polemica con don Pignedoli e l'Osservatore Romano sul terrorismo partigiano, e contro l'interpretazione politica dei maggiori delitti fascisti, don Minzoni o Matteotti, tentata ancora dalla Punta). Molto interessante anche l'articolo 16 dicembre 1943 Tutti uniti per la difesa del nostro pane che prospetta un'organizzazione di quartiere a larga partecipazione di massa intorno al parroco con soluzioni caritative ed autonomistiche ad un tempo.

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tiva, pur palliata da disquisizioni teoriche ed accostamenti tattici, nei confronti del partito comunista ( 18 ), ed a ridimen• sionare nei limiti di una union sacrée patriottica l'adesione alla guerra di liberazione di cui dianzi si parlava. Tali distanze, tali limiti, sono ovviamente presenti in ma• niera assai più marcata all'interno del partito socialista. Anche Nenni, sull'Avanti! 5 giugno 1944, auspica « una politica di guerra che sia all'altezza della guerra combattuta»: e Sa· ragat gli fa eco due giorni dopo, in commemorazione di Buozzi, spingendosi quasi letteralmente sulle formulazioni comuniste ( « Oggi il terreno della lotta è unicamente ed esclusivamente rappresentato dai campi di battaglia»). Ma la guerra « sociale e civile» di cui parla Nenni è es• senzialmente una ripresa di motivi risorgimentali dell'interventismo, il proseguimento dei « fini democratici » come mezzo potente per consentire agli italiani di « ritrovare il senso della loro spontanea coesione, della loro naturale unità». Un posto per tutti nel combattimento, una unità nazionale solo intorno ai comitati di liberazione, in attesa che la fine delle ostilità permetta il processo al re ed alla borghesia al cospetto della Costituente. Qui l'altra componente massima del temperamento poli• tico di Nenni, il giacobinismo, gli prende chiaramente la mano, e lo conduce molto al di là di comunisti e Voce Operaia, fino

(18) L'opuscolo di Rodano nota che la classe operaia è stata battuta dal fascismo perché disunita e malguidata dal partito socialista (la cui insufficienza è consistita essenzialmente nell'estremismo e nell'indecisione) e perché si è potuto speculare sulla fede cattolica: donde la necessità di un rovesciamento che non rifugga dal cosidetto tatticismo e machiavellismo dei comunisti (Rodano in Voce Operaia 19 giugno 1944). Ed ecco come alla stessa data D'Amico chiariva l'as• sunzione strumentalistica del materialismo storico « scienza che scorge sperimentalmente a fondamento della lotta politica una lotta d'interessi economici polarizzati e resi forze politiche-attraverso le classi, le quali si definiscono appunto dalla solidarietà d'interessi economici dei loro esponenti. Scienza sperimentale, dunque, e non metafisica e concezione generale filosofica dell'uomo: scienza al pari della fisica o della biologia " ( è appena il caso di sottolineare l'ingenuo e quasi provocatorio sapore positivistico di una conclusione del genere!).

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all'auspicata serie di « misure di salute pubblica » ai danni della « reazione in agguato» da eseguirsi mercé la « concentrazione nelle mani di un governo di emergenza straordinario di tutti i poteri dello Stato» (si noti la calcolata indeterminatezza delle espressioni). Questi erano stati, com'è noto, i concetti informatori dell'odg del 9 febbraio 1944, fortemente critici nei riguardi delle decisioni di Bari a causa della mancata incriminazione del re e messa in mora della monarchia fino alla proclamazione della repubblica da parte della Costituente secondo quanto l'esecutivo socialista aveva proposto nella lettera affidata il 20 gennaio a Lizzadri (non si parla dell'abolizione della proprietà capitalista e della costituzione di una camera dei consigli, che costituivano ulteriori corollari del messaggio, in cui forse aveva prevalso il pensiero di Vassalli su quello di Nenni e certamente su quello di Buozzi) ( 19 ). Il documento del 9 febbraio può reputarsi per parte socialista la più autorevole presa di posizione prima della liberazione di Roma. Ma, a differenza dei comunisti, dove pur sfumature d'atteggiamento non mancano, specie al Nord ( 20 ), ed almeno

(19) Lizzadri nell'op. cit. p. 140 riassume largamente la lettera ma a p. 153 alla data 20 febbraio 1944 parla genericamente di « molta cordialità e fiducia » regnanti nel Sud verso l'esecutivo romano, senza entrare in detta~li sulle risonanze dell'odg del 9, il cui contenuto era stato trasmesso li 14 in sintesi da Nenni. Si veda nel testo per l'atteggiamento dei socialisti meridionali. Si noti che la formula dei « pieni poteri» sostituita a Bari a quella di « tutti i poteri costituzionali dello Stato » suggerita da Roma era stata -lodata come « più transigente e adattabile» da Bonomi il 2 febbraio (op. cit. p. 145). Tale apprezzamento sopravveniva quarantott'ore dopo che Nenni aveva fatto rientrare il proposito di Andreoni, il principale esponente militare socialista, d'impedire con la forza l'occupazione di Roma da parte di elementi badogliani (Armellini, Bencivenga, Monteremolo, tutti sostenuti da Bonomi) in seguito allo sbarco di Anzio (op. cit. p. 143). ( 20 ) Interessanti soprattutto le testimonianze di Secchia su La Nostra Lotta tra il dicembre 1943 e l'apri.le 1944 (ora ne I comunisti e l'insurrezione, Roma, Cultura Sociale 1954 pp. 49, 130, 161) che illustrano il passaggio dal ruolo distinto e preminente dei comunisti in seno al comitato di -liberazione per una spinta a sinistra in rappresentanza del proletariato che rifiuti una rivoluzione impossibile ma anche un blocco delle sinistre, fino alla « realizzazione in primo luogo

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prima dell'arrivo di Togliatti, in campo socialista le divergenze sono assai più sensibili, sicché il documento in esame può più correttamente definirsi quale espressione tipica del gruppo nenniano e dei « giovani turchi » della sinistra rivoluzionaria. Inviato Pertini al Nord dopo l'avvenuta liberazione da Regina Coeli, rimaneva infatti in primo luogo Saragat, che un intenditore come Bonomi giudicava « socialista profondamente imbevuto di metodo democratico ... molto prossimo al mio pensiero politico giacché vuole camminare verso le finalità socialiste col metodo democratico» (2 1). E vi erano poi i socialisti meridionali, andati al governo con Badoglio, il cui atteggiamento merita qualche riflessione più particolare. Giova comunque sottolineare che essi solo il 4 marzo 1944, dall'edizione napoletana dell'Avanti! deliberata fin dal 31 gennaio precedente, vennero a conoscere il testo esatto del patto d'unità di azione con i comunisti, di cui fino alla venuta di Lizzadri ignoravano persino l'esistenza ( 22 ). Procediamo pertanto preliminarmente, sulla base dei testi pubblicati in Lizzadri ed in raccolte ufficiali comuniste, all'esame di questa documentazione unitaria, il cui peso, com'è ben noto, grava assai più massicciamente sulla storia del partito socialista anziché su quella del partito fratello ( 23 ). L'intesa che Romita e Vernocchi per i socialisti (a quanto pare a titolo pressoché personale) stringono con i comunisti Roveda ed Amendola il 4 agosto 1943 si limita all'impegno ad « agire sempre in stretto accordo nel quadro delle alleanze rese necessarie dalla situazione ». Non sembra che i comunisti abbiano dato gran peso a que-

dell'unità di tutte le forze nazionali e sinceramente patriottiche « sostituita come obiettivo all'avanguardia operaia e combattente (il ruolo togliattiano di Amendola a Roma ed a Milano va studiato con cura). ( 21 ) Op. cit. pp. 171 e 178 alle date 31 marzo e 9 aprile 1944. ( 22 ) Op. cit. pp. 149 e 156 alle date citate. ( 23 ) Op. cit. pp. 101 sgg. e Trent'anni ecc. cit. p. 198.

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sto ed ai successivi documenti (2'•). Per i socialisti, viceversa, strettisi il 22 agosto in partito di unità proletaria ( « aggiunta che è programmatica ») col movimento e con l'unione che a tale unità già si richiamavano, il problema dell'unità d'azione assume subito un rilievo preponderante: il partito, leggiamo nella dichiarazione finale ( è stato eletta la segreteria Nenni, Andreoni, Pertini) « si propone la piena unità proletaria, con la fusione di socialisti e comunisti, e l'azione di un solo partito rivoluzionario del proletariato » ( 25 ): esso « intende realizzare la fusione dei socialisti e dei comunisti in un unico partito, sulla base di ima chiara coscienza delle finalità rivoluzionarie del movimento proletario». È evidente pertanto come il nuovo partito non potesse porsi se non semplicemente quale « strumento politico atto a portare i lavoratori al potere e alla trasformazione della società nel nuovo ordine socialista ». In attesa di tali obiettivi massimi, peraltro, che avrebbero logicamente condotto alla liquidazione del partito come tale, esso ( e in questo assestamento tattico di gusto filocomunista dietro la fraseologia demagogica si riscontra la ricerca di escamotage da parte di Nenni) suggerisce alle masse di « imporre l'assunzione del potere da parte di un governo provvisorio di salute pubblica il quale sia emanazione dei partiti popolari e progressisti (sic!) ... e poggi saldamente sulle organizzazioni popolari che vanno sorgendo » allo scopo di perseguire, su questa piattaforma di massa tipicamente comunista, che ripudia il partito autoritario di gusto giacobino, « un'opera di salute pubblica inflessibilmente condotta ». Nulla di questi obiettivi programmatici, viceversa, nel do-

( 24 ) Né il Grilli nel volume Due generazioni - Dalla settimana rossa alla guerra di liberazione, Rinascita 1953 pp. 205 sgg. per il periodo post 25 luglio né Amendola e Scoccirnarro nella raccolta di foro scritti prevalentemente meridionalistici o finanziari si diffondono sul problema dell'unità d'azione. ( 25 ) Nei confronti degli altri partiti antifascisti il documento esprime gelidamente « naturale colleganza ».

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cumento che Nenni, Pertini e Saragat (il quale ultimo sostituisce Anòreoni: si ponga mente al fatto che i firmatari rappresentano la corrente socialista tradizionale, nelle sue sfumature riformista e massimalista, ma non i nuovi fermenti leninisti e « proletari » dei « giovani turchi ») sottoscrivono con Scoccimarro ed Amendola il 28 settembre, salvo a renderlo pubblico il 17 ottobre 1943, all'indomani cioè dell'accennata tempestosa approvazione dell'odg. Granchi, durante la quale Scoccimarro ha agito visibilmente da freno su Nenni, isolando La Malfa. I due partiti « fermamente risoluti a realizzare in Italia l'unità politica della classe operaia, che è la condizione prima perché questa possa assolvere con successo il compito a cui oggi è chiamata dalla storia di costituire l'avanguardia e la guida della nazione« individuano nell'unità d'azione la via che conduce all'unità organica e costituiscono all'uopo comitati permanenti e di studio su problemi sindacali, allo scopo (la tematica comunista comincia a grandeggiare) di generalizzare l'alleanza tra operai e contadini e di « raccogliere in un sol fascio » le forze popolari e produttive della borghesia tecnica, intellettuale ed impiegatizia, contando in merito sulla solidarietà degli affini movimenti internazionali ma soprattutto riconoscendo nell'Unione Sovietica« l'avanguardia del movimento operaio e fa più sicura alleata dei popoli nella lotta contro le forze reazionarie ed imperialistiche per l'indipendenza e la libertà »: tocco finale che ribadisce vivamente il prevalere dell'impostazione comunista nel documento, sì da giustificare il 5 novembre le dimissioni di Andreoni e la sostituzione sua e di Pertini, arrestato con Saragat, rispettivamente con Vassalli e Lizzadri, il « sovietismo » e fusionismo risoluti dei quali ribadisce intorno a Nenni un'atmosfera estremista rispetto all'ambiente dei Buozzi e dei Romita, che risulta completamente emarginato (u). All'atto della

(26) Si noti per il retto intendimento del testo che il « sovietismo » culturale e rivoluzionario di Vassalli, uno dei « giovani turchi», non è fusionista, mentre lo è accesamente e tradizionalisticamente il massimalismo « terzinternazionalista » di Lizzadri: ma le due spinte con-

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ripresa delle relazioni col Sud, dunque, la situazione a Roma è chiaramente assestata in un senso determinato, pur se Liz-

zadri, prendendo contatto con gli Alleati il 24 gennaio 1944, esclude una soluzione di tipo sovietico ( che era prospettata espressamente nella lettera riservata al partito) pronunziandosi per una repubblica democratica. Tale era anche l'orientamento della minoranza dei socialisti meridionali, affermatisi il 20 dicembre 1943 con lo Stampacchia per una partecipazione attiva alla vita intera della nazione (l'Avanti! di Bari avrebbe continuato a parlare nel mese successivo di lotta e non guerra di classe, o addirittura di collaborazione che escludesse soltanto l'armonia di gusto corporativistico e fascista, ed ancora di metodo democratico e libertà politica che escludessero ogni soluzione dittatoriale dopo il fascismo) mentre la maggioranza del consiglio nazionale, con Cacciatore e Gaeta, si dichiarava per « un governo che riorganizzi il paese in senso socialista » {27 ). La missione Lizzadri s'inquadra in quest'atmosfera sotto una luce triplice, come emanazione cioè del comitato centrale di liberazione di Roma ( « sparizione » del ministero Badoglio e « costituzione di un governo straordinario di liberazione nazionale che assuma tutti i poteri costituzionali dello Stato sen-

vergono obiettivamente a creare intorno a Nenni un clima ben più filocomunista rispetto al libertarismo di Andreoni o alla discendenza turatiana di Pertini. Quest'ultima notazione giova poi a spendere qualche parola circa il « fusionismo», etichetta che in seno al partito socialista può adattarsi alle più svariate interpretazioni, dal ritorno del comunismo nell'alveo del socialismo «unitario• appunto di Turati e Matteotti (Pertini e Saragat) all'evoluzione «proletaria• e trotzkista di tutto intero il movimento operaio (i « giovani turchi ») fino al « blocco unico rivoluzionario » di gusto giacobino ed interventista che prevale in Nenni, a parte, s'intende, il fusionismo « puro», d'ispirazione sindacale prima ancora che «proletaria», di Lizzadri. ( 27 ) Lepre op. cit. pp. 19, 47, 52. Quanto all'attività ministeriale comunista a Salerno si notino a pp. 144 e 149 i severi giudizi dello studioso comunista sull'intervista Pesenti all'Unità 14 maggio 1944 (che avrebbe impedito alle sinistre d'influire sulle future strutture economiche del paese) e sul fallimento del tentativo di Gullo di mobilitare le masse intorno ai cosiddetti granai del popolo.

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za compromettere la concordia della nazione e senza pregiudicare fa libera espressione della volontà popolare sulla forma istituzionale » }, dell'esecutivo segreto socialista di Roma (repubblica, processo al re, socializzazione e camera dei consigli ad opera della Costituente, governo straordinario di salute pubblica immediato) ed infine del particolare ambiente estremistico meridionale, che raccoglie i tre partiti di sinistra e viene interpretato assai volenterosamente da Lizzadri medesimo, col famoso odg. « cretino » (la definizione è di Croce) (JII) che postulava l'incriminazione immediata del re e la trasformazione del congresso di Bari in assemblea rappresentativa fino alla Costituente, con obiettivi preminenti di governo di guerra. Il vistoso disorientamento così tattico come strategico di cui davano in tal modo prova i socialisti veniva accentuato da una risoluzione del consiglio nazionale, della quale il Laricchiuta dava lettura al congresso di Bari nella mattinata del 28 gennaio ( 29 ), nella quasi incredibile prospettiva della « restaurazione in Italia di una democrazia del lavoro ». Ma tutto il comportamento dei socialisti a Bari rivelava i limiti gravissimi del partito sotto ogni punto di vista, dalle cavillose insistenze di Gaeta ( dettate da .gelosia ben fondata contro il partito d'azione) per la verifica dei poteri all'interpretazione benevola data da Fioritto, dopo tante numerose sparate, sul compromesso Cianca (che ribadiva la richiesta d'immediata abdicazione del re ma attribuiva al nuovo governo, come si è visto, soltanto i « pieni poteri» dando vita nel frattempo alla giunta esecutiva) (31l) fino alle bizzarre impennate persona-

ressi organizzati, prevalentemente eletta dalle rappresentanze del lavoro e delle professioni ». Quanto al ruolo rilevatiss~mo di De Gasperi nel corso della lotta clandestina a Roma il Diario di un anno di Bonomi è ricco di notazioni, qua e là confermate da Lizzadri (p. 35 d'accordo con Bonorni respinge ,l'avance di Casati per una partecipazione al mini-stero Badoglio; p. 71 1'11 agosto 1943, sulla stessa linea e questa volta d'intesa anche col comunista Roveda, respinge l'appello alle masse nel presente momento politico; p. 83 il 25 agosto, sempre con Bonomi, rifiuta la proposta La Malfa di giudicare Badoglio corresponsabile della calata in forze dei Tedeschi in Italia; p. 135 il 5 dicembre, con Bonomi, Ruini e Casati, fa naufragare la proPoSta Nenni per un direttorio formato dal presidente del Consiglio e da sei ministri senza ,portafoglio rappresentanti dei partiti alle cui dipendenze sia un ministero puramente esecutivo, per affermare il principio della discussione in comitato ristretto e della decisione in consiglio dei ministri collegialmente; p. 158 il 18 marzo 1944 si pronunzia fortemente per Bonomi in merito all'odg socialista del 9 febbraio, pur tentando, con Cevolot-to, di evitare la rottura: si tratta, ovviamente, delle prese di posizione politicamente più significative, al di là dei machiavelHsmi di fine luglio 1943 contro un ministero antifascista che si limitasse a raccogliere l'eredità della disfatta). ( 49 ) Dal diario del Croce risulta che il Rodinò si mostra fautore del ritiro di Vittorio Emanuele ed Umberto fin dal 30 ottobre 1943 (l'opuscolo di De Gasperi di cui alla nota precedente accenna viceversa di volo all'importanza sostanziale e non formale della questione istituzionale). Più tardi viceversa, nel colloquio col Croce e l'Arangio Ruiz del 23 gennaio 1944, egli appare incline alla « porta aperta» nei confronti del principe ed avverso all'intransigenza di Croce e soprattutto di Sforza. Ben noto è poi, a metà aprile, il « penoso contrasto » tra il Croce e Rodinò per l'attribuzione ad Omodeo del portafoglio dell'Istruzione (si veda in merito I'op. cit. del Croce ad datas).

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tutto, ed ovviamente, ferma fede nei valori morali, riconoscimento e rispetto della personalità umana, ma precisando subito dopo che nessuna divisione avrebbe potuto incrinare l'unità del partito in merito alla questione istituzionale, la cui soluzione doveva venir abbandonata alla libera manifestazione della volontà popolare (anche quest'astensione del giudizio, che si cominciò correntemente e quasi caricaturalmente a chiamare agnosticismo, rientrava nella via regia della prospettiva liberale e particolarmente crociana, pur se priva delle sue giustificazioni strategiche, ed ispirata ad esigenze pratiche pressantissime). Rodinò proseguiva risfoderando la tematica tradizionale cattolica circa la libertà d'insegnamento e la « necessità inderogabile» d'autonomie locali, sindacali ed economiche, fino alla costituzione della regione con connesso contorno di relativi enti autonomi. La richiesta del voto alle donne, che poneva i cattolici (anche se con tutti i sottintesi sociologici del caso, propri della peculiare situazione italiana) all'avanguardia nel campo delle riforme strutturali politiche, veniva bilanciata con la prospettiva medievaleggiante (già propria del resto di De Gasperi e della sua eredità culturale « austriacante ») di un comune governato col voto prevalente dei capifamiglia. Il paternalismo conservatore della visione democristiana si accentuava subito dopo, non tanto magari attraverso la difesa del « principio essenziale e dominatore » dell'unità della famiglia quanto soprattutto nel proposito, politicamente assai poco perspicuo, di evitare « asprezza di continua lotta di opposti partiti, lotta che spesso, determinando continui mutamenti, ritarda e paralizza l'azione ». La libera concorrenza contraria al permanere di ogni privilegio economico, la diffusione dell'istruzione tecnica, la pacifica collaborazione tra capitale e lavoro, la difesa della piccola proprietà, l'incremento dell'assistenza pubblica e della previdenza sociale, rappresentavano i punti salienti del programma cattolico nell'esposizione di Rodinò (anche questa necessità di definirsi a lunga prospettiva elettorale, senza alcun accenno ai colossali eventi politici e mili-

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tari in corso, costituisce una caratteristica democristiana e la spia di una determinata concezione della strategia per la conquista del potere). « Idee ricostruttive di pratica attuazione, lontane da ogni utopistica ed allettatrice dottrina » venivano dal Rodinò definite quelle prudentissime del programma cattolico (l'unico accenno riservato alla politica, per così dire, militante concerneva, molto sintomaticamente se si considerano certi aspetti del successivo sistema degasperiano, la « insana politica internazionale fascista») con l'evidente scopo di prendere le distanze nei confronti delle sinistre. La ricostruzione, che costituirà in seguito il mito degasperiano, diventa fin d'ora la parola d'ordine della democrazia cristiana, un'affinità profonda ma anche una divergenza sostanziale rispetto alla « continuità dello Stato» cara ai liberali (se De Gasperi si reputa senz'altro erede ammodernato del giolittismo, per Piccioni e Granchi il rifiuto della cosiddetta democrazia prefascista è netto e globale, sulla linea dei Saivernini e dei Parri: e questa sfasatura interna, che spesso si accentua in forme di fratture drammatiche, costituisce uno dei temi più suggestivi nella storia della democrazia cristiana per gli anni che ci interessano) .. I nomi di Rodinò e De Gasperi sono in certo senso emblematici per intendere -l'animo composito eppur unitario della democrazia cristiana all'atto della liberazione di Roma per quanto concerne l'ambito meridionale. Non per nulla infatti essi, con i più giovani Scelba e Spataro, ed insomma l'entourage centrista sturziano, avevano procurato nell'estate 1942 di far risorgere la vecchia denominazione laica, radicale e socialmente polivalente di partito popolare per la nuova formazione politica che la sinistra soprattutto lombarda aveva voluto viceversa battezzare democrazia cristiana, una chiara indicazione ideologica e sociale, un richiamo alle origini murriane di Sturzo che emarginava gran parte dell'opera successiva del sacerdote siciliano. Il programma ed il manifesto di Piero Malvestiti metteva fuori a nome dei cattolici milanesi in contemporaneità con la

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caduta del fascismo (so) segnavano infatti un distacco pronunziato di gusto e di linguaggio, se non propriamente di sostanza, nei confronti della maggioranza ex popolare (un discorso del tutto a sé è da farsi per Granchi, le cui « informazioni precise e molto dettagliate» sul Gran Consiglio, testimoniate da Bonomi, ed il cui appartarsi successivo al fondamentale odg. repubblicano del 16 ottobre 1943 per l'assunzione da parte dei sei partiti di tutti i poteri costituzionali dello Stato meriterebbero un'indagine particolare: e Io stesso dicasi per il suo compagno d'armi Achille Grandi e la sua azione per l'unità sindacale (5 1). I documenti di Malvestiti toccavano problemi di massima, ma con angolazione molto significativa, nel manifesto ( svolgimento della libera iniziativa, tutela dei diritti del lavoro, difesa della proprietà come funzione sociale, lotta contro le incrostazioni capitalistiche per la salvaguardia della giustizia, « indipendenza vigile e perfetta» del partito cattolico) mentre

(SO) Vedili in Francesco Magri La democrazia cristiana in Italia, Milano 1954, I pp. 1.27 e 246. Altre notizie in Galli e Facchi La sinistra democristiana - Storia e ideologia, Feltrinelli, 1962, pp. 33-48. Di Malvestiti si vedano anche ,gli articoli raccolti ne La lotta politica in Italia dal 25 luglio 1943 alla nuova costituzione, Milano 1948 specie pp. 18, 22 e 34 (Popolo e Libertà di Bellinzona 26 e 27 novembre e 2 dicembre 1943, fermi i primi nello stigmatizzare l'identificazione tra liberalismo e capitalismo nonché :la pregiudiziale repubblicana ed anticlericale del partito di azione in esclusiva funzione antitotalitaria, assai sfasato nel profetizzare l'estranei,tà delle sinistre al rivolgimento politico italiano in corso: « C'è il pericolo che specialmente i giovani si interessino di Marx come il pesce di una mela»). (51) Vedi in merito, oltre Galli e Facchi l. cit., Giorgio Tupini I democristiani, Garzanti 1954 che a p. 81 riporta il testo del patto con cui il 24 gennaio 1944 i sindacati bianchi campani di Gava, Colasanto e Mario Riccio confluivano con socialisti e comunisti in una sola confederazione generale, nel rispetto della fede religiosa, nell'indipendenza dai partiti politici e nell'auspicio del superamento della condizione proletaria e dell'organizzazione professionale di diritto pubblico. I comunisti avendo disdetto il patto nel mese successivo, si costituì la Confederazione Italiana del Lavoro, che con molta riluttanza piegò nel giugno al dettato unitario del patto di Roma di cui si parla nel testo (Rapelli era con Grandi e Gronchi su posizioni unitarie mentre Vanoni e Pastore collaboravano più strettamente con De Gasperi).

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il programma si diffondeva in lineamenti d'azione molto dettagliati. La federazione europea, anche qui un chiaro aggancio a De Gasperi, veniva al primo posto, prima ancora della rivendicazione dell'indipendenza e della sovranità della Chiesa e dello Stato « nei fini rispettivi », ovvero dell'auspicio di una ispirazione cristiana nella vita dello Stato. Assai notevole la successiva precisazione circa l'intangibilità dei Patti Lateranensi fino ad eventuale modifica di comune accordo, mentre una nuova suggestione degasperiana poteva ravvisarsi nello auspicio del rafforzamento della famiglia « anche con attribuzioni· di carattere politico». Alla regione si attribuivano funzioni normative, al governo parlamentare si richiedevano garanzie di stabilità (e ciò quantunque venisse risollevata la vecchia bandiera proporzionalistica). Vietato lo sciopero nei servizi pubblici, si sarebbe dovuto tendere all'arbitrato obbligatorio nel « rispetto e protezione di ogni sana iniziativa individuale nel campo della produzione e del lavoro ». La partecipazione operaia agli utili, l'intervento statale per la tutela del consumatore, la condanna delle grandi imprese e dell'egemonia capitalistica, la difesa e l'incremento della piccola proprietà, della cooperazione e della bonifica antilatifondista, costituivano i successivi punti del programma economico di Milano, tradizionalisti ed attardati, come è facile vedere (l'empirismo riformatore di De Gasperi avrebbe fatto rapidamente giustizia di questa fragilissima piattaforma programmatica, la cui stessa fragilità è peraltro molto indicativa) e pericolosi nell'auspicio di trasformazione delle strutture corporative fasciste in organi consultivi ( 52 ). La libertà dell'insegnamento, infine, la scuola come integrazione della famiglia, l'autonomia universitaria e l'esame di Stato riprendevano anche in campo scolastico la tradizione cattolica, che

e

(52) D'altronde anche il ,programma agrario veniva prospettato salvi i diritti della giustizia e le esigenze dell'economia».

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si riaffermava in via conclusiva con la politica demografica da perseguirsi a norma della morale cristiana, con la libertà regolata e tutelata dell'emigrazione, con la «dignità» dell'iinpiego pubblico, col riconoscimento del sacrificio dei combattenti, con l'inquadramento dell'economia italiana in quella internazionale. Il documento democristiano, in poche parole, si presentava chiaramente come un organico programma di governo, l'eredità del fascismo al potere bell'e pronta la sera stessa delle dimissioni del cavaliere Mussolini, un programma da ministero Meda d'antemarcia (non certo diciannovista!), un'avance indiscriminata ai ceti medi al di là della guerra, del fascismo e della monarchia (non si parla certo di fermenti rivoluzionari!). Per comprenderla meglio, e per intendere anche il carattere personalistico e frazionistico che vengono ad assumere anche immediatamente le opposizioni interne, conviene sintetizzare l'atteggiamento dei cattolici meridionali e della stampa influenzata dalle gerarchie ecclesiastiche prima della liberazione di Roma. Si è già accennato ad alcune prese di posizioni di Rodinò e Jervolino nel seno della giunta eletta al congresso di Bari (studi particolari meriterebbero l'azione del battagliero don Nicoletti e del giovanissimo Riccardo Misa-si a Cosenza, sulla scia di una fiorentissima tradizione democristian.a, il pugliese Risveglio, l'Unità del siciliano Alessi e soprattutto l'attività napcletana di Angelico Venuti « cara e buona persona» nell'affettuoso ricordo crociano). L'impostazione di Jervolino, il 21 febbraio 1944, per la collegialità della giunta superiore ai singoli partiti o l'accennata prospettiva ministeriale di Rodinò, prontamente confluente su fondo legalitario con quella di Togliatti (il 15 aprile lo avrebbe chiamato « amico ») nella prima riunione di giunta a cui questi prendeva parte, il 3 aprile, il significativo « Abbiamo sbagliato » di Jervolino, sempre il 15 aprile, nell'istanza tutta togliattiana di porre fine alla stasi dei partiti, ed in tutta fretta, costituiscono i principali documenti di una disposizione conservatrice duttile ed intelligente, che

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s'inseriva autorevolmente tra le forze apparentemente preponderanti a Napoli del liberalismo crociano e del comunismo, isolando l'intransigenza di azionisti e socialisti. La linea democristiana era stata del resto già illustrata pressoché definitivamente al congresso di Bari, dove il Venuti aveva letto un odg in precedenza concordato tra i cattolici meridionali, col capitale auspicio della consultazione popolare sulla questione istituzionale alla fine della guerra (anche l'abdicazione del re e « la formazione di un governo a larga base democratica con i pieni poteri al fine di potenziare ogni energia per la guerra nazionale ... e rendere possibili le necessarie riforme istituzionali » sarebbero stati capisaldi delle imminenti deliberazioni congressuali, tanto più rilevanti se confrontati, ad esempio, con l'odg Omodeo per la disobbedienza civile dei funzionari pubblici). Intervenendo sull'odg conclusivo Giulio Sansonetti rilevò con forza lo sconveniente distacco che esso segnava (per prevalente influsso liberale) nei confronti della intransigenza di Roma e rivendicò l'originalità della linea democristiana, pur « più tenue in qualche cosa» rispetto a quella concordata tra i sei partiti. « L'unità dei cattolici fra di loro e difronte ai terzi si leggeva il 15 giugno 1944 sul Quotidiano, l'organo sorto con l'approvazione della Santa Sede e gli auspici dell'Azione Cattolica, dopo che la patria, l'ordine giuridico, l'autorità legittima e l'influenza pratica della Chiesa erano stati specificati quali capisaldi dell'attività politica dei cattolici - è una esigenza di carattere non solo religioso e caritativo ma rappresenta il migliore apporto della nostra essenza di cristiani oppure lo scandalo sociale più immediato in quanto i terzi considerano pur sempre i cattolici come un blocco ». Questo rappel, su fondamenta fieramente conservatrici e confessionali, rappresentava il punto d'arrivo, il restaurato clima di libertà, di una distinta tematica ecclesiastica che, nel corso del nonimestre nazifascista, si era espressa soprattutto nelle pagine della Civiltà Cattolica. I Gesuiti, com'è ben noto, avevano accolto la caduta del fascismo su una linea di accen-

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tuato lealismo conservatore. Nell'ora grave della patria intitolava un suo editoriale del 7 agosto 1943 la Civiltà Cattolica, insistendo sulla necessità di aiutare l'autorità pubblica a reggere le sorti del paese, di far tacere ogni risentimento« perché non sia turbata da nessun gesto inconsulto l'unione degli animi», di tornare «integralmente» (e qui l'appello virtuoso e paterno comincia ad assumere più risoluti connotati politici) alle istituzioni civili non effimere e contingenti appoggiate su ideologie temporanee e aberranti, e perniciose deviazioni, quali il naturalismo agnostico, il laicismo liberale, il marxismo, la statolatria, il positivismo giuridico, bensl sulla morale e la giustizia. L'intento polemico politico si rendeva assai più manifesto, al di là dell'estinzione dei rancori e della cooperazione con l'autorità legittima, nella cronaca contemporanea del 21 agosto dove, dopo l'agghindato cenno al « breve respiro dopo sì annoso riserbo e cauto atteggiamento di vita», dopo la segnalazione di spontanee manifestazioni di gioia talora turbate da vandalismi di elementi piazzaioli, si proseguiva così: « Anche gli antichi partiti si ridestarono dalla forzata quiete (sic!) e cominciarono ad agitarsi per muovere od accaparrarsi le folle, specialmente operaie» palesando una unità antifascista sorprendente solo per chi ignorasse l'attivissimo lavorio precedente, un ibridismo discutibile di postulati ma un lodevole senso d'ordine, specie se confrontato con le « prime incomposte reazioni di piazza » i « ditirambi della libertà », il « riaffacciarsi alla vita pubblica di personaggi e tendenze per lo meno discutibili», tutte cose messe opportunamente a tacere dalla censura preventiva, la quale aveva moderato gli ardori e richiamato l'attenzione « sui veri argomenti da meditare• in una atmosfera che la Civiltà Cattolica esplicitamente raffrontava con quella della restaurazione post-napoleonica o della Spagna, dopo la dittatura di Primo de Rivera. Naturalmente i Gesuiti non si limitavano alle evocazioni, ed è significativo che il 4 settembre il Brucculeri venisse fuori con uno scritto Spiritualismo delle fabbriche indicativo del clima di « ritorno integrale » dianzi auspicato.

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Non solo infatti divieto del turpiloquio, della bestemmia, della cattiva stampa, della promiscuità dei sessi, propugnava il Brucculeri nelle fabbriche ma altresì « impedire. con ogni oculata vigilanza la propaganda d'idee sovversive e irreligiose » (il facile accesso consentito al sacerdote, la diffusione di cappelle ed oratori, la stessa funzione educatrice attribuita alle classi superiori « per evitare il caos dell'anarchia senza tornare alle aberrazioni di un tempo» non rappresentavano che corollari marginali di un'impostazione politica chiarissima). Tale impostazione subiva per le vicende generali un necessario aggiustamento tattico, sicché non è meraviglia leggere, nel quaderno del 18 settembre che conteneva una requisitoria Libertà o liberalismo? del Messineo contro il Croce (uno dei personaggi « discutibili» segnalati in precedenza) anche questa sintomatica ammissione del Brucculeri: « Si potrebbe tollerare provvisoriamente (sic!) un'unità dei lavoratori in un solo organismo, con le relative clausole del rispetto ai nostri principi sociali e religiosi ». Esigenza di unità, ancorché tattica, insomma, o quanto meno di contatti e di alleanze: ma l'inquadramento ribadito è sempre accortamente quello conservatore e patriottico: « In gran numero già sorgono fra le classi colte - credeva di poter constatare il 15 gennaio 1944 il Brucculeri ( 53 ) - gruppi di volenterosi a cui strazia il cuore il bisogno della risurrezione della patria ... Noi pensiamo che non poche delle concentrazioni politiche pullulate fra noi, senza essere scevre di inevitabili scorie, siano accese dalla fiamma della comune salvezza». Tutta la prospettiva sociale delineata con felice tempestività dal Brucculeri nei mesi successivi (si vedano soprat-

( 53 ) Nel medesimo quaderno si veda un importante scritto dell'Oddone Le manifestazioni del pensiero e l'ufficio dell'autorità politica. Dello stesso autore notevole il 18 marzo La religione di Giuseppe Mazzini -presentata quale « esaltazione messianica di un agitatore

Politico».

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tutto i quaderni del 1° aprile e del 20 maggio) è d'altronde temperata di riconoscimenti e di agganci alle opposte concezioni politiche: « La socializzazione - egli scrive - non è. per se stessa intrinsecamente immorale. La socializzazione diventa illecita se è senza dati limiti, senza equo compenso, senza il dovuto riguardo alla libertà economica, senza alcuna ponderata gradazione (sic!)». Parimenti « l'aspettarsi dal cooperativismo la sostituzione del capitalismo e la radicale trasformazione dell'ordine presente è un'ingenua chimera» ma non vi è dubbio che quel sistema sociale possa migliorare e correggere le storture del capitalismo. Nulla di nuovo e neppure d'originale, s'intende, rispetto alla tradizionale dottrina sociale cattolica, ma cose importanti per il momento in cui venivano pronunziate e per l'atmosfera distensiva che andavano preparando, pur nella salvaguardia fermissima di posizioni fortemente conservatrici. L'apoteosi della violenza e i suoi frutti di tosco intitolava il 17 giugno 1944 il suo scritto l'Oddone, una sapiente parafrasi dell'allocuzione di Pio XU, della quale venivano lodati il « magnanimo amore fraterno » e la « nobile e saggia moderazione». La linea cattolica all'indomani della liberazione di Roma, in agevole armonia con quella politica della democrazia cristiana, era chiaramente delineata .

••• La storia del partito liberale sembra identificarsi in questo periodo, su prospettiva storica e culturale larghissima, prima ancora che politica, con quella individuale di Benedetto Croce ( 54 ). Tale sensazione è peraltro erronea. La grandissima maggioranza dei liberali è crociana ( con eccezioni significa-

(54) Per tutta la materia del presente paragrafo, ed in particolare per la ricostruzione cronologica delle prese di posizione del Croce, mi permetto di rinviare al mio lavoro Benedetto Croce e la società politica italiana in corso di stampa presso :le Edizioni del Centro Librario in Bari, soprattutto il penultimo capitolo (ma l'intero secondo volume va consultato per inquadramento generale).

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tive, Gentile, Carli) ma solo una minoranza ragguardevole è stretta all'ortodossia. I liberali costituiscono un campo d'Agramante non meno rissoso ed individualistico del partito d'azione, anche se il prestigio personale del Croce, un leader del tutto fuor del comune, li tiene precariamente insieme, nella persuasione, comune a moltissimi tra loro, d'interpretare più correttamente e fecondamente il maestro distorcendolo a destra ed a sinistra. Nondimeno, per intender meglio quello che verrà dopo, conviene distinguere nettamente la storia individuale di Croce (che riassume in effetti, e pesantemente, quella del liberalismo meridionale) dalla storia del gruppo romano e di Risorgimento Liberale, in cui diversità di generazione e di formazione politica, suggestione di altri maestri (soprattutto Einaudi, ma non solo lui) ed esigenze della lotta clandestina intervengono a determinare atteggiamenti particolari destinati a non restare privi di conseguenze nella storia tormentata del partito liberale dopo la liberazione di Roma. Non è un caso, in verità, che attorno ad Einaudi, ad un liberale di tradizione radicale e salveminiana come Zanotti Bianco, ad un interprete spregiudicato della filosofia idealistica come Antoni, si raccolgano in Roma, all'indomani del 25 luglio, un gruppo di giovani quali Carandini, Cattani, Carli, Rizzo, Calvi, Pannunzio, anch'essi parimenti provenienti da esperienze culturali e politiche diversissime, il liberalismo conservatore e laicista di Albertini reinterpretato in chiave radicale, l'incontro fra la tradizione giolittiana ed il cattolicesimo riformatore all'ombra magnetica di De Gasperi, il giornalismo inquieto del revisionismo fascista. Da questo gruppo, tra l'agosto 1943 e il gennaio 1944, vien fuori una serie di fascicoli (Primi chiarimenti, Realtà, Lineamenti di una politica economica liberale, Il problema istituzionale, Problemi del lavoro ed un sesto senza titolo) i quali costituiscono un'organica piattaforma programmatica di cui giova segnalare affinità e divergenze rispetto alla ben nota e ben più elaborata tematica crociana. I liberali romani, ad esempio (la cui attività di propaganda c1andestina è cominciata fin dal maggio 1943, a non

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parlare di quella precedente coordinata e spesso realizzata personalmente dal Croce) si pronunziano crocianamente per un liberalismo senza aggettivi, rilevando sprezzantemente che il fascismo ha preso spunto da tutte le tendenze politiche eccetto che da quella liberale. Diffidenti verso tutte le affrettate progettazioni di tecnica sociale e politica, pienamente confidenti nell'educazione spirituale, i liberali romani cominciano a distaccarsi dal Croce - che hanno sin qui fedelmente seguito e ad accostarsi ad impostazioni azioniste se non addirittura comuniste (è la grande e magnanima nebulosa dell'antifascismo, che principierà a dissolversi appunto dopo la liberazione di Roma, ed in parte in conseguenza di essa) col riconoscere fermamente gli errori commessi da tutta intera la nazione italiana, la quale « ha pienamente condiviso col fascismo la responsabilità del ventennio» talché oggi è da parlarsi di« consapevole espiazione ». Non si tratta, precisano i liberali romani, di rivoluzione che sfrutti .rancori e delusioni di ex fascisti, né di salto nel buio, bensì (qui la suggestione moralistica ed ideologica dell'azionismo si fa più forte, proprio nelle forme più acerbamente flagellate dal Croce) di « liberazione dai vizi», di libertà intesa come « battistrada della giustizia» in un mondo squadrato nella storica contesa tra liberalismo e comunismo. Crocianamente contrari agli individui responsabili della monarchia ma non all'istituto, stigmatizzatori della repubblica corrotta in Francia ed asservita al nazismo in Germania, i liberali romani non tardano a separarsi nuovamente dal maestro reputando la repubblica espressione di forma politica evoluta a cui il costume italiano non è ancora pervenuto.« Soddisfatti» dell'iniziativa privata ancorché fautori di una« ferrea disciplina» sulla classe industriale, i liberali romani prevedono che la statizzazione delle industrie e la spartizione delle terre non miglioreranno la sorte di operai e contadini e si limitano ad auspicare una partecipazione in misura crescente dei lavoratori ai risultati del lavoro: da Croce alla maggio-

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ranza democristiana, fermo il caposaldo privatista, la tematica economica è quanto mai generica e nebulosa. Quanto all'episodio contingente del 25 luglio ed alla soluzione badogliana, il gruppo romano (in cui si sarà notata la assenza di Casati e Soleri, gli uomini che ner periodo clandestino avrebbero assunto la rappresentanza liberale, mentre veniva su il nome di Brosio ( 55 ) deplora il « ravvedimento tardo, povero, senza vigore morale» della monarchia ed osserva sarcasticamente che « il collasso del fascismo ha tolto occasione ad una rivoluzione formale e poco seria ». Ribadita severamente (non senza qualche incongruenza) le necessità assoluta così del regime militare come di una • pace di espiazione», denunziata, anticipando Croce, la lunga solidarietà delle democrazie occidentali col fascismo, avvertito acutamente il pericolo che questo dia vita ad una massa di disoccupati, i liberali romani pongono alla testa del loro programma di studio e d'azione la federazione economica e militare europea ( ecco un nuovo punto di aggancio con i democristiani e la destra azionista) ( 56 ). Seguono la Corte di garanzie costituzionali (ancora i cattolici!), la lotta contro il privi-

(55) La poslZlone moderatissima di Casati risulta più volte nel Dia.rio di Bonomi, nel quale si vedano le pp. 137-8 (8-22 dicembre 1943) .per il particolare atteggiamento di Carandini, che è per la Costituente più l'abdicazione del re a costo di far accettare dal partito liberale la situazione rivoluzionaria che verrebbe di conseguenza a determinarsi nel paese (la tesi di Carandini, che Rodinò avrebbe fatto propria nell'aprile 1944 a Napoli, è che la stessa monarchia abbia interesse alla Costituente per poter .liquidare il « cencio sporco» del re). Quanto a Soleri (Memorie cit . .pp. 255 e 263) le sue iniziative più sintomatiche appaiono il colloquio 27 luglio 1943 con Gronchi per un partito nazionale di liberali, cattolici ed ex fascisti allo scopo di e fronteggiare il risorgere di un comunismo distruttore e travolgente» e la bocciatura, concordata il 4 agosto con Casati a palazzo Sciarra, di un odg di Calvi e Carandini per il ritiro dell'adesione a Badoglio se non si procede all'armistizio immediato (si noti che i due uomini politici difendono non solo l'istituto monarchico ma la stessa persona di Vittorio Emanuele). Vedasi invece Risorgimento Liberale clandestino 23 novembre 1943 per la reggenza proposta da Croce e Sforza. (56) Si parla addirittura di « orientamento paneuropeo» dell'istruzione nonché di elevamento dell'obbligo scolastico.

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legio industriale e il latifondo, il controllo dello Stato sui monopoli e le industrie protette, la partecipazione degli operai ai profitti e al controllo (sic!) delle industrie, la difesa della piccola proprietà e della moneta, un fiscalismo « non depressivo delle sane attività produttrici » (questa preoccupazione è tipica dei liberali e, lo vedremo, personalmente di Carli) ed infine il « ·riesame » dei Patti Lateranensi. Il gruppo romano si dichiara risoluto a lottare contro la plutocrazia privilegiata, protetta, monopolistica, consente a nazionalizzare (bm•ché si tratti di « parola equivoca e spesso priva di significato ») l'industria bellica ma non già quella elettrica (lo Stato deve limitarsi a fissare un massimo di tariffa), propugna il sistema delle partecipazioni statali, la « redenzione» della terra, l'appoderamento « a varietà regionale» attraverso « fattorie industriali » accentrate sulle unità urbane (la •riforma agraria come tale viene espressamente respinta in questa visione « scandinava » dell'Italia destinata a così mistificante fortuna), la diffusione delle assicurazioni sociali, la libertà sindacale (sic! è un tema che si esaspererà col patto di Roma ma ben presto verrà posto in soffitta), l'istituzione di un c0nsiglio nazionale del lavoro, l'estensione del demanio nazionale, la regolamentazione della politica dei lavori pubblici in modo da garantire la piena occupazione (si noti quanti punti della futura politica « centrista », anche nei suoi aspetti apparentemente più avanzati ed impegnati, si anticipino in questo documento di Carli e Carandini), la semplificazione delle imposte, la liberaliz!azione degli scambi ed infine la stabilità monetaria attraverso il sacrificio dei lavoratori a reddito fisso ed un « elevamento » del proletariato alle classi medie: il ciclo del riformismo economico conservatore è concluso. E tale sensazione si accentra allorché sentiamo dissertare di proprietà come dovere, di limitazione dei contratti collettivi, di esclusione dello sciopero in pubblici servizi (l'auspicio che la concorrenza non porti a deprimere i salari, i quali vanno agganciati al costo della vita, sembra rimanere nel limbo delle buone intenzioni). I liberali sono il partito dei

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consumatori, proclama il gruppo romano con un distacco indiscutibile dal gusto e dallo stile della « religione della libertà»: lo Stato ha il dovere di vigilare a garantire la concorrenza (sic!) e ad incrementare la politica dell'emigrazione. Una politica di piano, anche senza abolizione -della proprietà, sarebbe nociva, una nazionalizzazione generale non è consigliabile per non scoraggiare il capitale straniero: lo Stato deve dunque intervenire incessantemente per assicurare le condizioni di funzionamento dell'economia di mercato e, in caso d'impossibilità, deve avocare a sé e vendere a prezzi di concorrenza. La sostanziale durezza, dietro la duttilità apparente, della linea economica dei liberali romani è un elemento da considerare con attenzione ove la si raffronti all'assai maggiore spregiudicatezza e quasi arditezza (che si rivela dunque un diversivo tattico d'ispirazione ideologica in prospettiva di coalizione) mostrata dal gruppo nel campo strettamente politico, col suo proposito di conciliare liberalismo e democrazia, di estendere il diritto di voto alle donne (ancora un postulato democristiano!), di escogitare « ampie forme di autogoverno popolare» attraverso la « diffusione del metodo elettorale» e la larga autonomia concessa alle regioni (la stessa Corte delle garanzie costituzionali è concepita in funzione di difesa delle minoranze e degli individui). Se la giustizia sociale non è che un aspetto della libertà, non è meraviglia che i liberali romani plaudano alla rooseveltiana « libertà dal bisogno» a cui Croce avrebbe riservato così aspri sarcasmi, nell'intento di difendersi con energia ed intelligenza dai partiti totalitari. A tal fine occorre altresì che il re abdichi, avendo la monarchia mancato ai suoi compiti, e che si costituisca immediatamente un governo straordinario che avvii alla consultazione popolare (si noti come il tentativo di mediazione Carandini fra la tesi Croce-Sforza e quella socialista venga qui allargata ad un caposaldo fondamentale dei cattolici). Parimenti a questi ultimi sembra guardare la proposta di elettività del Senato come rappresentanza d'inte-

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ressi economici eletta dall'assemblea regionale o da organizzazioni professionali, mentre il rafforzamento dell'esecutivo e la costituzione della Consulta con senatori non compromessi col fascismo delinea una soluzione fortemente conservatrice che risospinge i liberali all'estrema destra dello schieramento politico esarchico (57 ). « Il partito liberale di oggi scriveva, antivedendo una conclusione del genere, Risorgimento Liberale clandestino il 15 aprile 1944 - a differenza di quello di ieri non è un partito di destra: perché anche da destra hanno fatto ingresso nell'arena i nemici della libertà .. I liberali si schierano al centro ... (58 ) la posizione più tormentata, più combattuta e rischiosa e di più grande responsabilità». Ed il combattimento veniva immediatamente, esemplarmente ingaggiato (uno dei grandi temi della nostra storia) col comitato centrale di liberazione nella sua accezione unitaria, « direttoriale» se non proprio rivolu-

(57 ) All'estrema destra effettiva, fuori del comitato, si poneva, come è noto, il partito democratico, della cui costituzione dava notizia Italia Nuova il 6 giugno 1944 come frutto della fusione tra il Centro della Democrazia Italiana, del quale erano a capo Lucifero e Selvaggi, direttore del giornale, erede della clandestina Unione Nazionale della Democrazia Italiana ( che aveva avuto tra le sue vittime il leader massone Placido Martini, il De Grenet e Carlo Zaccagnini), il Partito di Unione ed il partito socialdemocratico ,presieduto da Marcello Guidone (subito ne nasceva un altro con lo stesso nome). Il nuovo partito si dichiarava « aperto a tutti gli individui e gruppi politici italiani che, su basi democratiche, vedono la ricostruzione dell'Italia nel quadro della collaborazione nazionale e fra i popoli•· La istanza per la liquidazione dell'antifascismo era ribadita con l'insistenza sull'unità e la concordia, l'auspicio di uomini nuovi, il rifiuto di ogni eredità precedente, l'invito al Luogotenente perché venissero ascoltati tutti i capi politici. Se la « dittatura personale ,. di Badoglio andava eliminata, e se l'età impediva la soluzione Orlando « la più nobile e bella», s'imponeva logicamente quella Soleri ex combattente e non aventiniano (a differenza del poco energico Bonomi) « rappresentante tipico della democrazia progressista italiana»: e questo richiamo a Giolitti da parte dell'estrema destra proprio mentre De Gasperi procurava, con mezzi assai diversi, di assimilarne ed ammodernarne la lezione, ha un significato notevole. (58) Questa è notoriamente la soluzione teorica crociana e rappresenterà, anche nella lotta politica militante, uno dei nodi preminenti di dibattito nella nostra storia.

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zionaria, conferitagli dalle sinistre: « Il Comitato non è un governo e forse non è neppure bene che fo diventi - scrivono i liberali sempre a metà aprile, auspicando un governo efficiente di uomini non compromessi che conducessero la guerra a testa alta ( una designazione quasi ad personas!) - La sua ragion d'essere non sta affatto nel vincolare o sminuire la· monarchia prima che il paese decida delle proprie istituzioni... Non è necessario che si insedii al potere e domini dittatorialmente la vita del paese» {59 ). L'esperienza clandestina aveva evidentemente smussato molte asprezze e ridimensionato moltissime ambizioni: il saluto agli Alleati, il 5 giugno 1944, era formulato in termini di rigorosa ortodossia crociana: « ~ bene dirlo. Oggi noi diamo il benvenuto con la dignitosa tranquillità d'animo di chi non ha colpe da rimproverarsi ». Croce, dunque. I termini e le vicende dei suoi personali atteggiamenti politici, l'organizzazione dei volontari, l'idea della reggenza, l'intesa con Sforza per l'abdicazione del re, quella con De Nicola per la luogotenenza, le trattative ministeriali con Badoglio, l'attività a Salerno, il contorno d'interviste e dichiarazioni a ciò connesso, tutto questo è abbastanza noto, ed ampiamente dallo scrivente in altra sede trattato, perché debba qui tornarvisi distesamente. Preferiamo perciò soffermarci su altre prese di posizione di ordine generale, su giudizi ed anticipazioni che si collegheranno poi strettamente alla politica di tutto intero il partito liberale. Vediamo, così, ,già il 27 luglio 1943, all'indomani della caduta di Mussolini, profilarsi in Croce « molta tristezza e sentimento di ribellione » per la « pace di espiazione » che da parte alleata si delineava per « la nostra guerra sciagurata ». Degli azionisti « che impasticciano idee contraddittorie», fanno programmi ineseguibili e lanciano accuse e scomuniche

( 59 ) Sempre il 15 aprile si osservi quest'altra formulazione tipicamente crociana: « La libertà economica apre tutte le porte e non teme, anzi sollecita, le più audaci riforme ».

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sciocche e faziose « (13 agosto) s'è già fatto cenno {60 ), mentre la puntata polemica crociana al Senato « indegno, corrottissimo» si drcoscrive (20 agosto) all'ambito dell'epurazione morale e politica, senza quelle riforme di struttura vagheggiate dagli stessi liberali del gruppo romano. « Pensino unicamente a cacciare i tedeschi » è la parola d'ordine che il 6 ottobre Croce fornisce ai giovani volontari, e ciò si sottolinea come contributo a quell'atmosfera unitaria e patriottica che i comunisti fecero più tardi, e decisamente, propria, dopo che i democristiani avevano già individuato per essa la soluzione ministeriale ( 61 ). Parimenti è da segnalare la comunanza d'idee e di strategia che il Croce manifesta il 4 dicembre col Bonomi (62 ) allorché reputa « molto savia » l'idea della reggenza « anche per la considerazione che la repubblica è stata già proclamata dal nazifascismo e noi, dichiarandoci repubblicani, ci troveremmo sullo stesso terreno di questi » e con i liberali romani quando pensa di poter conciliare le tesi dei socialisti abbinando senz'altro plebiscito e Costituente come soluzione del problema istituzionale ( un ulteriore punto d'incontro può ( 60 ) La presentazione macchiettistica, il 28 settembre 1943, di un azionista napoletano, « ardito, risoluto e che rende servigi, ma sommamente ingenuo o ignaro delle cose politiche » (tutte queste notizie sono prese ovviamente da Scritti ecc. cit. ad datas) adombra peraltro un problema importante, la presunzione cioè azionista, ampiamente condivisa nell'opinione pubblica, di disporre di largo seguito in connessione con la diffusione in Italia del medio ceto intellettuale e burocratico (vi è qui un evidente errore di ottica nei confronti della democrazia cristiana, che si continua a considerare come partito conservatore clericale e contadino). Si noti poi l'assoluta concordia che il Croce afferma, 1'8 ottobre, tra lui e il Tarchiani. ( 61 ) « Solo problema urgente la ,guerra contro i tedeschi» è anche la conclusione del colloquio Croce-Piccardi del 13 ottobre, accanto all'abdicazione del re ed al conseguente accantonamento della questione istituzionale. ( 62 ) Diario ecc. cit. p. 111 alla data 22 settembre 1943: « ~ indubbio che questa proclamazione ( scii. della repubblica sociale) non lascerà indifferenti gli italiani. I fascisti applaudiranno, gli antifascisti fischieranno non la repubblica sibbene il nuovo apostolo, ma gli uni e gli altri constateranno che una monarchia è caduta e una repubblica è sorta, e che un problema nuovo si impone alla loro meditazione e alle loro successive determinazioni... La frattura (scii. tra Nord e Sud) può diventare pericolosa e va attentamente sorvegliata».

