Anatomia di un eccidio - La tragedia delle foibe nei documenti alleati 9788888669434

Il libro analizza la tragedia delle foibe e le successive deportazioni di italiani in Istria e Dalmazia dopo la seconda

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Italian Pages 210 [214] Year 2011

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Table of contents :
Temi Principali e Idee Chiave:
1. Il Contesto dell’8 Settembre e il “Ribaltòn”:
○ Il documento sottolinea come l’armistizio dell’8 settembre 1943 creò un vuoto di potere nella Venezia Giulia, descritto come un "ribaltòn", un capovolgimento che portò a una situazione di caos e violenza. "Dopo la svolta della guerra l'atmosfera di disfacimento fu più accentuata nella Venezia Giulia che nel resto del paese, in quanto non solo si verificò il collasso dell’esercito, ma di colpo venne meno anche qualunque forma di presenza statuale, tanto che la gente parlava di “ribaltòn”, parola dialettale che riassumeva la situazione di capovolgimento e anticipava un immediato futuro che sarebbe stato gravido di conseguenze."
○ Questo vuoto fu sfruttato sia dalle forze partigiane jugoslave che dalle truppe tedesche, con la regione che si trovò stretta tra nazismo e comunismo.
2. La Diffidenza Alleata Verso l'Italia:
○ Il documento evidenzia la diffidenza degli Alleati, in particolare dei britannici, nei confronti dell’Italia dopo l'armistizio. Gli inglesi temevano che l'Italia potesse creare problemi nell'accettazione delle condizioni dell'armistizio, ricordando la loro esperienza nella guerra. "Gli inglesi nutrivano una forte diffidenza nei confronti degli italiani contro i quali avevano combattuto negli ultimi tre anni... e avevano il timore che adesso l’Italia potesse creare problemi nell’accettare l’armistizio lungo..."
○ Questa diffidenza influenzò le decisioni degli Alleati e il loro approccio alla situazione nella Venezia Giulia.
3. L'Ascesa della Violenza e le Foibe:
○ Il testo descrive dettagliatamente come l'occupazione jugoslava della regione, successiva al collasso dell'autorità italiana, portò a una spirale di violenza e terrore, con arresti, saccheggi, torture e uccisioni indiscriminate.
○ Vengono citati numerosi casi di brutalità e infoibamenti: "si dice che tutti gli italiani che erano a bordo siano stati prima derubati, poi massacrati ed infine gettati in mare. Infatti di nessuno di loro si è saputo più nulla".
○ Il documento mette in luce come le violenze fossero spesso motivate da vendetta ideologica e dal desiderio di "epurare" la società dalla presenza italiana.
4. Il Reclutamento Forzato e l'Inganno dei Partigiani:
○ Molti soldati italiani, ingannati con promesse di lavoro e generose razioni, vennero reclutati dai partigiani jugoslavi. “A ciò faceva seguito la firma di un contratto di assunzione scritto in serbo-croato, con il quale in realtà i militari rinunciavano alla cittadinanza italiana”.
○ Questi soldati furono poi trattati come prigionieri, malnutriti e mandati a combattere in condizioni terribili.
5. Il Silenzio e l'Inazione degli Alleati:
○ Nonostante la conoscenza della situazione critica, gli Alleati mantennero un atteggiamento cauto e spesso inattivo, preoccupati di non danneggiare le relazioni con la Jugoslavia.
○ “La decisione rappresentò il punto di arrivo di precedenti riunioni e di un intenso scambio di telegrammi. Già il 22 novembre 1945 il generale Ward aveva evidenziato che le operazioni in corso a Basovizza non avevano prodotto alcun risultato utile ed era stato consigliato allo Stato maggiore congiunto di interrompere gli scavi”.
○ Questo silenzio è stato definito come parte della "legge del silenzio" che ha caratterizzato il caso istriano.
6. La Soppressione dell'Identità Italiana:
○ Il documento descrive come le autorità jugoslave abbiano cercato di cancellare ogni traccia dell'identità italiana, con la distruzione di documenti, libri, simboli e persino nomi. “I titini non vollero esser da meno quando a Zara distrussero tutti i libri italiani che riuscirono a trovare fra le macerie, tra i quali anche volumi rari e insostituibili degli archivi del comune che ricostruivano la storia dalmata”.
○ Le requisizioni, ruberie e la presa di possesso sistematica di tutto ciò che rappresentava il vecchio potere italiano, con la sostituzione con la lingua e le autorità slave, sono un altro elemento significativo.
7. La Deportazione e i Campi di Prigionia:
○ Vengono dettagliate le condizioni disumane nei campi di prigionia jugoslavi, con marce forzate, torture, fame e maltrattamenti.
○ “I partigiani di Tito mi hanno ridotto come Gesù Cristo. Fame, sete, pestaggi e marce forzate per giorni e giorni”.
○ Il testo documenta come migliaia di italiani furono deportati e molti di loro morirono a causa delle condizioni disumane.
8. La Manipolazione dei Fatti e la Propaganda:
○ Il documento sottolinea come il governo jugoslavo avesse negato o minimizzato le atrocità commesse, presentando spesso le vittime come fascisti o criminali di guerra per giustificare le proprie azioni. Tito stesso, in un'intervista, sminuì i fatti, dicendo che le accuse erano un tentativo di "contrariare il popolo jugoslavo".
○ Questa manipolazione dei fatti ha reso difficile la ricerca della verità e della giustizia per le vittime.
9. Il Caso di Maria Pasquinelli:
○ Il documento analizza il caso di Maria Pasquinelli, l'italiana che assassinò un ufficiale britannico a Pola.
○ Il gesto di Pasquinelli viene interpretato come un atto di disperazione e ribellione contro l'ingiustizia subita dal popolo italiano. "Lei affermava spavalda e non pentita di non aver rimorso alcuno di fronte agli uomini per il gesto compiuto, ma lasciava trasparire l'intimo strazio di aver dovuto scegliere e sacrificare una vittima"
○ Il suo caso divenne un simbolo della tragedia della Venezia Giulia, con la stampa italiana che la trasformò in un'eroina nazionale.
10. La Complicità e l'Indifferenza Internazionale:
● Il documento critica l'indifferenza delle potenze occidentali nei confronti della tragedia giuliana. “Anche la convenienza delle relazioni economiche tra i due paesi giocò un ruolo non secondario nell’accantonamento della spinosa tragedia del confine nordorientale, dimenticata per sessant'anni nel buio che, nelle intenzioni di alcuni, sarebbe dovuto restare eterno”.
● La priorità data alla realpolitik e alla stabilità regionale portò all'accantonamento della questione delle foibe e del destino degli italiani della Venezia Giulia.
Citazioni Chiave:
● "il testo completo di tutte le clausole [era] stato prudentemente lasciato da parte; tirarlo fuori in quel frangente avrebbe potuto portare solo ad ulteriori tira-e-molla, impacciando le operazioni militari degli alleati" – Descrivendo l'armistizio con l'Italia.
● “Di fronte a certi fatti tante mie illusioni hanno un tremito e certa mia fede vacilla” – Un esempio delle emozioni causate da questi eventi.
● “Non appena veniva rivolta una domanda agli imputati, quattro o cinque donne presenti si scagliavano contro, incolpandoli di aver ucciso o torturato uno dei loro parenti o di avergli bruciato la casa.” – Descrizione dei processi sommari.
● "Si viveva, come dire, un tempo sospeso. [...] Nel farsi e disfarsi di alleanze e fazioni, confini ambigui e verità scivolose, [...] non si andava più troppo per il sottile nel fare dell’amico il nemico, dalla mattina alla sera” – Riflessione sul caos della situazione.
● “Bisognava dunque indurli ad andare via con pressioni d’ogni genere. Così ci venne detto e così fu fatto” – Ammissione della strategia di espulsione.
● "la legge non entra nel buio delle tombe" - Riferimento al silenzio sulla tragedia e alla mancata giustizia.
Conclusione:
Il libro rivela le complessità della tragedia delle foibe e del contesto storico-politico della Venezia Giulia. Evidenzia non solo la brutalità delle violenze subite dagli italiani, ma anche le dinamiche di potere, gli inganni, le inazioni e i silenzi che hanno contribuito a una delle pagine più dolorose e controverse della storia italiana del Novecento. È una fonte preziosa per comprendere le sofferenze delle vittime e il contesto che le ha generate.
Questo briefing serve come punto di partenza per ulteriori approfondimenti e discussioni sulla tragedia delle foibe, con l’auspicio che questo orribile evento storico non venga mai dimenticato.
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Anatomia di un eccidio - La tragedia delle foibe nei documenti alleati
 9788888669434

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TRIESTE,

In copertina:

Articolo sulla situazione nella Venezia Giulia apparso sul quotidiano statunitense

St. Louis Post-Dispatch,

30 novembre

1945

LUISA MORETTIN

ANATOMIA DI UN ECCIDIO La tragedia

delle foibe nei documenti Alleati

"ISBN 978-88-88669-43-4 Copyright © Luisa Morettin 2011

Pubblicato con il contributo dei finanziamenti ai sensi della legge 193/2004.

Ai miei genitori

INDICE

INTRODUZIONE LA

vv

SVOLTA

15

IL BARATRO

vv

Cherso, Lussino e Zara

61

Coscrizioni obbligatorie Il dossier

vv

della commissione d’inchiesta VV

Italiani da cancellare

WO 204/430

Il fascicolo

WO 204/431

Una solidarietà

e una giustizia difficili

DIMITTE NOBIS DEBITA NOSTRA

Cronaca di una morte annunciata

. 125 Vv

Vv

. 128 . 146 . 158

vb

Vv

Vv

La perizia

VD

L’ergastolo

VO

Un passo avanti

UV

BIBLIOGRAFIA

91 . 102

Vv

Il fascicolo

73 77

L'ultimo viaggio Le liste

41

O

. 171 . 173 . 180 . 183 . 196 . 207

RINGRAZIAMENTI Nel corso del mio lavoro ho contratto vari debiti di riconoscenza punto di vista intellettuale,

da un

emotivo e finanziario. Ringrazio il generoso contri-

buto della sede nazionale dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, senza il cui aiuto questo libro non sarebbe stato realizzabile, e l’estrema, cortese disponibilità del suo personale. straordinaria

competenza

Ho potuto contare sulla gentilezza e la

del personale del Public Record Office, dell’Imperial

War Museum e di Senate House. Tra costoro desidero menzionare colare Rodney Bill e Peter Sharp che mi hanno appoggiato

in parti-

con dedizione du-

rante le varie fasi del lavoro. Ho ricevuto preziosi consigli dal professor Sergio Maccarone che ha pazientemente

e meticolosamente

rivisto il manoscritto:

a

lui va la mia più profonda gratitudine. Tra gli amici e colleghi che hanno letto in toto o in parte il mio lavoro desidero menzionare

in particolare

Laura, Ales-

sandro ed Edson a cui va il mio imperituro affetto. Un ringraziamento speciale lo devo ai miei genitori per avermi insegnato a lottare perché i miei sogni divenissero realtà. La traduzione trice e la responsabilità

dei documenti dall’inglese è stata curata dall’au-

per ogni eventuale errore è esclusivamente

sua.

INTRODUZIONE Quasi settant'anni sono passati e il ricordo dei morti ammazzati dalla pulizia etnica e politica slavo-comunista al confine nordorientale dal 1943 al 1947 è ancora vivo nella memoria collettiva della gente del luogo, perché se forse è vero quanto scriveva Epicuro nell’Epistola a Meneceo, cioè che “la morte non è niente per noi dal momento che, quando noi ci siamo, la morte non c’è, e quando essa sopravviene, noi non siamo più”!, resta tuttavia per gli esseri umani il dolore lancinante e inestinguibile del per-

corso disumano dell'uccisione, che in questo caso si è realizzato anche attraverso le menzogne e le reticenze durate oltre mezzo secolo sulla realtà stessa dell’accaduto, della sublime ingiustizia di quelle morti atroci e con essa il percorso della memoria negata

e quindi offesa. Lo sgretolamento ed il conseguente crollo del blocco sovietico alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso hanno finalmente permesso che il clima di contrapposizione ideologica e

d’incomunicabilità tra opposti schieramenti si tramutasse in un tentativo d’impegno comune e di equilibrio, fondamentali per raggiungere una memoria condivisa, sotto l’egida della verità storica. Grazie a questo processo, nonostante le laceranti divisioni, retaggio di un passato che ha lasciato ferite ancora vive, si è giunti il 30 marzo 2004 all’istituzione del “Giorno del Ricordo” grazie alla legge n. 92. In tale giornata la Repubblica italiana, come recita il testo di legge, dimostrazione di un alto grado di apertura storica e maturità politica, intende “conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale”.

16. Arrighetti (a cura di), Epicuro. Opere, (Einaudi, Torino, 1973), pp. 108-109.

Tuttavia mi si permetta di osservare che nonostante il processo di riequilibrio avvenuto e il riconoscimento espresso dalla legge del rispetto dei diritti inviolabili dell’uomo finalmente dovuto anche alle vittime delle foibe, termine con il quale si designano per comodità anche i morti in seguito a torture, annegamenti e deportazioni durante le atrocità partigiane del 1943-1947, sussistono tuttora schermaglie aggressive e tensioni in ambiti storicopolitici-culturali non solo tra Italia, Slovenia e Croazia, ma anche all’interno del nostro stesso Paese. Vi sono infatti molti che per convinzione ideologica vedono nel pacato confronto e nello spirito di verità un basso atteggiamento revisionista e negano o minimizzano si macchiarono

le zone d'ombra e gli orribili eccessi di cui pure molte squadre operanti della Resistenza - a cui

comunque non si vuole negare l’altissimo significato del suo valore storico, civile e politico -, sminuendo la portata dei misfatti titini con un gioco algebrico, come se così facendo si potessero davvero chiudere i conti del passato. La contabilità così come il principio del tu quoque vengono spesso usati da chi rievoca i so-

prusi e le vessazioni del periodo fascista, pensando in tal modo di trovare una scusa plausibile per giustificare la resa dei conti che in tantissimi casi fu realizzata. È questo un atteggiamento da mettere al bando come un amico infido e quindi estremamente pericoloso, perché il raggiungimento di un’autentica integrità morale, alla quale non si può non aspirare

per un giudizio storico

onesto e costruttivo orientato al bene comune dei popoli, non può più permettersi di accettare nessuna politica del terrore, nessuna forma di violenza gratuita vendicativa o discriminatoria,

nessuna struttura di lavoro organizzato atto all’eliminazione di esseri umani, magari celando i misfatti dietro il paravento del “erano fascisti

e quindi se lo sono meritato”.

Sulla base di tali

considerazioni appare dunque evidente che la strada da percorrere per il riconoscimento e l’accettazione dei crimini delle foibe, come quella di altri crimini negati, è una strada importante,

10

necessaria e ancora molto lunga. Questo volume nasce dal desiderio di contribuire

al processo

di verità comune e di ridare voce a coloro ai quali venne tolta la vita con brutale violenza, non ottennero mai una cristiana sepoltura e tuttora una effettiva giustizia. L'autrice si augura pertanto che il presente lavoro venga letto come un’interpretazione storica e non politica, cosa che purtroppo accade ancora sovente con gli eventi del confine nordorientale. La chiave adoperata dall'autrice è la ricostruzione di quei giorni attraverso la documentazione degli alleati occidentali, testimoni di quegli eventi in quanto presenti o informati dai propri servizi di intelligence, documenti troppo poco utilizzati in quanto voci di una realtà scomoda e quindi scarsamente indagata. Il libro si articola in due sezioni: la prima si concentra sulle dettagliate deposizioni raccolte dagli anglo-americani sul calvario delle vittime delle persecuzioni slavo-comuniste allo scopo di far luce sul ruolo svolto dalla Gran Bretagna in quella che venne

definita “a zone of strain”, una zona di tensioni, e su quanto sapesse il governo di Londra sugli eccidi perpetrati dalle truppe di Tito. | documenti conservati al Public Record Office, gli archivi di stato britannici, e qui riportati offrono uno squarcio su una duris-

sima occupazione jugoslava contraddistinta da assassinii, arresti, deportazioni, requisizioni che si svolsero in modo tumultuoso. Sono frammenti di vite spezzate, di una realtà politica e sociale rovesciata: è il “ribaltòn”, come lo si definì in dialetto, che consentì a Tito di attuare il proprio ambizioso progetto annessionista e politico. Gli Alleati cercarono di intervenire, divisi tra limitazioni di ordine logistico, politico, diplomatico e uno scarso interesse di fondo che probabilmente non li portò ad agire in maniera efficace e tempestiva. Le azioni anglo-americane nei confronti delle atrocità consumatesi nella Venezia Giulia paiono nel complesso contrassegnate dalla cautela, deleteria nell’affrontare l’energica

politica eliminatoria esercitata dalla Jugoslavia. Le fonti prima-

11

rie mostrano

inoltre come gli Alleati vennero

esclusivamente

a conoscenza

quasi

dei misfatti avvenuti durante la seconda ondata

di epurazione che ebbe inizio nel maggio del 1945, ma ben poche furono le deposizioni raccolte sugli eventi del 1943 e, per ovvie ragioni, solo a posteriori. Se lo storico inglese Hugh Seton-

Watson definì i nazisti come “fanatici con una religione surrogata”, che non negavano solo il cristianesimo in sé, ma i valori morali veri e propri, dalle fonti inglesi risulta che i comunisti di Tito

non usarono metodi diversi in quanto intossicazione ideologica, pretese territoriali e regime sanguinario li portarono ad agire in maniera analoga a quella tedesca. La seconda parte ricostruisce il progressivo evolvere degli eventi politico-diplomatici

con il controverso

caso di Maria Pa-

squinelli, che il 10 febbraio 1947 assassinò il generale di brigata Robert de Winton in segno di protesta per il Trattato con cui le Quattro grandi potenze vincitrici del conflitto cedettero alla Jugoslavia Pola e gran parte della Venezia Giulia. Lo studio della

documentazione diplomatica inglese mostra come cruciali per la sorte della donna furono la mobilitazione popolare, che si accese di incandescenti toni patriottici, le pressioni esercitate dai vertici italiani sulla diplomazia britannica ed il timore di quest’ultima di eventuali incidenti e ripercussioni negative nei rapporti con una nazione con cui, dopo gli anni nefasti del conflitto, stava tentan-

do di creare una collaborazione economica e un sodalizio politico: la risoluzione

del caso esprime

dunque

la determinazione

in-

glese a voltare pagina. Il gesto compiuto dalla donna diventò un mito per l’opinione pubblica, come se la Pasquinelli fosse stata “l’ultimo crociato” della causa giuliano-dalmata, un processo che passò per “la via del cuore” proiettandola

nel firmamento

degli

eroi nazionali, ma che ora a distanza di oltre sessant’anni suscita

alcune perplessità.

Nel caso delle testimonianze

riportate

in questo

volume,

è

stato necessario operare una selezione non solo per motivi di

12

spazio, ma anche perché le storie, sebbene

diverse le une dal-

le altre, hanno tutte in comune molti dettagli della sofferenza e della barbarie medievale patita dalle vittime. Viene comunque riportato in calce il numero di ciascun documento, affinché il lettore possa eventualmente rintracciare e visionare non solo il documento nella sua interezza, ma leggere anche ulteriori circostanziati casi di violenze. Oltre alle fonti primarie, indispensabili per la ricostruzione degli eventi, si sono qui volute introdurre le considerazioni contenute nelle opere di romanzieri e intellettuali sia nostrani sia stranieri di prima grandezza quando le loro osservazioni comprovano gli eventi o le tesi esposte: un po’ come voler declinare storia e letteratura insieme. Spesso la verità si trova infatti non solo

nelle fonti d'archivio, riservate ad una ristretta cerchia di lettori specialisti, ma è racchiusa anche in una variegata produzione let-

teraria, dove la realtà e lo sfondo di storie umane si intrecciano, e nella memorialistica

o letteratura

della testimonianza.

Percor-

si narrativi, questi, spesso snobbati dalla storiografia in quanto “fonte sospetta”, per dirla con Primo Levi, inesorabilmente soggetta alla deformazione del ricordo, come se a scrivere fossero dei falsari della memoria. In alcuni punti del libro si è comunque voluto concedere un po’ di spazio alla pluralità dei linguaggi, in quanto la testimonianza diretta non getta discredito alla ricostruzione del passato, ma l’arricchisce di quei dettagli emotivi spesso assenti nei documenti ufficiali d’archivio. Non a caso lo scrittore fiumano Enrico Morovich annotò: “Invidio gli storici, non soltanto per la loro bravura nel ricostruire gli avvenimenti del passato e nell’esaminarne e trovarne le molteplici ragioni, ma forse, soprattutto per la loro illusione di poter spiegare dei fenomeni di cui credono di conoscere tutte le origini. Se poi penso alla nostra vita di cittadini di una piccola città di confine com’era la nostra, ridotta, dopo la guerra, in una condizione che direi innaturale [...], mi viene quasi da ridere rievocando fatti che magari a tanti,

13

anche gli storici di valore, sfuggivano, soprattutto perché credevano di non dovervi dare importanza”?. Per quanto l’origine narrativa delle storie contenga inevitabilmente insieme agli eventi

anche il punto di vista delle vittime sopravvissute o dei testimoni oculari, e quindi di elementi di chiara soggettività, è l’unica che abbia il vantaggio di restituirci realisticamente i sentimenti, l’orrore, il dolore e il pianto sommesso che non rientrano necessa-

riamente nelle statistiche. Da ultimo, alle vittime innocenti di questo conflitto, senza alcuna distinzione di parte, questo lavoro rivolge un rispettoso pensiero e una prece. Luisa Morettin

Londra, settembre 2011

* E. Morovich,

Un italiano a Fiume, (Rusconi, Milano, 1993), p. 91. 14

LA SVOLTA

“Lo Stato in guerra si permette

tutte le ingiustizie,

tutte le violenze, la più piccola delle quali basterebbe

a disonorare l’individuo”. S. Freud

“Nessuna utopia può essere realizzata senza il terrore; ma poi rimane solamente il terrore”. E. V. Kohak

15

Erano ormai passati gli anni del chiassoso rito dell’entusiasmo fascista, delle manifestazioni in piazze gremite e non era più tempo di sognare: le illusioni cadevano di giorno in giorno e la propaganda non poteva coprire le sconfitte subite. l’Italia si trovò a fare i conti con l’enormità del proprio fallimento, il fronte interno si sfaldò e cedette. Quella guerra, iniziata con un armamento e

addestramento

deplorevoli, con soldati sprovvisti di tutto, che

cercavano di servire la patria come avevano imparato sui banchi di scuola, si trasformò in uno sfacelo materiale e morale con l’esercito condotto sull’orlo del baratro da una guerra che non sentiva più sua. A ragione il 5 febbraio 1943 Ciano scrisse nel suo diario che mai come in quel momento l’avvenire era nelle

mani di Dio. Al totalitarismo politico, morale e culturale imposto per vent’anni seguì infatti il disincanto ideologico e il fatalismo

dell’incognito.

Quale fu il tragitto politico-diplomatico che accompagnò questo arco di storia? Se facciamo un passo indietro, ancor prima dell’entrata in guerra nel settembre 1939, la Gran Bretagna aveva creato delle agenzie di servizi segreti con il compito di “incendiare l’Europa”,

cioè di svolgere attività sovversive e di propaganda. A partire dal luglio 1940 queste unità di intelligence vennero portate sotto il controllo di un’organizzazione operativa centrale per l’aiuto della resistenza europea, lo Special Operations Executive (SOE). Guidato dall’energico ed ambizioso Hugh Dalton, il SOE si rivelò un’autentica arma che contribuì a condizionare gli esiti delle operazioni belliche vere e proprie. Già dai primi mesi del 1941 aveva vagliato la possibilità di organizzare un colpo di stato in Italia, anello debole dell’Asse, con la prospettiva di creare un governo militare sotto la guida di Badoglio‘. Un emissario del marescial3

G. Ciano, Diario 1937-1943, a cura di R. De Felice, (Milano, Rizzoli, 2006), p. 696.

‘ A. Varsori, ‘Italy, Britain and the Problem of a Separate Peace during the Second World War (1940-1943), in Journal of Italian History, |, 1978, 3, pp. 455-491.

17

lo, Luigi Rusca, dirigente milanese e stretto collaboratore dell’editore Arnoldo Mondadori, iniziò le trattative per un negoziato segreto nella primavera del 19425. Tuttavia i piani si arenarono dinanzi al timore del War Office che le forze di Badoglio non aves-

sero un reale valore militare‘. | documenti degli archivi britannici testimoniano come quei tentativi di contatto da parte di monarchici e antifascisti italiani furono ripetuti, ma l'allora ministro degli esteri inglese, Anthony Eden, non ne fu indotto a trattare e

gli emissari vennero informati dalle ambasciate britanniche dei paesi neutrali che solo una resa senza condizioni sarebbe stata accettata se inoltrata da un governo alternativo e antifascista. Tra coloro che cercarono

anglo-americani

di effettuare

un approccio

con gli

vi era una persona ‘non specificata’ al seguito

del principe Umberto,

che venne in seguito

identificata

come Ai-

mone di Savoia. Divenuto duca d'Aosta dopo la morte del fratello maggiore Amedeo, si dichiarava pronto a condurre l’esercito contro Mussolini e il regime’. Questi tentativi diplomatici che risultarono “impotenti” coinvolsero anche l’allora sottosegretario agli esteri Giuseppe Bastianini che cercò di avvicinarsi agli inglesi tramite Francesco Fransoni, già ministro a Lisbona. Gli inglesi si

>

FO 954/13B/It/43-1,

14 gennaio

° A. Bolzoni, N. Caracciolo,

1943, Eden papers.

‘La congiura

di Badoglio’, in La Domenica

di

Repubblica, 31 agosto 2008. ’L. Woodward, British Foreign Policy in the Second World War, Vol. ll, (London, HMSO, 1971), pp. 461-462. Si tratta di una minuta di Eden a Churchill, datata 12 dicembre 1942. Già il 20 novembre 1942 il War Cabinet redasse un

memorandum in cui si diceva apertamente che il re era uno strumento nelle mani del fascismo e che, nonostante l’approccio del duca d'Aosta, si nutrivano forti dubbi sulla volontà o capacità che qualche membro della famiglia reale guidasse

una rivolta contro il fascismo. Tra gli italiani oppositori

residenti all’estero il conte Carlo Sforza era indubbiamente esercitare

la maggiore

influenza,

tuttavia

del regime e

colui che poteva

gli inglesi ritenevano

che, dopo

un'assenza di sedici anni dalla madrepatria, non potesse né contare su molti

appoggi,

né godere di prestigio presso gli antifascisti. 18

dichiararono disposti a stabilire un contatto diplomatico a condizione che Fransoni “fosse stato l’emissario autorizzato di coloro che si preparavano ad assumere la successione di Mussolini”.

Dato che invece il ministro non potè dimostrare la solidità dell’iniziativa, il tentativo venne stroncato sul nascere. In una minuta del 2 dicembre 1942° Eden riassumeva a Churchill questi approcci, specificando tuttavia di non ritenere opportuno considerare la situazione e motivando la sua opposizione con il fatto che appoggiare le iniziative di italiani che prestavano ancora servizio sotto il

regime avrebbe potuto minare la credibilità dell’intento inglese di distruggere il fascismo. La posizione di Eden venne avallata da Churchill e dal Dipartimento di Stato americano’, anche se non mancò chi come Adolf Berle, l'allora vice Segretario di Stato, definì “miope” l’aspro rigore adottato verso l’Italia. Nel frattempo arrivò l’anno fatale, il 1943. Gli eventi si succedettero a ritmo serrato: all’alba del 10 luglio lo sbarco alleato sulle spiagge della Sicilia; il 25 il crollo del regime e l'arresto di Mussolini, comunicati per radio dalla voce di Titta Arista; gli alti comandi militari ed il re, quel sovrano che Philip Currie, ambasciatore britannico in Italia, aveva definito una “sfinge”, dopo Nolfo, M. Serra, La gabbia infranta. Gli Alleati e l’Italia dal 1943 al 1945, (Bari, Laterza, 2010), p. 13. 8 E. Di 3° L.

10

Woodward, cit., Vol Il, p. 461.

/bid., p. 462.

definizione è riportata dallo storico Denis Mack Smith nel volume / Savoia re d’Italia, (Milano, Rizzoli, 1990), p. 194. Currie, ambasciatore nel nostro paese dal 1898 al 1903, prosegue il suo abrasivo commento su Vittorio Emanuele Ill 11

La

annotando:

“Si ritiene

che abbia

delle idee, ma non le ha mai dichiarate

a

nessuno. L'unica cosa che in lui non sembra dubbia è l’ostinazione”. Nemmeno la descrizione che fece del nostro sovrano Harold Macmillan appare molto lusinghiera. Il ministro residente presso il Comando Alleato scrisse infatti nel suo diario: “Non penso che [il re] sia in grado di prendere una iniziativa politica, a meno che non sia sottoposto a pressioni fortissime. [...] Sarei propenso a credere che ad interessarlo sono, nell’ordine, la sua famiglia, la sua dinastia e il suo paese. E credo che, se si trova sotto le pressioni altrui, sia propenso a prendere la decisione che gli venga presentata come utile agli interessi ricordati”. H. Macmillan, Diari di guerra: Il Mediterraneo dal 1943 al 1945, (Bologna, Il Mulino, 1987), p. 322. 19

l’ingloriosa fuga, ripararono al Sud; Badoglio, l’uomo per tutte le stagioni, prese il bastone del comando". l’Italia si era spaccata in due: a Brindisi il Regno del Sud di Vittorio Emanuele

Ill appoggia-

to dagli Alleati e a Salò la Repubblica Sociale Italiana di Mussolini era ormai un

che, malato e “in uno stato di sonnambulismo”*,

fantoccio in mano ai tedeschi. Le trattative di resa dell’Italia di Badoglio presero corpo solo a partire dal 18 agosto, ma già da qualche mese il Foreign Office e il Dipartimento di Stato discutevano e preparavano un testo di armistizio militare la cui versione “breve”, (Short Term Armistice), contenente solo le clausole militari, fu poi firmata a Cassibile nel pomeriggio del 3 settembre dal generale Castellano per conto del maresciallo Badoglio e dal generale Walter Bedell Smith, capo di stato maggiore americano, per conto del generale Eisenhower. Alla firma dello storico documento erano presenti, oltre

al console italo-americano prete,

anche

commodoro

il generale

Franco Montanari che fece da interdi brigata Kenneth

Strong,

Royer Dick,

della Marina Britannica, e i due ministri residenti

presso il Quartier

generale

delle Forze Alleate,

l’americano

Ro-

bert Murphy e l’inglese Harold Macmillan. Fu quest’ultimo ad annotare nei suoi diari di guerra che “il testo completo di tutte le clausole [era] stato prudentemente lasciato da parte; tirarlo fuori in quel frangente avrebbe potuto portare solo ad ulteriori tirae-molla, impacciando le operazioni militari degli alleati”. l’armi'* Vittorio Emanuele Ill, che necessitava di Badoglio per liberarsi di Mussolini ma al tempo stesso ne diffidava, disse di lui: “C’è da avanzare molte riserve

sul carattere di Badoglio. In ogni circostanza prima di tutto c’è lui, poi tutti gli altri. Quando c’è di mezzo il suo tornaconto personale, non bada a nulla pur di arrivare” e inoltre: “Badoglio me ne combina di tutti i colori. Sembra che il suo intento, con la mania di colpire tutti, sia di fare il vuoto intorno alla Monarchia”.

p. 155.

P. Puntoni, Parla Vittorio Emanuele

3 R.J. B. Bosworth, 14

IIl, (Bologna, Il Mulino, 1993),

Mussolini, (Milano, Mondadori,

H. Macmillan, cit., p. 299. 20

2005), p. 438.

stizio chiamato “lungo” (Long Term Document), che conteneva le clausole politiche ed economiche dell’accordo, venne invece firmato a Malta il 29 settembre da Badoglio e Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate. In realtà il governo britannico aveva esercitato forti pressioni sugli americani affinché il governo di Badoglio firmasse subito anche l’armistizio lungo nel timore che, alla fine delle ostilità, gli italiani non acconsentissero a delle condizioni così punitive*. Il 29 luglio 1943 Churchill aveva inviato un telegramma a Eisenhower, in cui affermava che vi erano “ovvi pericoli nel definire i termini dell’armistizio in modo attraente per la nazione nemica. È molto meglio che tutto sia prestabilito

e che il governo italiano conosca le nostre richieste ed i suoi obblighi”; in maniera analoga il primo ministro inglese aveva scritto a Roosevelt che insito “nel somministrare in forma piacevole una pillola amara vi era un pericolo estremo”, Come spiega lo storico britannico Llewellyn Woodward, gli inglesi nutrivano una forte diffidenza nei confronti degli italiani contro i quali avevano combattuto negli ultimi tre anni, usando o comunque perdendo

il 25 per cento delle proprie risorse, ed avevano il timore che adesso l’Italia potesse creare problemi nell’accettare l’armistizio lungo, esagerando magari i propri meriti nel disfarsi del regime o il valore dell’aiuto bellico fornito a posteriori. Inoltre l’opinione pubblica e il governo di Londra non avevano certo scordato la guerra d’Abissinia, il sostegno dato dal Duce al generale Franco con l’invio di 70.000

uomini,

la creazione

dell’Asse Roma-Berlino

ed i tentativi di minare gli interessi britannici in Medio Oriente. Per contro gli americani

nutrivano

un atteggiamento

meno ostile

verso l’Italia, non solo per ragioni di politica interna (l’elettorato della comunità italo-americana si aspettava la massima liberalità verso il nostro paese), ma anche perché le prime aggressioni di 15

LL,

Woodward, cit., p. 231.

16 \W.

S. Churchill, The Second World War, Vol. 9, (London, Cassell, 1964), pp.

53-54.

21

solo indiretgli interessi statunitensi Mussolini pregiudicarono tamente e anzi, l’opinione pubblica riteneva gli inglesi maggior-

mente responsabili per non aver fermato in tempo le guerre di conquista e le ambizioni imperialiste del Duce, di quanto lo fosse stato il popolo italiano per il sostegno dato al regime”. Alla fine Churchill ritenne più opportuno acconsentire alle pressioni ame-

ricane per la stipula della resa in due fasi e quindi fu elaborata una seconda bozza di armistizio da-firmare in data successiva a sembrò non perdere il quello militare. La cosa più importante in linea con gli sforzi politico-diplomatici consenso statunitense, adottati fino al 1941 per coinvolgere gli USA affinché entrassero

in guerra quando, dopo il crollo dell’alleato francesce, la Gran Bretagna si trovò per un anno intero a combattere sola contro il nemico. A dare l’annuncio della capitolazione italiana agli Alleati fu il generale Eisenhower da radio Algeri, nel tardo pomeriggio dell’8 settembre. La resa segnò l’inizio di un nuovo, tragico capitolo

del conflitto. Dopo quell’8 settembre

dell’illusorio “tutti a casa”

l’Italia, ridotta a una mera “espressione geografica”, come disse a suo tempo Metternich, priva di leggi e di punti di riferimento,

divenne terreno di battaglia di due eserciti contrapposti,

speri-

mentando quanto predetto da Poncet, ambasciatore francese nel nostro paese, quando gli fu comunicata

da Ciano la dichiara-

zione di guerra: “| tedeschi sono padroni duri. Ve ne accorgerete anche voi”. Già durante la conferenza di Québec (denominata in codice Quadrant), dal 17 al 24 agosto 1943, ancor prima dunque dell’annuncio dell’armistizio, il generale Castellano informò il War Office dell’intenzione tedesca di ricorrere ai gas tossici in caso di defezione italiana ed il 30 agosto Eisenhower comunicò al

17 L,

Woodward,

18 CAB 19

cit., p. 236.

