Il toro. Una storia culturale 8833314405, 9788833314402

Probabilmente il toro è stato il primo dio. Non l'uro che vediamo raffigurato sulle pareti delle grotte preistorich

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Italian Pages 160 [165] Year 2020

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Table of contents :
Michel Pastoureau - Il toro. Una storia culturale (trad. C. Resio), Ponte alle Grazie, 2020
Indice
Introduzione
1. L'uro
2. Dall'uro al bue
3. Mitologie taurine e bovine
4. Il primo dio?
5. Il cristianesimo e il toro
6. Dai bestiari alle enciclopedie
7. Emblemi e simboli
8. La mucca nelle nostre campagne
9. La corrida
FONTI E BIBLIOGRAFIA
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Il toro. Una storia culturale
 8833314405, 9788833314402

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«Cosa resta della ricca storia simbolica del toro nelle nostre società contemporanee? Prima di tutto l'animale stesso. Certo, non si tratta più del temibile uro del Paleolitico, probabile antenato di tutti i bovini d'Europa, e non ha più alcun rapporto con il toro venerato nelle religioni antiche, al quale il cristianesimo ha dichiarato guerra e di cui ha fatto una delle rappresentazioni del diavolo, ma resta il più pesante e il più impressionante dei nostri animali domestici.

È la creatura più rumorosa e feroce delle nostre fatto:t;ie e campagne: la coda è una frusta, il soffio richiama un temporale, le corna sono un'arma minacciosa e la virilità l'organo più spettacolare tra quelli della fauna rurale. Il toro resta simbolo di forza e fecondità, l'immagine animale della collera tempestosa e della potenza sessuale».

ISBN

978-88-3331-440-2

9 788833 314402

Probabilmente il toro è stato il primo dio. Non l'uro che vediamo raffigurato sulle pareti delle grotte preistoriche, ma proprio il nostro toro addomesticato. Ha sempre conservato qualcosa del suo status primitivo e selvaggio e affascinato le popolazioni con la sua possanza, il suo respiro, la sua energia, la sua fecondità. Nell'antico Vicino Oriente sono state molte le divinità taurine a cui è stato dedicato un culto, e nella mitologia greca abbondano le storie che lo vedono protagonista: Zeus prende la fonna di un toro per rapire Europa o unirsi a Io, Eracle doma a mani nude il grande toro di Creta, Teseo uccide il Minotauro. Il cristianesimo ha subito dichiarato guerra a questi culti, questi miti, queste leggende. Poiché la religione rivale, il culto di Mitra, accordava un grande spazio al toro, questi venne giudicato empio e a prendere il suo posto fu il bue, animale docile, paziente e lavoratore. Il toro invece rimase lungo tutto il Medioevo un animale disprezzato, quando non addirittura demonizzato. Tornò in primo piano durante il Rinascimento e la riscoperta dell'Antichità. All'inizio del XVI secolo papa Alessandro VI Borgia, il cui emblema di famiglia era un toro, fece organizzare a Roma le prime tauromachie, e circa duecentocinquant'anni dopo in Spagna vide i natali la moderna corrida, che per tanto tempo ha affascinato artisti e poeti. Michel Pastoureau ci racconta la storia del toro nella cultura europea, senza dimenticare la vacca, il bue e il vitello. Come il precedente volume. di questa serie, dedicato al lupo, anche questo si avvale di una ricca iconografta, ampiamente commentata Dalle grotte di Lascaux a Picasso, passando per la ceramica greca, il mosaico romano, la miniatura medioevale, l'incisione rinascimentale e la pittura moderna e contemporanea, il toro è sempre stato una star dell'arte europea

Michel Pastoureau è direttore della École pratique e titolare della cattedra di Storia del simbolismo in Occidente.