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segnarsi il 26 dicembre allorché Croce reputa mancante la tradizione repubblicana in Italia, che è perciò « impreparata » ad un mutamento istituzionale) (63 ). Un nettissimo e significativo contrasto, destinato ad aggravarsi, viene alla luce viceversa il 23 febbraio 1944 col sarcasmo sparso a piene mani dal Croce sulle « premure, e anzi smaniose richieste» per un programma economico del partito liberale, quello stesso che abbiamo visto a Roma sviscerato nei particolari, e che all'opposto il Croce ritiene non poter essere se non « ultragenerico e insipido o arbitrario e ciarlatano ». D'altronde il Croce medesimo, che il 12 gennaio, ai tempi dell'intransigenza assoluta antimonarchica coinvolgente anche Umberto, aveva fulminato contro il « cosiddetto partito democratico liberale, cioè regio», a metà marzo, nelle distrette che precedono l'arrivo di Togliatti, negozia col De Nicola una Unione Liberale, giungendo il 18 a vagheggiare « un appello ai partiti, cioè a quelli che non sono intrinsecamente e per istituto antiliberali (come per opposti motivi sono i comunisti e i cattolici o democristiani) per dimostrare agli altri partiti, che, se essi accettano e professano il metodo liberale, sono tutti liberali, non formando differenza né ostacolo i loro programmi economici». La concentrazione laica, insomma, è già in germe alla vigilia della « svolta » di Salerno anche se il suo ambito, ovviamente, non può che abbracciare, al di là della democrazia liberale di De Nicola, De Caro e Rubilli, la destra azionista di Omodeo e magari la democrazia del lavoro di Cerabona, non potendosi certo sperare udienza nell'azionismo dei Calace e degli Schiano, o nell'intero partito socialista, fermamente al!ineati sulla più rigorosa intransigenza. Questo « ampliamento del partito liberale » tramonta dunque rapidamente (né si realizzerà, come stiamo per vedere,

( 63 ) Si veda anche la nota del 31 dicembre circa l'impostazione rigorosamente liberale e crociana che Omodeo intende propugnare all'interno del partito d'azione.

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se non con la criticatissima fusione con la democrazia liberale) mentre la « svolta » induce al realismo e ai problemi concreti. Tra questi, il 9 aprile, discorrendo con Sforza, il Croce pone in primo luogo l'istituzione di una Consulta « alla quale il ministero possa presentare i provvedimenti che via via si prenderanno e rendere conto della gestione finanziaria» in una sorta di approssimativo ritorno al « pubblico controllo» (ma la formulazione politicamente è assai generica, e fo resterà a lungo, venendo dibattuto il problema della responsabilità ministeriale dinanzi alla Consulta e del potere d'intervento politico da parte di quest'ultima). ~ del resto di fondamentale interesse che il Croce, -l'indomani, discorrendo in conversazione confidenziale con i liberali Morelli, Cassandro e Calvi, prospetti la costituzione di un ministero « tale che non sia necessaria una crisi quando si giungerà a Roma, bastando riempire i vuoti che ora sarebbero coperti con interim e fare alcuni spostamenti », un ministero, cioè, non solo « badogliano » e «regio» ma pressoché del tutto prescindente dalla nuova realtà politica venuta in essere a Roma (non si parla ovviamente del Nord!). Socialisti e comunisti essendo ormai « tutt'uno » ( 19 aprile) il pensiero del Croce si rivolge, per il controllo delicatissimo delle leve economiche del paese, a personalità indipendenti come Piccardi o al « degno di stima e intelligente » Tarchiani (s'è già fatto cenno all'Omodeo ed alle relazioni affettuose di amicizia col Rodinò) (64 ). Le principali prese di

(64) Un cenno particolare deve farsi per .J'Arangio Ruiz, rappresentante assai rigido dei liberali nella giunta esecutiva e guardasigilli nel ministero di Salerno. Egli, come è noto, tenne a Bari la relazione politica, dichiarandosi d'accordo col comitato di Roma quanto alla sfiducia in Badoglio ed al rinvio della soluzione istituzionale, ma contrario al governo straordinario con tutti i poteri costituzionali, formula incerta e modo poco chiaro d'assunzione dei poteri, a cui andava pregiudizialmente accostato, invece, un « mutamento del detentore della corona» (cioè la reggenza). « Unione e resistenza» era stata la parola d'ordine conclusiva di Arangio Ruiz O'odg finale per l'abdicazione del re, il governo dei pieni poteri, la Costituente e la giunta sarebbe stato firmato per i liberali dal De Pietro).

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posizioni del Croce in consiglio dei ministri si sarebbero poi identificate, com'è noto, nella « convenienza di una Consulta da porre accanto al governo quasi simbolo (sic!) del non ancora esistente parlamento » (24 aprile), nella famosa replica all'intervista al Times di Umberto e nella non meno famosa schermaglia con i ministri d'estrema, compreso Omodeo, circa i patti agrari. Ma le parole che a noi sembrano più significative, quelle che meglio concludono questa parte introduttiva e delineano involontariamente il radicale cangiamento d'atmosfera determinatosi con la liberazione di Roma, sono le parole gelide e sprezzanti dedicate dal Croce al comitato di Roma (la storia delle cui non lievi responsabilità esula per il momento dal nostro compito) ed alfa costituzione del ministero Bonomi: « Un certo spirito tra presuntuoso e fazioso si era formato in parecchi di loro, onde noi ci sentimmo accolti con freddezza e con diffidenza, e con una sorta di chiuso rimprcvero come se avessimo deviato dalla diritta via della quale essi possedevano la visione e la sicurezza » ( 65 ).

La guerra nazionale ed unitaria dei comunisti, il comitato di salute pubblica propugnato da Nenni, l'intransigenza astensionista fine a se stessa del partito d'azione (66 ), la cauta ma

( 65 ) Sulla Voce Repubblicana 11 giugno 1944, accanto all'appello per l'armata repubblicana e ( cosa molto più delicata) perché i giovani vedano nelle stelle della bandiera americana la luce delle libertà repubblicane, si veda la requisitoria di Zuccarini ad hominem contro il Croce circa 'la « pessima impressione• suscitata dai « pasticci politici del Sud•· ( 66 ) La migliore analisi delle difficoltà del partito d'azione in questo periodo è dovuta al Valiani Tutte le strade conducono a Roma, Firenze 1947 pp. 80-82, 119-22, 132-36, 218, 235. Valiani insiste nel sottolineare le differenze tra il « giellismo » (ricostruzione europea, nuova sintesi tra liberalismo e marxismo, pessimismo critico, inquietudine spirituale) e la destra azionista di origine crociana, fautrice di una semplice repubblica decentrata e Hberista. Del tutto a sé La Malfa col suo concetto di un partito pilota della democrazia moderna in seno all'esarchia mercé 'l'esercizio di abilità puramente politiche su

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chiarissima impostazione conservatrice della maggioranza democristiana, il ralliement liberale all'ortodossia crociana, la contestazione avanzata dai repubblicani storici contro tutta intera l'ideologia del « ciellenismo », il tatticismo prudentissimo dei monarchici, rappresentano dunque gli elementi preminenti dell'atmosfera politica all'indomani della liberazione di Roma (67 ). « Non è dei forti - ammoniva solennemente

situazioni concrete, Va-liani deplora che Lussu non abbia adeguato alla situazione reale la eredità del « giellismo • e reputa che quest'ultima avrebbe dovuto premere su La Malfa per « includere nella questione istituzionale il massimo di materialismo socialista progressivo compatibile con l'unità dell'antifascismo democratico • (prospettiva del tutto utopistica, a parer nostro, in quanto si trattava di concezioni incomunicabili) e ciò allo scopo di evitare l'avvento della repubblica sulla base della vecchia piattaforma socialista (ma lo stesso -linguaggio rosselliano andava rinnovato, ad avviso comune di Valiani e Ginzburg). La critica più radicale alla confluenza del « giellismo • nel partito d'azione veniva .peraltro svolta da Garosci, a cui Valiani, concorde nella diffidenza verso i ceti medi a cui s'indirizzavano tutte le speranze della destra azionista, e fautore di un socialismo moderno operante tra gli strati non ancora proletarizzati, oppone ,J'ipotesi, altrettanto azzardata, d'una collaborazione col comunismo su base radicale democratica conseguente. 11 libro di Valiani andrà ripreso quando si parlerà di Parri e del suo cauto empirismo riformista, antimassimalista ed anticomunista, nonché della sua mancata collaborazione con i « realisti » Tarchiani e La Malfa (la reverenza di Valiani verso quest'ultimo, snerva gran parte delle sue intelligenti argomentazioni). ( 67 ) Passava nel frattempo del tutto in secondo piano il progetto Mancini per ,la Consulta (Domani di Buenos Aires, direttore Paolo Vita Finzi, gennaio-giugno 1944) H quale contemplava fa presenza di cento membri, delegati dal comitato di liberazione, deputati al 3 gennaio 1925, senatori e ministri senza portafoglio, con diritto di proposta e di raccomandazione ma non di voto, nonché di ricevere rapporti dal consiglio dei ministri e di esporre ad esso i desideri dei cittadini. Quanto poi all'impostazione sociale dei cattolici, su cui molto abbiamo insistito attraverso la rivista dei Gesuiti, converrà altresì far capo a Studium, ·l'autorevole periodico del Sacro Cuore di Milano, all'epoca diretto da Renzo De Sanctis e Vittorino Veronese, sul cui numero appunto del maggio-luglio 1944 potevano leggersi uno scritto del Saraceno (l'imprenditore dovrà spogliarsi dell'egoismo altrimenti la collettività gli imporrà limiti) ed uno del Taviani, denunziante lo stretto legame tra :liberalismo e socialismo, al punto che oggi il liberismo economico può sopravvivere solo col dispotismo politico, talché libertà morale e disciplina economica debbono fi rire contemporaneamente. Nello schieramento cattolico va infine ri-

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l'Osservatore Romano nel numero dell'll giugno 1944, lo stesso in cui si sottolineava la ritrovata fede e pratica religiosa da parte dell'assassinato Buozzi - e di chi vuole lo Stato forte, tanto più forte quanto più deve vivere nella giusta libertà e nella sana democrazia, il contendere al pubblico potere, alle legittime magistrature, l'amministrazione piena, esclusiva, sovrana, della giustizia e il controllo dell'ordine pubblico»: donde la severa distinzione tra giustizia e vendetta, la sconfessione dell'eccitamento a proseguire nelle programmate rappresaglie e soprattutto l'auspicio significantissimo a raggiungere « il consenso più largo e, se possibile, unanime». Ma gli « anziani ed affamati politicanti» del comitato centrale di liberazione, secondo la sprezzante definizione del Churchill (68 ), non sembravano affatto di questa opinione. L'Unità del 9 giugno, ora diretta dal Negarville, si pronunziava apertamente per la sostituzione di Badoglio ove ciò giovasse all'autorità ed unità del governo, quell'unità su cui i comunisti picchiavano, riportando, del rapporto Togliatti dell'll aprile, quasi soltanto gli

cordato l'avanzatissimo programma del partito cristiano sociale di Gerardo Bruni, contrario al centralismo della struttura ed all'interclassismo della concezione del partito democristiano (,le classi vanno abolite e capitale e lavoro sono da concentrarsi nelle stesse mani). Il partito del Bruni si proclama socialista quanto alla giustizia socia•le, l'abbattimento del capitatlismo e della concezione liberista dell'economia, cristiano quanto al rispetto della morale naturale affinata nel cristianesimo ed al rifiuto dell'odio di classe e della filosofia atea e materialistica del marxismo (notizie su questo populismo estremamente annacquato e generico in Carlo Falconi La Chiesa e le organizzazioni cattoliche in Italia, Einaudi 1956 pp. 487-528 dove si fa parola anche dell'accennato opuscolo del D'Amico Il comunismo e i cattolici centrato sul concetto di un inveramento cristiano del marxismo lasciandone inaiterate le posizioni politiche a causa dell'incompetenza della Chiesa in questo campo: si tratta di principi sostanzialmente a noi già noti, come anche quelli dell'accettazione della politica del comunismo e rifiuto della sua religione, trattandosi di metodologia dell'azione politica e non di filosofia dell'uomo, mentre d'altronde va respinto come « assurdo e ridicolo » il disegno di un partito degli uomini onesti e dei veri cristiani). ( 68 ) Vedila in Norman Kogan L'Italia e gli Alleati, Lerici 1963 p. 98, con l'importante impegno di Bonomi, il 10 giugno 1944, a non riaprire fa questione istituzionale senza il consenso degli Alleati prima della liberazione i.nltegrale del paese.

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accenni al partito unico della classe operaia, alle « alleanze necessarie», all'assenza d'urti con le masse contadine cattoliche. Lo stesso Togliatti, del resto, in un'intervista dell'll~ giustificava la conferma degli uomini di governo comunisti come espressione del Mezzogiorno oppresso e sfruttato (69 ) ma sottolineava la limitatezza delle responsabilità comuniste con la scarsa partecipazione del partito a posti di comando decisivi, non senza una puntata contro la diffidenza del partito d'azione verso le classi lavoratrici. Le stesse grandi manifestazioni unitarie di quei giorni, d'altronde, la commemorazione di Matteotti il 10 giugno, il patto d'unità sindacale quarantott' ore dopo, erano state oggetto di contrastanti interpretazioni. Di Vittorio, sull'Unità del 14, intendeva il patto essenzialmente come una mano tesa verso i cattolici: « Certo antico settarismo anticlericale - egli scriveva - di cui anche molti sindacati furono stupidamente permeati nel passato non deve risovgere mai più »: ed il giornale deplorava il 17 l'irrigidimento intransigente in merito da parte degli azionisti « con cui c'è tanto da collaborare » ( 70 ). In effetti l'Italia libera scalpitava: e se il 9 si era limitata all'auspicio che non si affrettasse la soluzione della crisi e che l'unità non escludesse la ricerca del « nucleo vitale• che impronta di sé le istituzioni (ma poi, 1'11 aveva ingenuamente attribuito « valore enorme» alla soppressione del giuramento dei ministri ed alla designazione di Cianca) il 14 non poteva non intitolare Ricostruzione affrettata il fondo dedicato al patto·• di Roma.

( 69 ) Togliatti accenna sulla medesima prospettiva a:l portafoglio dei Lavori Pubblici rinunziato da Romita in favore di Mancini, un episodio su cui si amerebbe conoscere di più. Sempre sull'Unit~ deH'll vedasi un'intervista del De Ruggiero, criticatissimo successore dell'Omodeo all'Istruzione, sul governo Badoglio «indispensabile• punto di passaggio dalla dittatura a:lla ,libertà (un tasto ovviamente assai caro ai comunisti). ( 70 ) Per '1e numerose e significative schermaglie culturali, qui ed in seguito, che hanno per lo più a loro protagoniste il Croce, rimando fin d'ora all'op. cit.

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Due giorni prima lo stesso giornale aveva definito il partito d'azione espressione dei lavoratori e del proletariato, vagheggiandolo alla testa di una coalizione delle sinistre all'interno del comitato (comincia a sentirsi il peso di Lussu e dello estremismo meridionale) (71 ) ed ora doveva prendere atto dì una Confederazione che trascurava il Nord negandosi con decisioni unilaterali la conquista di basi più larghe. Per una vera unità sindacale diviene dunque il 15 la parola d'ordine del partito, con minaccia espressa di gravissime scissioni, mentre la direzione azionista chiede formalmente assoluta democrazia e indipendenza politica per la Confederazione, ed intanto una base paritetica per i singoli partiti, prospettando in caso contrario una pluralità sindacale « inevitabile». L'offensiva azionista si conclude per il momento, e significativamente, con due interventi, il 19 e il 27 giugno, di Dino Gentili, uomo di fiducia del ministro Cianca a noi già noto, sul Corriere di Roma quotidiano ufficioso del Psycologichal Warfare Branch, l'organizzazione propagandistica alleata nei cui corridoi non pochi esponenti azionisti e « giellisti » erano di casa ( 72 ). Gentili esterna la sua perplessità circa i procedimenti adottati, non facilmente applicabili nel Sud per l'imposizione unitaria che contemplano, e si pronunzia per la resurrezione pura e semplice dell'organizzazione sindacale socialista del prefascismo allo scopo di combattere la disoccupazione e soprattutto

(71) Il pensiero della destra, anticipato il 14 giugno da un articolo di Salva-torelli sulle autonomie locali e la sburocratizzazione del centro, si precisava il 28, alla vigilia cli un analogo voto della direzione del partito, con uno scritto di La Malfa Utilizzare le forze del lavoro disponibili per una ripresa della politica emigratoria essendo già l'Italia in fase di ricostruzione postbellica (è appena il caso di segnalare la tendenziosità e il pericolo di un'impostazione del genere, che mirava a chiudere al più presto ed in ogni modo la fase « rivoluzionaria•, svelando il volto conservatore dell'intransigenza antimonarchica). ( 72 ) Il Corriere di Roma del 10 e 18 giugno 1944 presenta sintomaticamente il ministero Bonomi nella «gloriosa tradizione del Risorgimento unitario • e dà notizia di preghiere nelle chiese a Lucera per i granai del popolo del ministro comunista dell'Agricoltura, il Gullo.

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il senso d'intolleranza, sfiducia, disunione, ingenerato dal metodo autoritario prescelto. Anche la demolaburista Ricostruzione, il 17 giugno, per la penna di Paresce, aveva rivendicato alla democrazia del lavoro « partito d'idee e di masse», legittimo erede del riformismo socialista con gli opportuni ammodernamenti, una partecipazione adeguata all'attività sindacale (73 ). Ma in realtà, a parte un accenno sintomatico della Civiltà Cattolica alla non buona stampa incontrata dal proclama per il patto di Roma, con la facoltà attribuita alla Confederazione di « associarsi all'azione dei partiti democratici che sono espressione di masse lavoratrici » ( e ciò i Gesuiti facevano proprio nel quaderno del 1° luglio, nel lodare « l'oculata dosatura di uomini e di partiti» realizzata col ministero Bonomi), a parte una ferma dichiarazione di Grandi, che sul Popolo del 13 giugno escludeva qualsiasi colpo di maggioranza nel « periodo rivoluzionario storico » che si stava attraversando, l'attenzione e l'animosità dei partiti si accentravano assai più vivamente sul « governo eccezionale di salute pubblica» che Nenni era tornato ad auspicare sull'Avanti! dell'8 giugno, non solo escludendo una presidenza Badoglio ma appellandosi al popolo perché dicesse la sua opinione (all'indomani della formazione del ministero Bonomi il leader socialista si rimetteva crucciosamente all'avvenire per un giudizio definitivo sul tramonto della sua

(7 3) Nettamente sulla linea socialista nel defirure « nemici del popolo» .gli eventuali attentatori a quella Costituente che avrebbe dovuto stabilire anche la nuova struttura economica e sociale dell'Italia (Mario Nigro su Ricostruzione 14 giugno 1944), intelligentemente pensosa col Mau.ei, il 20, di fissare al regionalismo un obiettivo di perequazione economico-sociale accanto a quello .Politico-istituzionale, la democrazia del lavoro si ,presentava all'opimone pubblica ,10 stesso giorno con una risoluzione auspicante la Costituente, il decentramento, il sindacato unico di associazioni libere, la nazionalizzazione dei monopoli, ,la difesa della piccola proprietà, la socializzazione delle imprese, la cooperazione, -la garanzia ai lavoratori di un alloggio e di un sistema assicurativo, l'imposta progressiva, la defascistizzazione « oculata e severa», l'ordine internazionale federativo.

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proposta: ma già il 13 l'avrebbe ripresa, lamentando la messa in minoranza dei partiti di sinistra all'interno del ministero, irridendo ai vecchi schemi parlamentari ed al criterio della competenza tornati a prevalere, auspicando la « concentrazione in poche mani» del potere: e proseguendo, il 14 e il 16, con parole di fuoco: « Il consiglio di fabbrica è la cellula vivente della nuova democrazia ... Stiamo facendo una rivoluzione nazionale e non possiamo fare le cose a metà senza scavarci la fossa » ). La mitraglia giornalistica nenniana, intervallata il 10 giugno da una commemorazione di Matteotti in cui la monarchia era data per morta ed il re minacciato di essere strappato dagli ozi di Capua e trascinato dinanzi alla Costituente (i comunisti serbano in merito alto silenzio) (74 ) suscitava una levata di scudi ed un seguito di chiarimenti di posizioni opportuno e significativo. A parte la tesi paradossale del monarchico Lucifero (Italia Nuova 14 giugno 1944) che vedeva nella delega dei poteri della Corona al ministero e nell'aperta violazione dello Statuto compiuta in proposito dal Luogotenente la sola autentica rivoluzione democratica e il rinnovamento della monarchia, a parte le sparate di Repaci sul Tempo del 18 e 19 giugno in pro del « popolo lavoratore teso verso il completo affrancamento sociale, politico e morale» e sulla ripresa fascista in

( 74 ) Sull'Unità del 22 giugno Eugenio Reale si augurava che si superasse la « divisione funesta » tra cattolici o no, mentre l'indomani il giornale dissentiva (vecchio terreno di scontro tra l'estrema e i cattolici) dalla tesi del ministro Gronchi sul riconoscimento giuridico dei sindacati. Del resto anche sul Quotidiano del tu luglio Rinaldo Santini si teneva molto riservato sul terreno sindacale, e il 6 lo stesso Gran~ di doveva riconoscere che la convergenza era tuttora in corso. H Quotidiano, con Giordani, H 21 giugno, apriva nel frattempo una sua particolare e serratissima polemica con i cat,tolici comunistti: « Questi giovani, come appare, si sono avventurati alla ,loro rischiosa impresa per impulso d'apostolato: per portar Cristo nei ranghi dove par insediato l'Anticristo. Bisognerà che essi chiariscano meglio a se medesimi ed a noi le loro idee, una per una. Ma per un tale chiarimento occorre forse una cosa semplice: mettere a paragone o~i postulato comunista da -loro accettato con le asserzioni delle encicliche. E allora si vedrà quel che resiste e quel che cade ».

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conseguenza dell'ordine imposto dagli Alleati in Roma dopo la mancata autoliberazione della città ( 75 ), le reazioni principali e più incisive si avevano in campo liberale e soprattutto democristiano ( 76 ). « Vogliamo giustizia severa: ma giustizia non arbitrio - ammoniva il 18 giugno Lupinacci su Risorgimento Liberale - E perché vi sia giustizia occorre che vi siano leggi, leggi scritte e non improvvisazioni faziose ... altrimenti si cade nel nazismo e si imita la repubblica sociale di Salò ... Occorre che siano liberamente discusse ... Poteri eccezionali al governo, non dittatura ... Il governo attuale non è un comitato di salute pubblica, non deve esserlo, non lo sarà finché il partito liberale ne faccia parte». Esigenza d'ordine e di legalità, insomma, quella subito preminente tra i liberali, ribadita col proclamare « assoluta necessità politica e morale » la convocazione della

( 75 ) Il Tempo, quotidiano socialdemocratico di Angiolillo e Repaci con sede in piazza di Pietra, soppresso dai nazifascisti il 18 settembre 1943 quando aveva ripreso la vecchia testata cavouriana dell'Italia, sostenuto da un gruppo d'intellettuali d'estrema (Zagari, Piovene, BarHii, Chiarelli, Flaiano, Jacobbi, Ercole Maselli), presentatosi al pubblico il 6 giugno con un embrassons-nous del generale Bencivenga ed un resoconto del comizio del comunista dissidente Antonino Poce al Collegio Romano, sosteneva nei medesimi giorni, sulla base di vecchie vicende personali di Repaci, una violentissima campagna contro l'Unità « così piatta, povera, borghese, bolsamente ed ipocritamente risorgimentale». ( 76 ) Anche la Voce Repubblicana del 14 ,giugno dissentiva da Nenni ma per riprendere la tesi del governo provvisorio e dell'accantonamento della monarchia per la .Jibera preparazione alla Costituente. I repubblicani stilavano il 18 giugno una loro dichiarazione che, partendo da famiglia, comune e regione come enti fondamentali ()a provincia rimaneva queHa « circoscrizione decentratrice,, della regione) delineava un ordinamento repubblicano il cui presidente sarebbe stato responsabile, revocabile e processabile, con un Senato eletto da enti locali, sindacali, professionali e accademici, una Corte Costituzionale inamovibile, un assoluto liberismo economico salva l'organizzazione della produzione e .Ja diffusione di affittanze collettive e cooperative per una grande trasformazione agraria (dovevano anche rimanere «pacifiche» colonie). Lo stesso giorno la Voce (gli AUeati l'avrebbero soppressa, facendola risorgere •il 10 luglio) si pronunziava Contro tutti i monopoli in tema di unità sindacale prendendosela soprattutto col partito d'azione per la sua negligenza. Anche i liberali protestavano H 23 giugno per il monopolio dei tre partiti sulla Confederazione ed incaricavano i loro ministri di svolgere in merito « energica azione li>,

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Consulta, col mettere al primo posto nella graduatoria dell'urgenza la legge per l'abolizione della pena di morte ( 77 ). Ancor più complessa e impegnativa l'impostazione democristiana, anticipata sul Popolo il 21 giugno dal suo direttore Gonella con l'appello ad una democrazia integrale in grado di esprimere attraverso strumenti politici le volontà individuali al di là della rappresentanza d'interessi di classe, e ragionata a fondo il 24 da La Pira, sul presupposto, che il cardinale arcivescovo Dalla Costa ha già proclamato all'Annunziata di Firenze in commemorazione dei patti del Laterano nel 1943, dell'abolizione del proletariato. Tutti lavoratori, dunque, secondo La Pira, ordinato e proporzionato accesso alla proprietà, il capitale come « armatura economica » del singolo nella « diversità gerarchica di funzioni ». Tutta una nuova prospettiva integralistica della società, insomma, e lodi al comunista Alicata che, schermeggiando col Croce, sposta lentamente il piano delle rivendicazioni popolari « su un piano di valori spirituali». E, quando il 24 giugno Nenni intitola Una vittoria per la democrazia il decreto legge sulla Costituente, negando che il prebiscito, col separare forma e contenuto, possa « tradurre in modo organico la volontà popolare», il Popolo vien fuori con una imprevedibile rivendicazione dalle « tappe risolutive delle conquiste del nostro Risorgimento », della spontaneità dell'idea di un plebiscito, della maturità dell'elettorato, tutto insomma un appello indifferenziato alla pubblica opinione, alle grandi masse, perché la politicità esa-

( 77 ) Interessante sul Risorgimento Liberale lo sforzo d'interpretazione della nuova realtà sociale che sta prendendo forma in conseguenza della guerra, da Ferrara che il 23 giugno addita quale compito della Costituente l'espressione e l'inquadramento di nuove forze a Gentile che l'indomani classifica il .proletariato « una olasse come tutte le altre, con diritti e ragioni non superiori a quelli di tutte le altre classi, senza privilegi e senza rappresentanze ideali d'eccezione», fino soprattutto a Pepe, che il 27 giugno inizia il suo discorso delicatissimo sul recupero poHtico della ,piccola borghesia che dà « vita alla nazione• (ma il 29 nella sede liberale di via Frattina sono i costruttori romani che danno vita ad un'associazione apolitica democratica!).

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sperata del discorso venga per quanto possibile stemperata e sopita: « La democrazia cristiana - scrive austeramente Gonella il 27 giugno - combatte sia l'amoralismo statale sia il falso moralismo dello Stato inteso come fonte morale e li combatte in nome dell'unica vera eticità dello Stato: quella che si realizza subordinando lo Stato alla legge morale (78 ) ». I comunisti si limitarono ad un fin de non recevoir sull'argomento del plebiscito, prima o dopo la Costituente che fosse, con un articolo di Crisafulli sull'Unità del 1° luglio ( 79 ). I loro problemi erano in questo periodo, al di là delle acri personalità della polemica Repaci o di quella Sapegno ( lo si accusava di aver preso la successione di Vittorio Rossi al posto del Russo mercé la protezione di Bottai), essenzialmente organizzativi. In una conferenza tenutasi in merito a Napoli, di cui l'Unità riferisce il 27 giugno, il segretario provinciale Cacciapuoti aveva denunziato 25 mila iscritti ma anche la necessità d'incrementare la penetrazione tra intellettuali e contadini, Spano aveva deplorato la debolezza dell'organizzazione sindacale, Reale la deficienza del partito in provincia per beghe e personalismi con gli altri partiti, Maglietta la scarsezza dei quadri giovanili. Il Mezzogiorno si presentava insomma come un terreno politicamente accidentatissimo anche per un partito eccezionalmente efficiente come quello comunista, e la risoluzione finale non mancava di ammetterlo, dopo un appello energico di Scoccimarro all'unità ed al centralismo democratico, ed un breve intervento di Togliatti. Lo scioglimento di Armata Rossa, l'organizzazione dissidente armata di Celestino Avico, Giordano Ami(78) Ancora Gonella il 28 giugno (Gronchi riferisce in merito l'indomani ai dirigenti del partito) proclama il referendum la più democratica delle istituzioni in quanto abbatte la barriera tra paese e parlamento e restituisce al popolo, che ne è il solo autentico detentore (sic!), il potere costituente. (7 9 ) Praticamente un fin de non recevoir può riscontrarsi anche nell~ parole deJ.la Civiltà Cattolica 14 luglio 1944: « Si tratta ormai di dare all'Italia un assetto totalmente nuovo (sic!) mediante una costituzione che deciderà del suo cammino futuro. Urge dunque la necessità di lasciare da parte qualsivoglia bizantinismo o puntiglio su questioni secondarie ».

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dani, Otello Terzani, annunziato sull'Unità il 4 luglio, compensava solo parzialmente queste manchevolezze. I socialisti si sentivano, o almeno si proclamavano più forti, un'intervista Lizzadri all'Avanti! del 22 giugno attribuendo ben 90 sezioni, tra l'altro, alla provincia di Cosenza (ne era originario il ministro Mancini) e 92 a quella di Benevento. L'ortodossia classista veniva difesa rigorosamente il 25 da Vecchietti, che se la prendeva con la tesi di Paresce su Ricostruzione circa la revisione del concetto di classe insita nella proletarizzazione della piccola borghesia (un fenomeno vistoso, che abbiamo già visto rilevato dal Pepe, di cui Alicata aveva abbozzato quella spiegazione classista che poi sarebbe stata portata avanti dottrinariamente dal Perticone) insistendo sulla funzione d'avanguardia del proletariato industriale e di succube del capitalismo della piccola borghesia, ceto importante « solo quantitativamente» (sic!). · O marciare fino in fondo col proletariato o allearsi con i reazionari per gettare le basi di una nuova dittatura, questo il dilemma che sempre Vecchietti prospettava ai ceti medi il 9 luglio, lo stesso giorno in cui Togliatti delineava al Brancaccio una ben diversa strategia (a norma del Vecchietti, viceversa, la terza via « è proprio quella che è inevitabilmente chiusa » ). Ma non la pensava così Saragat il quale, respingendo fin dal 2 luglio l'ipotesi del referendum perché adatto ad una democrazia adulta e su questioni elementari, si appellava peraltro alla « solidarietà fraterna » di quei democristiani che avevano ripiegato sull'idea del plebiscito soltanto per innata diffidenza nei confronti dei partiti politici. Si delineava dinanzi al partito cattolico ed ai ceti da esso rappresentati una fondamentale divergenza strategica tra i socialisti, divergenza che il discorso di Togliatti avrebbe accentuato e Nenni fatto precipitare con la risolutezza consueta (80 ).

(80) Di Nenni si veda anche l'articolo del 30 giugno sul separatismo siciliano, cosa poco seria e da risolversi con i «consigli,. e la terra ai contadini (anche AHcata parlava sbrigativamente il 2 luglio

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Tutti presi gli azionisti dai problemi organizzativi (sempre a Cosenza il Woditzka raccoglieva intorno a sé decine di migliaia d'iscritti!) e dalle loro polemiche sindacali (l'Armino fulminava in un congresso napoletano contro i « gretti esclusivismi • ed il Rossi Doria denunziava il permanere in Puglia della struttura « burocratica e carceraria» del fascismo) (81 ), ostinati i monarchici nella campagna contro le« illegalità d'ogni colore• della «rivoluzione in marcia» ed il «fascismo dell'antifascismo» (un'espressione destinata a grande fortuna anche fuori della destra che Lucifero conia sull'Italia Nuova del 7 luglio), accorti i liberali a stemperare la fraseologia politica tanto cara a Nenni con ammonimenti circa il« modo di collaborare militarmente con gli alleati» e la convenienza di « ridare ai deputati, nei confronti del partito a cui ciascuno appartiene, una larga libertà d'azione» (Gentile e Arangio Ruiz sul Risorgimento Liberale 2 e 5 luglio 1944 ), il Gonella tornava il 1° ed il 5 luglio a ragionare la sua proposta di plebiscito allargandola in vasto disegno politico che prendeva anche chiaramente e specificatamente le distanze nei riguardi dei socialisti. Il direttore del Popolo inquadrava il referendum quale premessa necessaria del lavoro della Costituente in quanto la minoranza sconfitta avrebbe così potuto esercitare il compito di sospingere per contraccolpo o per compromesso a destra o a sinistra i partiti vittoriosi. Ma passava poi subito al cuore del problema e della proposta, la necessità cioè di orientale ed educare la masse perché non cadessero vittima della facile demagogia, oggi che la rivoluzione aveva perduto « molte azioni nella borsa dei valori

di vago atteggiamento sentimentale di cricche reazionarie). Ma Nenni opinava altresì che la stessa autonomia potesse condurre al federalismo, e costituire così un rimedio peggiore del male. Di autogoverno nel Mezzogiorno par:lava viceversa Giorgio Bassani sull'Italia Libera dell'8 luglio ma in un quadro di « spirito apostolico » e « profonda umanità» e « consapevole élite di onesti» troppo edificante per aver attinenza con Ja politica. (BI) Italia Libera 2, 6 e 16 luglio 1944. Sull'argomento politico del giorno fin dal 30 giugno il giornale aveva ovviamente optato per la Costituente contro il plebiscito.

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morali». La celebrazione che Saragat aveva perciò svolto del ruolo del partito, identificandolo per di più arbitrariamente con la classe, non cogliendone il valore strumentale né la dinamicità necessaria quale corpo intermedio tra l'individuo e lo Stato, andava risolutamente respinta come una svalutazione della democrazia diretta. Toccava infine a Scelba, con uno scritto dell'll luglio Torniamo alla terra!, esplicitare il fondo socialmente conservatore del discorso politico di Gonella: « Oggi nessuno è in grado di predire l'avvenire dell'industria italiana - egli scriveva - mentre può senz'altro ritenersi per certo che l'agricoltura e le industrie che da esse traggono alimento avranno un ruolo di primaria importanza nell'economia di domani»: la strategia di Vecchietti era espressamente e completamente rovesciata. Il discorso del 9 luglio di Togliatti al teatro Brancaccio, quindi, oltre a rappresentare la prima presa di contatto con l'opinione pubblica ad altissimo livello da parte di un partito di massa (e ciò con particolare delicatezza nel caso del partito comunista, per cui questa poteva dirsi la prima manifestazione pubblica d'ambito nazionale dai tempi della fondazione) s1nseriva in una situazione tesa e squadrata, dove la voce dei comunisti, con la presunzione di strapotere elettorale ed organizzativo che ad essi si attribuiva, poteva rivestire un ruolo di chiarificazione determinante. E Togliatti, dopo aver rivendicato la politica di unità nazionale per la guerra antifascista ed isolato da essa esclusivamente le classi dirigenti reazionarie quali responsabili dell'avvento del fascismo, individuava prontamente nel movimento socialista ed in quello cattolico le grandi correnti « popolari progressive» per l'ascesa del popolo al potere (si noti il linguaggio marxisticamente sfumato rispetto al classismo rigorosissimo dell'Avanti!) prospettando la moralizzazi0ne della vita pubblica, il problema della terra, la sconfitta della plutocrazia finanziaria, l'elevazione del tenor di vita delle classi lavoratrici (e qui lo svolazzo patriottico di un omaggio alla Marina) come obiettivi dell'eventuale coalizione, una base, come si vede, moderatamente democratica e riformatrice. Di tale 5

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base, peraltro, secondo un'impostazione intransigente che vedremo prevalere almeno in tutta la corrente ex popolare della democrazia cristiana, Togliatti esclude rigidamente il liberalismo prefascista picchiando sul blocco delle forze della classe operaia ancorché in una prospettiva calcolatamente vaghissima ( « Quando arriveremo alla fusione è questione politica che verrà decisa dai nostri due partiti »). Unità popolare, insomma, prima e ai di sopra di quella proletaria: « Noi vogliamo l'unità d'azione con le masse cattoliche - dichiara Togliatti servendosi di una formula estremamente impegnativa nella sua accezione contingente - per questo noi siamo disposti a discutere coi dirigenti della democrazia cristiana le condizioni di questa unità» e ciò sul fondamento dichiarato del rispetto per la fede cattolica. L'avance è formulata con chiarezza cristallina, e pretende una risposta. Questa risposta vien fuori anzitutto, e con singolare veemenza, dalle colonne dell'Avanti! Nenni coglie il pericolo di genericità e di scavalcamento insito nel discorso comunista ed il 13 luglio lancia la parola d'ordine dell'intesa delle sinistre, una vasta unità d'azione popolare sul problema istituzionale, nella quale possano schiettamente concorrere non solo i democristiani ma tutte le forze liberali e democratiche (sic!) allo scopo di conferire alla Costituente un'autentica carica rivoluzionaria. La coalizione dei partiti di massa di Togliatti ridiventa insomma nella mossa tattica di Nenni la nebulosa antifascista, caratterizzata in senso repubblicano e perciò (il sottinteso è chiarissimo) fortemente sbilanciata a sinistra. Non per nulla Nenni suppone di poter svuotare la formula togliattiana fulminando la democrazia cristiana di agnosticismo istituzionale, e scaricando quindi proprio su di essa, l'ipotetica alleata, la responsabilità esclusiva della mancata unità popolare repubblicana. Nondimeno Nenni acconsente a differire la discussione di tutto quanto possa dividere le correnti nazionali (ma la frecciata alla parola d'ordine cattolica « pane e lavoro », pur diffusasi largamente, non manca) e, soffermandosi ad hoc sul discorso Togliatti, ne loda freddamente il « notevole elemento di chiarifi-

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cazione » insito nel riconoscimento dell'efficienza di grandi masse popolari cristiane, si limita insomma a parafrasare senza commento la replica della giunta esecutiva democristiana che vedremo tra breve. « Noi desideriamo vivamente - preciserà dué giorni più tardi con accentuato spirito polemico - l'intesa di tutte le forze democratiche ma a fondamento di questa intesa poniamo la comune volontà di avviare la nazione, attraverso la Costituente, alla Repubblica. E ci arriveremo con ed eventualmente senza la democrazia cristiana»; una zavorra, insomma, da poter buttar via al momento giusto, quella che Togliatti aveva vagheggiato quale protagonista di un grande incontro storico. La sfasatura rispetto al punto di vista ed a tutta la impostazione dei comunisti non potrebbe essere più manifesta, e Nenni la ribadisce orgogliosamente il 16 luglio con una divagazione storica sulle cause della scissione di Livorno (riportate polemicamente alla meccanica applicazione delle intimazioni di Mosca, la « negativa esperienza » della Terza Internazionale che pesava come un massiccio passivo sul proletariato italiano), divagazione che conclude constatando 1a non diminuita influenza socialista in Italia « malgrado l'innegabile ardore combattivo dei comunisti ». Bravi ragazzi attivisti, in poche parole, quei terribili comunisti che erano sembrati o sembravano a moltissimi poter disporre del paese a proprio piacimento: « Lavoreremo - continuava ad ammonire Nenni il 19 luglio, nell'auspicare il rafforzamento e 1o sviluppo dell'unità d'azione - per creare le condizioni interne ed esterne del partito unico della classe operaia purché esso sia fondato nella base di una salda struttura democratica»: e Saragat conduceva avanti il discorso due giorni dopo delineando La nuova democrazia come forza politica necessaria della società socialista, condizione di vita, contenuto essenziale per un proletariato pervenuto ormai all'età adulta. Se il discorso Togliatti aveva agito sui socialisti come un colpo di frusta, forse, ed assai bene, calcolato, per determinare un'impennata « democratica » ed autonomistica, esso

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fu accolto con franca ostilità dal partito d'azione. Esso, notava l'Italia Libera dell'll luglio, «scivolava• su una gravissima realtà nazionale ignorando lo scoglio monarchico, trasformando così in visione inesatta delle cose quel realismo che veniva comunemente attribuito ai comunisti ed al loro leader. « Sfocata, insufficiente e parziale» appriva altresì agli azionisti la prospettiva di un incontro tra masse popolari comuniste e cattoliche, trascurando, com'essa faceva, l'intera tradizione risorgimentale e mazziniana. « Errore totalitario», concludeva Muscetta con laicistica sprezzatura, sarebbe stato il sottrarre alla classe lavoratrice la sua migliore arma d'attacco, cioè la rinnovata carica risorgimentale (da intendersi, è ovvio, nell'accezione anticlericale azionista anziché, come a miglior diritto si sarebbe potuto sostenere, nella lotta di liberazione dei partigiani). Al tatticismo comunista l'intransigenza (82 ) del partito d'azione rispondeva pubblicando il 19 luglio i punti programmatici fondamentali del partito che avrebbero costituito la base di discussione per l'imminente congresso di Cosenza. Si trattava dei « sette punti » di Ragghianti aggiornati e modificati in un prospetto di• « sedici punti• soprattutto in seguito all'intervento ed alla critica di Lussu. Si proclamava ora l'inscindibilità della libertà politica dalla giustizia sociale, la necessità di una nuova coscienza critica e di un intervento autonomo da parte delle masse dinanzi al legame necessario che univa la monarchia alla reazione. Si auspicavano l'elezione parziale dei magistrati, l'immediata socializzazione dei grandi complessi industriali, l'organizzazione e la coesistenza di due settori nell'economia, l'instaurazione di una diffusa democrazia rurale, l'espropriazione senza indennizzo della plutocrazia reazionaria, il contenimento della Chiesa entro il limite del diritto comune, la federazione europea, la dislocazione del partito all'avanguardia di un fronte unico (82) Il 14 luglio i ministri azionisti e socialisti non :prendevano parte aUa cerimonia solenne alle Ardeatine perché vi assisteva il Luog~ tenente.·

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del lavoro. Tornava in prima linea il cartello delle sinistre di Nenni, ma con una accentuazione rivoluzionaria e di concorrenza con i comunisti assai più accesa e vibrata: il peso di Lussu e dell'estremismo meridionale trasferiva sul piano sociale l'intransigenza politica istituzionale del gruppo romano e ribadiva il contraccolpo a sinistra determinato dal vero o presunto tatticismo di Togliatti. Di quest'ultimo non mostrando di darsi cura specifica i liberali, il cui obiettivo permaneva la ricostituzione di una continuità dello Stato e di una autorità governativa al di fuori e magari al di sopra del comitato di liberazione (13 ), inneggiando il Tempo, 1'11 luglio, con « consenso entusiastico • al realismo di Togliatti ed alla concentrazione dei tre grandi partiti democratici come primo passo verso unioni più vaste (ma poi si andava a finire al cartello antifascista di Nenni: ed è d'altronde sintomatica la deplorazione di Repaci perché dal Brancaccio non fosse uscito un invito esplicito al partito d'azione), un'interpretazione più sottile, e pericolosa, della avance comunista veniva ragionata il 17 luglio dal Rodano su Voce Operaia. « Il patto d'unità d'azione - egli scriveva è un primo passo molto concreto nella situazione reale e obiettiva delle masse. Il problema delle masse cattoliche rimane ancora aperto ... Si tratta di dare adeguata espressione politica, di elaborare in pieno sul piano dei partiti l'importantissima fondamentale esperienza unitaria delle masse popolari italiane... Non si possono abbandonare le masse cattoliche a loro stesse ... Le masse cattoliche devono sentirsi pienamente sostenute •· Unità popolare, quindi, secondo la formula di Togliatti, e non fronte proletario o cartello delle sinistre. Ma Rodano espunge proprio quello che era stato l'interlocutore specificatamente individuato dal leader comunista, il partito politico della democrazia cristiana, delineando invece un quadro sociologico che vien fuori dallo sfondo della Resistenza e ( 13 )

Si vedano in merito gli articoli di Lupinacci sul Risorgimento

Liberale 14 e 19 luglio 1944.

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che si avv1cma assai più alla nebulosa antifascista di Nenni. E la Voce Repubblicana parla espressamente, il 12 luglio, di « alleata di seconda classe» per la democrazia cristiana, ammonendo Togliatti sulla necessità di circoscrivere l'unità di azione a forze affini che si propongono obiettivi comuni: è la concentrazione repubblicana di Nenni, che però la Voce estende intelligentemente, due giorni più tardi, anche ad una possibile « collaborazione onesta e leale» con i cattolici repubblicani (84 ). La parola era dunque con tutta evidenza, e tra la massima aspettazione, alla democrazia cristiana (&S) il cui quotidiano ufficiale già il 12 luglio forniva una risposta evasiva, peraltro, e quasi provocatoria, con l'osservare che la collaborazione era già in atto e concerneva tutti i partiti, ma non se ne poteva ragionevolmente prevedere la durata, a parte le difficoltà ambientali tradizionali del Mezzogiorno. Gonella opponeva insomma la collegialità del comitato di liberazione (istituzionalmente ed ideologicamente tanto cara a socialisti ed azionisti) al tripartito di massa di Togliatti, e di essa non escludeva una persistenza al di là delle condizioni eccezionali imposte dalla guerra, purché si tenessero fermi alcuni postulati fondamentali come la fine dell'anticlericalismo, la dislocazione di Chiesa e democrazia cristiana su piani diversi, la non identificazione

(84) Sulla Voce si vedano anche gli articoli Zuccarini 11, 14 e 19 luglio 1944 per il mantenimento provvisorio dei sindacati fascisti, secondo il suggerimento di Buozzi, contro il fine « pratico ed utilitario » del monopolio sindacale ,tripartito, sopravvivenza di costume fascista che va spezzata mercé « una buona, salutare ventata•, per una metodica modifica in senso liberale del:la vecchia organizzazione sindacale fascista. ( 85 ) Giordani sul Quotidiano del 12 luglio aveva valutato positivamente il discorso Togliatti, pur facendo notare le possibilità di « fascismo rovesciato» insite in un antifascismo condotto a punte di « estremo settarismo», ma l'indomani aveva seccamente parlato addirittura e soltanto di « tregua tattica » tra comunisti e democristiani, escludendo qualsiasi confusione dottrinaria. Quanto ai demolaburisti, dopo aver respinto il 23 giugno su Ricostruzione il plebiscito proposto da Gonella, essi si soffermavano nella polemica contro il monopolio sindacale, senza riscontrare l'avance di Togliatti.

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tra il partito ed i cattolici italiani, la « inconfondibile differenziazione» e la « impossibile contaminazione» rispetto al comunismo. Erano parole chiare e durissime, una presa di distanza colma di freddezza, che la giunta esecutiva rendeva l'indomani meno scostante con un comunicato (che non per nulla l'Unità riportava con molto rilievo) ( 86 ) nel quale, accanto alle frasi che già abbiamo visto sunteggiate sull'Avanti!, ci si dichiarava disposti da parte democristiana alla più franca collaborazione anche in avvenire, fatto salvo il rispetto reciproco della rispettiva libertà, e con l'obiettivo della costruzione di uno Stato veramente democratico e progressista grazie all'ascesa delle forze del lavoro. Con questa prospettiva, delineata in linguaggio estremamente energico, la democrazia cristiana sembrava scegliere senz'altro il suo posto a sinistra, tra le « forze popolari » del discorso Togliatti, e ciò tanto più in quanto il 14 il Popolo sconfessava nettamente il tentativo nenniano d'un cartello delle sinistre vecchio stile. Ecco dunque l'intervista Togliatti a Matthews ( che il Popolo riportava a sua volta il 16 luglio con grande rilievo) sulla reciproca tolleranza in via di elaborazione tra Chiesa e comunismo, sulla sostanziale accettazione da parte democristiana delle avances comuniste, sulla necessità di decisi sforzi per raggiungere una base amichevole d'intesa col Vaticano. Anche se tutto ciò rappresentava una chiara forzatura ottimistica della lettera e della sostanza della situazione da parte di Togliatti, l'assenza di smentite ed anche di precisazioni in merito da parte cattolica sembrava avallare uno stato di fatto sulla cui delicatezza nessuno poteva farsi illusioni. La confluenza dei sindacati bianchi di Napoli nella Confederazione, annunziata sul Popolo, dopo un intervento decisivo

( 86 ) Il 23 luglio lo stesso Togliatti forniva agli azionisti Alcuni chiarimenti precisando che un blocco delle forze antifasciste non p~ teva che identificarsi con il blocco delle forze popolari, e cioè specificatamente comunisti, socialisti e cattolici, in grado di meglio individuare il pericolo fascista.

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di Grandi, il 23 luglio, proprio mentre De Gasperi stava parlando in replica a Togliatti nella sede medesima del Brancaccio, pur circondata da mille riserve circa gli atti d'intolleranza « deplorevoli» dei socialcomunisti attraverso « tentativi di sopraffazione monopolistica tali da frustrare ogni seria speranza » in merito alla pratica attuazione dell'unità sindacale, era però obiettivamente a tale unità un contributo poderoso, specialmente se inquadrato nella prospettiva di strategia generale delineata da Togliatti. Pienamente giustificabili, pertanto, le parole di palpitante attesa che, alla stessa data, Ossicini dedicava al discorso di De Gasperi su V ace Operaia: « Crediamo fermamente - egli scriveva - che finalmente, con parole chiare e precise, la democrazia cristiana si dichiarerà pronta a ratificare, sottoscrivendo il patto d'unità d'azione col partito socialista ed il partito comunista, l'alleanza in atto delle masse popolari. Non vediamo cosa possa ritardare un simile gesto: il non farlo sarebbe dichiarare che le masse popolari cattoliche hanno degli interessi contrastanti con quelli di tutte le altre masse popolari italiane. Questo ci sembrerebbe assurdo: dato, com'è ovvio, che un patto d'unità d'azione significa unione per la difesa di precisi interessi comuni a tutte le masse popolari e non compromessi fra differenti ideologie » { 87 ): e « chiare e precise• sarebbero state davvero le parole di De Gasperi, ma in senso radicalmente diverso da quello auspicato dal giovanissimo esponente dei cattolici comunisti. Il grido ripetuto di « Viva la Repubblica! » all'accenno ormai solennemente formulato di demandare alla Costituente la soluzione del problema istituzionale (il che voleva dire, giusta l'intesa di Bonomi con gli Alleati, non riaprirlo e nemmeno sostanzialmente discuterlo fin dopo la chiusura delle ostilità), i « movimenti diversi» del resoconto ufficiale che accoglievano le constatazioni sul difficile equilibrio del compromesso (87) t:. appena il caso di rilevare la contrapposizione, tipica dei cattolici comunisti e di certo loro ingenuo schematismo, tra comunanza di « interessi » e distinzione tra « ideologie •·

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esarchico o l'interrogativo retorico circa il « contenuto » della repubblica, tutto ciò illustra bene l'umore prevalente nel discorso di De Gasperi al Brancaccio e definisce il punto di frizione tra l'oratore ed il suo pubblico. In realtà fu lo stesso De Gasperi che impostò largamente il suo dire proprio sul terreno dove si conosceva la democrazia cristiana più debole e discorde, e dove non a caso si era concentrata l'offensiva nenniana per il cartello delle sinistre, abbracciando, sl, la formula Togliatti sul problema ed interpretandola personalmente in un equilibrio arduo di dare e d'avere, il «coraggio» ch'era stato necessario per la giornata del 25 luglio, le « responsabilità storiche» che il re s'era assunto con l'Aventino, dove De Gasperi lo aveva incontrato dopo averlo conosciuto nel Trentino. Più incisivo, più convincente, il leader democristiano quando passava a tratteggiare il programma del partito, accettando i « consigli » nenniani solo quali organi di rappresentanza sindacale, ma insistendo sui comuni « basi della futura democrazia», regioni, suffragio universale, come fondamenti effettivi della nuova società. Dopo un rapido e pericoloso cenno ad una magistratura superiore col compito di « vigilare» i partiti, De Gasperi passava in via conclusiva all'argomento del giorno, l'offerta comunista d'unità d'azione. Accortissimo nel valutare positivamente quale « opera universale e cristiana » alcuni dei principali risultati della rivoluzione sovietica, quali la fusione tra le razze e l'accorciamento di distanza tra le classi, De Gasperi era peraltro altrettanto fermo nell'individuare nell'intervento coattivo. dello Stato e della sua polizia l'elemento costante nelle trasformazioni del mondo comunista, e nel totalitarismo di Stato il « nemico della libertà». Le citazioni letterarie da Bacchelli ad Hoelderlin, l'immagine oratoria finale, che dette adito a tanti commenti, su Gesù Cristo « l'altro proletario, anch'egli israelita come Marx», non sono che abbellimenti spesso generosi di una realtà concettuale che, meglio che respingere o discutere l'avance di Togliatti, l'aveva completamente ignorata.

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Di « riserve ingiuste e apprensioni ingiustificate » si lamentava infatti l'Unità il 25 luglio nel suo commento al discorso De Gasperi, pur ovviamente lodato per gli accenni alla Russia: e Mario Socrate il 26 parlava di pregiudizi e prevenzioni nel' l'atto stesso di rilanciare stancamente l'unità d'azione. In realtà, prima del fondamentale intervento di Togliatti che stiamo per esaminare, i comunisti appaiono soprattutto e nuovamente preoccupati dei loro problemi organizzativi, rispetto ai quali la violentissima campagna di Spano per l'epurazione e contro i « profittatori del regime» Vaselli, Federici, Scalera ecc. appare più che altro come un diversivo moralistico ( 83 ). La replica di De Gasperi è risultata infatti ancor più deludente di quel che avrebbe scritto il 5 agosto il Brucculeri su Civiltà Cattolica, limitando al campo filosofico (e non a quello del totalitarismo di Stato) le divergenze tra Chiesa e comunismo ma ammettendo che « qualche tratto di strada » si potesse percorrere insieme grazie ai « valori squisitamente umani» del socialismo, la cui esperienza luburista, poi, non è assolutamente da condannarsi: « Il socialismo nel suo processo storico - scrive addirittura il Brucculeri con una benignità che può far pensare a qualche tratticismo tende ad epurarsi e migliorarsi mentre il capitalismo che degeneri nella sola febbre del lucro si evolve intorbidandosi sempre più » ( 89 ). Tra i socialisti, per parte loro, ed ovvia-

(88) Sull'Unità 29 luglio e 2 agosto 1944 si veda il rifiuto di contatti col Movimento Comunista Italiano « confusionario ed impudente», -legato ad una « organizzazione napoletana di avventurieri•, autore di accuse « infami e ridicole» contro il partito comunista, ma si vedano anche gli articoli Cacciapuoti e Scoccimarro sulla mancanza di quadri per cui a Napoli cariche sindacali importantissime sono tenute da elementi estranei alla classe operaia che mantengono i comunisti in secondo piano, ovvero sugli aspetti negativi dei quadri provenienti dall'esilio, dal carcere e dalla cospirazione. (89) Quanto ai discorsi del Brancaccio, di quello Togliatti si fa cenno solo per deplorare l'aUributo di partito cattolico assegnato alla democrazia cristiana, mentre di De Gasperi, il 19 agosto, si lodano l'equilibrio, ,la moderazione, le sa•lde idee costruttive.

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mente, nessuna delusione: le frecciate che Nenni riserva a De Gasperi concernono solo punti circoscritti, il referendum o i consigli (ma De Gasperi, che, si sa, prende molto sul serio i social~sti, replica subito il 27 luglio sul Popolo rivendicando a sé la proposta del referendum da appaiarsi alla Costituente « per soddisfare il diritto del popolo italiano», osservando finemente e fermamente che l'alternativa tra comune e « consiglio» è per lo meno altrettanto grave della disputa su capo dello Stato, respingendo con «paura» lo slogan che Nenni ha coniato ultimamente per la democrazia, la quale « sarà repubblicana e socialista o non sarà ») (9CI). Anche gli azionisti si sbrigano rapidamente di De Gasperi « confuso e perciò reazionario» sulla questione istituzionale, anche se lodano la sua riluttanza alla proposta fredda e vaga di Nenni circa i consigli ( ma ·il discorso che Alberto Cianca terrà per il partito al Brancaccio il 30 luglio non supererà i limiti d'una genericità eloquente) ( 91 ). D'accordo viceversa i demolaburisti nel rinvio d'ogni polemica che possa infrangere l'unità del comitato di liberazione, d'accordo altresì i liberali purché si rivedano « le posizioni burocratiche e monopolistiche» democristiane in campo sin-

(9CI) Un capovolgimento delle note tesi di Vecchietti, indice di una frattura già in atto nelle file socialiste, è intanto nell'articolo di Saragat del 27 luglio: « Alla nozione di primato storico dei proletari come classe rivoluzionaria si associa ormai intimamente quella di universalità di un'idea a cui il ceto medio aderisce in una comunione di spirito sempre più profonda. Medio ceto e proletariato si pongono quindi ormai di fronte alle realizzazioni sociali su uno stesso piano•· ( 91 ) Nel partito d'azione è sempre viva la fronda sindacale di Dino Gentili, che il 21 ·luglio sull'Italia Libera, negando l'accusa comunista di sue complicità con gli Alleati, rivendica a sé prospettive unitarie d'intesa con i cattolici fin dal febbraio precedente, preannunziando un convegno in cui « non ci saranno pastette né colpi di mano •. Si noti del resto (intervista Gullo al Corriere di Roma 30 luglio 1944) che i parroci facevano parte dei comitati per i granai del poPolo col sindaco, due proprietari e due contadini, partecipando il maresciallo dei carabinieri ed un rappresentante dell'ispettorato dell'agricoltura con voto consultivo.