65/39/20.

G. Ciano, cit., p. 442. 22

Combined Chiefs of Staff, lo Stato Maggiore congiunto, del dilagare di divisioni tedesche in territorio italiano”. Infatti a differenza dei comandi militari italiani, quelli tedeschi non furono colti di sorpresa dall’armistizio: subito dopo l’annuncio della capitolazione italiana partì infatti la parola d'ordine Achse che diede il via all'operazione Alarico, già predisposta in anticipo per occupare militarmente il suolo italiano, disarmarne le truppe e internare il

maggior numero possibile di soldati.

Ciò avveniva mentre l’Esercito italiano si disgregava nel clima di anarchia instauratosi dopo l’ambiguo messaggio di Badoglio, la Regia Marina eseguiva l’ordine contemplato dalle clausole dell'armistizio di consegnare le unità da guerra agli Alleati, (secondo fonti britanniche ufficiali solo 133 navi si consegnarono, quindi solo circa metà della flotta)*! e per quanto riguarda l’Aeronautica, ancora intatta al momento dell’annuncio, nella maggior parte degli aeroporti furono i tedeschi ad impossessarsi degli aerei??, Sebbene esista un’ampia ed esaustiva letteratura sull’arMmistizio, ricca di molti dettagli che non si possono qui riportare, si vuole però reiterare il fatto che l’assurda mancanza di direttive ai comandi italiani da parte del re, di Badoglio o del generale

Ambrosio, capo di Stato maggiore dell’esercito, determinarono una confusione ed un disorientamento tali che le forze armate italiane vennero sopraffatte dai tedeschi nonostante la loro superiorità numerica, basti pensare alla mancata difesa di Roma dove erano di stanza sei divisioni italiane contro due tedesche, una di forze corazzate e l’altra di paracadutisti. Una settimana dopo l’8 settembre, i tedeschi avevano completamente disarmato cinquantasei delle nostre divisioni e catturato settecentomilla

soldati: l’esercito era praticamente

scomparso

e al quartier

0 CAB 65/39/19. 21 S,

W. Roskill, The War at Sea 1936-1945, Vol Ill, (London, H.M.S.O., 1960),

p. 378. 22 E.

Aga Rossi, Una nazione allo sbando, (Bologna, ll Mulino, 2003), p. 131. 23

generale di Eisenhower si commentò: “Sono da buttare”?. Infatti se l’uscita dalla guerra del nostro paese fu importante dal punto di vista politico, ebbe però ben scarso peso in termini di aiuto militare rispetto a quello che gli Alleati si aspettavano.

Gli anglo-

americani non si resero subito conto della situazione disperata in cui versava l’esercito italiano, tanto che l’archivio del primo ministro inglese dimostra come all’inizio Churchill contasse sull’atti-

va collaborazione italiana contro la Germania, un “utile servigio contro il nemico” che gli Alleati avrebbero

“non solo aiutato,

ma

lasciando intendere senza mezzi termini che ricompensato”, per l’Italia questo sarebbe stato il famoso “biglietto di ritorno” tra le grandi democrazie. Anche se il tempo avrebbe poi dimostrato che, nonostante le enormi difficoltà, l’Italia fu effettivamente in grado di voltare

pagina, scegliendo la repubblica il 2 giugno 1946 e agganciandosi all’Occidente con la vittoria della Democrazia Cristiana il 18 aprile 1948, per poi diventare

stato membro

della NATO nel

1949, comunque all’indomani dell'armistizio il desolato quadro che il nostro paese presentava

agli Alleati era quello di un grup-

po di forze armate allo sfascio, con un armamento farraginoso e senza un appropriato comando. Quindi ogni progetto di integrazione delle divisioni italiane nelle forze anglo-americane svanì dopo il 13 settembre 1943, quando una missione alleata, inviata a Brindisi per prendere

contatti

con il governo del Sud, facendo

il punto della situazione consigliò di inserire semplicemente le formazioni italiane nelle zone occupate dal comando alleato. A tal proposito Oliver Harvey, prima segretario privato del Ministro degli Esteri, Anthony Eden, e poi di Lord Halifax, scrisse:

23 WO

204/7301.

4 PREM 3/245/7, 9 settembre 1943. 24

“Il primo ministro è profondamente deluso per l’aiuto che gli italiani ci potranno fornire. È evidente che il collasso fisico e morale dell’Italia è completo e, tranne le navi da guerra (che dovremo pilotare da soli), non otterremo

niente altro”?,

Come è noto, sebbene

tra gli italiani vi fossero coloro che ve-

devano nella resa un atto disonorevole, la maggior parte della popolazione accolse l’annuncio con un sentimento di contentezza, erroneamente interpretando che quella fosse la fine tanto agognata del conflitto. Per illustrare l’8 settembre e quale confusione di idee e sentimenti scatenò, appare significativa la testimonianza di padre T. Muldoon e padre Michael Mullins, due sacerdoti australiani studenti in Vaticano, i quali riferiscono che all'indomani dell’armistizio la situazione nella capitale era certamente di euforia ed entusiasmo misti però a timore, come se sull’illusione dell’uscita indolore dalla guerra aleggiasse un sinistro presentimento: la gente, soprattutto quella dei quartieri più poveri di Roma infatti scendeva in strada per distruggere le effigi del regime, ma conservava ancora in casa il ritratto di Mussolini, coperto con un panno o girato verso il muro, in caso di visite di

rappresentanti del partito fascista”. Intanto l’11 settembre il presidente Roosevelt e il primo ministro Churchill, rivolsero un appello congiunto a Badoglio e agli italiani, rassicurandoli che il terrore tedesco sul suolo italiano non

sarebbe durato a lungo ed esortandoli

a combattere

per libertà,

giustizia e pace al fianco dei veri amici del popolo italiano”. Ciononostante l’atteggiamento della popolazione civile verso le truppe dell’VIII Armata in Italia cambiò a tal punto da esseHarvey, The War Diaries of Oliver Harvey 1941-1945, (London, Collins, 1978), p. 293.

25 J,

371/37268/R 9207/242/22, 13 settembre 1943. 27 C. Eade (compiled by), The War Speeches of the Rt Hon Winston S. Churchill, 26

FO

(London,

Cassell, 1952), Vol 3, pp. 1-2.

25

re segnalato, il 20 settembre 1943, da un articolo di Christopher Buckley nel Daily Telegraph.

ll corrispondente

dell’autorevole

quotidiano lamentava che, da quando l’Italia aveva assunto un nuovo status verso le Nazioni Unite in seguito all’armistizio, la popolazione si era irrigidita verso l’esercito inglese, tanto che alloggi e razioni di cibo venivano negate ai militari sprovvisti di tessere

annonarie.

critica a Ta-

era particolarmente

La situazione

ranto, Brindisi e Bari. Un articolo sulla stessa falsariga apparve

in cui Alexander Clifford anche nel Daily Mail del 29 settembre condannava il fatto che a Bari gli ufficiali britannici non trovassero camere d’albergo in quanto già tutte occupate da militari italiani”. A questi articoli ne fecero seguito altri che illustravano il rapporto tra la popolazione locale e le truppe inglesi, ed il risentimento di queste nel vedersi trattate così male da chi aveva poi la presunzione di considerarsi alleato e di fatto membro delle Nazioni Unite. Particolare rilievo assunse l’editoriale pubblicato dall’Eighth Army News, e ripreso sia dal Daily Mail che dal Daily Sketch, in cui si riferiva con estremo disappunto della sostanziale ostilità degli italiani nei confronti delle truppe inglesi e di come

invece Badoglio, dopo aver sottolineato che i soldati italiani marciavano fianco a fianco di quelli inglesi contro l’oppressore tedesco per la liberazione del proprio territorio, avesse rivendicato per l’Italia addirittura

uno status

di alleata piuttosto

che di co-

belligerante. l'articolo continuava evidenziando inoltre che non solo quegli italiani che in quel momento si consideravano alleati e che esultavano

all’arrivo delle truppe

inglesi erano gli stessi che

9487/242/22, 28 settembre 1943. 29 FO 371/37269/R 9549/242/22, 29 settembre 1943.

28

FO 371/37269/R

‘° L’Eighth Army News era un giornale per le truppe campagna

d’Italia. Fondato

da Warwick

Charlton,

impegnate

ex giornalista

nella

del Daily

Sketch, e pubblicato sotto l’autorità del generale Montgomery, voleva essere un autentico giornale per i soldati piuttosto che uno strumento di propaganda per le autorità. 31 FO

371/37269/R 9696/242/22, 3 ottobre 26

1943.

avevano acclamato Mussolini, ma anche che le forti ostilità italiane avevano prolungato il conflitto costando la vita a migliaia di

combattenti. Questo critico seppur veritiero editoriale sulle relazioni anglo-italiane nell’autunno del 1943 destò preoccupazione e spinse Churchill a chiedere spiegazioni a Sir James Grigg, prima sottosegretario di stato al War Office e poi segretario di stato alla guerra, sui motivi per cui un giornale destinato alle truppe si occupasse di questioni politiche, che non solo esulavano da quelli che erano gli interessi dell’esercito, ma rischiavano anche di creare danni a livello diplomatico. Questo dunque quanto accadeva al Sud. Gli Alleati nulla sapevano che la frontiera orientale sembrava in quel momento terra di conquista più che territorio nazionale, per dirla con le parole di Paladin’. Dopo la svolta della guerra l'atmosfera di disfacimento fu più accentuata nella Venezia Giulia che nel resto del paese, in

quanto non solo si verificò il collasso dell’esercito, ma di colpo venne meno anche qualunque forma di presenza statuale, tanto che la gente parlava di “ribaltòn”, parola dialettale che riassumeva la situazione di capovolgimento e anticipava un immediato futuro che sarebbe stato gravido di conseguenze. La tensione nella Venezia Giulia viene ben descritta da Carlo Sgorlon che racconta di come uno degli effetti del “ribaltòn” lungo il confine orientale fu, in coloro che ne avevano le origini, “un certo incremento del sentimento

slavo”.

“In tutti quelli in cui prevaleva

cominciava

a fermentare

uno strano

ri-

bollio. Pareva che il vento stesso, fischiando tra le case, avesse l’effetto di far sollevare la testa e gonfiare il petto di coloro che, per il fatto che parlavano istrocroato, erano portati dall’istinto a guardare a levante, per vedere che cosa stesse nascendo, e come si dovessero comportare. Antiche febbri si ridestavano e tornavano a scaldare la gente” *?. Paladin, La lotta clandestina di Trieste nelle drammatiche della Venezia Giulia, (Udine, Del Bianco, 1954), p. 74. 32 G. 33 €.

vicende del Cln

Sgorlon, La foiba grande, (Milano, Mondadori, 1992), p. 127. 27

Sebbene

questa

sia una versione

letteraria

delle premesse,

abbozza mirabilmente il quadro di una lontana terra di confine senza pace e prefigura l’esperienza ciò che da lì a poco sarebbe accaduto: come già avvenuto nei secoli precedenti, ancora una volta la Venezia Giulia stava per esser presa per la gola dalla Storia.

Dopo il rapido sgretolamento dei comandi italiani e prima dell’arrivo delle truppe tedesche si venne infatti a creare quel vuoto di potere che permise alle terre redente di diventare nuovamente

irredente

e teatro

di una violenza belluina. Anzi ben prima dell’invasione alleata in Sicilia, agli inizi del 1943, la Venezia Giulia era l’unica regione italiana in cui le autorità avevano

perso il controllo del territorio*. l’annessione unilaterale della provincia di Lubiana, interamente abitata da sloveni e cuore della Slovenia stessa, ebbe infatti il risultato di far tracimare le reti clandestine jugoslave al di qua del confine internazionale del 1920, contagiando le contermini zone a prevalenza slovena delle province italiane di Trieste e di Gorizia. La proclamazione dell’arMmistizio

non fece altro che esacerbare

una situazione

già in corso

dal 1941, quando la polizia italiana identificò nella nuova provincia di Lubiana l’attività sovversiva

di un movimento

clandestino

sloveno e nel luglio di quell’anno, il generale Robotti a capo delXI Corpo d’armata, lamentava una spiccata ostilità da parte della popolazione civile nella regione, avversione che si traduceva In atti di sabotaggio e agguati, aggressioni verbali e fisiche, nelle

prime imboscate e uccisioni di soldati italiani. Malgrado tali attività cospirative non costituissero ai loro esordi una vera e propria minaccia all’occupazione italiana della provincia di Lubiana, ciò che si rivelò fatale a lungo termine furono piuttosto la propa**

R. Pupo, Il lungo esodo. Istria: le persecuzioni, le foibe, l’esilio, (Milano,

Rizzoli, 2005), p. 65. * T. Ferenc, La provincia “italiana” di Lubiana, citato in M. Cattaruzza, e il confine orientale, (Bologna, Il Mulino, 2007), p. 222. 28

L'Italia

ganda politica, che fomentò la rabbia e il profondo risentimento nazionalistico

della popolazione

slovena vittima dei soprusi del

regime e il nascere di una rete di relazioni volta a preparare la conquista del potere. Le autorità locali italiane non seppero però

valutare adeguatamente

quei segnali di rivolta.

Al momento della scomparsa dell’autorità italiana l’8 settembre la Venezia Giulia si trovava sotto il comando della Il Armata del generale Mario Robotti e dell’VIII Armata, sotto la guida del generale Italo Gariboldi; Rusinow parla della presenza di 50.000 soldati a Trieste ed in Istria, altrettanti dislocati a Fiume e un numero uguale nel Goriziano, assieme alla Regia Marina a Pola e ad

altre ingenti unità di supporto”. Ciononostante le forze italiane, demoralizzate

e demotivate

seppure numericamente

forti, si la-

sciarono sopraffare e disarmare da partigiani e contadini, inferiori sia per numero che per mezzi, in tutte le zone interne, e dalle forze naziste nei centri maggiori di Trieste, Pola e Fiume. Quindi il confine orientale si trovò improvvisamente stretto nella morsa tra nazismo e comunismo e sebbene Trieste, Gorizia, Pola, Fiume

e la zona industriale di Monfalcone rimasero in mano tedesca, l’Istria interna intorno a Pisino invece, popolata prevalentemente da croati e sloveni e temporaneamente priva di distaccamen-

36 lV’Osvobodilna Fronta (OF), il Fronte di Liberazione Sloveno, sorse già nel 1941 all’indomani dell’invasione italo-tedesca della Jugoslavia che portò all’estensione forzata dell’italianità. Sebbene all’inizio fosse organizzato sul modello dei fronti popolari esistenti in Francia e Spagna nel periodo tra le due guerre ed includesse pertanto anche elementi non comunisti, a partire dal 1943 sviluppò legami sempre più stretti col movimento resistenziale che faceva capo a Tito. L’OF riuscì a operare su due fronti e a conciliare due progetti: da un lato interpretare e far proprie le tradizionali rivendicazioni nazionali slovene e croate, che gli permise di ottenere ampio consenso presso la popolazione slava della Venezia Giulia, dall’altro creare uno stato jugoslavo comunista, il che sarebbe dovuto avvenire eliminando tutti quegli elementi antifascisti di orientamento filoitaliano o non comunista che avrebbero potuto opporsi alla politica annessionistica jugoslava. 37

D. Rusinow, Italy’s Austrian heritage 1919-1946, (Oxford, OUP, 1969), p. 290.

29

ti germanici, vide il dilagare dei partigiani e delle rivendicazioni territoriali nei confronti dell’Italia sotto forma di proclami di annessione della regione al nuovo Stato jugoslavo. Gli episodi di insurrezione e le violenze verificatesi vennero interpretati di-

versamente

a seconda dell’appartenenza

nazionale e del credo

ideologico: da croati e sloveni come l’eroica lotta di liberazione nazionale, dagli italiani come una guerra di conquista caratteriz-

zata dal terrore efferato diretto non solo contro “i fascisti”, ma contro chiunque fosse italiano. Al settembre 1943 risale dunque la prima ondata di “pulizia” del territorio volta ad eliminare non solo chi si era macchiato di delitti e collusione col regime fascista, ma tutti i “nemici del

popolo”, definizione pericolosamente vaga che permetteva di liberarsi di chiunque venisse percepito come oppositore al nuovo ordine che si intendeva

costituire.

Tra settembre

e ottobre

vennero eseguiti arresti, condanne sommarie, annegamenti e infoibamenti che ebbero come bersaglio per l’appunto non solo squadristi

e gerarchi

locali, ma anche

le figure più visibili delle

comunità come medici, farmacisti, esattori delle tasse, segretari comunali ed insegnanti; nel mirino entrarono anche possidenti italiani, vittime dell’antagonismo di classe, e tutti coloro di sentimenti politicamente italiani*. Sebbene alcuni storici come il triestino

Miccoli classifichino

la politica di epurazione

come il risultato di una spontanea contadina, surrezione

partigiana

ed improvvisa insurrezione

altri come Pupo e Spazzali argomentano che di “inpopolare” non si può parlare in quanto gli insorti non

trovarono alcuna opposizione, e preferiscono invece specificare che ad una fase iniziale dal carattere spontaneo ne seguì un’altra in cui il potere partigiano riuscì a controllare la situazione politica e militare, grazie alla presenza in Istria di dirigenti del partito

‘8 R. Pupo, R. Spazzali, Foibe, (Milano,

Mondadori, 30

2003), pp. 10-11 e p. 112.

comunista croato”’. Sono pochissime le testimonianze in mano alleata sul periodo immediatamente successivo alla dissoluzione delle forze italiane nel 1943. Una di queste è di Fioravante Billotta, in quegli anni procuratore dell’ufficio imposte di Fiume, che, giunto a Udine il 6 settembre 1945, raccontò di come dopo l'armistizio i partigiani di Tito avevano occupato le isole di Cherso e Lussino, instaurandovi un regime di terrore. “Con il pretesto

di proclamare

la libertà del popolo, non hanno risparmiato né cose né persone. A Cherso le truppe jugoslave si sono scatenate, trascinando dalle loro case molti cittadini, di notte, senza alcuna ragione apparente

e senza la benché minima parvenza di legalità. [...] Quattordici notabili di Cherso sono stati arrestati e alcune ore dopo deportati in territorio jugoslavo. Il 10 ottobre 1943 quattro di loro sono stati barbaramente assassinati a Dresnica: Ottone Zadro perché era ragioniere presso la Cassa Rurale di Cherso; Emilio Antonini per aver fatto delle differenze nella distribuzione Bravuzzo, in quanto

di scarpe ai contadini; Giuseppe

maestro elementare,

aveva inculcato sentimenti

italiani negli alunni; Antonio Baici perché faceva l’esattore delle tasse. In quel periodo era già stato predisposto

un vasto progetto di espro-

priazione, ma non è stato attuato a causa dell’arrivo dei tedeschi, il 13 novembre

1943.

Episodi analoghi sono accaduti a Lussino. Sebbene là non ci siano state deportazioni,

si sono verificati però numerosi arresti, tra cui quello

del sindaco, dottor Alessandro Voltolina, del professor Giovanni Siercovich, del professor altri. [...] Era stata

Marco Pogliacco, del dottor Leone Bragato e di

pianificata

poi impedita dall’occupazione

la distruzione

dei registri

del comune,

tedesca. Indescrivibile il terrore diffuso

tra gli abitanti, dato che arresti, deportazioni

e furti venivano compiuti

sempre di notte e nessuno era sicuro se il giorno seguente si sarebbe svegliato nel proprio letto. Sulla base degli eventi di due anni fa, ci si 39 /bid.,

p. 8.

31

può immaginare

tornare

i titini il

lo stato in cui si è trovata

la popolazione

nel veder

20 aprile 1945, ma i misfatti del 1945 superano di gran

lunga per crudeltà quelli del 1943”“°.

di Fedele Casolari, brigadiere dei Carabinieri e comandante della stazione di Cherso al momento dell’8 settembre, arricchisce di particolari quanto raccontato da Billotta La testimonianza

e anticipa quanto

sarebbe

avvenuto

due anni dopo, alla ritirata

delle truppe tedesche. “Appena i partigiani di Tito hanno occupato

l’isola hanno rimosso i leo-

ni marciani, cambiato i nomi italiani delle strade che sono stati sostituiti con nomi slavi, le scuole italiane sono state chiuse e in pubblico non si poteva parlare italiano. Tutti gli uomini appartenenti

alla classe 1908

sono stati costretti ad unirsi alle loro fila e a partire per la Jugoslavia” ‘?.

Casolari riporta come 120 italiani, quasi tutti militari, impiegati statali e le loro famiglie, furono costretti ad imbarcarsi con 20 partigiani armati alla volta di Bari il 2 novembre 1943. In realtà il carico umano venne fatto scendere a Cerquenizza, da dove la

colonna di prigionieri marciò verso nord, fino abbandonati:

a salvare

quelle vite concorse

a quando

vennero

il fato che pose sul

loro cammino una colonna militare tedesca che mise in fuga i carcerieri partigiani. Agghiacciante la sorte di un’imbarcazione con ostaggi italiani di Lussino, riferisce Casolari. La barca infatti rientrò al porto alcuni giorni dopo, tutta imbrattata di sangue ed il capitano mostrò segni di confusione mentale. “Si dice che tutti gli italiani che erano a bordo siano stati prima deruba-

ti, poi massacrati

‘10

ed infine gettati

in mare. Infatti di nessuno

WO 204/430.

‘1 WO 204/430.

32

di loro si

sono avute più notizie” “2.

Due anni dopo un testimone descrisse agli Alleati la situazione di Capodistria nel 1943 in questi termini: “Per delazione di elementi

locali, l’arrivo in città di partigiani sloveni

e di soldati regolari alla fine di settembre di una trentina

di persone,

1943 ha portato all’arresto

tra cui il presidente

del tribunale e altri

notabili locali, molti dei quali non erano coinvolti nel passato regime fascista. Coloro che sono stati portati

a

Maresego sono riusciti a sfuggi-

re miracolosamente

al fato di centinaia di altri istriani.

Gli arresti sarebbero

continuati sulla base di liste predisposte,

ma sono

stati interrotti dalla fine dell’occupazione jugoslava. Nondimeno hanno saccheggiato

la Cassa di Risparmio, l’ufficio postale, gli uffici del peni-

tenziario e abitazioni private” “?.

Tacconi, sindaco di Spalato dall’aprile 1941 al settembre 1943, racconta come con l’arrivo delle truppe partigiane in città nel 1943 cominciò la sanguinosa persecuzione degli italiani. Il senatore

“Molti cittadini

vennero

arrestati

e in parte

assassinati,

[...] per cui la

maggioranza degli italiani dovette abbandonare la propria dimora e cercare ricovero nelle case collettive. | partigiani avevano preso di mira soprattutto gli insegnanti. La maggior parte di costoro si trasferì nella scuola italiana, dove i soldati si recavano spesso per maltrattare i rifugiati e alcune donne italiane vennero violate” “*.

Tra di loro, proseguì il sindaco di Spalato, vi era anche Maria Pasquinelli che riuscì tuttavia ad evitare lo stupro, minacciando

42 WO

204/430.

13 WO

204/431, 29 ottobre 1945.

44 \WO

204/11202,

22 marzo 1947.

33

di suicidarsi con l’arma del partigiano che cercò di violentarla. La storica Paola Romano riporta e nella Dalmazia dopo l’8 settembre

come nella Venezia Giulia i partigiani non solo s’im-

padronirono di ingenti quantitativi di armi e munizioni italiane, ma crearono

anche

una rete di reclutamento

estesa

in tutta l’I-

talia del sud e all’estero, come ad esempio nel campo di prigionia alleato

di Algeri, per l’ingaggio di soldati

italiani ai quali si

promettevano un posto di lavoro, generose razioni alimentari, la possibilità di combattere vicino a casa e persino un anticipo di 1000 lire sul premio di arruolamento.

A ciò faceva seguito

la

firma di un contratto di assunzione scritto in serbo-croato, con il quale in realtà i militari rinunciavano alla cittadinanza italiana. Il trattamento riservato ai combattenti era buono fino a quando gli ignari soldati si trovavano in Italia, ma non appena venivano mandati a combattere in Jugoslavia, il raggiro in cui erano sta-

ti presi diveniva subito arguibile: mal nutriti, mal vestiti e con un equipaggiamento inadeguato per i combattimenti, venivano trattati alla stregua di prigionieri. La storica fa anche riferimento ad una relazione del tenente Adriano Host, già appartenente al 25 reggimento di fanteria “Bergamo”, il quale dichiarò che dopo aver raggiunto con i suoi uomini l’VIII Korpus Dalmato, incomin-

ciò a succedere che in media sparivano due italiani al giorno e “ogni sparizione era morte certa”. Una conferma del raggiro e della tragica

sorte

degli italiani

finiti in mano jugoslava viene anche da Diego De Castro, membro del Comitato giuliano di Roma e in seguito rappresentante italiano presso il Governo Militare Alleato a Trieste, il quale riporta che dopo il settembre 1943 in Puglia, dove esistevano punti per l'accoglienza

dei partigiani jugoslavi malati o feriti che, inviati

dalle autorità jugoslave nel nostro paese per rimettersi in salute, raggiunsero nel 1944 le 20.000 unità, molti soldati italiani furono

P. Romano, La questione giuliana 1943-1947. La guerra e la diplomazia. Le foibe e l'esodo, (Trieste, Lint, 1997), pp. 41-47. 45

34

reclutati dai titini per combattere in Jugoslavia. Subito dopo venivano costretti a dichiarare di essere nativi di Trieste o Pola (quindi in Jugoslavia), a cambiare il cognome e anche ad abbracciare il credo comunista: chi si rifiutò venne fucilato a Lissa, pagando con la vita la propria dichiarazione di italianità. De Castro riferisce come gli inglesi chiamarono questi sventurati “il battaglione sotterraneo”. Per quanto gli jugoslavi abbiano sminuito l’apporto delle nostre truppe allo sforzo bellico, l’esercito italiano in dissoluzione passato nei ranghi partigiani è stato annoverato attorno alle ben

80.000 unità. Queste però, per prevenire eventuali rivendicazioni di territori da loro liberati, vennero sapientemente frazionate all’interno delle truppe titine, per impedire che gli italiani

avessero interi reparti che combattevano contro

i tedeschi

e per

giunta vicino al fronte giuliano. Quando le autorità italiane però denunciarono agli Alleati i reclutamenti illegali, la risposta fu de-

ludente perché, senza dar luogo ad alcun intervento concreto, comunicava che “il problema era stato sottoposto alle autorità competenti per i provvediamenti del caso, con riserva di ulteriori informazioni”. Fu data dunque dagli anglo-americani a questo problema così urgente una prassi che si rifaceva a procedure

burocratico-legali appropriate in condizioni normali, mentre le indiscutibili condizioni di necessità bellica e di emergenza umana in corso avrebbero dovuto indurre ad un atteggiamento più energico ed incisivo da parte alleata. Il prender tempo, esser

cauti e attendere ulteriori informazioni era dunque inammissibile in un frangente del genere, eppure quello sarebbe diventato il leitmotiv dell’approccio anglosassone anche agli eventi del maggio 1945 pur avendone ben più ampia testimonianza rispetto a quanto era avvenuto nel 1943 all’indomani dell'armistizio. ‘16

D. De Castro, !/ problema di Trieste, (Bologna, Licinio Cappelli Editore, 1953),

pp. 106-107. 17 P,

Romano, cit., pp. 41-47. 35

dopo lo sconvolgimento politico del Come già menzionato, 25 luglio la Germania aveva previsto la resa italiana e non perse tempo, mandando a Tarvisio una divisione già il 1° settembre.

Prese anche altre necessarie contromisure,

tanto che all’annun-

cio dell’armistizio nuovi reparti tedeschi si mossero con estrema rapidità e precisione alla volta del nostro paese e le truppe ivi già presenti si ridistribuirono. Come testimonia il generale Francesco Rossi, i tedeschi adottarono due tipi diversi di strategia: in alcune

aree italiane costituirono colonne mobili che attaccarono in rapida successione centri strategici di comunicazione, occupando posti di comando, controllando snodi ferroviari e le maggiori arterie di traffico; quando invece non avevano la forza necessaria, cercarono di guadagnare tempo con i negoziati, pronti a disonorarli non appena

i rinforzi o le circostanze

lo permisero”.

Wolkenbruch (Nubifragio) è il nome dell’operazione, decisa e approvata dal FiUhrer già il 10 settembre e iniziata solo il 2 ottobre 1943, con cui la Wehrmacht riprese il dominio del territorio giuliano dopo 35 giorni di occupazione slava. La regione fu così trasformata in una nuova provincia del Terzo Reich, l’Adriatisches Kiustenland, con capitale Trieste. l’area, di importanza strategi-

ca in quanto corridoio di passaggio tra la Germania ed i Balcani, venne sottratta alla giurisdizione della R.S.i. e affidata a Friedrich Rainer, Gauleiter della Carinzia e della Carniola, affiancato dal generale Odilo Globocnik, comandante delle SS. La Repubblica

di Salò non aveva alcun potere reale su quest’area in quanto si trovava nella condizione, correttamente definita dallo storico tedesco Klinkhammer, di “alleato occupato”. Rainer si adoperò affinché Hitler gli concedesse pieni poteri in modo da liberare “8 F.

Rossi

citato in D. Rusinow, cit., p. 289.

“° Per ulteriori dettagli sul Litorale Adriatico si vedano G. La Perna, Pola, Istria, Fiume 1943-1945. L’agonia di un limbo d’Italia e la tragedia delle foibe, (Milano, Mursia, 1993) e K. Stuhipfarrer, Die Operationszone Alpenvorland und Adriatisches Kiistenland 1943-1945, (Wien, Hollinek, 1969). 36

a fondo il Litorale dalla presenza dei partigiani. Anche se riuscì nell'intento facendo arretrare la guerriglia comunista dal Litorale, fu solo un ritardare le mire espansionistiche e le rivendicazioni degli slavi sulla regione, come gli eventi della primavera 1945 dimostrarono. Nonostante il pugno di ferro della dominazione nazista, il mo-

vimento partigiano jugoslavo si rifece delle perdite subite e andò riorganizzandosi anche grazie al sostegno inglese che a partire dal 1943 garantì alle truppe di Tito cospicui approvvigionamenti di armi e viveri. La Resistenza italiana nel Litorale Adriatico

si trovò quindi dinanzi ad una situazione gravosa: combattere contro l’oppressore

con i partigiani jugoslavi, ma al

cooperando

tempo stesso rifiutare apertamente

le rivendicazioni territoriali

jugoslave senza formare un fronte comune con i nazifascisti. Lo scontro tra italiani e slavi si complicò ulteriormente a causa della convergenza del comunismo giuliano con la linea di pensiero di quello jugoslavo, per cui il fattore nazionale, cioè l’appartenenza o meno all’Italia, era del tutto secondario a quello politicoideologico, cioè servire la causa comunista ed essere uniti per la

vittoria della rivoluzione. Marina Cattaruzza a questo proposito illustra come la subordinazione del PCI italiano al partito comunista croato, manifestatasi nei fatti già dalla fine del 1943, venne

siglata in maniera formale il 15 settembre 1944 in una riunione indetta dal Partito comunista croato con i dirigenti comunisti italiani, durante la quale fu deciso che: “Il principio secondo il quale ogni decisione sull’appartenenza

statuale

italiana doveva essere rimandata a dopo la accettato dai cosconfitta del nazismo -— principio precedentemente munisti jugoslavi come base di accordo di cooperazione con il PCI — era dei territori

a maggioranza

ora rigettato decisamente””?. so M. Cattaruzza, L’Italia e il confine orientale,

259. 37

(Bologna, Il Mulino, 2007), p.

In questo contesto si inserisce, nel febbraio 1945, il tristemente noto eccidio di Porzùs che prese il nome dalla località in provincia

di Udine in cui la divisione

Osoppo,

contraria

alle ri-

vendicazioni jugoslave, fu sterminata dalla brigata Garibaldi, di Tra le vittime vi furono anche personaggi noti quali Francesco De Gregori, comandante della Osoppo e zio dell’omonimo cantautore, e Guido Pasolini, fratello di Pier Paolo che di lui scrisse su un giornale comunista: “Mio fratello, orientamento

filojugoslavo.

pur iscritto al Partito d'Azione [...], non poteva accettare che un territorio italiano, com’è il Friuli, potesse esser mira del nazionalismo jugoslavo. Si oppose e lottò. [...] Credo che non ci sia nes-

sun comunista che possa disapprovare l'operato del partigiano Guido Pasolini”. Indro Montanelli commentò: “Questa povera Osoppo sacrificata nella difesa della Carnia [...] combatteva al confine con il mondo slavo: in un settore cioè dove Tito e i suoi emissari già annunciavano i più avidi propositi di annessione di territori italiani, e dove i garibaldini, diversamente dagli altri partigiani italiani, erano disposti in nome dell'ideologia ad accettare questa «mainmise» straniera”’’, Sebbene ancor oggi non si sappia esattamente chi furono i mandanti né la dinamica del massacro in cui

vennero seviziati e poi uccisi ventidue partigiani, fu comunque una strage che dimostra

l’estremo

livello di tensione,

la violenza

barbarica raggiunta nella regione e la portata delle mire nazionaliste jugoslavess. >! P. P.

Pasolini, Le belle bandiere,

a cura di G. C. Ferretti, (Roma, Editori Riuniti,

1977), pp. 110-112. Un commento più esteso è rinvenibile nel bel libro di G.

Crainz, Il dolore e l'esilio. L’Istria e le memorie

divise d’Europa, (Roma, Donzelli,

2005), pp. 46-47. ’

1. Montanelli,

M. Cervi, Storia d’Italia, (Milano, RCS, 2004), Vol 9, pp. 181-182.

L’esecuzione materiale venne affidata a Mario Toffanin, conosciuto come Giacca”, che riuscì poi a fuggire in Jugoslavia e in seguito in Cecoslovacchia. Fu graziato da Sandro Pertini. Gli altri esecutori della strage vennero invece

53

Pi

.

.

.

e

I

catturati, processati Palmiro Togliatti.

.

.

.

.

e

e condannati,

.