È riconosciuto

a livello internazionale come il massimo esperto di storia dei colori. Con Ponte alle Grazie l'autore ha pubblicato: Blu. Storia di un colore

(2002), Il piccolo libro dei colori (con Dominique Simonnet, I colori

2006), Nero. Storia di un colore (2008),

del nostro tempo (2010), Il maiale (2014),

Rosso. Storia di un colore (2016), Figure dell'araldica (2018), Il lupo (2018), Giallo. Storia di un colore (2019).

www.ponteallegrazie.it Immagine di copertina: Natalia Barashkova Adattamento: Alessio Scorda maglia

( 20,00

© iStock l Getty lmages Plus.

IL TORO

Titolo dell'originale Le taureau, une histoire culture/le

Ponte alle Grazie è un marchio di Adriano Salani Editore s.u.r.l. Gruppo editoriale Mauri Spagnol Il nostro indirizzo Internet è www.ponteallegrazie.it Seguici su Facebook e su Twitter (@ponteallegrazie) Per essere informato sulle novità del Gruppo editoriale Mauri Spagnol visita: www.illibraio.it ©

2020 Adriano Salani Editore s.u.r.l. - Milano ISBN 978-88-3331-440-2

First published in the French language by Éditions du Seui!, under the title: Le taureau, une histoire culture/le by Miche! Pastoureau Copyright © 2020 É ditions du Seui!, Paris

MICHEL PASTOUREAU

IL TORO Una storia culturale Traduzione di Cecilia Resia



PONTE ALLE GRAZIE

9

INTRODUZIONE

14

L'uro

28

Dall'uro al bue

44

Mitologie taurine e bovine

60

Il primo dio?

78

Il cristianesimo e il toro

92

Dai bestiari alle enciclopedie

106

Emblemi e simboli

120

La mucca nelle nostre campagne

136

La corrida

153

BIBLIOGRAFIA

INTRODUZIONE

Selvaggio o domestico? Non

è

semplice rispondere a questa

domanda sul toro, almeno dal punto di vista della storia culturale. Si tratta di un animale ambivalente, addirittura ambiguo, difficile da catalogare se si allarga lo sguardo su tutta la sua storia. I dipinti rupestri degli uri nelle grotte del Paleolitico sono i suoi antenati. Sono indiscutibilmente creature selvagge, che esprimono forza, potenza ed energia; cacciare i tori

è

pericoloso, la loro sola presenza

è

spa­

Un animale emblematico Dalle grotte di Lascaux a Picasso, il toro ha attraversato l'arte europea per più di venti millenni. Per gli artisti ha rappresentato di volta in volta un soggetto ricorrente, un oggetto

ventosa. Al contrario, i discendenti di questi uri - i pochi tori che

affascinante, una creatura

oggi vediamo ruminare nelle nostre campagne - sembrano bovini

simbolo dell'energia

è sempre meglio non fi.darsi e non avvicinarsi troppo, soprattutto se si è vestiti di rosso: una cre­

pacifi.ci, per lo più inoffensivi. Tuttavia,

denza tenace, che sembra aver fatto la sua apparizione nel XVIII secolo, vuole che i tori siano eccitati da questo colore quando

è

in

movimento. Almeno così vuole la tradizione europea. Altrove, nel mondo, sono altri i colori che rendono furiosi i tori. In Giappone, ad esempio, non è il rosso a eccitarli, ma un certo tipo di bianco, opaco e lattiginoso, che probabilmente un occhio occidentale non saprebbe distinguere dalla maggior parte delle altre tonalità di bianco. Anche in questo caso si tratta di una leggenda longeva. Questo libro, come quello che l'ha preceduto- Il lupo, una storia

culturale - si limita

all'Europa. La storia culturale degli animali

è

innanzitutto una storia sociale, quella del sapere e delle rappresen­

tazioni collettive (un intreccio di lingua e lessico, creazioni letterarie

su cui fantasticare e un creatrice.

Pablo Picasso, ll toro, incisione, 1945. Parigi, Musée National Picasso.