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dacale, in posizione critica (Tempi amari parole dolci il titolo dell'articolo) il Buonaiuti nell'ambito del corrosivo ed inconcludente frondeggiare del Tempo ( « Siamo profondamente delusi di quel che vediamo » aveva scritto Repaci il 25 luglio), il panorama delle reazioni al discorso De Gasperi è concluso da un'intelligente ed originale presa di posizione della Voce Repubblicana attraverso scritti di Conti e di Pacciardi. Posta la necessità di discussione con socialisti e comunisti « ora bisogna procedere verso la meta »: e De Gas peri « Ponzio Pilato» rispetto al rigido repubblicanesimo di Sturzo, deve decidersi: una repubblica può essere equilibrata e stabile solo se vi partecipa la democrazia cristiana, non si può tollerare che essa rappresenti « un equivoco oggi, un nemico domani ». In poche parole, con una savia mossa strategica, Nenni ha sottratto a Togliatti il terreno d'incontro, trasformandolo in scontro, che vede però protagonisti per l'appunto socialisti e democristiani: il dilemma istituzionale riprende la testa sull'unità dei tre partiti di massa: ed i comunisti appaiono in merito isolati o rimorchiati. De Gasperi ha compreso l'intento di Nenni e, lasciando al Quotidiano lo schermeggiare sul terreno sociale accanto ai Gesuiti della Civiltà Cattolica, ( 92 ) risolve di assestarsi sul terreno politico, convocando in merito a Napoli, per il 28 luglio 1944, un convegno organizzativo, il primo che i partiti tentino

(92) Significativa la schermaglia, il 30 luglio e 4 agosto, tra La Pira ( « f:. anticristiana l'affermazione secondo la quale il cristianesimo deve restare indifferente ai regimi sociali... La concezione cattolica è interventista: mira a ,trasformare la totalità dell'ordine umano per adattarlo tutto alle supreme finalità deM'uomo •) e Ludovico Montini ( « Pare senza scopo, politicamente parlando, la confusione di tutti i ceti e tut-te le categorie per far leva non si sa contro quale ostacolo che impedirebbe al 'lavoro il suo assetto. Chi è ormai contro il lavoro? Ridicolo parlare di un capitalismo che si opponesse a tante masse ,. ). Si veda anche sul Popolo 27 luglio 1944 l'adesione di Pastore aHa tesi di La Pira, in contrasto con Giorgio Tupini, per l'attiva partecipazione de cattolici alla vita del partito al di là dell'Azione Cattolica.

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in grande stile dopo la liberazione di Roma, una prova di forza che indurrà Togliatti a riproporre e rinnovare personalmente le sue posizioni ( 93 ).

( 93 ) In questi giorni conosce tm ritorno di fiamma il problema della Consulta in seguito ad una precisazione di Mancini sull'Avanti! 29 luglio 1944 (egli aveva proposto a Salerno di formare l'assemblea con i deputati dichiarati decaduti nel novembre 1926, a cui poi si aggiunsero i senatori antifascisti dopo il 3 gennaio 1925 ed i delegati dei comitati di liberazione). L'Italia Nuova, che pur aveva pubblicato con riserva il 28 una lettera dello Scavonetti in difesa del Senato ed in giustificazione del fascismo come reazione antibolscevica ( si ricordi che questi monarchici sono durissimi con la classe dirigente 8refascista: si veda il 9 luglio un articolo del Selvaggi) chiede il 3 che si pronunzi il presidente Della Torretta sul delicato problema della discriminazione tra i senatori. Ricostruzione il 28 luglio aveva dato adito all'intervento di Mancini escludendo e parlamentari e delegati sindacali, e limitandosi a rappresentanti del comitato di liberazione, purché anche del Nord, con diritto di proposta legislativa, inchiesta amministrativa ed interpellanza politica. Su quest'ultima anche il hberale Ferrara era d'accordo, ed altresl sulla tesi che la Consulta fosse III cosa nuova, composta, per quanto possibile, di uomini nuovi • compresi i repubblicani, su base elettiva che sarebbe potuta esser fornita dalle sezioni dei partiti. « Iniziativa necessaria ed urgente • reputava la Consulta, sul Tempo del 30 luglio, Antigono Donati, pronunziandosi per una designazione per metà governativa e per metà • ciellenista •, con parere consultivo obbligatorio. Si vede anche sulla Voce Repubblicana del 30 luglio 1944 un'intervista di Di Vit-torio che precisa in 160 mila gli aderenti alla Confederazione (restano autonomi i 40 mila « rossi • di Napoli-Salerno, mentre gli anarco-sindacalisti sono stati ammessi e col partito d'azione si tratta per una rappresentanza proporzionale). Un cenno a parte meritano fmalmente taluni atteggiamenti dell'Osservatore Romano, la cui espressa convergenza con l'Avanti, 1'11 giugno ed il 6 luglio, nella difesa del buon costume era stata molto commentata. Accanto, il 4 luglio, all'ammonimento di Alessandrini per un intervento statale « con giudizio» non potendo l'Italia in rovina fare a meno di alcuna iniziativa privata, accanto alla solenne reprimenda del Cordovani ai cattolici comunisti il 23 luglio, proprio mentre Pio XII al circolo di S. Pietro deplorava le III pericolose dottrine e tendenze di giovani che si professano cattolici•, vanno rilevate alcune aperture di gusto filofascista (il 30 luglio contro la soppressione dell'Accademia d'Italia, il 31 contro l'esclusione dei fascisti dall'abrogazione della pena di morte, 1'11 agosto in critica dell'epurazione) finché il 19 agosto si delineava una chiara prospettiva politica d'impronta degasperiana « ~ nella coscienza del paese il desiderio e l'auspicio che il comitato di liberazione si senta e si chiami comitato di ricostruzione nazionale •.

CAPITOLO

II

TRAVAGLIO DI PARTITI E LOTTA ,DI LIBERAZIONE

Il convegno democristiano di Napoli si apriva con una relazione organizzativa romana di Ercole Chiri ed una napoletana di Mar.io Riccio (molto criticata per i suoi accenni di simpatia alla confederazione «bianca» di Colasanto) ed un discorso di De Gasperi. Ricostruzione morale, questa la parola d'ordine messa avanti dal leader cattolico, con una presa di distanza abissale rispetto all'unità d'azione tripartita di Togliatti ma non altrettanto per il caldo patriottismo risorgimentale di Nenni. « Partito di riforme, meglio di rivoluzione » (e qui applausi prolungati accoglievano la definizione dell'oratore) la democrazia cristiana s'impegnava peraltro a « non perder mai di vista il supremo bene della libertà » degno d'esser custodito gelosamente e difeso sino all'estremo (ed ecco l'avance tipicamente degasperiana all'altro versante del blocco centrista, quello liberale) finché la decisione popolare si fosse espressa nelle forme costituzionali, senza violenze private e dimostrazioni di piazza. Chiamando i suoi a non perdere tempo nella battaglia in corso per la difesa della libertà ( ecco quel rappel generale, la cui intonazione anticomunista era chiarissima pur nelle ostilità in svolgimento contro il nazifascismo) De Gas peri ricorreva ad espressioni di eccezionale energia: « Se venisse l'ora in cui la 1ibertà dovesse essere difesa non si conti su una nostra compassionevole mansuetudine». Era una presa di posizione rispetto a tutto il mondo politico nazionale ma anche una

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CAPITOLO 11

risposta specifica e polemica alla sinistra del partito, che al congresso si presentava agguerita su una dichiarazione La democrazia cristiana e il momento politico ( 1) elaborata il 16 luglio ed imperniata su cinque punti sturziani (la sterzata del partito verso Toniolo veniva espressamente deplorata come una deviazione conservatrice) e cioè chiarificazione tra i partiti, autonomia politica dal Vaticano, indipendenza dagli alleati, collaborazione con socialisti e comunisti, repubblica. « Col lanciare un ponte verso di noi osservavano a questo proposito Ravaioli ad i suoi amici - e con l'invitarci a salire senza pagare il pedaggio d'una preventiva adesione alla concezione repubblicana, Togliatti è riuscito a far perdere nuovamente quota alla questione monarchica. Il suo invito ci ha colto di sorpresa. Ma, poiché la collaborazione coi comunisti sul terreno politico sviluppa spontaneamente quella in atto sul terreno sindacale, la sorpresa non è giustificata. Una politica sapiente avrebbe dovuto aver previsto e risolto in anticipo ... Poiché non ci sembra che la funzione della coalizione abbia cominciato ad esaurirsi, i primi punti da chiarire, secondo noi, sono: patto d'alleanza, ma nel quadro della coalizione fino alla Costituente; reciproco diritto a stipulare accordi particolari anche con altri partiti». Nel pensiero di Ravaioli, insomma, il comitato di liberazione permaneva come architettura generale della società poli ti ca postfascista, ma nel suo seno ai partiti di massa competeva un ruolo preponderante e coordinato, salvo aggruppamenti di forze minori intorno a ciascuno di essi. In tal modo restava la « nebulosa » antifascista di Nenni (ma cadeva il cartello delle sinistre), si accettava la togliattiana unità tripartita (ma si salvaguardavano certe gravitazioni liberali ed azioniste verso la democrazia cristiana), si garantiva il neoliberalismo degasperiano (ma non in funzione anticomunista). Questa limpida visione strategica era appannata, a dire ( 1) Vedila in Politica di sinistra nella democrazia cristiana, Roma, 1946, pp. 6-31.

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il vero, da considerevoli deficienze tattiche, che facevano il gioco di De Gasperi esasperando l'orgoglio del partito. Ravaioli si dilungava infatti a ribadire la democraticità d'obiettivi del comunismo « che ubbidisce alle esigenze della realtà», a rivendicare la necessità di approfondire« una volta per sempre» il problema istituzionale pregiudiziale per i socialisti, ponendosi insomma come apologeta non richiesto di altre parti politiche, ruolo che obiettivamente snervava, sotto il profilo politico, la soda concretezza del programma sociale (il sindacato come soggetto del processo economico e la cooperazione come suo strumento, incremento della piccola proprietà coltivatrice, disciplina della media, soppressione graduale della capitalistica, limitazione delle statizzazioni, diffusione di gestioni autonome e socializzazioni decentrate, libero scambio ecc.). « Tutte le alleanze» replicava Rodinò alla sinistra in apertura della discussione, purché non si violi « una sola sillaba » del Vangelo da parte dei « degni continuatori» del partito popolare: ma a Riccio non andava a genio quest'ultima definizione ( che Rodinò ovviamente delineava per svuotare il neosturzismo della sinistra) i democristiani del Mezzogiorno essendo ben altra cosa dalle vecchie clientele popolari (e Chiri rincalzava osservando che il partito poteva alzare le mani pure non solo di sangue ma « d'interessi settari» da difendere). L' embrassons-nous di Rodinò stava sollevando una mezza insurrezione, talché Bosco Lucarelli, altro vecchio popolare, dovette proporre che la discussione sui principi prevalesse su quella organizzativa. Raggiuntosi un compromesso grazie ad Alessi, respintasi per opera del molisano Camposarcuno una proposta Sullo-Corazzin di dibattito specifico sulle regioni, il problema sindacale veniva fuori con forza, collegato con quello dell'organizzazione giovanile, delicatissimo tra i democristiani per il supporto poderoso che i giovani Andreotti e (1) Si noti l'intelligenza di questa osservazione, riflettendo che appunto per questo De Gasperi e Nenni avevano risollevato ed esasperato la querelle istituzionaie, per sfuggire all'abbraccio comunista sul terreno « unitario ».

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Tupini avevano dato e stavano dando all'impostazione centrista di De Gasperi. Le « libere associazioni sindacali a carattere cristiano» rappresentavano la bandiera che contro il patto di Roma era levata da Paolo Bonomi, sostenuto da Scelba e Bosco Lucarelli sulla linea classica dei sindacati liberi come organismi di diritto pubblico, combattuta dal barese Lojacono e soprattutto da Grandi, fermo nel rivendicare la benevolenza della Chiesa e la necessità di un'azione socializzatrice, da Gava, pensoso di dissipare il timore che le masse potessero venir consegnate ai socialcomunisti, ed ancora da Piscitelli, da Dominedò ( che introduceva tuttavia la scappatoia delle cooperative autonome) e finalmente da Gronchi il quale, nel ribadire l'apartiticità della Confederazione che non significava affatto apoliticità sua, propugnava senz'altro spregiudicatamente, collegandosi all'accennato « ritorno a Toniolo », una revisione critica della dottrina sociale cattolica. Gli umori prevalentemente progressisti dell'assemblea si riflettevano accentuati nel campo politico, dove il romano Pignatelli proponeva addirittura un comitato permanente d'inquisizione sul passato politico dei soci, il reatino Francini una maggioranza di non iscritti al partito fascista tra i consiglieri nazionali democristiani, il Sullo una lotta a fondo contro il trasformismo della destra ( solo Bosco Lucarelli azzardava una negazione della lotta di classe in funzione critica così dell'esaurito liberalismo come del materialismo storico). Un'atmosfera del genere, a parte episodi minori (3), non poteva non riflettersi nel documento conclusivo, che è tutto un squillo di guerra, pur nella (3) Per i ~ovani prevalsero i gruppi di studio e propaganda propugnati da Cingolani, qua-le forma orj?:anizzativa, anziché la federazione aderente al partito ma non confusa con esso (il vecchio modulo socialista) proposta da Vanoni. Un dibattito specifico richiese la «difficilissima» situazione di Cosenza. sollevata da don Nicoletti contro il « mito dell'unità» che i comunisti ed il ministro Gullo infrangevano col monopolio amministrativo in quella provincia. L'istanza regionalistica fu definita essenziale nel documento conclusivo e, quanto all'ammissione di soci, si raccomandò severità. Da rilevare l'intervento del senese Di Simplicio il quale chiese senza esito « chiarimenti • circa altri movimenti cattolici.

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sapiente dosatura e scelta degli avversari. « Invochiamo e accettiamo in pieno le decisioni del suffragio universale - suonava il periodo centrale della risoluzione, subito destinato a clamorosa notorietà, dopo l'accettazione delle formule degasperiane sulla ricostruzione morale e la rivoluzione politica e sociale nel rispetto della libertà e dei diritti delle persone ma non accetteremo più che i destini della nazione vengano determinati ancora da cricche plutocratiche o da conventicole giacobine, né compromessi da squadre di parte o da insurrezioni di piazza »: morto e sepolto una volta per sempre il o; trepido pecorume clericale» la democrazia cristiana prometteva tutta la resistenza attiva e passiva da destra o da sinistra che provenisse la minaccia alla libertà, senza pericolo di sorprese d'alcun genere. Parole di battaglia dunque: ma, a ben \'edere, esse manifestavano la forza e l'attivismo del partito ben più che non un distinto indirizzo politico, a parte l'implicito rispetto per i partiti di massa che l'accenno al suffragio universale, alle cricche ed alle conventicole sembrava sottindendere. Non per nulla, eletta una segreteria De Gasperi-Scelba, non rientravano in direzione Tosatti e Canaletti Gaudenti, mentre vi permanevano per la sinistra Caronia, Fuschini, Gilardoni, Corazzin, e vi si aggiungeva Grandi, ma con lui Aldisio, Cassiani, Spataro, Gonella, tutta insomma un' équipe in grado di sorreggere potentemente e senza sostanziale contrasto la impostazione personale di De Gasperi. Il primo e più autorevole commento al congresso di Napoli venne, come s'è detto, da Togliatti, il 3 agosto, col fondamentale articolo Per la chiarezza della nostra vita pubblica. II leader comunista individuava senz'altro, e felicemente, nel partito d'azione le « conventicole giacobine» di cui al documento democristiano e, prendendo spunto dal discorso Cianca al Brancaccio e dalle dichiarazioni Gentili chiaramente scissionistiche in campo sindacale, ammetteva un « atteggiamento piuttosto riservato » da parte comunista nei confronti degli azionisti e dei loro « elementi perturbatori». Viceversa « atmosfera più elevata » sembrava a Togliatti regnare nel seno della

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democrazia cristiana, sì da confermarsi la proposta di patto d'azione comune « cui contiamo - aggiungeva spigliatamente Togliatti - dare presto una forma concreta» dal momento (e questo era vero, ma anche involontariamente autocritico) che il convegno di Napoli era stata la prima assemblea politica italiana in cui si fosse parlato di rivoluzione. Nessuna libertà, quindi, ai fascisti ( qui la presa di distanza dall'Osservatore Romano era tempestiva e chiarissima) ed anzi salde fondamenta antifasciste alla democrazia, la cui concordia avrebbe accelerato lo svolgimento del suo programma (4): « Mettiamoci d'accordo - proponeva Togliatti con sentimentalismo insolito - noi che vogliamo davvero un radicale rinnovamento della società italiana, e lavoriamo secondo una linea comune che non sarà difficile trovare»: l'intesa tra le « forze progressive popolari » avrebbe impedito ogni possibile paralisi del fronte nazionale. Ma i socialisti men che mai la pensavano così, se proprio alla vigilia della rinnovata avance di Togliatti il Corona sull'Avanti! dissociava nettamente dalla democrazia cristiana le masse cattoliche, assai più a sinistra di essa, e reputava « fin troppo significativo • il silenzio di De Gasperi a Napoli sulla questione istituzionale, se Saragat 1'8 agosto definiva saldissimo l'accordo tra i partiti al governo, quasi a vanificare di nuovo nella «nebulosa» antifascista il tripartito tanto caro a Togliatti (5 ). « Il disegno dei comu( 4 ) Anche il Perticone, nel primo numero di Domenica, il nuovo settimanale diretto da Piero Arnaldi (6 agosto 1944), parlava della crisi della democrazia come male comune a tutti i partiti. La rea• zione antidemocratica sviluppata ad arte dai cattolici con l'inflazi~ nare il pericolo bolscevico era anche, sull'Italia Nuova dell'l 1 agosto, al centro delle preoccupazioni di Alberto Consiglio, il quale sollecitava quasi umoristicamente i,l governo ad intervenire per verificare se fosse esatta questa ipotesi oppure quella di un'effettiva minaccia armata dei comunisti contro l'Italia! (S) Va peraltro rilevata la nota lettera del 15 agosto di solidarietà a Bonomi, sottoscritta dai ministri senza portafoglio, rappresentanti dei sei partiti di governo, tra cui appunto Saragat e Togliatti, in cui l'esigenza preminente della guerra e rl'accantonamento della questione istituzionale venivano confermati (per gli avvenimenti che precedono e determinano il documento si veda il testo).

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nisti - avvertiva Alessandrini sul Quotidiano del 5 agosto con un allarme attissimo a raddoppiare la tensione degli animi - è di trarre i cattolici sul terreno della lotta di classe intesa

in senso marxistico» e ciò malgrado ogni impedimento morale anche «insormontabile» quasi che la tolleranza potesse sostituirsi alla carità. No, precisava ironicamente Togliatti 1'8 agosto, l'offerta non è ad uomini di Chiesa ma alla democrazia cristiana partito politico che non si dichiara cattolico: né la comunanza di azione antifascista, la collaborazione « ampia e duratura», può implicare danno e rovina alla religione, ove si rimetta a nuovo l'offerta unitaria di Dimitrov nove anni innanzi. Senonché era proprio da parte democristiana che a Togliatti mancava una replica adeguata e sufficiente: « ~ questo culto della libertà - scriveva Gonella il 9 agosto intitolando il suo articolo Partito di centro - che caratterizza il nostro programma e che qualifica la nostra democrazia, che è la vera democrazia in quanto si oppone sia alle oligarchie borghesi sia agli angusti consigli delle classi per interpretare senza troppi intermediari le generali aspirazioni dell'uoAnche Rodano, del resto, su Voce Operaia del 7 agosto, nel lodare il discorso di Grandi come quello che, ispirato ad un'esperienza di massa ed all'unità sindacale, era stato il solo a Napoli a presupporre o addirittura a pretendere implicitamente l'unità politica, aveva colto la vistosa sfasatura tra la atmosfera prevalente nell'assemblea e la dichiarazione finale, intonata ad una mentalità schiettamente prefascista: « O la situazione presente muta in modo radicale - scriveva Rodano (7) - o il gran corpo della democrazia cristiana si scin-

( 6)

Quanto alle idee costituzionali della sinistra democristiana si

veda l'articolo di De Cocci sul Tempo 6 agosto 1944 per una repubblica presidenziale il cui capo ed iil cui governo « forte e stabile » durino in carica quattro anni. i (7) Si noti anche in lui ,l'adesione alla tesi di Vecchietti sulla sp~rizione e proletariu:azione dei ceti medi, ora contrapposti alle cricche reazionarie. Si veda anche del Rodano, il 14 agosto, una recensione critica al citato opuscolo della sinistra democristiana, in cui si segnala il pericolo di sbandamenti così reazionari come anarcoidi:

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derà e si libereranno prepotentemente dalla vecchia corteccia le nuove energie progressiste delle masse popolari cattoliche ». Quello stesso giorno, mentre Togliatti vergava la sua replica al Quotidiano, una riunione tra socialisti e comunisti si svolgeva ai SS. Apostoli per « consolidare l'unità dell'azione politica della classe operaia » nel quadro della « stretta alleanza » che i due partiti serbavano « pur mantenendo le loro particolari caratteristiche ». Fermi nel rivendicare la Costituente e la repubblica democratici, i due partiti, affermava la risoluzione finale ( e la Unità Io sottolineava ( 8 ) ) « si augurano che sia possibile estendere al campo politico gli accordi felicemente raggiunti in atto nel campo sindacale con la democrazia cristiana». Un augurio non è un'offerta di alleanza, e su questo evidentemente la freddezza democristiana aveva indotto Togliatti ad un passo indietro, che si collegava ad un analogo atteggiamento di riserbo nei confronti dei socialisti: « Le differenze continuano ad esistere - dichiarava il 10 agosto all'Unità perché i due partiti hanno ognuno una loro personalità ben distinta e il problema della fusione per ora non si pone ». Anche per Nenni la fusione era e rimaneva un punto d'arrivo (cioè veniva praticamente accantonata dinanzi a divergenze obiettive di strutture e di valutazione): ma egli non rinunziava a ripetere all'Unità quel che aveva proclamato in un comizio a Spoleto, essere cioè l'accordo con la democrazia cristiana subordinato alla pregiudiziale repubblicana. Unità d'azione tra cattolici e comunisti intitolava allora stizzosamente Spano una « Non si difende il metodo della libertà né a parole né proclamandosi partito di centro ma agendo in senso democratico»: questa la conclusione di Rodano, che mira a Ravaioli non meno che a Gonella nella prospettiva togliattiana della « unità politica». E. da rilevare che il giorno prima Pacciardi aveva paiilato al Brancaccio con idee generiche di unità antifascista e concentrazione repubblicana che minacciavano d'impantanare definitivamente il problema insieme con gli avvenimenti che s'illustrano nel testo. ( 8) Veniva nominata una commissione di coordinamento formata da Togliatti, Di Vittorio e Giacomo Pellegrini per i comunisti, Nenni, Lizzadri ed Ezio Villani per i socialisti.

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corrispondenza dell'll agosto da Scafati dove il comunista Vincenzo La Rocca aveva concluso un comizio del ministro Gronchi definendo facile l'accordo con una democrazia cristiana risoluta alla rivoluzione politica e sociale, attraverso un regime popolare antifascista, l'unità sindacale, il decentramento, secondo quanto dichiarato appunto dal Granchi: ma si trattava d'uno svolazzo propagandistico: il problema della unità d'azione tra i partiti di massa segnava una nuova battuta d'arresto, più grave in quanto al tatticismo intransigente di Nenni si sommava una diffidenza scostante da parte cattolica, che l'atmosfera di Napoli rendeva anche sprezzante (9 ). La prospettiva unitaria dei comunisti, le manifestazioni di forza e d'indipendenza da parte della democrazia cristiana, la capacità tattica eccezionale di Nenni, gli episodi salienti del congresso di Napoli e del rinnovamento del patto d'unità d'azione, erano tutti elementi atti a determinare turbamento e quasi uno sconvolgimento nell'ambito degli altri tre partiti dell'esarchia, la cui condizione di minorità sembrava dalla prova dei fatti ribadita pesantemente. Non per nulla in questa ( 9 ) Indicativo di questo mutato clima l'esasperato classismo di Nenni negli articoli del 10 e dell'll agosto ( « Le speranze di una democratizzazione del paese riposano essenzialmente sul partito socialista alleato col partito comunista e strettamente unito ai contadini e ai ceti intellettuali... Noi non abbiamo nessuna preconcetta difdidenza per i ceti medi ma ne conosciamo i limiti »): sono le due braccia d'una tenaglia tattica, la pregiudiziale repubblicana per tenere a bada i democristiani, quella classista per inchiodare i comunisti alla solidarietà proletaria. Del tutto sfasato perciò il commento dell'l talia Libera del 10 agosto che vede i socialisti a rimorchio di Togliatti in una prospettiva « che non interpreta fa novità e specialità della situazione italiana e ricalca una formula che neppure si spera di poter realizzare ». Da notare invece il sentimento di « profonda ingiustizia » che lo stesso giorno il Pannunzio notava tra i liberali dinanzi a concentrazioni che procuravano d'emarginarli dalla lotta politica identificandoli con la borghesia e rivolgendo a questa l'accusa assurda e infantile di matrice del fascismo, in una squadratura interpretativa di cui il Vecchietti continuava ad essere all'avanguardia (Tempo 11 agosto 1944 Nuova democrazia). Quanto al Popolo, infine, esso accoglieva contegnosamente il 10 agosto la rinnovata intesa socialcomunista quale « rafforzamento della coalizione governativa» ed insomma un « apporto positivo» anche se non certamente sul terreno dottrinario.

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prima metà dell'agosto 1944 si affollavano il congresso azionista di Cosenza, la fusione tra liberali e democrazia liberale, un tentativo di fusione tra demolaburisti e liberali mandato all'aria dell'intransigenza repubblicana del segretario dei primi, Mario Cevolotto ( 10 ). Risorgimento Liberale, annunziando il 13 agosto l'avvenuta fusione con un comunicato, datato 1'8 a Napoli e constatante come « i due movimenti politici concordano sostanzialmente in un orientamento progressista e democratico tendente a realizzare le più ampie riforme sociali nell'ordine e nella libertà», parlava di grande chiarificazione e di motivi di conforto in vista dell'instaurazione di un nuovo costume politico. Senonché l'avvenimento, chiaramente affrettato e fatto quasi precipitare da sollecitazioni contingenti dopo le perplessità primaverili, sollevava generali commenti sfavorevoli, che dilagavano nelle stesse file liberali. Cavallo di Troia intitolava il 19 agosto il suo commento sull'Unità il Togliatti, proseguendo con parole durissime che avrebbero trovato in Rinascita più ampio svolgimento ( 11 ): « I liberali i quali si sono fusi

( 10 ) Gliene dà fode Vinc.enro Mazzei (Numistrano) su Domenica 20 agosto 1944 sottolineando la necessità di una seria polemica contro la consorteria e le difficoltà in cui a tal proposito veniva cacciata la sinistra liberale in seguito aUa fusione con i seguaci del De Caro. Il Maxzei polemizzava su tali .presupposti con la commemorazione che Mario Ferrara aveva tenuto dell'Amendola: « Quando si chiede se si vuole la monarchia o ,la repubblica - egli scriveva acutamente - si chiede ,a guardar le cose bene in fondo, se ,1a monarchia o la re.pubblica nel presente momento meglio serva fa causa della libertà e del progresso sociale. Così impostato il problema, rifugiarsi nell'agnosticismo, sia pure ammantato delle sfavillanti vesti storiche idealistiche di fabbricazione crociana, non ha senso alcuno ». Sempre nell'agosto 1944 su Domenica ( che è in questo periodo la più seria e concreta palestra di idee della sinistra democratica) il Paresce aveva respinto così 1a monarchia dei neofascisti come la repubblica dei borghesi gretti e conservatori, e degli spregiudicati industriali e fizieri, alla francese. ( 11 ) Rinascita agosto-settembre 1944 Partiti in crisi ( sono i liberali e g).i azionisti, la formula ,politica dei primi dei quali è « ia più conservatrice e reazionaria che la storia dell'Italia moderna conosca•, e ciò a causa della « Quasi impossibilità nel nostro paese di un partito politico progressivo il quale abbia •le sue basi nella borghesia • ).

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con i gruppi reazionari della cosiddetta democrazia liberale, oltre ad aver dato prova di assenza di principi, corrono il rischio di dover fare le spese di tutta l'operazione». Era questa in realtà la preoccupazione di colui che si avvia rapidamente a diventare il leader della sinistra liberale a tinta intellettualistica eradicaleggiante. I liberali italiani al bivio? si chiede Gabriele Pepe su Domenica il 27 agosto: e cosl ragiona il difficile interrogativo: « Se il partito liberale non è il partito dei capitalisti ma dei consumatori, non ha neppure interessi economici da tutelare. Sul piano degli interessi io credo che l'immissione della democrazia meridionale nel partito liberale signifca anche la difesa della piccola proprietà e dei ceti medi che formano l' ossatura sociale dell'Italia tutta e specie del Mezzogiorno. In tal senso si tratta di partito conservatore ... di un tipo di civiltà tipicamente europea e profondamente nostra, la civiltà del piccolo centro rurale, delle famiglie rurali e piccoli borghesi... Un liberalismo che inizi a forme di vita associazionistiche ... ha molto da imparare dalla storia del centro rurale e della piccola borghesia italiana». Questa pagina mi sembra di fondamentale importanza per intendere l'immobilismo arcaico e reazionario che, sotto il profilo sociale, si cela dietro igli orpelli ideologici, razionalistici, anticlericali, di certa sinistra liberale che sarà il centro dell'atmosfera culturale «frontista» degli anni successivi, specialmente nel Mezzogiorno, con vistosi influssi di popolarismo eversivo ed emotivo sulla politica e la cultura dell'estrema sinistra. A noi compete per il momento limitarci a registrare questa tendenza ( che vedremo ancora largamente documentata) osservando sintomaticamente che anche il Lucifero, sull'Italia Nuova del 15 agosto (1 2 ), reputa insostenibile la perma(U) Sempre nello sfondo delle e grandi manovre» dei partiti di massa vanno segnalati i raggruppamenti delle microscopiche formazioni politiche meridionali che si compiono in questi giorni specie attorno ai monarchici d'Italia Nuova (il 21 agosto il partito progressista, il 1° settembre il Movimento di Rinnovazione Democratica, il 7 il partito di Unione Democratica, il 9 il partito de1la Civiltà Democratica del Lavoro ed il Fronte Unico Nazionale, mentre fin dal 13 agosto il partito del Lavoro di Gustavo Ingrosso è confluito tra i demolaburisti).

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nenza dei liberali nel comitato di liberazione dopo la fusione, essendo ora possibile la formazione di un governo « omogeneo » su quella base schiettamente conservatrice e meridionale che affascina anche il radicale Pepe ( 13 ). E appunto questa base, viceversa, che il Pannunzio, il cui retroterra culturale europeo e le cui inclinazioni politiche si volgono verso la socialdemocrazia già in embrione tra gli autonomisti del partito di Nenni, si sforza di negare e vanificare, ora, il 20 agosto, contestando che il liberale sia « un partito di pochi intellettuali, di qualche illuminato industriale e di vari gentiluomini di provincia » (si tratta viceversa di un « partito progressista che considera la realtà dell'oggi» un'avance concretista che resta a mezzo tra La Malfa e Salvemini {14 ) - ) ora; il 29 agosto, definendo tout court il liberale Un partito giovane e prendendosela polemicamente col « conservatorismo dei rivoluzionari » (la fuga in avanti, sino ai limiti della demagogia, sarà una costante della sinistra liberale poi aggruppatasi nel Mondo) dei cui « miti impossibili » è giocoforza sorridere, come anche della « ingenua propaganda dei

( 13 ) In questi stessi giorni Roberto Lucifero dà alle stampe un suo volume Umanità della politica di cui riassumiamo le gravissime conclusioni costituzionali più importanti: unico potere dello Stato è J'esecutivo, il legislativo appartenendo ai cittadini ed il giudiziario all'etica ( ! ?); l'attività economica dello Stato non va ispirata a norme politiche ma esclusivamente economiche; la critica al partito unico va estesa ad ogni rappruppamen,to di partiti che monopolizzi la vita politica, tanto più che tra essi c'è sempre un partito che emerge con la sua « dittatura di parte»; il suffragio universale ed i partiti politici hanno determinato 1a decadenza del parlamentarismo, con l'estensione demagogica del potere agli «incoscienti»; lo Stato è ente perfetto, assoluto, infallibile, il re ne è il simbolo rispetto al governo « relativo e mutevole» (cfr. op. cit., Roma OET 1944, pp. 70, 78, 91, 94, 97). . ( 14 ) Proprio in questi giorni, il 16 agosto, Salvemini scriveva a B_auer,. membro dell'esecutivo del partito d'azione (Lettere dall'America cit. pp. 19-24) per proporre una coalizione tra lui, Rossi e Lussu in contrapposizione a Sforza, Tarchiani e Cianca, per costituire ~ raggruppamento « col proposito di fonderlo col movimento socialista aI J?iù presto J?OSsibile, e così dare alla repubblica un contenuto sociahsta » (va rilevato che questo della fusione era anche •l'obiettivo di Lussu in vista del congresso di Cosenza cfr. op. cit. p. 108 e più avanti le considerazioni nel testo).

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neofiti marxisti » ( è un chiaro avvertimento a quella nuance di sinistra che si riconoscerà nel Pepe). Coronamento di questa impostazione « moderna » venuta fuori quasi per contraccolpo e reazione alla fusione con i democratici liberali è il discorso che il 2 settembre il leader dei «giovani», il Carandini, pronunzia al Brancaccio. Giustificata con « alta intenzione e pratica necessità » la discussa fusione « colpita ingiustamente da giudizi sommari », Carandini risolleva la bandiera del partito liberale «giovane e progressista» rivendicando crocianamente ad esso una posizione di centro, rigorosamente conservatrice della libertà ma in relazioni « chiare e perciò buone» con i partiti di massa, al cui blocco socialcomunista i liberali sono avvicinati da una comune« aspirazione alla giustizia». Fidente in un compromesso tra statalismo ed individualismo, pensoso d'ammonire i ceti medi ed abbandonare la paura del comunismo, sarcastico col « superficiale sinistrismo » di certi suoi compagni di partito, Carandini sembra abbandonare la genericità e le buone intenzioni solo quando parla, molto impegnativamente, di « parallelismo » d'azione con la democrazia cristiana, con la quale auspica « duratura collaborazione nella reciproca indipendenza » dal momento che la mancanza di un serio partito conservatore impedisce la concentrazione della democrazia laica (ricordiamoci di quest'argomento fondamentale, che sarà fatto sostanzialmente proprio da La Malfa per giustificare lo spostamento del baricentro della politica italiana sui democristiani, i quali hanno il torto di non stare correttamente a destra, e di sottrarre perciò il terreno alla sinistra democratica, la quale è così costretta ad una scelta obbligata). Carandini conclude da ministro (risanamento monetario, non vendetta né punizione nell'epurazione ( 15 ), integrità del territorio naziona(15) •L'epurazione torna vivamente d'attuaJi.tà nella seconda metà dell'agosto 1944 per una delle solite geniali e trovate• giornalistiche di Nenni, pensoso di sottrarre l'attenzione della pubblica opinione dal fondamentale terreno dei rapporti tra democristiani e comunisti, anche a costo di esagitarla con formule apocalittiche (Avanti! 19 agosto 1944: « O la •legge suU'epurazione e le sanzioni passa o passa ... la possibilità di democratizzare il paese senza ricorrere ai mezzi

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le) non senza alcuni sprazzi programmatici ardimentosi (il consiglio di fabbrica come organo di cooperazione con la proprietà privata, la gestione collettiva della terra quale preambolo della sua concessione ai contadini) un discorso che aveva iniziato da uomo politico nel delicato tentativo di enucleare un risultato progressista, o quanto meno una giustificazione strategica, da quella fusione che il Conti, sulla Voce Repubblicana del 29 agosto, aveva definito « forza negativa ... ostacolo opposto al progresso del paese » e ciò a motivo della « persistenza ostinata di una mentalità politica funesta» la quale rinnovava « uomini del passato ed errori del passato» in una prospettiva senza sbocco. La crisi liberale si delinea faticosa e complessa rispetto a quella estremamente lineare che attanaglia il partito d'azione riunito il 5 agosto, e per tre giorni, a congresso a Cosenza, la roccaforte del sindacalismo di Woditrka e dei suo compagni della sinistra, questa specie di capitale massimalista, col paternalismo demagogico di Gullo e di Mancini, nell'Italia liberata ( 16 ). La società di uomini liberi di Lussu « innanzi tutto in-

estremi del ferro e del fuoco • ). Gli replica otto giorni più tardi Domenica pubblicando un manifesto firmato sin dal 10 luglio dai giuristi antifascisti Astuti, Capograssi, D'Avack, Dominedò, Giannini, Jemolo, Nicolò e Ruffini Avondo contro ogni magistratura speciale, per la prescrizione e la non retroattività dell'azione penale, contro ogni confusione tra diritto da una parte, giudizio morale e storico dall'altra ( « Non possono assurgere a reato, se non si vogliono disconoscere i compiti e i limiti della funzione punitiva dello Stato, molte azioni che possono invece e debbono essere severamente condannate dalla morale e dalla memoria dei popoli»). Era stato Molé, del resto, su Ricostruzione del 17 agosto, sviluppando l'impostazione napoletana di De Gasperi ( « Un'officina che riesca ad aprirsi ed a fun. zionare è assai più utile che la notizia di un rudere di senatore portato all'Alta Corte•) a fornire esca aUa vampata terroristica di Nenni, ben presto calcolatamente sostituita, come vedremo, da quella « ricostruttrice • per urgenti elezioni amministrative. ( 16 ) Seguo per la ricostruzione degli avvenimenti Lussu op. cit. pp. 100-110 ed Omodeo op. cit. pp. 210-19 nonché l'opera intelligentissima del Pischel Che cosa è il partito d'azione pp. 147-160 (ne parleremo ad hoc alla costituzione del ministero Parri, che ne precede immediatamente e forse ne determina la stesura) in quanto mancano i resoconti giornalistici, compresi quelli dell'Italia I.ibera.

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terprete delle aspirazioni di giustizia e di libertà dei lavoratori » si presentava al giudizio dell'assemblea con la sua forte carica polemica, tipicamente rosselliana, contro i vecchi partiti sconfitti per l'astrattezza e timidezza loro, che avevano respinto le masse su sterili posizioni negative, con la sua vasta e mossa concezione d'una economia a due settori i cui limiti e rapporti sono « destinati a variare in uno spirito di costante evoluzione sociale, secondo l'accertato vantaggio della collettività e lo sviluppo della capacità e della coscienza politica nei cittadini lavoratori». A detta di Omocleo « in una situazione d'immaturità e d'insufficiente riflessione, il problema teorico fu poco felicemente impostato dal De Martino». Lussu ravvisa a sua volta nel giovane professore napoletano « il solo marxista fra i giovani intellettuali del Mezzogiorno continentale». Ora, a parte la diversissima discendenza culturale e politica tra gli azionisti meridionali ed il centro di Roma, e nel loro seno rispettivo, diversità già rifulsa a luce meridiana nell'aprile, non v'è dubbio che affidare la relazione politica al solo marxista, o quasi, di un partito nel quale il socialismo libertario e l'intransigenza giacobina rappresentavano le punte estreme a sinistra (non si parla, s'intende, del neo-mazzinianesimo di Omodeo, come tale pressoché isolato ( 17 ), né delle note tesi di La Malfa, sulle quali ritorneremo) costituiva una precisa e cosciente forzatura da parte della sinistra, e personalmente di Lussu, per liquidare sostanzialmente il partito e farlo confluire nel socialismo ad personam di Nenni, in funzione autonomistica rispetto ai comunisti e di rigorismo marxista dinanzi alla e democrazia umanistica » della destra. Vero è, infatti, come Lussu si preoccupa di ricordare, che il congresso discusse a lungo sulla questione meridionale lungo le tracce antitrasformistiche ed anticlientelari ben note del Dorso e di Tommaso Fiore, che approvò un odg. Cifarelli di

( 17 ) Acuta, nondimeno, la sua replica a De Martino (che svelava anche l'arrière pensée di Lussu) circa il « danno irreparabile di mettere nell'ombra il significato nuovo del movimento•·

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riserva verso l'organizzazione antidemocratica dei sindacati, che sanzionò le modifiche statuarie proposte dal Caracciolo. Ma è altrettanto vero che la discussione politica assunse un peso preponderante ed un indirizzo, rincalzato da Garosci e Lussu, talmente nuovo ed inatteso da isolare sostanzialmente, al pari di Omodeo, anche quel liberalsocialismo di Calogero che fino a ieri era parso costituire l'ideologia di sinistra prevalente nel partito ( 18 ). Ancora una volta, insomma, il solo autentico protagonista d'una possibile alternativa politica era La Malfa, il quale si presentò al congresso con la proposta di una concentrazione di forze democratiche per la Costituente, da realizzarsi attraverso un partito del lavoro. Era un colpo d'ala strategicamente geniale, e perciò destinato a lusinghiera fortuna, come quello che emarginava espressamente i comunisti e spalancava alla democrazia cristiana una via d'intesa, libera da ogni impaccio istituzionale o confessionale, con i socialisti, conferendo altresì agli azionisti un ruolo insostituibile di mediazione. Senonché una prospettiva del genere, oltre a scivolare sui problemi immediati, veniva raziocinata e lambiccata da La

( 18 ) Come tale continua a valutarla il Mazzei su Domenica 27 agosto 1944, scorgendo anzi nella sua pregiudiziale anticlassista il solo ostacolo alla confluenza del partito d'azione in quello socialista, dove peraltro, a detta dello scrittore, « talune vitali esigenze di Proudhon • (ma le condivideva il marxista De Martino?) erano pienamente legittime. Su Domenica del 3 settembre Calogero delineò così il suo pensiero: « ~ chiaro come il partito socialista si trovi oggi al bivio o di tener fermo al suo marxismo tradizionale e quindi di smarrire del tutto fa sua individualità sciogliendosi nel partito comunista o di chiarire il nuovo carattere liberale del suo socialismo, cioè di diventare liberalsocialista fondendosi col partito d'azione. Giacché è ovvio che non possono esserci tre socialismi ma soltanto un socialismo autoritario ed uno liberale, uno comunista ed uno liberalcomunista •: le conclusioni di Lussu, ma rovesciate, perché presupponevano una evoluzione liberale della destra socialista anziché un'elaborazione del marxismo da parte della sinistra azionista. Vale la pena di rilevare che lo stesso Lussu riconosce « troppo entusiasticamente sostenuto dagli americani• il sindacato scissionista di Gentili, Cifarel1i e Bruno Pierleoni e ciò nella difficile situazione sindacale di queste settimane, che vedremo più avanti.

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Malfa, giusta la felicissima espressione di Omodeo, « predeterminando, per un atteggiamento profetico, tutti i momenti che necessariamente si sarebbero succeduti, quasi leggesse nel libro squadernato dell'avvenire » ( 19 ). In tal modo l'assemblea, a parte l'oratoria di Lussu e il prestigio o l'abilità dei leaders meridionali, ebbe la sensazione di tenersi più al sodo col « rivoluzionarismo verbale » della sinistra anziché con le escogitazioni intellettualistiche di La Malfa. La sinistra poi, oltre all'accorgimento di mantenere in direzione come suoi rappresentanti uomini temperatissimi quali Fancello e Reale, a cui, oltre Lussu, si aggiunsero Comandini e Woditrka, ebbe quello di stilare un odg assai misurato (e sia pure inconcludente, come osservava Omodeo) nel quale un problema di destra o di sinistra veniva espressamente negato « perché il partito d'azione postula il superamento storico del liberalismo e del socialismo in una creazione rivoluzionaria e costruttiva di libertà e giustizia sociale» auspicando pertanto, secondo il suggerimento di La Malfa, una « intima collaborazione di tutte le forze del lavoro per la costruzione del nuovo Stato di libertà ». La sinistra insomma, pur disponendo di una maggioranza superiore ai due terzi dei voti congressuali (37 mila voti contro 17 mila sull'odg Lussu) non si sente di forzare i tempi e consente ampio spazio propagandistico alle tesi della minoranza, sia nell'ambizione di egemonizzarla in qualche modo, sia soprattutto per le perplessità ingenerate dagli ondeggianti socialisti. Vedremo così Lussu definire « di massa» iT partito sull'Italia Libera del 13 agosto, subordinandone le possibili alleanze ad una netta caratterizzazione di sinistra antiborghese nella prospettiva di una repubblica socialista, ma vedremo anche il 25 lo stesso giornale (sempre diretto da Muscetta, della tendenza moderata) salutare il sindacalista americano Antonini (ne riparleremo tra breve) in nome del partito d'azione « grande partito antitotali-

(19) Acre come sempre nei suoi ,personalisti, Omodeo ha forse torto nel riportare ad obiettivi puramente elettoralistici l'indirizzo socialisteggiante impresso dalla smistra al partito.

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tarlo del lavoro»: definizione assai impegnativa, che peraltro la direzione del partito faceva sua il 31 agosto, sintomaticamente nello sfondo di quel ritorno di fiamma della polemica sindacale che dovrà ora trattarsi appositamente. La battuta d'arresto unitaria connessa col rinnovamento del patto d'unità d'azione e con gli altri echi del convegno di Napoli era stata infatti interrotta da Nenni con gli accennati ballons d'essai sull'epurazione e le elezioni amministrative. Senonché, mentre l'Avanti! pubblicava quest'ultimo scritto, il 27 agosto, il Granchi pronunziava al cinema Parioli un discorso per la « revisione profonda di tutti i programmi politici» che rimetteva con veemenza in moto l'intera situazione. Il ministro dell'Industria, infatti, pur rifacendosi ai« fondamenti morali• del partito « frazione autonoma e responsabile di cattolici» (era una definizione anticipata due giorni prima dal degasperiano Andreotti sul Popolo) attaccava a fondo le « enormi responsabilità » delle oligarchie finanziarie, la cui attività poneva in essere un« quadro mostruoso» contro il quale doveva organizzarsi un socialismo non burocratico ma cooperativistico e decentrato, mercé il « primato del lavoro », l'unità sindacale, la collaborazione tra i partiti protratta al di là della Costituente e garantita dalla morte dell'anticlericalismo. Granchi parlava proprio mentre il Co"iere di Roma riportava le altezzose dichiarazioni di Antonini: « Se dalla mia attuale visita riporterò la sicurezza che realmente il movimento italiano del lavoro si ispirerà a saldi principi d.i libertà e di democrazia, senza subire influenze né governative né di partiti, faremo quanto umanamente possibile per offrire a tale movimento ogni aiuto». Òccorreva dunque che il fronte unitario non subisse incrinature in queste giornate delicatissime e che si mostrasse anzi in atto, per quanto possibile, anche sul terreno politico. Perciò l'Unità, che già aveva salutato con gran lode l'intonazione unitaria del discorso di Granchi, riporta il 30 agosto con rilievo la notizia che i comunisti di Taranto, dopo gli incidenti dei giorni precedenti, si propongono di « stringere sempre più i vincoli di fraterna collaborazione con le masse cattoliche e col partito de-

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mocratico cristiano»: ed il 1° settembre, proprio mentre l'Italia Libera indirizza ad Antonini una violentissima lettera aperta Oltre la facciata per denunziare le magagne autoritarie ed unanimitarie della Confederazione, il Di Vittorio rileva « avvicinamenti oltremodo confortanti » tra comunisti e democristiani sul gravissimo problema della terra. Ma i socialisti, alla vigilia del loro consiglio nazionale convocato a Napoli, vigilano attentamente: e se Saragat, sull'Unità del 1° settembre, ribadisce la pregiudiziale nenniana dell'impegno repubblicano quale unica condizione per l'accordo con i democristiani, Nenni sull'Avanti risfodera l'intransigenza classista: « Le alleanze e gli accordi non hanno senso per il partito socialista che se permettono di andare avanti alle classi lavoratrici verso il socialismo». Vero è che Saragat, sull'Avanti! del 3, definisce quest'ultimo« non altro che una concezione integralmente democratica della vita umana in tutte le sue forme»: ma la tendenza del momento è a non approfondire le distinzioni dottrinarie per affermare concordemente la ragion d'essere e lo spazio politico del partito dinanzi alla prospettiva «unitaria» dei comunisti, quella prospettiva che Togliatti e Scoccimarro sottintendono nel messaggio di saluto al consiglio nazionale di Napoli allorché affermano che« sempre più chiaramente si delinea il pericolo di una ripresa razionarla ». Nenni apre il 3 settembre i lavori dell'assemblea sulla linea medesima che verrà sancita nella risoluzione finale, elezioni amministrative, partecipazione governativa « per dovere•, unione« intima» con i comunisti al fine di evitare la guerra civile ( è una spiegazione difensiva insolita, tipica del momento di reciproca osservazione e diffidenza), pregiudiziale repubblicana nei confronti della democrazia cristiana, « violenza rivoluzionaria » contro il fascismo. La preoccupazione di non lasciarsi sfuggire i comunisti inchiodandoli sull'unità di classe è tale che il 7 settembre Saragat scorge nell'unità d'azione la sola speranza di edificare la democrazia sull'unità dei lavoratori: e prosegue: « Il partito socialista è conscio del fatto che, dissociato dall'ala comunista del proletariato, esso diventereh-

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be il pernio di una coalizione di forze conservatrici o addirittura reazionarie. Ciò non permetteremo mai». Fratelli siamesi, dunque, anche per Saragat « democratico integrale» alla La Malfa o alla Salvatorelli, nell'alternativa assai mortificante di un socialismo succube e girellesco per necessità. Quanto a loro, i comunisti accettano senz'altro elezioni amministrative a lista di partito, bloccata o « ciellenista » caso per caso, ed intanto procurano di stornare la minaccia insita nei risultati di Cosenza indicando al partito d'azione la strada « per un partito veramente democratico e progressista della borghesia» dopo che Carandini « caduto dalla luna» ha sanzionato al Brancaccio la definitiva liquidazione conservatrice del partito liberale ( Unità 5 settembre 1944 ). Le loro ansie sono ben altre, sono soprattutto per la circolare che il 31 agosto De Gasperi ha inviato al partito raccomandando di tener ferme l'apoliticità, la fede religiosa, la rappresentanza delle minoranze come fondamenti dell'unità sindacale, ma accennando altresì al riconoscimento giuridico del sindacato con iscrizione obbligatoria, alle funzioni di coordinamento da affidarsi alla Camera del Lavoro, al mantenimento delle organizzazioni confessionali. Di Vittorio è preoccupato seriamente, e lo scrive sull'Unità il 6 settembre: la parola torna perciò, dopo l'exploit Granchi, alla democrazia cristiana nel suo complesso, il cui consiglio nazionale apre il 10 settembre i suoi lavori con una relazione di De Gasperi (20 ).

( 20 ) L'Unità è sempre sollecita nel segnalare le iniziative unitarie, il movimento giovanile antifascista di Reggio Calabria, la conferenza organizzativa di Taranto presieduta da Maurizio Va•lenzi con messaggi a socialisti e democristiani « per l'unità e la Jotta », la « fraterna collaborazione» in corso a Staggia Senese fra i tre partiti di massa (6, 7 e 13 settembre 1944 ). Per parte socialista va segnalata la dura replica di Vecchietti, sull'Avanti! del 12 settembre, allo scritto di Calogero citato più sopra: « Per noi - scrive il giovane ideologo, che è ora, con Franco Lombardi in funzione essenzialmente anticrociana, il portavoce più autorizzato della cultura politica socialista - non esiste né un socialismo liberale né un socialismo autoritario ma un solo socialismo senza aggettivi che è liberale nei fini quando si parla

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« La crisi della combinazione governativa è fatale ed è già in atto. I partiti di sinistra sono spiritualmente all'opposizio-

ne »: Io aveva scritto con tono di trionfo Pacciardi sulla Voce Repubblicana del 6 settembre: e, proprio mentre De Gasperi parlava, Ruini evocava a Napoli, nel cinema Modernissimo, in un comizio con Ingrosso e Cerabona, la drammatica immagine, destinata a rapida celebrità, di « alpinisti in cordata »peri partiti dell'esarchia, una corda che l'estrema sinistra aveva il ·dovere di « non tendere troppo». Anche Gabriele Pepe, tracciando su Risorgimento Liberale, sempre il 10 settembre, un bilancio dell'assemblea socialista di Napoli, parlava di « dolorosa delusione » rispetto a quella grande democrazia mazziniana, proudhoniana, idealista, in cui era lecito sperare ( si ricordi l'auspicio di Mazzei) evolvesse almeno una parte del socialismo italiano. Si continuava a parlare, invece, di socializzazione anziché di cooperazione, di guera imperialista espressa dalle contraddizioni estreme del capitalismo (il « marxismo volgare» di Muscetta! ), tutte astrazioni, e si differiva formalmente una fusione già in atto negli spiriti con i comunisti, non sanzionandola solo « per irriducibile differenza psicologico » fra i leaders. Ma tutte queste deprecazioni s'inquadrano per Pepe ( ed un po' per tutta la sinistra democratica) nella più vasta preoccupazione rispetto allo « scarso senso politico del più

di vera libertà e autoritario nei mezzi quando si parla di necessità».

Socialismo senza aggettivi ? si sarebbe chiesto il 14 nella replica su Italia Libera il Calogero rinnovando il « vieni meco » al moderno socialismo critico dei Saragat, Zagari, Vecchietti, che già il giornale aveva deplorato il 7 fosse stato messo a tacere dai « vecchi temi del marxismo volgare» a Napoli (è da rilevare questa polemica ad hominem contro Nenni e l'inconsistenza del suo socialismo, che accomuna intellettuali di tendenze opposte come Muscetta e Calogero a svuotare il tatticismo puramente politico di Lussu). In realtà l'evoluzione della destra socialista era vista più a fondo dal Mazzei quando su Domenica del 3 settembre poneva l'interrogativo: « La democrazia che i socialisti propugnano è una democrazia antiliberale, un regime a partito unico,. un sistema politico totalitario, oppure è una democrazia che non disde$fla le istituzioni parlamentari, la libera dialettica dei partiti politici, e riconosce alle minoranze il diritto di opposizione? ».