.

e

.

e

.

pi

ma in seguito graziati per intervento di

38

A ragione Valdevit evidenzia dunque come tra il 1943 e il 1945

Trieste e l’intera Venezia Giulia erano “avulse dal contesto italiano, dove lo scontro era tra fascismo e antifascismo. [...] Non era neppure più una periferia: era appunto fuori dal contesto nazio-

nale, era entrata in quello est-europeo, dove le ragioni del comunismo, che puntava a succedere al potere nazista, superavano quelle dell’unità antifascista”. Avvenne così che nel 1945, negli ultimi mesi del conflitto, le truppe

partigiane

slave col pieno sostegno

dell’Unione

Sovietica

entrarono in possesso di gran parte dell’area giuliana e, arrivando un giorno prima dell’VIII Armata britannica, il 1° maggio liberarono Trieste, nel tentativo di mettere gli Alleati dinanzi al fatto compiuto: per loro quei territori erano già parte integrante del nuovo stato jugoslavo. Durante i quaranta giorni di occupazione

di Trieste, così chiamati dalla storiografia italiana in riferimento al numero simbolico che ricorre spesso nell’Antico e nel Nuovo Testamento, la IV Armata jugoslava rimase di stanza in città. Nel

timore che si verificasse uno sbarco alleato in Istria, vennero subito adottati provvediamenti volti a garantire il riconoscimento internazionale della regione alla sovranità jugoslava: si rese necessaria l’assunzione immediata del potere e tutti i gruppi armati che non fossero affiliati all’armata jugoslava dovettero consegnare le armi alla nuova autorità; il governo del Fronte di Liberazione s’insediò nel palazzo del comune; il generale Dusan Kveder della IV Armata divenne comandante della città; i partigiani filojugoslavi spostarono in avanti di un’ora le lancette degli orologi per sincronizzarle con l’orario di Belgrado55; venne rafforzata l’OZNA, l’Organizzazione per la difesa del popolo, e vi fu una seconda on-

data di epurazione di quegli elementi che si sarebbero potuti 4 G. Valdevit,

Trieste. Storia

di una periferia

insicura,

(Milano,

Mondadori,

2004), p. 42. ” B. C. Novak, Trieste 1941-1954. The Ethnic, Political and Ideological Struggle, (Chicago, University of Chicago Press, 1970), p. 156.

39

opporre al progetto annessionistico. inviata del quotidiano ‘Manchester

Come scrisse Sylvia Sprigge, Guardian’, il mondo era di-

viso in due blocchi e Trieste si trovava al centro di un complotto sullo stampo della rivoluzione di ottobre del 1917, ispirato da simili tendenze bolsceviche®56. Fu così che dal 1° maggio al 12 giugno 1945 si verificò un altro picco di violenze contro gli italiani,

ultimo colpo di coda di quella stagione di morte, indispensabile per costruire e consolidare il nuovo ordine di cose. Ci si stava avviando verso la fine della guerra, in cui l’Italia avrebbe pagato il tributo più alto con il sacrificio delle terre nordorientali, e dove Trieste sarebbe diventata una città sul confine estremo dell’im-

penetrabile cortina di ferro.

°° S. Sprigge, citata in G. Sluga, The Problem

Border. Difference, Identity and Sovereignity (Albany, SUNY, 2001), p. 103. 40

of Trieste and the Italo-Yugoslav in Twentieth-Century Europe,

IL

BARATRO

“Di

fronte a certi fatti

tante mie illusioni hanno un tremito e certa mia fede vacilla”. E. Morovich

“Stava tornando la dittatura ?

Ma di quale tipo?” F. Tomizza

Un’osservazione fatta da Patterson e poi ripresa da Ballinger”’ è che il tema comune alle letterature sul genocidio o sulle esecuzioni di massa è che esse denunciano il silenzio. Non solo il silenzio della morte, ma anche quello delle città deserte, delle campagne svuotate o abbandonate, il silenzio di chi sapeva, ma ha taciuto, il silenzio della nazione e del mondo che non si sono opposti alle stragi, il silenzio dei tribunali perché spesso, come scriveva Dino Buzzati, “la legge non entra nel buio delle tombe”. Il caso istriano rappresenta perfettamente questa “legge” del silenzio. Reca, infatti, la data del 16 marzo 1946 la nota ufficiale anglo-americana che ordinò la sospensione degli scavi e delle indagini sulla foiba di Basovizza, assurta a luogo simbolo della violenza, e che avrebbe provocato l’archiviazione dei reati aberranti commessi nella Venezia Giulia nonostante la lunga, indelebile scia di sangue e terrore che lasciarono dietro di sé. La nota è il verbale della riunione svoltasi alle undici di quello stesso giorno tra il generale Alexander, comandante in capo delle Forze Alleate, il generale Harding, capo di stato maggiore di Alexander, l’ammiraglio Stone, capo della Commissione di Controllo Alleata e Byington, consigliere politico statunitense. Durante l’incontro venne stabilito che la Commissione di Controllo Alleata avrebbe dovuto informare il governo italiano che l’interruzione delle ricerche nella foiba di Basovizza, fino a quel momento rivelatesi insoddisfacenti, era dovuta alla mancanza di macchinari adeguati e alle difficoltà tecniche che ciò implicava. Tale sospensione non significava tuttavia che le denunce sporte dal CLNAI, il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia, fossero prive di proposito si vedano D. Patterson, The Shriek of Silence: A Phenomenology of the Holocaust Novel (Lexington, University Press of Kentucky, 1992) e P. Ballinger, ‘Istriani d.o.c.: silences and presences in the construction of exodus. The Istrian Esodo’ in M. Povrzanovic e R. J. Kirin, War, Exile and Everyday Life, (Zagreb, Institute of Ethnology and Folklore, 1996),

57 A questo

pp. 117-132. 43

fondamento

ma, a causa dello stato di tensione

nella Venezia

Giulia, si sconsigliava di diffondere un comunicato in merito alla questione”. il punto di arrivo di precedenti riuLa decisione rappresentò nioni e di un intenso scambio di telegrammi. Già il 22 novembre

1945

il generale

Ward aveva evidenziato che le operazioni in cor-

so a Basovizza non avevano

prodotto

alcun risultato

utile ed era

stato consigliato allo Stato maggiore congiunto di interrompere gli scavi o di fornire dei macchinari idonei alla prosecuzione dei lavori. Il Foreign Office optava

per la prima soluzione,

mentre

il

Dipartimento di Stato desiderava che si continuassero. Charles, ambasciatore britannico in Italia, si lamentò che a suo avviso il 13° Corpo d’armata non aveva mai mostrato una gran volontà di condurre le operazioni di scavo a Basovizza e l’aveva fatto più che altro per soddisfare il Dipartimento di Stato. Sebbene egli

comprendesse che il compito era gravoso soprattutto in considerazione dei macchinari disponibili, era tuttavia d’accordo con l’ambasciatore americano, il quale auspicava che le indagini proseguissero”’. La questione aveva ricevuto anche l’attenzione della stampa inglese come dimostrato ‘Times’ e sul “Glasgow Herald’,

da due brevi articoli apparsi sul

Ward era invece dell’opinione di sospendere le riesumazioni fino a quando lo Stato maggiore congiunto non avesse deliberato in merito. Harold Alexander, recatosi di persona alla foiba, confermò che il genio militare stava solo perdendo tempo, poiché il materiale proveniente dalla cavità era inutile come prova concreta‘’. Fu così che il 19 gennaio

1946 l’ambasciatore

8 FO 371/59393/R 7176/43/G, 16 marzo 1946. °° FO 371/ 48953/R 18082/15263/92, 23 ottobre 1945. °° FO 371/ 48953/R "1

17085/15263/92,

FO 371/ 48953/R 18082/15263/92,

2 FO 371/59393/R43/43/G

30 luglio 1945.

24 ottobre 1945.

92, 22 novembre 1945. 44

britannico

a Washington comunicò al Foreign Office che il Dipartimento di Stato concordava che il caso di Basovizza venisse chiuso e il dos-

sier archiviato.

Le indagini sugli eccidi erano iniziate nel luglio del 1945 quan-

do, in seguito ad una serie di informazioni trasmesse dal Comitato di Liberazione Nazionale triestino, il generale Alexander aveva ordinato che le autorità alleate indagassero i crimini che si diceva fossero stati compiuti dalle truppe di Tito, raccomandando inoltre che gli inviati speciali della stampa estera ricevessero ogni agevolazione per scoprire la verità. Così facendo gli Alleati avrebbero potuto in seguito usare le prove contro gli jugoslavi”. Il rapporto del CLN sulla foiba di Basovizza, inviato agli angloamericani, al Presidente del Consiglio dei Ministri italiano e al vescovo di Trieste, denunciava quanto segue: “[...] Siamo in possesso di deposizioni troppo precise e raccapriccianti sui massacri effettuati

a Basovizza nelle giornate 2, 3, 4 e 5 maggio

per poter nutrire fondate speranze sul destino riservato a questi nostri concittadini

e connazionali.

[...]

| particolari che qui sotto riportiamo riguardano soltanto i crimini commessi a Basovizza: essi trovano riscontro nei delitti perpetrati in Istria nel settembre

1944 e probabimente

non sono episodi isolati di ferocia.

Nelle giornate del 2, 3, 4 e 5 maggio numerose vennero trasportate

al cosiddetto

centinaia di cittadini

“POZZO DELLA MINIERA” in località

prossima a Basovizza e fatti precipitare

nell’abisso profondo circa 240

metri. Su questi disgraziati vennero in seguito lanciate le salme di circa 120 soldati tedeschi uccisi nel combattimento

dei giorni precedenti

e

le carogne putrefatte di alcuni cavalli. Al fine di identificare le salme delle vittime e a rendere possibile la se53

FO 371/59393/R1016/43/92,

64

WO 204/12753,

19 gennaio 1946.

1° luglio 1945.

Come è noto, a differenza delle altre foibe quella di Basovizza era in realtà un pozzo minerario e quindi artificiale.

‘5

45

poltura, abbiamo

chiesto consiglio agli esperti che hanno collaborato

a

suo tempo al recupero delle salme delle foibe istriane. L’attrezzatura a disposizione dei nostri esperti non è sufficiente data l’eccezionale profondità del posto, il numero delle salme e lo stato di decomposizione delle stesse. Chiediamo perciò a questo comando Inter-Alleato di mettere a disposizione dei nostri esperti il materiale ritenuto dagli stessi necessario per l’opera pietosa cui fa d’uopo accingerci, fornendo pure tutti quegli aiuti che saranno ritenuti dai medesimi necessari. Al fine di evitare atti di male intenzionati diretti a rendere difficile se

non addirittura impossibile l’identificazione delle vittime, chiediamo pure che la zona indicata venga piantonata da forze militari alleate”.

La notizia provocò una reazione allarmata. Gli americani pre-

sero in seria considerazione l’incidente di Basovizza, temendo che, se non avessero svolto delle indagini approfondite, in futuro gli italiani avrebbero potuto accusarli di aver soppresso le prove delle attività terroristiche jugoslave. Dello stesso avviso il

parlamentare

inglese A. Hopkinson che in un telegramma

reign Office espresse

al Fo-

il timore

che se non si fosse compiuto ogni possibile sforzo per risolvere il mistero di quel crimine, gli Alleati

si sarebbero assunti una terribile responsabilità ria‘?. Con il pieno sostegno

dinanzi alla Sto-

di Churchill, che il 20 luglio inviò un

telegramma da Potsdam dove era arrivato cinque giorni prima per partecipare alla conferenza, si decise pertanto di continuare l’attività della commissione d’inchiesta sotto la guida del Comandante supremo delle forze alleate‘, rinviando la chiusura di qualunque foiba®, soluzione

inizialmente

proposta

dal genio militare

° Documento datato 14 giugno 1945 racchiuso in WO 204/12753, Sommario, 4 agosto 1945. °7?

FO 934/5, 18 luglio 1945.

FO 934/5, 17 luglio 1945. °° WO 204/12753, foglio 15 D, 29 luglio 1945. °8

46

a causa delle notevoli difficoltà nel condurre l’inchiesta, difficoltà sia di ordine tecnico che di rinvenimento delle testimonianze. Per quanto riguarda le prime, un documento inviato dal genio al quartier generale dell'VIII Armata comunicava infatti che le indagini condotte in una miniera in disuso a sud di Basovizza, in cui si diceva gli jugoslavi avessero gettato centinaia di cadaveri di fascisti, di soldati tedeschi e di alcuni civili ancora in vita, non

erano state particolarmente produttive. | soldati del genio erano riusciti a rinvenire solo un cappotto militare con fori di pallottola,

frammenti ossei e parti di arma da fuoco. Sarebbe stato necessario erigere una specie di torre di sondaggio con un cavo elettrico e una benna mordente creata appositamente, che avrebbe permesso di riportare alla luce tra i dieci e i trenta cadaveri al giorno. La profondità del pozzo e il fetore di carne umana in avanzato stato di putrefazione rendevano pericoloso e l’identificazione dei però il compito estremamente difficile. Nel cadaveri sarebbe stata comunque particolarmente rapporto veniva consigliato pertanto di chiudere le indagini e di sigillare il pozzo”. Per quanto riguardava invece le difficoltà incontrate dagli Alleati occidentali nel rinvenimento di testimonianze, esse erano causate da vari elementi: mancanza di documenti ufficiali e di archivi di polizia, di personale predisposto alle indagini ed il timore di rappresaglie, sentimento ancora largamente diffuso tra la popolazione italiana che si asteneva persino dal denunciare la

scomparsa dei congiunti. Malgrado gli impedimenti di varia natura, gli anglo-americani raccolsero subito prove e dichiarazioni relative alla foiba di Basovizza. Le deposizioni contenute in un documento datato 13 luglio 1945 riportano dati discordanti relativamente al numero delle vittime, ma la modalità delle uccisioni è uguale. Secondo tali testimonianze, tra il 2 e il 6 maggio 800 persone avrebbero 70 WO

204/12753, 1° luglio 1945. 47

trovato la morte nella foiba di Basovizza. Un urologo dell’ospedale di Trieste dichiarò di aver sentito un commissario jugoslavo mentre

affermava

che, al 5 maggio, 550 persone

erano state uc-

cise e gettate nella cavità. Queste deposizioni, secondo le quali gli jugoslavi eliminavano le vittime costringendole a saltare attraverso l’apertura della cavità nel vano tentativo di raggiungere l’altra sponda, furono corroborate dalla dichiarazione spontanea di sei ragazzini sloveni che, in prossimità della foiba, riferirono a due ufficiali che oltre 100 persone

erano state costrette

a saltare

nel precipizio, aggiungendo commenti spontanei e divertiti del tipo “Avreste dovuto sentire come urlavano i fascisti!”, osservazione che indubbiamente aumentò l’autenticità del racconto. Un informatore italiano fornì i nomi di cinque persone infoibate il 5 maggio, aggiungendo che altre foibe ad est e ad ovest della linea Morgan, come quella di Corgnale, di San Servolo e Matteria, erano state teatro

di esecuzioni

simili a quelle di Basovizza.

A Matteria si diceva fossero stati gettati i corpi di membri delle missioni alleate inviate tra i partigiani e di piloti angloamericani abbattuti dai tedeschi”. L’ambasciata britannica a Belgrado si dichiarò completamente all’oscuro delle atrocità

di cui venne informata

e sollecitò

l’invio

di ulteriori dettagli, in particolar modo delle date, prima di chiedere conto degli eventi allo Stato Maggiore jugoslavo”. Il 4 agosto, i servizi segreti italiani inviarono alle autorità anglo-americane una relazione da una fonte molto attendibile. Vi erano raccolte informazioni

sulla foiba di Basovizza, da cui erano state estratte numerose divise alleate, ma non si era potuto capi-

re, data la decomposizione dei resti e la mancanza di documenti, se fossero soldati alleati oppure italiani equipaggiati con divise

alleate aviolanciate.

” WO 204/12753,

13 luglio 1945.

WO 204/12753,

28 luglio 1945.

’*

48

La relazione è corredata da allegati”, uno dei quali riporta una testimonianza che disvela la cinica ferocia del massacro e il metodo di eliminazione usato da questi assassini, quella di Don Beari, direttore del giornale cattolico Vita Nuova. Agli inizi di giugno il sacerdote incontrò una delle vittime delle liquidazioni jugoslave, Giovanni Radeticchio di Sissano, classe 1924, impiegato come guardia civica a Marzana, miracolosamente sopravvissuto ad un infoibamento. Dopo l’arresto avvenuto il 20 maggio, venne portato dai partigiani a Medolino, di lì a Dignano, poi Barbona, Pozzo Littorio ed infine a Fianona con una marcia durante la quale lui ed i compagni di sventura vennero dapprima privati dei loro effetti personali e poi picchiati continuamente. Una sera,

dopo esser stato portato davanti a quattro uomini e una donna, venne frustato fino a perdere i sensi. Tornato in sé, fu legato ad altri compagni, che come lui erano stati pestati selvaggiamente, e costretto a camminare per circa un chilometro. Giunti a destinazione nei pressi di una foiba, vennero slegati gli uni dagli altri, lasciando tuttavia le mani strette dietro la schiena e fu allacciato ad ognuno di essi un masso che li avrebbe trascinati sotto l’acqua che c’era nel fondo della foiba. Dopo esser stati informati di quale fato li attendeva, vennero costretti a saltare dentro al baratro. Quando giunse il suo turno, Radeticchio esitò allontanandosi dal precipizio. La guardia gli sparò mancandolo, ma colpì il filo di fer-

ro che teneva stretta la pietra.

Il malcapitato

saltò istintivamente

e cadde nel precipizio dove riuscì a slegarsi le mani e a risalire in

superficie. Tornato a casa, si recò al quartier generale alleato di Pola e da lì fu inviato a Trieste dove un medico potè constatare dalle cicatrici rimastegli sul corpo le sevizie a cui venne sottopo-

sto.

È interessante

notare che il documento alleato raccomanda-

va che la notizia su Radeticchio venisse usata con estrema prudenza, in quanto la vittima si trovava ancora in territorio controllato dagli jugoslavi ed era quindi passibile di rappresaglie. ‘3 WO 204/12753,

4 agosto 1945. 49

Seguono

poi informazioni

sulle foibe nel comune

niele del Carso e nella provincia di Gorizia,

a Comino,

Tarnova della Selva e a Gargaro, dove testimoni

di San Da-

Aidussina,

oculari afferma-

rono di aver udito le urla dei disgraziati durante il loro martirio prima di essere gettati nella foiba locale. La dichiarazione di un altro testimone rende molto bene l’idea del clima che si respirava all’epoca nella Venezia Giulia: “Nei giorni precedenti l’occupazione alleata un impiegato del Comune di Trieste, si trovò a passare, per ragioni di servizio, nel bosco distante circa 200 metri dalla casa cantoniera,

quando

un partigiano

di guardia

lo fermò e lo scortò per un lungo tratto. Interrogato

circa il motivo di queste

cina era già riempita completata

sarebbe

precauzioni,

disse che la foiba vi-

a metà con i corpi dei giustiziati

stata ricoperta

e

che una volta

con terra””*,

Così ricoprivano sotto decine di metri di terra le prove della barbarie. Solo chi conosceva bene i luoghi e l’accaduto era in grado di ritrovarle. Che le autorità sapessero quanto di orribile stava accadendo è

testimoniato dall'esistenza di numerosi documenti in proposito. L’11 settembre

l’ufficio del Ministro residente” a Caserta comunicò al Foreign Office che in una foiba a Ternova Piccola erano

state recuperate quattro salme, ma che a causa dell’avanzata decomposizione era impossibile identificarne la nazionalità e stabilire le cause della morte”s. 4 WO 204/12753, 4 agosto 1945. ” Il ministro residente presso

il Comando

era il consigliere politico del governo britannico

Supremo

del Mediterraneo.

Dal 1942 al 1945 la carica

venne ricoperta da Harold Macmillan il quale fu responsabile per un’area che, partendo dal Nord Africa, andò sempre più estendendosi con i successi militari conseguiti 76 FO

dalle forze alleate fino ad includere

l’Italia e la Grecia.

371/48953/R 15448/15263/92, 11 settembre 1945. 50

Il 13 ottobre

1945 il colonnello Nichols dell’intelligence alleata scrisse un resoconto degli scavi intrapresi dal genio militare. Sebbene i lavori di recupero dalla foiba di Basovizza fossero iniziati il 7 agosto, si erano avuti dei risultati concreti solo il 22 settembre a causa di molti problemi tecnici iniziali, uno dei quali aveva ritardato di due settimane le operazioni. Inoltre dei 52 interventi di scavo solo 38 si erano rivelati fruttuosi. Venne redatta una lista

minuziosa di quanto rinvenuto quotidianamente:

22 sett — 1 veste e 1 braccio umano 23 sett — scavi senza risultato 24 sett — 2 carcasse di cavalli, parti di arma da fuoco, 1 fodero di spada 25 sett — carne di cavallo e 3 cadaveri (uno tedesco, un altro probabilmente tedesco e il terzo si ritiene sia una donna) 26 sett — 4 cadaveri, capi di vestiario e carne di cavallo 27 sett — resti umani, carne e zoccoli di cavallo 28 sett — 1 cadavere e alcuni resti di carne di cavallo 29 sett — giornata destinata alla manutenzione dei macchinari 4 ott — resti umani, abbigliamento e uno stivale 5 ott — resti umani, 2 piedi, dei capelli, carne di cavallo 6 ott — resti umani, macerie e legname 7 ott — macerie, 2 piedi, uno stivale, un berretto militare inglese 9 ott — 1 cadavere, 2 piedi, 1 mano, macerie” ”?.

è corredato da due appendici, di cui una scritta dal comandante del genio militare il quale, alla luce delle difficoltà tecniche incontrate e al fatto che i macchinari richiesti avrebbero impiegato parecchie settimane prima di arrivare dalla Gran Bretagna, propose che l’opera di scavo venisse affidata a qualche organizzazione civile, suggerimento condiviso dal generale Airey, il quale sottolineò che in tal caso sarebbe stato sufficiente che l’intelligence militare fosse presente solo per esaminare le divise e altri rinvenimenti riportati in superficie. A questo documento ne fanno seguito altri in cui si riferisce Il rapporto

””

WO 204/12754, 13 ottobre 1945. 51

giorno per giorno il risultato degli scavi che riportarono in superficie solo qualche salma, parti di corpi umani, di animali e degli indumenti”. L’intelligence alleata sperava che, continuando le indagini, sarebbe riuscita a ottenere prove più concrete che avvalorassero quanto riferito dal CLN e da vari testimoni. Tuttavia ci si rese sempre più conto che, se anche nel fondo della foiba ci

fossero stati cadaveri di italiani, probabilmente sarebbero ormai stati irriconoscibili a causa della decomposizione in corso, come scrisse il colonnello Nichols in una nota al maggiore Elliott, presso l’ufficio del ministro residente”. In un altro rapporto alleato sono presenti alcune testimonian-

ze molto dettagliate, dal realismo quasi crudele: ciò che mettono in luce è il clima di odio viscerale, dalle radici molto lunghe, esistente tra jugoslavi e italiani e di profondo risentimento diffuso negli elementi

fanatici della zona. Significativa

a questo

proposi-

to la deposizione di due rappresentanti del clero, don Malalan e don Scheck, sacerdoti che l’autore del rapporto definisce “rabbiosamente e sgradevolmente sulta ancora più sconcertante

anti-italiani”. se si considera

La testimonianza riil ruolo di guide spi-

rituali di questi due ecclesiastici, che mostrano di essere convinti seguaci di ideologie politiche estremiste, piuttosto che, come ci si aspetterebbe, mente il periodo

di principi cristiani, tanto da richiamare alla dell’Alto Medioevo quando l’ampia ingerenza

del sacerdozio nelle faccende politico-militari era istituzionalizzata. Segue il rapporto con la dichiarazione di don Malalan: “Il 7 agosto 1945 il nostro

informatore,

fonte di questo

rapporto, si è recato a San Antonio in Bosco per interrogare il parroco del paese, che si diceva fosse stato testimone di molte uccisioni avvenute a Basovizza. Il parroco don Malalan si è rivelato un fanatico filojugoslavo e spiace-

‘8 WO

204/12754, 9-17 ottobre 1945. ”° WO 204/12754, 10 ottobre 1945. 52

volmente anti-italiano che dapprima ha negato di essere al corrente dei fatti di Basovizza. Quando però l’informatore gli ha fatto notare che i reazionari fascisti stavano conducendo una campagna esagerata contro gli jugoslavi responsabili per gli infoibamenti e che era nell’interesse delle autorità raccogliere prove in maniera regolare, don Malalan si è detto disposto a parlare e l’informatore ha redatto il seguente verbale: 1. Le persone gettate nella foiba agli inizi di maggio sono state condannate per espresso volere del tribunale militare della IV Armata che in quel periodo si trovava a Basovizza e che agì per ordine del generale Petar Drapsin, il cui quartier generale era all’epoca a Lipizza, vicino a Basovizza.

2. Don Malalan ha dichiarato che tutte le persone gettate nella foiba hanno subito un regolare processo e che ciascuna aveva almeno tre testimoni contro di sè. 3. Tutti gli agenti della questura di Trieste che gli jugoslavi erano riusciti a catturare sono stati infoibati. 4. Don Malalan è convinto che tutti si siano meritati la fine che hanno fatto. Inoltre non è vero che “tutte” le vittime erano state gettate vive, dato che la maggior parte di loro era stata uccisa secondo il procedimento adeguato prima di esser gettate nella cavità. 5. Il 2 maggio don Malalan si è recato a Basovizza, dove suo fratello era “commissario”, e gli è stato chiesto di assistere agli eccidi di tutti quei criminali che erano stati arrestati a Trieste. Il parroco però si è rifiutato. 6. Alcuni giorni dopo il sacerdote mato dal parroco

del paese,

è andato a Corgnale ed è stato infor-

don Virgilio Scheck, su quanto

to nell’area. Don Scheck ha ammesso menti, prestando

era avvenu-

di aver presenziato agli infoiba-

persino conforto religioso ad alcuni condannati.

Malalan ha tuttavia sottolineato

Don

che il sostegno spirituale offerto da

don Scheck deve esser stato alquanto strano, visto che avrebbe detto ad un agente di pubblica sicurezza di Trieste: “Hai peccato fino adesso, divertendoti

a torturare

gli slavi e ora non ti resta altro da fare che

53

raccomandare

l’anima a Dio. Ti sei meritato la punizione che sta per

esserti inflitta”. 7. Don Malalan ha inoltre assicurato l’informatore che le autorità della IV Armata possiedono la lista completa di tutte le persone “condannate legalmente” e che al momento opportuno

verrà pubblicata per

dimostrare che tutto si è svolto secondo la procedura regolare. 8. Invece per quanto riguarda una sua parrocchiana, la signora Pettarossi, è possibile che sia stata infoibata, ma secondo don Malalan è stata assassinata

prima del 2 maggio dato che non se n'è più trovata

la salma. Tuttavia non ha potuto dare ragguagli sulla scomparsa del marito e della figlioletta della signora. 9. “In ogni caso”, ha concluso sbrigativamente

il sacerdote,

“è molto

difficile stabilire se sia stata uccisa prima o dopo il 2 maggio, dato che all’epoca regnava una gran confusione”. 10. | partigiani

sospettavano

che la Pettarossi

schi, ma l’unico fatto che avrebbe

potuto

fosse una spia dei tede-

giustificare

tali sospetti

era

che il suo lavoro di direttrice dell’ufficio postale la costringeva a frequenti viaggi a Trieste.

11.

sacerdote ha insistito nel voler sottolineare che gli eccidi compiuti erano opera delle truppe regolari della IV Armata e non dei partigiani mossi da uno spirito di vendetta”°. Il

La testimonianza

dell'altro sacerdote®!, don Scheck, parroco di Corgnale, italofobo e ardente sostenitore del movimento di liberazione, è sulla stessa falsariga. Il racconto prende le mosse dal 2 maggio, quando dovette recarsi a Basovizza per officiare il funerale di alcuni partigiani e in quell’occasione scorse in un campo vicino circa 150 civili che “dalle facce si vedeva erano impiegati della questura”. Don Scheck racconta che sebbene la po-

polazione locale volesse farsi giustizia da sè, gli ufficiali della IV Armata lo impedirono, “in quanto si doveva svolgere un processo

204/431. 81 \WO 204/431. 80

\WO

54

regolare alla presenza di tutta la gente del posto”. Si trattò di una messinscena, una prassi rievocativa dei cosiddetti “processi di Mosca”, in cui l’umiliazione, le sevizie e l’assurda autoaccusa precedevano la condanna a morte del prigioniero. Sebbene nella Venezia Giulia abbia prevalso una persecuzione extragiudiziale, nei casi in cui si era svolto un processo, erano

spesso stati falsati i fatti per giustificare l’immancabile sentenza di morte. Questa la testimonianza

di Don Scheck:

“Non appena veniva rivolta una domanda agli imputati, quattro o cinque donne presenti si scagliavano contro, incolpandoli di aver ucciso o torturato

uno dei loro parenti o di avergli bruciato la casa. L’imputato

era picchiato,

finiva sempre

con l’ammettere

il reato

di cui veniva ac-

cusato e quasi sempre veniva emessa una sentenza di morte; tuttavia anche chi non era condannato a morte lo si lasciava assieme agli altri imputati. Tutti i civili del gruppo vennero freddati con una scarica di mitragliatrice da un gruppo di partigiani e dopo, siccome non c'erano bare, furono

buttati

nella foiba di Basovizza”®?.

Insomma al di sopra di ogni legge c’erano i partigiani che rila carica di giudice, avvocato e coprivano contemporaneamente boia, “chiusi nella loro monade di follia ideologica-giudiziaria”, come ebbe a dire più tardi Leonardo Sciascia a proposito dei bri-

gatisti che giustiziavano vittime innocenti. Il sacerdote continua il suo racconto riferendo come il giorno dopo tornò nuovamente

a Basovizza e vide nello stesso posto cir-

ca 250-300 persone: a parte una quarantina di soldati tedeschi, della questura, arrestati a Trieste erano tutti civili, probabilmente durante i primi giorni dell’occupazione jugoslava. Il parroco negò

di aver amministrato loro gli ultimi sacramenti, come affermato invece da don Malalan, perché tanto, come egli stesso ammise, “non ne sarebbe valsa la pena”. 82 \WO

204/431. 55

Le testimonianze

sugli eventi svoltisi

a Basovizza

sono le uni-

che così circostanziate in possesso degli Alleati. Quello che emerge da tali deposizioni è un torbido abisso di disprezzo verso le vittime, che induce a riflettere sull’agghiacciante intenzionalità politica di questi crimini e sul prezzo da pagare per la realizzazio-

ne dell’utopia dato che, come scriveva Arthur Koestler nella sua sintesi del dramma

comunista

dal titolo Buio a mezzogiorno,

“il

movimento era senza scrupoli: fluiva alla sua meta, imperturbabile, e deponeva i corpi degli annegati nelle curve del suo corso. Il suo corso era pieno di curve e di anse [...]. E chiunque non avesse seguito

le sue tortuosità

era ributtato

sulla riva, perché

inoltre

che

questa era la sua legge”, Dalle varie

deposizioni

risulta

spesso giudizio ed esecuzione ralmente.

| processi,

evidente

molto

della pena coincidevano tempo-

sia che fossero

condotti

dai partigiani

sia

dai regolari della IV Armata, non sprecavano tempo per commisurare la punizione al reato commesso ed erano solo una farsa inscenata per dare una parvenza di legalità all’immancabile sentenza di morte: le accuse

mosse agli imputati

erano infatti prive

di riscontri che si possano ritenere attendibili. Il dossier alleato contiene anche le fotografie di cadaveri estratti dalle foibe per iniziativa italiana. l’autore del resoconto specifica che “dalle immagini è possibile notare che tutti hanno le mani legate e sebbene

ciò non dimostri

che le vittime fossero

ancora vive al momento dell’infoibamento, le foto assieme alle testimonianze raccolte costituiscono tuttavia una prova inconfutabile dei crimini commessi”. L’investigazione prosegue affermando che senza alcun dubbio durante il periodo di occupazione jugoslava di Trieste e dintorni, molte migliaia di persone vennero fisicamente eliminate ed in tutte le foibe più grandi, tra le quasi 2.000 esistenti in tutta la Venezia Giulia, si potevano 3 A. Koestler, Buio

a

mezzogiorno,

rinvenire

delle salme.

(Milano, Mondadori, 56

2010), p. 64.

Come gia detto, alla foiba di Basovizza l’indagine alleata dedicò uno speciale approfondimento. In un altro fascicolo vi si legge che fra il 3 ed il 7 maggio 1945 venne usata per l’eliminazione degli italiani. Tre testimoni oculari dichiararono che gruppi di 100200 persone erano stati buttati nella cavità. Alle vittime venne ordinato di saltare attraverso l’apertura della foiba (larga poco più di 3 metri e mezzo) e chi fosse riuscito a passare sull’altra sponda avrebbe avuto salva la vita. | testimoni riferiscono però che, nonostante alcuni prigionieri vi fossero riusciti, più tardi vennero comunque fucilati e infoibati. Un commissario jugoslavo avrebbe affermato che più di 500 persone sarebbero state gettate vive nella foiba, seguite da circa 150 tedeschi morti in combattimento nei giorni precedenti. Prima di gettare dell’esplosivo, i partigiani buttarono anche 15 cavalli morti. Il documento alleato riporta inoltre il commento di un’anziana donna, la quale sottoli-

neò come fosse stato un gran peccato sprecare tutti quei vestiti: avrebbero infatti dovuto spogliare i fascisti prima di infoibarli®2. | documenti conservati agli Archivi di Stato britannici, per quanto dettagliati, non riportano però la notizia dell’esumazione da Basovizza

di 23 soldati

neozelandesi,

come affermato da Padre Flaminio Rocchi e da Gaetano La Pernas®°. Gli Alleati erano al

corrente della voce che circolava sulla sparizione di questi soldati, tanto che un ufficiale del Foreign Office aveva fatto notare che il quartier generale alleato avrebbe dovuto sapere se dei militi neozelandesi

mancavano

all’appello*5, tuttavia

la foiba non aveva

restituito alcun resto che potesse rappresentare un indizio concreto. Un telegramma di Broad al ministero degli esteri inglese confermava che nonostante fossero state svolte delle indagini 84 WO

204/431, Allegato A.

85 F, Rocchi, L’esodo dei 350mila giuliani, fiumani e dalmati,

(Roma, Difesa Adriatica, 1998), p. 66; G. La Perna, Pola-Istria-Fiume 1943-1945. La lenta agonia di un lembo d’italia, (Milano, Mursia, 1993), pp. 328-329. 86

FO 371/48953/R

15761/15263/92,

15 settembre 57

1945.

presso le autorità militari e civili, tale diceria non aveva trovato alcun riscontro”, così come venne smentita dal Comando Supre-

mo Alleato la notizia pubblicata dalla stampa italiana secondo la quale dalla foiba di Basovizza sarebbero stati estratti un numero elevato di cadaveri. Segue poi un elenco delle foibe usate dagli jugoslavi per le liquidazioni. Oltre a quella più famosa a Basovizza, sono elencate quella di Racia vicino a Lanischie, Gollac, Scadaiscina, Corgnale, Valle di Rosandra, Baccia, Castelnuovo d'Arsia, Porta Meresego

e le altre citate successivamente. Secondo due testimoni, nella foiba di Bertarelli furono gettate dai partigiani jugoslavi migliaia di persone;

un ruscello sotterraneo

che forniva

il paese

di Pin-

guente passava attraverso l’omonima foiba ed i cadaveri buttati nel pozzo ne inquinarono l’acqua; vi sono testimoni oculari anche per la foiba di Scadaiscina i quali riferirono che molte perso-

ne, dopo esser state torturate, furono costrette a saltare dentro: ad alcuni di loro vennero cavati gli occhi con la scusa che, “non riuscendo a vedere, non avrebbero avuto paura di gettarsi dentro alla cavità”. L’odore proveniente dalla foiba di Casserova, vicino

a Obrovo, dove si diceva vi fossero 6.000 salme, era così insopportabile che si dovette chiuderne l’ingresso con dell’esplosivo; nella foiba di Opicina invece i rapporti dicono che furono buttati dei tedeschi feriti”. La foiba, specifica la nota, è profonda 122 metri, di cui i primi 115 sono dritti, mentre la parte terminale si apre sul lato ovest di una dolina. A 60 metri di profondità si

avverte un odore di cadavere, sebbene nulla. Tuttavia quando

non si riesca a scorgere

due vigili del fuoco scesero

in una picco-

la caverna laterale, c’era una gamba senza piede, separata dal resto del corpo, che sporgeva

tra le pietre. Alcuni metri più in

57 FO

5 ottobre 1945.