10

I L TORO. U NA STORIA CULTURALE

e artistiche, emblemi e simboli, credenze e superstizioni, e via dicendo) tipiche di una data società. Per condurre questa storia in modo fruttuoso, bisogna comprendere a fondo la relativa società. Ora, per il tipo di storico che sono, non posso certo studiare in prima persona le società dei cinque continenti. Non avendo né il desiderio né la voglia di mettere insieme i lavori degli altri, mi limito a ciò che conosco e che è l'oggetto delle mie ricerche e del mio insegna­ mento da mezzo secolo: il ruolo degli animali nelle società europee, di per sé considerevole, soprattutto se la loro storia culturale viene esaminata sul lungo periodo, dall'arte parietale della preistoria e le mitologie più antiche, fmo al bestiario dei pupazzi di peluche, dei loghi pubblicitari, dei fumetti o dei videogiochi di oggi. In Europa, l'immaginario del mondo animale si

è

costruito a

partire da un ristretto numero di specie che sono sembrate più importanti di altre e che hanno a poco a poco stabilito fra loro legami importanti, complessi e allo stesso tempo misteriosi. Queste specie hanno così formato una sorta di 'bestiario centrale' (prendo in prestito questa bella espressione da François Poplin), intorno al quale sono state ordite molteplici trame di credenze, miti, immagini, emblemi e riti che si situano al cuore della storia culturale. Per le sue radici più remote, un bestiario simile è apparso preco­ cemente, a partire dalla protostoria o dalla storia antica; in seguito si

è

arricchito, poi defi.nito in modo compiuto, e ha proseguito la

sua opera nell'arte, nella letteratura, nel simbolismo e nei sogni fi.no all'epoca contemporanea. Il nucleo primitivo sembra artico­ larsi intorno a una decina di specie: l'orso, il corvo, il lupo, il cin­ ghiale, il cervo, la volpe, il toro, il cavallo, l'aquila e il serpente. In seguito si è aggiunto qualche animale domestico (prima il cane e il maiale, poi il gallo, l'asino, la pecora, la capra) e selvatico (il cigno, il salmone, la balena). A questa lista bisognerebbe aggiungere, per amore di completezza, una creatura fantastica, il drago, considerato il più grande dei serpenti, e numerosi animali esotici, primo fra tutti

Introduzione

il leone, seguito dalla scimmia e dall'elefante. In tutto, quindi, una ventina di specie giocano un ruolo di primo piano nel bestiario centrale europeo. Molto presto, quando era ancora selvatico, il toro ha trovato il suo posto in questo bestiario e non l'ha più lasciato. Il suo addo­ mesticamento nel Neolitico non l'ha per nulla eliminato, anzi, al contrario. Ma allora il toro andrebbe considerato un animale dome­ stico? Oggi zoologi, etologi e biologi considerano 'domestici' gli animali di cui l'essere umano controlla e regola la riproduzione per scopi molto diversi. Sicuramente è il caso dei bovini, addomesticati nove o dieci millenni fa nel Vicino Oriente e in Asia, un po' più di recente in Europa. Ma l'addomesticamento, che

è

pure una sele­

zione, implica la castrazione della maggior parte dei maschi. Ora, il toro non

è

un animale castrato, ed

è

anche ciò che lo distingue

dal bue e che gli permette di garantire la riproduzione della specie. Perciò, senza addentrarci in ulteriori considerazioni lessicali, tas­ sonomiche o zootecniche, che nei secoli sono molto cambiate e ancora cambieranno nei prossimi decenni, manterremo gli aggettivi 'selvatico' e 'domestico' nel loro signifi.cato più comune e diremo, con Georges-Louis Ledere de Buffon, che «il toro degli animali domestici». La specie

è il più selvatico

(Bos taurus) è stata certamente

addomesticata, ma il maschio non castrato ha conservato qualche tratto della sua selvatichezza primitiva. Niente di simile nel verro, nel caprone o nel montone, almeno a questo livello. Il libro che stiamo per leggere

è

dedicato al toro, ma parlerà

anche della mucca, del bue e persino del vitello o della giovenca. Non può essere altrimenti: separare il maschio riproduttore dalla sua famiglia sarebbe assurdo. In compenso, trascureremo i bovini presenti in altri continenti: zebù, yak, bisonti, bufali, gaur, gayal e altri ancora. Tuttavia, prima di affrontare il toro nelle ricche arene della cultura europea, facciamo un po' di storia naturale per evocare alcuni degli animali su cui non torneremo più.