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importante partito operaio d'Italia, che crede possibile un accordo politico con la democrazia cristiana, un movimento cioè di cattolici che hanno una visione del mondo ai cui antipodi è ogni forma di socialismo laico». In tal modo, a detta di Pepe, il « miracolismo demagogico » e la « minaccia rivoluzionaria a vuoto » avrebbero generato la reazione a scadenza imminente, secondo quello ch'era stato anche l'ammonimento di Togliatti e Scoccimarro ai socialisti, ma per inferirne conseguenze diametralmente opposte. Le inquietudini della sinistra democratica e le minacce socialiste di « rivoluzione preventiva » contro la monarchia non erano certo le sole ansietà che conturbavano De Gasperi all'atto di prendere la parola dinanzi al consiglio nazionale democristiano. Il giorno prima Togliatti gli aveva indirizzato un messaggio di saluto che, confermando il « rispetto assoluto • della fede religiosa del popolo italiano da parte del comunismo, auspicando un« accordo politico concreto» per un« blocco di forze popolari » ed un « regime democratico progressivo », esigeva per la prima volta una risposta diretta e precisa. Non solo: ma l'evoluzione in corso nel campo dei rapporti tra cattolici e comunisti era stata negli ultimi tempi tale da porre la situazione su basi nuove e diverse, e molto più impegnative. Aveva cominciato il cardinal Salotti a scrivere sul Popolo del 18 agosto rievocando la sua recente pastorale in cui aveva tracciato il programma « cristiano sociale» sì da meritare dai fascisti la taccia di leader, o quanto meno ispiratore e protettore dei cattolici comunisti, ma chiamando altresì oggi a raccolta intorno alla bandiera democristiana in nome della « inconciliabilità» tra cattolicesimo e comunismo (eccitatore questo ultimo, dei « più bassi istinti», dell'odio e della dittatura), quella inconciliabilità che tanti « cari e bravi giovani » non comprendevano e che lo stesso Togliatti procurava di superare con indubbia sincerità ma senza poter garantire in merito il controllo sul partito. Il cardinal Salotti, da buon patriota, ammetteva per il momento «contatti» tra democristiani e comunisti, essendo in corso la lotta di liberazione antifascista:

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ma i giovani di Voce Operaia (21 ) intesero bene dov'egli volesse

andare a parare ed il 4 settembre apparve sul loro giornale un odg della direzione centrale provvisoria il quale, reputando e fatto essenziale lo sviluppo di una democrazia ampia e progressiva condizionata dall'unità e dal netto spostamento a sinistra di tutti gli strati delle masse popolari cattoliche», ritenendo altresì la democrazia cristiana sempre più dominata da interessi conservatori, autodefinitasi partito di centro e perciò in « evidente opposizione» ai partiti di sinistra ed alle masse popolari, constatando come « incomprensione e diffidenza » nei riguardi del comunismo quale filosofia antireligiosa fossero diffuse non solo a livello popolare ma tra gli intellettuali e le stesse gerarchie della Chiesa, stimando necessario un « deciso richiamo agli stessi principi del Vangelo come garanzia di accesa spiritualità» e considerando del resto che « tutte le esigenze della classe operaia sono rispecchiate e difese in un programma politico di democrazia progressiva», deliberava la trasformazione del movimento dei cattolici comunisti in partito della Sinistra Cristiana. Il nuovo partito, che si poneva espressamente, con un contemporaneo articolo di Rodano, in concorrenza con la sinistra democristiana, affermando primario il compito di battere la destra e « liberare dalla zavorra conservatrice gli interessi democratici » (donde la sensazione per De Gasperi d'esser preso a bersaglio quasi ad personam dinanzi ad una mossa tattica

• ( 21 ) Si ricordino tra loro anche Antonio Tatò, Mario Spigoli, Giu~o Moretti, Vincenzo Emiliani, Antonio Rinaldini, Roberto Zupelloni, il senese Renato Matteini, il tarantino Michele Pierri, il fiorentino Mario Pini Accurti. Si ricordino su Voce Operaia del 21 agosto 1944, all'indomani della temuta crisi ministeriale e nel mezzo della polemica classista dei socialisti, due articoli significativi, uno di Ossicini sul comitato di liberazione come « tutela democratica per l'efficace funzionamento » del governo ( se ne auspicava « un più vasto respiro » alla periferia), l'altro di Rodano perché i partiti operai « sollecitassero in dinamismo la staticità connaturata ai ceti medi... collegando e armonizzando le nuove forme con quelle più antiche• contro ogni sentimentalismo ed estremismo verbale. Si veda su Domenica 8 ottobre 1944 un plauso ad essi dal Buonaiuti.

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che buttava a mare la strumentalizzazione« machiavellica» del materialismo storico) riconosceva l'infallibilità della Chiesa, auspicava la socializzazione dei monopoli e la difesa della piccola proprietà rurale ( due vecchi capisaldi della tradizione sociale cattolica), si pronunziava per la repubblica e l'unità d'azione con i grandi partiti di massa, affermandosi con una dichiarazione politica se possibile più allarmante delle precedenti in quanto ricalcava con fedeltà lo schema « popolare unitario » di Togliatti, abbandonando ogni pregiudiziale classista ed inserendosi, come s'è detto, nello stesso tessuto sociale della democrazia cristiana per batterla dall'esterno e liquidare il gruppo dirigente degasperiano: « Alcuni dei valori più alti e più preziosi difesi dalla concezione cattolica, la libertà e dignità della persona umana, l'elevatezza spirituale e religiosa dell'uomo, la famiglia, possono oggi essere completamente difesi, sul terreno politico e sociale dall'instaurazione di una democrazia progressiva cui possono dar vita, attraverso la loro unità, le masse popolari » ( 22 ).

(22) Anche per l'estrema sinistra risorgeva il fantasma della dissidenza allorché, il 4 settembre 1944, Carlo Andreoni, coadiuvato dai fratelli Luigi e Giacomo, da Appio Claudio Rocchi e Valentino Marafini, riassumeva la direzione del Partigiano con parole di fuoco contro l'esarchia ( « I partiti antifascisti, che avrebbero dovuto irrigidirsi fino all'estremo nella difesa delle posizioni italiane, irretiti nella finzione del CLN e in quella del governo dei sei partiti, hanno invece finito per apporre la firma di convalida al passato identificandosi cosi con la monarchia e assumendosi difronte agli Alleati la rappresentanza dichiarata ed ufficiale dell'Italia vinta») e fondava un Movimento Partigiano con l'obiettivo di « valorizzare (sic!) le idee dei guerriglieri• attraverso la mutua assistenza, la concordia, l'apoliticità, la « difesa dei giusti confini» la democrazia repubblicana e la fratellanza universale nella prospettiva di costituire la « riserva morale della nazione». Su queste fondamenta appare ovvia, il 19 settembre, l'adesione di Pacciardi al Movimento, all'indomani di un minaccioso avvertimento di Andreoni al governo ( « La situazione è assai più grave di quanto non sappiano coloro che credono di essere al potere»). Questa atmosfera terroristica e sovversiva, che richiama, anche ideologicamente, e soprattutto per la sua piattaforma patriottarda, taluni atteggiamenti del fascio interventista, merita di essere attentamente studiata, come pure le eventuali relazioni con essa, sullo sfondo fors'anche della politica estera e militare americana, da parte dello Sforza, la cui lunga eclissi politica dopo Salerno era stata interrotta

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Il problema del nuovo Stato postfascista, dunque: questo

il terreno sul quale si delineava l'avance di Togliatti al pari della sfida della Sinistra Cristiana, e che De Gasperi faceva proprio nel discorso del 10 settembre. « Figura concreta e non forma politica» lo Stato vagheggiato dai democristiani e dal loro leader avrebbe posto la persona prima della collettività e dell'idea dello Stato medesimo. In tale prospettiva pienamente nell'ambito della tradizione cattolica più ortodossa il consiglio nazionale democristiano ( che provvedeva a sostituire Aldisio con Rodinò in direzione, dove entrava altresì Piccioni in nome delle correnti pugnacissime della Toscana testé liberata di cui stiamo per far parola) approvava una mozione che, escludendo una pregiudiziale monarchica per la prima volta esplicitamente, rinviava il pronunciamento istituzionale al primo congresso nazionale del partito, attribuiva alla Costituente il definitivo ordinamento sindacale (era questo un irrigidimento ulteriore nel senso della circolare De Gasperi, nonostante gli appelli unitari di Di Vittorio), auspicava il ristabilimento della « piena autonomia» dei comuni contro il livellamento accentratore del « cosiddetto Stato liberale» esasperato dal fascismo (la formula, tra il medievaleggiante e l'anglosassone, lasciava adito alle più varie interpretazioni, e solo restava valida l'istanza polemica contro l'esperienza prefascista, che aveva ora in Piccioni il più agguerrito campione), reputava coraggiosamente « condizione indispensabile per parecchio tempo ancora» alla vita politica nazionale la collaborazione tra le forze democratiche, auspicava addirittura, primo passo concreto rispetto agli indefiniti appelli unitari dei comunisti, commissioni consultive allo scopo di precisare convergenze tra i partiti di massa. « In tal modo - proseguiva il

da un discorso all'Eliseo il 20 agosto che riprendeva l'idea dell'intesa italcrfrancese in funzione antitedesca con importanti corollari di politica estera (internazionalizzazione delle colonie e del porto di Trieste, essendo la città attribuita all'Italia, il Dodecanneso alla Grecia, Fiume « città anfizionica » come sede delle Nazioni Unite, «lealtà» con la Russia ecc.).

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documento democristiano - il partito crede di venire incontro al desiderio ripetutamente espresso dai partiti comunista e socialista {23 ) per un lavoro preparatorio comune anche al di fuori di quella che è l'attuale collaborazione al governo, senza far ricorso a speciali patti politici che fatalmente avrebbero la conseguenza, anche se non volontaria, di minare l'attuale compagine governativa». Partiti di massa e unità popolare o d'azione che sia, in poche parole, per i democristiani non s'identificano in formule intercambiabili. Discutere, tirare un bilancio, questa la replica finissima di De Gasperi al « mettiamoci d'accordo» di Togliatti, e ciò sia pure con l'avvedutezza di far seguire alla mozione un dettagliatissimo programma agrario ( espropriazione per utilità sociale nell'ambito regionale, gestione enfiteutica da parte di singole famiglie, la cooperazione solo come primo passo verso la gestione singola, la mezzadria in funzione equilibratrice, regolamentazione della piccola affittanza, concessione di terre seminative ecc.) che sembrava tornare ad attribuire alla democrazia cristiana, ancorché su linee sintomaticamente moderatissime, quel ruolo di grande partito contadino che era parso proprio del popolarismo, con chiara ripartizione di compiti rispetto ai partiti operai. Quanto personalmente al leader comunista De Gasperi gli rispondeva in modo particolareggiato, anche qui in contrasto con la concisione emotiva di lui, apprezzando i suoi propositi nel desiderio di vederli realizzati nella pratica ma ponendo in merito quale « condizione inderogabile » un clima di libertà e autodisciplina che le risse domenicali, lo scioglimento violento dei comizi ed altr~ simili malefatte comuniste nel Lazio non sembravano garantire.

( 23 ) Si noti l'accortezza, analoga in certo senso al tatticismo di Nenni, e che mostra una remota affinità di gusto strategico tra lui e De Gasperi, di questo rivolgersi in blocco ai due partiti operai, quantunque la freddezza socialista, espressa nella pregiudiziale repubblicana, si distinguesse grandemente dall'ostinazione comunista, entrambe su presupposti accuratamente calcolati, a cui si aggiunge ora il calcolo non meno sapiente dei democristiani.

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Sempre impegnata dalla parte della libertà, mai da quella delle forze reazionarie « che hanno già portato a rovina l'Italia• e minacciano attacchi che vanno sventati dalla solidarietà antifascista, la democrazia cristiana rammentava nondimeno che« la bandiera di tutti deve essere quella della libertà, della disciplina nazionale, del governo forte, del diritto comune e dell'uguaglianza dei cittadini, del governo, insomma, di popolo con i suoi partiti e non un partito unico sopraffattore». Il linguaggio, insomma, il gusto, i presupposti e dunque anche gli obiettivi finali dei due interlocutori divergono abissalmente nell'atto stesso in cui l'atmosfera politica e l'esperienza quotidiana sembravano avvicinarli come non mai. La replica dell'Unità in commento alla lettera di De Gasperi (scritta il 12 settembre e apparsa il 16 sulla stampa} è infatti molto imbarazzata, nel tentativo di limitare ad intemperanze verbali i disordini lamentati e di farne risalire la causa alla mancata epurazione, salvo poi a proporsi un appello comune ormai estremamente generico « alla civile convivenza». Il giornale comunista è sempre attento e zelante nell'informare su manifestazioni unitarie; il 10 settembre sul comizio che Grandi tiene a Tolfa accanto ad lngrao e Pertini, il 23 sul telegramma che De Gasperi invia a Li Causi ferito dai separatisti siciliani a Villalba ( 24 ). Nondimeno, il 23 settembre medesimo, è Togliatti stesso che, parlando alla conferenza provinciale romana del partito, dopo aver negato ogni possibile vitalità ad un governo che escludesse socialisti e comunisti ( 25 ), fa cenno brevissimo ad un eventuale accordo politico con i democristiani, dichiarandolo possibile solo se questi si porranno su una « linea chiara di difesa delle masse lavoratrici ». Si tratta d'una for(24) Ma notizia ben più allarmante è quella dell'Unità del 24 settembre sull'intervento del tipografo Giovanni Valdarchi alla conferenza provinciale romana, nel quale si stima cne solo 50 mila lavoratori, un quinto del totale, siano organizzati nella Confederazione. (25) Rinnovatasi la periodica atmosfera di crisi, il consiglio dei ministri confermò il 25 settembre la piena solidarietà tra i partiti, il rinvio dei maggiori l'roblemi al voto popolare, il fronteggiamento di • ogni ritorno offensivo delle forze reazionarie •·

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mula molto riservata, sostanzialmente una nuova battuta d'attesa, a cui corrisponde peraltro un'attività periferica intensissima che testimonia d'una disposizione spirituale e politica unitaria indubbiamente abbastanza diffusa. Nella settimana che va dal 27 settembre al 4 ottobre 1944, culminata nell'importante discorso fiorentino di Togliatti di cui faremo cenno tra breve, l'Unità riferisce sull'intervento del fabbro Novella segretario federale e del metallurgico Giulio Turchi assessore comunale alla conferenza di Roma per l' accordo politico con i democristiani da estendersi alle amministrazioni della provincia (ma si parla anche di migliorati rapporti con gli azionisti mentre Ingrao denunza liberali e demolaburisti quali responsabili della mancata riattivazione del CLN di Roma); sulla commemorazione unitaria che Pertini e Di Vittorio tengono a Bari di Giuseppe Di Vagno auspicando « l'immenso risultato» dell'accordo politico con i cattolici, al quale appello si associa Natale Loiacono sindaco democristiano (e repubblicano) di Bari; sul colloquio e comizio comune che il comunista Gianni Toti e il democristiano Raffaele Petrucci tengono a Fiano Romano dopo aver conferito col parroco; sul comizio del guardasigilli Tupini a Genzano presentato dal sindaco comunista del luogo; sulla visita che Spano compie nella sede democristiana di Civitacastellana; sulla fondazione di una lega di 150 contadini a Castel Madama ad opera di Aldo Natoli e dei democristiani locali; su una manifestazione unitaria ad Albano per i problemi della terra. Spiccano in questa cronaca spesso patetica, dove vibra tuttavia se non altro l'atmosfera « ciellenista » della liberazione, alcuni episodi più rimarchevoli quali l'intervista di Grandi all'Unità del 1° ottobre sui problemi della mezzadria e del latifondo (la ripartizione dei prodotti è «iniqua», la situazione si presenta «gravissima» talché occorre costringere i proprietari alla semina .dei terreni incolti se non sottostanno all'accordo), l'appello assai sconcertante e discutibile all'unità politica da parte di Luigi Antonini nel teatro Mercadante di Napoli accanto ai cattolici Notarianni e Colasanto, al socialista Gaeta ed al comunista Bibolotti,

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soprattutto l'articolo di Negarville sull'Unità dell'S ottobre che definisce i comunisti disposti ad un blocco amministrativo con i partiti « che nella sconfitta dei candidati reazionari vedono il trionfo di una democrazia progressiva presidiata dalla volontà popolare». Ad un mese dalla chiarificazione intervenuta fra Togliatti e De Gasperi, insomma, i comunisti hanno attutito il fervore politico della loro impostazione unitaria ma lo stanno portando avanti, fors'anche per sfuggire al vigile controllo socialista, con mille iniziative apparentemente frammentarie di cui ancora Togliatti traccia un bilancio e una prospettiva nel discorso di Firenze. « Piccolo passo innanzi » aveva invero giudicato sprezzantemente i risultati del consiglio nazionale democristiano l'Avanti! del 13 settembre, aggiungendo per soprammercato che una risposta definitiva sarebbe venuta dalle masse operaie e contadine settentrionali (il « vento del Nord » soffia impetuoso durante queste settimane nella redazione socialista in seguito al rientro di Pertini, che sull'Avanti! del 24 agosto aveva esternato la sua « penosa impressione» per lo stato di cose a Roma e la sua nostalgia per il Nord, il cui intervento a favore della repubblica socialista sarebbe stato a suo tempo decisivo). In realtà la chiara fermezza di De Gasperi e la perseveranza organizzativa dei comunisti stringevano lentamente i socialisti in un cul de sac, della cui delicatezza sono sintomo alcune impennate tanto fragorose quanto anacronistiche, l'appello di Nenni sull'Avanti! del 19 settembre ad una « energica concentrazione di poteri nelle mani di un comitato di salute pubblica» in seguito al tragico linciaggio di Donato Carretta, la richiesta della direzione, lo stesso giorno, per « misure eccezionali » contro gli affamatori e l'aumento immediato delle retribuzioni (sic!), il lirico articolo di Saragat, il 3 ottobre, evasione estremamente tempestiva da siffatte bassure, sulla libertà come fine del socialismo (consistente, quest'ultimo, nella « spiegazione di tutte le energie latenti per l'attuale organizzazione di classe » anziché un'equa ripartizione di beni economici, ov-

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viamente implicita in una « società superiore » come quella delineata da Saragat). Non per nulla, dinanzi all'impantanamento socialista, riassume ruolo di protagonista, col suo « fronte antitotalitario del lavoro» che è la prima formula anticomunista nell'atmosfera del CLN, il partito d'azione, pur conturbato dalle dimissioni che la confermata minoranza dell'esecutivo eletto a Cosenza ha presentato il 5 settembre ( 26 ). Si .direbbe anzi che la riacquistata libertà d'azione conferisca nuovamente a La Malfa indiscussa statura di leader, dopo la breve fiammata del vittorioso Lussu, col discorso fondamentale che il 17 settembre egli pronunzia a piazza Sonnino, tutta una schiettissima rivendicazione dell'individualismo liberale dinanzi al bolscevismo « asiatico» ed al socialismo mancato alla prova dei fatti per colpa del suo rigoroso classismo, tutta una critica ai partiti tradizionali e (ma questo è un morso d'amore!) a Nenni « impetuoso, popolaresco, focoso », tutta una celebrazione dell'iniziativa privata per la ricostruzione dello Stato. Al discorso si salda armoniosamente l'articolo del 23 settembre il quale, constatando l'accentuazione del distacco tra liberalismo e socialismo, la necessità di far esperienza del passato non ponendo mano alla creazione di una società socialista e marxista il cui empito rivoluzionario cagionerebbe una crisi, si compiace perché la democrazia cristiana (eccola nominata infine espressamente!) apprezza la novità e concretezza della « terza via». Questa è la grande novità strategica di La Malfa, il quale ( 26 ) Bauer, La Malfa e Rossi Doria invocano nella loro lettera l'unità del partito respingendo ogni distinzione fra destra e sinistra, dichiarano di non potersi dire socialisti esclusivamente per rispetto all'essenza ideologica e politica del partito, aderiscono al programma di Cosenza e reputano nettamente di sinistra i fini del partito ancorché non classisti, dovendo viceversa rappresentare il partito « il primo nucleo di un grande fronte del lavoro •· Dando notizia il 13 settembre dell'episodio l'Italia Libera reputa completamente infondato il timore dei dimissionari rispetto all'essenza del partito, in quanto quest'ultimo si è bensì a Cosenza qualificato socialista ma altresì autonomista, antitotalitario e liberale, senza i confusionismi del socialismo tradizionale.

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supera esarchia, partiti di massa, e dialogo tra comunisti e cattolici in una prospettiva intermedia che respinge ogni connotato classista (e quindi il socialismo dell'unità d'azione è emerginato al pari del comunismo), tranquillizza i liberali e i democristiani col liberalismo politico istituzionale e col liberismo economico, conferisce al partito d'azione un ruolo radicale d'avanguardia nella ricerca della « terza via» dove ci si imbatterà con l'ala democratica dei socialisti (e solo gli azionisti possono agire da connettivo in proposito) sl da spostare sul centro sinistro l'ala marciante del « fronte del lavoro» che resta comunque solidamente garantito a destra. La direzione del partito, essendosi probabilmente anche Lussu impigliato nella paralisi dei socialisti, sancisce il 1° ottobre la tesi di La Malfa pronunziandosi per l'esarchia fino alle decisioni della Costituente ma in seguito ( quando cioè la repubblica sarà stata proclamata, ed anche l'agnosticismo democristiano, cosl ostico ai socialisti, sarà un ricordo del passato) per « la formazione di una grande concentrazione democratica e repubblicana la quale, mirando alla soluzione dei problemi delle collettività umane lavoratrici, si costituisca quale nucleo della nuova vita nazionale »: l'Italia Libera del 4 ottobre, per la penna di Oronzo Reale, specifica repubblicani e demolaburisti, ed altresl democrazia cristiana e partito socialista quali forze confluenti nell'auspicata concentrazione: la parola torna dunque ai due grandi partiti, il socialista inopinatamente (forse qualche contatto tra Nenni e La Malfa, all'ombra preoccupata di De Gasperi?) restituito a ruolo di protagonista: i comunisti sono, o dovrebbero essere, fuori gioco (27 ).

(2'1) Quanto alle reazioni periferiche all'impostazione della direzione centrale democristiana si veda ad esempio sulla Gazzetta del Mezzogiorno 26 settembre 1944 il resoconto di un discorso del Santoro Passarelli ad Altamura (i democristiani non possono essere favorevoli ad una repubblica socialista né ad una che attenti alla libertà d'insegnamento ed all'indissolubilità del matrimonio). Meritevoli di nota anche la lode del Consiglio e del Cassandro al citato articolo di Saragat per la sua intonazione liberale e crociana (Italia Nuova 4 ottobre e Risorgimento Liberale dell'l 1 ottobre 1944 ). Una lettera di

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Un risultato del genere si era potuto già supporre (e senza dubbio aveva pesato non poco nella riservatezza estrema che i democristiani mostrano dopo un'apertura politicamente così ricca quale quella del loro consiglio nazionale) ( 23 ) dopo le gravi parole che l'Osservatore Romano del 19 settembre aveva dedicato a talune espressioni della lettera di Togliatti a De Gasperi. Premesso duramente che il riconoscimento comunista sulla religione non doveva essere inteso quale concessione politica ma come constatazione di un diritto naturale, l'organo vaticano proseguiva con contegnoso compiacimento che autorizzava ben scarse speranze: « I capi del comunismo italiano, con le loro ripetute dichiarazioni, non possono non intendere di riconoscere, proclamare e rispettare un diritto inerente alla vita e al costume civile che hanno contribuito a instaurare. Atto di coscienza, e quindi di prestigio, e quindi di vantaggio anche proprio, che merita, non meno per questo, l'espressione della co-

Sturzo a Giordani pubblicata sul Quotidiano del 17 settembre (nove giorni più tardi il pugnace direttore avrebbe apostrofato brutalmente Nenni: « Il popolo sano, ancora capace di dominare i nervi, se ne infischia di dittature, rivoluzioni e comitati di salute pubblica ») sembrava intanto confortare autorevolmente la linea degasperiana: « Il trovarsi la democrazia cristiana con gli altri partiti sullo stesso piano laico, mentre ne limita ragionevolmente l'azione di apostolato religioso, dà ad essa un influsso di eccezionale importanza nella stessa vita politica ...Guai quel giorno che, uscendo dai propri limiti, i democristiani come partito formulassero delle intolleranze contro gli altri partiti ovvero invadessero il campo dell'Azione Cattolica! ». Quanto infine ai liberali, il cui isolamento politico è in questo periodo pressoché totale, essi giudicano « scoraggiante e problematico » il discorso di La Malfa, non potendosi al partito d'azione conferire altro ruolo che quello di « protesta morale e stato d'animo» (Pannunzio in Risorgimento Liberale 19 settembre 1944) ma soprattutto stigmatizzano, nell'ingenuo tentativo di forzare i tempi del rappel à l'ordre conservatore, le « parole di gravità eccezionale » e l'allarmismo « ingiustificato e intollerabile» dei socialisti, due giorni più tardi. ( 28 ) Sfasature si limitava ad intitolare il Popolo 22 settembre 1944 un commento sul « doppio binario» dei socialisti mentre Gronchi esortava i lavoratori a Grosseto a prepararsi alle responsabilità della gestione aziendale e Pastore delineava un sindacalismo riformista attraverso biblioteche, università popolari e corsi professionali (idem 27 e 30 settembre 1944) senza alcun'eco del vivace dibattito in corso.

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mune soddisfazione». Nihil novi, insomma, sotto il profilo delle« fedi religiose opposte»: i cattolici rimanevano a pie' fermo pur dopo dichiarazioni che, negli intenti comunisti, avrebbero dovuto sanzionare la pace religiosa come premessa dell'unità politica. Occorre dunque rettificare il tiro, anche in seguito alle confidenze di Sturzo con Giordani, trattare la democrazia cristiana esclusivamente da partito politico, senza l'ambizione di transizioni troppo ardue che pur Togliatti aveva fatto intravedere nell'intervista Matthews. Se ne incarica il medesimo leader comunista col discorso fiorentino del 3 ottobre ( 29 ) e con l'intervista alla Nazione del Popolo dell'indomani. Ancora una volta, come a Roma, Togliatti è il primo uomo politico che avvia un colloquio costruttivo e delinea un'ampia visione politica in una grande città liberata. E questa città è Firenze, dove la realtà e l'ideologia del CLN hanno raggiunto livelli di concretezza ed efficienza fin qui impensabili. L'esarchia data per morta da Pacciardi è a Firenze una forza che opera sullo sfondo poderoso ed attualissimo della Resistenza armata, quell'unione, per dirla con le parole accortissime del presidente Bonomi in visita alla città,« che non è una semplice alleanza ma una vera unità politica, e che dà ai CLN il loro reale valore » ( 30 ). Ed il comitato toscano di liberazione, prima di guidare l'insurrezione armata, è quello che il 3 gennaio 1944 ha deliberato di costituirsi in governo provvisorio non appena possibile in nome della Costituente « il cui diritto per il popolo italiano sarà il ,primo ad essere proclamato » ( e con esso eguaglianza dei cittadini, epurazione « radicale immediata», guerra antifascista), è quello che il 30 aprile successivo ha riconosciuto legittimo il governo italiano di guerra « purché espressione del CLN unico rappresentante del popolo italiano » e perciò autorizzato a collaborare non solo col governo ma anche a controllarlo, sino a farlo rispondere dinanzi a sé dell'attività sua, (29) (30)

Vedilo oggi in Politica comunista cit. pp. 136-65. Nazione del Popolo 19 settembre 1944.

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in assenza della Costituente, ravvisandosi nel comitato il « primo nucleo » del governo ( 31 ). Quest'atmosfera particolarissima, in cui il comitato di liberazione corrisponde ad una forza unitaria rivoluzionaria antifascista ben distante dalle combinazioni di partiti dell'esarchia a Roma, va tenuta attentamente presente per valutare lo spirito e l'ambito dei documenti di Togliatti. Egli inizia il suo discorso celebrando il «colpo decisivo» inferto al nemico dagli Alleati verso i quali ci sono peraltro « doveri da riparare» (e dunque « pace d'espiazione » in contrasto col « diritto a stare tra i vincitori » rivendicato pochi giorni prima all'Italia dal Croce nel discorso dell'Eliseo, e ciò quantunque il leader comunista sottolinei stavolta la distinzione tra Italia e fascismo). Ribadito in polemica con Churchill il diritto nazionale di deliberare circa l'allargamento del governo dopo la liberazione del Nord, Togliatti rassicura i suoi uditori con queste parole: « Noi non concepiamo, fino a quando non s'istituisca un'assemblea costituente, la possibilità di governare politicamente il paese con un'altra formazione politica la quale non sia quella che corrisponde al movimento dei comitati di liberazione». In questa prospettiva l'unità politica della classe operaia sino alla fusione « in un avvenire che non sappiamo quanto sia lontano » col « fratello » partito socialista, e l'accordo politico con i democristiani, costituiscono i capisaldi preminenti d'azione. A Firenze, insomma, Togliatti pone in sordina i temi classisti romani e ricondurre in prima linea, ciò che costituiva un obiettivo avvicinamento ai socialisti, l'unità antifascista e il patriottismo di partito, accettando peraltro quella sorta di spartizione strategica che i democristiani avevano suggerito ed inquadrando l'accordo con essi nel carattere essenzialmente

( 31 ) Traggo i testi da Mario Delle Piane Funzione storica dei CLN, Le Monnier 1946 pp. 109 e 111 (opera ricchissima di riferimenti alla pubblicistica della Resistenza, vi torneremo più avanti in quanto, scritta nel settembre 1945, s'inserisce attivamente nel vivissimo dibattito sui comitati che imperversa durante il ministero Parri).

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agricolo dell'Italia, rispetto a cui la classe operaia si trovava « fortemente indebolita » (32 ). Parimenti nell'intervista alla Nazione del Popolo (che, non si dimentichi, era organo collegiale del CLN, come Bonomi solo accademicamente aveva auspicato potersi ripetere a Roma) Togliatti rivendica ai comitati funzioni di governo sicché la loro liquidazione urterebbe contro la volontà delle masse e turberebbe l'ordine pubblico. Auspicata « una forma di strettissima collaborazione » specie sul tema della Consulta ( che ora torna, come vedremo, in primissimo piano, in sottile concorrenza appunto con i comitati) Togliatti si augura che questo « asse della politica italiana» possa mantenersi anche dopo la Costituente, ne difende le benemerenze, suggerisce la confluenza dei partigiani nell'esercito, delinea un'autonomia regionale particolarmente larga per le isole e la soppressione dei prefetti, loda l'iniziativa toscana di commissioni di controllo sulla questura ed altri organi di pubblica sicurezza, s'inquadra insomma perfettamente nell'atmosfera forentina così ricca di fermenti autonomi ed in tal senso arricchisce la tematica del partito delineata a Roma anche se, ripetiamo, le prospettive più ambiziose vengono smorzate e la « pace religiosa » diventa, da politico, soggetto di scienza, secondo il suggerimento dell'opuscolo che appunto in questi giorni Jemolo stampa per i tipi della Nuova Italia (33 ). ( 32 ) Quest'accenno è contenuto nel discorso ai quadri del partito che Togliatti pronunzia subito dopo quello pubblico (op. cit. pp. 167 209). Vi si sottolinea il carattere nazionale e popolare di massa del partito comunista, si suggerisce il reclutamento del maggior numero possibile di giovani ed il conferimento ad ex fascisti di cariche nel partito solo dopo congruo noviziato, e soprattutto si auspica (cosa che nell'atmosfera unitaria cittadina Togliatti non si era sentito di precisare) • un blocco particolare di forze dei lavoratori in seno al movimento generale dei comitati di liberazione• (si tenga presente la crisi larghissima di questi ultimi nel Mezzogiorno specie per l'allontanamento dei democristiani e liberali: si veda il caso di Foggia in Gazzetta del Mezzagiorno 30 settembre 1944). ( 33 ) Per la pace religiosa d'Italia soprattutto pp. 35, 37, 41, 47. Jemolo vagheggia uno Stato che « informi la propria attività etica ai principi della morale cristiana •, suggerisce una modifica del Trat-

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Ma qualche giorno prima, a Roma, con due articoli apparsi sul Tempo 19 settembre 1944 in commento al linciaggio Carretta, l'Angiolillo ed il Repaci avevano per la prima volta dato forma politica abbastanza concreta all'atmosfera di scontentezza, di delusione, d'insofferenza, che circolava largamente e da tempo contro il governo come espressione dell'esarchia generata dai comitati di liberazione, e sarebbe durante il mese d'ottobre precipitata rapidamente sino a sfociare nella crisi aperta, ben al di là delle dimissioni di Bonomi. « Il paese stanco e incredulo avvertiva allarmatissimo Angiolillo - ha ancora residui di fede nella giustizia e nel suo avvenire. Sbigottito si avvia verso il domani, con la rasssegnata tristezza di chi si avvicina all'abisso ... Si abbia fiducia essenziale nel ristabilirsi della norma morale, decretando una buona volta il ramo d'ulivo a tutta la massa del ventennio ma la lucente e affilata scure per tutti coloro che sono un ridicolo insulto per il paese (sic!). Si faccia anche un falò delle ideologie e si determini comunque l'esistenza di un governo, ma di un governo che esprima la volontà e le possibilità di uno Stato giusto, forte, incorruttibile ». Fine dell'epurazione, riconciliazione nazionale, liquidazione della classe dirigente antifascista, chiusura del dibattito politico, autorità del governo, moralità dello Stato: con rara abilità giornalistica Angiolillo ha condensato ed anticipato tutte le parole d'ordine che saranno proprie dell'imminente e duratura sollevazione contro l'esarchia, trovando la loro espressione vistosa nel qualunquismo ma non limitan-

tato del Laterano attraverso l'allargamento a • Roma vaticana» della sovranità pontificia, il corridoio al mare e la libera navigabilità sul Tevere, chiede che nel Concordato lo Stato rinunzi a fungere da braccio secolare, che il valore civile del matrimonio religioso sia mantenuto ma purché lo Stato intervenga nello stabilire le condizioni di capacità, che le congrue vengano elevate, che lo Stato non sussidi alcun culto. Se la Chiesa esige il mantenimento integrale dei Patti a detta di J emolo bisogna cedere e piegarsi ma sottolineando il sacrificio compiuto allo scopo di evitare quel contrasto fra Stato e Chiesa che, secondo Jemolo, sarebbe il preambolo al trionfo del confessionalismo cattolico in Italia.

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dosi certamente ad esso sotto il profilo politico. Anzi è l'articolo di Repaci Pazzia dell'uomo qualunque che configura a Giannini la stessa immagine propagandistica del suo giornale, determinando altresì gli obiettivi dell'azione ed il suo carattere sovversivo e populistico, che Angiolillo aveva lasciato in ombra. « Codesta pazzia - scrive Repaci dopo aver descritto i partiti impegnati in una lotta furibonda per l'accaparramento delle cariche, i loro leaders condonanti al Brancaccio tutti come futuri presidenti del Consiglio dopo aver fallito nel compito di sbarrare la strada al fascismo ( 34 ), l'uomo qualunque come eterna incudine ed incredibile cireneo che si sarebbe potuto rivoltare in martello contro un governo frutto della tolleranza degli Alleati e del compromesso tra i partiti - potrebbe sottrarre il paese al bizantinismo dei partiti di destra, all'ipocrisia dei partiti di centro, al machiavellismo temporeggiatore dei partiti di sinistra, alla retorica grandeggiante di tutti. Non sarebbero i partiti ad inquadrare il paese per una rivoluzione che il pompierismo dei capi rinvierebbe all'infinito, ma sarebbe il popolo a farsi partito della rivoluzione, una rivoluzione liquidatrice della guerra tra le nazioni e combattuta nel nome del socialismo » (35 ). ---

( 34 ) L'impostazione «rivoluzionaria» di Repaçi è ripresa il 7 ottobre da J acobbi, che vede nel Nord la decisione della lotta per la Costituente e la contemporanea liquidazione di liberali e democristiani. « Bisogna sfatare il mito della democrazia pura » proclama il 27 l'Airoldi, pronunziandosi per le dittature « dinamiche e rivoluzionarie • e per la « democrazia progresssista » (ma il suo intervento va visto nell'ambito del dibattito di cui parla nel testo, che ha per protagonista il Perticone). ( 35 ) L'ultimo dei leaders a prendere la parola, al Quirino anziché al Brancaccio, fu 1'8 ottobre il Ruini, il cui intervento va visto essenzialmente e positivamente nella prospettiva delineata da La Malfa. Il leader demolaburista si pronunzia per uno Stato cooperativistico a cui si pervenga attraverso una formazione politica « germe ed avanguardia del partito del lavoro » che eviti quel frazionamento dei partiti che indebolisce gravemente il governo. A tal proposito Ruini giudica utilissima la funzione della democrazia cristiana in quanto sottrae le masse alla conservazione ( qui la strumentalizzazione è più evidente e ingenua che in La Malfa), loda Saragat per aver compreso Ja necessità di liquidare il classismo, risenra ogni conclusione sul-

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Rivoluzione socialista nazionale, dunque, con uno sfondo di pacifismo cosmopolita di vecchio stampo socialista, come soluzione di uno sconvolgimento schiettamente reazionario: è una parola d'ordine incongrua ma suggestiva dinanzi all'agghindato parlare di accordi, di fronti, di concentrazioni, in cui si esaurisce spesso l'intellettualistica tematica politica dell'esarchia. E. una parola d'ordine che potrebbe passare per neofascista ma che è significatamente echeggiata all'estrema sinistra da un antifascista come Pacciardi, uno dei candidati alla affilata scure di Angiolillo: « I governi alleati - scrive sprezzantemente il leader repubblicano sul Partigiano 9 ottobre 1944 - si affannano a circondare il governo fantoccio di un prestigio fittizio di forma mentre lo esautorano nella sostanza. Essi avrebbero bisogno di un paravento. Beato chi accetta questa strabiliante funzione ... Benedetto Croce non l'accetta più ... Dopo i tempi tragici ci volevano sei partiti antifascisti perché l'orrore e il ludibrio italiano diventassero faceti » ( 36 ). Di questi partiti il comunista continuava a mantenersi estremamente riservato, dopo la mise à point (che era essa stessa un assestamento strategico in attesa degli eventi) pronunziata da Togliatti a Firenze e prima che lo stesso leader rientrasse personalmente in campo con l'importante articolo del 5 novembre La democrazia si conquista a sanzionare ufficiosamente, con la denunzia della diffidenza diffusa verso i partiti antifascisti più avanzati, della liquidazione dei comi-

l'esperimento democratico in corso tra i comunisti. Escluso ogni conato rivoluzionario in presenza degli Alleati e ribadita l'urgenza di elezioni amministrative, Ruini delinea uno Stato repubblicano con Corte di garanzie costituzionali, governo di legislatura rovesciabile solo dal voto del Parlamento riunito, seconda Camera «economica», referendum popolare in caso di conflitti costituzionali. (36) Pacciardi cita l'opinione del comunista Giuseppe Berti, che sulla statunitense Unità del Popolo 9 settembre 1944 ha scritto che il governo italiano « non conta assolutamente un cavolo• e tutto dipende dal comando alleato, per trattare il medesimo governo, suscitatore del « sarcasmo universale•• da eunuco che « non fa e non lascia fare ».

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tati di liberazione e delle inframmettenze in merito da parte

degli Alleati ( 37 ), l'apertura della crisi ( 38 ). Tutt'altra, come s'è detto, la posizione dei socialisti, dopo il loro ritorno al centro della scena politica in seguito alla prospettiva fatta valere da La Malfa. Tutto il potere ai CLN è il nuovo slogan che Nenni mette fuori sull'Avanti! del 14 ottobre, un chiaro ricalco della formula che Togliatti aveva dovuto far sua a Firenze, ed al tempo stesso un richiamo originale alla « nebulosa» antifascista che i socialisti hanno sempre saputo agitare a tempo e luogo per arginare gli scavalcamenti comu-

{ 37 ) Tipico e gravissimo il caso di Napoli dove, avendo il sindaco Ingrosso assunto l'ufficio di presidente della Corte dei Conti, ili Alleati pretendevano sostituirlo con un commissario straordinano, respingendo la designazione cosi del socialista Lombardi come del comunista Palermo da parte del comitato di liberazione, finché si acconciarono al presidente di quest'ultimo, l'azionista Fermariello, che lasciò la sua carica a Giovanni Lombardi. (l1 ) L'Unità si limita a continuare a mantener viva una fittissima cronaca di manifestazioni unitarie: la sezione comunista di Fiumicino è inaugurata alla presenza del parroco; un prete di Poggibonsi, don Manzi, plaude alla proposta Togliatti per un accordo politico fra i tre partiti di massa; ad Orte è fondata una cooperativa di consumo unitaria; Luisa Cobau, Rita Montagnana e Giuliana Nenni scrivono al Popolo che la signora Cingolani, della direzione democristiana, avrebbe aderito all'Unione Donne Italiane se il partito non glielo avesse impedito; ai funerali di Domenico Spera, il contadino ucciso nei famosi fatti di Ortucchio nella Marsica che segnano l'initio della lotta contro il latifondo Torlonia e per la riforma agraria in Italia, il primo discorso è tenuto dal sarto democristiano Attilio Diomedi (Unità 11, 14, 17, 26 ottobre 1944). Al solito, ci sono cose quanto meno più indicative, come quando il 13 ottobre è riferito il discorso di ~rieco alla conferenza provinciale di Foggia, tutto un'accusa contro il settarismo prevalente nel partito, la scarsezza di giovani, nella necessità di combattere i sindacati scissionisti, di migliorare « di molto• i vecchi quadri, di rafforzare il comitato di liberazione (a QUest'ultimo proposito basti ricordare che solo ai primi di novembre fu possibile ricostituire quello di Roma, presidente il demolaburista Costantino Preziosi, segretario il socialista Ugo Zatterin). Ancora a proposito di Ortucchio, infine, è da notare il preoccupato giudizio della Civiltt) Cattolica 4 e 18 novembre 1944, di « meraviglia e critica• per la polemica del partito comunista contro il governo di cui esso stesso fa parte (,si tratta di un argomento fondamentale della futura polemica anticomunista, che tocca il punto di crisi dell'impostazione tog]iattiana tra empirismo di governo ed azione di massa): « Eccitare le popolazioni contro i carabinieri non è atto di patriottismo •·

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nisti. Con una formula del genere Nenni tien png1oniero Togliatti e non si lascia sfuggire La Malfa: ma le risorse dei socialisti non finiscono qui: il posto di Vecchietti come ideologo del classismo (il cui rigore può mettere in imbarazzo gli stessi comunisti) è preso con ben altra scaltrezza dal Perticone, che il 12 ottobre imposta la sua tesi su Socialismo e democrazia definendo arditamente come autogoverno e superamento delle antitesi tradizionali la dittatura della democrazia proletaria, forma politica che vien su in seguito al polverizzamento che la storia ha operato della piccola borghesia, talché il fronte unico democratico nasce oggi non già dal vecchio ceppo riformista bensì dalla dissoluzione in atto del vecchio regime di classi. ~ una risposta alla Lussu, volontaristica, alle tesi di La Malfa, ma con ben diverso rigorismo dottrinario, nella scia ortodossa del laicismo, che non lascia indenni i comunisti medesimi. Se ne avvede con finezza il Gonella, che replica il 15 sul Popolo a Perticone evocandogli il demone liberale che ha già suscitato gli interessati entusiasmi di conservatori crociani e monarchici: « Una via ben diversa e più rettilinea ha indicato, come maggior senso di comprensione dottrinaria e di concretezza storica, il Saragat ». Si tratta d'un cuneo scissionista che Nenni non può far passare senza pericolo, e che del ref\o egli ha antiveduto se, mentre esce l'articolo di Gonella, l'Avanti! reca un fondo nenniano La repubblica ci unisce genialmente travalicante d'un colpo tutte le possibili disquisizioni dottrinarie per tendere la mano a Sturzo sul terreno comune della soluzione repubblicana, dalla riforma agraria ed antimonopolistica. Il dialogo tra socialisti e democristiani! ·~ il trionfo strategico di La Malfa, che il 17 ottobre sull'Italia Libera non esita a salutare il cauto arNcolo di Nenni come « la più importante dichiarazione politica degli ultimi mesi » nella sua ricchezza di « punti fondamentali» forieri di « grandi conseguenze». Ma i socialisti evidentemente vogliono stravincere, porre irresistibilmente la loro candidatura ad un

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ruolo di mediazione e preminenza che può essere anche la direzione politica del paese, sconcertare con la varietà dei loro espedienti tattici. Mentre infatti Perticone è lasciato di riseiva a schermeggiare sul Tempo ( 39 ), mentre l'arroccamento democristiano diviene sempre più guardingo ed echeggiante le preoccupazioni medesime dell'estrema destra (Popolo 20 ottobre 1944: « La guerra non è finita, la ricostruzione non è cominciata, l'inverno è alle porte e il popolo si agita e reclama un governo forte, capace d'agire d'accordo con gli Alleati,), l'Avanti! vien fuori prima, il 22 ottobre, con una sviolinata accortissima a Sforza (intervista di Nenni alla Reuter per un condominio internazionale sull'Africa nel rispetto delle popolazioni) e con un ancor più impegnativo scritto di Silone, tutto un inno alla moralità del socialismo come « bisogno improrogabile» dello spirito,« appello fraterno» all'uomo, che vede oggi nei proletari gli affamati e gli infermi delle catacombe cristiane, alla cui salvazione occorre « convertirsi»; poi, il 25, con un'apertura inconsueta di Calosso ai repubblicani (4Cl) nel senso di una « considerazione regionale» del pro-

( 39 ) Tempo 20 ottobre 1944: « L'accostamento di socialismo e democrazia può parere ingiustificato solo dal punto di vista di un regime di classi contrapposte, non da quello di un regime di partiti operanti su una piattaforma comune di libertà a:lla quale debbono, in certe situazioni, rinunziare per assicurare, con l'esercizio di tutti i poteri, il trionfo della giustiizja. E questo spiega il nostro richiamo alla dittatura, che è lecita a tutti i partiti della libertà e della democrazia quando e fin quando l'opposizione non sia disarmata». L'ipotesi di una democrazia illiberale come la cristiana o la comunista è fatta propria su Domenica da:l Pepe a cui replica con grande scandalo, il 27 ottobre, il Lucifero sul Lavoro di Francesco Cao Pinna. ( 40 ) Sulla Voce Repubblicana 12 ottobre 1944 Anselmo Crisafulli spiega il separatismo quale « equivalente di un'espressione di sfiducia dei siciliani nello Stato italiano, espressione della disistima verso la politica dei politicanti, sfiducia e disistima rafforzate dal nullismo catastrofico dell'attuale esarcato ». Già Pacciardi, del resto, il 15 settembre, aveva delineato la repubblica come « evoluzione naturale nella storia del nostro tempo » la cui struttura costituzionale « deve rispetto alle esigenze quasi fisiologiche della nazione ». L'affinità temperamentale tra Pacciardi e Nenni, nella comune sostanziale moderazione ed abilità tattica, è del resto un dato ( che risale ancora una volta al vecchio interventismo di sinistra) da tener continuamente

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blema amministrativo ad integrazione di quella provinciale; finalmente, il 29, con una precisazione di Nenni dinanzi ad una maldestra forzatura della situazione tentata dal Salvatorelli a nome della destra azionista e di La Malfa, precisazione che chiarisce sostanzialmente la crisi in atto tra i partiti ed inaugura quella generale del comitato di liberazione che sfocerà a sua volta nella crisi conclusiva del ministero Bonomi. L'eminente storico aveva infatti scritto lusinghevolmente sull'Italia Libera del 26 ottobre: « L'Italia non risorgerà, anzi non si salverà, senza il pieno concorso delle forze popolari, di cui una parte eminente milita dietro la bandiera socialista e comunista. Si eserciti ogni critica, si mantenga ogni controllo sull'opera di questi partiti, ma si pensi bene che un loro allontanamento dal governo sarebbe disastroso». Le preoccupazioni di Salvatorelli, fautore di una concentrazione democratica più pronunziata in senso laico di quanto non fosse quella meramente empirica e riformista di La Malfa, si appuntavano onestamente a destra, dove i liberali apparivano allarmatissimi circa il « lealismo democratico» dei socialisti (Gentile su Risorgimento Liberale 26 settembre 1944) (41) e scorgevano nei fatti di Ortucchio una revoca in dubbio della autorità dello Stato e la tendenza dei cittadini à farsi giustizia da sé (idem 20 ottobre 1944) ed infine, col Pepe, il 25 ottobre, rivolgevano all'ala democratica del socialismo un aperto e temerario invito scissionistico («Gli attuali partiti a programma laburistico, ma senza lavoratori, potranno costituire il riformismo di domani quando, cessata l'attuale contingente unione di socialisti e comunisti, riaffioreranno insopprimibili esigenze riformistiche nel partito socialista? Sapranno dare presente: « Laddove ci voleva tm. comitato di salute pubblica o un governo provvisorio con pieni poteri - scrive il leader repubblicano il 20 settembre - si è creato un pasticcio di accomodamenti e cli transazioni ». (41) Lo stesso citato articolo laudativo di Cassandro a Saragat elevava dubbi sulla necessità di appellarsi aJila lotta di classe dal momento che le « energie latenti nell'individuo» potevano benissimo dispiegarsi in una società fondata sull'iniziativa individuale.

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al riformismo idee mazziniane, democratiche, federalistiche europee? ») ( 42 ). Ma le conclusioni di Salvatorelli, specie se lette in controluce a quelle di Pepe, apparivano troppo paternalistiche perché un grande partito, che si sentiva all'acme della propria fortuna, potesse accettarle con sottinteso spirito di rassegnata subordinazione. Perciò Nenni, proprio mentre la direzione azionista supponeva di poter coronare l'impostazione di La Malfa col proporre la pronta convocazione della Consulta sullo schema dei comitati di liberazione e cooptandovi alcuni tecnici, non esitò a mandare all'aria tutta l'architettura lamalfiana con parole durissime: « La nostra recente discussione con la democrazia cristiana, la democrazia del lavoro, i liberali, è stata del tutto negativa ». Due blocchi, dunque, precisa Nenni, i partiti operai e quelli di centro, la cui unione su basi repubblicane e socializzatrici può vanificare le escogitazioni intellettualistiche di alleanze parziali e sconfiggere effettivamente la reazione. Ciò significa che il ruolo egemonico vagheggiato da La Malfa per gli azionisti, malgrado i cedimenti più o meno vistosi di Saragat, è nettamente respinto dai socialisti nel loro complesso: uno dei leaders del « socialismo umanistico », Silone, viene di rincalzo a Nenni il 31 ottobre, ravvisando nell'azione democratica dei socialisti la garanzia per la permanenza dell'Italia nel campo occidentale, a quel livello intermedio di sviluppo (tra la Svezia e l'Indocina, precisa Silone) che giustifica la divisione ancora in atto in Italia tra socialisti e comunisti (la soluzione, secondo Silone, non si può prevedere, ma la luce del mito del socialismo scandinavo è già stata accesa). Disperato, a questo punto, il 1° novembre, l'intervento di Lussu

( 42 )

Nel frattempo, il 13 ottobre, l'esecutivo liberale si pronunziava

per la smobilitazione della proprietà terriera dell'Opera Nazionale

Combattenti, la diffusione della piccola proprietà coltivatrice e la costituzione di cooperative atte a condurre direttamente aziende latifondistiche e di enti autonomi regionali di colonizzazione, una volta liquidati gli usi civici.

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sull'Italia Libera, nel tentativo di evitare la crisi che Togliatti si limiterà freddamente a constatare due giorni più tardi. Rovesciando la tesi di La Malfa, e rinunziando a quelle sue stesse per l'unità socialista, Lussu lancia la parola d'ordine del « blocco delle sinistre » allargato a tutti i partiti ( quindi anche al liberale, per costituire un impossibile contrappeso a destra che riesca ad arginare lo strapotere socialcomunista allo scopo di non far sommergere il partito d'azione) per evitare la guerra civile e sconfiggere i reazionari. A Lussu risponde solennemente Saragat sull'Avanti! del 7 novembre commemorando la rivoluzione sovietica, a dimostrare l'assoluta indisponibilità socialista a manovre che cerchino d'intrappolarli emarginando i comunisti o comunque distaccandoli da essi. Per Saragat, volontaristicamente, la Russia « ha vinto la Necessità ed ha conquistato la Libertà di essere veramente se stessa, guida di popoli liberi sulla strada del socialismo e della libertà»: non vi è stata in Russia lotta tra dittatura e democrazia giacché quest'ultima era una falsa democrazia: forse (e qui l'azzardata ipotesi storica di Saragat è soprattutto un prezioso suggerimento politico) « democratici consci dei loro doveri e della necessità delle cose» avrebbero potuto risolvere la crisi, concludendo la guerra e restituendo la terra ai contadini: intenda chi deve nella sinistra democratica, par di leggere tra le righe del leader del cosiddetto « umanesimo marxista». A questo punto, 1'8 novembre, giunge a Roma la delegazione del comitato toscano di liberazione (gli azionisti Ragghianti e Codignola, i liberali Artom e Medici Tornaquinci, il socialista Attilio Mariotti ecc.) il cui arrivo segna una svolta decisiva nello svolgimento della crisi, trasferendola dal piano dei partiti a quello « ciellenista » e quindi a livello ministeriale. L'Unità, ormai perfettamente allineata, annuncia l'avvenimento a grandi titoli, il 10 novembre, Comincia a soffiare rigeneratore il vento del Nord - Il CTLN rivendica tutto il potere per il movimento popolare antifascista; il giorno prima Nenni ha anticipato nel consueto stile perentorio l'oltranzismo

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su cui socialisti e comunisti sono compattamente assestati in attesa del grande comizio unitario sul Palatino in celebrazione dell'ottobre rosso: « Il solo potere legittimo nell'Italia liberata e in quella oppressa dal nazifascismo è quello dei CLN ». Il governo è in tal modo completamente squalificato e subordinato ad una polemica che, nel quadro della «nebulosa» antifascista concretizzata energicamente a Firenze, mette in risalto crescente il blocco dei partiti operai. Codignola sull'Italia Libera dell'll novembre (43 ) reputa «puerile» pensare ad una abdicazione dei comitati, i quali vanno organicamente riformati allo scopo di assolvere alla loro specifica funzione di rappresentanti governativi alla periferia: e Fancello il 14 fa proprie anche nel gusto e nel linguaggio le opinioni di Nenni: « Un governo democratico non può esistere oggi in Italia se non come espressione dei CLN. Fuori di questi c'è il caos». Dall'altra parte della coalizione, a destra, lo sgomento si somma ad una errata e sfasata valutazione della realtà. Il Quotidiano del 31 ottobre ha pubblicato una lettera di Sturzo indicativa di una certa disposizione mentale non solo disinformata ma insufficiente e tendenziosa. A giudizio di Sturzo (che pur descrive acutamente la situazione dell'opinione media americana, ferma al dilemma Badoglio-Togliatti, una volta tramontati Croce e Sforza) il programma comunista è uno « specchietto» null'altro essendo il comunismo in Italia se non e fenomeno transitorio di un periodo di miseria e di fame o etichetta per distinguere i comunisti dai socialisti » (e ciò a non parlare della dipendenza da Mosca, per cui il comunismo è fenomeno assai più europeo che non italiano, la penisola essendo destinata, per le sue condizioni particolari, a risentire ( 43) Fin dal 5 Muscetta e Garosci hanno lasciato la direzione del giornale, dove si paralizzavano a vicenda, nelle mani di Bruno Pincherle, che l'orienta temperatamente a sinistra. Tipico del momento Politico esasperatamente unitario un editoriale del 12 novembre a nonna del quale la rivol~ione sovietica si sarebbe dovuta celebrare da tutto intero il comitato di liberazione. Nel quadro del travaglio interno degli azionisti si rilevi un comizio napoletano del De Martino, il 31 ottobre, che parla di « idea religiosa• del partito.

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per ultima i contraccolpi internazionali). I liberali, per parte loro, sanno benissimo che non è cosi, ed affilano le anni per farsi valere in un urto che restituisce ad essi obiettivamente ruolo di protagonisti. Pannunzio è venuto fuori il 1° novembre con uno squillo di guerra che è il preciso riscontro di quello che Nenni ha fatto echeggiare in replica a Salvatorelli: « Se la libertà e l'ordinamento sociale che la presuppone (sic!) verranno minacciati li difenderemo. Non si illudano i nostri avversari di domani (44 ). Saremo i più forti. Sono dalla nostra parte la ragione, la storia, la volontà morale, l'esperienza. Abbiamo con noi quello che una volta si chiamava il consenso degli onesti. In parole più alte e più nobili, lo spirito del mondo». Spetta al comitato nazionale liberale, il 5 novembre, proprio in concomitanza con la decisiva iniziativa fiorentina, tradurre in prosa la poesia di Pannunzio. I liberali dichiarano d'astenersi da attività e polemiche faziose, auspicano (introducendo un dibattito di cui vedremo avanti lo svolgimento, e che funge da chiara alternativa polemica nei confronti dei comitati) una Consulta politica e pubblica « a rappresentanza prevalentemente regionale » ( vedasi anche qui il significativo passo indietro rispetto alla precedente estrazione « ciellenista » ). I liberali auspicano altresl severa e sollecita epurazione, sindacati liberi, apolitici e democratici, i CLN provinciali forniti esclusivamente di « funzioni di collegamento fra i partiti e consultive nei riguardi delle autorità governative per i problemi locali ». Sottolineate la « insostituibile funzione sociale• e la « tragica situazione• dei ceti medi, richieste larga autonomia d'associazione ed opinione in Sicilia (il recente sanguinoso eccidio di Palermo aveva riproposto così il problema del separatismo come dell'epurazione delle forze di polizia), maggiore produzione agraria, rapide comunicazioni, aumento delle retribuzioni, perequazione regionale in campo doganale e tri-

(44) Interessantissima, ed anticipatrice del futuro, questa spaccatura potenziale che Pannunzio introduce nel comitato di liberazione propno nel momento di massima tensione unitaria.