371/48953/R 17048/15263/92, 58 WO 204/2191, 4 agosto 1945. 59

WO 204/431, Allegato B. 58

basso venne rinvenuto il primo cadavere di un soldato tedesco, con la testa irriconoscibile a causa dell’impatto al suolo che ne aveva sfracellato il volto; la mano destra, ormai priva di carne, presentava le ossa intere, ed era ancora attaccata al braccio, però mancava la sinistra, probabilmente rottasi per la caduta. ll busto, ancora vestito, mostrava segni di colpi estremamente violenti. La piastrina di riconoscimento portava il nome di un certo Stefan Langlechner.

Tornando

al fondo della foiba, i due vigili scavarono

con le mani e rinvennero subito resti di corpi umani che si ritenne appartenuti a tre persone: gli arti erano ancora macchiati di sangue, le mani legate assieme da un filo elettrico, i polsi senza carne. E poi una gamba col piede, pelle e unghie ancora intatti,

un femore spezzato. L'individuazione

del pozzo fu resa possibile grazie alla deposi-

zione di un testimone oculare che era stato costretto dalle truppe di Tito a trasportare le vittime con il proprio camion. l’uomo dichiarò: “Il trasporto

venne effettuato

molte volte. Ho potuto

osservare

di per-

sona che quei feriti pensavano di esser portati in un ospedale da campo. Fecero del loro meglio per scendere in fretta dal camion [...] Ho visto il sorriso sui loro volti, ho udito i sospiri di sollievo all’idea di trovare assistenza e ristoro, fiduciosi delle leggi internazionali. All’improvviso il terrore si dipinse sui volti quando il primo di loro venne fucilato sul bordo della foiba. ll terribile massacro culminò con la caduta causata in

parte dagli spari, in parte dagli spintoni e dai calci sferrati dagli assassini. Non sono in grado di dire se fossero tutti tedeschi”.

Come riportato dal Comitato clandestino degli esuli istriani“, %0

\WO

204/431, Allegato B.

! Gli Alleati erano al corrente che una parte della popolazione italiana in Istria aveva formato

un “Comitato

clandestino

degli esuli istriani”, il cui motto era

“Meglio la morte che la schiavitù”. Il comitato si prefiggeva la restituzione all’Italia di quelle aree istriane a prevalenza italiana, stampava a buona tiratura un giornale clandestino, ‘Grido dell’Istria’, ed aveva anche una stazione radio ‘La voce della Venezia Giulia’ che trasmetteva due volte al giorno.

59

lo stillicidio di violenze contro gli italiani stava continuando momento

della stesura

del documento.

al

Nella foiba a Sant’Ele-

na di Pisino c'erano almeno 40 italiani catturati di notte a Pisino Vecchia verso la metà d’agosto; 17 civili erano stati portati verso la foiba di Albona e la notte seguente altri 15, tra cui un certo

Antonio Gasto di San Domenico di Albona e Giacomo Nacinovic. Si riteneva

inoltre che le foibe di Pozzo Littorio, Rependa,

Vines,

Vetua, Santa Caterina di Padena dovessero esser piene di salme perché la gente del posto di notte sentiva urla frammiste a spari. Le scrittrici Anna Maria Mori e Nelida Milani ricordano cheii civili continuavano a scomparire misteriosamente dalle loro case per non farvi più ritorno. Quando i congiunti cercavano di raccogliere informazioni, venivano mandati via dalle autorità: aumentava così il senso di insicurezza sociale. Le voci che circolavano

erano agghiaccianti e sebbene alcuni decenni dopo i quotidiani locali avrebbero elencato i luoghi della sparizione, avevano già identificati uno a uno: “[l contadini]

raccontarono

che a lungo avevano sentito

i contadini

provenire

li

dalle

viscere della terra richiami e invocazioni d’aiuto, i gemiti della troppo lunga agonia di coloro che erano rimasti vivi e anelavano ancora alla vita pur nel terrore della fine certa, terrore che si concludeva con il

rantolo della morte””?,

Le stragi compiute dalle autorità popolari jugoslave per ven-

detta e punizione verso il passato regime fascista, per odio di classe e fanatismo rivoluzionario svolsero un ruolo preponderante nell’eliminazione di eventuali opinioni o politiche di dissenso e, proprio perché le vittime non erano tutti criminali di guerra, contribuirono

a generare

una psicosi tra gli italiani: ciò che veni-

va punita con la morte non era l’eventuale colpa individuale, ma la colpa collettiva. N.

Milani, A. M. Mori, Bora, (Milano, Frassinelli, 2005), p. 118. 60

La necessità

di controllare la Venezia Giulia e di combattere lo strato borghese fecero quindi passare in secondo piano eventuali dubbi sul modo di agire degli apparati comunisti, così che il fine giustificava i mezzi. Di qui l’importanza delle menzogne per dissimulare crimini e misfatti e per imporre l’accettazione fideistica della rivoluzione e del nuovo ordine.

Cherso, Lussino e Zara Il 27 luglio 1945 Renato Prunas, ministro degli esteri italiano,

contattò l'ambasciata britannica a Roma per denunciare la situazione delle isole di Cherso e Lussino dopo l’occupazione jugoslava. Lamento il fatto che malgrado le promesse iniziali, le autorità civili e militari jugoslave, che avevano precedentemente garantito alla popolazione la piena libertà ed il rispetto della proprietà

privata, avevano in realtà preso tutte le misure che rivelavano invece la chiara intenzione di rimuovere tutte le tracce di italianità e di slavizzare le due isole nel minor tempo possibile. Molti italiani vennero fatti prigionieri, deportati, le loro abitazioni

saccheggiate e requisite. Nonostante la comprovata nazionalità americana, furono arrestati anche un soldato della V Armata di nome Linardich che si trovava in congedo per far visita a dei pa-

renti

a

Neresine ed un cittadino statunitense, George Balchelder

di Boston, prelevato al posto della moglie, gravemente malata, ma in seguito lasciato libero. Dopo il rilascio, la moglie venne subito arrestata e deportata in una località sconosciuta, mentre il consorte fu posto sotto stretta sorveglianza in modo che non potesse comunicare con le autorità competenti. Tutti i prigionieri furono traslati nell’isola di Veglia e poi da lì in un campo di concentramento all’interno della Croazia.

Ad eccezione di quei funzionari che si dichiararono di “sentimenti slavi”, gli altri impiegati italiani vennero sostituiti da jugoslavi che arrivarono nei convogli delle truppe. Le scuole furono

61

chiuse prima della fine dell’anno scolastico e venne attuata una massiccia propaganda per avere il maggior numero di iscrizioni alla scuola slava. Sotto la minaccia di sanzioni, furono chiamate alle armi le classi dal 1900 al 1927 e poi i soldati vennero fatti passare per volontari dell’esercito jugoslavo. Critiche erano la situazione alimentare e sanitaria, quest’ultima anche per mancanza di medici, la maggior parte dei quali erano stati costretti a lasciare le isole”. Il 20 settembre

Ernest Bevin, all’epoca

ministro

del servizio nazionale, ricevette un telegramma Liberazione di Cherso: “in nome della libertà

e della giustizia

gli abitanti

dal Comitato di

dell’isola di Cher-

so, non essendo

mai stati sotto il giogo slavo, implorano

dall’intollerabile

oppressione

jugoslava

del lavoro e

la liberazione

e la ricongiunzione

con l’Italia

e il mondo occidentale democratico”.

l’accorato messaggio fu seguito a quattro giorni di distanza da un altro disperato appello inviato dal Comitato di Liberazione di Lussino: “Gli abitanti

di Lussino considererebbero

immeritata,

oltre che un’offesa alla loro alta civiltà, se venissero

sotto il giogo jugoslavo.

Riponiamo

una punizione

intollerabile

e

lasciati

la nostra fiducia sul vostro alto sen-

So di giustizia e libertà con cui vi imploriamo di non abbandonarci”®5.

La stessa angoscia traspare dal testo di una petizione redatta

dal Comitato di Assistenza Italiani della Dalmazia che raccoman3 FO 371/48951/R 15544/15199/92, 27 luglio 1945. * FO 371/48951/R 16053/15199/92, telegramma ricevuto il 20 settembre 1945,

” O 371/48951/R

16286/15199/92,

telegramma

1945.

62

ricevuto il 24 settembre

dava al generale Dunlop il futuro di Zara, città martoriata da ben

cinquantaquattro bombardamenti tra il novembre 1943-1944, “Subito dopo l'incursione aerea del 16 dicembre 1943 la città è divenuta inabitabile ed infetta, pertanto molti abitanti si sono visti costretti a cercare rifugio nei dintorni, già controllati dai partigiani jugoslavi. Quasi immediatamente di Umberto

sono iniziati i rapimenti e gli assassinii (come quelli

Livich, Nino Terboievich,

Antonio

Cattlich, di un certo

Ba-

gozzi e della famiglia Ticina) e atti di rappresaglia contro gli zaratini che hanno

iniziato ad evacuare

verso l’Italia del nord [...] a bordo del San-

sego, mentre Bari è divenuta una destinazione

impraticabile non solo

a causa del rigido inverno del 1943-1944 e della mancanza di trasporti, ma anche perché gli aerei tedeschi mitragliano persino le barche a vela che da Zara navigano in direzioni diverse da Trieste. Circa 10.000 persone tra operai, impiegati provinciali e statali, commercianti, industriali, liberi professionisti e proprietari terrieri hanno perso tutto ciò che avevano e, giunti in Italia, hanno dovuto nascondersi dai fascisti [...].

|

Comitati

di Assistenza

sia dai tedeschi sia

di Venezia e Trieste, che all’ini-

zio hanno offerto aiuto ai rifugiati, il 30 giugno hanno esaurito i fondi, pertanto i profughi si trovano lasciati a se stessi, senza lavoro e senza alcun tipo di protezione o sostegno, respinti da città e paesi con il pretesto assai opinabile che non ci sono mezzi di sostentamento. Un loro rientro a Zara si pone fuori discussione in quanto ad oggi i circa 4.000 cittadini rimasti in città sono stati soggetti a disumane persecuzioni da parte di Tito: uno stratagemma

machiavellico che anticipa il plebiscito

con cui il maresciallo estorcerà Zara [all’Italia]””?.

Sempre lo stesso giorno il Comitato d’Assistenza inviò una % Vale la pena ricordare che l’intensità e la frequenza delle incursioni alleate su Zara, che continuarono anche quando la città era ormai quasi del tutto impraticabile, fecero sorgere il sospetto che gli jugoslavi avessero indicato Zara come obiettivo

strategico,

in maniera

carta una città preminentemente 97?

FO

tale che gli Alleati cancellassero

italiana, quindi estremamente

371/48951/R 17043/15199/92, 21 luglio 1945. 63

dalla

scomoda.

petizione anche al generale Alexander e, usando un tono simile al documento spedito a Dunlop, riporta come la città fu “sottoposta a condizioni intollerabili dalle forze partigiane di Tito che [avevano] istituito un regime del terrore, perseguitando indiscriminatamente tutti gli italiani con l’accusa di fascismo, anche se in realtà si trattava di cittadini innocenti, colpevoli solo di fedeltà alla madrepatria”. Il quadro che emerge dalla missiva è tragicamente

altre testimonianze:

simile ad vi si parla infatti di eccidi, coscrizioni obbli-

gatorie di italiani nelle fila dell’esercito

jugoslavo,

confisca di beni

e proprietà, distruzione di monumenti, incendi di archivi e biblioteche. Il Comitato auspicava dunque che le forze Alleate estendessero a Zara e alla sua provincia le condizioni dell’accordo stipulato tra il governo di Tito e le Nazioni Unite che prevedeva il diretto controllo alleato per la Venezia Giulia, il rilascio di prigionieri e deportati

civili e la restituzione

Le due lettere vennero corredate

delle proprietà

confiscate.

da un lungo e dettagliato

rapporto” per il commissario regionale del GMA, il Governo Militare Alleato nella Venezia Giulia, relazione da cui emerge un

ritratto a tutto tondo degli eventi di Zara e della sorte capitata ai suoi abitanti di nazionalità italiana. Vi si legge come durante il periodo dell’occupazione nazista, la cooperazione tra zaratini, autorità

e forze dell’ordine

da un lato e partigiani

jugoslavi

dall'altro divenne sempre più intensa. Ai guerriglieri vennero fornite armi, munizioni, vestiti, denaro e vettovaglie in grande quantità, mentre a prigionieri italiani e partigiani vennero rilasciate carte d'identità false, il tutto con l’intenzione e la speranza che una tale collaborazione avrebbe accelerato la fine della dominazione tedesca della città. La stretta sorveglianza nazista rendeva estremamente

difficili le sopracitate

iniziative che vennero

molto

Spesso scoperte e pagate a caro prezzo in quanto ne conseguivano rastrellamenti, arresti e fucilazioni. | partigiani nella persona 8 FO 371/48951/R 17043/15199/92,

Also at Zara Justice is Expected. 64

del comandante slavo diedero a Trafficanti, maggiore dei Carabinieri, assicurazione formale che a liberazione avvenuta, a Zara ogni partito di qualunque nazionalità avrebbe potuto issare la

propria bandiera, e la protezione dell’ordine pubblico sarebbe stata affidata ai Carabinieri e l’amministrazione

civile agli italiani.

Al momento della capitolazione tedesca fece seguito però l’amaro disinganno:

ai Carabinieri responsabili

curezza e di protezione

urbana

venne

dei servizi di si-

ordinato

di recarsi a Boccagnazzo, dove furono disarmati e arrestati. Nella notte tra il 31 ottobre ed il 1° novembre il comandante partigiano s’impossessò

della città in aperta contraddizione cedenza. Come già avvenuto

con quanto promesso in pre-

in molte località

della Venezia Giulia in-

vestite dal tornado della violenza, si rese necessario epurare anche la società zaratina dagli italiani, in una sorta di “darwinismo sociale” raggiunto con esito. L’ansia di realizzare una nuova società portò allo scioglimento del Comitato di Salute Pubblica e alla creazione del Gradski Oslobodilacki Odbor, il Comitato poche procedette all’arresto di cittadini sia originari di Zara sia regnicoli. Il resoconto riporta come tra i detenuti polare

cittadino,

vi furono lo stesso Trafficanti, maggiore dei Carabinieri ed altri militari alcuni dei quali vennero fuciliati, mentre altri italiani, come gli imprenditori Pietro e Nicolò Luxardo e molti altri (circa 400 in tutto), scomparvero nel nulla. Anche altri industriali furono arrestati come ad esempio i fratelli Tolja, due dei quali cittadini americani, che erano stati in precedenza fermati dai fascisti con l’accusa di essere sostenitori dei partigiani sloveni. Nel frattempoi carabinieri, i militari e molti altri cittadini furono catturati, trattati disumanamente e spesso picchiati senza motivo, trasportati nel comune di Zemonico dove vennero costretti a svolgere lavori di rettifica all’aeroporto. Pare significativo che durante la visita di una °° Nel 1910 il sociologo Jacques Novicow paragonò marxista

ad un darwinismo

lo scontro di classe

sociale e alla sua lotta delle razze, che portò alla

“sopravvivenza del più atto”. 65

Commissione Alleata, giunta all’aeroporto alcuni giorni dopo il loro internamento, tutti i prigionieri vennero debitamente nascosti. Tra il 7 e l’8 novembre circa 20 poliziotti e 25 civili confinati nella caserma Vittorio Veneto furono trasportati vicino all’isola di

Ugliano, condotti per un sentiero che terminava in un precipizio a picco sul mare e ivi massacrati.

Uno dei poliziotti, un certo Ni-

gro, riuscì a prendere una pistola ad un partigiano e nello scontro che ne conseguì alcuni si gettarono in mare: solo uno di essi riuscì a fuggire, mentre tutti gli altri vennero uccisi. Il documento riporta inoltre una lunga lista di nomi di italiani giustiziati, segnalando che ve ne furono molti altri di cui non risultò impossibile. si conosceva il nome e la cui identificazione Gli agenti di Tito distrussero deliberatamente i registri cittadini,

prova inconfutabile

della composizione

etnica degli abitanti, e

l’OZNA, la polizia segreta partigiana, con i suoi metodi preventivi e repressivi ripuli il territorio facendo sparire gli arrestati. |

superstiti vennero trattati molto duramente, esclusi da tutte le distribuzioni di alimenti provenienti dagli Alleati o dall’UNRRA:, Indipendentemente dallo strato sociale di appartenenza, dall’età o dalle condizioni fisiche, chi voleva vivere, doveva lavorare per i partigiani che, avendo abolito tutti gli stipendi, pagavano

le prestazioni con un solo chilo di farina al giorno. Dopo che le lire furono

ritirate

dalla circolazione

e sostituite

con le kune, il

baratto divenne la base di ogni transazione: in questo modo i contadini del circondario entrarono in possesso della maggior parte dell’arredamento degli abitanti della città che dovettero 1° FO 371/48951/R 17043/15199/92, Also at Zara Justice is Expected. ‘1 L’acronimo UNRRA sta per United Nations Relief and Rehabilitation Administration, che significa Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso alla popolazione e la Ricostruzione del territorio. Fu un ente creato nel 1943 con lo scopo di pianificare e dare immediata, concreta assistenza ai paesi particolarmente colpiti dal secondo conflitto mondiale, al fine di favorirne la ricostruzione.

L’UNRRA forniva

dunque

assistenza

medica,

alimenti,

abbigliamento, carburante e altri generi di prima necessità. Entro la fine del 1946 l’Italia ricevette

134 milioni di dollari in aiuti diretti, 520 milioni di dollari

in assistenza e 507 milioni di dollari in soccorsi d'emergenza. 66

scambiarlo con viveri necessari alla sopravvivenza. Sebbene a Zara vi fossero molti americani ed inglesi, gli italiani non poterono ricorrere al loro aiuto perché chi vi si rivolgeva veniva picchiato ed imprigionato dai partigiani. Esemplificativo il caso di una madre di sette figli, vedova di un certo Gildo Costa, la quale dopo aver chiesto ed ottenuto del cibo dagli inglesi, venne presa dai partigiani e buttata in mare assieme alle vivande ricevute: prima la condanna alla fame, poi l’orrenda punizione a scopo dimostrativo, molto più efficace di mille intimidazioni, volta a distruggere la socialità e la speranza di ricevere aiuto dagli altri. In questo contesto di barbarie sistematica, la repressione investì anche la Chiesa, il cui secolare radicamento nel tessuto sociale rappresentava un ostacolo al controllo del potere di Tito. Pertanto i parroci di Cerno e Lagosta vennero fatti sparire, men-

tre le Sorelle della Carità, che si adoperavano come infermiere all’ospedale provinciale, furono espulse dopo esser state private delle loro proprietà. Questi non furono episodi isolati: anche in altre zone della Venezia Giulia il clero venne eliminato in quanto concorrente ideologico e spirituale. A Gorizia, ad esempio, il dottor Edoardo Fabiani, che prestava servizio presso i Carabinieri Reali in qualità di assistente sanitario, riferisce: “|| clero è stato ferocemente perseguitato. Il reverendo Marcotti, arcivescovo della città, è stato oppresso e minacciato in tal modo che ne ha parlato persino la Radio Vaticana. Molti preti sono stati arrestati: il 10 giugno 1945 ce n'erano dieci nella prigione di Aidussina”!°*.

Di pari passo con l’eliminazione fisica degli italiani di Zara av-

venne anche la distruzione di ciò che era rimasto dopo i bombardamenti, cioè qualunque prova del carattere eminentemente

italiano della città, come dimostrato dalle vestigia storiche ed artistiche. Fu così che vennero rimosse in modo sistematico inse-

102

WO 204/430. 67

gne di negozi, indicazioni di piazze e strade, stemmi gentilizi che adornavano la facciata dei palazzi semidistrutti appartenuti alle antiche famiglie zaratine,

i leoni marciani

posti sui monumenti

e

sulle porte della città, ricordo dei secoli di dominio della Serenissima.

Il redattore del rapporto riferisce che se l'incendio della biblioteca dell’Università di Napoli viene annoverato come un vergognoso attentato nazista alla civiltà, “i titini non vollero esser da meno quando a Zara distrussero tutti i libri italiani che riuscirono a trovare fra le macerie, tra i quali anche volumi rari e insostituibili degli archivi del comune che ricostruivano la storia dalmata”. Fu dunque uno dei numerosi episodi tipici di jacquerie, come affermato da molti, o si trattò piuttosto di un intento ben preciso da parte di Tito di attuare quella che George Orwell definiva “la mutabilità del passato”, annientando qualunque prova tangibile di ciò che fu? Ovvero, “se il Partito poteva ficcare le mani nel passato e dire di questo o quell’avvenimento che non era mai accaduto”, rifletteva

il famoso

scrittore

inglese, “[...] e se tutti quanti

accettavano la menzogna imposta dal Partito, se tutti documenti raccontavano la stessa favola, ecco che la menzogna diventava un fatto storico, quindi vera”. i

La distruzione

dei libri zaratini non può non riportare

alla me-

moria, oltre all’esempio di Napoli, altri scempi ed incendi storici: da quello con cui il califfo Omar distrusse la biblioteca di Alessandria d'Egitto a quello che si svolse di fronte all’Università di Berlino, il 10 maggio 1933, in cui gli stessi studenti sotto la regia di Gòbbels, ministro della propaganda, epurarono le opere considerate avverse allo spirito germanico. È dunque noto che la storia è costellata da episodi di distruzione di libri, atti ad estinguere la storia, l’identità, la libertà di pensiero, l’individualità: già nel 1644 John Milton, raffinato poeta e uomo di lettere inglese, nel suo trattato polemico Areopagitica, scagliandosi contro la 3 G. Orwell, 1984, (Milano, Mondadori, 2000), p. 37. 68

censura, scriveva che eliminare un buon libro equivale ad uccidere non solo un essere umano, ma la ragione stessa. Pertanto non

è un caso fortuito che le dittature si macchino di questo crimine

dalla forte valenza simbolica. Ogni tentativo di annientamento fisico di un popolo, passa dunque necessariamente per la via della eradicazione della sua cultura e della sua storia, in modo da imprimere la dottrina politica desiderata ed organizzare il consenso

da raggiungere a tutti i costi.

Come presso altri regimi totalitari,

anche in quello titino le

effettive o eventuali divergenze ideologiche e politiche legittimarono la violenza, la sopraffazione

e la spoliazione del nemico per

sottrargli beni e territori, inserendole in un contesto che trovava alimento dalla palingenesi rivoluzionaria, la quale a sua volta autorizzava qualunque

atto, compresa

la manipolazione

del passa-

to e dell'identità etnica. Il risultato che ne conseguì è narrato in un piccolo libro, Una valigia di cartone, in cui Nelida Milani, oggi docente universitaria e all’epoca testimone degli eventi, racconta come la grande storia scompigliò la vita della gente minuta che, come fogli di carta sparsi dal vento, fu costretta alla condanna della scelta inevitabile: o l’esodo o la permanenza in luoghi contrassegnati dalla nuova lingua e abitati dai fantasmi di un passato falsificato dai nuovi padroni: “All’esodo, eterno punto di riferimento, quello che separa il prima dal dopo, sono seguiti l’impreparazione al destino che ci ha colti, la morte delle cose, la desertificazione della vita, solo parole dell'altra lingua, parole che occupano tutto lo spazio sociale. [...] Tutta la città nuova è codificata nell’altra lingua, però, nella parte vecchia gli anziani hanno memoria della cittadina precedente, punto per punto, nella successione delle case lungo le vie, e delle porte e delle finestre nelle case, una partitura musicale in cui non si può spostare o cambiare alcuna scritta stinta” 104,

104

N. Milani, Una valigia di cartone,

(Palermo,

69

Sellerio, 1992), pp. 94-95.

Altri tratti salienti che a Zara caratterizzarono la presa del potere da parte jugoslava furono requisizioni, ruberie e la presa di possesso sistematica di tutto ciò che rappresentava il vecchio potere. | pochi uffici italiani ancora esistenti nella città vennero soppressi, i documenti bruciati, denaro e oggetti di valore confiscati. | titini si appropriarono indebitamente di circa cinque milioni di lire della Banca d’Italia - continua il documento alleato - due milioni

e

mezzo di lire e 150 milioni di kune della Prefettura,

un mi-

lione e mezzo del Comune. Le imprese edili di Carpi e Ravenna, che avevano i propri cantieri a Zara, furono derubate di tutti i materiali, mentre le fabbriche di liquori, tutte ancora funzionanti, ed i cantieri navali vennero

requisiti°,

Anna Maria Mori e Nelida Milani raccontano le variegate modalità della violenza e di come i cosiddetti “liberatori” della Venezia Giulia si considerassero

casni ljudi, ovvero uomini d'onore,

che avevano smesso di irrompere

nelle case prelevandone gli abitanti, dato che erano ormai passati ad impossessarsi di quelle

case e di quelle terre. Durante la guerra di liberazione contro il nazifascismo

gli jugoslavi adottarono

metodi uguali, se non peg-

giori, a quelli usati dai dominatori fascisti dai quali si ritenevano così diversi; riuscirono a divulgare un autoritratto di redentori dall’oppressione del passato, anche se loro stessi stavano calpestando i diritti umani, distorcendo i fatti storici e imbrigliando le menti. Non a caso Albert Camus nel suo L’uomo in rivolta scrive-

va che “l’intera storia degli uomini, altro non è se non una lunga lotta a morte, per la conquista del prestigio universale e della potenza assoluta. È in se stessa imperialista”. Potere e controllo, dunque,

in nome della libertà che, come

diceva lo scrittore

algerino, “è al principio di tutte le rivoluzioni. [...] Senza di essa, la giustizia sembra inimmaginabile, eppure viene il momento

‘°° FO

371/48951/R 17043/15199/92,

Also at Zara Justice is Expected.

‘°° A. Camus, L'uomo in rivolta, (Milano, Bompiani, 2009), p. 157. 70

che la giustizia esige la sospensione colo o grande,

viene allora a coronare

della libertà. Il terrore, picla rivoluzione.

[...] Questa

contraddizione se sia inevitabile, e caratterizzi oppure tradisca il valore della rivolta, è l’interrogativo che si pone a proposito della rivoluzione” 1°. Ed ecco che la tempesta rivoltosa scatenò una repressione che ricorse a varie modalità tra cui la costante intimidazione, potenziale anticamera del terrore e parte integrante della storia moderna. In tal modo la società di sentimenti italiani venne calata in quella che lo storico ceco Karel Kaplan chiama “la psicologia della paura, concepita come fattore di stabilità del regime” 108, Non stupisce pertanto che durante le prime domeniche di occupazione ai cittadini riuniti in piazza venne intimato di non mostrare sentimenti filoitaliani perché Zara “era sempre stata e sempre sarebbe rimasta croata”'”. Dopo il proclama d’annessione della città alla Croazia ratificata dall’AVNO., il Consiglio antifascista per la liberazione della Jugoslavia, le nuove autorità proibirono a coloro nati a Zara di andarsene, in quanto erano considerati di razza slava e pertanto cittadini jugoslavi, anche se ciò era in contrasto con ogni legge di diritto internazionale secondo cui, in base al trattato di Rapallo, Zara era ancora politicamente e giuridicamente italiana. Gli zaratini di età compresatra i 18 el 35 anni furono dunque chiamati alle armi, arruolati nell’esercito partigiano e mandati al fronte. Le dure condizioni a cui gli italiani vennero sottoposti e le impressioni dei soldati tra le fila partigia-

ne sono descritte nello stesso documento alleato che riporta il contenuto

di lettere giunte clandestinamente

in Italia:

“Parecchi italiani sono stati costretti ad andare a combattere

107

al fronte

A. Camus, lIbid., p.121.

108 K, Kaplan,

citato

da K. Bartosek

in ‘Europa

centrale

e sudorientale’,

Courtois, I! libro nero del comunismo, (Milano, Mondadori, 1998), p. 388. 109

FO

371/48951/R 17043/15199/92, Also at Zara Justice is Expected. 71

S.

... Proprio oggi ho parlato con uno [...] riuscito a fuggire. Mi ha detto che era impossibile combattere con loro: non gli davano niente da mangiare, li facevano camminare scalzi e se anche avevano le scarpe gliele portavano via. Li disprezzavano, gli sputavano addosso, li chiamavano badogliani e traditori. Insomma se il governo italiano non reclamerà

gli italiani, molte

povere

madri piangeranno

per colpa dei

partigiani dalmati ...”. “| loro ideale non è la libertà del popolo. Quello che vogliono è che Zara diventi croata e noi italiani dobbiamo combattere per loro che combattono

contro

di noi. | partigiani

sono degli ignoranti

che ci umi-

liano sapendo che non possiamo fare niente ...”. “Noi pensiamo che l’Italia, la nostra santa madrepatria, non possa rinunciare ai propri figli lasciandoli a questa gente ...”11°,

A chi veniva permesso di lasciare la città, fu concesso di portare con sé solo un bagaglio tra i 5 ed i 10 chili, tutto il resto

veniva confiscato: documenti personali, denaro, persino le ricevute firmate dalle autorità jugoslave che certificavano il debito da loro contratto con aziende italiane locali da cui avevano ritirato materiale

non ancora

pagato.

Una delle ragioni per cui il

nuovo sistema voleva sbarazzarsi dei piccoli e grandi proprietari era per impossessarsi delle imprese. In tal modo, con un’opera di distruzione che mirava a non lasciare tracce e la paura mortale instillata nelle vittime,

la IV Armata jugoslava, l’OZNA e la Difesa il potere e il terrore a Zara.

popolare instaurarono Intanto il ministro degli esteri italiano Prunas aveva rinnovato l’appello di aiuto presso le ambasciate inglese e americana. Il 7 settembre 1945 aveva scritto nuovamente a Hopkinson spiegando la difficile situazione

in cui si trovava il governo italiano: da un

lato la mancanza di relazioni diplomatiche

tra Roma e Belgrado

0 FO 371/48951/R 17043/15199/92, Also at Zara Justice is Expected. 72

impediva una concertazione diretta tra i due paesi, dall’altro la Commissione Alleata non aveva la possibilità d’intervenire dato che i casi in questione avvenivano oltre la Linea Morgan, in territorio fuori della giurisdizione anglo-americana. Poiché però gli arresti

proseguivano

ed il trattamento

riservato

ai prigionie-

ri italiani era notoriamente crudele Prunas faceva presente che non era possibile aspettare che i consueti canali diplomatici riprendessero la loro attività e domandava che il governo di Sua Maestà autorizzasse la propria missione a Belgrado a prendere dei provvedimenti preventivi a favore degli italiani, Palazzo Chigi, dal 1922 al 1961 sede del Ministero degli Esteri,

ricevette rassicurazioni che le due ambasciate inglese e statunitense stavano già operando in tal senso, rammentando a Prunas che si erano interessate ed attivate in favore di alcuni casi segnalati, come quello del dottor Virgilio Rubini, di Petrucci, del generale Gian Carlo Re e dei loro compagni. Questo però fu tutto ciò che la richiesta italiana riuscì ad ottenere perché Hopkinson

dichiarò che non si poteva pretendere che l’ambasciata gestisse un numero elevato di casi. Si esortava pertanto il governo italiano a riprendere le relazioni con la Jugoslavia, sostenendo che

questa sarebbe stata la sola misura opportuna per affrontare e por rimedio alla situazione. La lettera si concludeva con un tono positivo: Hopkinson vi comunicava infatti in maniera strettamen-

te confidenziale che le ambasciate inglese e americana stavano comunque preparando una rimostranza al governo jugoslavo, con l’obiettivo di ottenere

la restituzione di tutti

i

deportati!!.

Coscrizioni obbligatorie Per quanto riguarda le coscrizioni obbligatorie, accuse respinte dagli jugoslavi, le autorità alleate non avevano dubbi che i 371/48951/R 17336/15199/92, 7 settembre 1945. 112 FO 371/48951/R 17336/15199/92, 12 settembre 1945. 111

FO

73

quadri slavo-comunisti avessero costretto alle armi tutti gli uomini in certe fasce d’età nella Venezia Giulia. Un annuncio di questo tipo fu pubblicato a Fiume il 5 maggio dal quotidiano ‘La voce del popolo’ che riportava un ordine emesso dal comandante jugoslavo, maggiore Antun Kargacin, il quale ingiungeva a tutti i medici, farmacisti, veterinari, autisti, meccanici e radio meccanici di arruolarsi nell’esercito jugoslavo. Chi non si fosse presentato,

sarebbe stato punito. Un annuncio simile venne pubblicato l’11 maggio: questa volta il maggiore Kargacin ordinò una leva delle classi dal 1900 al 1927 (quindi degli uomini di età compresa tra dalla professione svolta. A i 18 e i 45 anni), indipendentemente Gorizia un avviso del 4 maggio ordinava a tutti i medici di presentarsi all’Ufficio comunale

d’igiene in una certa data e a una certa

ora per farsi arruolare; un manifesto affisso in città notificava che la Croce Rossa slovena aveva assorbito dell’ente umanitario3. Sempre a Gorizia i coscritti presi tra la classe del 1896 a quella del 1928 e quindi

il 15 maggio le altre sedi erano comsi obbligava-

no alle armi anche gli uomini tra i 17 e i 49 anni; un ordine simile

era stato affisso alla periferia di Trieste, Gli anglo-americani ritenevano probabile che un certo numero di deportazioni

di istriani operata

dalla milizia jugoslava

fos-

se connesso con l’intenzione di arruolarli tra le forze del proprio esercito. Il 22 maggio il quartier generale alleato passò al quartier generale dell’VIII Armata la prova di un ordine di mobilitazione datato 14 maggio, in cui il 4° settore del comando cittadino di Trieste chiamava alle armi tutti gli uomini di età compresa tra i 17 ed i 50 anni. Quest’ordine tuttavia, precisa il documento alleato, non fu reso effettivo attraverso i canali ufficiali, anche se si veri-

ficarono comunque episodi di coscrizione obbligatoria effettuati casa per casa ed accompagnati da minacce. Invece nelle cittadine provinciali e rurali vennero usati dei banditori comunali che re371/48951/R 18438/15199/92, 19 ottobre 114 \WO 204/2297, 7 e 17 luglio 1945. 113

FO

74

1945.

sero nota la disposizione delle autorità leggendola ad alta voce nelle stradet!s, Prova indiscutibile di tali editti e ordini è, tra le altre, la documentazione che Philip Broad, dell’ufficio del ministro residente a Caserta, inviò al Foreign Office consistente nella minuta scritta a mano e nella bella copia battuta a macchina, da cui le Tipografie

Paternolli stamparono il proclama di coscrizione obbligatoria a

Gorizia emesso dalle autorità jugoslave il 1° maggio 1945. Il de-

creto ingiungeva quanto segue:

“Il Comando del Presidio Militare di Gorizia ordina la mobilitazione ge-

nerale dalla classe 1896 alla classe 1928 inclusa. Il Comando del Presidio Militare di Gorizia può oltre a ciò chiamare alle armi gli uomini che hanno oltrepassato i 50 anni, quelli che non hanno ancora raggiunto i 17 e tutte le donne necessarie per i vari lavori tecnici presso il Comando del Presidio Militare di Gorizia e i vari Comandi Distrettuali. Tutti gli abili alle armi che non risponderanno alla chiamata verranno considerati disertori e come tali saranno posti davanti al Tribunale Militare. Il Decreto concerne tutte le persone senza distinzione di nazionalità. Morte al fascismo Libertà ai popoli Il Commissario Politico Il Comandante Kuk Joze

Kumse Karl” 116

L’ambasciatore inglese a Belgrado contattò il governo jugoslaVo per chiedere ragione dei fatti e notificare che la mobilitazione degli abitanti di una zona occupata contravveniva il diritto internazionale e le clausole armistiziali siglate con l’Italia: la risposta che ricevette fu così palesemente falsa da avere del farsesco. A dispetto delle prove inconfutabili presentate dagli anglo-americani, il governo jugoslavo dichiarò infatti di non avere mai ordinato la coscrizione alla popolazione di Fiume, Gorizia, Pola e del 115

WO 204/12753,

116

FO 371/48951/R

3 agosto

1945.