11

12

I L TORO. U NA STORIA C U LTU RALE

Originario dell'India, dove presto, lo zebù si

è

stato addomesticato abbastanza

è diffuso su tutta l'area dell'oceano Indiano.

Può

essere considerato il cugino del bue, per via di un antenato comune, l'uro. Se a grandi linee gli assomiglia, se ne discosta per le corna più lunghe e soprattutto per la presenza, all'altezza del garrese, di una gobba dorsale più o meno sviluppata secondo la razza, il sesso e la stagione. Si tratta in effetti di una gobba di grasso che funge da riserva calorica: si gonfi.a con l'umidità e si sgonfi.a in periodi di siccità e carestia. Più complesso

è il caso dello yak, mammifero

ruminante dal corpo massiccio, dotato di un lungo vello setoso e di una vera coda di cavallo ornata di crine. Vive sugli altopiani dell'Asia Centrale ed la sua parentela con

è stato addomesticato in epoche antiche, ma il nostro toro o il nostro bue è meno chiara

di quella dello zebù. Discende o no dall'uro? Gli esperti non sono riusciti a mettersi d'accordo, anche se la maggioranza sembra con­ fermare questa teoria. Se queste due specie vivono in zone temperate o tropicali, il bisonte vive in terre più settentrionali. Non discendendo dall'uro,

è l'ultimo rappresentante vivente dei grandi bovini del Paleolitico, spesso dipinti sui muri delle grotte. Nonostante l'aspetto e certi riti di tipo tauromachico che lo accompagnano nell'America del Nord, la sua parentela col toro è decisamente più remota di quella dello zebù o dello yak. Lo stesso vale per diverse specie di bufali che vivono nelle regioni subtropicali di Africa e Asia, a loro volta parenti del toro, ma a un grado che si situa prima dell'uro. Del resto, uno solo di

è stato addomesticato: il bufalo indiano e dell'Insulindia, detto 'bufalo delle paludi'. Nel corso dei secoli, è stato introdotto e si è

loro

adattato nella valle del Nilo, in alcune regioni dei Balcani e nelle risaie del Nord Italia e della Campania. Tutte le altre specie di bufali sono rimaste selvatiche. Lasciamo da parte questi animali e dedichiamoci invece al toro, al bue e alla mucca. Crediamo di conoscere bene questi animali

perché li vediamo pascolare nelle nostre campagne, ma questo spettacolo bucolico non tiene in considerazione la loro ricca storia culturale, contrastata e tormentata, talvolta cruenta, soprattutto nell'antichità.

-1-

L'URO

A

ntenato del nostro toro e di tutti i bovini domestici, l'uro non è la star del bestiario artistico del Paleolitico, non statisti­

camente almeno. Sulle pareti delle grotte, il cavallo e il bisonte sono i due animali disegnati, dipinti o scolpiti con maggiore fre­ quenza. Seguono il mammut, lo stambecco, il cervo, la renna e in:&ne l'uro, talvolta definito dagli studiosi della preistoria 'grande toro selvatico'. È lui che si vede dipinto in molti esemplari nella prima sala di Lascaux, chiamata 'sala dei tori'. Il più imponente misura più di cinque metri di lunghezza e rappresenta la ngura animale più famosa dell'arte parietale, di cui è diventata una sorta di simbolo, quasi un marchio. Tuttavia questo grande toro nero di Lascaux non è il più antico uro del bestiario delle caverne. Altri esempi se ne trovano sulle pareti di grotte più arcaiche, soli o in mezzo ad altri animali. Su un muro della grotta Chauvet, due uri sono raffigurati insieme a cavalli e rinoceronti. A oggi sono i più antichi che si conoscano. L'insieme, difficile da datarsi per via della sovrapposizione dei segni, risale a un periodo che va tra i 25.000 e i 34.000 anni fa.