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butario, industrializzazione, lotta al latifondo e così via (un cahier de doléance omnicomprensivo, ohe i concretissimi liberali sapevano ben mettere fuori a tempo e luogo, quando c'era bisogno di qualche impostazione demagogica da protagonisti) i liberali avevano sostanzialmente delineato la piattaforma politica che Pannunzio avrebbe resa esplicita il 12 novembre, alla vigilia del comizio del Palatino (45 ), con un articolo dal titolo emblematico La politica e la piazza. « Concordia e consenso con la democrazia cristiana »: questa la parola d'ordine liberale, praticamente ovvia dopo il fallimento della concentrazione di La Malfa, ma che, a differenza di questa, non architetta alcuna dislocazione o avanguardia di partiti, si limita ad un'offerta incondizionata di alleanza in funzione esclusiva di resistenza. « La chiara volontà dei socialcomunisti di tenere in stato di agitazione permanente l'opinione pubblica scrive Pannunzio senza sottintesi - non può che condurre a una rottura del fronte democratico ... Noi sentiamo il dovere di dire basta». :e. il pendant preciso del Così non si va avanti del Perticone sul Tempo del giorno innanzi: « Si faccia un governo di sinistra o del centro sinistra, demosocialista o demoliberale - ha scritto Perticone con una insofferenza moralistica che richiama le apocalissi sovversive di Angiolillo (46 )

( 45 ) Sul grande comwo del 12 novembre (dn cui gli accenni di Nenni alla « fraterna unione• tra socialisti e comunisti vennero sommersi da invocazioni clamorosissime alla fusione, indice anche questo di uno stato d'animo particolare, che una serie di provocazioni, in testa quelle della banda del « gobbo del Quarticciolo •, rendevano minacciosissimo) si vedano i pesanti sarcasmi della stampa liberale, un atteggiamento di snobismo spesso crudele e ferocemente reazionario in cui si sarebbe specializzato, specie ai tempi del ministero Parri, il Gorresio con lo pseudonimo di Cassiodoro sulla Città Libera di Giorgio Granata ( del suo volume Un anno di libertà parleremo perciò a suo tempo). ( 46 ) Angiolillo riprende la penna il 14 novembre con un titolo programmatico Babele. « Io accuso il perpetuarsi di una vita dittatoriale in un paese stanco e negletto• (si tratta dei Sei antifascisti in camicia nera che Bruno Valeri ha descritto sul Partigiano del 30 ottobre, l'inizio di quella dolorosa polemica circa il « fascismo degli antifascisti » che avrà a suoi protagonisti qualunquisti e repubblicani, ma non solo essi). Si noti intanto che fin dal 21 settembre, dopo

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CAPITOW II

senza il lucido disegno politico dei liberali Ma si faccia un governo che sia governo ». Il Perticone parla di un programma ricostruttivo come unico frutto possibile della tregua fra i partiti. :È la parola d'ordine dei democristiani, la cui lunga riservatezza dopo il consiglio nazionale di metà settembre, rotta soltanto qua e là da qualche fiammata unitaria a cui si contrappone un contraccolpo scissionista specie in campo sindacale ed ancora ad opera del Pastore (47 ), comincia ad essere turbata a fine ottobre dalla generale inquietudine fra i partiti e soprattutto dalle novità intervenute in campo cattolico. :È del 23 ottobre 1944, infatti, nove giorni dopo l'espulsione di Gerardo Bruni ( 48 ), la dichiarazione dei cristiano sociali ( Giovanni Co molli, Gabriele De Rosa, Oreste Marchesini, Giuseppe Marchesi, Pio Mon-

l'attentato di Villalba a Li Causi, Repaci aveva proposto sul Tempo un blocco delle sinistre comprendente socialcomumsti, repubblicani, cristiano sociali e azionisti, che chiudesse 1'epurazione e fucilasse responsabili e profittatori della .guerra. Il tono schiettamente « diciannovista » del discorso di Repaci è evidentissimo in un passo come questo: « Nuove formazioni politiche nate dall'humus creativo della disfatta, del volontarismo, del partigianesimo, dell'improvvisazione eroica delle folle assetate di giustizia sociale, si annunziano all'orizzonte». Quanto poi al disegno politico dei liberali, sfociante in una soluzione di governo centrista, si ricordi ch'esso è fatto proprio dal Carandini nel discorso di Avellino duramente commentato dal Dorso nella Voce di Napoli 10 novembre 1944 (ora in op. cit. pp. 21-6). ( 47 ) Di lui un articolo sul Popolo 8 novembre 1944 che deplora la prassi sindacale non essersi sostanzialmente modificata dall'epoca fascista. Sempre il Popolo aveva invece riferito il 20 ottobre l'intervento di Michele Camposarcuno al congresso comunista di Campobasso per precisare la comune responsabilità dei partiti di massa nella lotta contro le clientele trasformistiche. ( 48 ) Dopo la liberazione di Roma, attraverso rapporti che si amerebbe poter precisare, i cristiano sociali avevano fatto della Voce Repubblicana la loro pubblica tribuna, il 20 agosto 1944, ad esempio, con un odg constatante la forza e consistenza della reazione arroccata intorno alla monarchia, a cui giovava contrapporre la « concentrazione efficace di tutte le energie democratiche» come conseguenza della preventiva « collaborazione con tutte le forze rispettose dei principi etici e della morale cristiana» (è la caratteristica ambiguità del Bruni nei confronti dei democristiani). Il Bruni fu espulso il 14 ottobre per cc atteggiamento arbitrario e clisgregatore » ed il 16 la direzione approvò la relazione del segretario Montesi poi concretizzata nella dichiarazione del 23 che Voce Operaia pubblicò il 6 novembre.

TRAVAGLIO DI PARTITI E LOTTA DI LIBERAZIONE

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tesi, Silvio Orlandi, Giacomo Sampognaro, Felice Tisci) per l'unione in una « concentrazione delle forze democratiche e progressiste ed unione di tutte le correnti cristiane di sinistra» ( 49 ) col partito della Sinistra Cristiana, che nei primi due giorni di ottobre ha tenuto il suo convegno al liceo Visconti di Roma, relatori Rodano (un partito democratico progressista che rappresenti l'avanguardia dei lavoratori cattolici, nella prospettiva nazionale, popolare, classista, del postfascismo), Ossicini (appoggio incondizionato al governo nell'inquadramento « ciellenista » e rifiuto di ogni tentativo d'infrangere l'unità antifascista, lotta a fondo contro i « reazionari» che dominano la democrazia cristiana e ne frenano le velleità di sinistra), D'Amico (epurazione e spoliticizzazione delle forze armate). Comunisti, demolaburisti, azionisti (l'assenza del partito socialista è quanto mai eloquente) si sono felicitati ufficialmente per l'avvenuta fusione, gli azionisti addirittura sottolineando un'assai discutibile « vicinanza » tra essi e la Sinistra Cristiana nel campo politico e sociale. E questo basta (insieme, lo ripetiamo, con la crescente tensione di tutta intera l'atmosfera politica) per esasperare al massimo l'orgoglio di partito dei democristiani. Il 9 novembre, appena preso atto delle proposte toscane che stiamo per esaminare dettagliatamente in vista della loro singolare importanza, la direzione democristiana constata il disagio che regna nel paese, la sfiducia verso il governo alimentata dalla stampa dei partiti medesimi che partecipano alla compagine ministeriale (è la polemica sul « doppio binario» di cui s'è già fatto cenno), la tendenza a disobbedire alle leggi, la violenza e l'arbitrio, si da compromettere la libertà e la democrazia, l'urgenza di una decisa ed unitaria azione governativa per ristabilire l'impero della legge, il rispetto dell'autorità statale, la fiducia e la sicurezza dei cittadini. « Bisogna cambiare strada commenta autorevolmente ( 49 ) Si noti quest'espressione convergente con la recente strategia dei seguaci del Rodano in concorrenza con la sinistra democristiana.

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CAPITOLO Il

Gonella sul Popolo dell'll novembre - cioè abbandonare le pericolose e tortuose deviazioni per ritornare sulla via maestra dei metodi democratici». :e. un ammonimento agli altri partiti dell'esarchia ma è sopr~ttutto un vigoroso rappel à l' ordre all'interno della stessa democrazia cristiana. De Gasperi, insomma, con una sterzata che resterà nelle sue grandi linee definitiva, anche se più articolata e sfumata nei particolari, presceglie un inquadramento del problema sotto la specie della difesa della libertà, che è però essenzialmente tutela dell'ordine pubblico, ponendosi in tal modo alla destra degli stessi liberali, nella prospettiva di un governo non soltanto efficiente quanto soprattutto «forte», l'auspicio nel quale si trovano sintomaticamente d'accordo la reazione di destra e la sovversione di sinistra. « Tutto il potere deve essere dato ai rinnovati organi dello Stato democratico - precisa Gonella il 15 novembre affrontando in pieno il punctum dolens della situazione (50 ) - I CLN hanno e devono conservare l'importante compito consultivo. Quindi non dovranno sovrapporsi allo Stato... La pubblica lotta fra comitati e autorità è semplicemente un assurdo» (la data delle elezioni come conclusione dei comitati e l'evocazione del « diciannovismo » combattentista non sono che corollari e pennellate di colore in una impostazione di per sé chiarissima). Tutte le parole sono state ormai dette: la crisi può avere inizio anche formalmente. ( 50 ) Sintomaticamente del tutto opposta l'opinione di Rodano su Voce Operaia 13 novembre 1944 (lo stesso numero in cui Montesi e

Ossicini commentano con incondizionato favore le tesi del comitato toscano di liberazione). A detta del Rodano, dinanzi alla debolezza politica del governo ed all'impossibilità del blocco delle sinistre tornato a vagheggiare da Lussu, « la soluzione sta nel dar vita, entro la piattaforma necessaria dei CLN, ad un solido nucleo di fronte popolare capace di essere il propulsore dell'intera compagine• (un nuovo slogan è stato dunque coniato, indubbiamente vicino al tatticismo ed al gusto di Nenni).

CAPITOLO

III

LA TRIPLICE CRISI: PARTITI, COMITATI, GOVERNO

La delegazione toscana giungeva a Roma dopo una lunga e precisa elaborazione d'idee che aveva impegnato a Firenze il contributo di tutti i partiti (1). Aveva cominciato lo stesso cardinale arcivescovo Dalla Costa a proclamare il 24 settembre in S. Maria del Fiore passato il tempo delle dittature, e ad invocare « principi inconcussi» per garantire al paese unità e concordia. Aveva fatto seguito, il 12 ottobre, il democristiano Piccioni anticipando l'argomento del giorno, la Consulta, ed auspicandola espressa esclusivamente dai comitati e suddivisa in commissioni tecniche per esaminare le varie questioni allo scopo di un « totale profondo rinnovamento dello Stato » che sarebbe poi stato posto in essere dalla Costituente ma evitando i danni delle improvvisazioni proprie delle assemblee politiche (il nesso necessario Consulta-Costituente è qui un punto fermo che esclude impaludamenti e scappatoie). Lo stesso giorno il partito d'azione emanava ai confratelli un invito a particolareggiare programmi e fini per promuovere ( è l'asse La Malfa-Ragghianti che torna a formarsi su linee moderate, malgrado le abissali differenze di formazione e di temperamento) « una concentrazione democratica repubblicana come nucleo della nuova vita politica nazionale» all'interno di quell'esarchia che resta comunque la sola formula politica gover-

(I) Traggo le notizie che seguono dalla Nazione del Popolo ad datas.

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CAPITOLO I II

nativa legittima fino alla Costituente. « Unirsi e distinguersi »: questa la parola d'ordine vagamente salveminiana (2) che gli azionisti fiorentini fanno propria e che i liberali raccolgono per primi, affermando il 17 ottobre (Artom, Medici Tornaquinci, Devoto, Fossombroni) la natura progressista del loro partito ed incaricando il 21 Vittorio Santoli di delineare l'esigenza « indispensabile » di un partito conservatore che eviti la reazione nel Mezzogiorno e si ponga al tempo stesso al di fuori del comitato di liberazione, la cui unità deve permanere a

( 2 ) A proposito di Salvemini, e per meglio documentare l'atmosfera politica fiorentina di questi giorni, è molto interessante la lettera scrittagli il 9 ottobre 1944 da Calamandrei, secondo il quale « la parte distruttiva della rivoluzione è già avvenuta• e ciò soprattutto a danno della monarchia « la quale da lontano può parere più viva di quello che in realtà sia •· Calamandrei considera un « enigma • i comunisti quanto alla loro « buona fede democratica • ma non ha dubbi sull'intransigenza repubblicana del partito d'azione, che Saivernini giudica viceversa, com'è noto, assai severamente, reputandolo legato, attraverso Tarchiani e Cianca, a Sforza ed agli americani ( da quest'accusa lo purga energicamente Bauer in una lettera del 15 ottobre del tutto sulla ~inea della lamalfiana « concentrazione democratica • estesa alla sinistra repubblicana dei democristiani: ma l'argomento, al di là dei personalismi, andrebbe molto approfondito). Salvemini ribadisce comunque le sue accuse, coinvolgendovi anche Bauer, e suggerendo a Rossi ed a Egidio Reale, rifugiati in Svizzera, di tornare in patria « ad aiutare Pacciardi a fare un partito repubblicano socialista• (si noti questa definizione, che richiama ancora una volta certo interventismo di sinistra con le sue venature anarchiche). Bauer si confida intanto con Rossi, il 6 dicembre, reputando l'eventuale reincarnazione Bonomi manifestamente volta « verso una restaurazione monarchica decisa e al salvataggio di tutte le forze che intorno alla monarchia si sono sempre polarizzate •· Quanto ancora a Salvemini, egli estende l'indomani a Calamandrei e Traquandi, in una lettera ricchissima e discutibilissima di colpo d'occhio generale sulla situazione, l'invito a confluire tra i repubblicani, essendo il partito d'azione destinato a disgregarsi con la fine della guerra antifascista. Ma poi il 12 dicembre cambia idea (anche qui bisognerebbe conoscere meglio le idee nutrite all'epoca da Salvemini circa il « marxismo umanistico• di Saragat e Silane) e scrive a Rossi: « Il tuo posto è nel partito socialista, a sostenere la necessità dell'alleanza con i repubblicani e democratici sul serio e a combattere l'associazione dei socialisti con gli stalinisti •· E finalmente, il 30, Egidio Reale assicura Salvemini di battersi « da anni • per la coalizione da lui consigliata ( che è formalmente quella medesima di La Malfa ma con un'intonazione radicalmentte diversa: vedi i documenti citati in Lettere ecc. cit., pp. 29-73).

I\ TRIPLICE CRISI:

PARTITI, CO~UTATI, GOVERNO

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lungo su piattaforma « progressista ». Ma la parola più chiara che in merito venga pronunziata in questi giorni, cosa anche questa squisitamente fiorentina, non appartiene ad un politico di professione. « Esautorare i Comitati anche là dove essi esistono e hanno fatto buona prova - ammonisce il 4 novembre Eugenio Montale - rimandare alle calende greche la formazione di quella Consulta di cui fu data garanzia, spegnere i fermenti che agiscono oggi in Italia col pretesto che esiste ormai un governo centrale e che siamo tuttora in guerra, è aprire la via al trasformismo nostrano, ch'è tutt'altro che morto ». S'instauri dunque, prosegue il poeta, una franca discussione tra il centro e la periferia: « Bisogna che l'attuale governo rompa il monologo e parli al di fuori dei quattro gatti delle sfere competenti e dei circoli responsabili ... Le riforme cominceranno ora o non saranno più». E, poiché la montagna non si muove, è Maometto, cioè, fuor di metafora, la delegazione del comitato di liberazione che 1'8 novembre si reca a Roma con le proposte seguenti: Consulta « che rafforzerebbe l'autorità e unificherebbe il processo democratico » formata dai rappresentanti dell'esarchia e dei partiti che abbiano « reale consistenza », fornita di « prevalente carattere politico », incaricata di elaborare pareri motivati, segnalazioni, la legge elettorale per la Costituente ed i « grandi temi » che questa dovrà discutere sulla « struttura fondamentale » dello Stato (a tal fine la Consulta si articolerà nei comitati tecnici suggeriti da Piccioni); i comitati di liberazione quali « organi rappresentativi dell'autogoverno provinciale ed esecutivi del governo centrale» (e dunque cumulo in loro dei poteri prefettizi e municipali, con designazione temporaneamente concordata dei prefetti) ed organi investiti di « funzioni consultive e propulsive » in campo regionale (anche qui si ravvisa un'impostazione cattolica, ma fiancheggiata dagli altri partiti con estrema vaghezza d'intenti e d'idee) (3). (3) Va rilevato che sulla Nazione del Popolo 11 novembre 1944 Artom a nome dei liberali precisò subito che le proposte dei delegati concernevano una « soluzione transitoria » non escludente il Parla-

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CAPITOLO III

A Roma, come s'è accennato, in un ambiente profondamente diverso da quello fiorentino (4), le proposte del comitato toscano di liberazione fecero precipitare con veemenza una situazione di crisi tra i partiti che tendeva ad impantanarsi. ~ sintomatico che l'iniziativa di un'inchiesta sulla Consulta, nella quale si vedeva anche senza dubbio una possibilità di escamotage rispetto al tema ben più scottante dei comitati di liberazione, venisse presa dall'ufficioso Corriere di Roma

mento, ma ribadl anche l'essenza istituzionale del comitato di liberazione, a prescindere dai suoi membri. Quest'impostazione rimane tenace a Firenze durante le successive settimane di crisi, sia che Codignola il 18 novembre parli de I nuovi istituti della democrazia sia che Zoli, lo stesso giorno, definisca in un'assemblea democristiana « necessità profilattica» l'epurazione ed «assurdo» l'eventuale seppellimento dei CLN (a parte dissensi sulle loro funzioni) fino all'odg del comitato toscano di liberazione del 27 novembre che imputa a • criminose manovre reazionarie » aventi per fine « soluzioni dittatoriali » il sabotaggio ad un governo emanazione del CLN. Il Delle Piane (op. cit. pp. 119-27) cita in quest'ordine d'idee la risoluzione 3 dicembre 1944 per una consulta regionale marchigiana come emanazione del comitato di liberazione col compito di designare i prefetti e preparare l'ente regione, e l'odg del 16 dicembre del CLN di Livorno per un congresso nazionale dei comitati di liberazione dinanzi alla « inconsistenza» del sistema politico nazionale, che conduce anche i CLN a perdere il loro vigore, mentre occorre rinsaldarli e coordinarli per elaborare la legge elettorale per Ja Costituente e fornire al governo una « larga base politica». ( 4 ) Espressione del tatticismo ormai prevalente nella capitale è il volume di Rodolfo Sommaruga Che cosa vogliono i partiti? che esce nell'ottobre 1944. Pur nei suoi fini pressoché soltanto informativi, l'autore ha modo di condividere ~•opinione del Carandini che la fusione con la democrazia liberale abbia spostato a sinistra, verso il « riformismo progressista», i liberali. « Perché non studia si chiede il Sommaruga riferendosi al partito liberale - la possibilità di attrarre a sé l'ala destra del partito di azione? Potrebbe essere il primo felice passo verso l'unità d'azione politica contingente col partito d'azione, i cui uomini provengono in parte dal partito liberale e col quale hanno in comune l'amore per la libertà vera, il desiderio dell'elevazione delle classi sociali e soprattutto l'avversione alla dittatura classista». Nel campo dell'estrema (op. cit. pp. 33, 59, 77) il Sommaruga reputa che la più importante condizione per l'unità organica socialcomunista sia il riconoscimento comunista delle esigenze di autonomia insite nei « socialisti nazionali» e giudica che la poJitica di Togliatti costituisca « un realistico adeguamento della dottrina comunista alle necessità dell'attuale momento politico nel quale il partito comunista svolge una politica di unità nazionale.»

l.\ TRIPI.ICE CRISI:

PARTITI, COMITATI, GOVERSO

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i cui risultati appaiono tra il 14 ed il 16 novembre, costituendo così un opportuno panorama delle reazioni alle proposte toscane. e Bisogna rassegnarsi a surrogati » risponde il vecchio Orlando con l'occhio fisso al Parlamento e, conseguentemente, un giudizio molto restrittivo sulla natura e i compiti della Consulta (costituita da ex deputati e senatori nonché « quantunque difficile » da rappresentanti economici e culturali, articolata su minori consulte regionali, potrà vedersi rifiutato dal governo l'invito a discutere un qualsiasi argomento). Fermo Sforza nella tesi di una designazione « ciellenista » a base regionale, De Gasperi pensa a commissioni tecniche consultive centrali (l'irrigidimento democristiano sulla « apoliticità » va accentuandosi!), Togliatti viceversa ad una connessione «essenziale» tra Consulta ed elezioni amministrative allo scopo di evitare infiltrazioni reazionarie col pretesto della competenza tecnica ( un tema delicatissimo su cui non a caso il leader comunista sarebbe tornato di lì a poco nella medesima sede) (5), Ruini ad una Consulta nazionale ed a più assemblee regionali su esclusiva designazione governativa. Rispetto a conclusioni così limitative del leader demolaburista acquista un sapore molto interessante ( ed indicativo dell' escamotage a cui si accennava) la dichiarazione del liberale Brosio, il quale delinea una Consulta nazionale investita addirittura d'iniziativa legislativa e diritto d'interpellanza (salva s'intende la delega al governo della facoltà legislativa), articolata in consulte ed amministrazioni a livello locale, de-

( 5) Corriere di Roma 26 novembre 1944 Governo di tecnici o vero governo? Togliatti si dice allarmato in difesa della democrazia nella prima ipotesi e fautore viceversa di una liquidazione deU'impostazione soprattutto giuridica nell'attività di governo, da elaborarsi a contatto con le masse popolari attraverso le elezioni ed i partiti politici fino a conseguire nuovi organi e nuove abitudini di governo. • Per questo - conclude Togliatti riprendendo l'argomento del giorno - occorrono elezioni municipali, occorre decentrare, non accentrare, occorre chiamare gli stessi comitati di liberazione a funzioni governative •.

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CAPITOLO III

signata su base provinciale, in grado di collaborare così col governo come con i comitati di liberazione. In poche parole, le destre tendono a gonfiare i poteri della Consulta ed a garantirne l'autorità e l'autonomia ( il monarchico Selvaggi arriva ad auspicare una convocazione immediata « con i poteri del Parlamento» e diritto di designazione delle consulte regionali, purché non vi siano rapporti con i comitati di liberazione!) a . patto di svuotarne completamente la natura politica, affermata da Togliatti (e da Nenni) attraverso la connessione con le elezioni amministrative, esasperata dalla sinistra democratica, Lussu che si pronunzia per una « assemblea politica parlamentare eletta dal popolo» su designazione parzialmente « ciellenista » ad esclusione assoluta di quella governativa, Pacciardi che disloca le elezioni amministrative prima della Consulta allo scopo di arrivare a quest'ultima sulla base di un voto popolare che conferirà alla Consulta medesima autorità maggiore che non al governo (6 ). L'8 novembre, mentre i delegati toscani presentavano ufficialmente a Roma le loro proposte unitarie, concludeva i suoi lavori, dopo tre giorni di dibattito, la direzione comun~sta, con una risoluzione che collegava Consulta ed elezioni amministrative secondo lo schema ripetuto da Togliatti come testé si è visto, auspicava un « alleggerimento » del controllo alleato, l'intensificazione dell'epurazione ed il mantenimento dei buoni rapporti con la democrazia cristiana « nonostante che in determinate zone elementi conservatori cerchino ancora di attizzare la discordia » ( è una formulazione di comodo per attutire la vistosa battuta d'arresto che sta subendo la prospettiva unitaria di Togliatti.). « Incresciosa » infatti è definita la mozione politica democristiana del 9 novembre sull'Unità di due giorni più tardi, col rimprovero di voler colpire con essa i partiti « più

( 6 ) Anche Bastianina Musu Martini, a nome dell'UDI, è per le elezioni popolari» di Lussu, mentre il Rodano si limita a sottolineare la designazione « ciellenista » e l'esclusione di elementi tecnici.

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I A TRIPLICE CRISI:

PARTITI, COMITATI, GO\'ER!\O

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avanzati » e giustificare la « colpevole debolezza verso il fascismo» col pretesto d'illegalità e violenze. Il bilancio dell'unità sindacale è nettamente positivo intitola il 12 novembre un suo articolo sull'Unità Di Vittorio per reagire alle accennate note pessimistiche e scissionistiche di Pastore ( ed intanto le aperture unitarie comuniste, sia pur sempre a livello episodico, continuano a spesseggiare (7) -). Ma una volta verificatesi le provocatorie dimissioni di Bonomi (presentate, com'è ben noto, esclusivamente e personalmente al Luogotenente, anziché al comitato di liberazione donde aveva ricevuto l'investitura) la direzione comunista non poté fare a meno, il 26 novembre, di prendere nettamente posizione, ancorché, è significativo notarlo, sempre su piattaforma largamente collaborazionista ed unitaria. Smentendo infatti la tendenziosa notizia che i partiti di sinistra avessero presentato un programma respinto da democristiani e liberali (e che questa quindi fosse stata l'occasione della crisi), accusando Bonomi di avere inteso liquidare l'Alto Commissariato per le sanzioni contro il fascismo allo scopo di rendere insostenibile la permanenza dei comunisti al governo, Togliatti ed i suoi collaboratori fermavano il loro discorso essenzialmente sui rapporti con la democrazia cristiana, in una prospettiva esclusiva di potere (dei comitati di liberazione come nuovi organi istituzionali non si fa menzione) indubbiamente sconcertante nel suo spregiudicato « machiavellismo». Riprodotta infatti un'emissione di Radio Milano Libertà con un intervista di un alto esponente democristiano lombardo

(7) Il 15 novembre l'Unità riproduce un'intervista di don Angelo Savelli, parroco e presidente del comitato di liberazione di Modigliana, che segnala « grande affiatamento » con i comunisti, i quali mostrano « correttezza e deferenza» verso la religione (nella Romagna rossa!) talché egli stesso ha fatto designare per sindaco il comunista Gualdi; ed il 24 riporta le disposizioni della direzione del partito perché la bandiera nazionale, nelle esposizioni e nelle sfilate, figuri «obbligatoriamente» accanto a quella del partito. Vedasi anche contro Pastore lo scritto di Lizzadri sull'Avanti! 11 novembre 1944.

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affermante come « fuori discussione» la necessità di un patto con l'estrema sinistra quale quello già operante a Monza, la direzione comunista deplorava che a Roma si pensasse invece che la democrazia cristiana dovesse« moderare ... e mantenere continui rapporti coi conservatori per temperare le loro esigenze» e tornava finalmente ancora una volta sulla famigerata mozione del 9 novembre, definendola « grave errore di valutazione politica» e procurando di vanificarla col dichiarare « inesistente » un problema istituzionale (I' avance in tal caso s'indirizzava ai liberali nonché ai democristiani, ma colpiva sul vivo l'intera sinistra democratica compresi i socialisti) ed urgente viceversa la necessità di combattere, sul comune terreno sociale progressista, le « cricche monarchiche » ( 8). Giova tener presente, per intendere e giustificare in certo senso il tatticismo comunista, che da parte dei socialisti si stava svjluppando un importante revirement proprio all'indomani delle due ripulse che la destra «umanistica» in prima persona aveva opposto alle offerte azioniste, così ragionate da Lussu come da La Malfa. Una volta infatti ricostituita con la missione toscana l'atmosfera unitaria antifascista ed interrotto il dialogo specifico con la democrazia cristiana nell'ambito dei partiti di massa (questi due risultati erano stati perseguiti e conseguiti personalmente da Nenni, il quale perciò si trae ora o vien fatto trarre in disparte) i socialisti avevano riacquistato ogni possibile libertà d'azione nei confronti della sinistra democratica, della quale appunto perciò avevano potuto agevolmente nullificare le velleità di egemonia e d'avanguardia politica. Senonché il discorso, chiuso appunto sul piano politico, si riapriva immediatamente su quello sociale: e qui la destra

( 8 ) Si noti, per intendere il difficile retroscena della mozione democristiana del 9 novembre 1944, che essa è echeggiata quasi alla lettera il 2 dicembre, in piena crisi ministeriale, dalla Civiltà Cattolica allorché si deplora il « profondo malessere che va serpeggiando negli animi per un ripullulare di arbitri e di violenze non dissimili da quelle lamentate nell'immediato periodo prefascista ».

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PARTITI, COMITATI, GOVERKO

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«umanistica», gettata a mare la dialettica di Perticone (9 ) dopo aver liquidato gli schematismi di Vecchietti, capovolgeva del tutto l'impostazione tradizionale, delineando alla sinistra democratica una prospettiva originalissima. Fondamentale a questo proposito è l'articolo di Silone sull'Avanti! del 12 novembre (ma già il giorno prima Calosso, esasperando la tesi di Saragat, aveva parlato di eroismo patriottico e volontarismo spirituale e morale ormai prevalenti ,in Russia). Secondo Silane, che qui si differenzia non poco dal rigorismo ancora abbastanza ortodosso di Saragat, la tragedia russa è consistita precisamente nel dilemma tra democrazia e socialismo, che in Italia sarà possibile evitare in quanto entrambe le forze politiche formuleranno un programma positivo atto ad attirare i ceti medi. Per la prima volta, dunque, questi ultimi diventano oggetto d'un particolare discorso da parte sociaJ.ista, sul terreno arato fin qui esclusivamente da liberali ed azionisti (ecco perciò indirettamente per contraccolpo il punto d'incontro tra democristiani e comunisti nella loro attuale impostazione «popolare»). Secondo Silane i partiti proletari hanno l'obbligo di non spingere i ceti medi alla reazione

(9) Il Perticone proseguiva il suo discorso a titolo personale sul Cosmopolita, il nuovo settimanale di via dei Lucchesi diretto da Amedeo Morandotti, redattore capo Giuliano Briganti. Per intendere la sua visione neoieninista e neomachiavellica dell'agire politico, che certo mal si adattava col giacobinismo di Nenni, il democratismo di Saragat, l'evangelismo di Silone, si veda l'articolo Politica di masse sul Cosmopolita 28 ottobre 1944 ( « Le masse di oggi sono le stesse che hanno sorretto il fascismo, che gli hanno dato gli uomini peggiori ed ora danno falangi di traffica tori immondi... che non servono i partiti ma si servono dei partiti. Conquistare le masse significa correggerle, castigarle, tenerle per quel che sono e ,per quel che valgono, senza riguardi ed antiche mitologie ed a permanenti esigenze retoriche • ). Sempre sul Cosmopolita si veda il 30 settembre un'intervista del Cianca a Gino Tomajuoli sulla necessità di rinnovare « dalle fondamenta • il partito d'azione attraverso l'esame « indispensabile » della questione sociale, la ricostruzione e fa valorizzazione della capacità tecniche (al di là del suo immenso fascino personale la figura di Cianca andrebbe studiata meglio nella sua elaborazione populistica della soluzione democratica già data dall'Amendola al suo originario conservatorismo).

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con lo spettro della dittatura: « I socialisti - egli scrive - devono evitare che i loro piani di trasformazione della struttura economica del paese contengano una minaccia di proletarizzazione per i ceti medi ( 10 ). Noi dobbiamo abbandonare gli astratti, ingenui ed antieconomici problemi di socializzazione ad oltranza ed acquistare una nozione più aggiornata della realtà economica capitalistica e delle sue occulte leve di comando». La strategia socialdemocratica è in tal modo delineata in modo perfetto e pressoché definitivo: conquista del potere politico allo scopo di gestire con efficienza democratica la società economica per avviarla gradualmente a funzioni eminentemente sociali. Al primo e spregiudiziale stadio ( che più tardi la socialdemocrazia nella sua versione « socialista » abbandonerà per il fiancheggiamento subordinato all'egemonia politica della versione «democristiana») Saragat pone il 15 novembre come fondamenti i comitati di liberazione « cellule produttive della nuova democrazia in formazione» e perciò « elemento vitalizzatore dell'Italia di domani ». Sembra un'apertura all'organicismo rivoluzionario caro da sempre al partito d'azione. La interpreta come tale il Lussu prendendo la parola al Brancaccio il 19 novembre, quattro giorni dopo che la direzione socialista ha denunziato il « sabotaggio reazionario» dichiarando solennemente il partito « pronto ad assumere responsabilità adeguate alla sua forza». ~ una candidatura esplicita alla direzione politica del paese i cui destinatari principali, i comunisti, preferiscono, come s'è visto, isolarsi nell'ostinato dialogo con i democristiani. Resta la sinistra democratica: e Lussu riconosce francamente che si deve di recente ai socialisti « il più serio sforzo di convergenza su posizioni democratiche». Senonché un riconoscimento del genere resta come sommerso nella consueta girandola polemica onde il leader azionista lo circonda (né fusione, né coesistenza è possibile tra comunisti e socialisti, i ( 10) Secondo il Perticone, questo ~rocesso era già obbiettivamente in atto, a prescindere dalla rivoluzione socialista.

L\ TRIPI.ICE CRISI:

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quali ultimi debbono quindi scivolare verso l'antifascismo socialista prevalente nel partito d'azione; Togliatti si è spostato a destra confondendo la situazione con le sue proposte alla democrazia cristiana; quest'ultima ed il comunismo rappresentano i piloni della società italiana ma suscitano « diffidenza e perplessità »). Quanto ai socialisti, per parte loro, non si sentono di offrire al partito d'azione se non « rapporti di amicizia» ed attestati di « affinità» pur nella mancanza della premessa classista, come fa lo stesso Saragat, parlando, sempre il 19 novembre, a Siena. Il marxismo « autentica liberazione dell'individuo», l'unità d'azione « elemento fondamentale per creare la democrazia in Italia», questi sono i temi ispiratori del discorso di Saragat, che può ovviamente spaziare dallo spiritualismo libertario all'unità di classe in quanto di tutto questo composito panorama politico e culturale sono ormai protagonisti i socialisti essi soli, appartati i comunisti ( 11 ), fuori gioco la sinistra democratica

( 11 ) Nenni intitola nondimeno Il collaudo dell'unità d'azione il commento del 24 novembre aHa dichiarazione dell'Avanti! di Milano circa la colJaborazione sindacale socialcomunista con la democrazia cristiana, il 25 ottobre precedente. A detta di Nenni i due partiti debbono diventare abbastanza forti per « fondersi e valorizzarsi ». Nel Nord aveva inizio nel frattempo il cosidetto « dibattito delle cinque lettere» (vedine un riassunto in Battaglia Storia della Resistenza italiana, Einaudi 1953 pp. 515-22 e poi ancora nelle note opere di Valiani, Catalano, Carocci, Bocca ecc.). La lettera che introduce il dibattito è quella azionista 11 novembre 1944 di Valiani e Spinelli che ripropone la perdita di significato delle vecchie distinzioni tra destra e sinistra e l'urgenza di creare nuovi istituti per la costruzione (problema di metodo) della democrazia, attraverso la costituzione del comitato di liberazione in governo segreto e fa sua diffusione istituzionale anche alla periferia. La replica comunista, il 26, va segnalata per l'allargamento che compie ai partigiani ed alle organizzazioni di massa dell'assunzione dei poteri politici a limitazione dell'autorità dei partiti • avanguardia di elementi politicamente più attivi, più formati e magari cristallizzati» (qui è il dissenso fortissimo con i socialisti, che al di fuori dei partiti ammettono solo attività consultiva: delle repliche democristiana e liberale, nel gennaio 1945, si parlerà più avanti in relazione con la mutata atmosfera connessa col secondo ministero Bonomi). Il Battaglia nell'op. cit. pp. 37~5 (costituiscono, profondamente arricchite e riviste, le pp. 348-68 dell'edizione 1964) fornisce un importante panorama dell'atteggiamento dei partiti al Nord

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CAPITOLO III

(ma La Malfa tien duro per conto suo, e il 27 novembre alla sezione Parioli definisce di centro, su prospettiva risorgimentale

in questo periodo, gli Orientamenti programmatici del partito liberale di Paolo Serini (punti fondamentali la contestazione del carattere di massa della democrazia cristiana e la richiesta deH'autogovemo), la risoluzione comunista dell'agosto 1944 sulla libertà religiosa. lo Stato democratico, la democrazia progressiva, le sottolineature democristiane dehla • aspirazione alla giustizia • e delle « speranze degli umili» come fondamenti programmatici del partito, accanto alla difesa della proprietà privata, della libertà delJa scuola, dell'indissolubilità del matrimonio. Di assai maggiore importanza gli scritti del Morandi su Politica di classe settembre 1944 a precisare i rapporti comunisti con la Russia ed il conseguente loro tatticismo rispetto alla necessità socialista di « inte11>retare e tutelare più direttamente gli interessi delle classi lavoratrici • senza che peraltro i due partiti debbano trascurare la « sensibilità di classe» nella loro azione unitaria (vedasi Enrico Decleva Democrazia e socialismo negli scritti di Rodolfo Morandi ne Il Movimento di Liberazione in Italia 1963 gennaio-marzo pp. 23-45) e soprattutto il fondamentale articolo di Vittorio Foa I partiti e le masse nei Nuovi Quaderni di Giustizia e Libertà luglio-ottobre 1944 con la data 30 novembre 1944 (vedilo riprodotto integralmente in Giampiero Carocci La Resistenza italiana, Garzanti 1963 pp. 184-200) che costituisce una critica acutissima dei « sedici punti » fondata sul superamento dei vecchi schemi di partito e sull'ipotesi della rivoluzione democratica, una prospettiva quindi schiettamente « giellista » ma ripensata con ben altra originalità rispetto al libertarismo diciannovista del Lussu. Il « centrismo • di Foa si distin~e nettamente dalle tendenze romane in seno al partito d'azione (cosi come la linea politica di Riccardo Lombardi si distingue da quella di Foa, pur tatticamente convergendo entrambi verso il centro). Parimenti la destra milanese di Stato Moderno di Mario Paggi ha i suoi connotati specifici rispetto a quella romana che tra poco si organizzerà in importanti riviste. Dall'antologia curatane dal Boneschi per le Edizioni di Comunità 1968 stralciamo le più notevoli prese di posizione per questo periodo: la funzione prefettizia è « perniciosa e condannevole » (Boneschi agosto 1944 op. cit. p. 26); « Allo Stato la vita politica, senza ingerenze private; all'economia (pubblica, socializzata o privata che sia) la vita economica, senza dittature da parte dello Stato» (Pischel ottobre 1944 op. cit. p. 31); il CLN organo di resistenza, di amministrazione provvisoria e di coordinamento democratico (Albasini Scrosati gennaio 1945 op. cit. p. 37 in dissenso con la lettera Valiani-Spinelli); « Il CLN non può pretendere di essere niente più che una coalizione di partiti» (Paggi dicembre 1944 op. cit. p. 86 nella medesima occasione); il famoso articolo di Paggi nel novembre 1944 sul partito d'azione a mezzo tra il grande partito democratico e la piccola eresia socialista, importante altresì per gli accenni alla • democrazia rurale » (Pepe) e per l'abilità con cui svuota il formalismo ideologico populistico di Calogero (op. cit. p. 89); i • legami solidissimi anche se non tutti visibili » che uniscono la monarchia alla Chiesa (Paggi. settembre 1944 op. cit. p. 225); « selezione

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ed europea, la posizione attuale del partito d'azione) (1 2): il giorno prima, alle prime avvisaglie formali della crisi, Nenni ha dato correttamente la parola al comitato di liberazione perché la crisi medesima venga decisa tra esso« ed il vecchio Stato reazionario, monarchico e fascista». « Questa grande parata osserva intanto con la finezza consueta Numistrano su Domenica 19 novembre 1944 in commento al comizio del Palatino - è stata un autentico reattivo. D'ora in poi credo che avremo meno dichiarazioni di platonico progressismo da parte dei conservatori di tutti i partiti e le forze oscure della reazione non tarderanno a diventare palesi». A ben guardare, le parole dello scrittore demolaburista (che già a metà ottobre aveva salutato l'eventuale fusione tra il suo partito e quello d'azione come un primo passo verso la concentrazione repubblicana, ch'egli peraltro intendeva su una sfumatura più accentuata rispetto a quella di La Malfa e Bauer, una sorta di fronte popolare sbilanciato verso il radicalismo anziché il comunismo) echeggiavano molto da vicino la sfida di Nenni, quel che con linguaggio contemporaneo si chiamedel ceto dirigente, potenza di classe, maggiore produzione» come schema di soluzione in primis politico del problema sociale (,Paggi novembre 1944 op. cit. p. 285: il fottore intelligente noterà da sé analogie e differenze rispetto all'azionismo che abbiamo conosciuto a Roma). (12) Va rilevato che, sia pure con intenti strategici del tutto diversi, uno dei principali oppositori ideologici del La Malfa, il Calogero, conveniva nelle sue medesime conclusioni tattiche: « La democrazia - scriveva sul Corriere di Roma 23 novembre 1944 - non è più assolutamente liberale ma, ad un tempo, liberale e socialista. Questo è il nuovo punto di convergenza delle forze della democrazia. Non è più a destra ma al centro: ossia si è spostata a sinistra ». Sul Cosmopolita 25 novembre 1944 Alberto Manzoni arriva alle medesime conclusioni per la democrazia cristiana, ma in ragione della sua « ambigua » natura di « massa di manovra •. Del tutto sulla linea « empirica» di La Malta è viceversa il Cifarelli sulla Gazzetta del Mezzagiorno 19 novembre 1944: « Mal si parla oggi di aprire il varco a mitiche classi liberatrici: si tratta invece di lottare per attuare concrete forme di libertà e di giustizia sociale. Non si possono risolvere una volta per sempre tutti i contrasti economico-sociali s} da passare dal mondo della necessità a quello della libertà. ~ antistorico, è vecchio tutto ciò » ( dove si noterà anche una puntata al classismo libertario di Saragat).

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CAPITOLO III

rebbe show-down, lo scoprimento delle carte tra« ciellenismo » e forze tradizionali. In tale « momento della verità», proseguiva ad annotare il Mazzei il 26 novembre, allorché la crisi s'era anche formalmente dichiarata, una rottura eventuale della coalizione non avrebbe certo condotto alla guerra civile, null'altro potendo fare un governo di democristiani e liberali (l'ipotesi immediata, la convergenza implicita, com'è chiaro per chi ci ha seguito fin quì) se non « la reazione alla luce del sole» e dunque un passo avanti rispetto alla « fittizia unione costituzionalmente impotente» che minacciava intanto di screditare una volta per sempre gli uomini di governo e le forze antifasciste che li sorreggevano. Questo sembra un punto fermo: l'esarchia di giugno deve rinnovarsi e magari trasformarsi per ritrovare un persuasivo mordente antifascista: ed è sintomatico che gli stessi oppositori convengano su ciò, l'esecutivo monarchico, ad esempio, il 27 novembre, ravvisando nelle dimissioni di Bonomi « il fallimento del ricatto e colpo di Stato del giugno » talché al Luogotenente è ora restituita la libertà d'azione di costituire un ministero legale, democratico, omogeneo, con l'assistenza della Consulta, contro la dittatura oligarchica e i] monopolio politico del comitato di liberazione (la contrapposizione tra i due organismi, lo ripetiamo, è tipica delle destre) ( 13 ). Di « spettro della dittatura» e di Equivoco al (13) L'Italia Nuova 21 novembre 1944 ha pubblicato intanto un ap. pello del partito indipendente democratico, del comitato per la ricostruzione nazionale, dell'Unione Monarchica Italiana, dell'Unione nazionale democratica, del Movimento monarchico e del partito di Unione Proletaria (da cui è uscito poco tempo prima il vecchio deputato socialista Umberto Bianchi, l'una e l'altro in seguito protagonisti del clamoroso scandalo Salvarezza in connessione con la distruzione della banda terroristica pseudopartigiana del Quarticciolo) al presidente del Consiglio ed agli Alleati contro la politica oligarchica e l'insufficienza del governo, l'illiberalismo di tipo fascista dell'esarchia, fino a declinare minacciosamente ogni responsabilità per lo sviluppo successivo degli avvenimenti. Quanto poi all'insistenza conservatrice sulla Consulta si veda l'articolo di Cassandro nel Risorgimento Liberale 24 novembre 1944 per un'assemblea con equa rappresentanza delle regioni e dei partiti anche se estranei al comitato di liberazione, attraverso vecchi parlamentari, tecnici e sindacalisti « all'infuori di pretese monopolistiche ».

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governo tra destra reazionaria e sinistra rivoluzionaria parla del resto anche il Giordani sul Quotidiano del 28 novembre, ancorché con sfumatura ovviamente drammatica, Crisi di metodo ha intitolato intanto il suo editoriale del 18 novembre il Risorgimento Liberale impostando sintomaticamente la questione, sia pure su prospettiva rovesciata, nell'iter medesimo indicato nel Nord dagli azionisti Valiani e Spinelli: i liberali, spiega Pannunzio illuminando un' arrière pensée molto significativa, si sono « adattati » alla coalizione di giugno solo per volontà di concordia, pur disponendo delle e più illustri tradizioni di governo »: ora essi non permetteranno mai che si profitti della congiuntura per instaurare metodi diversi di governo: la direzione del partito lo conferma l'indomani: i liberali « non ammetteranno in alcun modo che, attraverso uno spostamento di forze a loro danno, si preparino le vie di una conquista violenta del potere e di una soppressione della libertà a beneficio di nuove dittature ». Crisi della libertà è, con monotonia ossessiva e sintomatica, il titolo del fondo di Risorgimento Liberale il 21 novembre (« La crisi attuale ha mostrato che i metodi che possono dirsi liberali non sono apprezzati né rispettati dalle sinistre » ). Il 26, quando Bonomi si è dimesso, l'organo liberale precisa che il nuovo slogan azionista per tutto il potere ai comitati di liberazione« non rappresenta altro che il mezzo di screditare il governo di unione nazionale e farne il fantoccio da abbattere al momento propizio » (1 4 ). Interpretazione, quest'ultima, a dire il vero, che sembra in(") La polemica contro gli azionisti, divenuti veri protagonisti della crisi attraverso le proposte del comitato toscano di liberazione, è vivissima anche sul Tempo dove Airoldi il 21 novembre reputa che il partito d'azione sia il solo che non abbia compiuto una revisione autentica del marxismo, non essendo Lussu altri che « un generico pre-marxista mistico-attivistico» (l'indomani il Perticone propone un suo personale piano triennale di divisione del latifondo, statizzazione delle grandi imprese, epurazione delle forze armate e della pubblica sicurezza, schema cooperativistico e di lavori pubblici, attraverso un rigido controllo dell'ordine pubblico ed una divisione di compiti tra governo ed opposizione). Alle tesi del Perticone mostra intanto

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CAPITOLO III

direttamente quanto autorevolmente confermata da Pacciardi, le cui parole sulla Voce Repubblicana 28 novembre 1944 non lasciano dubbi: « Tutto il potere ai comitati nazionali significa accantonare la monarchia e creare un governo provvisorio antifascista »: si torna insomma alle formule giacobine nenniane del giugno ( 15 ). E contro di esse, conclusivamente, contro una loro possibile reviviscenza affidata all'unità antifascista dei partigiani toscani o alle masse del Palatino, è indirizzata, dopo le chiare precisazioni programmatiche e polemiche di Gonella ( 16 ), l'intervista di De Gasperi alla Reuter il 22 novembre, in cui il leader democristiano deplora le recenti dichiarazioni di Scoccimarro sull'epurazione, evoca espressamente ed eloquentemente l'atmosfera « diciannovista », esclude peraltro con energia ricorsi a pronunciamenti militari ed a colpi di mano, nega con accortezza al suo partito un programma puramente di accedere, sia pure da un particolare angolo visuale, su Voce Operaia 25 novembre 1944, Gabriele De Rosa: « Il ceto medio nella proletarizzazione - egli scrive - non ha perduto ma rafforzato la sua responsabilità morale. Il patrimonio culturale, la tradizione che egli conserva, ha un nome preciso, si chiama cattolico. Esso deve impedire che questa volta le forze reazionarie si servano di questa facile invocazione per confondere le masse... Il ceto medio interviene come forza equilibratrice, come parte di quella grande classe costituita oggi da tutte le masse lavoratrici e popolari del paese, come parte che ha riconosciuto, perché duramente ha scontato l'errore piccolo borghese, l'istanza democratica e rinnovatrice della classe proletaria». ( 15 ) La posizione personale di Nenni è nondimeno in questo momento, per le note considerazioni tattiche, assai più ancorata al rigorismo classista di quanto non fosse nel giugno. « Il consolidarsi dell'unità d'azione - scrive il 30 novembre 1944 su Mercurio, la rivista mensile di Alba de Céspedes e Gino de Sanctis - condiziona per me l'avvenire della nuova democrazia italiana possibile soltanto sulla base di un vasto movimento di unione popolare del quale l'alleanza politica tra socialisti e comunisti è il primo anello, e condiziona l'avvenire della pace ». ( 16 ) Il 17 novembre Gonella ha contestato le tesi di Lussu neJP.llldo che ci sia vacanza nella costituzione o nello Stato, essendo Il governo di diritto e non di fatto, e perciò ben più autorevole di quello del generale De Gaulle (il mito della «continuità», come si sa, era un caposaldo liberale). Intanto il Gronchi prosegue nel portare avanti una sua linea politica strettamente personale, ad esempio col discorso di Napoli del 15 novembre dove si propone di condurre la massa al livello dell'élite attraverso la democrazia economica e Ja proprietà considerata quale premio del lavoro.

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e specificamente anticomunista, sottolinea anzi che i suoi propositi in materia di riforme sociali sono assai più avanzati che non quelli del vecchio popolarismo. La democrazia cristiana, conclude De Gasperi con una cauta apertura agli azionisti che bilancia in qualche modo l'interruzione del silenzio durato così a lungo con i comunisti (l'esigenza di circoscrivere in certo senso l'iniziativa socialista, che sembra traboccare e preponderare, si fa sentire un po' per tutti!) si definisce come « un partito di centro inteso a mantenere la coalizione dei partiti nel quadro della democrazia»: centro ancora tattico, magari, nella precaria ricerca dell'equilibrio « ciellenista », senza le vaste ambizioni sociologiche di liberali, azionisti e magari anche socialisti « umanistici » ma comunque un punto di raccordo rassicurante e suggestivo per tutti, come La Malfa ed i liberali avevano già previsto. « Il lido è lontano e il fondo è vicino ,. commentava, con sarcasmo di gusto assai dubbio, l'Osservatore Romano 28 novembre 1944 all'apertura della crisi, prendendosela altresì ironicamente col «vulcanico» éomitato di liberazione e con le dichiarazioni di fede democratica di Togliatti. In realtà, com'è ben noto, e come non è qui nostro compito rammentare nel dettaglio, si trattò di un lungo e drammatico episodio che non si prestava affatto al sorriso, e di cui il veto inglese alla presidenza Sforza e l'uscita di socialisti ed azionisti dalla compagine governativa non furono che gli elementi principali e maggiormente rappresentativi. Sembra ormai impossibile un nuovo governo presieduto dall'onorevole Bonomi aveva intitolato con cattiva profezia l'Unità il suo fondo del 30 novembre, prendendosela con la « inaudita violenza,. di Risorgimento Liberale e mostrando in tal modo di non intendere decampare dall'atmosfera distensiva con i democristiani che l'intervista De Gasperi e il comunicato della direzione comunista sembravano aver ribadito (1 7). ( 17) Nel medesimo numero l'Unità riferisce che a Sassofortino i tre partiti di massa hanno chiesto il ripristino degli usi civici (sic!),

la lotta alla borsa nera e le elezioni amministrative. 10

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CAPITOLO Ili

L'unanimità della designazione « ciellenista » sul nome di Ruini sembra rafforzare a sua volta questo clima concorde così in contrasto con le lacerazioni appena precedenti talché il 3 dicembre Grieco si sente di poter scrivere sull'Unità che il blocco dei tre partiti di massa è unito pienamente in seno al comitato di liberazione « nel riconoscere la necessità di difendere e consolidare il fronte dei sei partiti » predeterminando in tal modo, in caso di frattura nell'esarchia, una responsabilità specifica dell'oltranzismo liberale o magari anche degli stessi azionisti ( 18 ). Senonché il veto Sforza e la lettera inviata da Bonomi esclusivamente ai leaders dei tre partiti di massa (con grande e pubblico scandalo, come si sa, del Croce) per presentare sé stesso come l'uomo politico più adatto a rappresentare l'Italia in campo internazionale mutavano la situazione, nelle quarant'ore successive, in forma radicalissima. Alla generica accettazione democristiana si appaiava sintomaticamente quella comunista, con una pregiudiziale che assomigliava stranamente allo scaricabarile: « Noi non potremo compiere alcun atto che possa in qualsiasi modo attenuare i nostri vincoli di unità d'azione e di stretta collaborazione col partito socialista». La parola era dunque al protagonista autentico della situazione, a Nenni, e questi rispondeva freddamente, forse confortato dallo sbandierato lealismo comunista, di non vedere sostanzialmente modificato lo stato delle cose dalla lettera di Bonomi. A questo punto, com'è noto, l'ex presidente del Consiglio veniva fuori con un documento assai più grave, affermando di aver ricevuto incarico dal Luogotenente, di non poter accettare l'opinione socialista di veder raccolti nel comitato di liberazione tutti i poteri costituzionali dello Stato, di condividere la proposta comunista per una riunione

( 18 ) Va rilevato che tale è anche l'atteggiamento personale di Nenni, il quale sull'Avanti! del 1° dicembre sottolinea le gravi responsabilità dei liberali col loro agitare lo « spettro del bolscevismo• come contraltare alla « obbedienza allo Stato», uno Stato inteso per di più da conservatori o addirittura da reazionari, attraverso prefetti e carabinieri.

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collegiale dei sei partiti: e Nenni accusava a sua volta Bonomi di volere in tal modo « umiliare la democrazia», e Togliatti francamente riconosceva che un tal procedimento irrigidito e inasprito non era « la via migliore » ed avrebbe costretto i socialisti ad uscire dal governo, pur non emettendo egli di proposito, con eloquente riservatezza, alcuno specifico apprezzamento. In verità l' affaire del veto Sforza già da parecchi giorni forniva ai comunisti una comoda scappatoia in seguito alla reazione clamorosissima e nettamente impolitica da esso suscitato nelle file azioniste. C'è un veto? s'era chiesta melodrammaticamente l'Italia Libera, paragonando la via crucis di Sforza a quella di Nitti, fin dal 28 novembre, mentre la direzione del partito accusava formalmente Bonomi di aver rifiutato la Consulta e lasciato incerti i poteri della Costituente, una sequela d'incertezze e di debolezze che lo rendeva incapace d'interpretare la politica del comitato di liberazione, finché poi il veto Sforza aveva posto una questione « essenziale e capitale » costringendo senza ulteriore indugio il partito d'azione a non partecipare ai governo. Una decisione così precipitosa, che richiamava i tempi dell'intransigenza pirotecnica di Salerno, non faceva ovviamente che il gioco non solo di Bonomi ma di tutti gli altri partiti, sicché Togliatti il 3 dicembre sull'Italia Libera poteva con tutta tranquillità far risalire la crisi, che abbiamo visto maturarsi per tante settimane, soltanto a quel famigerato veto, che aveva avvantaggiato la monarchia rivelando l'impotenza del governo: donde rinnovati fervori della direzione azionista, che l'indomani rivendicava al comitato di liberazione l'iter della crisi in nome della sua dignità e autorità « manomesse». Ma non si trattava solo del comitato di liberazione: ben altra cosa era l'intransigenza socialista, che minacciava di trasformare in debolezza una forza tattica eccezionale, già compromessa del resto in parte dall'estremismo azionista. I comunisti apparivano seriamente preoccupati: il 6 dicembre sull'Unità, mentre De Gasperi richiamava Nenni all'osservanza della tregua istituzionale, Togliatti confermava l'impossibilità comu-

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CAPITOLO I II

nista di prescindere dal patto d'unità d'azione, come del resto aveva già dichiarato il giorno prima la direzione del partito reputando « allo stato attuale delle cose ... non compatibile con la politica di unità della classe operaia, e quindi delle forze democratiche, la partecipazione dei comunisti al governo a cui non partecipino anche i socialisti». Ma la situazione mutava nettamente nei due giorni successivi, proprio mentre l'Italia Libera, ormai fuori gioco, accusava scopertamente la democrazia cristiana di essere la principale interessata a sostenere Bonomi, spostando il fuoco dal tradizionale bersaglio dei liberali. Emilio Lussu ha pubblicato recentemente il verbale della decisiva seduta serale del 7 dicembre 1944 già reso noto nel luglio successivo dall'Andreotti ( 19 ) verbale che, al di là degli irrigidimenti personalistici di Nenni e di Lussu medesimo sul nome di Bonomi, al di là dei formalismi maggioritari di Togliatti, concreta tutta la sua importanza nella dichiarazone conclusivo di De Gasperi: « Un governo con i socialisti è augurabile. Ma un governo con le tre grandi correnti liberale, democristiana e comunista rappresenta una situazione di equilibrio migliore di quella del governo a sei». Ora, a prescindere dalla felicità d'analisi del leader cattolico, che è comunque assai degna di considerazione, resta il fatto che ai comunisti si conferiva in tal modo la rappresentatività di tutte le sinistre comprese quelle non proletarie, e ciò proprio da parte del partito verso il quale s'era compiuta un'opera così assidua di avvicinamento senza alcun risultato apprezzabile, e proprio nel momento in cui la preponderanza tattica socialista era apparsa tale da emarginare in pratica i comunisti e condurli comunque al rimorchio. Il problema storico non sta dunque nell'interpretare e tanto meno giustificare la rottura dell'unità d'azione, che costituì invece il risultato più clamoroso e commentato della crisi, quanto soprattutto nell'intendere il significato e lo scopo della (19) Rispettivamente op. cit. pag. 119 e Concerto a sei voci - Storia segreta di una crisi, La Bussola 1945 p. 37.