20821/15199/92,

1° maggio

75

1945.

litorale istriano. Ammise tuttavia che durante tà jugoslave

avevano

aiutato

la popolazione

la guerra le uni-

della Venezia Giulia

nella lotta contro il nemico e tali unità, composte principalmente da gente del luogo, avevano invitato la popolazione ad unirsi a loro e che sia durante

il conflitto

sia dopo

la liberazione

della

regione, “alcuni comandi locali jugoslavi avevano per l'appunto invitato la popolazione a combattere al loro fianco perché ritenevano che la lotta contro il fascismo non fosse ancora terminata”. In tale opera di negazione e depistaggio, il governo di Belgrado sostenne

che alcuni dei comandanti

locali non avevano

compre-

so il cambiamento di stato della Venezia Giulia e per evitare qualunque cosa che potesse pregiudicare un accordo equo e pacifico con l’Italia, il 15 maggio il governo di Belgrado aveva emesso l’ordine per cui “a Trieste, Fiume, in Istria ed in altre aree della Venezia Giulia non si effettuasse alcuna coscrizione. Solo nel caso in cui dei volontari si fossero presentati all’esercito jugoslavo, in via straordinaria li si sarebbe potuti accettare e arruolare”1!?, La spiegazione fornita dal governo di Belgrado “non stava in piedi” di fronte alle prove esistenti, come annotarono Colville e Williams, funzionari del Foreign Office, e secondo Williams non

aveva nemmeno senso continuare

la corrispondenza

a tal pro-

posito.

Il Dipartimento di Stato ed il Ministero degli Esteri inglese concertarono!'? comunque di proseguire nell’azione contattando nuovamente

il ministro

degli esteri jugoslavo,

dichiarandosi insoddisfatti della spiegazione fornita da Belgrado, secondo la quale gli ordini di coscrizione erano semplicemente degli “inviti” alla

coscrizione volontaria, sorvolando di proposito sulle severissime misure che vi si minacciava sarebbero state adottate in caso di mancato arruolamento. Tuttavia il governo di Londra dichiarò di aver preso nota dei contrordini emessi dalle autorità jugoslave 371/48951/R 18353/15199/92, 25 ottobre 1945. 118 FO 371/48951/R 19775/15199/92, 22 novembre 1945. 117

FO

76

e si raccomandava affinché in futuro i comandi non andassero

oltre gli ordini ricevuti dall'alto’. Di ciò che accadde agli italiani che erano stati invece costretti ad arruolarsi nei mesi precedenti non venne fatta alcuna menzione. Il

dossier della commissione d’inchiesta A seguito di tanti indizi, prove e testimonianze

fu istituita dal quartier generale alleato una Commissione d’inchiesta, con il compito di far piena luce sui crimini nella Venezia Giulia. Il 18 agosto 1945 questa commissione compilò un rapporto!” che comprendeva gli eventi al confine italo-jugoslavo dal 1° maggio al 12 giugno 1945 e forniva ulteriori prove di accusa a carico degli jugoslavi. Venne infatti documentato che, in base alle stime fornite dal Comitato di Liberazione Nazionale della Venezia Giulia, nella sola provincia di Trieste nell’arco di tempo sopracitato furono arrestate 18.000 persone, di cui 8.000 vennero in segui-

to rilasciate, 4.000 sarebbero state uccise e 6.000 erano ancora

detenute; in quella di Gorizia tutte le 5.000 persone arrestate mancavano ancora all’appello; in Istria la stima degli scomparsi si aggirava attorno alle 50.000 persone e le stesse forze jugoslave che si stavano ritirando dal territorio occupato dagli Alleati avevano rapito un numero

imprecisato

di civili. Il documento riporta altresi che vi erano numerosissimi campi e che i principali si trovavano a Spalato, Sisak, di concentramento Vipacco, Borovnica, Prestane, Bistrizza, Ottelza, Lanzo e Cirqui-

nezza. l’intelligence era al corrente delle disperate condizioni in cui versavano

i prigionieri

in quei campi e che 41 italiani erano

morti o erano stati fucilati in quello di Borovnica. Segue un elenco dei luoghi di Trieste in cui gli jugoslavi compirono gli eccidi durante l’occupazione:

119

FO

371/ 48951/R 21051/15199/92, 28 novembre 1945.

WO 204/12753, 18 agosto 1945, Arrests, Deportations carried out by the Jugoslavs in Venezia Giulia. 120

77

and Executions

a) il crematorio di Sant'Anna, dove furono rinvenuti i cadaveri di 17 civili fucilati il

2 maggio.

Erano in avanzato stato di

decomposizione e ne fu impossibile l’identificazione. Dopo l’esumazione vennero seppelliti nel cimitero principale b) San Sabba, dove 84 persone furono uccise il 2 maggio dopo essersi dovute scavare la fossa; tra esse, oltre agli italiani, 15 erano soldati tedeschi c) il sistema fognario di Servola, dove vennero gettate cir-

ca 100 salme d) il cimitero di Trieste, dove in una fossa comune venne rinvenuto

un numero

incerto di vittime,

probabilmente

cir-

ca 2.000 tra fascisti e tedeschi e) il campo accanto al cortile della caserma di San Giovanni, dove un numero incerto di persone furono assassinate e seppellite f) vicino a Servola, dove diversi civili erano stati messi in

sacchi appesantiti da bombe e poi buttati in mare. Dal rapporto si evince che gli eccidi vennero compiuti non solo in città, ma anche nelle foibe circostanti, di cui le principali furono, oltre a quella già menzionata di Basovizza, quella di Racia, vicino a Lanischie, conosciuta col nome di foiba Bertarelli,

dove risultava vi fossero state scaraventate migliaia di persone; quella di Gollac, dove avevano trovato la morte molte vittime e dove gli jugoslavi gettarono benzina e granate per poi far esplodere l’apertura della cavità; e inoltre quelle di Scadaiscina, Valle di Rosandra, Baccia, Castelnuovo d’Arsia, Porta Meresego e Cor-

gnale. Come già ampiamente riportato da altre testimonianze e documenti, vittime dei rastrellamenti jugoslavi non furono solo fascisti e collaboratori, ma anche un gran numero di italiani non politicamente coinvolti con il regime fascista; alcuni ufficiali delle SS e funzionari della Questura non vennero giustiziati per poterli impiegare in qualità di agenti segreti contro gli Alleati occiden-

78

tali. Il dossier si conclude con sette allegati che documentano in dettaglio i nomi dei testimoni, delle vittime e le modalità in cui vennero

uccisi gli italiani, spesso

intere famiglie, incluse donne e

bambini. Le indagini alleate furono così minuziose che, tra i documenti acclusi nei dossier, compaiono anche quelli della propaganda jugoslava negazionista come ad esempio un interessante articolo apparso il 5 agosto 1945 su Primorski Dnevnik, giornale in lingua slovena fondato dai partigiani il 13 maggio 1945 e pubblicato a Trieste,

in cui veniva

confutata

la notizia,

definita

“calunnio-

sa, secondo la quale le foibe istriane sarebbero state teatro di atrocità, come riportato dal quotidiano romano Libera Stampa. Secondo il Primorski Dnevnik infatti, non c’era alcuna prova a sostegno delle dichiarazioni del giornale italiano e concluse affermando che, “nonostante la tensione tra le nazioni che sarebbe potuta derivare dalle affermazioni del giornale italiano, l’amicizia italo-slovena

non esisteva

solo sulla carta, ma vantava

radici

ben più profonde che non sarebbero state intaccate da nessuna accusa infondata”. L’interesse dell’articolo sloveno, commenta il funzionario inglese, consisteva nel fatto che il tono impiegato nel giornale non era quello solito, veemente ed aggressivo, ma assumeva una sfumatura piuttosto blanda nello smentire quanto

pubblicato in Italia. Altro esempio assai più imbarazzante di negazionismo, proprio perché di stampa italiana, è rappresentato dalle pagine de L’Unità che per motivi politici, in un articolo apparso il 17 agosto con il titolo La montatura reazionaria suscita sdegno a Trieste, negò categoricamente e con indignazione le accuse dei feroci misfatti: “Tutta la stampa è unanime nel qualificare vergognosa e assolutamente falsa la campagna che i giornali reazionari romani hanno tentato di 121

\WO 204/12753,

18 agosto 1945.

79

impiantare sulla provocatoria «panzana» di Basovizza. Infatti i numerosi giornalisti italiani e stranieri giunti in questi giorni a Trieste per indaeccidio di italiani, nonostante

gare sul preteso

le più accurate

ricerche

nella zona, non sono riusciti che a rinvenire resti umani risalenti al periodo della lotta partigiana, in questi luoghi particolarmente intensa. Anche la stampa triestina più reazionaria si rifiuta nettamente di accettare la provocazione

su Basovizza, considerandola

alla stregua di quella in-

scenata da Gòbbels per le «fosse di Katyn». Si smentisce infatti nel modo più assoluto che siano stati rinvenuti i cadaveri di ex combattenti italiani nelle formazioni jugoslave se non di fucilati dai tedeschi e dai fascisti” !??,

Ora che le responsabilità morali e materiali degli eccidi di Katyn e Basovizza sono state da tempo accertate ed imputate rispettivamente alle truppe di Stalin e di Tito, appare evidente che sia la ferma smentita che negava il massacro di Basovizza sia quella che attribuiva ai nazisti la responsabilità di Katyn:2 furono la 122

\WO

204/12754, 17 agosto

1945.

|a controversia sulle fosse comuni di Katyn scoppiò quando, il 13 aprile del 1943, Berlino denunciò la scoperta, nella foresta di Katyn, di migliaia 123

di ufficiali polacchi massacrati nel 1940 dai russi. | prigionieri avevano le mani legate dietro la schiena da un fil di ferro e la posizione dei cadaveri indusse a ritenere che fossero stati gettati vivi nella fosse e poi assassinati. Nella versione del governo di Mosca si trattò di vittime dei nazisti, per cui

il Cremlino replicò con una netta smentita ed una spiegazione peraltro sospetta.

Fu così che una commissione

internazionale

che risultò

di medici legali

iniziò le indagini che dimostravano la colpevolezza dei sovietici. Quando però questi ultimi riuscirono a riconquistare l’area, avviarono una controindagine che, falsificando dati e testimonianze, fece ricadere la colpa sui nazisti. Negli anni ‘50 il Congresso americano istituì una commissione d’inchiesta che deliberò che “all’unanimità e al di là di ogni ragionevole dubbio il NKVD (Commissariato degli affari interni russo che aveva alle proprie dipendenze la polizia politica) aveva causato l’uccisione in massa di ufficiali e dirigenti intellettuali nella foresta di Katyn presso Smolensk”. Per ulteriori dettagli sull’episodio si vedano P. Faverjon, Le grandi menzogne della Seconda guerra

mondiale, (Casale Monferrato, Piemme, 2005), pp. 175-196; A. Cienciala, N. Lebedeva, W. Materski (edited by), Katyn. A Crime Without Punishment, (New Haven, Yale University Press, 2007); A. Paul, Katyn: The Untold Story of Stalin’s Polish Massacre,

(New York, Scribner

Book Company, 1991).

80

punta di diamante dell’ampia impresa di mistificazione storica compiuta dai partiti comunisti dell’epoca per nascondere la propria vera identità intrinsecamente aggressiva, psicologicamente

terrorizzante e scoraggiantemente ipocrita. Ha la data del 20 agosto 1945 un altro rapporto alleato‘ basato sulle informazioni rilasciate da prigionieri fuggiti o rilasciati dai campi di concentramento jugoslavi. Sulla scia della dottrina bolscevica e della collaudata pratica nazista, anche i titini adottarono lo strumento barbarico del campo, autentica esecuzione capitale camuffata da regime penitenziario, dove ancor prima della morte fisica spesso sopraggiungeva la morte psichica e sociale, dove l’umiliazione e il terrore organizzato impregnavano di sé ogni aspetto della vita quotidiana e le giornate, scandite da fame cronica, lavoro estenuante e deperimento fisico, erano una corsa verso la morte. Se quegli infelici schiavi dell’era moderna avessero avuto l’onore di una degna sepoltura, sulla loro lapide si sarebbe dovuta usare una citazione di Fulvio Tomizza che scrisse: “Per i miseri la morte non è uno strappo innaturale, e la miglior vita, assolutamente indispensabile, diventa ciò che questa vita perché la morte è a volte l’uninon ha voluto loro concedere”!, ca e possibile salvezza dalle angherie umane. La selezione di “paragrafi testimoniali”, riportati dagli Alleati con una suddivisione per campi di internamento, reca l’ulteriore irrefutabile prova delle tremende esperienze alle quali furono sottoposti i detenuti, in un unico tenebroso racconto che rivela l’umiliante costrizione alla seminudità, la condizione irreversibile della massa anonima dei prigionieri in marcia o al lavoro nel

sistema concentrazionario jugoslavo, la mancanza di cure materiali, la prostrazione fisica.

124

\WO 204/12754.

125 E,

Tomizza, La miglior vita, (Milano, Mondadori, 1996), p. 100. 81

BOROVNICA “Giuseppe Siccardi di Roccaforte (provincia di Cuneo), arrestato

il 2

maggio a Trieste, dopo esser stato in vari campi di concentramento, arrivò a Borovnica, dove si trovavano all’epoca 3.000 prigionieri e dove, a causa dei maltrattamenti e del regime alimentare insufficiente, si verificavano in media fra i 3 e i 4 decessi al giorno. Per l’intera durata

dell’internamento,

non venne

mai dato pane ai pri-

gionieri, né esisteva alcuna forma di assistenza medica. La sveglia era alle 3:30 del mattino, il primo pasto alle 10:00, il secondo alle 17:00 e consisteva in una minestra di acqua e verdure secche. Durante l’ultimo periodo di prigionia veniva dato un po’ di caffè ai detenuti che erano ai lavori forzati. Gli internati

venivano

puniti per la benché

minima in-

frazione: ad esempio uno di loro, arrivato all’appello con cinque minuti di ritardo, venne legato per i polsi ad un palo; un altro, che aveva visto un’erba commestibile al di fuori del perimetro del campo segnato dal filo, quando allungò la mano per raccogliere l’erba, venne freddato da una guardia.

Lungo la marcia per Borovnica, un prigioniero

fu ucciso e

un altro ferito per essersi chinati a prendere delle mele dal terreno”. “Marsilio Bellardinelli

di lesi, vicino ad Ancona,

fu arrestato

nel 1944

per ragioni politiche e portato al campo di concentramento di Mauthausen, dove vi rimase fino all’Armistizio. Il 23 maggio venne arrestato dai partigiani Le brutalità

nei pressi di Postumia e mandato sofferte

marcia per andare

superarono e tornare

al campo

quelle di Mauthausen.

di Borovnica. Ogni giorno la

dal lavoro era di 9 km. | pasti erano fatti di

verdure secche e farina di soia. Bellardinelli aiutò a seppellire 800 prigionieri deceduti

per malnutrizione

e maltrattamenti”.

CERQUINIZZA “Circa 20 italiani, tra i quali Bruno Giannini, Dorio, Francesco

Dusatti

e Romano

Luigi Lacciarotto,

Silvano

Laus, alcuni dei quali originari

di

Trieste, altri di Firenze, furono incarcerati insieme a tedeschi e cosacchi. Erano 500 i prigionieri detenuti in un edificio fatiscente su una

82

delle colline di Cerquinizza. Il trattamento

riservato agli internati era

paragonabile a quello dei campi di concentramento

tedeschi; denuda-

ti, privati di ogni loro effetto personale e poi vestiti con un tessuto che copriva a malapena il corpo, erano costretti

a

dormire per terra senza

alcuna coperta. Da allora il campo è stato trasferito a Karlovac”. PRESTANE “Francesco Salvatore, triestino, fu arrestato

il

6

maggio 1945 e, dopo

due giorni trascorsi nelle scuole di Roiano, l’8 maggio fu mandato al carcere del Coroneo. ll mattino del giorno seguente, assieme ad altri prigionieri venne spogliato, privato di tutto ciò che aveva con sé e portato al campo di concentramento

di Prestane, dove si trovavano 1.200

bersaglieri e 450 tra civili ed impiegati statali. Durante la prigionia, i detenuti venivano fustigati con il “gatto”, una frusta fatta di fili elettrici legati insieme. Venne rilasciato il 12 giugno”. SABIRNI ZAGABRIA

fonte, il cui nome in codice è Gazza, riporta quanto segue: “Nel campo centrale di Sabirni destinato ai civili vi sono sempre circa 10.000 La

uomini, per lo più prigionieri politici avversi all’attuale regime, collaborazionisti ed un numero elevato di appartenenti agli alti ranghi del regime ustascia. Da questo campo una parte dei detenuti viene inviata nelle unità militari, mentre il resto viene reclutato per lavorare in Serbia, Slovenia e, si dice, in Siberia.” MAKSIMIRA “Nel campo Sabirni in Maksimira, vicino a Zagabria, destinato agli ufficiali domobranci,

sono rinchiusi

25.000 detenuti”.

CAMPO DI LUBIANA “Il campo Sabirni della Slovenia è ubicato a San Vidu, dove si trovano rinchiusi molti ufficiali dell’esercito monarchico e un numero elevato di

83

|]

donne. Le condizioni sono simili .

e

.

.

sgeo

a

quelle di Borovnica” 1°, e

e.

Oltre ai tentativi di riesumazione dalle foibe, le forze alleate raccolsero accuratamente ulteriori testimonianze da fonti sia militari che civili. Le indagini non si concentrarono

unicamente

sugli eccidi, ma si mossero in altre direzioni considerando anche arresti indiscriminati, deportazioni, sparizioni, maltrattamenti, coscrizioni obbligatorie, requisizioni, intimidazioni, atti vandalici, spoliazione di abitazioni e ruberie legalizzate. A tal proposito, è del 4 settembre 1945 la denuncia sporta al governo militare alleato da Carlo Franceschini, proprietario di un ristorante a Trieste, che riferì come per due volte consecutive fu costretto da soldati dell’Armata Jugoslava a consegnare le chiavi del locale: la cucina doveva essere messa a disposizione dei reparti militari che l'avrebbero usata solo temporaneamente e restituita

nelle stesse

ristorante fu danneggiato

condizioni,

gli fu garantito.

In realtà il

e vuotato di ogni suo più minimo con-

tenuto, dall’arredamento di sala e cucina ad utensili e stoviglie!2?. La stessa cartella contiene anche una lettera dell’agente Nu-

bar Nadir al colonnello Stepanovich, na, in cui dichiarò

di esser stato

dell’intelligence

informato

dal tenente

americaMorris,

dell’Unità filmati e immagini di Udine, che il quartier generale di Roma era in possesso di una raccolta di fotografie, scattate durante i primi giorni dell’occupazione di Trieste: le immagini mostravano gli jugoslavi impegnati a portar via mobili ai triestini e in altre simili appropriazioni. La missiva riferisce anche casi di

arresti volti a terrorizzare la popolazione che, dietro minacce, era stata costretta tra l’altro a firmare una petizione per l’annessione di Trieste alla Jugoslavia. Anche di questo reato gli Alleati erano riusciti a raccogliere prove e dichiarazioni’. WO 204/12754, 20 agosto 1945. 127 WO 204/12754, 4 settembre 1945. 126

128

WO 204/12754, 7 settembre 1945. 84

Alla fine di settembre del 1945 due ufficiali dei servizi segreti stesero un ulteriore rapporto sui crimini commessi dagli jugoslavi sui prigionieri italiani. Il documento che ne risulta è l’ennesima, lunga e cruenta cronaca di dichiarazioni rilasciate dai superstiti. Appare evidente sia da queste sia dalle altre testimonianze omesse per ragioni di spazio, che fame e violenza erano parte

integrante della realtà concentrazionaria e che per i sorveglianti ogni scusa forniva la possibilità di maltrattare, La popolazione

carceraria

punire, uccidere.

viveva costantemente

soggetta

alle in-

timidazioni e prima o poi cadeva vittima durante quel disumano percorso di ciò che il sociologo tedesco Wolfgang Sofsky ha definito “il crudele circolo lavoro — deperimento fisico — malattia — violenza”. Significative appaiono le seguenti deposizioni: “[...] Il soldato

Salvatore

Carbonaro,

classe 1914, di Bari, trovandosi

a

lavorare nei pressi di Zutolocas (Croazia) chiedeva del pane a dei civili. Sorpreso dai partigiani veniva fucilato. 12-14 maggio 1945. (Dichiarazione [...] Durante

del soldato una marcia

Antonio

Deluci, classe 1920, di Chieti).

da Karlovac a Sissak il soldato

Livio Viene si

fermava a raccogliere una mela caduta da un albero in un fossato ai lati della strada. Scorto da un partigiano veniva ucciso con una fucilata sotto gli occhi del fratello che rilascia la presente dichiarazione. Era il 26 luglio 1945. (Dichiarazione confermata dal soldato Giuseppe Cunderi, classe 1923, di Taormina -Messina). Il 1° Aviere Luigi De Bonis, deportato

dai nazisti come prigioniero di

guerra in un lager della Serbia, riuscì ad evadere per raggiungere i partigiani. Nella fuga si incontrò con un altro evaso, il soldato Ugo Aldo di Trieste. Girovagando, ambedue giunsero a Bare (Serbia) ove trovarono lavoro in una fabbrica di mattoni (marzo 1944). Nel maggio ‘45 giunse nel paese un gruppo di nove tetnici, che, con la scusa di provvedere al loro rimpatrio, prelevarono tutti gli italiani del paese (11 prigionieri complessivamente).

Mentre il De Bonis riuscì a fuggire, gli altri suoi

85

10 compagni vennero sgozzati con la baionetta in una vallata vicina. Ripreso da quelli stessi, il De Bonis ricevette conferma del massacro da uno degli assassini. Fuggito ancora una volta, riuscì in data 20/7/45 a rimpatriare dopo altre peripezie. [...] (Dichiarazione del



Aviere Luigi De Bonis da Pietragalla



Potenza).

Il Cap. Magg. Vasco Giotti, da Arezzo, venne fucilato perché già con non poteva proseguire la marcia con il suo carico di munizioni che doveva portare in prima linea. Questo avveniva il 25/3/1945 nella località Velica-Dobcevic (Slavonia) ad opera di elei piedi sanguinanti

appartenenti

menti partigiani (Dichiarazione

di Salvatore

alla

182?

Mugnona

Brigata Jugoslava, da Campobasso

402 Divisione. Vice Brig.



già

prigioniero dei tedeschi poi degli slavi). di Fanteria, trovan-

[...] Giorgio Gaviglio, classe 1923, 34° Reggimento

dosi a Bagordau, provincia di Jagodin, con un gruppo di compagni, si allontanava

da loro per entrare

in una casa a chiedere

un po’ di pane.

Al ritorno fu visto da una delle guardie che lo freddò con una fucilata. Era il lunedì Santo del 1944. Fu sepolto

a stento

nel cimitero

di Bagor-

dau poiché lo si voleva gettare in un pozzo. [...] Usciti dal campo inviati

a

[di Mitrovica],

per motivi di lavoro siamo

gruppi nei vari paesi vicini. | maltrattamenti

stati

ricevuti sul lavoro

sono stati ancor più duri di quelli precedenti. Il carabiniere Soldati, ammalato, febbricitante, deperito organicamente, fu preso, legato mani e piedi, posto in posizione curva e colpito ripetutamente

con un nodoso

bastone

e semisvenuto

rivestito

di filo di ferro spinato.

Sanguinante

è stato costretto ad alzarsi e correre intorno alla piazzetta al canto di ‘Bandiera rossa’. Ho visto nel campo di Mitrovica, prima della partenza per Belgrado, un

uomo ferito, con gli intestini di fuori, costretto ad alzarsi per le pedate che il Komandire

del campo gli dava. Subito dopo, estenuato

per il

troppo sangue perduto, spirò sotto le pedate, in mezzo al campo. (Dichiarazione di Vincenzo Coleca, della Guardia di Finanza, rimpatriato dal campo di Mitrovica). [...] Nel campo di concentramento

per i condannati

86

ai lavori forzati a

Bjelovar mancava completamente

l’acqua. Veniva portata dal di fuori

l’acqua per la cucina, ma ai prigionieri non fu mai concesso di lavarsi. Non occorre parlare di altri servizi igienici e sanitari. Si viveva e si veniva trattati peggio delle bestie. Il prigioniero veniva così rovinato

fisicamente e moralmente. Uno di questi mi ha detto: ‘Sono stato un anno e mezzo sotto i tedeschi, e ognuno sa che razza di malvagi erano. Ma la prigionia sotto i nazisti era rose e fiori in confronto a quella di Tito’. (Dichiarazione di Padre Roberto Fingerle)” 12°,

Che la situazione nella Venezia Giulia fosse anche politicamen-

te tesissima è dimostrato da un episodio diplomatico denso di significato. A Parigi agli inizi di agosto del 1945 il Ministero degli Esteri francese aveva presentato domanda alla sezione permessi militari perché la Commissione Alleata di Controllo concedesse a Remerand, nominato console generale a Trieste, di procedere e occupare la propria carica. Non avendo ricevuto alcuna risposta al 9 di settembre,

i funzionari

del ministero

si erano rivolti all’uffi-

cio del ministro residente a Caserta, nella speranza di accelerare i tempi della pratica’, Dopo un giro di consultazioni tra il quartier generale alleato, l’ufficio del ministro residente e il Foreign Office, si giunse alla conclusione di negare l’autorizzazione. Alla base della decisione vi era il fatto che accordare un permesso del genere alla Francia avrebbe implicato dover fare altrettanto per altre nazioni, incluse Jugoslavia e Russia, e considerato il livello di tensione nella Venezia Giulia, era un passo da evitare accuratamente. Gli Alleati occidentali decisero pertanto di dichiarare che nessun consolato sarebbe stato aperto finché sul territorio fosse stato presente il Governo Militare Alleato’. 204/12754, 24 settembre

129

\WO

130

FO 371/ 48952/R

131

FO

1945.

15351/15247/92,

9 settembre

1945,

371/48952/R 15351/15247/92, 13 settembre 1945. 87

Il giorno prima, l’8 settembre

1945, a causa dei tragici fatti il Presidente del Consiglio Parri scrisse una lettera all’ammiraglio Stone, capo della Commissione di Controllo Alleata, per informarlo che il governo italiano desiderava destinare degli osservatori nella zona alleata della Venezia Giulia. Rassicurava gli Alleati che gli osservatori

residenti

a Trieste, Gorizia e Pola, non avreb-

bero interferito in alcun modo con l’amministrazione alleata in quanto il loro compito sarebbe stato di fungere da anello di collegamento tra le autorità alleate e il governo italiano, di provvedere ai numerosi sfollati e di sollevare il morale della popolazione, dando prova tangibile dell’interesse del governo di Roma. Parri suggeriva inoltre che una simile iniziativa venisse estesa alla zona jugoslava della Venezia Giulia, giuridicamente ancora sotto la sovranità italiana, proposta ulteriormente giustificata dai casi di maltrattamento dei cittadini di etnia italiana. Quando da Caserta Broad inoltrò le richieste italiane, commentò che il quartier generale alleato era dell’idea di respingerle motivando

la decisione

col fatto che il GMA era assolutamente

in

grado di occuparsi dei rifugiati e di tutti i casi di indigenza e che inoltre una simile mossa sarebbe potuta apparire come un favoritismo agli occhi degli jugoslavi.

Per quanto

riguardava

l’invio di

osservatori e di una missione economica ad est della linea Morgan, ciò costituiva una questione di accordo tra Italia e Jugoslavia ma prevedeva che il governo di quest’ultima avrebbe certamente rifiutato una tale richiesta‘. Il Dipartimento di Stato americano, la cui posizione verso l’Italia era più comprensiva di quella inglese, comunicò al Foreign Office che non si poteva fingere che quanto

avveniva ad est della

Linea Morgan non riguardasse le forze alleate, che anzi avevano una responsabilità

morale verso l’intera Venezia Giulia, almeno

fino a quando la riunione per il Trattato di pace non avesse avu132

FO 371/48952/R

16766/15247/92

e FO 371/48952/R

settembre 1945. 88

18375/15247/92,

8

to luogo. Pertanto suggerì che, sebbene l’idea italiana di inviare degli osservatori non fosse realistica e non andasse incoraggiata, si doveva chiedere comunque al governo jugoslavo il permesso di mandare degli osservatori alleati ad est della Linea Morgan. Ferma la risposta del Foreign Office: per quanto il ministero

condividesse il principio della responsabilità morale, restava il fatto che il quartier generale alleato non aveva alcun controllo né responsabilità amministrativa nella zona jugoslava e non si doveva far credere al governo italiano che gli Alleati sarebbero stati in grado di svolgere ciò che in realtà non era per loro fattibile in quel momento. Del resto il governo jugoslavo aveva da poco rifiutato la richiesta alleata di invio di una missione di collegamento alle forze ad est della linea Morgan ed era impossibile che cambiasse idea. Il Foreign Office consigliava pertanto di rispondere a Parri sulla falsariga di quanto affermato dal quartier generale alleato, ag-

giungendo che i governi inglese e americano avrebbero fatto il possibile per garantire la salvaguardia est della linea di demarcazione,

degli interessi italiani ad

sebbene

non fosse certo che ciò avrebbe generato l’effetto sperato. Si esortava quindi il governo italiano a stabilire un diretto canale di comunicazione con il go-

verno jugoslavo. In questo frangente giunse la sollecitazione dell’ambasciata inglese a Roma, che notificava come il governo jugoslavo stesse deportando gli italiani del litorale istriano rimpiazzandoli con jugoslavi portati dall’interno: l’intento, assai ovvio, era di alterare l’equilibrio nazionale in vista dell’indagine che avrebbe deciso il futuro della regione. La Commissione Alleata di Controllo aveva proposto di inviare degli osservatori nei porti istriani per raccogliere delle prove, ma era prevedibile che gli jugoslavi avrebbero 371/48952/R 18326/15247/92, 25 ottobre 1945. 134 FO 371/48952/R 18326/15247/92, 4 novembre 1945. 133

FO

89

respinto la richiesta. Per quanto il paragrafo 2 dell’Appendice G dell’accordo Morgan-Jovanovit prevedesse che il Comandante Supremo Alleato per il Mediterraneo mandasse degli ufficiali ad ispezionare porti e ancoraggi, la vera ragione del controllo alleato non sarebbe

sfuggita agli jugoslavi e gli osservatori

non sareb-

bero stati in grado di raccogliere le prove di cui necessitavano. Per questa ragione il Foreign Office proponeva di abbandonare l’idea e di incaricare piuttosto gli ambasciatori inglese e americano a Belgrado perché affrontassero di petto il governo jugoslavo, specificando che, per rilevare la distribuzione di popolazione, il governo alleato avrebbe usato l’ultimo censimento prima del 193915. A Caserta il quartier generale alleato era dell’opinione che, siccome nei programmi alleati non c’era la creazione di un Governo Militare Alleato nel litorale occidentale istriano, non esisteva scusa che giustificasse al governo jugoslavo un approccio del genere. Si suggeriva pertanto di lasciar perdere del tutto la questione.

Tuttavia il rappresentante statunitense presso l’ufficio del Ministro residente era tornato alla carica, argomentando che si poteva

presentare

la richiesta

agli jugoslavi

in ogni caso, alme-

no per renderla ufficiale, indipendentemente dal risultato che si sarebbe poi ottenuto. Ma il quartier generale alleato si mostrò irremovibile6.

Intanto le notizie che provenivano dalla zona occupata dagli jugoslavi peggioravano. L’ambasciatore inglese a Roma telegrafò infatti al Foreign Office la denuncia

ricevuta

dal ministro

degli af-

fari esteri italiano, secondo la quale a Fiume le autorità jugoslave avevano fatto sparire i documenti dell’Ufficio Anagrafe e nessuno sapeva che ne fosse stato di tutto il materiale’.

135

FO 371/48952/R

18838/15247/92,

12 novembre

1945.

136

FO 371/48952/R

19511/15247/92,

15 novembre

1945.

137

FO 371/48952/R

20522/15247/92,

4 dicembre

90

1945.