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I L TORO. UNA STORIA C U LTURALE

L'ARTE DELLE GROTTE

L'uro, che all'epoca dei pittori vive allo stato selvaggio, è un animale gigantesco, e il maschio può raggiungere 1,8 o 2 metri di altezza al garrese e pesare quasi una tonnellata. Il suo mantello è scuro; il pelo è corto, duro e rado; il dorso è piano e sprovvisto di gobba; l'espressione, feroce e aggressiva; la fronte, piatta e minacciosa. Le corna ricurve superano il metro d'ampiezza, e le narici emettono un soffio brutale e fetido. Questo animale dall'aspetto così inquietante, tuttavia, è esclusivamente erbivoro e vive all'interno di mandrie che si spostano in continuazione alla ricerca di cibo. L'uomo sembra essere il suo solo predatore. Da subito, i neanderthaliani l'hanno cacciato per la sua carne, come dimostrano diversi siti dove le ossa di uro sono numerose quasi quanto quelle dei cervidi. L'Homo sapiens avrebbe poi imitato i neanderthaliani, anche se la caccia all'uro è decisamente più pericolosa e più dif­ ficile di quella del cervo, dello stambecco o della renna. Bisogna osservare l'animale, avvicinarsi a esso progressivamente controvento, spingerlo verso una palude, una scogliera o una fossa rico­ perta di vegetazione come trappola, per poi spa­ ventarlo, isolarlo, sfi.nirlo e utilizzare un'arma adatta (spiedi, zagaglie e lance di varie forme, randelli, arpioni) a ferire e uccidere. In tutti i casi, uno strumento specifi.co è necessario per poi squartarlo e macellarlo. Gli artisti del Paleolitico hanno imparato a stu­ diare l'uro da vicino, come hanno fatto con gli altri animali selvatici dipint� scolpiti o disegnati sui muri delle caverne. Queste pitture spingono tuttavia gli studiosi della preistoria a porsi domande complesse, dibattute dalla fi.ne del XIX secolo. Riassumiamo qui le principali posizioni e interroghiamoci sullo

L'uro

l grandi tori di Lascaux La sala dei tori delle g rotte

misura quasi cinque metri.

di Lascau x deve il proprio

La datazione, che resta

nome ai cinque uri dipinti

controversa, situa la pittura

nel bestiario composto da

fra i 18 e i 17. 0 0 0 anni fa .

cava l l i , cervi, u n 'u nicorno' e, forse, un orso. Questi uri d i Lasca u x sono g l i animali più imponenti d e l l 'arte paleolitica; i l più grande

17

18

I L TORO. UNA STORIA CULTURALE

Il grande bisonte della grotta Chauvet La gro tta C ha uvet contiene

30 .000 anni fa . La gobba

u n m i g l iaio di pi tture e

dorsa le, la criniera e il vel l o

incisioni, tra le qua l i 447

escl u dono la possibilità d i

ra flig u ra zioni d i animali

confonderlo c o n u n uro.

appa rtenenti a 1 4 specie

Copre in parte disegni

differen ti . Tra queste

più a n tichi, graffia ti dagli

figura un gra n de bisonte

orsi che hanno occupato

d i seg n a to a carbone nella

la caverna in epoche

sala i n fondo, che oggi si

d i fferenti .