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mossa di De Gasperi, il quale con tutta probabilità reputò più agevole il sorgere della «concentrazione democratica» nella comune milizia al di fuori di responsabilità governativa per i due partiti esclusi, col prevalere delle tendenze empiriche ed umanistiche più atte a sfruttare il « tradimento » comunista ed a disporre un'alternativa politica, quell'asse La Malfa-Saragat che è la carta vincente nel gioco di De Gasperi, mentre egli personalmente si riserva la direzione della politica estera che getta le basi della sua candidatura ·agli occhi degli Alleati e comincia a delineare quell'inquadramento occidentale, di« scelta di civiltà», che affascinerà così potentemente i suoi futuri alleati e _fiancheggiatori, ora pronti ad azzuffarsi salutarmente tra di loro nelle more dell'opposizione (2()). Non è perciò meraviglia che l'Unità dell'8 dicembre, nel giustificare un po' tortuosamente la soluzione adottata ( « Noi non potevamo in alcun modo accettare l'alternativa ... che la classe operaia rimanesse fuori del governo»: evidentemente, in tal caso, non ci sarebbe potuta essere che l'aperta reazione di Mazzei!), nell'assicurare che« elementi responsabili » del socialismo escludevano atti che potessero comunque incrinare l'unità d'azione, nel prevedere che non si potesse « non tener conto» della presenza dei comunisti al governo, ripeteva per ben quattro volte l'espressione « il nostro grande partito comunista• quasi a sottolineare l'investitura di preminenza cosi autorevolmente consacrata qualche ora innanzi. Nella stessa mattinata dell'S dicembre la direzione socialista emanava un comunicato rutilante di « assoluta intransigenza• e di condanna del ( 20 ) La linea personale di De Gasperi ( che lasciava al più innocuo ed autorevole dei notabili, il Rodinò, il compito di appaiarsi a Togliatti nell'onorifica vicepresidenza del Consiglio) grandeggia ovviamente su quella del suo partito. Ricorderemo tuttavia che il 29 novembre la direzione democrastiana constatava la « unità basilare• tra i partiti tale da giustificare sin dall'inizio il reincarico a Bonomi (sic!) essendo ingiustificato il veto preventivo socialista contro di lui e non essendo d'altronde superabile quello inglese contro Sforza. La democrazia cristiana si diceva dunque pronta a collaborare nei comitato di liberazione « dove e quando • questi fossero efficienti allo scopo di una « radicale trasformazione dello Stato in senso popolare•.

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CAPITOLO III

vecchio intrigo parlamentare» ma anche molto circospetto nel ribadire i « legami di fraternità» derivanti dall'unità di classe e d'azione « pur nella comprensione delle rispettive posizioni ». I commenti definitivi venivano fuori il 12 dicembre a crisi conclusa (per parte sua Lussu, uno dei grandi sconfitti della crisi, talché l'Italia Libera col 15 gennaio 1945 sarebbe passata sotto il controllo di Cianca, aprendosi alla serie degli articoli « concentrazionisti » di La Malfa, discorrendo il 13 dicembre alla radio, accusava i comunisti d'incertezza e timore, democristiani e liberali di progressivo slittamento a destra, Bonomi d'essere « inferiore a sé stesso » ). Saragat sull'Avanti! si tenne assai corretto e riservato, insistendo sull'unità d'azione quale « norma essenziale » della politica socialista, fondata su una sostanza classista ed antifascista prevalente su qualsiasi «machiavellismo» (la battuta polemica ai comunisti si colorava in seguito d'un tono di sfida: « All'assenza dal governo corrisponde la presenza del paese » ). Togliatti in una intervista all'Unità fu assai più articolato e diffuso, distendendosi anzitutto in una polemica puttosto accademica con i liberali ( coloro che « pretendono rivendicare una specie di diritto di primogenitura in base a non so quali tradizioni, che poi non si sa nemmeno se siano così gloriose » ), parafrasando poi indirettamente l'opinione di De Gasperi con l'osservare che la parità fittizia tra i partiti li paralizzava reciprocamente, fermandosi infine sull'argomento del giorno, dopo aver toccato espressamente la « rappresentatività » comunista anche in nome di socialisti ed azionisti e la famosa « alternativa» dell'esclusione dal governo dei partiti della classe operaia: « Il patto di unità d'azione tra i socialisti e noi ammetteva Togliatti con spregiudicatezza significativa - non ha funzionato perfettamente nel corso di tutta la crisi e ciò per ragioni del tutto oggettive, non dipendenti dalla volontà né degli uni né degli altri... Non siamo riusciti ancora ad organizzare un accordo politico tra i partiti socialista e comunista da una parte e la democrazia cristiana dall'altra ... L'esistenza di quest'accor«

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do avrebbe reso possibili nuove soluzioni». L'intesa dei partiti di massa è insomma ora per la prima volta ragionata come alternativa oltre che quale integrazione dell'unità d'azione: il partito comunista porta avanti questa politica da solo, forse con maggior respiro di « unità popolare» ora che il classismo socialista ed il laicismo azionista hanno allentato la presa: questa è la parola d'ordine che Togliatti formula per la crisi ed in sostanza anche per l'anno decisivo che sta per nascere (21). e Noi vogliamo si poteva leggere su Risorgimento Liberale 30 novembre 1944 come in una sorta di ultimatum del

partito che unanimemente veniva designato quale protagonista dell'impostazione conservatrice o addirittura reazionaria della crisi - che il governo sia fondato sui partiti ma non sia un governo di partito, e che amministri l'Italia e ne risollevi le sorti in nome di tutti gli italiani. Vogliamo che il CLN sia organo di collegamento e consultazione tra i partiti e non si trasformi esso in governo o supergovemo... Così la rivoluzione sarebbe bell'e compiuta prima ancora di aver convocato la Costituente ... Ancora una volta il popolo italiano dovrà riconoscere che il partito socialista, allorché è chiamato all'opera costruttiva, si perde nella mitologia e nella mitomania». Ricostruzione, concordia nazionale, svuotamento dei comitati di liberazione, era per l'appunto la linea antisocialista per eccellenza che i liberali prendono su di sé, lasciando democristiani e comunisti alle valutazioni di forza reciproche. L'esecutivo del partito l'aveva tracciata già il 29 novembre col deplorare e respingere l'impostazione socialista della crisi, affermare l'esigenza della « continuità dello Stato» e del rispetto rigoroso delle leggi, consentire nella concessione di « tutti i

(21) Il 12 dicembre, parlando alla federazione comunista romana, Togliatti insiste sulla necessità che la democrazia cristiana definisca la sua posizione e addivenga ad un patto politico vero e proprio, ribadendo che l'alternativa alla politica di unità nazionale sarebbe stato e fare una politica di frasi rivoluzionarie degne del vecchio massimalismo, non dei battaglioni d'acciaio del proletariato •·

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poteri necessari » al comitato di liberazione dell'Alta Italia (si noti la formula restrittiva rispetto alla proposta azionista d'una delega pura e semplice dei poteri governativi), auspicare una epurazione « energica e imparziale », una Consulta a base regionale, la difesa della lira, il contenimento delle spese, la tassazione della ricchezza, pronunziarsi finalmente per Bonomi quale « sicura garanzia » per un programma impostato in questo senso. I liberali, in poche parole, non palliavano affatto l'intonazione e gli scopi del loro agire, ribadendo senz'altro (ovviamente con grande e forse remotamente concertata agevolazione tattica di De Gasperi) il loro pesante ruolo di freno all'interno della compagine governativa, forti com'essi erano ora non solo della presenza attivissima del Croce ma anche di quella, che conosciamo altrettanto incidente, dell'Einaudi ( 22 ). La lunghezza della crisi sembrava a loro ( Sandro De Feo su Risorgimento Liberale del 12 dicembre) esempio di democrazia con la publicità delle lettere dei leaders ma soprattutto, ovviamente, con la separazione intervenuta tra comunisti e socialisti. A questi ultimi, e personalmente a Saragat, la sinistra liberale, per la penna del Granata, è primissima ad indirizzare il discorso, il 15 dicembre, con un articolo dal titolo eloquente Per una vera democrazia che sembra voler forzare i tempi della rottura dell'unità d'azione fino ai limiti della scissione all'interno del socialismo: « I due partiti si rivelano l'uno in funzione dell'altro - scriveva infatti il Granata, discorrendo naturalmente d'un socialismo, sul momento, particolarissimo - attraverso i reci( 22 ) Si ricordino di lui su Risorgimento Liberale 13 e 24 dicembre 1944 due importanti articoli anti - « ciellenisti • e liberisti, Prime impressioni ( « Il governo non può essere l'emanazione delle parti politiche singole od associate. Un governo diretto di parlamenti o di gruppi politici è sinonimo di tirannia•) e Ora o non più («Nessun momento migliore di quello presente per osare di compiere la grande riforma dell'aprire, anzi dello spalancare le porte di casa nostra all'invasione, all'inondazione delle merci straniere»). Si rammenti anche che l'atteggiamento democristiano è giudicato « chiaro e leale• il 7 dicembre, a poche ore dalla riunione decisiva di cui s'è parlato nel testo.

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proci vicendevoli rapporti che dovranno rendere sempre più socialmente giusta la libertà del primo e conveniente ad uomini liberi la giustizia del secondo». Ma non era di questo avviso il Brosio, nuovo ministro senza portafoglio (aveva lasciato la segreteria del partito al Cattani, permanendo Cassandro come vicesegretario): non lo era, e ragionava molto chiaramente il suo pensiero in un'intervista al Risorgimento Liberale del 16 dicembre specificando, con esattezza quanto meno formale, che il conflitto non era intervenuto tra reazione e democrazia bensì tra due diverse concezioni di quest'ultima nel caso particolare della natura e delle funzioni nei comitati di liberazione (23 ). I socialisti, a detta di Brosio, col loro atteggiamento « eccessivamente giacobino» avevano alterato l'equilibrio di forze conseguito all'interno della compagine ministeriale sul falso presupposto, comune agli azionisti (ed ai monarchici, aggiungiamo noi, il che è un po' sconcertante) che in giugno ci fosse stata una mezza rivoluzione democratica, mentre nessuno in realtà aveva un'intenzione del genere. Su questo mito della « continuità dello Stato » che abbiamo da tempo precisato come il filo rosso nell'agire politico dei liberali il discorso di Brosio ritorna e si conclude, porgendo sintomaticamente una mano a De Gasperi nel reputare più omogeneo il nuovo ministero del Bonomi rispetto al precedente ed un'altra al Togliatti nel compiacersi che la crisi si sia esaurita all'interno del comitato di liberazione: i liberali fanno correttamente la parte della « terza grande corrente » della formula di De Gasperi, mentre socialisti ed azionisti si definiscono sempre meglio come il bersaglio autentico della loro offensiva, foss'anche nell'ambizione, vedasi lo scritto del Granata, di poter su di essi egemonizzare l'arco laico e democratico dello schieramento politico, ripren( 23 ) ~. certamente senza volerlo, la ripetizione dell'obiezione del Salandra al Croce che aveva parlato anche egli, con esattezza « ~ stanziale :., di reazione e democrazia durante l'ostruzionismo di fine Ottocento (secondo il Salandra si trattava viceversa del contrasto fra la concezione autoritaria e quella democratica del liberalismo).

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dcndo in chiave liberale il discorso di La Malfa ( 24 ). Tuttavia ancora una volta, e molto significativamente, era stato Saragat, due giorni dopo aver ·definito crudamente al circolo Verbano di Roma « uno scacco per la democrazia » il secondo ministero Bonomi, a respingere del tutto, il 19 dicembre nell'Avanti!. le tesi del Granata, accusandolo per di più di « impermeabilità cruda ai problemi contemporanei» per aver ardito supporre che la borghesia potesse presiedere al processo di ricostruzione. I socialisti, insomma, non mostravano affatto « assenti dal governo ma presenti nel paese» com'essi si sentivano, di voler abdicare ad altri il ruolo direttivo improvvidamente ambito da La Malfa per il partito d'azione e rintuzzatogli dal « socialismo umanistico »: anzi, accentuato l'appartarsi di Nenni dalla messa in crisi dell'unità d'azione (egli ne evaderà con l'iniziativa clamorosa che stiamo per vedere) l'ortodossia classista di Saragat prende il sopravvento così su di lui come sull'estrema destra « evangelica » di Silone e Calosso ( 25 ) manifestando la pos-

( 24 ) Su Risorgimento Liberale 21 dicembre 1944 Panfilo Gentile riprende le idee di Brosio per una Consulta come organo di fiancheggiamento politico, indifferente quanto al reclutamento purché i consultori provengano da tutte le regioni e da tutte le tendenze politiche, fornita di diritto d'interpellanza ed iniziativa legislativa, requisiti a cui il Gentile aggiunge quali compiti il rafforzamento dell'autorità governativa, la formazione della nuova classe dirigente, la stesura della legge elettorale per la Costituente. ( 25 ) Calosso deplora sull'Avanti! 21 dicembre 1944 che, mentre Pio XII si è originalmente distaccato dal predecessore, la democrazia cristiana non è nemmeno in grado di ricalcare il vecchio modello popolare, avendo profittato della crisi per rivelare le sue inclinazioni alla destra conservatrice. Calosso conclude quest'avance di vertice, che vedremo ripresa da Saragat e che ricalca vecchi schemi di apertura diretta al Vaticano scavalcando la massa cattolica politicamente organizzata, prevedendo buone possibilità di successo per la Sinistra Cristiana la cui direzione aveva in effetti (Voce Operaia 19 dicembre 1944, lo stesso numero in cui Ossicini rispolvera la vecchia proposta socialista per elezioni amministrative immediate, non essendo più tollerabile l'attuale stato di cose) concordato nel giudizio politico generale con i socialisti, ritenendo la crisi un tentativo reazionario di attacco a fondo contro l'unità antifascista reso possibile dallo sfruttamento del « mancato allineamento di larghe aliquote di lavoratori cattolici su linee politiche democratiche di sinistra•· La responsabilità recente e remota della democrazia cristiana è dunque preminente, se-

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sibilità di prendere la testa all'interno di un partito ormai non più paralizzato dalla pregiudiziale unitaria e perciò suscettibile delle più impensate evoluzioni. La più originale di queste è il Commento al messaggio papale che ancora una volta Saragat stende sull'Avanti! del 27 dicembre precisando a Pio XII, con felicissimo temperamento del rigorismo tattico recente e del vecchio democratismo strategico tanto acclamato da monarchici e liberali, che non polivalente bensì una sola è la democrazia, quella mercé la quale si realizza il socialismo, un nesso dunque assolutamente non suscettibile di rinnegamenti. :E. questo un campanello d'allarme definitivo per Nenni, il quale, l'ultimo dell'anno, sale anche lui alla tribuna del Brancaccio, quel colloquio con l'opinione pubblica che a lui, principe del giornalismo politico, era sembrato sino ad ora pressoché superfluo in questa forma, e che ora viceversa l'uscita dal governo e il crescer rapidissimo di prestigio di Saragat rendono inevitabile attraverso un grande discorso politico. Nenni lo inizia

condo lo schema di concorrenza polemica interna ormai prevalente per essi da alcuni mesi, per Rodano e i suoi amici, i quali reputano tuttavia che la presenza comunista limiti concretamente la vittoria conservatrice, lasciando a socialisti ed azionisti il compito di « concretare sul terreno politico la protesta e le aspirazioni delle masse coordinando i loro sforzi col partito comunista» (una sorta di blocco delle sinistre alla Lussu, ora evidentemente più che mai inattuale, data la trascuratezza per esso da parte degli stessi comunisti a cui la Sinistra Cristiana, in ciò distinguendosi radicalmente dal leader azionista, conferisce un ruolo di assoluta supremazia). Il comunicato condude prospettando per la Sinistra Cristiana ( qui le carte si scambiano un po' disinvoltamente, e si torna a La Malfa) una stretta collaborazione con i socialisti in una « ben individuata, precisa e conseguente opposizione», collaborazione da estendere peraltro, soprattutto in provincia, anche alla sinistra repubblicana dei democristiani (si ricordi che già all'inizio della crisi, su Voce Operaia del 2 dicembre, si era auspicato che la sinistra democristiana premesse energicamente per « recidere i legami con gli interessi reazionari » affinché la crisi si risolvesse con una conferma della base « ciellenista • aliargata e consolidata per il governo, elezioni municipali immediate, epurazione radicale e, addirittura, « democrazia progressiva»: a tal fine, con chiaro intento .polemico nei confronti degli azionisti, si auspicava che i partiti di sinistra non compissero « gesti estremisti ed affrettati» e ciò quantunque la direzione politica democristiana fosse « inconseguente e compromessa con la reazione»).

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con accorti e sinceri accenti liberali e patriottici ( la nuova democrazia italiana basata sull'autogoverno delle masse, i veti stranieri« intoJlerabili » alla coscienza nazionale) e passa quindi, in coperto dissenso col tatticismo così di Togliatti come di Brosio, a parlare francamente della « crisi interna,. al comitato di liberazione, quella crisi che è invece provvidenzialmente assente nel Nord (la contrapposizione di Milano rivoluzionaria a Roma trasformista è caratteristica dei socialisti, ma nel linguaggio di Nenni acquista un rilievo estremamente polemico). Ma la novità maggiore del discorso di Nenni, vero e nuovo colpo d'ala geniale in un terreno che da tattico può diventare strategico nell'imminenza prevedibile di grandissimi rivolgimenti nazionali, è la riesumazione della pregiudiziale repubblicana, non più però come steccato polemico nei confronti della democrazia cristiana, bensì, diremmo, come cartina di tornasole dell'unità d'azione (la questione istituzionale è formale per i comunisti, sostanziale per i socialisti) e soprattutto come piattaforma comune per la sinistra democratica, un denominatore molto più elastico così del classismo di Saragat come dello stesso empirismo intellettualistico di La Malfa, un « fronte del lavoro e del progresso innestato sulle forze proletarie unite socialcomuniste » con la repubblica, la riforma agraria (26 ) e la socializzazione delle industrie come obiettivi, la sintesi delle esperienze occidentali e sovietiche come retroterra programmatico. Questo « innesto » costituisce ovviamente il punto lasciato forse ad arte oscuro da Nenni nel suo discorso, e che sarà tra poco al centro dell'importantissima discussione con La Malfa, tanto più in vista della radicale accentuazione di sinistra che il leader socialista ha dato al suo fronte, con la liquidazione di un eventuale blocco di centro come foriero in Italia della guerra civile.

(26) Già Rossi Doria, ad esempio, sull'Italia Li.bera 30 dicembre 1944, si compiaceva che la relazione del socialista Lucarelli al convegno di Bari sulla riforma agraria mostrasse coincidenze con le sue vedute in proposito.

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Nondimeno, concentrazione antifascista o fronte popolare che sia, l'apertura c'è, ben al di là dell'unità d'azione odierna e ben più rigorosamente delle indiscriminate formule di « unione sacra» o « fronte nazionale» che i comunisti agitavano ancora qualche anno addietro e non sembrano voler del tutto abbandonare: Nenni ha restituito ai socialisti una larghissima disponibilità di manovra ricordando a Togliatti che la« rappresentatività » della classe operaia non si esercita soltanto al governo e sfidando De Gasperi nello spostare a sinistra quel baricentro della vita politica nazionale che egli, con la collaborazione liberale e la condiscendenza comunista, ha creduto di poter fissare al centro (17 ). Il fronte repubblicano popolare non era una scoperta di Nenni, bensì, ancora una volta, dell'intelligentissimo Mazzei, che lo aveva visto su Domenica 24 dicembre 1944 come unica soluzione possibile per i socialisti, azionisti e repubblicani all'indomani della sconfitta dell'unità d'azione e ( cosa che soltanto questi scrittori radicaleggianti hanno la spregiudicatezza di ammettere) del comitato di liberazione ( 28 ). Tale fronte, che la

(Z7) Non si creda tuttavia ad uno scambio delle parti tra Nenni e Saragat: quest'ultimo, ad esempio con un articolo sul Corriere di Roma 24 dicembre 1944, analizzava la «teocrazia• hitleriana come un modello di tipo orientale, contrapponendogli i valori eterni cristiani essenziali alla democrazia, e restando dunque fermissimo sulla linea e umanistica • che il classismo arricchiva soltanto in funzione polemica nei riguardi della sinistra democratica. Ben più rigoroso, sia pure nella prospettiva soreliana delle élites proletarie emergenti da quelle medesime masse che ignorano e disprezzano i valori spirituali, lo scritto del Perticone sul Cosmopolita 23 dicembre 1944. ( 28 ) Già il 10 dicembre una vignetta di Domenica raffigurava il CLN ed il popolo come due padri cornuti che aspettano la nascita del figlio dall'ostetrica Bonomi: e una settimana prima, nel primo svolgimento della crisi, il medesimo periodico aveva scritto: « La sorte dell'esarchia sarà la sorte di chiunque pretenderà di rimanere al governo senza sapere e senza voler governare... L'esigenza dell'onesta e seria amministrazione non può essere soddisfatta se non si hanno idee chiare, e per avere idee chiare è meglio non essere in troppi (sic!). Non bastano i metodi dello Stato partito, resuscitati puntualmente in questi sei mesi, a costituire l'unanimità che non esiste, e che dopotutto è meglio non esista se vogliamo essere uomini e non fantocci di un nuovo totalitarismo•· Questa soluzione obiettivamente

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direzione repubblicana aveva anticipato addirittura il 1° dicembre contro « l'alchimia parlamentare » e sia pure nella forma della concentrazione repubblicana cara a La Malfa ( 29 ), che i giovani demolaburisti avevano cercato di realizzare già a fine novembre attraverso il Consiglio Nazionale Repubblicano scontrandosi nel significativo traccheggiamento così socialista come comunista (3°), che qua e là si costituiva spontaneamente e parzialmente, come la Voce Repubblicana aveva cura di segnalare con assiduità (1'8 dicembre tutte le sinistre a Marino ed azionisti e repubblicani a Catania ,il 31 dicembre tutte le sinistre eccetto i comunisti a Velletri (3 1) - ) , tale fronte dunque, secondo il Mazzei, esteso a socialisti, azionisti e repubblicani, in grado di far gravitare su di sé così la sinistra liberale come quella democristiana ( qui cominciamo a veder tralucere,

moralistica e conservatrice, ribadita da un conveniente programma (ricostruzione edilizia, « onesto lavoro», lotta alla delinquenza, riorganizzazione dell'esercito) richiama la polemica anti- « ciellenista • sempre fiorente, ad esempio, sul Partigiano ( dove il 4 dicembre Andreoni, alla vigilia di dimettersi anche formalmente dal partito socialista, scriveva a proposito di quest'ultimo che « nella storia dei partiti di sinistra non vi è forse esempio più convincente delle disastrose conseguenze alle quali può condurre l'idea fissa di una unità che non sia la sola unità che conti, l'unità dei rivoluzionari » e firmava con Antonino Poce per il Movimento Comunista d'Italia e Federico Valenzani per la Democrazia Internazionale una proposta per la libertà di stampa contro la «dittatura• del comitato di liberazione). ( 29 ) Pacciardi era tornato su quest'idea, forse nella sfumatura socialisteggiante cara al Salvemini in quanto la sua proposta è rivolta anzitutto ai socialisti, sulla Voce Repubblicana 12 dicembre 1944 invitando a Non perdere tempo. ( 30 ) Essendo il programma basato su Costituente, repubblica fondata sul lavoro, pluralità di partiti, diritto d'opposizione ecc. i socialisti rifiutarono di ratificarlo desiderando formule « più elastiche » per poter far aderire anche i comunisti e questi ultimi proposero a loro volta un Consiglio Nazionale del1a Gioventù apolitico senza pregiudiziale repubblicana per ottenere l'adesione dei democristiani, sicché il Consiglio Repubblicano fini per essere costituito da azionisti, repubblicani, demolaburisti, Sinistra Cristiana, socialisti repubblicani democratici e federalisti europei. ( 31 ) Queste localizzazioni definiscono immediatamente la natura riformista e neomassonica, a tinte radicaleggianti, di siffatte concentrazioni, come sarà poi per jrran parte del «frontismo» soprattutto meridionale tre anni più tardi.

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seppur meno sommariamente, il « blocco delle sinistre» di Lussu) avrebbe avuto oltre tutto il risultato estremamente impegnativo di costringere i comunisti ad una definitiva scelta strategica. Quest'obiettivo complessamente anticomunista dell'operazione (Togliatti avrebbe dovuto scegliere tra il lazzaretto politico e l'incapsulamento subordinato) va tenuto sempre presente con attenzione per intendere le mille titubanze ed i mille ripensamenti dei socialisti a proposito di una manovra che pur li suggestionava fortemente. Di « crisi totale» del partito socialista parlava infatti sul Partigiano del 30 dicembre, alla vigilia del discorso di Nenni al Brancaccio ( 32 ), il turbolento ma sempre penetrante Andreoni, denunziando l'incongruenza di una battaglia combattuta (e perduta senza combattere) nel nome dei comitati di liberazione proprio nel momento in cui essi hanno cessato di esistere per « assoluta mancanza di uo_mini » ed impreparazione rivoluzionaria « sicché ormai nessuno ci crede più ». Non saranno state le cause proprio quelle indivi-

( 32 ) Si legga, in riferimento a quanto s'è detto subito prima, l'espressivo commento a questo discorso tracciato dal Cattani su Risorgimento Liberale 2 gennaio 1945: « La nostra speranza è rimasta delusa. Conoscevamo questa intolleranza della legalità e dell'unità che già aveva minato profondamente il CLN nell'inverno scorso ... Il popolo italiano non vuole e non sente due governi ma ne vuole uno solo, legittimo, efficiente e democratico ... Certe nostalgie di sterile rivoluzionarismo ci sembrano prove di immaturità politica che un grande partito socialista dovrebbe superare se veramente vuol prepararsi a diventare partito di governo». D'intonazione analoga il commento di Airoldi sul Tempo dello stesso giorno: « Fin dove - si chiede allarmato Politicus - quest'azione diretta di sollecitazione delle masse e di pressione sul governo e di revisione immediata dei quadri dello Stato è schiettamente e politicamente democratica? Fin dove democratici possono essere i suoi sbocchi? ... Lo sviluppo della lotta di classe porta alle altre libertà democratiche o non arrischia a volte di annu1larle, di sboccare, volente o nolente, in un'altra dittatura? ... Ci chiediamo se sia impossibile condurre effetticamente l'una battaglia contemporaneamente all'altra»: ed era ovviamente richiesta rivolta in primo luogo a Saragat (fin dal Natale 1944 il Repaci si era ritirato dalla condirezione del Tempo per divergenze di valutazione politica, un episodio da inguadrare nella crisi del « ciellenismo », che apre la strada all'involuz1one conservatrice e filoqualunquista del quotidiano romano}.

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duate da Andreoni ma è indubbio che socialisti ed azionisti, se volevano impostare una loro autentica strategia e sopravvivere come forze politiche determinanti, non potevano non passare oltre nell'esperire combinazioni nuove rispetto a quella rigidissima ed ormai immobilistica del « ciellenismo » che un commentatore di parte opposta a quella dell'Andreoni, Aldo Airoldi sul Tempo 12 dicembre 1944, reputava anch'egli liquidata, assegnando per di più ai comunisti, all'interno dell'equilibrio governativo, una condizione di « evidente inferorità • pur essendo stato Togliatti il vero e proprio « barometro della crisi•Crisi del « ciellenismo » dunque: questa la constatazione politica largamente diffusa che Nenni, con gli adattamenti necessari, mostrava di voler far sua con le sue prospettive di nuove e più mosse combinazioni di partito. Ma non la condividevano gli azionisti di destra i quali per ben due volte, dopo l'arrivo della delegazione toscana che aveva segnato il vertice delle loro fortune, si eran visti sottrarre la carta vincente, prima col fin de non recevoir di Saragat, poi con la soluzione della crisi, che aveva scavalcato disinvoltamente l'intransigenza corrusca del partito d'azione. Se dunque la Nuova Europa, la rivista che Salvatorelli e ·oe Ruggiero avevano fondato con sede in Corso Umberto ed impostazione polemica pronunziatissima così contro il giacobinismo fascisteggiante dei socialisti (33 ) come contro il « conservatorismo anarchico » dei neosalandrini del partito liberale, si limitava il 17 dicembre 1944 a concludere per il fallimento del tentativo di

( 33 ) Sul primo numero della rivista, il 10 dicembre, De Ruggiero se la prendeva appunto con gli « oppositori ed involontari prosecutori • del fascismo nel mito demagogico della « rivoluzione permanente•. Il successivo giudizio anonimo sui liberali (ma la formula sul « conservatorismo anarchico• come padre del fascismo appartiene schiettamente a Salvatorelli) ammonisce tuttavia a non sollevare opposizione sistematica al ministero Bonomi. La rivista, insomma, giusta le tradizioni dei direttori, si pone nell'ambito di un neogiolittismo di gusto e cultura europei, trovando solo qui un consistente diritto di cittadinanza nel partito di azione, trattandosi per il resto di schietto liberalismo, spesso crociano, e civettante talora intellettualisticamente con l'estrema sinistra.

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Bonomi di rendere il governo più efficiente ed omogeneo in quanto egli non aveva allentato i legami col comitato di liberazione, ben più risentite tre giorni dopo erano le conclusioni di La Malfa sul primo numero della rivista apertamente di tendenza che Bauer aveva fondato a piazza Mignanelli col nome emblematico di Realtà Politica quasi a contrapporlo al massimalismo verbale dei Lussu e dei Cianca. A detta di La Malfa, infatti, non solo il ministero era rimasto pienamente aderente allo spirito« ciellenista » ma il partito d'azione stesso, per parte sua, aveva « rafforzato e articolato» nel paese la funzione dei comitati, assicurandosi in tal guisa « il modo di controllare e dominare gli sviluppi della vita politica ». Espressioni del genere sembrerebbero un bluff quasi sconsiderato, e costituiscono invece un'intelligente fuga in avanti per sottrarre definitivamente ai socialisti la carta della « nebulosa» antifascista e giocarla con tutta autonomia per tenerli legati ed emarginare ancor più i comunisti (è una ripetizione della tattica che con questi ultimi aveva usato Nenni con l'unità d'azione e la pregiudiziale repubblicana per emarginare i democristiani). Ciò è tanto vero che La Malfa esclude senz'altro l'ipotesi di un governo di cattolici e liberali, accusando pertanto Togliatti di aver aderito alla combinazione solo dopo che Bonomi aveva arbitrariamente discriminato i tre partiti di massa. « E bene che molte delle forze attive stiano fuori dal governo e servano di pungolo e di spinta all'azione»: la conclusione di La Malfa è eloquente: l'unità antifascista non è rotta ma vi è soltanto un'opportuna divisione di compiti: non opposizione, pertanto, e neppure fronti a largo raggio che possano contrapporsi allo schieramento governativo e parzialmente corroderlo, ma opera di mediazione, di collegamento, che prepari le nuove combinazioni del domani: il dissidio di fondo che opporrà tra pochi giorni La Malfa a Nenni in una delle discussioni politiche più interessanti dell'epoca è già limpidamente tracciato. Manca una voce, quella decisiva dei democristiani, dopo le 11

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parole estremamente impegnative di De Gasperi che avevamo segnalato a suo tempo. La reca il più autorevole dei suoi collaboratori, Mario Scelba, nel numero di capodanno 1945 de Il Commento, il quindicinale di Castelli Avolio e Giuseppe Sardo che nei primi suoi due numeri si è già messo simpaticamente in luce con la riproduzione integrale dell'articolo di Sturzo su Italia e comunismo, con uno scritto di Andreotti rappresentativo degli umori prevalenti nell'eutourage degasperiano (anche la democrazia cristiana è rivoluzionaria« in senso buono e stabile e cioè nel rsipetto dell'ordine delle cose » - sic! e nella prospettiva di realizzare « tutto ciò che il popolo può conseguire di meglio in ogni campo» - sic!), con un'evocazione altrettanto eloquente, da parte del vicepresidente Rodinò, della difesa della famiglia quale « principio essenziale e dominatore » del programma democristiano ( 34 ), ma soprattutto con articoli dei due condirettori che hanno levato scalpore in un ambiente così idillico, e non solo in esso. Da un lato infatti Castelli Avolio afferma che « il capitalismo quale mezzo strumentale di produzione deve essere subordinato al lavoro » e, non accontentandosi di questa conclusione abbastanza generica, la ragiona con un vigore inconsueto: « Se il capitalismo rappresenta, come difatti è, uno strumento di dominazione politica ed economica, di assoggettamento di classi ad altre classi, esso va combattuto. Anche per noi è un nemico » (35 ). Dall'altro lato il Sardo, dopo aver ricordato con

(34) Si noti che il Rodinò, ora investito di alte funzioni di governo, rispolvera qui per la prima volta l'argomento di Gonella fatto poi insabbiare da Gronchi per l'intervento della « volontà popolare » neJla soluzione della questione istituzionale. Altri consueti capisaldi democristiani sono la libera concorrenza, la piccola proprietà, organismi elettivi di arbitrato e controllo nel lavoro ecc. ( 35 ) Alle argomentazioni del Castelli Avolio replicò Gaspare Buffa sul Commento 16 gennaio 1945: « Lavoro e capitale sono strumenti entrambi di produzione della ricchezza e entrambi attributi della persona umana, ed a questa soltanto è dato un valore di fine». Ma il giurista cattolico abruzzese ribadi fortemente le sue idee, definendo il lavoro « mezzo di redenzione » e giudicando « politicamente e moralmente impossibile» equipararlo al capitale.

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emozione la difesa di Antonio Gramsci da lui assunta nel 1928 dinanzi al Tribunale Speciale, riscontra per la prima volta esplicitamente e positivamente il vecchio invito di Togliatti: « L'unità dei lavoratori tutti verso la trasformazione più rapida dell'attuale inammissibile stato di cose è indispensabile. Essa è oggi effettiva nell'unità sindacale che deve essere seguita da accordi politici opportuni tra i partiti di identiche vedute sullo stesso problema. Questa unità deve essere mantenuta ad ogni costo, energicamente e rapidamente attivata». Di conseguenza, ed in ultima analisi, l'intervento di Scelba veniva ad essere anche, e forse soprattutto, un richiamo all'ordine per le mille inquietudini del partito che l'atteggiamento spregiudicato di De Gasperi nel corso della crisi, ispirato manifestamente ad un freddo calcolo politico, non aveva certo contribuito a sanare, nemmeno sotto l'aspetto dell'unità antifascista al quale, quanto meno, la sinistra democristiana era sensibilissima ( 36 ). Scelba esordisce perciò con scoperto tono polemico sull'argomento prediletto da tutte le destre, la crisi generata essenzialmente da « malessere ed allarme» per l'epurazione, indubbio strumento, quest'ultima, per i fini rivoluzionari dei comunisti (gli ex fascisti tra i quali, prosegue Scelba con una serie di accuse la cui enormezza non occorre sottolineare, sono « inesorabili » al punto da non concedere grazia agli epurandi se non attraverso la tessera comunista). « Ampia ed energica », dunque, la resistenza contro l'epurazione, in nome della « generale compromissione politica » degli italiani durante il ventennio, della necessità di non far servire la legge a ricatto o proselitismo pclitici, del turbamento dell'ordine pubblico. A questa gragnuola Scelba fa seguire una invettiva, questa forse maggiormente fondata, contro la sollevazione di scudi« impolitica, dannosa, demagogica » prodottasi in occasione del veto Sforza

(36) Si veda in proposito il comizio dell'll dicembre 1944 di Ravaioli, Mastino del Rio e Canaletti Gaudenti (l'intervento di Ravaioli contro l'agnosticismo del partito è ora in Politica di sinistra nella democrazia cristiana, 1946 p. 32).

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contro l'Inghilterra, per venire finalmente al « maggior punto d'attrito» (e vero pretesto ed obiettivo ad un tempo del discorso), i comitati di liberazione~ Scelba esclude che essi possano diventare organi costituzionali del nuovo Stato in quanto ciò comporterebbe la prevalenza di correnti rivoluzionarie e « minoranze attivistiche »: ma si getta poi in una polemica a capofitto contro il comitato, diciamo così, nella sua essenza, nell'idea antifascista che lo postula (s'era pensato di proclamare la repubblica a Roma nell'interregno fra Tedeschi ed Alleati; si sarebbe dovuto assumere il potere 1'8 settembre senza abbandonare il paese a sé stesso; il governo di Salerno è stato l'autentico liberatore dei clandestini del Laterano, e così via) la quale. a parte la sua fondatezza, coinvolgeva Bonomi, la democrazia cristiana e lui stesso Scelba come corresponsabili di uno stato di disgregazione, d'insufficienza politica assoluta, da cui non si sapeva uscire altrimenti se non con un abbracciamento generale e la liquidazione definitiva del « ciellenismo » (n). Che cosa di diverso aveva inteso dire quattro giorni prima Guglielmo Giannini intitolando Abbasso tutti! il fondo del suo nuovo settimanale, l'Uomo Qualunque?

( 37 ) Di grande importanza ed eloquenza a questo proposito il commento della Civiltà Cattolica 16 gennaio 1945 alla soluzione della crisi: « Quel che meglio risaltò... fu l'insanabile divergenza di concezione politica fra i vari gruppi della coalizione, concordi in un punto solo, nell'antifascismo (sic!): benché anche qui cominciassero i dissensi non appena dall'affennazione teorica si cercava scendere all'attuazione pratica». Secondo la rivista dei Gesuiti « non si comprende come un blocco cosl fortemente incrinato (scii. il CLN) possa fare da base di un governo solido e non bisognoso di puntelli •·

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FRONTE DEL LAVORO E DEL PROGRESSO? Fenomeno di costume politico assai più famoso (e famigerato) che noto, il «qualunquismo» può apparire viceversa a noi, crediamo, in una luce assestata su basi serie ed obiettive dopo quando s'è venuto dicendo e documentando intorno alla crisi del « ciellenismo » come elemento determinante e risultato essenziale della crisi del ministero Bonomi. La protesta che Giannini innalza nel primo numero del suo giornale, il 27 dicembre 1944, investe gli uomini politici professionali così fascisti come antifascisti in nome di « quarantacinque milioni di esseri umani » ed esprime senza dubbio un rifiuto rozzo dell'impegno politico, una fiacchezza civile estremamente inconsistente: ma non si comprenderebbe se non all'indomani di un episodio che ha fatto vergare parole di liquidazione a sperimentati antifascisti di tutte le parti politiche (1). Quando Giannini lan-

( 1) Si veda per tutti ciò che scrive Oliviero Zuccarini nel primo numero gennaio-marzo 1945 della risorta Critica Politica: « Si volle avere il potere, comandare. E su ogni altra considerazione di riforme politiche e di ricostruzione prevalse il desiderio di vendicarsi del fascismo... legittimo... non sufficiente però a formare un programma di governo • (par di rileggere Scelba o la Civiltà Cattolica! e si consideri il tutto in controluce rispetto alle affermazioni di Giannini che riportiamo nel testo). Perciò, prosegue Zucc.arini, non ci si è ritrovati, s'è dovuto constatare un male più profondo di quanto s'immaginasse, una corruzione universale, la ripetizione degli errori e delle strade che avevan condotto al fascismo, una democrazia « male intesa e peggio praticata •, un pullulare di piccole dittature, un disagio diffuso, un'insoddisfazione profonda, lo spirito dei partiti « inquinato dalla stessa mentalità. dalle stesse pretese, dalle stesse illusioni del

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eia il ben noto slogan « Noi non abbiamo bisogno che d'essere amministrati» (e questo per mezzo di un ragioniere che lavori un anno e non sia rieleggibile per cinque anni) o mette nel mazzo delle falsità convenzionali la tematica della sconfitta e della colpa e riabilitazione, le sue sono boutades grossolane o goffaggini morali da non prendersi sul serio. Ma quando evoca una data, il 1898, come inizio della « vita d'inferno» che ci accompagna tuttora, egli delinea un'atmosfera oligarchica pregiolittiana che è ancora nel cuore di molti « conservatori anarchici » neosalandrini, per dirla col Salvatorelli, che siedono magari anche nei comitati di liberazione; quando scrive che « il dirigere un giornale come questo, anche nelle attuali condizioni, vale più che non il presiedere un dicastero » mostra d'intendere perfettamente la via regia per la conquista di un'opinione pubblica postbellica sul modello di Mussolini ricalcato oggi mutatis mutandis dal Nenni; quando conclude che « questa è una tragedia che è ancora al secondo atto e che s'intitola nascita d'Europa » mostra d'aver fiutato non poche tendenze che s'intersecano ancora confusamente in campo liberale, cattolico, azionista. Ma il protagonista di questa travagliata tragedia, per quanto concerne l'Italia, Giannini non lo vede in simili partiti bensì, il 7 febbraio 1945, in Pietro Nenni: e questa convergenza di

fascismo » fino al punto da venire a compromesso con la monarchia per conseguire subito il potere (qui l'antico moralismo e l'intransigenza repubblicana appannano alquanto il giudizio di Zuccarini, come quando reputa che la permanenza della monarchia sia all'origine del malcontento o che la realtà del potere sia nelle mani del Luogotenente). I partiti debbono cominciare col governare bene, conclude Zuccarini dando qui la mano, ad esempio, al Perticone, una « amministrazione degna di tal nome e non fascismo riveduto e peggiorato», una risposta opportuna, specie da parte di socialisti e comunisti, all'eterno problema dello Stato, una « siourezza nell'avvenire dell'Italia» al di là di ogni escogitata concentrazione di sinistra (e qui non v'è dubbio che Zuccarini prenda largamente quota rispetto al pressappochismo «qualunquistico» di Giannini: ma la condanna della classe politica professionale che questi esprime, lo ripetiamo, è anzitutto rifiuto in blocco dell'esperienza « ciellenista ,.: e qui, nel presupposto se non nelle conseguenze, Zuccarini è con l'Uomo Qualunque, e non solo lui).

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socialismo nazionale e d'internazionalismo nel leader romagnolo è, ancora una volta, prova di buon intuito politico, l'uomo della sinistra risorgimentale che crea mazzinianamente la nuova società senza classi. « Mussolini è caduto - aveva scritto Giannini il 24 gennaio affondando la penna in una palude storica ancor oggi più misteriosa che mai - perché era stato abbandonato dal grande capitalismo borghese stanco e stufo delle sue capriole di comunista in sessantaquattresimo: e i partigiani del Nord sono alimentati proprio ... dagli aiuti dei grandi industriali, banchieri e agrari dell'Alta ,Itala. Ne sentiremo delle belle quando respireremo finalmente l'aria del Nord». Regionalismo borbonico o scarfogliesco? Ne siamo persuasi: ma il problema politico è reale, grosso, attuale, l'alternativa tra cambio della guardia e rivoluzione, che non passa soltanto per il « dibattito delle cinque lettere » ma soprattutto per le ville brianzole, gli uffici dei direttori d'azienda e magari qualche influente curia vescovile. L'Uomo Qualunque cessa le sue pubblicazioni il 21 febbraio, per delibera della commissione della stampa, insieme col Riflettore di Gerardo Zampaglione, mentre Giannini è so~toposto a procedimento d'epurazione: Franco Monicelli, direttore del Cantachiaro, rinunzia all'asperrima polemica che aveva ingaggiato con lui e gli esprime solidarietà, mentre voci consimi-

(2) Nell'ultimo numero del giornale leggiamo un'analisi della situazione al solito ricca di ombre e di luci: « Il nazionalcomunismo italiano ... non è che una delle cento fazioni che in questo momento strepitano in Italia. In confronto della democrazia cristiana ... è una quantità politica trascurabile, e non si comprende come il partito socialista, che conta su un seguito vero, per quanto non numeroso come spera di far credere, ne ricerchi con tanta ostinazione l'alleanza ... Finché ci saranno gli Alleati in Italia le cosiddette squadre armate del nazionalcomunismo non potranno agire» (in seguito si squaglieranno ed intanto il re avrà profittato della confusione per porre la scelta tra fascismo e carabinieri, determinando in tal modo la rivincita della monarchia: a parte l'esattezza della profezia, non cosi paradossale come potrebbe a:pparire a prima vista, interessa qui notare, auspicio più che constatazione, la spartizione politica dell'Italia tra cattolici e socialisti, col comunismo terroristico completamente emarginato).

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li, e sintomatiche, provengono da parte cattolica per questo colpo di forza certamente mal ponderato, Gonella che parla d'indebita ingerenza, Giordani addirittura di caccia all'uomo. L'Uomo Qualunque risorgerà in maggio, dopo la Liberazione, in uno stato di cose profondamente mutato: ma intanto questo primo bimestre, questo circoscritto episodio (che abbiamo voluto perciò considerare a parte, ed unitariamente) ha un suo significato d'immediata conseguenza e reazione della crisi del « ciellenismo » che sarebbe errato sottovalutare. Non per nulla, da tutt'altra e più autorevole fonte politica, era tornata fuori proprio in questi giorni, in replica manifesta al« democratismo» di Silane ma altresì in concorrenza aperta con le recentissime aperture « frontiste» di Nenni, una prospettiva di rinnovamento radicale che risultava da gran tempo accantonata. « La coscienza delle necessità di un partito nuovo - scrive Grieco su Rinascita ai primi di gennaio 1945 - si impadronisce dei più larghi strati dei lavoratori nel nostro paese e questo partito nuovo deve essere anche il ricostituito partito unico della classe operaia italiana ». Temperamento, dunque, tra il vecchio massimalismo unitario ed il partito autenticamente nuovo di tipo gramsciano: è un passo innanzi considerevole, questo dei comunisti, che non può spiegarsi altrimenti, improvviso e netto com'è, se non con le preoccupazioni connesse con la « incrinatura » dell'unità d'azione, fors'anche con idee vaghe, che Grieco ingigantisce per espediente polemico, per bollarle come estranee al socialismo e respinte dagli operai, di sciogliere il partito socialista in un'associazione di tipo radicale o nel liberalsocialismo di Calogero « presunta dottrina ... contraddizione in termini... mostricciattolo ideologico» ( qui le folgori di Grieco pareggiano quelle di Croce, e la coincidenza dovrebbe indurre a riflettere) ogni dose di socialità nella democrazia diminuendo ed eliminando il liberalismo, a detta almeno di Grieco, che qui filosofeggia anche lui, e non troppo appropriatamente. Il problema insomma c'è, e l'allarme dei comunisti è tutt'altro che ingiustificato se, negli stessi giorni, provvede a dar-

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gli forma concreta e complessa Guido Dorso con uno scritto impegnatissimo I due dopoguerra apparso sull'Acropoli, la nuova rivista fondata da Omodeo (3). Dorso compie un giro panoramico sui partiti per inferirne l'evoluzione conservatrice di liberali e demolaburisti (i tentativi di revisione critica sono per essi falliti, si è spesso ancora in un clima pregiolittiano - sic! - nell'abbandonare all'iniziativa governativa la soluzione del problema sociale, un ritorno riformista come pura riproduzione del passato è un sogno) e la natura di microcosmo centrista propria della democrazia cristiana, tanto tendente istituzionalmente a destra quanto socialmente a sinistra. Posto il carattere schiettamente rivoluzionario di quel che Dorso continua a valutare come il « blocco » socialcomunista, il problema specifico del partito d'azione, ch'egli si prospetta, è quello di trasformare l'ideologia in politica sperimentando in tal modo se il partito è in grado o meno di esercitare autentica azione politica. Quest'ultima, prosegue .Dorso, che qui segue molto da vicino La Malfa, consiste essenzialmente nel definirsi quale « partito interclassista di democrazia integrale» (la formula sarà fatta proprio da Salvatorelli) per sottrarre così la funzione di centro ai democristiani e « capovolgere » in senso rivoluzionario il risultato di Cavour, venendo incontro all'aspettazione delle masse. Non seguiremo ovviamente Dorso in questi audaci parallelismi, a cui egli indulge come tutto il revisionismo risorgimentale: ma terremo fermo quel ruolo di fulcro di una nuo-

(3) Il saggio di Dorso non è compreso nell'edizione Einaudi delle sue opere, come non vi è compresa la Teoria politica dei partigiani apparsa nel fascicolo settembnx>ttobre 1944 di Aretusa, la rivista napoletana diretta dal Flora e poi dal Nicolini (l'autore reputa insufficiente ed inutile la formula di volontarismo politico-ideologico per il fenomeno del ,partigianesimo, generica quella patriottica, troppo tecnica quella guerrigliera: il partigianesimo ha un significato ampliato e nuovissimo che implica soluzioni rivoluzionarie, dal patriottismo alla riforma istituzionale attraverso la democrazia, sicché è impossibile, o quanto meno improbabile, una « seconda Teano »: la nvoluzione nazionale si pone come secondo Risorgimento non limitato all'indipendenza ma sfociante nell'autogoverno come effettiva libertà).

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va coalizione ch'egli assegna al partito d'azione al posto della democrazia cristiana, di cui si respingono bensì le tentazioni clericomoderate ( che vanno sorvegliate con « vigile diffidenza») ma della quale si mantiene la base sociologica interclassista: lo terremo fermo perché Dorso ne fa discendere la conseguenza della vittoria delle sinistre attraverso la saldatura che appunto gli azionisti, con opportuna opera mediatrice, garantiranno tra le altre classi lavoratrici e la « politica difensiva» attuata dalla piccola borghesia per sottrarsi alla proletarizzazione senza per questo venir meno al compito rivoluzionario: sarà questo il terreno d'incontro (Dorso parla di « scivolamento ») dei socialisti sulla linea del partito d'azione, denominatore comune l'intransigenza istituzionale. Prospettiva macchinosa, come si vede: ma quello spostarsi al centro da parte degli azionisti è una mossa tattica che lascia ampio spazio a sinistra, quello spazio in cui i comunisti temono poter venire attratto il partito socialista dopo le ambiziose aperture « frontiste » di Nenni. Perciò Scoccimarro, che nel nuovo gabinetto ha assunto il dicastero di nuova istituzione per l'Italia occupata, dopo la burrascosa permanenza all'epurazione (4), dedica il fondo dell'Unità 2 gennaio 1945 ad una calorosa anticipazione del vento unitario del Nord « fascio di luce che illumina le vie della rinascita nazionale » da conseguirsi attraverso l'unità antifascista « al di sopra di tutte le contingenti divergenze di partito ». ~ evidente la preoccupazione comunista di risollevare la bandiera

( 4 ) Osserviamo qui una volta per tutte la mancanza assoluta dì uno studio critico sull'attività ed i risultati ministeriali dei rappresentanti dei partiti di sinistra, la maggior parte dei quali, e soprattutto i comunisti, naturalmente, non è più tornata al governo. Appunto nel caso dei comunisti, l'accantonamento di uomini assai in vista in questo periodo come Gullo, Pesenti, più tardi lo stesso Sereni ( per Scoccimarro il discorso investe probabilmente anche più alte questioni politiche) va messo .forse in relazione anche col cattivo esito della loro permanenza al potere: e 1a stessa esperienza di Togliatti guardasigilli va esaminata a fondo, non senza l'indispensabile corredo tecnico. ·

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« ciellenista » che i socialisti sembrano voler trascurare e gli azionisti sostengono con troppo fragili mani, inquadrandola sulla piattaforma della lotta di liberazione (tipico il ballon d'essai comunista di questi giorni per una grande armata italiana al fronte, che raccoglie l'adesione dell'Avanti! e di Italia Libera ma anche dei monarchici di Italia Nuova, e naufraga rapidamente) (5). Tale preoccupazione trova forma molto sorvegliata nel comunicato che la direzione emana il 6 gennaio sul secondo ministero Bonomi, significativamente a quasi un mese dalla sua costituzione, quando i commenti sono esauriti e Nenni e la destra azionista hanno già fatto conoscere i loro propositi. Secondo i comunisti il partito ha assunto nel governo « accresciuta responsabilità» (è l'etichetta famosa della « rappresentatività » della classe operaia, confermata sostanzialmente da Bonomi dopo l'avance suggestiva di De Gasperi) che esso intende sfruttare intensificando lo sforzo bellico sino alla distruzione del fascismo e sollecitando le elezioni amministrative (è un chiaro passo indietro rispetto all'urgenza immediata reclamata a fine agosto da Nenni per considerazioni tattiche, mentre della Consulta, che si comprende bene essere stato un espediente polemico anti-« ciellenista » della destra, non si fa più parola). Il discorso, peraltro, i comunisti non se lo nascondono, investe i comitati di liberazione assai più che il governo: e qui essi assumono una posizione interessante e quasi curiosa, da un lato rifiutando la trasformazione istituzionale e la diffusione capillare care agli azionisti (i comitati sono semplici « organi ausiliari dell'azione governativa» in quanto in essi si realizza l'unità delle forze democratiche ed antifasciste, anche se non solamente « organi di ccntatto » spesso paralizzati dal principio « assurdo » dell'unanimità), dall'altro sposando completamente la tesi del comunismo partigiano settentrionale, che

(5) A questi intenti medesimi risponde l'articolo Di Vittorio sull'Unità 4 gennaio 1945 che traccia un bilancio « largamente attivo » della Confederazione, con un milione e trecentomila iscritti, ed i sin-

dacati compattamente concordi.

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aveva dato ai nervi alla « partiticità » dei socialisti (6 ) - ( « I CLN devono tendere ad estendere la loro sfera di azione, da un lato stringendo relazioni regolari con i sindacati e con le altre organizzazioni di massa, dall'altro assumendo le iniziative che si impongono nei campi principali della vita economica e politica » e vengono specificate a proposito dell'epurazione, della scuo]a, dei trasporti, della lotta alla borsa nera). Quanto viceversa a quello che poteva apparire l'argomento del giorno, l'unità d'azione, i comunisti ne riportano l'avvenuta «incrinatura» ad un « diverso apprezzamento del fattore nazionale nella politica della classe operaia » formula elegantissima, come si vede, che pone i socialisti, specie il patriota e risorgimentale Nenni, in seria difficoltà, tanto più in quanto non solo viene confermato il desiderio di allargare al campo politico gli accordi sindacali con la democrazia cristiana (ed una ulteriore « mano tesa» in proposito è rappresentata dalla richiesta di voto alle donne) ma per la prima volta si auspicano « sempre più stretti ed amichevoli rapporti» col partito d'azione: è la replica comunista al discorso di Nenni al Brancaccio, come sempre spregiudicata ed articolata, che esige dai socialisti ed azionisti un'adeguata risposta e forse li sospinge al colloquio chiarificatore (7).