Il terrore,

il caos anagrafico e la scomparsa

degli italiani gettati nelle foibe, annegati o deportati in campi che non li avrebbero più restituiti, uniti all’omertà diplomatica, furono le armi che permisero agli Jugoslavi di trasformare la realtà dei fatti e di attuare la “mutabilità del passato” di orwelliana memoria, per cui “chi controlla il passato controlla il futuro e chi controlla il presente controlla il passato”. Un assioma ingiusto, ma veritiero.

l’ultimo viaggio Non c'è testimonianza che non riporti come all’inizio della sequenza della eliminazione che si sarebbe alla fine realizzata con

la morte o la deportazione delle vittime, vi fosse generalmente la mera formalità di un controllo, poi un arresto alle volte basato su accuse o segnalazioni più o meno fondate e molte volte invece senza alcuna giustificazione, e dopo il camion che segnava la partenza verso l’ignoto, il viaggio senza ritorno. Gli italiani in quel momento erano considerati come un ostacolo, la vile merce umana che si frapponeva al raggiungimento della causa comunista e annessionista

perché,

come scrisse Arthur Kòstler, “il parti-

to deve essere unito, come fuso in una colata. Tutto cieca disciplina e fiducia assoluta” e la liquidazione degli elementi dannosi al regime era intesa come dovere di Stato. A differenza del resoconto del 18 agosto che si incentra sui quaranta giorni di occupazione titina, quello datato 3 agosto 1945 è cronologicamente

un po’ meno

preciso‘,

ma raccoglie

ulteriori testimonianze che parlano soprattutto di arresti, ed eccidi compiuti dagli jugoslavi nel 1945, rivelando altresì la portata del fenomeno. Le proporzioni assunte dall’ondata di terrore generata nei residenti italiani da arresti indiscriminati e da sparizioni massicce, furono psicologicamente devastanti a causa non solo della loro entità, ma anche della loro irrazionalità: le 138

\WO

204/12753, 3 agosto 1945. 91

cause che destavano sospetti infatti non si potevano prevedere e chiunque sarebbe potuto trovarsi nel mirino delle autorità. A ciò fece seguito l’indispensabile falsificazione o eliminazione delle prove dei crimini commessi, operata dalle autorità jugoslave in funzione del nuovo ordine politico. l’indagine alleata riporta le stime relative al numero degli scomparsi: 1.500 a Trieste, 1.000-1.500 a Gorizia, 500-600 a Pola, 150 a Monfalcone. Vi era però una grave difficoltà nel calcolo

delle persone sparite, deportate o assassinate, determinata da molti fattori concomitanti, e consisteva anche nel fatto che tra i desaparecidos vi erano anche alcuni fuggiti con i tedeschi, altri che erano stati uccisi dai tetnici o durante i combattimenti con l’esercito jugoslavo o erano morti per vendette personali; altri ancora non avevano parenti nella regione, trattandosi o di membri non triestini della Croce Rossa o di funzionari pubblici inviati dal sud Italia nella Venezia Giulia durante il periodo fascista, e

quindi non poterono essere reclamati. La contabilità degli scomparsi risultava ardua anche perché parecchie migliaia di persone, inclusi membri del CLN, furono arrestate e poi rilasciate. Si legge come a Gorizia per esempio circa 3.000-4.000 italiani vennero prelevati, ma tra di essi circa 1.500-2.000 furono poi scarcerati verso la metà di giugno; comunque una fonte attendibile stimò all’epoca che nella provincia di Trieste, delle 17.000 persone arrestate tra il 1° maggio ed il 12 giugno 1945, 8.000 furono successivamente rilasciate, 3.000

vennero assassinate, mentre 6.000 risultavano ancora internate, di cui 3.000 a Borovnica. Taylor, autore

del dossier, sostenne

che

i misfatti jugoslavi non erano stati dettati da una linea politica dall'alto: “Senza dubbio i comandanti locali ed i commissari politici, all’apice della vittoria e inebriati dall’odio verso gli antichi oppressori, hanno agito mossi da sentimenti personali e sono andati spesso al di là degli ordini

92

ricevuti. Si evince inoltre che i numerosi arresti indiscriminati avevano la finalità di prevenire con l’intimidazione una possibile ed incipiente azione da parte italiana. È infatti noto che in alcuni casi le più alte autorità non erano nemmeno al corrente di ciò che era successo, ad esempio il generale Velebit ha ammesso con l’attachè dell’ambasciata americana a Belgrado che, all’epoca dei negoziati di Duino, non sapeva che molti arresti fossero stati effettuati durante l’occupazione jugoslava della Venezia Giulia” °°.

Secondo questo documento alleato conciliatorio si sarebbe trattato di una semplice repressione preventiva verso coloro notoriamente etichettati come “nemici del popolo”, accompagnata da episodi di indisciplina di elementi riottosi, violenti e senza scrupoli, che non osservarono le direttive dei vertici. Ciò può essere parzialmente vero, come testimoniato da alcune fonti croate del 1943, che mostrano come l’epurazione ebbe inizio sotto il segno della confusione e dell’arbitrio, e riferiscono come “la lotta contro i nemici del popolo fu condotta in modo disuguale” tanto che, paradossalmente, “in alcuni luoghi i comandi locali riferivano che i prigionieri furono eliminati sebbene ciò non corrispondesse al vero”1‘°, Anche fonti del 1945 attestano casi di disordine e insubordinazione: ad esempio l’OZNA, la polizia segreta partigiana, agiva in maniera indipendente e violentemente esagerata, ed era così avvolta nella segretezza che non rispondeva nemmeno ai dirigenti locali del partito, al punto che in una missiva il presidente del governo sloveno Kidric si lamentò degli eccessi, dell’operato sbrigativo ed eccessivamente violento dell’organizzazione, sottolineando che gli arresti in massa di italiani avrebbero potuto rappresentare un “gran pericolo” ed 139

\WO

204/12753, 3 agosto 1945.

Si veda a tal proposito il documento ‘Un rapporto del servizio informativo partigiano sui fatti istriani dell’autunno 1943’ riportato in R. Pupo, R. Spazzali, 140

Foibe, (Milano, Mondadori, 2003), pp. 58-61. 93

apportare “il danno maggiore” in quanto, se la situazione internazionale

fosse peggiorata

ulteriormente,

gli jugoslavi

avrebbe-

ro potuto perdere tutto‘, Alla proclamata ignoranza o condanna di alcuni eventi da par-

te jugoslava non corrispose tuttavia un’assenza totale di ordini provenienti dall’alto, ma piuttosto un’altalena tra estremismo e Pertanto, se può esser vero che il regno del terrore s’instaurò perché gli aguzzini ampliarono la ferocia del loro compito cautela.

già crudele e approfittarono all’estremo del loro potere illimitato sulle vittime, sarebbe tuttavia erroneo ritenere che le atrocità furono il risultato dell’anarchia di un sistema di potere locale, così come

è impossibile

ignorare

l’opera svolta dall’OZNA che,

presente in modo assai esteso sul territorio, ricevette ordini ben precisi dai quadri comunisti e liquidò tutti gli elementi sospetti e quindi dannosi, spesso individuando sommariamente i cosiddetti “nemici del popolo”. l’immagine terroristica degli slavi, che si diffuse tra i cittadini italiani, risultò confermata nella sostanza dal manifesto gusto della violenza e dalla metodicità delle sparizioni. A riprova del fatto che ci troviamo dinanzi ad un disegno preciso con una struttura organizzata, all’esistenza insomma di una sorta di progetto di “ingegneria sociale”, per usare un termine coniato dallo storico Eric Weitz, vi sono vari elementi: le liste di persone da liquidare su cui si basò la spietata campagna di annientamento, le medesime modalità con cui venivano eliminate

le vittime e l’esistenza di quella che la voce pubblica chiamava “corriera della morte”, un camion con il quale i prigionieri venivano condotti sul luogo del martirio, per certi aspetti un po’ reminiscente

del famoso

“elicottero

della morte”, con cui lo squa-

drone guidato dal potente generale Arellano Stark dispensava la morte in Cile per ordine di Pinochet. Inoltre come osservato da Elio Apih, la presenza accertata di istruttori russi nell’OZNA }! Lettera del 10 maggio 1945 riportata da R. Pupo in Trieste ‘45, (Bari, Laterza, 2010), p. 240. 94

almeno dall’estate-autunno del 1944 offre un ulteriore riscontro che insurrezioni e liquidazioni di massa non furono fenomeni così spontanei come alcune teorie interpretative vorrebbero far credere. A tutto ciò si aggiunga che il Movimento di liberazione jugoslavo, dopo aver preso il controllo della situazione militare e politica, emise proclami di annessione e delibere considerati dai partigiani

come

leggi a tutti gli effetti.

Il 13 ed il 26 settembre

1943 vennero lanciati i decreti rispettivamente del Fronte di Liberazione Croato e dell’“Istarski Narode”, mentre il 29 novembre a Jaice il Consiglio Antifascista di Liberazione Nazionale della Jugoslavia ribadiì e legittimò i proclami annessionistici di settembre, nominando Tito a capo del governo provvisorio. Come evidenziano giustamente Pupo e Spazzali, fu proprio per difendere i territori già proclamati come annessi che s’inserì la repressione verso chiunque vi si fosse opposto: di qui il calvario delle esecull famozioni, dei rastrellamenti e dei campi di concentramento. so dissidente jugoslavo Milovan Djilas, braccio destro di Tito, in

un’intervista rilasciata al settimanale “Panorama”, confessò che lui stesso ed Edward Kardelj andarono in Istria ad organizzare la

propaganda anti-italiana. “Djilas: - Si trattava di dimostrare

alla commissione alleata che quelle

terre erano jugoslave e non italiane: predisponemmo con striscioni e bandiere. Giornalista:

- Ma

manifestazioni

non era vero?

Djilas: - Certo che non era vero. O meglio lo era solo in parte, perché in realtà gli italiani erano

la maggioranza

nei centri

abitati,

anche se

non nei villaggi. Bisognava dunque indurli ad andare via con pressioni d’ogni genere. Così ci venne detto e così fu fatto” 12, È un’importantissima 142

testimonianza

M. Djilas, Intervista rilasciata

a

che le dosi di terrore eli-

Panorama, 21 luglio 1991. 95

minatorio inoculate nella società furono usate consapevolmente come delle vere e proprie armi per raggiungere il fine dell’annessione e che l’affilata scure della repressione cadde senza scrupoli non solo sui nemici obiettivi, come si fa in guerra, ma anche e soprattutto

sui civili indifesi

e non

pericolosi,

con tipica tattica da

campagna di terrore. A tal proposito Nelida Milani, nel libro Una valigia di cartone, fa raccontare a Norma, una contadina istriana protagonista del romanzo: “La guerra ci aveva abituati

per l’appun-

a tanti orrori, ma rientravano,

to, nella logica della guerra. Mi pareva che solo noi continuassimo star intrappolati un tempo

in una situazione

sospeso.

[...] non si andava

nel fare dell’amico il nemico, dalla mattina

Del resto il fine giustificava “Mi sembrava vassero

[...] Si viveva, come dire,

anormale.

[...] Nel farsi e disfarsi di alleanze

ambigui e verità scivolose,

che ideologia

l’una dall'altra.

a re-

e fazioni, confini

più troppo

per il sottile

alla sera” 13,

i mezzi. Sempre

e realtà fossero

Djilas ammise:

la stessa

Più totale era il nostro fervore

cosa, che deriideologico,

mag-

giore era il successo delle nostre azioni, della struttura organizzativa e delle

risorse”

144

E ancora, a proposito dei sentimenti

tarismo

rivoluzionari e del totali-

Djilas dichiarò:

“Il totalitarismo

ta organizzazione,

all’inizio

è

autorità,

entusiasmo

e convinzione:

solo dopo diven-

arrivismo” 145.

3 N. Milani, Una valigia di cartone, (Palermo, Sellerio, 1992), pp. 45-47. ‘4 M. Djilas, Wartime, (London, Harcourt Brace Jovanovich, 1977), p. 342. 145

M. Djilas, Ibid., p. 341. 96

“Entusiasmo” e “convinzione”, due nobili concetti, parte integrante della simbologia della lotta politica da perseguire costi quel che costi, anche se poi fatalmente conducono alla cecità e il prezzo da pagare è in vite umane. E infatti il resoconto alleato del 3 agosto 1945 dedica un lungo paragrafo alle categorie di persone

arrestate,

scomparse

o uccise che ingrossarono le fila dei “nemici del popolo”: membri dell’esercito della RSI, Guardia di Finanza, Guardia Civica, Difesa Territoriale, Pubblica Sicurezza, Questura e organizzazioni civili del passato regime. Ex-fascisti dunque, ma non solo. In alcuni casi successe che, in assenza della

persona da arrestare, vennero portati via i parenti, alla maniera della Cina maoista dove la colpa era trasmissibile ai familiari e tutto poteva fornire un valido pretesto per arresti e punizioni. In tal modo veniva rafforzato il carattere arbitrario e improvviso dell’intimidazione collettiva. A riprova del fatto che non fu attuata una politica soltanto antifascista, è la testimonianza che le autorità alleate trovarono liberi e non perseguiti vari militi della Decima Flottiglia Mas ed un certo numero di altri fascisti alcuni dei quali prominenti, come il comandante di Trieste, generale Esposito, e alcuni suoi funzionari. Inoltre sebbene nella Venezia Giulia, divenuta zona di operazioni del Litorale Adriatico, le posizioni chiave nell’amministrazione

militare

e civile fossero

già

state occupate da tedeschi e gli italiani ormai ricoprissero solo cariche di minor importanza, l’azione vendicativa degli jugoslavi nei confronti dei nostri connazionali portò a violente intimidazioni, denunce

sommarie

e arresti.

Per il governo jugoslavo fu sempre evidente che il programma di mobilità sociale messo in atto dall’agognata rivoluzione politica poteva realizzarsi solo con l’eliminazione delle élites politiche, militari, amministrative e culturali. Graziella Fiorentin, scrittrice istriana, nella narrazione della sua infanzia negata, vissuta contro lo sfondo delle ondate di violenza anti-italiana, descrive il cuore di tenebra dell’uomo in un crudele episodio di tortura a cui assistette da piccola. Lo spettacolo della violenza inflitta ai civili, visti 97

come ostacoli al processo storico, fu uno degli elementi costitutivi del nuovo ordine: “Quella sera stessa

ma era un piccolo

un treno si fermò, alla stazione,

convoglio di partigiani. Scesero e accesero un falò altissimo nel mezzo del piazzale. Misero ad arrostire

della carne, agnelli che avevano

requisito

chissà dove. [...]

Risate, canti, urla, ovazioni al compagno Tito. Sembrava gente scesa per una scampagnata. Cominciarono a ballare intorno al fuoco la loro danza preferita:

il kolo. Continuò

delle urla laceranti.

fino a notte

La scena era sempre

inoltrata.

la stessa

Poi udimmo

[...], ma c’era anche

qualcosa d'altro ... Legate ai ferri della cancellata della stazione, c’eranude. Non erano di certo partigiane

no delle donne completamente

...

Degli uomini erano stesi vicino al fuoco e alcuni partigiani erano chini su di loro: stavano facendo qualcosa che non si vedeva bene ...

Mio padre prese il binocolo, guardò e gettò un urlo strozzato. - Mio Dio, li stanno ferrando! - Ferrando?





- Sì, hanno dei ferri di cavallo e li stanno inchiodando ai piedi di quei poveri disgraziati” 1°,

Sempre secondo lo stesso documento alleato, è certo che gli anglo-americani erano al corrente del fatto che la maggior parte dei deportati si trovava nei campi di concentramento di Borovnica, Cirquenizza, Vipacco, Ottelza, Prestane vicino a Postumia e Sisak, a sud-est

di Zagabria.

Sappiamo ora che la deportazione e l’internamento in quei campi, ultima stazione del calvario, lasciò alle vittime ben poche possibilità di sopravvivenza: fame cronica, deperimento fisico, malattie e violenza erano all’ordine del giorno, distruggendo ogni forma di autodifesa fisica ed emotiva nei detenuti. Tuttavia il dossier alleato pare adottare dei toni molto blandi nei confronti 146 G.

Fiorentin, Chi ha paura dell’uomo nero?, (Trieste, Lint, 2004), pp. 128-

129.

98

di una situazione che pure i testimoni concedendo

persino il beneficio

riferivano essere tragica,

del dubbio sulle condizioni

in cui

versavano i prigionieri in mano jugoslava. Taylor, che redasse il documento, vi scrisse infatti: “Secondo tutti i resoconti, inclusi quelli di testimoni oculari, le condizioni nei campi sono deplorevoli ma, sebbene siano stati segnalati alcuni casi di crudeltà gratuita, non è chiaro se le condizioni siano intenzionali

o se siano dovute piuttosto

economico ed amministrativo

alla debolezza del sistema

jugoslavo. La stampa locale filo-italiana

ed i circoli ecclesiastici hanno sollevato proteste

contro queste con-

dizioni. In data 12 luglio radio Belgrado e la stampa locale controllata dagli jugoslavi hanno invitato la Croce Rossa slovena e quella internazionale ad effettuare un’ispezione dei campi. In contemporanea circolati dei resoconti sul miglioramento

sono

delle condizioni in parecchi

campi” 147,

alleata nel denunciare e fronteggiare quella che fu un’autentica emergenza umanitaria è sconcertante e rese inutili le iniziative di coloro che reagirono e si adoperarono per la causa italiana, non prestando ascolto alle false rassicurazioni fornite dagli jugoslavi. Nei giorni in cui Renato Prunas sollecitava per l’ennesima volta un intervento alleato scrivendo a Hopkinson, dall’ambasciata La titubanza

degli esteri inglese una lista redatta nell’ottobre 1945, contenente il nome di britannica

a

Roma Sir Noel Charles inviava al ministro

2.472 cittadini italiani, il loro indirizzo e la data di deportazione dalla Venezia Giulia 1. Lo stesso Foreign Office in una nota del 26 ottobre inviata al governo jugoslavo dette grande rilievo a un documento che denun-

147

WO 204/12753, 3 agosto 1945.

148

FO

371/48951/R 18159/15199/92, 2 ottobre 1945. 99

ciava gravi contravvenzioni all’accordo di Belgrado‘ del 9 giugno 1945, perché non era stata rispettata la clausola che prevedeva che “il governo jugoslavo restituisse le proprietà confiscate e rimettesse in libertà coloro che erano stati arrestati o deportati, ad eccezione di chi nel 1939 era in possesso della nazionalità jugoslava”. All’epoca della firma dell’accordo questa clausola, che si riferiva solo al territorio

del GMA, aveva costituito

un problema

di non facile risoluzione perché la sua accettazione implicava per gli jugoslavi ammettere di fatto di aver violato i diritti umani con deportazioni e requisizioni illegali. Alla fine era stata accettata con riluttanza dagli jugoslavi e solo grazie all’appiglio paradossalmente suggerito proprio dall’ambasciatore britannico Ralph Stevenson, il quale per superare questo ostacolo consigliò che il governo jugoslavo si limitasse semplicemente a negare l’esistenza di detenuti sul proprio territorio anziché esortare un chiarimento

che stabiliva la Linea Morgan, ovvero i nuovi confini, era della Venezia composto da sette paragrafi così articolati: 1) il territorio Giulia ad ovest della linea Morgan e Pola saranno assegnati al controllo del 149 l’accordo,

Comando Supremo Alleato. 2) Tutte le forze militari jugoslave ad ovest della linea Morgan saranno poste sotto il Comando Supremo Alleato dal momento dell’entrata in vigore dell’accordo. ll numero delle forze jugoslave consentite a rimanere in quest’area è limitato ad un distaccamento di 2.000 uomini. 3) Il Comandante Supremo Alleato governerà l’area ad ovest della linea Morgan e Pola tramite un Governo Militare Alleato. Verrà utilizzata ogni amministrazione civile jugoslava già attivata e che, dal punto di vista del Comandante Supremo Alleato, sta lavorando in modo soddisfacente. Il GMA sarà autorizzato, comunque, ad utilizzare le autorità civili che ritenga più adatte e a cambiare il personale amministrativo a sua discrezione. 4) Il maresciallo Tito ritirerà le

forze regolari jugoslave ora nell’area ad ovest della linea Morgan entro il 12 giugno 1945. 5) Secondo la decisione del Comando Supremo Alleato tutte le forze irregolari in quest’area o consegneranno le armi o si ritireranno ad est della linea di demarcazione. 6) Il governo jugoslavo s’impegna a liberare tutti i residenti dell’area alleata che ha arrestato o deportato, ad eccezione delle persone che possedevano la nazionalità jugoslava nel 1939, e restituirà le proprietà confiscate o tolte. 7) Questo accordo non influisce in alcun modo sulla destinazione della linea.

definitiva

delle aree della Venezia Giulia ad est e ad ovest

100

e la restituzione dei prigionieri e dei beni confiscati’. Ancora una volta le questioni diplomatico-burocratiche ebbero la meglio sulla giustizia e sulla vita di migliaia di sventurati. Quattro mesi dopo il governo di Belgrado usò lo stesso stratagemma quando SubaSié rispose alla nota del Foreign Office consegnando all’ambasciatore britannico Stevenson una nota che

spiegava quanto segue: “Il governo

jugoslavo

desidera

cogliere

questa

opportunità

per af-

fermare che nella zona in questione non è avvenuta alcuna confisca, deportazione o arresto da parte delle autorità jugoslave, se non per motivi di sicurezza militare e, pure in tal caso, solo quando si è trattato di eminenti fascisti o criminali di guerra”!51, Il

governo di Londra aveva invece già raccolto prove sufficienti

per dimostrare

come in realtà gli jugoslavi

avevano

deportato

un

elevato numero di cittadini italiani dalla zona del GMA durante il periodo dell’occupazione delle forze titine, le quali avevano

altresì ordinato la coscrizione obbligatoria nell’esercito jugoslavo sia a Gorizia che in altre città della Venezia Giulia. Gli inglesi inoltre erano anche ben convinti della veridicità delle denunce di parte italiana, vale a dire che i quadri slavo-comunisti stavano ancora deportando molti italiani nei campi di concentramento croati, sostituendoli il più rapidamente possibile con cittadini jugoslavi e che ordini di coscrizione erano apparsi, come a Gorizia, anche a Fiume, Pola, Zara, Cherso e Lussino. Gli anglo-americani

tuttavia non esercitavano

autorità alcuna nelle aree della Vene-

zia Giulia ad est della linea Morgan e una circolare

del Ministero

degli Esteri britannico faceva notare come negli accordi del 9 giugno il governo di Belgrado non aveva dato nessuna garanzia sui

371/48819/R 9515/6/92, 2 giugno 1945. 151 FO 371/48951/R 18234/15199/92, 26 ottobre 1945. 150

FO

101

criteri che sarebbero stati adottati per la gestione degli elementi italiani nelle aree orientali della regione”, Come si vedrà in seguito, nell’esame del rapporto tra azione e tempo, la tempestività e l’efficacia con cui gli Alleati avrebbero potuto agire si persero nelle lunghe consultazioni politico-diplomatiche di prammatica, in cautele e minuziosi controlli necessari prima di muovere accuse, mentre i tentativi più intraprendenti

compiuti per evitare le deportazioni e chieder conto di quelle già avvenute si arenarono jugoslave.

contro l’omertà usata dalle autorità

Le liste Come già visto, sebbene

gli anglo-americani

avessero

le mani

legate e non potessero intervenire, tuttavia le prove da loro raccolte a carico della Jugoslavia erano ormai così tante e tali che non poterono più essere ignorate. Vennero pertanto trasmesse all’ambasciatore britannico a Belgrado che, d’accordo con l’ambasciatore statunitense, il 23 ottobre 1945 chiese al governo jugoslavo delucidazioni in merito. | diplomatici esortavano la liberazione dei 2.472 cittadini italiani deportati, rammentando che il

mancato rimpatrio contravveniva al paragrafo 6 dell’accordo di Belgrado e alle garanzie espresse dal ministro degli esteri jugoslavo in una comunicazione del 20 giugno. Ralph Stevenson

ricevette

una risposta

vaga, in cui non veniva

promesso nulla, se non che la questione sarebbe stata esaminata. Tuttavia circa un mese dopo, in un’intervista con la stampa alleata, Tito rilasciò una dichiarazione in cui, gettando discredito sull’Italia, sminuì i fatti e mise in ridicolo le accuse mosse al proprio paese.

371/48951/R 18234/15199/92, 26 ottobre 1945. 153 FO 371/48951/R 18659/15199/92, 23 ottobre 1945. 152

FO

102

“Per mezzo di alcuni organi di governo,

lo stato italiano

ha chiesto alla

Jugoslavia la liberazione di 4.000 italiani che si dice siano stati rapiti dalla Venezia Giulia. Che storia è questa? Quando abbiamo firmato l'accordo di Trieste con il generale Alexander, tra le richieste alleate c’era che la Jugoslavia restituisse alcuni detenuti che si diceva fossero stati deportati. Noi ci siamo rifiutati categoricamente perché non sappia-

mo niente di questi internati in quanto non esistono. Avevamo solo dei prigionieri catturati durante la guerra, molti dei quali sono già rientrati in Italia. A mio avviso è uno scandalo che la gente di un paese domandi qualcosa che è impossibile da soddisfare, qualcosa che non esiste. Che nella Venezia Giulia, dove era in corso la guerra

partigiana,

siano stati

uccisi molti fascisti è vero, considerando che un intero corpo d’armata era in azione in quell'area, come è vero che molti di loro furono uccisi quando

abbiamo

preso la Venezia Giulia, dato che stavano

combatten-

do a fianco dei tedeschi. E adesso ci viene chiesto di restituire tutti quei morti, che a loro volta restituiranno le centinaia di migliaia dei nostri che furono uccisi a Lika, in Dalmazia, Montenegro Jugoslavia?

Se dovessimo

redigere

e in altre parti della

una lista del genere,

avremmo

un

libro enorme. Una tale pretesa rappresenta pertanto niente altro che un tentativo di contrariare il popolo jugoslavo, e dopo la guerra siffatte richieste non contribuiranno certo al miglioramento delle relazioni tra governi, ma al contrario ne provocheranno il deterioramento” ?*,

Come dimostrato,

la realtà era completamente

diversa e, in-

sieme ai suoi proclami di innocenza jugoslava e di accuse mosse agli italiani, rispondeva

unicamente

ad una strategia

per l’annes-

sione dei territori già rivendicati per mezzo di proclami. L’ostinazione della menzogna di Tito doveva portarlo a concretizzare due obiettivi entrambi mistificatori ma necessari per creare un minimo di argomentazione e di consenso: da un lato quello di rafforzare nell’opinione pubblica jugoslava e negli Alleati un’idea già utilizzata nella propaganda ufficiale, cioè l’immaginaria esistenza di un complotto politico italiano contro la Jugoslavia, dall’altro quello di denunciare e convincere gli anglo-americani 154

FO

371/48951/R 19667/15199/92, 17 novembre 103

1945.

che il popolo jugoslavo era vittima di una vile calunnia. In questo modo il dittatore riuscì ad alterare la realtà dei fatti, con la stessa consolidata tecnica di occultamento o di minimizzazione di certe verità, come del resto tutti i regimi assolutisti del mondo hanno fatto per il loro tornaconto. Come dimenticare infatti le grandi purghe staliniane denunciate solo a posteriori da Chrustév al XX Congresso del PCUS o le epurazioni genocidarie che Pol Pot tentò ancora di sminuire in un’intervista prima della sua morte nel 1998? Così la questione della scomparsa di migliaia d’italiani e la loro detenzione in campi di concentramento jugoslavi, non potendosi quindi effettuare adeguate indagini oltre confine, divenne una sterile disputa che sarebbe continuata ben oltre il termine della guerra, ricalcando nello stile e nella sostanza le macchinazioni di Stalin, maestro nella capacità d’ingannare gli altri e di sbarazzarsi senza giustizia né scrupoli dei “nemici del popolo” e degli elementi “sospetti”. Rimane però sempre in tutti i casi qualcosa che non si riesce a sopprimere, a nascondere del tutto o abbastanza lontano o abbastanza in profondità, degli indizi dai quali riesce a balenare, per chi vuol vedere, la luce della verità. Infatti anche se gli Alleati in virtù del fatto che non esercitavano alcun potere oltre la linea Morgan rimasero testimoni guardinghi e passivi, attenti a non scatenare un conflitto con l’ex alleato partigiano, tuttavia riuscirono comunque ad intravedere la vera sostanza dei fatti nascosti dietro

la cortina di menzogne.

Così il discredito

e il tono canzo-

natorio di Tito furono accompagnati da un commento scritto a penna da Colville, funzionario del Foreign Office, sul documento che riportava la dichiarazione del leader jugoslavo: “C’era da aspettarsi civili italiani deportati

che gli jugoslavi

avrebbero

negato

l’esistenza

e, a meno che gli italiani non riescano

di

a fornire

prove concrete delle deportazioni invece di semplici liste di nomi, non c'è niente che possiamo fare. Ed è da escludere che si riesca ad avere 104

tali prove visto che sembra i sequestri siano stati effettuati durante l’occupazione jugoslava della Venezia Giulia a maggio scorso. Pare che la Jugoslavia sia disposta a intavolare delle discussioni aperte con gli italiani, ma dubito che questi ultimi riescano L'unica speranza, Rescue

Committee,

a cavare un ragno dal buco.

dal punto di vista italiano, è che l’I.R.C. [International Comitato

di Soccorso

Internazionale]

faccia un’i-

spezione dei campi di concentramento

jugoslavi, come ho proposto al Dipartimento di Stato, il che potrebbe dimostrare che questi sfortunati prigionieri esistono davvero”?!5.

Inoltre l'ambasciata britannica a Roma veniva sommersa da petizioni, resoconti e lettere sulla questione dei deportati, con pressanti richieste che si facesse qualcosa e in fretta. Secondo il direttore

generale

dell’UNRRA, l’agenzia delle Nazioni Unite per il

soccorso alla popolazione e la ricostruzione del territorio, le autorità di Belgrado probabilmente si rifiutavano di rimpatriare i deportati italiani perché erano in attesa che venisse definita la questione di Trieste e del rientro dei prigionieri di guerra jugoslavi. La risposta del ministro degli esteri jugoslavo alle sollecitazioin ni britanniche arrivò il 7 dicembre in un lungo telegramma” cui il governo di Belgrado dichiarava di aver sempre soddisfatto le condizioni del mutuo accordo, liquidando la lista di 2.472 civili deportati come “il tentativo di certi italiani di ingannare l’opinione pubblica mondiale”, definendola altresì come “un insolito metodo di sobillazione politica attuato dagli stessi italiani contro il popolo della Repubblica Federale Socialista di Jugoslavia” e proseguiva che le persone della lista italiana non rientravano nelle condizioni dell’accordo di Belgrado in quanto non appartenenti alle tredici categorie di persone, così delineate: 371/48951/R 19667/15199/92, 23 novembre 1945. 156 FO 371/48951/R 20220/15199/92, 20 novembre 1945. 127 FO 371/48951/R 20984/15199/92, 12 dicembre 1945. Il testo integrale sì 155

FO

trova in FO 371/48951/R 21301/15199/92. 105

“(a) Persone che, stando alla lista, risiedono nella parte jugoslava della Venezia Giulia. (b) Cittadini jugoslavi provenienti dalla Jugoslavia vera e propria. (c) Tedeschi presenti nella Venezia Giulia in qualità di soldati o di collaboratori. (d) Italiani nati o provenienti dall’Italia al di fuori della zona A. (e) Soldati regolari dell’esercito

italiano.

(f) Soldati del cosiddetto Stato indipendente

della Croazia.

(g) Coloro che erano scomparsi prima dell’arrivo delle truppe jugoslave nella Venezia Giulia. (h) Coloro di cui non viene menzionata

la data di deportazione,

che

possono essere dunque dei “dispersi”. (i) Persone il cui nome viene menzionato due volte nella lista. (j) Persone che, stando alle informazioni disponibili, sono libere e vivo-

no nella zona A della Venezia Giulia. (k) Soldati della RSI o delle SS, alcuni dei quali erano già stati condan-

nati dai tribunali. (1) Prigionieri

di guerra già consegnati

alle autorità

(m) Coloro che al 1° agosto si trovavano

ancora

alleate.

nel campo di concen-

tramento di Buchenwald in attesa di essere rimpatriati”.

Pertanto tutti i nominativi della lista che non rientravano nelle suddette categorie, si potevano classificare o come fascisti combattenti a fianco dei tedeschi, scomparsi o morti nel corso della lotta partigiana o per mano dell’esercito jugoslavo nella Venezia Giulia,

o come

criminali di guerra che al momento

della liberazio-

ne erano stati giustiziati dal popolo. La risposta del ministro jugoslavo, a riprova che la lista non era corretta, riportava inoltre un’informazione tratta proprio dal giornale italiano ‘Il Lavoratore”*® del 22 ottobre nel quale si men|| Partito Comunista Italiano ebbe come primo organo di stampa ufficiale ‘/l Comunista’ e in seguito ‘L’Unità”. Il Comitato centrale riconosceva comunque anche altri organi di stampa, tra cui ‘I! Lavoratore’ di Trieste.

158

106

zionavano nomi inclusi nell’elenco che appartenevano in realtà a poliziotti, spie fasciste e naziste, e criminali per i quali non si poteva certo far reclamo al governo jugoslavo. Concludeva poi esprimendo il proprio rammarico nel constatare che il governo di Sua Maestà riponesse così tanta fiducia in coloro che avevano combattuto a fianco di fascisti e nazisti, assicurando che in futuro avrebbe fatto in modo che simili tentativi da parte di fascisti sconfitti non interferissero con gli sforzi di cooperazione internazionale basati sulla fiducia reciproca tra nazioni democratiche. Con il tentativo di respingere la lista, usando il pretesto che i nomi apparentemente non erano stati inseriti nella stessa in modo corretto in quanto appartenenti a persone la cui scomparsa non era imputabile alla Jugoslavia, il governo di Belgrado cercava di gettare fumo negli occhi degli Alleati occidentali per mascherare le proprie azioni criminose di deportazione e d’internamento di civili. Ma questa tesi jugoslava non fece cambiare l’opinione all’ambasciata britannica a Roma per la quale l’argomentazione

jugoslava,

secondo

cui i nomi che non rientravano

nelle 13 categorie corrispondevano acqua da tutte le parti”. Del resto se anche vi fossero

a fascisti e nazisti, “faceva

stati dei fascisti, solo una giuria

italiana avrebbe avuto il diritto di processarli slavi, notoriamente

e non

certo gli jugo-

avversi a tutti gli italiani, che fossero

fascisti

o meno. Inoltre ammesso che tali elementi fossero stati arruolati tra le forze della Repubblica Sociale Italiana, li si sarebbe dovuti trattare come prigionieri di guerra. Per quanto poi il governo di Belgrado avesse avuto anche ragione nell’affermare che alcune di queste persone mancavano all’appello per altri motivi, dalla Venezia Giulia ne erano scomparse così tante, che era sicuramente lecito pensare che più probabilmente fossero state rastrellate dagli jugoslavi, gli unici a poter trarre vantaggio

dalla situazione.

Nella stessa nota dell’ambasciata britannica si affermava inoltre che se la Jugoslavia avesse continuato a sostenere di non aver

107

nulla a che vedere con le sparizioni di italiani, avrebbe dovuto accettare che una commissione internazionale ispezionasse i campi di concentramento

ed i prigionieri

ivi rinchiusi. Se gli jugoslavi si

fossero rifiutati, si sarebbe potuto rivelare al mondo intero che dietro la facciata di legalità istituzionale, il paese attuava in realtà una politica di repressione e di violazione dei diritti umani. Preso atto della relazione dell’ambasciatore, il Foreign Office si rivelava però cauto nei confronti di un “ricatto pubblicitario” in quanto la stessa ambasciata britannica a Roma non era riuscita a suscitare l’interesse della stampa anglo-americana per questi tragici fatti e le ingiuste e durissime condizioni di internamento in cui versavano

i prigionieri

ad onta di trattati

nei campi di concentramento

e convenzioni

jugoslavi

internazionali’.