ritiene risalga a d almeno

L'uro

status dell'uro e dei principali animali che vedremo in seguito. Se la teoria di una rappresentazione a fmi pura­ mente estetici -l'art pour l'art, in un certo senso­ è stata rapidamente abbandonata, quella di creazioni figurate legate a rituali di caccia, cara all'abate Breuil (1877-1961) e ad alcuni dei suoi seguaci, ha conosciuto una vita molto più lunga: le immagini degli animali avrebbero la funzione propiziatoria di aiutare e proteggere i cacciatori, di influenzare il corso degli eventi, di convogliare forze trascen­ denti; in tal modo, l'atto della rappresentazione avrebbe più importanza del disegno in sé. Di fatto, nell'arte parietale numerosi disegni sono sovrap­ posti senza alcuna cura, altri sono situati in posti dove è difficile vederli, altri ancora non sono neppure fatti per essere visti. Tuttavia, sono rare le rappresentazioni di animali morti, e ancora più rare le vere scene di caccia. L'ipotesi di un'azione magica attraverso l'immagine ha quindi finito per essere contestata da un numero sempre più grande di specialisti, per poi essere quasi sempre respinta. Lo stesso è accaduto alla rappresentazione di miti, legata alle origini di un gruppo o di un clan, e di un significato 'totemico' delle immagini, visto che ogni animale costituisce l'emblema di uno di questi gruppi o clan che hanno frequentato questa o quella grotta in un dato momento. Su queste ipotesi sono prevalse spiegazioni più semiologiche, talvolta qualificate come 'struttura­ liste', basate sullo studio delle frequenze e delle rarità, delle associazioni e delle opposizioni, delle distribuzioni topografiche nella caverna, delle affinità e inimicizie (cavallo contro uro?), delle tas­ so no mie animali e delle classificazioni sociali. Ipotesi metodologicamente esemplare, che ha rior­ dinato il repertorio delle figure e dei segni, ma che

spesso ha solo prodotto - bisogna pur riconoscer­ lo - ulteriori difficoltà. Più recentemente, l'idea di creazioni figurate legate a rituali sciamanici ha messo d'accordo qualche seguace appassionato (ma anche avversari agguerriti): la grotta dovrebbe essere un luogo di passaggio verso l'aldilà o il cosmo; la serie di sale, corridoi e vestiboli forme­ rebbe una sorta di percorso iniziatico; le immagini, fra cui alcune sembrano emergere dal fondo della roccia e altre, al contrario, galleggiare sulla sua superficie, rappresenterebbero le visioni dello sciamano lungo i diversi stadi della trance. Ipotesi seducente, ma anche in questo caso molto incerta.

P E RC H É PAR LA R E D E L L'U RO?

Allo stato attuale delle nostre conoscenze, un'interpretazione globale e univoca dell'arte delle grotte del Paleolitico sembra un'impresa impos­ sibile. Ciò non significa che questa arte sia priva di funzione e di significato, ma nelle pitture rupestri niente è uniforme e univoco. Il caso dell'uro è un buon esempio. Se in generale si distingue dal bisonte, presenta tuttavia tratti variabili: a volte il suo muso è corto (grotta di Les Combarelles o le incisioni di Limeuil), a volte decisamente più lungo (Bruniquel, Le Placard); così vale per le sue corna, che hanno misura e forma diverse da una caverna all'altra, persino da una parete all'altra; quanto al dorso, esso può, come quello del bisonte, essere deformato da una gobba in prossimità del collo; in compenso, con­ trariamente a quest'ultimo, non possiede né vello né criniera. Ma la cosa più straordinaria è un'altra: l'uro non appare spesso sulle pareti, quando invece costituisce probabilmente la selvaggina più ricercata, prima di tutto per la carne, poi per le