( 6 ) Si conclude nel frattempo al Nord il dibattito « delle cinque lettere», i democristiani, il 12 gennaio 1945, sollevando apertamente lo spauracchio di un « nuovo dominio totalitario • e rifiutando di confondere la riforma dello Stato con la sua abolizione ad opera di un comitato che intende impadronirsi del potere senza che alcuno ve l'abbia designato (sic!), i liberali rifacendosi alle loro « gloriose • tradizioni per denunziare le contraddizioni guridiche e la « pretesa vana e impolitica» della proposta Valiani-Spinelli che tende a scartare la monarchia (sic!) e monopolizzare la vita politica at traverso « organi permanenti di partito•· :E. evidente, in questi documenti, una concezione del CLN come puro e semplice fronte armato antifascista, in arretrato persino sulle prospettive di collegamento e consultazione prevalenti a Roma nei circoli moderati. (7) Si ricordi che l'Unità 7 gennaio 1945 invocava apertamente che si togliesse la carta all'Uomo Qualunque foglio obiettivamente provocatore e fascista; e si metta in relazione l'iniziativa giornalistica di La Malfa di cui si parla nel testo con la nomina, il 22 ~ennaio, di una commissione mista socialcomunista per una dichiarazione comu-

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L'accenno all'unità d'azione nel discorso del Brancaccio (dove Cianca segue Nenni 1'8 gennaio, meritando « piena adesione» dall'Avanti! nonostante le sue consuete eloquenti genericità) non è parso infatti troppo chiaro ad Italia Libera, che pur segue il leader socialista in tutta la sua impostazione europea ed antifascista. Ma, evidentemente, non intendersi lì significa non intendersi affatto: e non è perciò un caso che siano gli esponenti « umanistici » a riprendere la testa a chiarire quel che Nenni aveva dovuto o voluto lasciare in ombra, qui Silone sottolineando il carattere democratico e libertario del socialismo e sfidando addirittura la possibile convergenza « rurale ,. tra democristiani e comunisti ( 8 ) dall'alto di una piattaforma di concentrazione comprendente socialisti, azionisti, repubblicani e Sinistra Cristiana (intervista a Rivoluzione Socialista gennaio 1945), lì Saragat, il 6 gennaio, commemorando significativamente insieme Turati e Rosselli, e rimproverando con altrettanta intenzione a quest'ultimo di aver dimenticato la realtà delle classi attraverso le quali si perviene al socialismo « modo di vita superiore che umanizza i proletari e viceversa» ( 9 ). Il « doppio binario » socialista, insomma, la concentrazione democratica e l'unità di classe, il famoso « innesto» del discorso di Nenni, continua a persistere tutto ciò, ed a sconcertare gli azionisti, che si lasciano andare a qualche sbandamento ( il 14 gennaio ad Avellino il Cianca ed il comunista Bibolotti si dichiarano d'accordo sugli obiettivi immediati). Il giorno prima è venuto fuori un comunicato della direne, che sarebbe poi apparsa il 9 febbraio, non senza influsso della polemica Nenni-La Malfa intervenuta nel frattempo. ( 8 ) ~ appena il caso di sottolineare questo confinamento, che vedremo implicitamente presente anche in Saragat, in uno stadio arretrato e inferiore, rispetto a cui il socialismo non è solo conquista politica e morale ma progresso, direi, evoluzionistico. ( 9 ) Nel frattempo, il 7 gennaio, Nenni replica all'articolo di Grieco su Rinascita con una boutade d'occasione: « 1:. reazionaria qualsiasi Politica la quale divide la classe operaia». Anche Saragat parla il 9 a Temi sulla « portata storica • dell'unità d'azione, mentre l'indomani Romita si pronunzia per una socializzazione massiccia con parziale indennizzo.

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zione socialista, con la proposta di un'assemblea nazionale di comitati di liberazione ( un ballon d'essai analogo alla « grande armata» comunista, ma riflettente, come sappiamo, umori diffusi nella periferia toscana e marchigiana) ma anche con irrigidimento classista vigorosissimo; il rifuto completo di ogni blocco di centro, l'unità d'azione confermata quale « elemento essenziale e permanente nella politica di classe del partito socialista », liste bloccate per le elezioni amministrative. :E:: evidente che la vecchia sinistra massimalista e fusionista ha rialzato il capo e procura di correre ai ripari, sulla traccia dell'avance unitaria di Grieco, non solo contro il « democratismo» di Silane e Saragat (quest'ultimo, sull'Avanti! del 16 gennaio, tien fermissime le sue posizioni, ora praticamente coincidenti con quelle di Nenni, auspicando un partito socialista che « propone e attua una politica di cui esso costituisca il centro ») ma anche, e forse soprattutto, contro i pericoli manovrieri di Nenni. :E:: perciò al leader socialista romagnolo che s'indirizza personalmente il discorso che La Malfa ha cominciato a fare su Realtà Politica fin dal 5 gennaio, provocando le folgori polemiche della direzione socialista ( « Il partito d'azione è il partito più vicino ad interpretare l'essenza di una democrazia moderna, di quella democrazia su cui si dirige uno spiccato interesse della democrazia cristiana e del partito socialista, e rispetto al quale può esercitarsi la funzione critica e costruttiva insieme dei partiti liberale e comunista » ), che il 20 gennaio ha ripreso sulla rivista di Bauer ( 10 ) prendendo spunto da dichiarazioni estremamente impegnative che Silane ha ripe-

( 10 ) Lo stesso Bauer, sempre il 20 gennaio, auspica genericamente una « salda concentrazione di forze democratiche» mentre Fancello sembra rispondere agli scrupoli dei liberali settentrionali rispolverando una formula che del resto La Malfa e la destra azionista (ab-biamo visto l'atteggiamento di Stato Moderno) non hanno mai fatto propria: « Noi siamo i primi a riconoscere - scrive Fancello - che la formula di tutto il potere ai CLN è giuridicamente impropria. Ma il diritto non è che la sistemazione formale di rapporti politici sopra un determinato piano storico».

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tuto alla gioventù socialista quarantott'ore innanzi ( 11 ), che il 23 gennaio corona su Italia Libera col famoso articolo Nuovi equilibri che apre programmaticamente nuove prospettive alla sinistra socialista e democratica. La Malfa parte dalla constatazione apodittica di un accordo di fondo tra azionisti e socialisti circa la trasformazione strutturale da operare nel nuovo Stato. Su tale accordo si distende l'ombra dell'unità d'azione, e La Malfa a tal proposito precisa che il suo partito ( 12 ) « non sembra più disposto a rifare un'esperienza di fronte delle sinistre e rimane legato ad una politica di fronte nazionale nell'interno del quale si crei una forte concentrazione democratica». Front.e nazionale è notoriamente formula comunista ma quì La Malfa l'usa in senso restrittivo « ciellenista » più che altro come copertura tradizionale alla combinazione tra partiti che maggiormente gli sta a cuore, mentre assai preciso è il rifiuto della strategia sbandierata da Lussu circa il fronte delle sinistre. Ma anche la politica attuale di Nenni, incalza La Malfa, è tanto chiara quanto incoerente perché sembra dimenticare l'appartenenza al passato del fenomeno della sconfitta operaia come conseguenza della scissione tra socialisti e comunisti. Oggi il pericolo di tale fenomeno, secondo l'uomo politico siciliano, non esiste più, in quanto si son formati movimenti, non marxisti come il partito d'azione, i quali ripudiano l'anti(11) « Noi dobbiamo liberare la politica italiana dal peso eccessivo, fastidioso e conservatore delle ideolo~ie ». A questo vademecum tipicamente lamalfiano Silone faceva segmre un inquadramento dell'accordo quadripartito già da lui delineato « nella prospettiva della fondazione del nuovo Stato tenendo conto dell'apporto rilevante e massiccio che a questo verrà dal partito comunista e dal partito democristiano ». ( 12 ) Notiamo una volta per tutte che la tematica politica a livello nazionale è sviluppata per il partito d'azione, a parte qualche sortita dei liberalsocialisti, esclusivamente dalla sua ala destra, mentre la famosa sinistra trionfatrice a Cosenza si dedica nella provincia meridionale a un'opera di propaganda estremista e fiancheggiamento politico dei socialcomunisti assai frammentaria, che andrebbe ricostruita e studiata, e che sbocca nel frontismo.

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comunismo quale eredità di correnti reazionarie tradizionali ma rifiutano anche l'unità d'azione che ha condotto fin qui alla liberazione di Roma, una massa reazionaria che i comunisti potranno anche abbattere, ma a prezzo della guerra civile, in conseguenza della quale il partito socialista sarà a sua volta assorbito dalla reazione, o fuso nel comunismo, o scisso in più tronconi. Nenni respinge immediatamente, sull'Avanti! del 24 gennaio, la prospettiva catastrofica di ,La Malfa, dettata da scarsa fiducia nelle masse lavoratrici, ripropone energicamente la necessità di « saldarsi » dinanzi a pericoli di ritorni neogiolittiani o della monarchia pseudosocialista dei primi del secolo, ma si lascia anche sfuggire un'ammissione preziosa che fa il gioco dell'avversario (ed illumina perciò le remote finalità strategiche che tengono effettivamente assieme fin d'ora i due interlocutori): « Socialisti e comunisti sono destinati ad essere o alleati o nemici ». Questa è un'assurdità politica, scatta La Malfa, ci sono forze e problemi in mezzo a cui occorre prender posizione senza farsi legare da pregiudiziali, la risposta di Nenni non centra affatto la sostanza del problema (ed invece la centrava benissimo, rispetto agli attuali fini tattici circoscritti di La Malfa), le sue incertezze porteranno a perdere la battaglia per la repubblica, egli non percepisce gli infiniti errori commessi dalle sinistre appunto per non aver definito abbastanza la loro linea politica, parla demagogicamente di bolscevismo mentre si tratta di scelta precisa fra democrazia e dittatura. Ma Nenni tace, fermo alla sua profezia apocalittica che è al tempo stesso segnale di via libera per il focoso avversario sull'ipotesi che socialisti e comunisti possano essere « nemici ». Non v'è dubbio, incalza La Malfa, indotto appunto dalla riservatezza di Nenni a svelare appieno il suo pensiero, che la democrazia cristiana graviti verso le riforme strutturali condivise da azionisti e socialisti, permanendo peraltro in una situazione d'equilibrio instabile a causa del dubbio sull'evoluzione che è per seguire la politica socialista. Se oggi scivola

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a destra, a detta di La Malfa, ciò è dovuto a timore del comunismo, non già dei socialisti, un cui franco chiarimento può viceversa far precipitare la situazione. Nenni chiarisce il 30 gennaio sull'Avanti! con brutalità inconsueta: un nuovo tipo di società che prescinda dal contributo comunista è inattuabile, la democrazia cristiana è decisamente attestata a destra, non vi è che la liberazione totale della penisola che possa modificare una situazione del genere. Attesa, dunque, rinvio, ma sul postulato fondamentale del rifiuto dell'emarginazione a danno dei comunisti, proprio ciò a cui La Malfa massimamente mirava, e che aveva reso improvvidamente esplicito il discorso sulla democrazia cristiana e la soluzione di potere, i due capisaldi fondamentali ( che s'identificano poi tra loro) del suo pensiero politico. ~ pertanto indispensabile che il leader azionista rettifichi il tiro ed accetti la discussione sul terreno pregiudiziale impostogli da Nenni: sì, egli ammette sull'Italia Libera del 31 gennaio che il comunismo sia necessario all'instaurazione dei regimi democratici in Europa, ma purché compia un'autocritica democratica: non si tratta di temerlo o di respingerlo ma semplicemente di attribuirgli il peso ed il ruolo suoi propri in un calcolo di forze, mezzi e risultati. La Malfa comincia insomma, come suol dirsi, a sfuggire per la tangente, a rifugiarsi nel suo lucido empireo intellettualistico di alchimie più o meno machiavelliche, mentre Nenni continua a menar sciabolate respingendo senz'altro, sull'Avanti! del 2 febbraio, i democristiani a fianco di liberali e democrazia del lavoro come responsabili della scelta, nell'edificazione del nuovo Stato, tra processo interno democratico o frattura rivoluzionaria (nel qual caso, evidentemente, il posto del « fronte del lavoro e del progresso», compresi gli azionisti, sarebbe al fianco del comunismo). Quest'ultimo, insomma, accanto alla democrazia cristiana, è stato il protagonista autentico del dibattito ben al di là dell'innocente convergenza sulle trasformazioni di struttura: ad esso La Malfa indirizza l'ultima parola, il 4 feb12

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braio, una lode che è al tempo stesso un mezzo invito: solo esso ha compreso esattamente la portata profonda del processo di rinnovamento in corso in Italia, e lo mostra quando parla di partito nuovo o di partito unico dei lavoratori: ma è questa davvero la sola via, l'unica soluzione possibile? L'interrogativo retorico di La Malfa merita da Nenni una risposta che è al tempo stesso una lusinga e un auspicio: parlando il 5 febbraio dinanzi ai tramvieri romani che acclamano alla fusione, il leader socialista ammonisce che bisogna anzitutto pensare a rafforzare il partito ed inattesamente precisa che non bisogna respingere chi da premesse idealistiche o cristiane pervenga alle medesime conclusioni del socialismo. Il « fronte del lavoro e del progresso » è insomma ancora un'ipotesi ben valida, aperta persino a liberali e cattolici di buona volontà, ma purché con sbocco schiettamente socialista. A questo punto Nenni e La Malfa non hanno per il momento più nulla da dirsi. La loro discussione, come s'è detto, la cui importanza è impossibile sottovalutare, polarizza l'attenzione di tutti i commentatori politici e fa di queste prime settimane del 1945 uno dei periodi più intensi del nostro biennio pur politicamente così fervido e ricco. I comunisti, ovviamente, si tengono più ché mai riservati e mettono fuori su Rinascita un succinto rifiuto del « blocco di centro » ipotizzato da La Malfa in nome del « legame oggettivo » costituito dalla classe operaia a tenere insieme l'estrema sinistra ( 13 ). Una politica di blocchi appare

(B) In questi giorni si notino sull'Unità l'articolo di Giovanni Grilli, il 2 febbraio, sulla necessità di aggiornare / vecchi compagni che sono « fuori della realtà» e soprattutto l'importante programma delineato il 4 dalla direzione del partito per la Sardegna ( terre incolte a cooperative salvo gli interessi legittimi della pastorizia, beni demaniali restituiti ai comuni e assegnati ai contadini, crediti a basso interesse, democratizzazione degli istituti agricoli, controllo regionale sulle industrie, elettività della Consulta regionale). Va rilevato che su Commento 1° febbraio 1945, recensendo il lavoro di Jemolo Il decentramento regionale, il Castelli Avolio manifestava il suo scetticismo circa il trasferimento di Cassazione, Consiglio di Stato e Corte dei Conti lontano da Roma ma si diceva d'accordo quanto all'ordinamen-

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viceversa auspicabile e pressoché naturale a Gino de Sanctis sul Giornale del Mattino 17 febbraio 1945 (è la fase intermedia dal vecchio Corriere di Roma al redivivo Messaggero, fase iniziata a metà gennaio con la direzione di Arrigo Jacchia). Anche per de Sanctis la mancanza del blocco di centro è la più vistosa e dannosa all'interno dell'attuale schieramento politico italiano, una volta assodato che al comitato di liberazione non è più possibile attribuire se non la sua « storica funzione di coordinamento ». Ma la novità e l'intelligenza dell'impostazione di de Sanctis, che arieggia quella successiva di Cattani ed è più spregiudicata e sottile della tesi di La Malfa, consiste nel fatto che dal blocco è esclusa, almeno formalmente (che in realtà vi verrebbe ad esercitare un influsso assai maggiore) la democrazia cristiana, mentre vi sono raccolti gli « eretici » dei partiti laici non comunisti, socialdemocratici, liberalsocialisti, liberalriformisti, allo scÒpo di salvaguardare l'Italia « da esperimenti inadatti allo stato comatoso del paese come dalle reazioni del nazionalismo selvaggio ». Un nuovo partito, insomma, anziché una combinazione di partiti, il pendant laico della democrazia cristiana ma su tono egualmente moderato, senza gli « avanguardismi » degli azionisti e tanto meno lo spirito di classe del socialismo ufficia-

to regionale in tutto Io Stato senza referendum popolare, alla soppressione delle provincie, all'attribuzione alla regione di potestà legislativa in materia agraria (in disaccordo viceversa circa l'attribuzione delle funzioni poitiche dei prefetti al sovrintendente della regione, che sarebbe in quel modo divenuto una sorta di vicerè). Da segnalare anche come Zuccarini, su Critica Politica gennaio-marzo 1945, definisca come « concezioni opposte» la sua unità federale fondata sul comune libero e la funzione essenziale degli enti locali, e il decentramento amministrativo « uniforme e incompetente » propugnato dal demolaburista Persico, ex deputato ed ora prefetto di Roma (nel fascicolo d'aprile della rivista Giulio Pierangeli chiede l'abolizione dei prefetti mentre Zuccarini in Errori iniziali della politica economica stigmatizza il vincolismo di tipo riformista e postbellico tornato in onore con Ruini e Cerabona nella « amara e sconsolata constatazione» che la rivoluzione antifascista « non è ancora incominciata»). Per il pensiero comunista sull'autonomia regionale si veda anche l'articolo di Crisafulli nel Cosmopolita 6 gennaio 1945.

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le: un partito democratico, aveva già ammonito Gino Luzzatto il 10 febbraio sul Cosmopolita spezzando un'ennesima lancia contro la distinzione di comodo fra Destra e sinistra, in grado di non limitarsi « a servirsi delle masse come di un semplice strumento, lasciando loro la più completa libertà ed anzi aiutandole a scegliere nel proprio seno i nuovi quadri direttivi. Solo in questo senso il termine di partito di sinistra ci sembra avere un contenuto effettivo. Solo in questo modo si potrà creare una vera democrazia». Problema grosso, quello della formazione democratica di una nuova classe dirigente di estrazione proletaria, che solo un vecchio salveminiano come Luzzatto poteva porsi con lucido disinteresse rispetto e al di sopra delle macchinose combinazioni dei partiti, ovvero uno spirito indipendente e corrosivo come il Mazzei, che già il 28 gennaio su Domenica poneva a Nenni e La Malfa il malizioso dilemma tra unità proletaria ed unità della classe operaia, una sottigliezza filologica, se vogliamo, che offriva peraltro a Nenni, con la prima originale soluzione contrapposta alla seconda tradizionale ( 14 ), la possibilità di ribadire più saldamente la propria impostazione, tenendo fermo il più rigoroso classismo ma senza cadere nelle secche di un corpora tivismo estraneo ed ostile a tutto il rimanente della società (1 5 ). ( 14 ) La riecheggia il Lizzadri sempre su Domenica 18 febbraio 1945, fors'anche in coperta polemica col persistente tatticismo di Nenni, definendo « facile ed entusiastica• la realizzazione dell'unità di azione nel Mezzogiorno e proseguendo: « Il patto d'unità d'azione rappresenta per noi solo il primo passo sulla via dell'unità organica fra i due partiti che si realizzerà con la creazione del partito unico del proletariato italiano•· Va rilevato che la comune milizia sindacale e provenienza dal massimalismo « terzinternazionalista » di Lazzari e Maffi induce Lizzadri e Di Vittorio a valutare obiettivamente come fenomeno del tutto transitorio e contingente la divisione politica tra socialisti e comunisti. ( 15 ) Numistrano era stato deluso per il discorso di Nenni al Brancaccio e gli aveva ricordato (Domenica 7 gennaio 1945) che non il blocco di centro ma la concentrazione democratica di sinistra, alla quale i comunisti avrebbero collaborato nel comune esercizio del metodo della libertà, era l'argomento politico del giorno che occorreva discutere.

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Ed il dibattito intanto continuava e si allargava, raggiungeva quella stessa Firenze che era apparsa in novembre la roccaforte dell'intransigenza « ciellenista », dove ancora il 24 gennaio Jaurès Busoni minacciava di seguire « altri mezzi» qualora il governo non avesse compiuto il suo « obbligo urgente ed imprescindibile » di riconoscere giuridicamente i comitati di liberazione come propri organi, dove 1'11 febbraio un altro giovane socialista, Giovanni Pieraccini, propugnava il fronte unico amministrativo del CLN dinanzi a gravi pericoli reazionari come in Sicilia, o altrimenti l'adozione della proporzionale « che non altera la fondamentale unità del CLN ». Ma il liberale Piero Fossi, sul Corriere del Mattino del giorno innanzi, non l'aveva pensata così, ed aveva anzi proposto senza altro la costruzione di un blocco di centro che escludesse il partito comunista in quanto intezionato a « sollevare determinati interessi di classe ed elaborare la possibilità di attuazione di ideologie e di miti sociali ». Luigi Sacconi, sulla Nazione del Popolo del 15 febbraio, aveva rintuzzato una proposta del genere proprio in nome dell'unità « ciellenista » che ne sarebbe rimasta infranta, rivendicando altresì i « fini generali della nazione » a cui si mostrava indirizzata l'azione politica dei comunisti. Ma la messa a punto socialista più organica sull'argomento, il 17 febbraio, è dovuta a Pieraccini, con uno scritto che va letto in controluce rispetto a quelli di Nenni a noi già noti, così come in correlazione con le tesi di La Malfa (sia pure con angolazione fortemente dialettica) va considerato l'articolo conclusivo di Codignola, già anticipato del resto, come vedremo, in Realtà Politica. Pieraccini esordisce col ricordare che il comitato di liberazione è il « fattore saliente» del postfascismo: « La stretta unione socialcomunista - egli precisa - è un'integrazione della generale volontà collaborazionista del CLN ed è una delle più efficaci garanzie per una vita politica veramente sana e democratica» (già questa della « integrazione » è una sfumatura fiorentina che a Roma s'è ormai pressoché dissolta). 11 giornalista socialista è d'accordo con Togliatti nel rile-

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vare che l'unità d'azione non ha funzionato perfettamente ma sottolinea che intanto essa esclude « con certezza » il verificarsi di lotte fratricide tra socialisti e comunisti (lo slogan propagandistico di Nenni tra alleanza ed inimicizia è così ridimensionato in una convivenza amichevole che come tale può protrarsi all'infinito ed introduce un ulteriore ammorbidimento dopo quello « ciellenista » precedente). « Noi socialisti abbiamo da fare le stesse rivendicazioni sociali dei comunisti - conclude Pieraccini in un passo molto notevole, sfuggendo accortamente il terreno politico e facendo l'intemerata a La Malfa - Noi non siamo un partito di centro: chi ci immagina più a destra dei comunisti sbaglia profondamente (1 6 ). I due partiti sono nati dallo stesso ceppo e le loro differenze furono e sono differenze di tattica, magari di strategia, ma niente altro. Non sono divergenze sullo scopo della lotta ma sul modo di condurla. Il nostro ideale più alto è ora di giungere ad appianare proprio quei contrasti che si son venuti formando storicamente. Non dimentichiamo che ci chiamiamo partito socialista di unità proletaria. Come e quando questa unità potrà essere conquistata non sappiamo, ma noi ci dirigiamo in tal senso ». Unità proletaria, dunque: la formula di Mazzei ed il processo dell' « innesto » caro a Nenni echeggiano a Firenze con una grinta più risoluta, una intonazione unitaria e quasi fusionista che sa di spavalderia, ma la prospettiva è la medesima: fare del partito socialista il centro di una coalizione essenzialmente popolare, nella quale confluisca (e non politicamente da sinistra, ammonisce Pieraccini!) la classe operaia raggruppata dietro le bandiere comuniste ma anche la piccola borghesia più o meno proletarizzata ed emarginata rispetto ad un po' tutti gli altri partiti. Non per nulla Codignola, leader a Firenze di quel liberalso(16) Questa precisazione di Pieraccini, esattissima data la prospettiva esclusivamente sociale da cui egli si situa, liquida d'un colpo il « socialismo umanistico» nelle sue sfumature democratiche e l'intera impostazione di La Malfa, interponendo nella loro architettura squisitamente politica il grosso corpo del partito comunista.

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cialismo azionista che rappresenta una delle frazioni « eretiche» chiamate espressamente da de Sanètis a convergere nel partito « di tipo nuovo», concludendo la discussione il 22 febbraio, rileva « profondo tormento e contraddizione» nella struttura ideologica e nella prassi politica non solo dei socialisti ma altresì di democristiani e liberali, la cui crisi, a detta ottimistica di Codignola, che qui sembra ideologizzare l'impostazione empirica di La Malfa, va fatta « precipitare logicamente» ad opera del partito d'azione soprattutto nei confronti di quelle « forme più giovani e mature » del socialismo la cui vocazione per la democrazia e la libertà è ormai manifesta. Una tale coalizione di tipo schiettamente socialdemocratico, secondo Codignola, che qui echeggia quasi alla lettera il suo precedente articolo del 5 febbraio su Realtà Politica di cui s'è fatto cenno ( 17 ), dovrebbe costituire il nucleo propulsore di un « partito del lavoro» che consideri l'ideologia classista « semplice sovrastruttura mitica» mentre al suo fianco si raggruppebbe un partito della classe operaia (si noti la implicita distinzione rispetto alla « unità proletaria ») in grado di raccogliere l'intera ortodossia classista e marxista. Come è evidente, al discorso politico di La Malfa, a quello sociolo-

(17) Nella rivista di Bauer lo scritto di Codignola aveva individuato quattro correnti politiche fondamentali, una conservatrice, costituita da larghe aliquote liberali e democristiane ed una minore porzione demolaburista, una democratica confessionale moderata (tutto il resto dei democristiani e la Sinistra Cristiana), una democratica laica progressista « sostanzialmente rivoluzionaria» (azionisti, repubblicani, larghi strati socialisti, numerosi elementi sparsi liberali, comunisti, democristiani, gli elementi più evoluti della democrazia del lavoro), una incentrata sulla teoria marxista della lotta di classe e comprendente la quasi totalità dei comunisti e la corrente tradizionale socialista. Codignola conclude il suo scritto ( del quale è superfluo sottolineare l'intellettualismo schematico cosl involontariamente « lamalfiano » e tipicamente «azionista» pur nell'indubbia acutezza: si noterà altresl, rispetto al posteriore articolo della Nazione del Popolo, l'assenza del blocco di centro, in cui vengono fatte confluire, alla de Sanctis, tutte le minoranze, compresa quella azionista) proclamando la necessità di dirimere le divisioni artificiali dei partiti • onde spianare la strada ad una più consapevole, matura ed efficace distinzione di correnti politiche effettive ».

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gico di Pieraccini, al patriottismo di partito di Nenni, il Codignola oppone un'impostazione esclusivamente ideologica (le minoranze democristiana, liberale, azionista e demolaburista dovrebbero a loro volta costituire un raggruppamento di centro « utile ed omogeneo» procurando in tal modo un « chiarimento» a destra) che squalifica ancora una volta la sinistra maggioritaria azionista nell'atto stesso in cui la sua dislocazione strategica appare felice e prestigiosa. Nel frattempo a Roma, anche attraverso strascichi tardissimi (ancora il 18 marzo su Ricostruzione Giovanni Della Torre parla della necessità di un « centro democratico di libertà e lavoro ») la discussione suscitata dallo scambio d'idee tra Nenni e La Malfa prosegue vivissima, anche per l'esempio d'iniziativa e spregiudicatezza che i due primi partiti svincolatisi della coalizione esarchica a livello di governo hanno offerto ai confratelli ed all'opinione pubblica, confermando indirettamente la conclusione, già adombrata con prudenza dai comunisti, che la convivenza coatta e paritaria conduca alla paralisi. Prudenza analoga, in verità, a parte il brevissimo accenno demolaburista che s'è visto, mostrano, almeno a livello ufficiale, i liberali, che ostentano di disinteressarsi della discussione dopo la citata schermaglia polemica di Cattani con Nenni e nel crescere delle loro preoccupazioni schiettamen te governative sotto l'impulso di Einaudi ( 18 ). Il solo par-

(IS) Del tutto nel gusto dell'Einaudi, infatti, è la risoluzione 14 febbraio 1945 dell'esecutivo liberale contro il disordine economico, sulla necessità di accompagnare con altre economie l'abolizione del prezzo politico del pane (ecco un esempio della difficile convivenza tra il liberale Soleri ed il comunista Pesenti nei dicasteri finanziari). di adottare eccezionale misure fiscali sulla ricchezza e sistemi straordinari di accentramento, di disciplinare con pene severissime l'alimentazione, di smascherare l'illusione circa la « benefica inflazione» degli aumenti salariali. Altre aperture politiche considerevoli di Risorgimento Liberale in questo periodo sono il tentativo di « cattura » della guerra « spontanea e vergine,. dei partigiani da parte di Lupinacci e la ferma replica di Antonio Calvi alle note negazioni del Croce circa le divisioni interne dei partiti: « Non credo sia arbitrario distinguere tendenze ... perché tutta la storia dei partiti .politici è stata di frazioni e di gruppi contrastanti,. (18 e 23 febbraio 1945).

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tito, nel seno della tetrarchia ministeriale, che non solo commenti la polemica ma intervenga direttamente in essa, e nel suo pieno fervore, è la democrazia cristiana. Il 26 gennaio il Popolo di Gonella sottrae alla tematica della destra azionista il titolo dell'articolo Democrazia integrale e si distende in considerazioni impegnative che fanno il punto della discussione e con tutta probabilità contribuiscono ad indirizzarla in un certo senso: « La democrazia cristiana che è partito di popolo ma non di classe - scrive Gonella si trova nelle condizioni più propizie per attuare ciò che La Malfa ha acutamente prospettato: il salvataggio dei ceti medi dai pericoli di avventure neofasciste ed il loro orientamento verso una politica democratica in stretta cooperazione con le classi proletarie al fine di un radicale rinnovamento dello Stato». Si noti ora anzitutto (e lo si metta in relazione così con la « unità proletaria » di Pieraccini come col « fronte del lavoro e del progresso» di Nenni) che Gonella trasforma con disinvolta acutezza in sociologico il problema che in La Malfa era essenzialmente politico, e così riesce a tendere una mano ai socialisti nell'atto stesso in cui sembra recisamente respingerli. « I partiti marxisti - egli prosegue - si sono trovati più che mai divisi sul terreno politico, ed il comunismo si è fatto interprete di quelle esigenze che era logico pensare trovassero maggior comprensione presso la corrente socialista » (e qui grandeggia accortamente quella formula della « unità nazionale» che abbiamo visto fatta propria dalla direzione comunista e del tutto assente nel lungo dialogo tra azionisti e socialisti).« Noi democristiani aspiriamo ad attuare - dichiara Gonella - una democrazia integrale di lavoro capace di dare all'Italia uno Stato radicalmente nuovo il quale, come ben disse Saragat, deve conciliare la giustizia sociale con la libertà politica»: rettifica di definizione, questa, che è anche una modifica sostanziale (la rivoluzione sovietica non è solo la ricerca di giustizia sociale, e il confine tra politica ed economia non si traccia certo col compasso!): ma per Gonella siffatte capta-

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tiones benevolentiae ad homines per Saragat e La Malfa sono più blandizie ad uomini che fanno chiaramente parte del grande gioco di potere democristiano che non reale constatazione d'accordo. « Assai opportuno - conclude pertanto Gonella allo scopo di disideologizzare definitivamente il dibattito (e qui l'avance abbraccia Silane e va letta in controluce a Codignola) è l'appello di La Malfa ad abbandonare i vecchi luoghi comuni, i vecchi schematismi di destra e sinistra ... per guardare veramente in faccia la realtà: costruire uno stato democratico e chiamare all'appello attorno a questo centro di ricostruzione le stesse forze socialiste se queste non intendono nuovamente isterilirsi in un aventinismo classista incapace di portare il proletariato in cooperazione con le classi medie alla vera conquista di uno Stato democratico». Classi medie: è gettata la formula della discordia nel campo socialista proprio mentre lo si sembra chiamare a quel lavoro di « unità nazionale» del quale, per il momento almeno, non ci si sente di poter escludere nemmeno i comunisti ( 19 ).

(19) Naturalmente in Gonella il mito della ricostruzione prepondera su quello stesso dello Stato democratico. Si veda il Popolo del 4 febbraio in cui, dopo aver posto il dilemma fra la scheda e il pugnale, ed invocate « categoriche garanzie di rispetto del metodo democratico », egli giudica che il vento del Nord '4 più che un vento di bufera capace di sradicare e travolgere sarà un gelido vento di sofferenza, di tragedia e di umiliazione » ( gli appelli ai partigiani ed al loro « eroismo civile » cominciano ad infittirsi anche tra i cattolici: vedasi ancora Gonella sul Popolo 18 febbraio 1945). Aveva luogo nel frattempo, il 28 gennaio, il convegno sindacale di Napoli, con dichiarazioni impegnative di Grandi («Abbiamo non solo il dovere ma il diritto di governare il nostro paese insieme a tutte le correnti progressiste e democratiche ») e di Gronchi ( « L'unità sindacale è la premessa di una situazione nuova alla cui realizzazione ciascuno di voi contribuirà»). Durante il convegno, che si protrasse per quattro giorni, Raffaele Pastore illustrò la situazione meridionale, Negro di Firenze stigmatizzò come « errore e colpa » ogni eventuale scissione, Buschi di Roma e Misasi di Cosenza raccomandarono la provvisorietà delle norme statuarie, Moffa di Avellino denunciò sperequazioni nell'applicazione della legge Gullo, Missori di Reggio Calabria l'organizzazione di bande armate da parte dei proprietari, Gava di Salernò ribadì i postulati cattolici del riconoscimento giuridico dei sindacati, della socializzazione definita e programmata, della partecipazione agli utili, Morrone di Cosenza propose che le camere del Lavoro eia-

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« L'ombra di Banco di La Malfa » chiama spiritosamente questi ultimi l'Airoldi sul Tempo del 2 febbraio delineando ad un tempo la necessità personalmente per Nenni di chiarire gli obiettivi ed i metodi dell'alleanza socialcomunista e la convenienza di un'ampia coalizione di tutte le forze democratiche e popolari sulle riforme più vaste superando la mentalità dei blocchi ( è in sostanza la tesi comunista, che non a caso Airoldi ho lodato fin dal 13 gennaio per il suo realismo capace di anteporre la formula del fronte nazionale a quella classista di fronte popolare foriera di guerra civile). Lo stesso giorno 2 febbraio esce il primo numero dell'Indipendente, il nuovo quotidiano dei demolaburisti di sinistra sui quali si appuntano non poche speranze (lo abbiamo visto in Codignola), con sede a Palazzo Sciarra nei vecchi uffici del Giornale d'Italia (2()), direttore Enrico Molè, le cui simpatie politiche personali sono a strettissimo contatto con la sinistra azionista di Lussu, collaboratori principali il leader massone Guido Laj, Eucardio Momigliano, e il Paresce, redattore responsabile Giuseppe Miceli Picardi: ed anche qui l'argomento del giorno, il fronte unico di tutte le forze liberali e democratiche, la mobilitazione dei ceti medi e delle classi lavoratrici, echeggia fragoroso, quantunque la soluzione politica squallidamente centrista sia piuttosto deludente rispetto ai presupposti sociali, e tutto il

borassero piani locali di ricostruzione. Di Vittorio riassunse la discussione proponendo un odg unitario che venne acclamato da 319 delegati in nome di 994 mila iscritti (alquanto meno, come si vede, di quanto lo stesso Di Vittorio avesse denunziato appena poche settimane innanzi). La fondamentale mozione agraria Grandi (piccola proprietà, integrazione dei docreti Gullo, partecipazione agli utili, funzione equilibratrice della mezzadria, regolamentazione della produzione agricola ecc.) venne coronato da un odg anch'esso approvato unanimamente Pastore-Colasanto per la confisca delle rendite agrarie e dei profitti dell'industria agraria, e per la ricostruzione dell'agricoltura da parte del governo. La mozione finale del convegno si pronunziò per la nazionalizzazione dei monopoli, un piano nazionale di ricostruzione economica, la soppressione dell'avventiziato, la costituzione di commissioni annonarie provinciali, l'istituzione della scala mobile. (2()) Questi camuffamenti di testata, e le relazioni tra i vecchi proprietari ed i nuovi dirigenti politici, meriterebbero uno studio di retroscena delicato e difficile.

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discorso sia alterato dalle fronde della retorica democratica, non ultimo il richiamo ad Amendola che, almeno per il momento, non è se non un paravento e un equivoco (2 1 ). Quanto ai protagonisti chiamati più o meno direttamente in causa durante la discussione, poi, mentre Saragat tace (e ne vedremo più avanti i motivi) Silone porta innanzi in apparente isolamento il suo personalissimo discorso su politica ed ideologia, che non è se non un'esplicitazione teorica dello empirismo di La Malfa, sia pure su presupposti squisitamente morali e perciò diversissimi ( « I problemi del benessere e della convivenza - scrive su Mercurio 28 febbraio 1945 - minacciano di risolversi in chiacchiere inconcludenti in attesa delle soluzioni di violenza. Le chiacchiere rendono la violenza inevitabile. Noi dovremmo separare una volta per sempre la questione del Banco di Roma dalle discussioni sulla divinità di Gesù Cristo. E dovremmo trattare il problema dell'assistenza ai disoccupati senza tirare in ballo la dialettica dei contrari » ). Su Nuova Europa del 21 gennaio il Pepe, un altro degli « eretici » del vagheggiato « partito delle minoranze», ha individuato proprio lui, Silone, e Franco Lombardi, come i principali rappresentanti della crisi ideologica socialista, giunta ormai sulle soglie di un democratismo di tipo puro, populista, antiliberale, politicamente neopositivista, ma insomma anche del tutto aclassista, non gli schematismi di Vecchietti né la dialettica soreliana di Perticone ma neppure l'ampio sguardo sintetico di Saragat: « Se si vuol fare del socialismo un movimento umanistico europeo - scrive Pepe volto appunto a Silone, ed attendendolo immobile sulle sponde della piccola borghesia intellettuale del Mezzogiorno - bisogna metterlo decisa-

(2 1) Nel medesimo primo numero dell'Indipendente si veda la requisitoria che un antifascista sperimentato come il Vinciguerra rovescia sull'ambiente « tendenzialmente fascista» che predomina a Roma (lo notiamo ancora per intendere meglio il mordente esercitato dall'Uomo Qualunque tanto più che appunto Vinciguerra è il principale responsabile delle disavventure giornalistiche ed epurative che stanno per capitare a Giannini).

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mente e risolutamente al corrente del nuovo pensiero laico e umanistico, sgombrando il campo delle sue ideologie da ogni irrazionalismo». Conversione dunque del socialismo al Croce odiosamato da Saragat nella grande prospettiva laicisticamente religiosa della Storia d'Europa? Sarà Bauer, il crociano Bauer, a fornire in proposito una risposta nettamente positiva, sempre su Mercurio 28 febbraio 1945, subito dopo l'articolo antiideologico di Silone: « Un partito moderno - egli teorizzerà - tende ad essere non più funzione della polarizzazione d'interessi economici ma funzione dell'idea stessa di libertà, specchio cioè consapevole della legge di solidarietà umana » ( e qui l'allineamento col « cristianesimo » di Silone diventava completo). Libertà e Stato democratico sono le parole d'ordine sollevate da Gonella per catturare esplicitamente l'impostazione di La Malfa già così ricca di aperture nei confronti della democrazia cristiana: ma la destra azionista recalcitra a questa forma espressa di « egemonia » cattolica, ricorda che « il nuovo schieramento politico non può essere un semplice rapporto nuovo tra le forze politiche esistenti ma creazione di una forza politica nuova » (Nuova Europa 4 e 11 febbraio 1945), echeggia con l'ex ministro De Ruggiero il pessimismo di fondo già affiorato in antifascisti conservatori o democratici di vecchia data quali Vinciguerra o Zuccarini: « La mia sfiducia nell'opera governativa - leggiamo su Realtà Politica del 1° marzo - non è sfiducia negli uomini e nelle loro buone intenzioni ma nel sistema (sic!) che inconsapevolmente essi impersonano. Si parla molto di democrazia ma in realtà non esiste che una facciata democratica dietro la quale persiste il vecchio autoritarismo abusato e screditato». Si tratta del « sistema » che un giudice autorevole quanto notoriamente poco benevolo come l'Osservatore Romano ha definito il 14 gennaio « corporativismo delle idee ». Sono insomma gli stessi compagni di partito e di tendenza che suggeriscono a La Malfa una pausa di riflessione, che slargano e svuotano ad un tempo la sua prospettiva, che riluttano a quella componente democristiana che è in essa essenzialissi-

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ma. E, del resto, a parte Nenni, il cui discorso è stato sostanzialmente un monologo, una salvazione d'anima, i principali partiti e le tendenze principali non hanno, della discussione svoltasi, tratto lo stimolo per una impostazione davvero originale e concreta. Molto si è scritto ma poco o nulla si è proposto di nuovo. Una sola eccezione: la sinistra cattolica. Accanto al discorso di Nenni al Brancaccio le spese dei commenti politici romani sono state fatte dalla nota del 3 gennaio dell'Osservatore Romano che ha dichiarato principi e tendenze della Sinistra Cristiana, malgrado la qualifica, non conformi agli insegnamenti della Chiesa e pertanto gli esponenti non autorizzati a parlare in nome del pensiero cristiano « e tanto meno pretendere che quei cattolici che vogliano il vero bene del popolo debbano aderire al loro movimento ». Si tratta di una precisazione dottrinaria che è al tempo stesso, come di solito da parte del Vaticano, una sconfessione politica. La direzione del partito si raduna il 5 gennaio ( 22 ) prendendo atto della « gravità del momento», confermando la aspirazione alla fedeltà al papa e alla Chiesa, garantendo un sicuro sviluppo democratico del partito ed una coerente difesa dei valori religiosi e morali, lamentando come« dolorosa » una eventuale eliminazione del partito per disposizione ecclesiastica, pronunziandosi per la « democrazia popolare » quale for. ma politica propria del postfascismo, ma soprattuto preoccupandosi di negare al partito ogni « aspetto storicamente pericoloso » sul tipo di quelli propri ai cattolici comunisti, un movimento col quale la Sinistra Cristiana rifiuta ogni calunniosa confusione, proclamando la propria assoluta buona fede circa la compatibilità tra le norme della Chiesa e quelle del (22) Sono presenti anche Gino Barbieri, Giuseppe Mira, Carlo e Paolo Moruzzi, Filippo Sacconi, Manlio Santi, Giulio Sella, Mario Talucci e Cesare Grandicelli il quale ultimo il 7 gennaio tiene una radioconversazione sottolineando la « sostanziale identità» del partito con la sinistra democristiana sulla base comune della repubblica, dell'unità dei lavoratori, della « democrazia progressiva» (per quest'ultimo punto di vista si veda avanti nel testo circa l'atteggiamento degli amici di Ravaioli).

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partito, acclamando la Chiesa « madre di civiltà e progresso », supplicandola infine, non senza qualche dose d'ingenuità, quanto meno storica, di voler «precisare» i punti del dissenso (23 ). Era una capitolazione incondizionata ed un non felice tentativo di scissione di responsabilità rispetto al movimento precedente che testimoniava soltanto il profondo disorientamento della Sinistra Cristiana, persuasa d'essersi posta su un dignitoso piano concorrenziale nei confronti del maggior partito cattolico ed ignara che proprio questo sforzo d'inserimento doveva maggiormente irritare i supremi responsabili del Vaticano e di piazza del Gesù in un momento in cui la convivenza tra democristiani e comunisti, affievoliti gli slogans unitari di quest'ultimi, si fondava esclusivamente su un arduo equilibrio di potere, il « fronte nazionale » e la « rappresentatività» rispettiva. Di disorientamento, sorpresa e virtuosa indignazione trabocca infatti anche l'intervista che Fedele d'Amico concede al Vinciguerra e che la Nuova Europa pubblica il 14 gennaio: ai punti già accennati D'Amico aggiunge significativamente una professione di « ciellenismo » estranea alla tematica unitaria dei cattolici comunisti, escludendo ogni attacco da parte della Sinistra Cristiana alla proprietà privata se non monopolistica (e qui la citazione d'obbligo da Pio XII), negando ogni rapporto col partito comunista, auspicando, con una genericità alla Lussu, l'unità di tutte le sinistre compresi i cattolici, concordando con i democristiani sui fondamentali problemi della scuola e del divorzio, dichiarando infine il partito disposto ad «espungere» i punti del suo programma che la Chiesa avesse espressamente censurato. Il conformismo ossequioso e politicamente inconcludente di D'Amico (si ebbe subito la sensazione di una squalifica definitiva ed il partito annaspò anche sul terreno del « partito unico dei lavoratori » che l'avrebbe dovuto avere tra i protagonisti, talora anche in-

(23) Viene integralmente riportato l'odg 4 settembre 1944 quale magna charta del partito su cui confluiscono anche gli ex cristianosociali.

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dicati espressamente, come nel caso di Codignola (24) è forse determinato in parte dalla intrusione veemente che Rinascita ha compiuto nell'argomento all'indomani dell'adunanza di direzione, col dichiarare« inammissibile» l'intervento della Chiesa nella vita dello Stato per approvare o meno un determinato programma politico, « intervento non solo nella politica italiana ma nella vita interna di un partito, la democrazia cristiana, che il Vaticano sembra aver voluto preservare da uno spostamento verso ragionevolissime posizioni di democrazia antifascista conseguente». I comunisti, insomma, con quella certa malagrazia paternalistica che i « laici » mettono di solito in interventi del genere, distendono le loro grandi ali a salvaguardare la nobile vocazione « progressista » dei cattolici dagii artigli più che mai grifagni della lupa vaticana: ed è davvero « ragionevolissimo » che i cattolici obbedienti alla D'Amico si scuotano di dosso una siffatta salvaguardia. Ma c'era chi ai comunisti, in quegli stessi giorni, stava replicando sul concreto terreno politico, senza fughe né cedimenti ma davvero nello spirito dell'unità popolare antifascista. Il secondo numero di Politica d'oggi, il quindicinale della corrente repubblicana di sinistra della democrazia cristiana, diretto da Ravaioli, interviene nella polemica Nenni-La Malfa il 30 gennaio 1945 (i cattolici, dunque, s'inseriscono da destra o da sinistra come protagonisti nel folto della mischia, senza i meditati silenzi di liberali e comunisti). « La politica del nostro partito - esordisce duramente Ravaioli ( 25 ) - è quella che è stata, più a destra che a sinistra sul terreno politico, a sinistra su quello sociale. Politica propria, comunque, e non reattiva a quella di Nenni o al patto d'unità d'azione » ( qui la puntata va a colpire La Ma]fa, con la medesima grinta « ege-

(2-4) Su Voce Operaia 20 gennaio 1945 Rodano si limita a concludere: « Appare sempre più necessario che i cattolici sappiano mettersi decisamente su di una posizione capace di affrontare in maniera autonoma ma con successo i problemi nuovi • (di Il a poco Ossicini figura come direttore responsabile del \')eriodico). (25) Vedi l'articolo di Ravaioli in Politica di sinistra ecc. cit. p. 83.

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monica » di Gonella). « I partiti di sinistra - prosegue Ravaioli inoltrandosi in un terreno assai polemicamente battuto - hanno mostrato di non avere una sufficiente esperienza e conoscenza dei problemi dell'amministrazione, un adeguato programma di riforme di immediata attuazione, e nemmeno la volontà di costituire una Camera consultiva che avrebbe potuto, almeno in parte, ripararvi» (a questo punto, peraltro, bisogna ripetere ·che la Consulta era troppo avvertita ed intesa in senso anti-« ciellenista » a sinistra per poter essere presa sul serio: e non senza fondamento). Secomdo Ravaioli, che qui affronta direttamente l'oltranzismo di La Malfa, « la denunzia, oggi, del patto d'unità d'azione, che è una realtà e non un progetto, non potrebbe non provocare una frattura tra socialisti e comunisti » la qual cosa non è, per Ravaioli, né ragionevole né auspicabile in una cornice effettiva di Stato democratico: « Lo spettacolo - egli scrive - d'un partito comunista al governo e d'uno socialista all'opposizione, che non s'accapigliano, è un sintomo di maturità del proletariato che va segnato all'attivo del bilancio nazionale». In tal modo il dilemma polemico di Nenni va a pezzi: i due parti ti non sono nemici ma neppure allea ti se non in un senso articolato e dialettico foriero di conseguenze interessantissime: « La tattica - delucida a questo punto Ravaioli, riprendendo solo apparentemente il massimalismo di Lussu, ma garantendolo col calcolato contrappeso formidabile dei cattolici democratici - che il partito d'azione dovrebbe proporsi di seguire è quella di vincolarsi a sua volta col partito socialista con accordi bilaterali, sia pure a fini determinati. Ciò non potrebbe portare né a denunzia del patto d'unità d'azione né alla costituzione di blocchi contrapposti... La contrapposizione di un blocco di destra non è immaginabile. Il nostro partito non potrebbe parteciparvi senza annullarsi ». Semplificare il gioco dei partiti e far confluire quelli effettivamente affini: questa la formula conclusiva di Ravaioli, non peregrina, se vogliamo, né eccessivamente rassicurante {l'ipotesi del bloc11

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co di centro, a cui tende in realtà La Malfa in funzione anticomunista, non è considerata) ma realistica e circoscritta nel suo prudente gradualismo. Due suggerimenti son venuti dal campo cattolico ad interpretare in sensi pressoché opposti la iniziativa di La Malfa: tocca ora anzitutto all'estrema sinistra prenderne atto e sperimentare alla loro luce la validità della unità d'azione (26 ).

(26) A conclusione dell'esame della polemica Nenni-La Malfa e dei commenti immediati, osserviamo qui le ripercussioni che essa, o quanto meno la tematica in essa agitata, ebbero sull'entourage salveminiano e su Stato Moderno, o ricevettero da questi, che si configurano come i più fertili centri di idee nell'ambito della sinistra democratica (si sarà notata nella polemica l'assenza della Voce Repubblicana, ferma ad una negazione assolutamente apodittica cfr. Conti 20 febbraio 1945: « Questo governo non ha idee, non ha programma, è il nulla politico. Si potrebbe supporlo un governo di transizione»). A Bauer, Lussu e Comandini il Salvemini consiglia sostanzialmente, il 17 gennaio 1945, di separarsi, il primo, con La Malfa, « in un partito repubblicano rinnovato con sangue giovanile» (qui non si vede bene la possibilità di convivenza col giacobinismo di Pacciardi), i secondi, con Fancello, nel partito socialista (porro unum di Salvemini, ripetuto l'indomani direttamente a Comandini e che costituisce una posizione tanto intelligente quanto assolutamente isolata, è il dissolvimento del partito d'azione). Personalmente a Lussu, sempre il 18 gennaio e con altrettanta fondatezza, Salvemini sconsiglia di richiamarsi alla tradizione « giellista » per non creare « confusione dannosa assai» (che in effetti va aggravandosi, con Cianca all'Italia Libera, la destra con due riviste per conto proprio, il liberalsocialismo ed il « filocomunismo » di Garosci isolati). Quanto al partito repubblicano è opinione di Salvemini, il 23 gennaio, ben presto tradotta in atto, sia pure inesattamente, che una coalizione tra Pacciardi, Zuccarini e Luzzatto debba liquidare la vecchia dirigenza Conti. Quanto ai corrispondenti di Salvemini, il Calamandrei se la prende con i comunisti ed il loro ambiguo filomonarchismo « che costringe tutti i partiti a incoerenze e indecisioni » dichiarandosi per parte sua aderente alla linea politica di Nuova Europa (2 febbraio), il Rossi reputa il partito d'azione « ormai una realtà della vita politica italiana» e si propone di rafforzare in esso l'ala socialista repubblicana di Lussu, dà a Silane e Modigliani il merito di avere evitato la fusione, non distinguendosi Nenni e seguaci dai comunisti « né per gli obiettivi né per il metodo » ( essi sono del resto « semplici pedine nel gioco della politica estera del Cremlino » e nel Nord sono tallonati da presso dagli azionisti, grazie anche a Spinelli, che è « la migliore testa politica ,. del partito: lettere 12, 13 e 15 febbraio 1945 meditabili per il semplicismo di siffatti giudizi) ma poi 1'11 marzo aggiunge di aver aderito al partito d'azione .solo perché lo ritiene « lo strumento più adatto per svolgere una politica federalista per l'unione europea». Parimen-

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Precisamente di quest'ultima riafferma la sostanza e conferma i limiti il comunicato congiunto, prima manifestazione pubblica unitaria di partito, dopo la discussione ministeriale, che le direzioni socialista e comunista diramano il 9 febbraio 1945 dopo lunga gestazione. La guerra è la realtà, questo il concetto d'esordio tradizionalistico della dichiarazione, guerra di popolo che esige epurazione nell'esercito e miglioramento nel soldo, nonché una conferma «automatica» dei partigiani nell'esercito regolare, adeguamento dei sussidi, assistenza invernale, in tutto confermando al governo la più larga autonomia. L'impostazione patriottica da « fronte nazionale» permane quando si passa al campo finanziario, dove la proposta Soleri per l'abolizione del prezzo politico del pane viene accettata purché si controllino nel contempo profitti, retribuzioni ed aumenti salariali. Sul terreno politico i due partiti auspicano un congresso nazionale dei comitati di liberazione ( 27 ) ma anche una Consulta non solo tecnica, la Costituente alla fine della guerra, le elezioni amministrative con liste e programmi comuni tra i due partiti allargabili ad altre formazioni politiche in condi-

ti di Rossi, il 7 aprile, è la notizia su Spinelli che ha saputo a Parigi da Nenni ch'egli intende mantenere l'unità d'azione ma non procedere alla fusione con i comunisti (nulla purtroppo è da dirsi sulla frenetica lettera del 27 febbraio di Salvemini a Lussu per l'insurrezione di Milano erga omnes: vedi i documenti citati in Lettere dall'America cit. pp. 74-147). Quanto a Stato Moderno sono da segnalare gli articoli del marzo 1945 di Albasini Scrosati (op. cit. p. 92) per la ricostruzione democratica attraverso la sostituzione del prefetto col comissario del CLN, « immediata ed effettiva libertà agli enti locali lii, consulte comunali e provinciali, in persistente polemica con le idee « curiosamente bizzarre lii di Valiani e Spinelli; e, nel febbraio, di Boneschi (idem, p. 447) Classi sociali e selezione di capacità. ( 27 ) Ne parla anche Rinascita nel fascicolo del febbraio 1945: « La proposta... deve essere accettata nel senso che vi sia tra i partiti un collegamento ben organizzato nei comitati di liberazione, un'azione comune, parallela a quella governativa, da svolgersi dai comitati in mezzo al popolo e con l'appoggio del popolo, e quindi un programma comune lii (si tratta in pratica di una ripresa, particolarmente prudente date le ben diverse condizioni ambientali e politiche, del1a proposta dei comunisti settentrionali circa le « organizzazioni di massa lii).

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zione di assoluta parità. Non più che ad un « allargamento » si riduceva in ultima analisi tutto il parlare di fronti e di concentrazioni del mese di gennaio. I due maggiori interessati si resero ben conto della necessità di questa battuta d'arresto dinanzi alla varietà delle opinioni e delle analisi espresse, i comunisti ribadendo il lealismo governativo, il « fronte nazionale », il rigido autoritarismo di partito (28 ) i socialisti pronunziandosi a loro volta espressivamente con Silane sull'Avanti! del 24 febbraio, in polemica con dichiarazioni tendenziosamente anticomuniste del sindacalista Antonini, circa l'unità d'azione, da mantenersi « purché sia correttamente valutata la nostra ferma volontà di salvaguardare l'indipendenza politica ed organizzativa del partito socialista ... purché non sia snaturata e derisa su un falso binario quella più vasta politica di fronte repubblicano che è nei nostri propositi » (la fusione era in tal modo liquidata anche nel più remoto futuro, mentre la riesumazione della pregiudiziale repubblicana, se poteva apparire una mossa ostile alla maggioranza democristiana, e tale certamente era, non lo era però altrettanto per la sinistra di Ravaioli, mentre, nel suo ostentato aclassismo, poteva spingersi fino ai liberali repubblicani). Non si rendeva altrettanto conto di tale necessità il partito d'azione nel cui seno la corrente di sinistra, avvistasi del cul de sac in cui era andato a cacciarsi La Malfa, rialzava pugnacemente la testa, ribadiva il carattere di sinistra del partito e l'indipendenza tra comunismo e democrazia a parte l'indebolimento obiettivo che l'unità d'azione arrecava ai socialisti (Fancello sull'Italia Libera 7 febbraio 1945), salutava 1'11 febbraio come « decisivo passo innanzi democratico » l'assai anodina dichiarazione socialco( 28 ) Rispettivamente Unita 17 febbraio (lodi alle decisioni ministeriali su pane e stipendi, sull'incremento degli organi municipali d'approvvigionamento, sulle cooperative di consumo, le mense aziendali, i comitati democratici per il controllo fiscale, la disciplina dei prezzi), 19 febbraio (intervista Negarville alla radio sul partito comunista e la patria) e 25 febbraio 1945 (radioconversazione Grieco sulla inutilità di correnti e frazioni per la democrazia interna di partito e la presenza di molti ex fascisti nelle file comuniste).

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munista (ed un dibattito nella sede della rivista Criminalia tra Comandini, Anselmo Crisafulli, Giuseppe Bruno ed Oronzo Reale si concludeva intanto con l'auspicio di accordi strettissimi tra repubblicani ed azionisti {29 ), rispolverava il 23 con una radioconversazione di Stefano Terra l'idea lamalfiana di un « fronte antitotalitario del lavoro » ma nella prospettiva nuovissima, ed accentuatamente di sinistra, dell'unificazione del proletariato italiano, dell'autonomia sindacale, dell'istituzione di consigli di fabbrica, finché il 25 febbraio Garosci rivolgeva dalle colonne d'Italia Libera un esplicito appello agli « umanisti moderni » del partito socialista, constatandone la analogia di linguaggio col partito d'azione ma al tempo stesso la persistenza di difetti ereditati dal vecchio riformismo, principalissima l'incapacità turatiana a staccarsi dal « grosso dell'esercito ». Dagli « umanisti » peraltro, e precisamente dal Silone dell'articolo del giorno innanzi, Garosci riprendeva, con prontissima sensibilità giornalistica, l'idea di un « fronte repubblicano» contestando peraltro che esso potesse convivere con l'unità d'azione se non a patto di trasformarsi in un fronte popolare non solo d'infausta memoria ma altresì inutile, oggi che col comunismo poteva e doveva trattarsi da una posizione di forza, prescindendo dall'intercessione socialista. Il « fronte repubblicano » si trasformava insomma, nella lucida percezione politica di Garosci, in una moderna socialdemocrazia, un blocco circoscritto ed omogeneo di sinistra azionista e destra socialista che si poneva peraltro, e purtroppo, ben al di sotto delle ambizioni massimalistiche di Lussu e di quelle « umanistiche » di Saragat e, soprattutto, di Silone. « La coalizione dei sei partiti avvertiva intanto la Città Libera, il nuovo settimanale ufficioso liberale, diretto dal Gra( 29 ) Il programma ufficiale repubblicano era di n a poco illustrato dal Conti all'Intransigente del 3 marzo sulla base di una repubblica federale e non parlamentare alla francese, l'astensione dal governo fino all'accantonamento della monarchia a meno dell'eventualità di un governo provvisorio, la definizione di una «convivenza,. tra Stato e Chiesa.