La proposta dell’ambasciatore inglese a Roma, Sir Noel Charles, incontrò così soltanto il favore di Colville, alto funzionario del Foreign Office, il quale, convinto che la Jugoslavia stesse tratte-

nendo i prigionieri italiani come merce di scambio per quelli jugoslavi e per la soluzione della questione di Trieste‘, suggerì che la Croce Rossa internazionale avrebbe potuto svolgere il ruolo di ispettrice.

l’idea di ricorrere all’intervento dell’organizzazione neutrale ed indipendente peccava però di ingenuo ottimismo, soprattutto alla luce di un precedente

tentativo

d’ispezione

dei campi di

concentramento effettuato dall’inviato della Croce Rossa statunitense, J. Truax, assieme a Enderle, rappresentante della Croce Rossa internazionale.

Questi avevano

trascorso

due giorni a Lu-

biana nell’agosto 1945 ed avevano coinvolto Silbar, presidente della Croce Rossa slovena il quale, per ottenere i permessi necessari per l'ispezione dei campi e l’organizzazione del rimpatrio dei civili, aveva organizzato

un incontro

con l’ufficiale in coman-

371/59525/R 1027/1027/92, 18 gennaio 1946. 160 FO 371/59525/R 12651/1027/92, 27 agosto 1946. 159

FO

108

do della Quarta Armata jugoslava. Purtroppo però alla fine tutto si era vanificato in quanto il militare aveva liquidato la faccenda

affermando che il problema semplicemente non sussisteva: in Jugoslavia infatti non c'erano assolutamente campi per civili, ma solo per prigionieri di guerra. A questo punto grazie all'aiuto del corrispondente del console svizzero a Trieste, Truax ed Enderle si erano rivolti allora al Ministero degli Interni jugoslavo ma, siccome il ministro si trovava a Belgrado, erano riusciti ad incontrare solo il capo di gabinetto. Costui però, sorpreso che loro possedessero dei dati così particolareggiati, dopo aver esaminato con apparente interesse la dettagliata

lista di deportati

e di luoghi in cui vennero

rinchiusi,

non affrontò concretamente la questione dei campi di concentramento, dicendo che avrebbe telegrafato al governo di Belgrado, che secondo

lui era l’unica autorità

in grado di emettere

i

permessi necessari. Tuttavia da Belgrado risposero che in primo luogo la richiesta sarebbe dovuta pervenire dalla Croce Rossa svizzera e solo in seguito il ministro jugoslavo avrebbe potuto emettere i permessi. Alla fine il presidente della Croce Rossa slovena, Silbar, negando di essere a conoscenza dell’esistenza di tali campi, si era impegnato a controllare personalmente la questione con le autorità competenti. E questo fu tutto l’esito della missione.

Silenzio ostinato, finta collaborazione e marcata doppiezza furono tecniche soventemente impiegate dalla Jugoslavia secondo un copione prestabilito, con l’obiettivo di scoraggiare le già deboli speranze degli anglo-americani e corrodere la pazienza di coloro che cercavano si facesse chiarezza e giustizia su quei crimini di massa e fossero salvate la libertà e la vita di tanti esseri umani strumentalmente travolti dalla guerra politica che si svolgeva ai confini.

Quindi per questa missione non c’era nessun altro esito possibile e dopo l’inganno si aggiunse anche la beffa, quasi grottesca:

109

durante la riunione con Truax e Enderle, la Croce Rossa slovena avanzò delle accuse secondo le quali gli jugoslavi che rientravano da Germania, Austria e Italia erano maltrattati dagli Alleati che

non fornivano abbastanza cibo e coloro che si trovavano in Germania erano ancora rinchiusi nei campi di concentramento 1, L’impossibilità che l’azione raggiungesse la verità dei fatti o addirittura risultati concreti a favore degli italiani era stata fatta presente anche dal maggiore Waddams, console britannico, che era al corrente “dell’esistenza di campi di concentramento dove, soprattutto in quello di San Vito, le condizioni di vita erano così orribili da far apparire il campo di Dachau una sciocchezza”. Egli infatti aveva messo in guardia Truax sulla situazione in Jugoslavia, dove “in ogni abitazione

e in ogni ufficio c'erano

rappresentan-

ti dell’OZNA, pronti a segnalare qualsiasi attività, tanto che alla minima mossa si poteva finire in carcere”; inoltre “a Lubiana era

stata organizzata la liquidazione di quei cittadini proprietari di beni, con la scusa che siccome non avevano aiutato i partigiani, dovevano

essere puniti: li si arrestava

e gli si confiscavano

le pro-

prietà”. Pertanto le autorità alleate mai avrebbero potuto contare sui permessi e gli aiuti indispensabili per la loro impresa. Nel resoconto

della sua visita a Lubiana Truax riportava

che “gli sla-

vo-comunisti erano certi dell'appoggio sovietico e con un alleato così potente potevano permettersi di fare tutto ciò che volevano: infatti sebbene

non godessero

di un sostegno

superiore

al 12%

della popolazione, grazie al controllo dell’OZNA e dell’esercito avevano poco da temere, in quanto non esisteva un’opposizione organizzata” 12,

Intanto il 5 gennaio 1946 il sottosegretario Antonio

Cifaldi, contattò

161

\WO

204/431.

162

\WO

204/431.

il colonnello

110

James

di stato italiano, Regis, presidente

della sottocommissione alleata prigionieri di guerra, sollecitando un intervento anglo-americano nella vicenda degli italiani scomparsi durante l’occupazione jugoslava della provincia. “In riferimento al colloquio che ho avuto l’onore di avere con Lei questa mattina, Le sottopongo l’opportunità di richiedere possibilmente tramite

la Commissione

italiani recentemente

Alleata sedente

in Belgrado, l'elenco

dei civili

internati in Jugoslavia e possibilmente la loro at-

tuale destinazione. Come Ella sa, vi è grande

ansia da parte

dei familiari degli internati

sulla sorte dei loro cari e sarebbe opera di grande conforto poter dare loro qualche notizia” !°3,

La richiesta di Cifaldi non si basava soltanto sui moltissimi casi

di deportazione già segnalati, ma anche al fatto che nuove denunce continuavano a pervenire a testimonianza di ciò che stava in quel momento accadendo al di là di quella che Churchill definì “la cortina di ferro”. In quelle zone continuavano ancora a sparire italiani. Un esempio per tutti: il 16 febbraio 1946, mentre nel resto d’Italia si pensava alla ricostruzione, al capo di gabinetto del Ministero della Marina alleata giunse notizia del caso del tenente Antonio De Rubertis di Procida, classe 1902. Stava prestando servizio come chirurgo militare presso l’ospedale navale di Pola quando venne arrestato il 24 maggio 1945 e deportato a Spalato. Riuscì clandestinamente a far giungere una lettera all’anziana

madre, implorandola di presentare domanda per il rimpatrio‘. La questione dei deportati italiani dunque non si placò nel 1945, ma anzi, con il rimpatrio dei prigionieri di guerra di altri paesi, il limbo dei desaparecidos si impose nuovamente all’attenzione alleata, anche grazie all’instancabile attività dell’Associazio-

163

WO 204/10834, 5 gennaio

164

\WO

1946.

204/10834, 12 B, 16 febbraio

1946. 111

ne congiunti dei deportati in Jugoslavia e all’intervento della Santa Sede nella persona di Monsignor Tardini, Sottosegretario di Stato al Vaticano. Questi, in una nota del 24 maggio 1946, esortò un intervento

alleato in merito, mentre

già un anno prima il Vati-

cano si era rivolto agli anglo-americani denunciando deportazioni e infoibamenti e chiedendo che si inviasse una commissione per investigare sulle condizioni dei prigionieri e portare loro soccorso. Rivelatore del clima di frustrazione degli anglo-americani riguardo a questa situazione dei confini può considerarsi il commento

scritto

a penna

da un funzionario

del Foreign Office sulla

nota ricevuta dalla Santa Sede: “Una delle anomalie degli Accordi di Trieste consiste nel fatto che mentre gli jugoslavi

hanno

un distaccamento

nella zona sotto il controllo presso il quartier

generale

cuna forma di rappresentanza

simbolico

del GMA e una missione del XIII corpo d’armata,

di 2.000

uomini

di collegamento

noi non abbiamo

al-

nella zona jugoslava della Venezia Giulia.

Temo che ora sia troppo tardi per esigere una rettifica e ogni richiesta d’invio dei nostri osservatori verrebbe respinta” !6°,

Malgrado l’irrimediabile verità nascosta dell’impotenza alleata a causa di accordi sbagliati perché garanti di una sola del-

le parti, le ulteriori denunce da parte italiana divennero oggetto, durante il 1946 ed il 1947, di un intenso scambio di telegrammi tra Gran Bretagna, Stati Uniti, le rispettive ambasciate a Belgrado e Roma ed il governo jugoslavo. Gli Alleati chiesero al governo italiano di passare al vaglio la lista di 2.472 italiani scomparsi,

mentre

il GMA avrebbe

condotto

dei controlli in modo da produrre un elenco aggiornato, che tenesse conto non solo delle obiezioni jugoslave, alcune delle quali rivelatesi corrette, ma anche di tutti gli altri elementi significativi. Ad esempio alcuni nominativi di persone catalogate come 165

FO

371/48834/R 12419/24/92, 23 luglio 1945. 112

scomparse corrispondevano a prigionieri di guerra; altri erano morti; per alcuni non era dimostrato ancora l’arrivo in Jugoslavia; altri erano

nel frattempo

già stati rimpatriati;

alcuni nominativi

corrispondevano ad elementi di nazionalità jugoslava, mentre le generalità di altri erano poco chiare‘. Le imprecisioni dell’elenco di deportati italiani fornirono quindi ampio pretesto alle autorità jugoslave per le argomentazioni negazioniste del governo di Belgrado. Per fare chiarezza su questa faccenda della correttezza della lista, il Ministero degli Esteri italiano in un memorandum fece presente a queste accuse che i nominativi menzionati dal governo di Belgrado non corrispondevano a quelli della lista originariamente inviata dall’Italia agli Alleati ed esortava pertanto la Commissione Alleata a fornire alla Jugoslavia una copia originale della lista. Il nostro Ministero degli Esteri ribadiva inoltre le proprie

accuse articolandole come segue: “A) In conformità

all’articolo

6 dell’Accordo

la Venezia Giulia in due zone, stipulato Alleato

e il maresciallo

relativo

alla divisione

del-

a giugno 1945 tra il Comando

Tito, [...] il governo

di Belgrado

si è assunto

l’impegno di restituire tutti i residenti arrestati o deportati dall’area precedentemente

sotto il controllo jugoslavo, con l’eccezione di que-

gli elementi che prima del 1939 fossero in possesso della cittadinanza jugoslava. In tal modo il governo jugoslavo ha ammesso che le forze armate avevano effettivamente durante

l’occupazione

deportato

della cosiddetta

un certo numero di italiani

zona A. Nonostante

ciò, stando

alle affermazioni ufficiali del portavoce jugoslavo, pare che le implicazioni degli arresti e deportazioni vengano semplicemente

dei residenti nella suddetta zona A

ignorate, il che è in ovvio contrasto con l’im-

pegno espresso nell'articolo 6. Da notare è anche l’asserzione, priva di alcun fondamento,

che tutti gli scomparsi si debbano classificare o

come deceduti nel corso della lotta partigiana o uccisi al momento del166

\WO 204/10834,

30 marzo 1946.

113

la liberazione dalla popolazione locale insorta. B) Il governo jugoslavo, sebbene

escluda la possibilità che dei cittadi-

ni italiani residenti nella zona A siano mai stati arrestati o deportati, non nega tuttavia di aver preso in detenzione

un gran numero di ita-

liani, ad esempio soldati dell’esercito regolare italiano, italiani nati o provenienti da altra province, ex internati del campo di Buchenwald, repubblichini o arruolati nell’esercito tedesco. Non sembrano esserci motivi giuridici che giustifichino un tale operato da parte del governo jugoslavo che, al contrario, in virtù dell'Accordo di cui sopra si è impegnato a rilasciare tutti i prigionieri, in primo luogo perché non esistono capi d’imputazione contro di loro ed in secondo luogo perché devono rispondere del loro operato di repubblichini o di collaboratori nazisti solo alle autorità italiane. C) Il governo jugoslavo rivendica inoltre il diritto di non essere costret-

to a rilasciare quelle persone che, sebbene vivano nella Venezia Giulia, non risiedono però nella zona A. Malgrado l'articolo 6 dell'Accordo non faccia specifica menzione di un tale gruppo di cittadini italiani, non sembra esserci alcun dubbio che vadano inclusi nella più ampia categoria di cittadini residenti in una parte di territorio nazionale occupato militarmente da un altro e, in quanto tale, il caso di suddetti cittadini dovrebbe essere soggetto alle norme internazionali inerenti la convenzione dell’Aia del 18 ottobre 1907. Secondo tali norme, le forze militari di occupazione rispettare

non solo devono

la vita degli abitanti (art. 46), ma devono anche astenersi

dall'uso di misure restrittive nei loro confronti che non siano giustificate dalla condotta di guerra o da specifiche ragioni d'occupazione. [...] L'arresto e la deportazione di questi cittadini non possono che esser considerati niente altro che una procedura illegale adottata dal governo jugoslavo. D) Si desidera altresì evidenziare il fatto che, siccome le condizioni ar-

mistiziali valgono per tutto il territorio italiano al quale tutta la Venezia appartiene ancora, l’area occupata militarmente dalla Jugoslavia, delimitata dall’Accordo del 9 giugno, trae origine da un’autorizzazione del-

114

le Nazioni Unite e ricade pertanto sotto la loro responsabilità, secondo gli articoli 18 e 38 delle condizioni armistiziali supplementari. Ciò significa che mentre il Governo Alleato non può ignorare i metodi occupazionali intrapresi dalle autorità jugoslave nel territorio loro assegnato,

al tempo stesso il governo jugoslavo è responsabile verso il Governo Alleato e verso l’Italia per l'operato durante l’occupazione della zona A, secondo i termini enunciati nell’Accordo del 9 giugno 1945. Il governo di Belgrado [...] è pertanto

responsabile

anche di quanto

compiuto nella zona B”167, A tali argomentazioni

del governo italiano il quartier generale alleato, nella persona del maggiore A. D. Trounson, in una nota del 6 maggio 1946 rispose specificando che il Comando Alleato aveva per così dire garantito la lista originale di 2.472 nomi in conformità ad una serie di rapporti del 13° Corpo d’Armata del GMA e che pertanto

non era giusto scaricare

la colpa sul governo

italiano per gli errori evidenziati dalle autorità jugoslave; chiese inoltre allo stesso 13° Corpo d’Armata una verifica della lista a

suo tempo redatta. Quando l’unità militare incaricata revisionò l’elenco , gli ulteriori controlli e ricerche portarono il numero totale dei deportati dagli jugoslavi a 3.776, cifra molto superiore rispetto alla stima precedente. Questi i numeri delle persone prelevate, così suddivise per città!‘°: |. PRESUNTI DEPORTATI NEL MAGGIO/GIUGNO 1945 TRIESTE

i

72] I RS

942

0)

552

PI

| IPA

167

\WO

204/10834, 18 aprile 1946.

168

\WO

204/10834, 9 maggio 1946, foglio 22B.

169

\WO 204/10834,

1° giugno 1946.

115

1494

GORIZIA ” POLA ’

LL, RI

AAA

1225

L'/0) I |

IRR

38

L!/0]

0]

486

I DI

1263

840

354

| IRR

3597 44

Presunti decessi in cattività

697

Presunti rimpatriati o rientrati da soli

4338

Numero totale deportati II. PRESUNTI DEPORTATI PRIMA DEL MAGGIO/GIUGNO

1945 169

Tutte le zone 1942- 1943 - 1944

4507

Totale complessivo

741

Sottrarre numero dei decessi, rimpatri, etc . III. NUMERO PRIGIONIERI DA RIMPATRIARE

3766

Queste cifre vennero ulteriormente Seguirono

scambi di telegrammi

controllate

e aggiornate.

e note su chi dovesse

occuparsi

della faccenda: Byington era dell’avviso che le autorità militari dovessero intervenire’””, mentre allo Stato Maggiore si era piuttosto dell’idea che, siccome sin dall’inizio il caso era stato affrontato tramite canali diplomatici, sarebbe stato naturale seguirne gli sviluppi in sede politica‘!, opinione condivisa dal Comando 204/10834, 14 maggio 1946. 171 WO 204/10834, 23 maggio 1946. 170

\WO

116

Supremo Alleato per il Mediterraneo che spingeva per la restituzione immediata dei detenuti o per una spiegazione plausibile sulla loro sorte da parte jugoslava‘. Tuttavia con il tempo il

comando si convinse che ulteriori insistenze presso il governo

di Belgrado non avrebbero condotto a nessun risultato, e auspicò pertanto che il segretario di stato americano cercasse di sollevare la questione durante la Conferenza di Pace (29 luglio-15 ottobre

1946) in corso a Parigi ‘7, Dato che alla conferenza

non

si presentò l'occasione di intavolare un discorso sui deportati, il Ministero degli Esteri inglese propose di mandare una nota congiunta anglo-americana al governo jugoslavo assieme alla nuova lista contenente i quasi 4.000 nominativi”. Ll’ambasciata inglese

a Belgrado telegrafò

al Foreign Office af-

fermando che, per quanto la nuova lista e le nuove rimostranze da parte degli ambasciatori anglo-americani a Belgrado non avrebbero cambiato la situazione di quei deportati ancora in vita, ci si augurava almeno che in quell’occasione l’elenco fosse sufficientemente accurato da giustificare il ritardo di ben dieci mesi intercorsi da quando il governo jugoslavo aveva deriso e svilito le accuse italiane. ll tutto si trasformò così in una blanda questione formale soprattutto perché si temeva che Belgrado potesse acriesumare le accuse cusare gli Alleati di voler deliberatamente proprio in concomitanza della Conferenza di Pace di Parigi. C’era poi la questione se fosse o meno il caso di rendere la questione di pubblico dominio perché se ciò fosse avvenuto, le autorità a Trieste avrebbero dovuto produrre il maggior numero di testi-

monianze attendibili e in particolare quelle di tutti

i deportati

prigionieri di guerra che fossero rientrati dalla Jugoslavia”.

1/2 CAB 173

FO 371/59525/R

1/4 CAB 175

122/881, 30 maggio 1946.

\WO

122/881,

9329/1027/92,

14 agosto 1946.

31 agosto 1946.

204/10834, 6 settembre

1946. 117

o

Alla fine l’idea di dar seguito alla questione

fu rimandata sulla base del fatto che il precario accordo raggiunto dai ministri dei rispettivi paesi per la questione di Trieste sarebbe stato messo a repentaglio qualora le discussioni alla Conferenza di Pace divenissero ancor più contrastanti di quanto non lo fossero. Continuando però a perdurare le sollecitazioni del governo italiano, la proposta di rendere pubblica la questione dei deportati, e che la Jugoslavia

non teneva fede agli impegni presi, venne

nuovamente discussa dagli Alleati otto mesi dopo. In questa occasione Henry Hankey dell’ambasciata britannica in Italia espresse al Foreign Office dei dubbi sull’opportunità di portare questione con gli jugoslavi: era infatti difficile prevedere

avanti la le riper-

cussioni che tale mossa avrebbe potuto avere sulla creazione del Territorio Libero di Trieste o sull’esecuzione dell’Articolo 45 del trattato

italiano sulla resa dei criminali di guerra.

Gli anglo-ame-

ricani temevano infatti che rendere note le sparizioni avrebbe scatenato una reazione negativa da parte di Tito, con una replica delle accuse jugoslave

secondo

le quali i governi

di Stati Uniti e

Gran Bretagna agivano in malafede per quanto riguardava la resa di collaborazionisti. La questione dei deportati andava pertanto valutata considerandone attentamente i pro e i contro e l’ambasciata inglese era convinta che agli occhi dell’opinione pubblica fosse meglio non collegare i rifugiati con i collaborazionisti: se ciò fosse accaduto, gli anglo-americani avrebbero fatto il gioco degli jugoslavi i quali, “nel momento in cui avessero iniziato a trattare direttamente con il governo italiano per la restituzione dei

rifugiati, avrebbero sicuramente usato i prigionieri di guerra ed i deportati italiani come merce di scambio per ottenere dell’altro, mentre gli Alleati si auguravano che ciò avvenisse il più tardi possibile” 176,

Anche la delegazione britannica a Parigi, come l’ambasciata a Roma, aveva confermato di non nutrire alcuna illusione che ulte76 FO 371/67412/R 7497/128/92,

22 maggio 1947. 118

riori rimostranze diplomatiche avrebbero aiutato la causa dei detenuti italiani in Jugoslavia e tuttavia riteneva opportuno inviare un’altra nota al governo di Belgrado come “prova per qualunque cosa potesse sorgere durante i negoziati alla Conferenza di pace di Parigi”. Fu così che Pecorari, facendosi interprete dell’angosciosa attesa delle famiglie dell’Associazione dei Congiunti Deportati in Jugoslavia, lamentò in un memorandum all’Ammiraglio Stone, “che delle migliaia di deportati italiani solo poco più di 200 erano stati rilasciati e i racconti delle sofferenze da loro subite eguagliava e forse superava, per crudeltà, quelle dei campi di concentramento nazisti. Gli appelli dei familiari al governo alleato e a quello italiano, alla Croce Rossa internazionale e a quella slovena erano stati inutili, così come le richieste rivolte alle quattro grandi potenze, ai ministri degli esteri e alla Commissione di esperti erano

rimaste senza risposta”. Sterili risultarono le ulteriori iniziative che si susseguirono. Il 4 ottobre 1946 l’ambasciata inglese a Belgrado si rivolse al ministro degli esteri jugoslavo per affrontare nuovamente la questione e perorare la causa delle famiglie, dichiarando che il governo di Sua Maestà era insoddisfatto delle risposte evasive precedentemente fornite dalla Jugoslavia‘. Il 17 aprile 1947 il colonnello Alfred Bowman, funzionario a capo degli affari civili nella zona A della Venezia Giulia, si lamentò che l’incapacità degli Alleati di adottare una serie di azioni concrete volte a chiarire il destino dei deportati, essendo interpretata dagli italiani come mancanza di buona volontà, era una delle fonti principali di critiche della popolazione locale verso l’amministrazione alleata. Malgrado Bowman ritenesse che nessun tipo

12651/1027/92, 2 settembre 1946. 8 FO 371/59525/R 15455/1027/92, settembre 1946 (giorno non specificato). 179 FO 371/59525/R 15258/1027/92, 4 ottobre 1946. 177

FO 371/59525/R

119

d'azione da parte anglo-americana sarebbe valsa per il rimpatrio dei deportati, al tempo stesso si rendeva conto che le famiglie non avevano nessun altro a cui rivolgersi o da accusare come responsabile della lunga attesa e pertanto esortava almeno il rilascio di un comunicato

alleato

relativo al destino

di questi infelici

e a quali prospettive ci fossero per un loro rientro. Nel giugno del 1947 la situazione relativa ai deportati continuava irrisolta: un caso esemplificativo fu quello del personale dell’ex-questura di Fiume che sembrava esser svanito nel nulla. Sebbene dalle foibe della regione fossero stati estratti dei corpi di “deportati” nel maggio 1945 e molti fossero stati identificati, degli ex-dipendenti si erano perse le tracce. Un agente della divisione di pubblica sicurezza presso il GMA inviò una nota al quartier generale alleato in cui suggeriva di condurre ulteriori indagini a livello diplomatico,

dato che l’inchiesta

condotta

per vie

militari non aveva prodotto alcun risultato tangibile, Il compito degli anglo-americani fu estremamente arduo, non solo perché il quartier generale alleato venne subissato da una marea di denunce, oltre ottomila‘2, ma anche perché molti prigionieri morirono per malattia, nei tentativi di fuga, alcuni riuscirono a fuggire, mentre altri vennero liberati e non avvertirono le autorità

italiane

né si presentarono

al quartier

generale.

Ciò

fu dovuto al fatto che, come rivelano due lettere del novembre 1947, le indagini furono svolte con un riserbo tale che probabilmente tra i rimpatriati non tutti erano al corrente che le autorità alleate li stessero cercando e tra di essi vi erano comunque dei fascisti seriamente compromessi con il regime che, per timore di essere identificati e processati, non si presentarono al comando

anglo-americano.

Il documento

180

WO 204/10834, 17 aprile 1947.

181

WO 204/10834, 6 giugno 1947.

182

\WO

lamentava inoltre

204/10834, 30 marzo 1946. 120

il

fatto che tra

i deportati

1.100 erano stati liberati dalle autorità jugoslave, ma la notizia non aveva ricevuto la dovuta attenzione dalla stampa filoitaliana’8. Anche se le indagini alleate avevano prodotto una considerevole quantità

di dettagli,

gli jugoslavi

non diedero

alcuna sod-

disfazione in merito; inoltre le ricerche condotte furono spesso così accurate che intercorse molto tempo prezioso tra la denuncia fatta dai familiari agli Alleati ed il momento in cui questi ultimi ne chiesero conto alla Jugoslavia. A tal proposito un esempio emblematico è fornito dal caso di Giovanni Carta, agente della Forza di Polizia nella Venezia Giulia, scomparso la sera del 24 marzo

1946 mentre era di servizio ad un posto fisso di controllo lungo la linea Morgan, non molto distante da Trieste. La polizia ritenne che fosse stato rapito e portato nella zona B approfittando dell’oscurità, ma le indagini svolte si erano rivelate infruttuose. Per quanto il Foreign Office ed il Dipartimento di Stato americano considerassero la gravità dell'incidente, a causa del lasso di tempo intercorso dal rapimento - 10 mesi - dovuto alla necessità di svolgere le ricerche e del fatto che non vi erano prove che mostrassero la responsabilità jugoslava in quel sequestro, non poterono far altro che informare la missione militare jugoslava della scomparsa dell’uomo, chiedendo aiuto per la soluzione del caso!. Un altro episodio tra i tanti, che tuttavia riconferma che non solo gli italiani, ma anche oppositori anticomunisti sloveni furono oggetto di eliminazioni fisiche sistematiche, sia pure in numero largamente inferiore: nelle prime ore del mattino del 1° settembre 1947 Andrej Ursic, sloveno, classe 1908, membro eminente del Partito

Democratico

Sloveno,

fu rapito

nei pressi di Robic,

paese della zona A. Dopo aver ricevuto una nota che fissava un 371/67412/R 16240/128/92, 24 e 25 novembre 1947. 184 FO 371/67412/R 128/128/92, 31 dicembre 1946 e 20 febbraio 183

FO

121

1947.

appuntamento

a casa di amici verso mezzanotte, andò all’incon-

tro in motocicletta; avendo trovato la casa vuota, se ne tornò indietro e cadde vittima di un’imboscata. Una pattuglia della polizia che si trovava nelle vicinanze udì delle grida, ma sopraggiunta sul luogo dell’incidente trovò solo dei vetri infranti e delle impronte che conducevano in un campo. Il 17 settembre 1947 scomparve una jeep con a bordo cinque agenti della polizia civile che da Monrupino stavano andando ad Orle per sistemare dei radiocomandi. Si pensava che per sbaglio il veicolo, attraverso una stradina, avesse oltrepassato il confine. In seguito i militari furono visti in mano agli jugoslavi a Sesana e fonti attendibili dichiararono che dei testimoni erano andati da Opicina, nel Territorio Libero, a Sesana, in Jugoslavia, per testimoniare (non è chiaro se di loro spontanea volontà o se costretti) contro i cinque in un tribunale comunista. Come negli altri casi, la missione militare jugoslava non solo non fornì alcuna spiegazione dell’accaduto, ma non si curò nemmeno di intervenire per la liberazione dei cinque militari! A differenza della stragrande maggioranza dei casi di rapimento, questo però ebbe un lieto fine, molto probabilmente per le insistenze personali del generale Airey, nuovo comandante alleato della zona A. Dalla documentazione del Ministero degli Esteri inglese

risul-

ta nuovamente evidente il desiderio di attirare l’attenzione dei media e del pubblico nei confronti di quelle “terribili deportazioni” e di rendere note “le modalità con cui la Jugoslavia aveva proceduto all’occupazione della Venezia Giulia”. Già due anni prima, quando si era sollevata la questione per la prima volta, l’obiezione mossa era stata che “la stampa inglese non avrebbe pubblicato materiale che, sia pure estremamente orribile e convincente, screditasse il valoroso alleato jugoslavo”, materiale

185

FO 371/67412/R

12120/128/92,

4 settembre

186

FO 371/67412/R

13274/128/92,

29 settembre

122

1947. 1947.

che “il dipartimento incaricato di decidere quali notizie pubblicare avrebbe definito come invendibile”., Tuttavia mentre era in corso questo scambio di opinioni sulla linea da adottare, il parlamentare Noel-Baker era in visita a Belgrado e si ritenne quindi preferibile attendere prima di sganciare una bomba del genere agli jugoslavi. Si decise dunque che la questione poteva aspettare fino a quando l’attuazione dell’articolo 71 del Trattato italiano sui prigionieri di guerra sarebbe stata messa in discussione!®”:; purtroppo più lungo si attendeva e più remota si faceva la possibilità

di un intervento efficace. Intanto l'ambasciata britannica a Belgrado aveva inviato al ministro degli esteri jugoslavo una nuova lista con i nomi di 230 deportati che non figuravano in nessun altro elenco precedente! a cui fece seguito,

qualche

te i nomi di 238 civili a quel momento

e

mese più tardi, un’altra nota contenen-

351 militari, prelevati dalla zona A!®. Fino

gli jugoslavi

avevano

risposto

soltanto

alla pri-

ma lista, quella in cui riuscirono a trovare degli errori, mentre un silenzio assoluto fece seguito alle altre. Gli inglesi non nutrivano alcuna speranza che le persone menzionate fossero ancora in vita o che sarebbero mai state rilasciate: la prassi jugoslava era infatti

quella di liberare solo coloro che non fossero stati maltrattati al punto da renderne sconsigliabile la scarcerazione e coloro peri quali le trattative erano state condotte da comunisti in modo che il partito potesse ricevere il merito della liberazione’. Malgrado il risultato praticamente nullo ottenuto dal Foreign Office presso il governo di Tito, gli inglesi insistettero sino alla fine sulla necessità di mettere sempre agli atti qualunque caso di deportazione, in modo che, durante le fasi dei negoziati per la questione di

371/67412/R 7497/128/92, 5 giugno 1947. 188 FO 371/67412/R 10055/128/92, 9 luglio 1947. 189 FO 371/67412/R 16240/128/92, 25 novembre 1947. 187?

FO

190

FO 371/67412/R 14906/128/92,

8 novembre 1947. 123

Trieste presso il Consiglio di Sicurezza dell’Onu, fosse possibile dimostrare che il Governo Militare Alleato era intervenuto presso le autorità jugoslave competenti, facendo il possibile per garantire il ritorno dei deportati’, Convinto che ulteriori approcci alla Jugoslavia non avrebbero prodotto alcun risultato, l’ambasciatore Cannon, che forni al nostro paese copie della documentazione alleata e delle liste inoltrate a Belgrado, ritenne che la spinosa faccenda dovesse essere gestita direttamente dal governo italiano e da quello jugoslavo,

raccomandando inoltre che il Dipartimento di Stato includesse la questione dei deportati italiani nel resoconto congiunto anglo-americano da presentare al Consiglio di sicurezza sulle aree sotto amministrazione alleata!. Dovettero trascorrere altri due mesi caratterizzati da un giro di consultazioni prima che venisse deliberato che una tale mossa presso il Consiglio di Sicurezza implicava automaticamente che il governo di Belgrado avrebbe anticipato l’accusa anglo-americana o risposto immediatamente, incolpando

a sua volta gli anglo-americani di protezionismo verso i fascisti e argomentando che gli Alleati stavano chiedendo

la restituzione di oppositori politici al sistema di governo jugoslavo, atteggiamento

prevedibile

basato

su alcuni casi specifici che

si erano verificati nelle recenti relazioni anglo-jugoslave. sia più o meno facile respingere

le eventuali

jugoslava, è tuttavia indesiderabile Jugoslavia

il ruolo di parte

lamentele

che si permetta

lesa”, commentò

“Che

da parte

sempre alla

senza ottenere riscontro l’ambasciata britannica a Belgrado con il Foreign Office e con le varie sedi di rappresentanza inglesi a Trieste, New York e Washington’. Pertanto il Dipartimento di Stato americano e il Foreign Office

11 FO 371/67412/R

14906/128/92,

15 novembre 1947.

FO 371/67412/R

15354/128/92, 30 ottobre 1947. 193 FO 371/67412/R 16320/128/92, 11 dicembre 1947. 192

124

abbandonarono

l’idea di presentare

una relazione

speciale

sui

deportati italiani presso il Consiglio di sicurezza e incaricarono invece il generale Airey di fornire alle autorità di collegamento jugoslave a Trieste una lista di quei civili e militari precedentemente residenti nella zona di controllo alleato, richiedendone la liberazione o almeno un'indicazione del luogo in cui si trovavano‘*. Nemmeno questo sforzo, più o meno efficace, ottenne

però alcun risultato. Così si concluse

il doloroso

capitolo

delle deportazioni.

Tutti

i tentativi adoperati dagli anglo-americani nell’arco di due anni erano rimbalzati contro un frustrante muro di gomma al di la del quale regnavano il silenzio delle autorità jugoslave e il gemito alle angherie a cui furono degli ultimi prigionieri sopravvissuti sottoposti. In tal modo calò il sipario dell'oblio nazionale ed al-

leato sui vari crimini di lesa umanità commessi dalla Jugoslavia contro italiani illegalmente deportati.

italiani da cancellare Molto è stato scritto nei secoli a proposito della libertà, bene prezioso a volte tratto in ostaggio, abusato o conculcato, comunque sempre necessario per garantire una vita vera e non una sua simulazione. All’epoca della rivoluzione per eccellenza, quella francese,

Louis Antoine

de Saint-Just affermò che “tutte le pietre

sono squadrate per l’edificio della libertà; con le stesse pietre si può costruirle un tempio oppure una tomba”. La frase oggi turba come una grave profezia, soprattutto dopo aver letto gli atroci resoconti del War Office, catalogati con le sigle WO 204/430 e WO 204/431, ulteriore risultato delle meticolose indagini svolte dal Comitato d’investigazione, istituito dall’intelligence alleata per far luce sul dramma della Venezia Giulia. Le informazioni raccolte

in centinaia di pagine e classificate come segrete, provengono 134

FO 371/67412/R

16573/128/92,

16 dicembre 1947. 125

da varie fonti, quali il governo militare, agenzie civili, il Comitato di Liberazione Nazionale, la Croce Rossa italiana, interrogatori e lettere intercettate dalla censura. Le due relazioni, di cui si è già anticipata qualche testimonianza nei capitoli precedenti, meritano una sezione a parte perché, ancor più degli altri rapporti, ci restituiscono i contorni e i contenuti della brutalità organizzata e una trattazione organica dei meccanismi

repressivi

a cui furono

soggetti

gli italiani che per

assioma non erano omogenei al progetto di obbedienza ideologi-

ca e di annessione territoriale. Sono documenti di forte impatto emotivo che forniscono un ritratto assai poco lusinghiero dei poteri popolari, le cui azioni avrebbero avuto durature ripercussioni sui rapporti tra Italia e Jugoslavia. Dalle numerose testimonianze dei sopravvissuti e dei rifugiati appare evidente che la tomba della libertà di cui parlava de Saint-Just fu costruita grazie ad inarrivabili credenziali di crudeltà fine a se stessa, che non fu retaggio esclusivo del Terzo Reich in quanto, sebbene le matrici e le dinamiche evolutive di comuni-

smo e nazismo furono certamente diverse, i metodi persecutori adottati dai due movimenti ideologici furono simili nell’essenza e nella funzione. La prima parte del rapporto d’investigazione è corredata da fotografie di superstiti del campo di concentramento di Borovnica e mostrano immagini di scheletri viventi, non diverse da quelle dei sopravvissuti all’Olocausto. Le fonti alleate identificarono parecchie cause all’origine di tante atrocità, tutte comunque riconducibili al binomio “italiano uguale a fascista” e “fascista uguale a nemico del popolo”. Tale principio rese perciò necessario attuare una sorta di alchimia demografica atta a mostrare la fondatezza delle conseguenti pretese annessioniste jugoslave.