19

20

IL TORO. U NA STORIA C U LTU RALE

ossa e la pelle. Alla fine del Paleolitico, quest'ultima è servita per proteggere il corpo come vestito rudimentale, poi, nel Mesolitico, per costruire capanne e tende e, molto più avanti, barche. Ma la caccia all'uro è un'attività pericolosa. Il maschio è enorme e violento, può uccidere con una cornata o con un semplice calcio. Meglio tentare prima con le femmine e i cuccioli. Meglio anche attaccare l'animale quando si mostra vulnerabile, mentre mangia, si abbevera a una fonte, s'accoppia, defeca. Qualsiasi cosa si possa aver scritto a questo proposito, sembra una tentazione legittima scorgere un legame fra l'uro cacciato e l'uro rap­ presentato, in generale in un luogo difficile da raggiungere, come se ci fosse l'esigenza di pro­ teggere l'animale. Di sicuro sarebbe assurdo leg­ gervi il ricordo di una caccia famosa o fruttuosa; e allora non si potrebbe, come suggerivano Salomon Reinach e l'abate Breuil, vedervi il ricorso ai poteri magici e protettori dell'immagine, destinati a esercitare un certo controllo sull'a­ nimale che sta per essere cacciato: identificarlo, depistarlo, dominarlo, anche ammaliarlo, come a domandargli simbolicamente il permesso di com­ batterlo? Più tardi, nelle epoche successive, c'im­ battiamo in casi simili: presso i celti e i germani, ad esempio, l'immagine di un animale equivale spesso all'animale stesso; presso i popoli nordici, prima di cacciare l'orso bisogna attenerne il per­ messo con preghiere e canti. Perché non dovrebbe essere stato così fin dal Paleolitico? Gli studiosi della preistoria hanno forse avuto torto ad abbandonare la vecchia ipotesi di un legame fra caccia, rappresentazione e magia. Perché il disegno parietale non potrebbe avere, in alcuni casi, valore di sortilegio? Tanto più che la caccia è la sola occupazione maschile, e gli animali più

quotati del bestiario figurato sono i grandi erbivori, la prima cacciagione per più di decine di migliaia di anni: bisonti, cavalli, mammut, renne, cervi, stam­ becchi e uri. Riconsiderare questa ipotesi, oggi abbandonata, potrebbe non rivelarsi inutile.

DO PO LA P R E I STO R I A

Facciamo un salto indietro nel tempo e vediamo cosa succede al nostro animale dopo la preistoria. Nel Neolitico, l'uro, rimasto allo stato selvatico, si fa più raro, almeno in una parte dell'Europa, laddove la foresta indietreggia davanti ai terreni bonificati per essere coltivati, e dove l'allevamento dei bovini domestici ha già fatto la sua comparsa. In epoca classica sembra persino scomparso dalla Grecia e dall'Italia: pochi autori ne parlano e, quando lo fanno, lo presentano come una curiosità. È il caso di Cesare: in un capitolo del De bello gallico sulla Germania, relega l'uro fra i bizzarri animali che si incontrano nel cuore della «grande foresta Ercinia>>, che allora ricopriva una vasta parte dell'Europa centrale: Una terza specie porta il nome di urus (uro) . La taglia di questi animali è un po' più piccola di quella degli elefanti; il mantello e l'aspetto li fanno assomigliare al toro, tanto più che la loro forza e la loro velocità sono notevoli. Hanno inoltre la vista acuta: niente di quello che percepiscono, uomini o animali, può sfuggir loro. Tuttavia, non possono essere domati, nemmeno in giovane età. Li si uccide dopo averli condotti verso fosse preparate con cura. Questa caccia è per i giovani un esercizio che li tempra e li porta fino all'età adulta; chi ha ucciso più uri esibisce le corna

l'uro

come trofei e riceve grandi elogi. Queste corna sono molto diverse da quelle dei nostri buoi; spesso sono ornate d'argento ai bordi, e servono da coppe durante i banchetti. (De bello gallico, VI, 28) Notiamo che Cesare usa il termine urus, parola latina inusuale prima di lui e che prende in pre­ stito probabilmente dalla lingua dei germani. Questo termine sembra rifarsi al germanico comune *uro (c) hs, unione di ur- (primitivo, molto antico) e ochs (bue). Il francese moderno aurochs, che risale al XVI secolo e confermato due secoli più tardi da

Uro e cervo scolpiti Sulle pareti delle grotte,

frequente e perfettamente

le raffigurazioni di uri non

riconoscibile dalle corna.

sono molte e presentano

È insolito confonderlo

un disegno che varia

con lo stambecco, che

parecchio, in particolare

ha lunghe corna con una

per quanto riguarda la

curvatura all'indietro molto

lunghezza del muso e la

pronunciata.

forma o la dimensione

Grotta di les Combarelles (Dordogna), animali scolpiti, circa 13.000 anni fa. Disegno dell'abate Henri Breuil.