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nata negli uffici stessi della direzione del partito in via Frattina, nel suo primo numero del 15 febbraio 1945 - è ancora un'imprescindibile necessità nazionale e questi interni blocchi o patti d'azione costituiscono fieri colpi alla sua solidità » (3°). Com'è chiaro, i liberali hanno l'occhio alla combinazione esarchica come piattaforma di governo e non quale strumento « ciellenista » e temono perciò che « scavalcamenti » tra ministero ed opposizione possano incrinare quell'unità e revocare in dubbio quella « rappresentatività » che ad essi liberali ha sembrato conferire il compromesso De Gasperi-Togliatti, auspice il Bonomi. Perciò, a somiglianza dei comunisti, i liberali continuano ad affettare la massima trascuratezza per i dibattiti « concentrazionisti » ed a soffermare la loro attenzione esclusivamente sulla tematica ministeriale, quasi a sottolineare l'appartenenza esclusiva e litigiosa all'opposizione di dibattiti siffatti. Non per nulla il primo numero della Città Libera, accanto ad uno scritto d'impostazione generale dell'Einaudi (3 1 ) che torna a qualificarsi come il numen praesens di un certo gruppo liberale romano, ne ospita uno assai più impegnativo fin nel titolo Impedimenti alla ricostruzione, del suo più brillante interprete, Guido Carli, una sor,ta di alternativa alla dichiarazione congiunta socialcomunista di qualche giorno innanzi, nella quale, dopo una drastica liquidazione dell'agricoltura (che non può assumere neppure « modeste aliquote » delle nuove leve del lavoro), l'auspicio di uno sviluppo industriale collegato a trasporti, energia e materie prime secondo un piano governativo

(30) L'articolo torna anche ad occuparsi dell'unità sindacale contestando che la si potesse considerare come un punto di partenza secondo il corretto metodo democratico. ( 31 ) Ne Il nuovo liberalismo Einaudi ribadisce l'unità di questo concetto e la mancanza di relazione tra libertà umana e libertà economica, definisce « furto » il monopolio e necessario l'intervento dello Stato sui monopoli naturalii, auspica la liquidazione di « tutto ciò che soffoca e strozza gli uomini intraprendenti col pretesto di disciplinare» pur ammonendo (con savia discrezione rispetto all'oltranzismo di troppi suoi discepoli) che il problema della produzione non è l'unico per la ricostruzione nazionale.

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fondato sull'iniziativa individuale « sollevata dall'incubo di statizzazioni indiscriminate», una carica a fondo contro le gestioni commissariali « inadatte e incapaci », si conclude così: « La concentrazione di un'enorme massa di potere economico nelle mani di uomini i quali sono nominati in sede politica induce le fazioni che lottano per la conquista del governo (sic!) a cercare con ogni mezzo d'impadronirsene per adoperarla come strumento di sopraffazione degli avversari». In poche parole, nonostanti le formali professioni di ossequio all'esarchia antifascista, il « governo dei tecnici » contro il quale già Togliatti aveva spezzato una lancia nel novembre precedente rimane l'obiettivo strategico preminente dei liberali. Se a panorami unitari essi volgono la mente, si tratterà de L'internazionale del dolore di cui Pepe discorre melodrammaticamente, sempre sulla Città Libera, il 22 febbraio, e che Vitaliano Brancati metterà il 15 marzo quasi in caricatura ( 32 ). Quanto al panorama ben più concreto dell'unità sindacale, sarà autorevolmente il Cassandra che, ancora il 22 febbraio, in dissenso con le pur sfumatissime opinioni dell'Antonini, negherà ogni speranza alla possibilità di « trasformare un organismo sorto in base ad un patto politico e dominato ora da un partito politico in un organismo del tutto diverso ». Non è perciò meraviglia che il discorso del ministro Brosio al comitato nazionale del 3 marzo, conclusosi con una risoluzione conforme allo spirito del discorso e la cui carica di rinnovamento il Granata ]odava abbastanza audacemente rispetto al tradizionalismo di democristiani e socialisti (33 ), affermasse per la prima (32) « Il socialismo scientifico ha rappresentato un regresso non solo per la grossa quantità di sciocchezze scientifiche che ha messo in giro ma perché spostò la considerazione del socialismo dal dolore e dalla miseria delle classi disagiate ai problemi del proletariato industriale» (Pepe); « Beati coloro che sono stati sempre dalla parte degli umili e degli oppressi» (Brancati). (33) Città Libera 15 marzo 1945. La risoluzione proclama l'inscindibilità di Jiberalismo e democrazia, auspica un rinnovamento dello Stato « senza sovvertimenti rivoluzionari e senza distinzioni e privilegi per alcuna classe », una revisione costituzionale « sostanziale • senza che per ora si affronti la questione istituzionale la cui soluzione

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volta espressamente la necessità di « riallacciarsi al prefascismo,. deplorando non solo « l'incerto spirito di dilettantismo rivoluzionario » di alcuni intervenuti {principale il Calvi) ma altresl la preoccupazione di romperla ad ogni costo con il passato, e persino « l'eccessivo accento » posto sulla giustizia sociale a scapito della libertà. Secondo il Brosio, che conclude qui ufficialmente il discorso impostato da Einaudi e Carli, occorre sui monopoli l'intervento dello Stato« senza del quale non si può restituire all'iniziativa privata la sua libertà d'azione, la piena capacità costruttiva» (34 ): e lo Stato rimane fondato sulla base dei comi-

è demandata al primo congresso nazionale del partito. I liberali chiedono « ampie riforme sociali in ordinata libertà», la riforma agraria circa la media e piccola proprietà (essendovi peraltro « imprescindih1 le necessità» d'incrementare la produzione agricola), una riforma industriale che precisi i « debiti interventi » dello Stato e li delimiti nell'interesse della stessa iniziativa privata, eguaglianza di possibilità nella scuola, riconoscendo le « superiori ragioni» dell'alta cultura e la « fondamentale importanza » dell'istruzione tecnica professionale, ed infine il salvataggio della moneta attraverso l'impedimento di ogni aumento di circolazione. (34) Nell'ambito di quest'impostazione liberista e produttivistica, che comincia a tambureggiare sfruttando la prospettiva esclusivamente di potere che democristiani e comunisti hanno conferito alla loro convivenza ministeriale, s'inseriscono anche un articolo di Gaetano Stammati sulla Tribuna del Popolo 13 febbraio 1945 (un'altra riesumazione di comodo, direttore Gaetano Natale) e soprattutto le due conferenze pronunziate 1'11 e il 25 febbraio dal Papi nel teatro della Banca d'Italia a palazzo Borghese, raccolte nel maggio successivo a cura del partito liberale, con altri scritti, sotto il titolo Resurrezione Italiana, da cui stralciamo alcuni passi significativi per quella mitologia della continuità dello Stato e del governo dei tecnici a cui si accenna nel testo: « Generoso, senza dubbio, e meritorio il proposito di perseguire reati, colpire profittatori, eliminare indegni e incapaci. Ma per un risultato necessariamente di scarsa mole, come non è concepibile imbastire processi a tutto un popolo per la di lui condotta durante venti anni, anche meno concepibile diventa imbastire processi di durata indefinita a burocrazie e magistratura, e compromettere la macchina amministrativa dello Stato proprio nel momento in cui più avrebbe bisogno di riprendersi. .. Uomini dai propositi saldi, con idee poche ma lucide, abituati al silenzio più che alla parola, sono ben in grado di riportare il paese ad un livello di benessere ». Il Carli torna sui Limiti delle statizzazioni nel fascicolo di marzo 1945 del mensile Idea, la rivista di monsignor Pietro Barbieri (il medesimo fascicolo in cui Einaudi si pronunzia Contro la proporzionale ricorrendo

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tati di liberazione, che si esclude possano allargarsi ad altri partiti. Ortodossia esarchica, dunque, rimane la parola d'ordine lealista dei liberali; ma un'esarchia immobilistica, privatista, giolittiana (~). È un irrigidimento foriero di tempesta, al quale fa riscontro, nella stessa giornata del 3 marzo, un discorso similmente risolutivo di ne Gasperi al consiglio nazionale democristiano, tutta una carica a fondo in difesa delle« certezze essenziali della civiltà cristiana occidentale» e del « primato dello spirito», un virile appello affinché sia mantenuto « lo spirito duro e deciso del periodo clandestino» ma anche l'auspicio di disposizioni « spicciative » per garantire la disciplina all'interno del partito, ed infine la requisitoria imparziale contro le vecchie ambizioni elettoralistiche e ad un tempo « la mala pianta del settarismo dei giovanissimi» ( 36 ). De Gasperi si dichiara soddisfatto dell'attività ministeriale ma ripropone il dubbio sulla lealtà della conversione democratica da parte dei partiti marxisti.

agli argomenti tradizionali della stabilità governativa, del trionfo delle minoranze, dell'asservimento ai comitati elettorali ecc.) osservando che « in ultima istanza la soluzione del problema deve essere dettata dalla coscienza morale la quale volta a volta accetta o respinge questo o quell'intervento come conforme o no all'esigenza dì libertà: epperò presuppone da parte dei componenti la collettività un'altezza morale quale non è dato sempre riscontrare ». ( 35 ) Le conclusioni del comitato nazionale liberale sono fortemente impugnate, su Mercurio marzo 1945, dal Calvi, il quale si rifà all'opinione ortodossa di Lorenzo Barbaro (Domenico Bartoli) per giudicare irregolare l'espediente politico della Luogotenenza, e nega altresl la continuità giuridica dello Stato, fissa nel comitato di liberazione la prima garanzia di libertà e giustizia sociale, respinge come e astratte ed ingiustificate» le accuse di artificiosità ed autoritarismo rivolte al medesimo comitato, giustifica l'epurazione quale « profilassi • contro il morbo fascista. Di Crisi nel partito liberale aveva del resto parlato efficacemente Alicata sulla Voce di Napoli 24 febbraio 1945, e proprio a proposito della polemica Croce.Calvi. ( 36 ) Il consiglio nazionale, che decide l'entrata di Gava e Piccioni in direzione al posto di Rodinò e Cassiani destinati al governo ( dunque un lieve spostamento a sinistra ma sempre nell'ortodossia degasperiana) si pronunzia jn favore della proporzionale e per l'esclusione di blocchi elettorali (anche qui avvertimento polemico a destra ed a sinistra) dopo aver ascoltato una relazione di Vanoni sulla politica sociale.

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Un moderno Stato democratico, dunque, per l'ennesima volta. Non ha torto a questo punto il giovanissimo Armando Saitta, sulla Nuova Europa del 4 marzo, ad ironizzare su un obiettivo del genere come specifico di un partito politico, al di là della trattatistica costituzionale. Quale Stato? E un interrogativo ancora senza risposta. Su quest'ambiente apparentemente flaccido e stagnante, in realtà più che mai irrequieto, la fuga del generale Roatta cade come una deflagrazione fragorosissima, che, saldandosi al di poco successivo inizio dell'offensiva primaverile e quindi dell'insurrezione partigiana, determina il ritorno in prima linea dell'unità antifascista ed il temporaneo accantonamento della problematica « concentrazionista ». Tale è la parola d'ordine che i comunisti innalzano e mantengono per tutto il mese che va dalla fuga di Roatta al fondamentale discorso di Togliatti al Planetario. Ferma in un primo momento a semplici manovre di destituzioni e commissioni, la dirigenza comunista è quanto meno trascinata dalla violenza straordinaria della reazione popolare ed il 6 marzo pone quale condizione della permanenza del partito al governo « un cambiamento radicale della politica interna governativa, allo scopo di rendere finalmente effettiva la lotta per mettere il fascismo, i suoi responsabili e i suoi profittatori al bando della vita della nazione ». Ma Saragat, che lo stesso giorno ha accusato nominativamente sull'Avanti! il re e Badoglio di aver fatto fuggire Roatta (l'Italia Libera ha parlato di « governo imbelle» che ha procurato alla democrazia il più grave e vergognoso scacco, talché bisogna « creare una nuova situazione» attraverso una « legge di guerra » che non esiti a colpire qualsiasi complicità) reputa senz'altro insufficienti all'indomani le proposte comuniste a Bonomi e chiede concitatamente le dimissioni del governo, una « nuova guida energicamente democratica » che riconosca ai partiti operai una « posizione preminente » (Sangue sul Quirinale è il titolo truculento dell'Italia Libera che auspica il ristabilimento a Roma della situazione clandestina e partigiana). La concentrazione socialdemocratica sembra essersi realizzata

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nei fatti, Nenni e La Malfa tacciono, i loro concorrenti interni di partito appaiono perfettamente allineati, i comunisti sono emarginati: « Non è lecito prolungare stiuazioni di inefficienza per puro calcolo di partito» intima ad essi l'Italia Libera rs marzo: e 1'11, proprio mentre Togliatti stigmatizza la ricostruzione della Seconda Internazionale come un atto di frattura nella classe operaia al quale bisogna opporre una conferenza europea di tutti i partiti operai, Saragat la saluta invece liricamente quale « speranza in più alto destino» sulle fondamenta della spiritualità cristiana e della « politicità socialista ». Ma la fredda sorvegliatezza dei comunisti, che in mezzo a tanti trambusti hanno continuato a rivolgere parole unitarie così ai democristiani come ai socialisti (lettera Togliatti dell'8 marzo alla federazione comunista fiorentina, articolo Grilli sull'Unità dell'indomani, radioconversazione di Negarville il 10 sull'incertezza, timidezza e debolezza del governo, in cui perciò socialisti ed azionisti debbono rientrare a bilanciare le titubanze antifasciste dei liberali {37 )) comincia a dare i suoi frutti. Il 15 marzo, mentre l'opinione pubblica è nuovamente a rumore per i sanguinosi episodi calabresi di Caulonia e Roccaforte, la direzione azionista deve limitarsi, dopo aver deplorato la gravità estrema della situazione e le responsabilità specifiche del governo, ad auspicare la pronta convocazione della Consulta e la « valorizzazione » dei comitati di liberazione nel quadro di un'adeguata campagna antifascista. Garosci e La Malfa si tro-

(37 ) Diversivo liberale intitola il 14 marzo l'Unità un suo articolo in proposito. Nella medesima prospettiva unitaria in ambito operaio va visto l'articolo Socialismo liberale che Rinascita pubblica in questi stessi giorni: « Ci sono nella situazione attuale delle tendenze evidenti che agiscono nel senso di indebolire le forze socialiste introducendo nel socialismo elementi ideologici disiregativi e cercando di spezzare l'unità d'azione tra socialisti e comunisti, cioè d'interrompere il processo che deve portare alla ricostruzione dell'unità politica del proletariato italiano ... Le posizioni di Quarto Stato e del Rosselli, apparentemente di sinistra, si collocavano in realtà molto più a destra di quelle alle quali era arrivato Piero Gobetti »: precisazione storica, quest'ultima, di notevole portata, anche per la collaborazione che a suo tempo al Rosselli aveva fornito il Nenni.

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vano sostanzialmente d'accordo (Italia Libera 17 e 23 marzo 1945) nell'attribuire al partito d'azione il compito di « portata storica » di rappresentare l'opinione pubblica all'opposizione. ma anche di articolare quest'ultima in modo da conseguire un incontro a mezza via con i partiti. « Non si può volere il CLN - scrive La Malfa il 5 aprile con l'occhio volto a quelli che ormai sono individuati come gli avversari comuni di tutte lesinistre, i liberali - senza volere tutte le conseguenze politiche della sua esistenza ... O è una sostanza politica o non è nulla: ma se è nulla, chi ha voluto questo nulla se ne assuma la responsabilità». Risorge insomma, e proprio alla vigilia dell'insurrezione partigiana, lo spirito « ciellenista » configurandosi e definendosi in chiara linea polemica rispetto alla formalistica esarchia dei liberali (i democristiani sono ancora a questo proposito al fondo della scena). Quanto ai socialisti, dopo gli entusiasmi un po' ingenui di Lizzadri per le aperture sindacali di Pio XII (Avanti! del 13 marzo) la loro azione politica è espressamente differita, con i corruschi bagliori che Nenni sa assumere in proposito, riprendendo la penna dopo lungo e calcolato silenzio. a dopo l'insurrezione partigiana imminente: « Si tratta di preparare la saldatura del Sud al Nord evitando gli urti troppo violenti - scrive Nenni sull'Avanti! il 28 marzo - Il peso della screditata burocrazia romana ... sarà assolutamente nullo. Tutto avrà un accento nuovo, anche il cattolicesimo, anche il liberalismo». La Resistenza torna dunque con tutto il suo fascino progressista ed unitario a confortare la sinistra democratica e socialista che dall'opposizione troverà la via per un nuovo inserimento prestigioso nel fronte antifascista. Ma spetta ai comunisti porsi al centro di questo movimento con l'autorità che viene ad essi dalla partecipazione governativa e ad un tempo dall'imponenza del loro movimento partigiano ( 38 ).

( 38 ) Nella radioconversazione tenuta il 17 marzo Spano smentisce le accuse di « illegalità popolare • prendendosela viceversa con i tentativi di resurrezione del fascismo e l'atteggiamento a: inquietante»

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~ precisamente in questo momento di pausa e di attesa, sullo sfondo dell'accennato allontanamento di Saragat da Roma, che conferisce alla destra socialista un'insospettata libertà d'azione, dinanzi alla risorta intransigenza « ciellenista » di tutto intero il partito d'azione ed alla riservatezza comunista, che si colloca, tatticamente felicissima, l'iniziativa liberale per ricostruire la coalizione di De Gasperi e quella di La Malfa in contaminazione intelligente, i socialisti al posto dei comunisti quali « rappresentanti » della classe operaia, i liberali anziché gli azionisti a fornire il cemento democratico (la posizione di centro spetta ovviamente alla democrazia cristiana, come per De Gasperi, ma la« grande intesa» è quella tra socialisti e liberali). La grande ora dei socialisti è infatti il titolo dell'articolo che il leader della destra liberale, il Lupinacci (e la cosa è espressiva) scrive sulla Città Libera 22 marzo 1945, proprio nello stesso numero in cui il Cassandra loda il recente consiglio nazionale democristiano per aver adottato, sulla relazione Vanoni, il principio « profondamente liberale» del caso per caso in economia reputando artificiosa una suddivisione rigida in settori diversi col consentire « numerose eccezioni » alla regola dell'economia di mercato senza perciò giungere necessariamente alla pianificazione.

dei liberali ( quanto a Caulonia, si tratta di episodio « deprecabile » però gonfiato alla scopo di creare imbarazzo al prefetto socialista Priolo). Ancora il 23 marzo l'Unità denunzia come « deplorevole e intollerabile• il « doppio gioco• dei liberali mentre il 28 si pronunzia per una Consulta costituita in proporzione «preponderante» da delegati « ciellenisti » e confederati, « notevole » da monarchici e repubblicani, « limitata • da ex parlamentari e delegati economici, a condizione peraltro che non si ritardino le elezioni amministrative (si noti questo temperamento moderatissimo dei comunisti in un momento in cui anche la détente con la monarchia conosce il suo acme, come vedremo nel discorso Togliatti: da rilevare poi la nomina di Saragat ad ambasciatore a Parigi, che è dei primi di aprile, e non resta naturalmente senza ripercussioni in una atmosfera così inquieta alla vigilia del Nord). Quanto alla Consulta, infatti, la linea socialista, il1ustrata il 30 marzo dall'Avanti!, è più rigida ( delegati • ciellenisti » e dei « partiti nazionali », quindi regionali, confederali, partigiani, dell'UDI, combattenti, e solo all'ultimo posto deputati e senatori, con esclusione dei delegati economici).

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Il Lupinacci reputa dunque che tutte le « responsabilità prossime » pesino sui socialisti (il vento del Nord sta evidentemente già soffiando per lui come per Nenni) i quali peraltro non osano superare il metodo rivoluzionario per non perdere il contatto con le masse, talché già a Salerno sono stati i comunisti a parlare con realismo e moderazione mentre i socialisti, se l'avessero fatto essi, avrebbero sollevato « eco più vasta e meno diffidente ». Nell'ora di sconforto e stanchezza, disillusione generale, profonda perplessità, che Lupinacci evoca con tocchi convenienti, non senza accennare alle ombre della Venezia Giulia e della Seconda Internazionale circa il patriottismo risorgimentale che è un po' un leit-motiv di Nenni, ai socialisti non rimane che la separazione nel comunismo ovvero l'assunzione della missione storica del liberalismo. « Il partito socialista conclude a tutte lettere Lupinaccì - non ha che da allearsi con noi, stringendo con noi un patto di alleanza democratica ». Che si trattasse di un'impostazione concertata a livello ufficiale, e non della spericolata avance di un notissimo monarchico come Lupinacci, è dimostrato dal fatto che già il 17 marzo, quando l'eco dei fatti romani e calabresi era tuttora clamorosa, Risorgimento Liberale aveva pubblicato uno scritto del Cattani segretario del partito (la cui mentalità « concentrazionista » è analoga a quella di La Malfa benché con scrupoli ideologici assai più risentiti e sulla base di un tatticismo veramente esasperato) per lodare il discorso di Pio XII agli operai, che aveva già entusiasmato Lizzadri ( 39 ) alla (39) Si ricordino le parole del leader sindacalista socialista sull'organo confederale Il Lavoro 8 marzo 1945 in commento all'episodio Roatta: « Non è da meravigliarsi se nella carenza dei pubblici poteri il popolo comincia a pensare che è meglio far da sé. Si deve in gran parte all'opera delle camere del lavoro se ... si sia riusciti finora a contenere il malcontento, che per mille ragioni si allarga e potrebbe diventare presto incomposto e tumultuoso». Le lodi alla « energia innovatrice» e agli « esperimenti coraggiosi » suggeriti dal « papa sindacalista» Pio XII apparvero ufficialmente sul Lavoro del 13 marzo mentre il 28 il foglio confederale chiese nella Consulta un numero di delegati doppio di quello dei datori di lavoro.

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luce di una « direttiva liberale» in grado peraltro di abbracciare anche il socialismo di Calosso e di garantire così una • ampia intesa costruttiva fra le grandi forze della democrazia italiana », Tale era altresì il pensiero di Mario Ferrara, che sette giorni dopo scriveva su Risorgimento Liberale ( 40 ): « La libertà politica senza la libertà sociale diventa una maschera vuota. Questo è un punto di effettiva convergenza tra le forze liberali e le forze socialiste» (anche se la convergenza, secondo l'egregio scrittore amendoliano, doveva consistere essenzialmente nell'accompagnare, sostenere e difendere il movimento operaio « anche contro sé stesso »). A consacrare, comunque, l'accordo di tutte le correnti liberali su quest'impostazione (che non ricevette sul momento riscontro da parte socialista, com'era invece avvenuto per La Malfa, ma provocò indirettamente la mise à point sulla rivista Socialismo di cui stiamo per parlare) soprevvenne il 29 marzo, sempre sulla Città Libera (41 ), uno scritto del Pepe:

(«:I) L'organo liberale era comunque prontissimo, il 31 marzo, a rintuzzare le « eccessive pretese » della Confederazione di cui alla nota precedente in quanto avrebbero « esagerato » la rappresentanza dell'estrema sinistra, ed a pronunziarsi contro l'eventuale conferimento della potestà legislativa alla Consulta, in quanto quest'ultima non sarebbe stata « una prova generale per la Costituente» bensì soltanto "uno strumento di studio» a quello scopo. ( 4 1) Sulla rivista del Granata si svolge in questo periodo un importante dibattito tra uomini politici quale sviluppo della controversia dottrinaria agitata da Croce, Einaudi e De Ruggiero circa il diritto da parte delle forze liberali a servirsi della repressione violenta contro tendenze politiche dichiaratamente liberticide. Nella discussione, il cui doppio taglio antifascista ed anticomunista è evidentissimo, intervennero il Gonella (l'eliminazione dei gruppi liberticidi risponde per lo Stato liberale ad un'esigenza logica), Franco Lombardi (bisogna specificare la natura e l'obiettivo della libertà che si difende nonché i mezzi della difesa giacché un mutamento dell'ordine costituito impedito con la forza dai liberali rappresenterebbe un risultato reazionario), il Lucifero (il Liberalismo non può difendere la libertà con leggi speciali contro i gruppi illiberali), l'Antoni (l'intervento del Lombardi è la migliore dimostrazione della necessità dell'esistenza del partito liberale in difesa dell'istituto parlamentare contro la « fastidiosa monotonia• e l'arretrato anacronismo delle obiezioni socialiste), lo Scelba (lo Stato potrà Jmpedire l'uso di mezzi liberticidi nelle lotte Politiche solo in nome di una concezione più elevata e di una egua-

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« Mentre il socialismo egli scriveva pedagogicamente - favorisce l'ascesa economica del proletario i liberali debbono offrirgli, con una scuola mistica e laica, quella coscienza, quell'alta consapevolezza di sé che fa del lavoratore un uomo». Una sorta di spartizione di compiti tra il braccio e la mente, in poche parole, qualcosa di molto più brutale del ruolo di avanguardia radicale che La Malfa aveva assegnato all'intellettualità democratica. A questo punto una presa di posizione socialista non era più differibile. Essa venne fornita in modo inequivocabile da Franco Lombardi nel fascicolo aprile 1945 di Socialismo, la rivista fondata nel mese precedente, di cui Saragat aveva assunto la direzione alla vigilia della designazione per Parigi, restandone perciò affidata la responsabilità al redattore capo Vecchietti (ma questa linea « classista» Saragat-Vecchietti, con tutti i suoi possibili atteggiamenti umanistici e libertari, ha sempre una sua giu-

glianza civile « di fatto»); il Silone (« Io sono convinto che la regola liberale e democratica del gioco politico, che nel passato aveva effetti di conservazione, nell'odierna situazione è progressiva e rivoluzionaria» come dimostra l'atteggiamento socialista nei confronti della Chiesa e del cristianesimo, mutato in quanto, mentre prima questi ultimi « sembravano legati alla conservazione di determinate forme di organizzazione economica e sociale, ora, con immenso sollievo di tutti, da questi ceppi sembrano essersi liberati »), il Cattani (la vera difesa di un ordinamento democratico è affidata ad un diffuso ed attivo spirito liberale tale da attrarre nella legalità tutti gli altri parti ti), il De Ruggiero ( « Io non credo che possa instaurarsi in Italia una vera libertà se prima non saranno stati spazzati v,ia gli avanzi del fascismo... Ma non potrebbe esserci annidato un criptofascismo nei partiti amici della libertà?»), il Ferrara (si dichiara contrario ad ogni legge eccezionale contro partiti illiberali e per la semplice applicazione della legge), il Togliatti (il quesito è astratto e generico nella sua formulazione, le classi dirigenti fecero perire nel 1922 lo Stato liberale giacché pensarono che ciò fosse nel loro interesse, bisogna augurarsi che la lezione sia servita e che perciò tutti i residui di fascismo possano venir distrutti con qualunque mezzo), il Brosio ( occorre la fede, Saragat ha torto nel credere che il ricorso alla forza sia un pretesto per la reazione, il liberalismo va giuridicamente protetto anche con la forza). I testi dell'inchiesta, che andrebbero completati con quelli che vi avevano dato spunto ed inquadrati in uno studio complessivo di grande interesse, apparvero settimanalmente sulla Città Libera dal 5 aprile al 24 maggio 1945. Ma si veda anche il Quotidiano del 25 e 26 marzo per la polemica Colonnetti-Marchesi.

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stificazione rispetto agli svolazzi cristianeggianti di Silane e Calosso ). « L'unica via possibile - precisa Lombardi - è anche l'unica via battuta dal partito socialista che, agganciato per un lato al partito comunista contro il pericolo di ogni politica reazionaria, è pronto a farsi centro propulsore di tutte le forze sinceramente liberali e democratiche•· In poche parole Lombardi faceva la sua brava lezione di progressismo « propulsivo » a destra così come Pepe faceva quella di liberalismo « umanistico» ai socialisti. Perciò il discorso dei due illustri intellettuali, che si risolve in un paralizzante fin de non recevoir reciproco, va inquadrato in quello ben più incisivamente politico che Nenni svolge nel medesimo numero di Socialismo. « Non ci sono da temere in Italia - comincia ad assicurare alla vigilia dell'insurrezione partigiana - eccessi di sinistrismo se non come legittima reazione ad eccessi di destrismo assolutamente intollerabili e del resto poco probabili ... Senza una direttiva politica, senza un metodo, senza un obiettivo da raggiungere e la volontà di raggiungerlo ad ogni costo, non è possibile fare un passo innanzi. Quindi politique d' abord e cioè governo». ~ la candidatura socialista non solo al ritorno nell'esarchia, come auspicato concordemente da comunisti e liberali, ma alla direzione della cosa pubblica sull'onda dello sconvolgimento del Nord, come si proporrà concretamente appena poche settimane più tardi, con aperture ai liberali solo nell'ambito della « combinazione » ministeriale, senza eco alcuna della « grande intesa» di Lupinacci. « L'anno che va dall'aprile 1944 ad oggi, - prosegue Nenni, che conferma anzi qui un'accentuata inclinazione polemica ai danni dei liberali - ha visto praticamente fallire al governo la classe dirigente prefascista ... Noi socialisti siamo stati i primi, forse per un'esasperazione del nostro sentimento democratico messo a dura prova dal ritorno dei metodi cui manca ogni profonda ispirazione democratica, a sottoporre a una critica spietata l'organismo dei comitati di liberazione che era poi il governo ... ~ dai comitati di liberazione che deve uscire il nuovo governo che avrà il compito di condurre il paese alla Costituente ... L'esperienza ha 14

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mostrato a Togliatti quanto fosse illusoria la sua speranza di trarre un qualsiasi beneficio per la guerra da una alternata intransigenza nei confronti della monarchia, dello Stato Maggiore dell'esercito, delle forze gravitanti verso la destra ». Queste parole di Nenni, alla vigilia immediata della Liberazione e nella sensazione già concretissima di quel poderoso movimento popolare, sono di estrema chiarezza, e costituiscono la più efficace messa a punto della situazione accanto al discorso di Togliatti che stiamo per esaminare ( 42 ). Il leader socialista che, a

( 42 ) Il problema dei rapporti tra liberalismo e socialismo veniva intanto sviscerato autonomamente su Domenica dopo un articolo introduttivo 18 marzo 1945 I pericoli della libertà di Bruno Romani sulla ricerca dell'equilibrio da parte della borghesia dinanzi ai pericoli dittatoriali così di destra come di sinistra. « Nell'incessante dialettica della storia - leggiamo il 25 marzo sul settimanale di Piero Amaldi - il partito liberale ha il dovere di figurare come il partito della libertà e non come il partito d'interessi economici, così come il partito socialista è il partito della giustizia sociale con o senza la libertà. E perciò pensiamo che un'alleanza di liberali e socialisti ( che è cosa diversa da un astratto e formalistico liberalsocialismo concepito a priori) potrebbe dare all'Italia risultati ben altrimenti utili e storicamente ben indirizzati di quelli che possono attuarsi da blocchi di destra e di sinistra o peggio dall'alleanza, pure auspicata, tra conservatori di destra e assolutisti di sinistra ». Il pericolo insomma è che l'avance di Lupinacci si estenda fino a Togliatti (o viceversa) e che il formulismo di Calogero si estenda ad annebbiare il terreno d'incontro tra i partiti su un piano, diremmo, di esclusiva potenza. L'opposizione azionista e socialista, insiste perciò il 1° aprile il Mazzei, è incomprensibile all'opinione pubblica, di corto respiro, minacciante di allargare la distanza già estremamente pericolosa tra partiti democratici e pubblica opinione, e ciò perché si mantiene l'assurda diarchia tra CLN e casa Savoia, jl « regio governo repubblicano», mentre ormai i tempi sono maturi per un chiarimento totale, o assunzione incondizionata del governo ovvero opposizione intransigente. L'atmosfera è insomma tutta in sommovimento in attesa dell'imminente ciclone settentrionale, che induce ai più svariati propositi di collaborazione e resistenza, la mozione monarchica del 9 aprile, ad esempio, che proclama il carattere cattolico ed antimaterialista del partito, favorevole al mantenimento dei Patti Lateranensi e ad un tempo all'autonomia regionale, al decentramento amministrativo, alla proprietà e all'iniziativa private, alJa Consulta (su quest'ultimo tema, nella fiorentina Nazionale del Popolo 19 marzo e 1° aprile 1945 si veda una schermaglia tra il liberale Santoli, contrario alla precedenza per le amministrative e ad una rappresentanza proporzionale per i tre partiti di massa, ed il socialista Pieraccini, insistente per una designazione in blocco e non partitica, in proporzione preponde-

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causa degli accennati sbandamenti della destra e dell'assenza di Saragat appare aver ripreso appieno il controllo del partito, liquida anzitutto l'esarchia come sin qui si è intesa, specie da parte liberale (Brosio) e cioè come anello di congiunzione

rante, dei delegati « ciellenisti », per il potere di controllo all'assemblea, per l'esclusione assoluta degli ex deputati, mentre i comunisti si pronunziavano per una semplice « maggioranza » del CLN: Problema di uomini appariva viceversa quello della Consulta, il 31 marzo, al Tempo, lo stesso giornale su cui l'Airoldi il 17 aveva inquadrato come soluzione centrista l'adesione dei socialisti alla Seconda Internazionale, ponendo nel contempo il problema dell'unità d'azione con i comunisti e dell'equidistanza tra Oriente ed Occidente). Fermi i repubblicani nella loro opposizione intransigentissima ( « Bonomi deve scegliere tra l'inettitudine e il tradimento » aveva scritto la Voce a1l'indomani dell'episodio Roatta: e il 31 marzo il Conti definiva la Consulta « una cosa poco seria» proponendo in sua voce assemblee regionali professionali) i democristiani si erano limitati ad una schermaglia con Nenni a proposito dei comitati di liberazione (Popolo 27 marzo 1945: « Sono organi di collegamento fra i partiti e tutta la loro forza deriva dallo spirito di collaborazione fra i partiti... Più si procede verso la riorganizzazione politica del paese più i partiti dovranno diventare la base democratica di tale organizzazione») e ad una precisazione di Gonella sulla Consulta, 1'8 aprile: « Un organismo nominato dal governo deve restare dentro i rigorosi limiti della consulenza e non pretendere di assumere poter:i che solo un mandato popolare può attribuire ... Con la faciloneria si potrebbe compromettere anche la Costituente che è una cosa estremamente seria ed impegnativa». Ad un'impostazione del genere si contrapponeva energicamente quella che il Piccardi ragionava sull'Indipendente del 31 marzo in un articolo suggestivo Esperimenti di democrazia economica: « Dobbiamo invitare - si chiedeva l'ex ministro badogliano - i lavoratori a tornare al1e loro macchine, i partigiani a deporre le armi, i comitati di liberazione a sciogliersi? Oppure dobbiamo riconoscere in queste forze il solo lievito di una rinnovazione del paese e rivedere la nostra organizzazione politica ed economica per fare ad esse un posto che consenta loro di svilupparsi ed operare?» (del Piccardi si veda anche l'articolo Teoria e pratica liberale in Idea aprile 1945 che riporta all'autorità personale incomparabile del Croce la ripugnanza deplorevole dei liberali a definire un loro programma economico sotto la « pretesa universalità del concetto ispiratore» del loro partito). Per una urgente ed indiscriminata convocazione della Consulta si pronunzia viceversa, 1'8 aprile, il Secolo XX, un nuovo quotidiano diretto da Lelio Ravà, espressione di ambienti economici romani ed assai vicino ai liberali di destra (il filo rosso della contrapposizione dell'assemblea ai comitati di liberazione emerge sempre con molta evidenza). Ad essi s'indirizza duramente Nino Gaeta sulla Voce di Napoli del 28 marzo in un articolo che può assumersi come reazione della base periferica a tendenza massimalista e fusionista alle avances di Lupinacci: « Si tratta per i liberali - scrive Gaeta - di accettare

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tra il passato e l'avvenire. La stessa struttura dei comitati di liberazione, a detta di Nenni, va profondamente rivista, non già nella prospettiva comunista di un allargamento di tipo nazionale e popolare alle organizzazioni di massa bensì in quella, già propria del Nenni giugno 1944 e condivisa dai socialisti settentrionali (forse da Pertini più che da Morandi) di una partiticità e politicità esasperate, al limite del comitato di saluie pubblica, la cui immagine ricominca ora a grandeggiare, dislocando di nuovo i socialisti all'estrema sinistra dello schieramento politico nazionale, ma non già all'ombra delle muraglie del Laterano bensì a quella, assai più concreta, di decine di migliaia di baionette partigiane. Palmiro Togliatti prende dunque la ,parola, il 7 aprile 1945, dinanzi al consiglio nazionale del partito, al Planetario di Roma, in un'atmosfera fortemente caratterizzata dalla ripresa d'iniziativa socialista con sfumature spiccatamente autonome, dalla frattura nettamente in atto in seno al partito d'azione

la classe operaia come la forza direttiva del paese ed associarsi ad essa per il bene dell'Italia sulla via del progresso e della rinascita. Per far ciò non occorre molto. Basta schierarsi sinceramente e conseguentemente nella lotta a fondo contro i residui fascisti• (è la rinnovata atmosfera unitaria antifascista del CLN che abbiamo visto prevalente anche in Nenni). Ad essa viceversa comincia a fare il viso dell'armi proprio quell'azionismo di destra che ancora nella crisi di dicembre ne aveva fatto la bandiera dell'intransigenza e che ora invece teme che dal risorgere della «nebulosa» venga definitivamente compromessa la possibilità di un « fronte antitotalitario del lavoro• a finalità anticomunista. « Non sembra che i CLN in quanto tali scrive, riprendendo del resto la tematica a noi già nota da Stato Moderno, su Realtà Politica 1° aprile 1945, il ,Bauer, che già nel numero precedente aveva criticato la coalizione ministeriale quale coacervo diseducatore e corrosivo, e le socializzazioni indiscriminate come negazioni dei criteri sperimentali da adottarsi in economia (ma contro il liberismo oltranzista del Carli vedi il Visentini su Nuova Europa 1° aprile 1945) - possano costituire la cellula organica capace di surrogare i partiti che li compongono, dando vita cosi a tutta una nuova tradizione politica ... Non si vuole affermare con ciò che l'esperimento dei CLN debba considerarsi fallito, tutt'altro, bensl che con grande probabilità debba considerarsi esaurientesi con la lotta di liberazione •. Si noti finalmente un'energica nota dell'Osservatore Romano 18 marzo 1945 in pro della libertà assoluta della scuola privata.

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proprio a proposito del ruolo da conferire al rifiorente « ciellenismo », dalla riservatezza crescente nella democrazia cristiana fino ad irrigidimenti conservatori che abbiamo visto e vedremo, da un'eccezionale attività manovriera dei liberali non superante peraltro i limiti del tatticismo, dal ritorno in primo piano del mito della Consulta quasi fase intermedia tra la « continuità dello Stato » e l'edificazione del nuovo Stato democratico, e soprattutto dall'imminenza della riunificazione della penisola, rivoluzionaria o meno che fosse, ma comunque con l'intervento decisivo di un esercito in armi, dinanzi alle scadenze perentorie della Costituente e della questione istituzionale ( 43 ). Togliatti si richiama perciò anzitutto a quel governo ed a quella politica di guerra ch'erano stati capisaldi dell'azione comunista già prima di Salerno, alla necessità di coordinarli opportunamente, non disponendo l'Italia di un eroe nazionale della guerra di liberazione quali Tito o De Gaulle, e ciò tanto più in quanto il comitato di liberazione, specialmente al suo centro, mostrava indubbi segni d'indebolimento, dipendenti dalla tensione politica generale e dalla distanza crescente tra governanti e governati, ma soprattutto da complicazioni internazionali che lasciavano presagire per l'Italia addirittura la possibilità di una « soluzione greca » allo scopo di contenere l'urto democratico antifascista imminente per l'intervento del Nord e far restare a lungo gli Alleati. L'insieme di questi elementi rischia di condurre, secondo Togliatti (il quale, come si vede, condivide con molta prudenza l'unitarismo dei socialisti, preferendo impostare con ciascun partito un rapporto particolare in costante soluzione di potere « ciellenista ») ad un « disgregamento conservatore» del comitato di liberazione, a causa di una generale mancanza di chiarezza programmatica nei partiti democratici, che ha messo in

( 43)

73.

Vedi il discorso di Togliatti in Politica comunista cit. pp. 227-

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crisi, ad esempio, i demolaburisti soprattutto in Sicilia e soffocato l'evoluzione progressiva dei liberali mercé la pressione reazionaria della vecchia classe notabilare tornata in auge nella provincia. Molto più complessa, a detta del leader comunista, la situazione dei democristiani, ai quali s'era prospettato un blocco politico al di là della collaborazione governativa e sindacale. « E. fallita questa politica? - si chiede Togliatti - Sarebbe un grave errore politico dirlo »: e poi enumera le frequenti intese politiche concrete e delinea l'importanza « enorme » che avrebbe potuto avere una convergenza unitaria nel Nord. Senonché (e qui il discorso di Togliatti tocca uno dei due suoi maggiori e più gravi elementi di novità) vi è una parte conservatrice reazionaria nella Chiesa cattolica che si oppone a questa politica unitaria, disfrenando un terrorismo anticomunista dannoso alla sua stessa causa, turbando la pacifica adesione di cattolici praticanti al partito comunista, minacciando addirittura di aprire in Italia una guerra di religione che sarebbe « fatale ». E qui Togliatti parla apertamente di violazione del Concordato da parte della Chiesa e di conseguente necessità di porre la questione « pur senza intenzione di sollevarla ». questione del resto « che il popolo italiano risolverà a suo tempo quando esso si sarà liberato di tutti gli altri problemi che sono molto più urgenti» e secondo la volontà della maggioranza dei cittadini. Togliatti pone fine a questa parte del suo discorso (che, malgrado i mille temperamenti posti in aHo, rappresenta una mossa tattica infelice, sollevando una pregiudiziale laica assai più stridente di quella repubblicana dei socialisti proprio nel momento obiettivamente più unitario della recente storia nazionale) esprimendo la speranza che la Chiesa ponga fine a questo stato di cose e che la politica di accordi con la democrazia cristiana possa perseguirsi senza interferenze esterne. Quanto poi al partito d'azione, il leader comunista gli manifesta una fredda simpatia deplorando la divergenza tra le parole e i fatti (in realtà la sinistra di Lussu, a cui i comunisti non

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hanno risparmiato avances, si è dimostrata assolutamente incapace di prendere in effetti la testa del partito). Dell'unità d'azione, infine, Togliatti parla come di una linea che ha resistito ad una prova difficile e si è rafforzata, ma non può evolversi verso quella della fusione se non dopo la liberazione del Nord (il che, nel silenzio ermetico che i socialisti da tempo mantengono in proposito, equivale ad un concordato rinvio alle calende greche). La conolusione del discorso, caratterizzata dalla ripresa della proposta per un congresso nazionale dei comitati di liberazione da contrapporsi implicitamente alla Consulta (da essa non bisogna « aspettarsi troppo»), dall'auspicio di un « profondo rinnovamento governativo» e di un adeguato incremento nel campo cooperativistico e sindacale, dal quadro finale delle forze del lavoro, comprese le cattoliche, che « governeranno l'Italia » (è un insieme di formule generiche tutte necessariamente subordinate al grande evento della liberazione del Nord) prende di nuovo quota nella prospettiva nuovissima, un autentico ballon d'essai collaborazionistico di gusto salernitano, come tale ancor meno tempestivo e felice della ventilata denunzia del Concordato, che Togliatti delinea per la questione istituzionale: « Se per disgrazia egli avverte - per intervento di forze estranee al popolo ed anche al governo italiano, non si potesse addivenire aBa rapida convocazione della Costituente e dovesse prospettarsi la necessità di un periodo abbastanza lungo di situazione transitoria, allora presenteremmo ai partiti politici democratici la proposta di esaminare la possibilità del passaggio da una luogotenenza, la quale mantiene aUa sommità dello Stato un membro della famiglia reale, a un sistema di reggenza civile collettiva la quale potrebbe essere esercitata da alte personalità politiche e che darebbe al popolo maggiore soddisfazione (sic!) ed a tutti maggiore garanzia d'imparzialità ». Il discorso di Togliatti, chiaramente non all'altezza dell'aspettativa così nelle sue intransigenze dottrinarie come nelle pratiche condiscendenze (il disorientamento quasi paralizzante davanti al Nord diveniva un elemento comune per tutta l'at-

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mosfera politica romana ( 44 )) fece le spese dei commenti della stampa, come vedremo a conclusione del capitolo, tratteggiando lo stato delle cose alla vigilia immediata della Liberazione. Nondimeno accanto ad esso sono da ricordare nel dettaglio i quattro giorni di dibattito al consiglio nazionale comunista, in quanto essi rappresentano la più ricca discussione di base in cui ci si sia fin quì incontrati, un'autentica atmosfera congressuale, che rende anche non poche sfumature rispetto alla linea impersonata da Togliatti. Cominciò il Marini, segretario federale di Siena, col dichiarare « attivo ed operante» l'accordo con la democrazia cristiana nella sua provincia in quanto« fondato su problemi comuni a tutti i lavoratori» ( 45 ). E che si trattasse di una situazione peculiare delia Toscana è confermato dagli interventi del Rossi di Firenze (vanno combattuti i residui di settarismo contro la democrazia cristiana la cui base è operaia e cattolica, la collaborazione « cietlenista » ha fatto sì che i partiti di Empoli venissero ricostruiti ed operai e tecnici chiamati alla direzione della Galileo) e dello Zamponi di Pistoia, il quale però bilanciava la situazione asinistra con i socialisti, al pari del Buda di Frosinone e del Tanassi di Campobasso (Zanella di Forlì parlava di buoni rapporti soltanto con socialisti e repubblicani, essendo i comunisti in posizione dominante, mentre Di Benedetto di Palermo impostava sulla lotta antiseparatista la collaborazione con i cattolici, fino al Graziadei sindaco di Sparanise che aveva chiamato il parroco nel consiglio del popolo).

(44) Lo avrebbe notato indirettamente il Lizzadri sul Lavoro 29 aprile 1945: « Un anno di esperienza doveva metterci in grado di dare consigli alle città del Nord appena esse venivano liberate. Invece sono le città del Nord che ancora una volta prendono l'iniziativa e ci dicono come bisogna marciare». Vedasi di lui anche l'aspro Socialisti e liberali sull'Acropoli marzo 1945. ( 45 ) Questo problema della capillare collaborazione tra comunisti e cattolici in Toscana e nelle Marche andrebbe seguito con attenzione sulle testimonianze locali in quanto l'Unità si limita a resoconti della provincia di Roma ed il Popolo serba in proposito il più rigido silenzio.

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Più delicate altre situazioni locali, Sassari, ad esempio, dove Laconi chiedeva maggior impegno del partito per i contadini, ovvero Ascoli dove, a detta di Sarti, il vescovo era fieramente anticomunista ed il fascismo ria'lzava la testa, o ancora Benevento, dove Rotoli si lamentava del prefetto, rimbeccato da Sarcone di Cosenza il cui prefetto era stato cacciato e le terre demaniali occupate (si ricordi ancora una volta che si tratta della provincia del ministro Gullo il quale ammonisce l' assemblea: « O si risO'lve la questione dei contadini o si chiude per sempre la via del progresso al nostro paese » ). Altri interventi attennero finalmente a problemi di ordine generale, Bibolotti sul grande malcontento regnante nella Confederazione, Cacciapuoti sul distacco tra popolo e governo già accennato da Togliatti, Negarville sull'urgenza delle elezioni amministrative e la necessità di diffondere l'esempio forlivese dei « volontari della ricostruzione», Francesco Leone sull'atteggiamento delle forze armate, Grieco sull'insoddisfazione dilagante per l'epurazione. Togliatti prese a'ltre due volte la parola prima della risoluzione finale auspicante « un governo che diriga veramente il paese» anche -prima della Costituente con l'appoggio dei sindacati e dei comitati di liberazione (una formula, come si vede, quanto mai fumosa) ed un miglioramento dei rapporti con la democrazia cristiana per arrivare ad un patto politico corrispondente a quello sindacale. Togliatti dedicò il suo primo intervento a discutere gli elementi venuti in luce dal dibattito, in primissimo luogo l'obiezione del Musolino di Reggio Calabria (postosi ora in rilievo nazionale con la parte avuta negli episodi di Caulonia) circa la contraddizione insita nel concetto di reggenza civile collegiale che sarebbe istituita in nome di un sovrano inesistente. Togliatti osserva che anche la luogotenenza è in nome di un monarca ritiratosi definitivamente (ma senza abdicazione!) e che ,in ogni caso, il problema si porrebbe solo nell'eventualità di « forzato rinvio » deLla Costituente. Il leader comunista passa poi agli altri punti chiave del

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dibattito precisando che « alcuni atteggiamenti del clero» riaprono obiettivamente la questione del Concordato e non la deliberata intenzione del partito comunista, sicché è da escludersi ogni prospettiva di lotta religiosa; che la collaborazione con gli Jugoslavi risponde al fine ultimo di affrettare la liberazione; che in Sicilia, prima dell'arrivo di Li Causi, predominava tra i comunisti un settarismo assolutamente da combattere; che in Sardegna la lotta per l'autonomia va sostenuta malgrado tutti i pericoli ad essa inerenti, mentre va escluso il « partito dei contadini» preconizzato da Laconi; che le cooperative costituite soltanto da comunisti rappresentano un grave errore mentre esse vanno aperte a tutti e tenute sul piano dell'apoliticità assoluta; che in Basilicata vaste masse contadine premono per entrare nel partito comunista ma occorre una preliminare loro politicizzazione; che in provincia di Reggio Calabria spesso si è fallito perché non si è risposto alla reazione con un'offensiva di massa legale e disciplinata (ma comunque al Cavallaro, discusso protagonista dell'episodio di Caulonia, va la solidarietà del partito « con tutti i difetti che può avere » ). L'intervento di Togliatti, una vera e seria chiacchierata tra amici del tutto insolita negli ambienti burocratici comunisti, si conclude addirittura con la prospettiva di una « base analoga a quella del laburismo » come futura evoluzione della piattaforma socialista tradizionale che ora seguono ambedue i partiti operai: prospettiva fuggevole che naturalmente subito dilegua nel discorso ufficiale conclusivo, tutto incentrato sulla politica di unità nazionale nonostante le recenti critiche del Nenni, sulla necessità di tener conto di elementi òbiettivi ed impossibilità pratiche derivanti da « qualcuno più forte di noi e di tutto il blocco delle forze democratiche» (gli Alleati e la Resistenza sono le due autentiche zone d'ombra che riducono al minimo la capacità di previsione anche del più agguerrito partito politico italiano) elementi che hanno condotto ad una situazione obbligata alla quale era forza adeguarsi sotto pena di rottura dell'unità nazionale: « Non vogliamo e non provochiamo in alcun modo una lotta religiosa - conclude Togliatti

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sull'argomento della sua tematica che più aveva suscitato illazioni e commenti - ma è la Chiesa che si mette su questo terreno» (46 ). S'è accennato testé alle critiche di Nenni, prima e più autorevole eco nel vasto coro suscitato dal discorso di Togliatti. Il leader socialista le aveva espresse immediatamente sull' Avanti! dell'S aprile, contestando come frutto di schematismo il presunto realismo della svolta di Salerno, e deplorando che non si fosse resistito un mese di più per ottenere la reggenza

( 46 ) L'exploit di Togliatti sul terreno minato delle relazioni fra Stato e Chiesa va collegato col fondamentale articolo Dal f'artito popolare alla democrazia cristiana che Giulio De Rossi pubblicava negli stessi giorni sul fascicolo aprile 1945 di Rinascita (lo stesso in cui Felice Platone illustrava significativamente Vecchie e nuove vie della provocazione trotzkista). Secondo il De Rossi i ~ovani rappresentano nella democrazia cristiana « una realtà formidabile e precisa• rispetto al blocco interclassista che tiene gli ecclesiastici quali suoi elementi di spola. Segue una sintesi storica originale ed interessante (l'intransigenza di Albertario era rivoluzionaria socialmente anche se sanfedista in campo politico, l'opposizione agraria al blocco clerico-reazionario si concretizzò in Murri, Sturzo sollecitò il radicalismo antistatale e le « profonde energie rivoluzionarie• latenti in campo cattolico • ciò che allora i socialisti non compresero, e che è bene comprendano, e fino in fondo, oggi•) al termine della quale il De Rossi conclude in termini estremamente impegnativi: « Il partito democratico cristiano è costituito da un'élite dirigente che tende a trattenere intorno a sé delle masse che hanno fatto esperienze divergenti dalle loro. E. il primo partito cattolico che si cerca di dirigere in senso conservatore su tutti i settori della sua attività politica, sia di fronte allo Stato che di fronte alle strutture sociali. E. il partito cattolico più conformista nei confronti del suo ai:teggiamento verso la Chiesa ... L'élite dirigente democristiana ha cercato un terreno di sfogo all'impazienza progressiva delle masse sul terreno sindacale... Ma rimane da chiedersi quanto questo margine di sfogo potrà durare e quanto invece non diventerà, e più rapidamente che non si creda, trampolino di lancio per ulteriori esperienze delle masse ,. ( è appena il caso di notare che questa requisitoria del De Rossi, in buona parte fondatissima, involge esclusivamente la democrazia cristiana, verso la quale viceversa Togliatti ostenta un atteggiamento complesso e problematico, che risponde peraltro a considerazioni soltanto tattiche, troppo evidente essendo la freddezza di De Gasperi anche rispetto alle aperture del • papa sindacalista»). Va rilevato infine a questo punto che sul Giornale del Mattino 25 aprile 1945 Armando Rossini, capo dell'ufficio stampa della presidenza del Consiglio, dichiarò ufficialmente inesistente ogni proposito di revisione dei vigenti rapporti tra lo Stato e la Chiesa.

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CAPITOLO IV

civile ora vagheggiata da Togliatti, ed un giorno di più per gettare a mare il «cancellierato» Bonomi. La divergenza di presupposti e di obiettivi tra socialisti e comunisti, insomma, si precisa man mano che ci si avvicina alla drammatica « ora della verità» della Liberazione (il 12 aprile Nenni definisce come sua prima conseguenza le immediate dimissioni del governo previa convocazione della Costituente col rimettere ogni autorità ai comitati di liberazione espressione legittima deHa volontà popolare, tutta una tematica completamente estranea a Togliatti, che ondeggia tra la combinazione esarchica e la « nebulosa» antifascista). E tale divergenza è tanto più notabile in quanto ad essa si accompagna e si oppone, chiara controprova della felicità prestigiosa del « momento» socialista, l'entusiasmo del partito d'azione, vuoi che l'Italia Libera del 10 aprile sottolinei la « somma importanza » del discorso Togliatti, vuoi che persino La Malfa, il 17, se ne venga fuori con una imprevedibile « mano tesa » chiedendosi E ancora possibile l'unità? ( « Intendiamo obiettivamente accertare se e fino a che punto i due grandi partiti che oggi hanno sulla scena politica italiana funzioni di freno intendano rimanere su un terreno che cementi l'unità dal CLN e costituire nel contempo un progresso nello svolgimento democratico») ( 47 ). Liberali e democristiani sono dunque posti ai margini di quel « ciellenismo » che la destra azionista ha liquidato ormai con una spregiudicatezza più risoluta ancora di quella dei liberali. Ma l'ardito tentativo di La Malfa d'inserirsi con ruolo proprio in quella che appare sempre più una coalizione formale, e sempre meno un blocco, tra socialisti e comunisti, urta contro l'ortodossia « ciellenista » dei suoi stessi compagni di corrente, queB'ortodossia che, saldandosi con la spinta settentrionale, preparerà l'ambiente per l'avvento di Parri. :È ancora una (