delle corna. Per questo alcuni studiosi della preistoria preferiscono utilizzare un'espressione più vaga: 'toro selvatico'. Il cervo, invece,

è più

21

22

IL TORO. U NA STORIA C U LTU RALE

Il bonnacon dei bestiari medievali Nell'arte del Paleolitico

bisonte. Non potendo

l'uro e il bisonte si

servirsene per difendersi

distinguono nettamente.

quando è attaccato dai

Nelle miniature medievali,

cacciatori, usa un altro

invece, talvolta sono

mezzo, non proprio

confusi e questa confusione

nobilissimo: si gira e getta

ha anche dato vita a una

sui suoi aggressori un gran

strana terza creatura sulla

fiotto di escrementi acri e

quale i bestiari si attardano:

roventi.

il

Il bestiario di Solisbury, 1230-

bonnacon. Ha corna con

una curvatura all'indietro

1 240 circa. Londra, The British

molto pronunciata, che

Library, MS Harley 4751 , folio 11.

assomigliano a quelle del

Buffon, deriva invece direttamente dall'alto-tedesco medio auerochse. Nel I secolo d.C., Plinio, nel libro VIII della sua Naturalis historia, riprende una parte delle parole di Cesare, ma non il suo vocabolario. Invita inoltre il lettore a distinguere con cura il bisonte (bison) dall'uro (bonasus). Dice che quest'ultimo si incontra solamente nelle grandi foreste della Germania, che non ha criniera ma coma spettacolari, e che è prov­ visto di una forza e di una rapidità non comuni. Aggiunge che, ai suoi tempi, gli animali che si possono vedere al circo non sono uri, ma bisonti, riconoscibili dal vello lungo e spesso e dal muso corto. Malgrado questa accurata distinzione, fino al XVIII secolo molti autori continueranno a con­ fondere il bisonte europeo e l'antico uro. Bisognerà aspettare Buffon e poi Linneo perché si consolidi la differenziazione fra le due specie. Durante l'Alto Medioevo, l'uro è presente ancora in alcune grandi foreste dove continua a essere cacciato. È anche probabile che si sia diffuso più che in epoca romana, a causa della riduzione dei campi coltivati e dell'avanzare della foresta sui

terreni agricoli, comunque non presenta la taglia imponente di cui godeva all'epoca dell'uomo di Neanderthal o di Cro-Magnon. È meno alto, meno pesante e senza dubbio meno pericoloso. Alla fine del VI secolo, Gregorio di Tours, vescovo e storico, attesta la sua presenza nella foresta dei Vosgi e non sembra affatto stupirsene: è selvaggina pre­ stigiosa in cui talvolta ci si imbatte nel profondo della foresta: Il ventinovesimo anno del regno del re Gontran, questi, mentre cacciava nella foresta dei Vosgi, trovò i resti di un urus appena abbattuto. Il guardiacaccia, inter­ pellato per sapere chi avesse osato uccidere un urus nella foresta del re, accusa Chaudon, ciambellano del re. Quest'ultimo quindi ordinò che il suo ciambellano venisse arre­ stato e condotto in catene a Chalons. Là, in presenza del re, il ciambellano venne messo a confronto con il guardiacaccia. Chaudon sostenne di essere innocente di quello di cui l'accusava il guardiacaccia, il re ordinò dunque un processo per singolar tenzone secondo l'usanza. Il ciambellano, in età avanzata, chiese allora che suo nipote potesse combattere al posto suo. (Historia Francorum, X) Non si uccide impunemente un uro in epoca merovingia, soprattutto in una foresta del re! Suc­ cessivamente, gli autori si fanno più cauti nei con­ fronti di questo animale che sembra diventare sempre più raro nel Massiccio Centrale. Sicura­ mente, molti testi letterari del XII secolo fanno ancora allusione alle bestie selvagge incontrate dai loro eroi che attraversano il fitto della foresta

L'uro

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IL TORO. UNA STORIA CULTURALE

Appendix

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