Dinanzi ai documenti anglo-americani le incresciose tesi sull’inevitabilità delle efferatezze, sostenute da autorità jugoslave e italiani filocomunisti, perdono ogni validità. | fondi del Public

126

Record Office, gli Archivi Nazionali

inglesi, ci restituiscono

infat-

ti l'orrore di quel periodo e attestano iInequivocabilmente che le tragedie avvenute non colpirono solo elementi fascisti com-

promessi con il passato e categorie di persone rappresentative

dell’antico

regime,

ma si verificarono

moltissimi

casi in cui l’e-

liminazione fisica riguardò cittadini qualunque, semplicemente sulla base della loro nazionalità italiana, esempi lampanti che non si lasciano imbrigliare né dal riduzionismo né dall’opportunismo ideologico. Pertanto, come giustamente osserva il sociologo Wolfgang Sofsky, come “nessuno può togliere ai tedeschi e ai loro alleati la colpa di Auschwitz”, allo stesso modo non è possibile giustificare gli stalinisti e i loro emuli, quali furono i comunisti jugoslavi, che al pari delle potenze dell’Asse operarono crimini “attraverso un’organizzazione amministrativa gestita dallo Stato, come se si trattasse

di un servizio pubblico

di disinfestazione”

55,

anche se all’epoca il potere statale in Jugoslavia non era ancora pienamente legittimato da un punto di vista simbolico. Emerge dalle fonti primarie non solo l’intenzionalità politica e ideologica della repressione, ma anche che i partigiani si considerarono liberatori e illuminati portatori di una positiva trasformazione sociale, necessaria per la “giusta causa” dell’uguaglianza, anche se ciò stravolse l’equilibrio tra i diritti dello stato e quelli dei cittadini. Il fanatismo politico, emettendo le sue sentenze di morte, fece poi il resto. A tal proposito vale la pena ricordare che se i sentimenti del conservatore Churchill, strenuo oppositore della politica socialista e comunista, erano scontati, profetico appare oggi il giudizio di Ramsay MacDonald, il primo laburista ad essere eletto alla carica di primo ministro nel 1924. Come evidenzia Andrew Marr, in un periodo in cui molti socialisti si lasciavano affascinare dal

bolscevismo e dalle sue idee rivoluzionarie, ancor prima che 195 \W.

Sofsky, Die Ordnung des Terrors. Das Konzentrationslager, (Frankfurt,

Fischer Verlag, 1993), p. 18. 127

Stalin salisse al potere ed i romanzieri Orwell e Huxley puntassero l’indice accusatore verso ogni tipo di totalitarismo e di ossessionante invadenza politica, MacDonald fece il possibile per tenere i laburisti inglesi alla larga dalla Terza Internazionale, che sancì per l’appunto l’organizzazione internazionale dei partiti comunisti, ammonendo che la “dittatura del proletariato” sarebbe divenuta una dittatura pura e semplice che avrebbe leso i più comuni valori universali**: j crimini perpetrati dagli elementi slavocomunisti nella Venezia Giulia ne sono la testimonianza concreta. Il

fascicolo WO 204/430

Il primo dei due corposi fascicoli alleati? comprende le indagini svolte fra il 15 agosto ed il 20 settembre 1945 sui crimini perpetrati nella regione dall’Armata jugoslava e dai partigiani tra il 2

maggio ed il 12 giugno 1945. Le informazioni raccolte dal comitato investigativo alleato su migliaia di drammi individuali sono raggruppate in otto categorie così articolate: a) Casi di atrocità o tortura in cui la vittima è disponibile a testimoniare di persona b) Casi di tortura

riferiti da testimoni

c) Casi di arresti indiscriminati

o deportazioni

di militari e civili

d) Casi di abusi ed eccessi di varia natura contro la popolazione civile e) Casi d’intimidazione di drappelli armati jugoslavi contro civili f)

Testimonianze

sulle condizioni

nei campi di concentramento

generali

in cui versano

i prigionieri

jugoslavi

g) Segnalazioni varie relative al personale alleato nei campi di concentramento jugoslavi h) Rapporti raccolti da vari organi di censura che non costituiscono di

° A. Marr, The Making of Modern Britain, (London, Macmillan, 2009), pp. 261-263. 127

\WO

204/430, 27 settembre

1945. 128

per se una prova, ma valgono per confermare altri rapporti. Ricoprono una certa importanza perché si tratta di commenti spontanei.

Molte furono le pratiche criminali impiegate nell’apparato del terrore di cui furono vittime gli oppositori, presunti o accertati, al nuovo ordine che si intendeva istituire o temuti come portatori di prospettive di libertà. Si spaziava dalle sparizioni, torture, marce forzate, fucilazioni, trattamenti disumani, assenza di cure mediche, furti, violazioni di domicilio, appropriazioni indebite, espropriazioni e coscrizioni obbligatorie per arrivare anche al semplice impiego di misure più blande, se comparate alle precedenti, cioè umiliazioni

e atti intimidatori

o infine l’esilio forzato,

quel dolo-

roso passaggio obbligatorio che a migliaia dovettero percorrere per avere salva la vita, un’ingrata pena inflitta che, come scrive Enzo Bettiza,

“fa di ogni esule uno spettro

vagante

in una landa

deserta, dopo la morte già accaduta nell’attimo dello strappo e del congedo senza ritorno”, La scarna obiettività con cui sono raccolte e vengono qui riportate

le testimonianze

in mano

alleata

rende

ancora

più ag-

ghiacciante la lettura di questi ritratti: piccoli tasselli di umanità volti a creare un più ampio mosaico che potrebbe recare il titolo

“Spettacolo della morte”. Morti dopo l’arrivo a Udine L’investigazione alleata riporta i casi di quei sopravvissuti che, a causa del deperimento organico, non furono neanche in grado di rilasciare

alcuna

testimonianza,

come nel caso di Leone Bu-

son, della provincia di Padova, descritto dal relatore del rapporto come uno “scheletro vivente”. Antonio D'Alessandro di Treglio, in provincia di Chieti, e Marino Genovesi

di Pietrasanta,

in provincia

di Lucca, arrivarono

da Borovnica al campo profughi di Udine nell'agosto del 1945 in 198

E. Bettiza, Esilio, (Milano,

Mondadori, 1996), p. 380. 129

condizioni fisiche così disperate che furono in grado di pronunciare solo qualche frase prima di morire. Genovesi riuscì a dire: “Sono stato fatto prigioniero dai partigiani di Tito che mi hanno trattato come un cane. Ci hanno fatto camminare per giorni e giorni sotto il sole senza darci niente da mangiare e da bere. Chi usciva dai ranghi

per bere veniva ucciso. Mi hanno picchiato. Ho patito la fame, la sete e maltrattamenti.

Se avessi la forza per raccontare,

nessuno mi cre-

derebbe. Sono stanco, sento che sto per morire, ma non riesco a dire niente altro”.

Non dissimile è la testimonianza

di Alberto

litare della provincia di Pavia, catturato il

2

Guarnaschelli,

mi-

maggio:

“| partigiani di Tito mi hanno ridotto come Gesù Cristo. Fame, sete, pestaggi e marce forzate per giorni e giorni. Non ho la forza per parlare, altrimenti vi direi cose che vi riempirebbero

di paura. Pensavo che

sarei morto a Borovnica tanta è la sofferenza che ho patito”.

Più fortunato l’alpino della 22? Divisione Pusteria Carlo Solderi che, giunto in tempo al campo profughi e ricoverato immediatamente all’ospedale allestito dalla Croce Rossa a Udine, riuscì a salvarsi. Malgrado

i vuoti

di memoria

e le pessime

condizioni

fisi-

che, riuscì a raccontare la fine incontrata dalla maggior parte del battaglione a cui apparteneva: dopo l’arresto, il 27 aprile 1945, a Villa del Nevoso, i militari vennero

derubati

di tutti i loro averi e

portati in montagna seminudi e scalzi, costretti a marciare senza quasi ricevere cibo. Chi non ce la faceva a seguire la colonna di prigionieri veniva ucciso. Colpiti a calci di fucile, i soldati furono seviziati secondo la pratica del “palo”: si legavano i polsi della vittima che poi veniva appesa a un palo e lasciata lì per un tempo indeterminato.

130

Torture

Ampiamente documentato dal rapporto alleato è l’uso di infliggere sevizie ai prigionieri. Rivelatori sono in proposito questi due aneddoti. Nicola Durante, originario di Catanzaro e appartenente al 3° reggimento di artiglieria di stanza a Milano, venne fatto prigioniero dai tedeschi l’8 settembre 1943 e mandato al campo di Metallwerke in Germania. Quando i titini liberarono il campo il 27 aprile, Durante se ne andò assieme a sedici compagni, ma giunto a Sesana venne arrestato

dagli slavi e deportato al campo di concentramento di Prestane. ll primo giorno i prigionieri, accusati di essere criminali di guerra, vennero presi a calci e pugni, frustati e percossi con il calcio di fucile. Dopo alcuni giorni furono legati

e mandati alla prigione del Coroneo dove, sottoposti a interrogatorio, per quattro giorni ricevettero un solo pasto; rispediti a Prestane furono trattati di nuovo come bestie. Durante riferisce un grave episodio di malvagità: “Un giorno sono stato preso, legato a un muro, con le mani dietro la testa, e con un coltello affilato mi hanno tagliato cicatrice

la guancia destra, la cui

è ancora visibile. Alcuni giorni dopo mi hanno portato

vicino

a un caminetto e, fatto distendere con le mani legate dietro la schiena da un cavo, mi hanno bruciato le piante dei piedi; mi hanno poi tolto la pelle dalle ferite e costretto a tornare a piedi in cella. Lo stesso trattamento

è stato riservato

agli altri miei compagni.

[...] In seguito, dopo

esser stati spogliati, ci hanno prima versato addosso olio bollente, e poi ci hanno frustati”.

Romildo Tiengo, classe 1923, di Mira (Venezia), venne ricove-

rato all’ospedale di Udine per una grave forma di deperimento organico. Racconta come, dopo essere stato catturato dai tedeschi e portato da Atene alla Dalmazia, durante la fuga delle truppe naziste nell’aprile 1945, fu preso dai titini e portato al campo

131

di concentramento di Bjelovar. Con un’estenuante marcia costellata da percosse e spossatezza, durante la quale riuscì a reggersi in piedi e camminare solo per timore di essere fucilato, attraversò la Jugoslavia assieme ad altri 500 prigionieri. Soffri la fame per parecchi giorni, fino a quando venne data loro una pagnotta da dividere fra trenta prigionieri. Giunto nel campo di concentramento di Belgrado, dov’erano rinchiusi oltre mille detenuti tra italiani, tedeschi e polacchi, assistette a vari episodi di sevizie: “Credo che si possa fare un confronto fra il trattamento

riservato dai

tedeschi ai prigionieri e quello disumano dei titini verso gli italiani. Anche loro torturavano.

Un giorno durante una marcia un tenente

ha rot-

to la fila per chinarsi a bere da un ruscello. Il commissario dei partigiani l’ha fatto legare alle briglie del proprio cavallo e poi l’ha frustato sulle spalle e sulla testa, finché il tenente è svenuto dal dolore. Non conosco il nome né dell’uno né dell'altro: in quei momenti ci interessava rimanere

in fila ordinatamente

per non essere

solo

uccisi, non c’importava

niente dei nomi”.

Dell’individualismo forzato tra gli internati e della disperata solitudine dell’uomo parlano estesamente vari superstiti ai campi e scrittori,

da Primo Levi a Vasilij Grossman,

uno dei più im-

portanti autori russi, che nel suo romanzo Tutto scorre... fa dire al protagonista

Ivan Grigor’evit,

reduce

da un campo

stalinista:

“Nel lager gli uomini sono come aridi granelli di sabbia, ognuno per conto proprio”. La dittatura si manifestò contro quelli che riteneva nemici con una violenza feroce e preistorica che spezzava i vincoli della fratellanza. Scheletri viventi A questi infelici si aggiunse la schiera di coloro che, dopo la cattura, 2

V.

non fecero

mai ritorno e la cui fine venne

raccontata

Grossman, Tutto scorre ... , (Milano, Adelphi, 2010), p. 101. 132

dai

compagni. È questo il caso di Antonio Cilenti, della provincia di Benevento, che assistette alla tortura e uccisione di un soldato che, dopo 36 ore di digiuno forzato, spinto dalla fame aveva rubato e mangiato della farina. Testimonianza simile è quella di Paolino Pucci, di Viareggio, che dichiarò di aver visto un bersagliere che dalla fame aveva rubato del burro. Per punizione venne picchiato selvaggiamente, poi appeso ad un palo ed infine fucilato. Il 23 giugno 1945 venne data a Giulio Mancini, carabiniere a Gradisca d'Isonzo, una licenza per andare a Gorizia. Arrivato a destinazione fu arrestato dai partigiani che, dopo averlo torturato per tutta la notte, lo uccisero con due colpi di pistola alla testa e ne scaricarono

il cadavere

nei dintorni,

vicino alla fornace

di via

del Poligono. Marce forzate e prigionia Temi ricorrenti

nelle testimonianze

dei superstiti

ai campi ju-

goslavi, luoghi dove si svolse una “gigantesca esperienza

biologi-

ca e sociale”, per dirla con Primo Levi, sono il lavoro schiavistico,

la sottoalimentazione ed il terrore della violenza, quest’ultima usata come strumento per garantire l’ordine e troncare ogni forma di resistenza. Questo l’amaro tormento quotidiano per migliaia di persone che giorno per giorno vennero demolite. Con queste parole don Clonfeo Nais ricorda la situazione dei prigio-

nieri italiani: “Gli italiani della Venezia Giulia catturati slavi sono circa 30.000.

Vengono

ed internati

maltrattati

nei campi jugo-

e considerati

fascisti da

punire perché non abbracciano la causa comunista. Sono offesi nei loro sentimenti

nazionali e religiosi. [...] Vengono ammassati

ti, lasciati sotto il sole e le intemperie, gli ammalati. Il cibo, somministrato brodaglia

annacquata,

in spazi ristret-

senza alcun riparo nemmeno

per

a giorni di distanza, consiste in una

solo ultimamente

133

è stato dato un po’ di pane.

Per non morire di fame, i detenuti sono costretti

a mangiare

erba e

foglie. Spogliati dei loro indumenti, in alcuni campi sono stati lasciati completamente

nudi per alcuni giorni. Per lievissime infrazioni agli or-

dini o per capriccio e odio delle guardie dei campi sono stati sottoposti alle torture più orrende, come quelle del ‘palo’ e del ‘romboide”’. Frequentissime le percosse con nerbi e staffili di ferro. Obbligati a raggiungere i campi a piedi, per strada sono stati picchiati e dileggiati. Chi si fermava veniva ucciso. Gli ammalati venivano finiti a rivoltellate. Lavori duri e pesanti senza alcuna utilità pratica, ma solamente

per barbarie.

In certi campi il lavoro dura per 14-16 ore al giorno. Il 50% dei detenuti

sono ammalati di dissenteria, tifo petecchiale, infiammazioni ai piedi, tubercolosi. [...] Sono arrivati

a Udine

sporchi, distrutti, affamati, come

scheletri”.

Il resoconto di Ezio Vido, bersagliere di Chioggia di stanza a Gorizia, descrive invece la condizione dei prigionieri ricoverati all’ospedale di Skofia Loka. Dopo esser stato catturato dai partigiani a Caporetto il 29 aprile 1945, Vido venne portato a Tolmino, Vipacco, Prestane e infine al campo di concentramento di Borovnica. Per ogni trasferimento non venne impiegato dai partigiani nessun convoglio di carcerati, in stile nazista o stalinista, ma lunghe, interminabili marce a piedi, senza cibo e senza acqua: chiunque si fermasse a bere o a raccogliere una mela o una patata veniva ucciso a colpi di pistola. In seguito agli strenui sforzi della marcia, Vido fu mandato all’ospedale di Skofia Loka. “Quel posto [Skofia Loka] non si dovrebbe chiamare ‘ospedale’. Sebbene il cibo fosse un po’ migliore, il trattamento

ricevuto

è stato brutale,

disumano. | nostri compagni che morivano venivano prima denudati, poi coperti con della carta impregnata di calce, ammucchiati uno sopra l’altro in una stanza dell’ospedale e lasciati lì per molti giorni. Eravamo noi pazienti,

già debilitati,

che dovevamo

accatastare

i cadaveri.

Alle

volte l’odore all’ospedale era tale che l’aria diventava irrespirabile. |

134

compagni che potrebbero

confermare la veridicità della mia deposi-

zione sono morti in quell’ospedale per maltrattamenti

ed esaurimento

fisico: Mario Spinelli, Saverio La Regina, Sergio Lugano, Impellicceri, Erkaus e due meridionali”.

La testimonianza del bersagliere venne confermata da Ciro Vietri, un medico militare catturato dai partigiani il 30 aprile e rilasciato dal campo di Borovnica il 22 agosto 1945. Molti prigionieri morirono per sovraffaticamento fisico e mentale o vennero ammazzati per aver commesso anche la più lieve infrazione, come racconta Damiano Scocca, carabiniere di Benevento. Arrivato al campo profughi di Udine il 22 agosto 1945, fu portato subito in ospedale a causa delle pessime condizioni fisiche in cui versava.

Racconta

che il 1° maggio i partigiani

occupa-

rono la caserma del Comitato di Liberazione, dove era di turno, e arrestarono tutti i militari che furono trasferiti alla Caserma di San Giovanni a Trieste.

Dopo esser stati privati di tutti gli effetti

personali e degli abiti, il 2 maggio i prigionieri furono condotti quasi nudi e a piedi fino a Erpelle. Da lì ’8 maggio arrivarono a San Vito di Vipacco, poi il 16 maggio a Ranziano vicino a Gorizia, Prestane

ed infine Borovnica.

Chi durante

la marcia cadeva

esausto per la fame e la debolezza veniva ucciso. Persino ragazzi di 12 e 14 anni maltrattavano i prigionieri, schiaffeggiandoli e colpendoli con il calcio del fucile. A Vipacco un prigioniero venne freddato a colpi di mitragliatrice perché si era avvicinato al pentolone

della minestra

per averne

ancora

un po’. Al momento

di

lasciare il campo di concentramento, i detenuti italiani furono poi costretti a firmare un documento in cui dichiaravano di essere stati trattati bene durante il periodo di detenzione. In questo caso, come in altri del resto, l’occultamento della verità da parte slavo-comunista è difficile da contestare. La testimonianza di una vittima, super partes in quanto straniera, conferma la versione rilasciata centinaia e centinaia di vol-

135

te dagli italiani vittime del terrore rosso. Dimitrios Tarnataros, di Salonicco,

arruolatosi

volontario nell’esercito greco, inviato sul fronte albanese sotto il Comando delle forze di spedizione alleate e in seguito partigiano accanto agli italiani, venne catturato

dai nazisti e imprigionato a Dachau. In seguito fu arrestato dalle truppe comuniste il 1° maggio. Di seguito si riporta la sua deposizione: “Sono stato mandato alla caserma di San Giovanni dove sono stato sottoposto ad ogni tipo di maltrattamenti, to avevo fatto per gli italiani.

torture e interrogatori su quan-

Il 6 maggio

mi hanno

spedito

assieme

a tre prigionieri italiani (Giuseppe Nardella, Mariano Contento, Bruno Lubiana) al carcere del Coroneo. Il 21 maggio a mezzanotte sono stato trasferito al carcere municipale di Lubiana e poi al manicomio locale, usato in precedenza [...] In ognuna

dai tedeschi come campo per i detenuti

delle sei stanze

del carcere

c'erano

politici.

circa 60 detenuti,

[...] la maggior parte dei quali di nazionalità italiana, arrestati durante l’occupazione jugoslava. Per costoro non si sarebbe svolto alcun processo. Erano italiani e dunque considerati fascisti, come dichiarato dal presidente della Slovenia durante una sua ispezione del carcere”.

Arresti e furti Il dossier

anglo-americano offre anche un formidabile spaccato di saccheggi e furti, seguiti da pestaggi e arresti arbitrari. Ad esempio Salvatore Viviano, originario della provincia di Caltanissetta ma residente a Fiume da nove anni racconta che, arrivati in città, i partigiani di Tito svaligiarono le case in cui fecero irruzione con il pretesto di scovare i fascisti. “Il 6 maggio 1945 sono venuti due volte a casa mia e hanno rubato oltre 50.000 lire, tutto ciò che possedevo. Erano sporchi, malvestiti [...] Dopo aver portato via tutto ciò che potevano, hanno ordinato a me e a mio figlio di prepararci e di seguirli. Per fortuna avevo nascosto

136

alcune bottiglie di grappa. Gliele ho offerte e hanno iniziato a bere così tanto che si sono quasi ubriacati, tanto che si sono scordati di portarci via. Hanno fatto comunque

un altro giro della casa per vedere che non

fossero nascosti altri soldi e oggetti di valore. Mia moglie, Graziella Viviano, è morta in seguito ai maltrattamenti di quelle bestie selvagge. Hanno barbaramente

ucciso anche un certo Mario Blasic, noto medico

di Fiume, gentiluomo e caritatevole. tutte le violenze

Sarebbe impossibile raccontare

a cui si sono abbandonati

quei mascalzoni”.

Giulio Panai, della Guardia di Finanza, dopo aver combattuto contro i tedeschi, fu arrestato a San Giovanni (Trieste) il 2 maggio, derubato del portafoglio, privato della divisa e di tutto ciò che aveva con sé. Durante uno dei quattro interrogatori a cui

venne sottoposto, fu picchiato così selvaggiamente giano che lo lasciò quasi privo di sensi. Il 10 maggio Giovanni Di Salvatore, di Catania, stato a Sistiana e, dopo essere stato derubato dei personali e dei contanti, fu mandato alla caserma

da un partivenne arrepropri effetti di Roiano, a

Trieste. Lì assistette al pestaggio di un certo Succi, capo squadra della milizia fascista, che durante le percosse e le frustate venne costretto dagli aguzzini a cantare “Battaglioni del duce” e “Vin-

cere”. Una settimana merci in cui erano

dopo fu mandato a Postumia in un vagone

stipati 80 prigionieri,

che arrivarono

a Postu-

mia il giorno seguente. Lì furono rinchiusi in un garage per 48 ore senza acqua e cibo. Il 23 maggio furono trasferiti a Borovnica: il campo era vuoto ed i detenuti arrivati erano circa 3.000. Esisteva solo la struttura delle baracche a cui mancava il tetto, pertanto i prigionieri dovettero insediarsi, senza né viveri, né ricovero, trascorrendo tutta la notte sotto la pioggia.

Come già noto, non solo i militari furono oggetto della violenza dei titini, ma anche innumerevoli civili, come dimostrato dalle

137

testimonianze che seguono. La moglie di Alessandro Rica e sua suocera, Nina Bulian, furono arrestate il 26 marzo 1945 ad Albona d’Istria e gettate in una

foiba. Il figlioletto Ferruccio, di 8 anni, fu tenuto come mascotte dalla divisione croata, e nonostante le richieste dei parenti affinché il piccolo venisse restituito alla famiglia, non fu rilasciato. La casa venne interamente distrutta dopo esser stata saccheggiata dei contenuti. Il senso di isolamento avvertito dalle comunità italiane ed il

clima di terrore che ad esso si accompagnò è testimoniato da Amalia Rugantini, residente a Fiume. Interrogata a Udine il 7 settembre 1945, dichiarò che la paura dei soldati di Tito l’aveva spinta a lasciare la propria casa ed andare a trovare dei conoscenti a Bolzano. Affermò che usando il pretesto del fascismo, i partigiani erano entrati nelle case della gente per rubare e incutere il terrore; il verbale dell’interrogatorio alla donna parla inoltre di cadaveri rinvenuti in fondo a un pozzo nei pressi di un cimitero e riferisce di “rastrellamenti, sparizioni, eccidi e atrocità che farebbero inorridire il mondo se la gente potesse o volesse parlare, ma hanno tutti paura”. Anche Margherita Cettini di Fiume raccontò di saccheggi avvenuti in casa di civili che non avevano mai avuto niente a che fare con il regime del Ventennio. Riporta altresì tre singoli episodi: quello dell’assassinio del medico Mario Blasic (già menzionato da Salvatore Viviano), strangolato sotto gli occhi della famiglia, della morte dell’immobiliarista Giuseppe Simsig e dell’arresto dell’ottico Rippa del quale non si erano avute più notizie. La donna era così spaventata che affermò si sarebbe trasferita a Venezia. Gli Alleati ricevettero da Trieste la notizia che un certo Fabris e la figlia Silvana erano stati arrestati a San Dorligo della Valle il 18 luglio da alcune persone che portavano al braccio un distintivo, fingendo di essere della polizia alleata. | due erano stati condotti al commissariato civile da dove, continua il rapporto, vennero

138

poi trasferiti oltre la linea di demarcazione, in Jugoslavia. Padre e figlia non sarebbero mai più tornati. Il 15 agosto Don Fingerle, sacerdote, rilasciò una testimonianza alle autorità ecclesiastiche in cui disse di esser stato catturato dai soldati di Tito l’8 maggio 1945 a Villa del Nevoso. Venne for-

mata una colonna di 2.000 prigionieri arrestati al lavoro, a casa, ovunque. Dopo un’estenuante marcia di 15 giorni su e giù per la Croazia, giunsero al campo di Bjelovar, dove mancava l’acqua. | detenuti vennero fatti marciare ininterrottamente per 40-50 chilometri al giorno, senza acqua e cibo. Solo ogni due giorni ricevevano 100-150 grammi di pane e saltuariamente una minestra. Tra i prigionieri dissenteria e tifo erano diffusi ed anche gli ammalati erano costretti ad andare a piedi. Chi non ce la faceva più veniva ucciso. Molti vennero fucilati perché lasciarono la fila per bere. Durante il percorso chiunque volesse poteva derubarli.

Nemmeno la Croce Rossa venne rispettata: medici ed assistenti furono privati dei loro strumenti, mentre un dottore e un’infer-

miera vennero ammazzati per essersi fermati a prestare soccorso a un ferito. Successivamente Fingerle divenne assistente in uno dei loro “cosiddetti ospedali”, dove si trovavano italiani, tedeschi e croati. Il numero dei morti era di 5 o 7 al giorno. ll cibo, pessimo e scarso, consisteva di pochi fagioli in acqua o di una minestra allungata di farina.

Annessione territoriale La pressione delle autorità jugoslave sui civili residenti nelle zone di confine fu enorme. Gli Alleati entrarono anche in possesso della petizione per l’annessione territoriale organizzata dai comandi jugoslavi in cui il richiedente domandava “spontaneamente” che il proprio distretto di residenza fosse congiunto alla Jugoslavia. La dicitura era la seguente: “In riferimento

alla democrazia

e alla libertà nazionale

139

per cui abbia-

mo combattuto

durante il conflitto contro i fascisti e durante la gran-

de guerra civile, vogliamo e ci aspettiamo pace riconosca incondizionatamente

che la grande conferenza di

come nostro diritto la scelta di

annettere alla Jugoslavia tutta la Venezia Giulia, l’Istria, Fiume, Trieste, Gorizia e il litorale sloveno. La giunta distrettuale

certifica l’autenticità della firma e la veridicità

dei fatti”. Il carattere

“spontaneo” di queste firme è esemplificato dall’episodio svoltosi a Trieste il 14 settembre 1945, quando due donne jugoslave si presentarono con il modulo di annessione ad una pensione gestita da suore. Dinanzi alla riluttanza a firmare mostrata dalle anziane ospiti della pensione, le due donne confisca-

rono un campo, le stalle e danneggiarono le verdure seminate dalle religiose. Un fatto analogo venne riferito da un bancario che raccontò come due uomini, sostenitori dell’annessione, si fossero presentati a casa di due suoi impiegati, un certo Mario Pagan e Mario Costantini, facendo pressione affinché firmassero il sopracitato documento. In assenza dei due, i filotitini rimasero ad aspettare il loro rientro stazionandosi davanti alla porta di casa. ll testimone riferi inoltre che a suo avviso se non avessero firmato, sarebbero stati picchiati. Molte altre testimonianze narrano episodi simili, che riflettono da un punto di vista pratico le iniziative volte a consolidare le istanze politico-diplomatiche annessioniste del governo jugoslaVO.

Lettere censurate L'ultima sezione del rapporto alleato contiene un vasto numero di intercettazioni telefoniche e stralci di corrispondenza privata raccolti dal Gruppo censura civile. Sebbene a causa della loro natura le informazioni contenute non abbiano una ufficialità

140

né possano essere confermate da altre persone, sono tuttavia di

indubbio valore in quanto i resoconti fatti ad amici e famigliari

esprimono pensieri e sentimenti che solitamente non sono viziati da fini propagandistici. Soprattutto chi scrive non è una delle

vittime manipolate dai “mercanti della politica” o da gente faziosa di destra o di sinistra e le affermazioni contenute non sono contaminate da un bisogno di accusa o di difesa. Al contrario, dai passi censurati emergono dei semplici sentimenti umani con manifestazioni di paura per il terrore eliminatorio, uno stato d’ansia continua e una grande incertezza, forse perché, come dicono Mori e Milani nel libro Bora, “gente di confine significa anche fragilità estrema”. Vi furono molte cose disonorevoli nella costruzione di quella società comunista, al contrario di quanto volevano far credere i compagni, perché in realtà si trattò dell’imposizione di un modello di governo che legittimò un sistema criminale e predatorio, terroristici

che cercò e trovò approvazione col ricorso a metodi dietro l’humus ideologico della rivoluzione. Nel do-

cumento ufficiale i brani sono suddivisi per argomento e se ne riporta di seguito una selezione. | partigiani terrorizzano i cittadini di Capodistria. "_..

A

Capodistria

regnano

tre cose: il terrore,

di stato] e la falce e martello

la GPU [la polizia segreta

... [La popolazione]

inizia ad esser ter-

rorizzata da questi mascalzoni: vale la pena menzionare un esempio per chiarire la situazione. Un certo Penso, mio compagno di scuola alle elementari

che nel 1942 lavorò per un po’ alla Casa del Fascio, una

sera è stato arrestato

dai partigiani

e portato

via. Da allora non se ne

è saputo più nulla. La moglie si è rivolta agli inglesi, alla diocesi del vescovo, alla Croce Rossa, ma senza alcun risultato.

Quanti rimpiangono

ora il passato e la guerra! Di sicuro in Istria, in queste condizioni, non c’è la possibilità di tornare indietro. Capodistria pezzata da manifesti

è

completamente

tap-

di Lenin, Stalin, Tito, stelle rosse, falci e martelli,

bandiere rosse e jugoslave. Degli italiani neanche l’ombra”.

141

Critiche verso i comunisti italiani e le bande di Tito. “Non sai cos’è successo alla foiba di Basovizza da cui hanno estratto 500 salme? Sono i cadaveri dell’eroica brigata Legnano andata in licenza a Trieste, dove è stata catturata

dalle bande di Tito. Dopo questa

brillante azione il compagno Togliatti dovrà affrettarsi per la seconda volta a telegrafare

agli operai di Trieste affinché accettino come libe-

ratori [sottolineatura

dell’autore

della missiva]

i titini di cui sopra. [...]

Buon compagno Tito!!! Quando si metterà fine a questa commedia di sentimenti internazionali?”. Dettagli dell’occupazione jugoslava di Pola. “ ... Sono ancora vivo e ho ricevuto la tua lettera del 2 giugno. ... Non posso raccontarti tutto perché neanche 100 giorni passati a scrivere sarebbero sufficienti. Ti dirò solo che in cinquanta giorni di occupazione partigiana

sono sparite

38.000 persone.

[...] Parte dei prigionieri

sono

stati trasportati in Croazia e si trovano ora in un campo, a 10 chilometri da Pola e il massacro continua inesorabilmente,

lo stesso dicasi per le

deportazioni e ogni genere di furti. Non c’è possibilità di ritorno a Pola”.

In un’altra lettera, che descrive l’arrivo delle truppe alleate a Pola, si legge: “Quando è stato reso noto che Pola sarebbe stata occupata dagli Alleati, si è scatenato il terrore. L’entusiasmo dei cittadini è stato soffocato da arresti e deportazioni, le bandiere esposte fatte a pezzi. Chi era abbastanza coraggioso da gridare “Viva l’Italia” è stato minacciato. C’è stata una vera caccia all'uomo. Essere italiani significava esser fascisti e chi parlava in italiano o dava segni di felicità è stato insultato, picchiato, di notte arrestato

e fatto sparire. Nessuno ha dormito a casa durante la settimana precedente l’arrivo delle forze alleate, mentre di giorno

tutti cercavano di nascondersi. Anche all’arrivo degli Alleati ci sono stati disordini. Era l’ora della liberazione, ma non hanno saputo desistere dalla violenza. [l partigiani] avrebbero dovuto liberare i prigionieri, ma

142

invece sono spariti tutti. Che siano ancora vivi? Me lo auguro. Avrebbero dovuto restituire quanto si erano portati via e invece hanno preso tutto

ciò che potevano:

tavoli, sedie d’ufficio, macchinari;

Il cantiere

navale è stato distrutto dalle bombe, ma questi mascalzoni hanno fatto di peggio tanto che quando sono arrivati gli inglesi, non hanno trovato altro che pietre. Hanno portato via tutto, dalle apparecchiature più piccoli oggetti come cucchiai e bicchieri; all’ospedale

ai

militare sono

rimasti solo i muri, anche i chiodi si son portati via e persino i vasi da notte. In quei giorni gli jugoslavi hanno ordinato

alle folle di contadini,

vecchi, donne e bambini, di scendere in città. Portavano dei cartelli inneggianti

a Tito, Stalin e alla Jugoslavia.

diere rosse, falci

e

martello

In testa alla processione

ban-

e urla ‘Viva Tito, viva Pola jugoslava’

Molti

erano accompagnati da soldati armati che tenevano d’occhio i manifestanti meno convinti e li minacciavano”.

La stessa missiva rivela inoltre la drammatica situazione dove il

sistema ideocratico portò all’insediamento di operai e contadi-

ni negli apparati statali e ai vertici della piramide sociale, anche se privi di legittimazione

funzionale:

“[A Pola] una massa di straccioni ha occupato gli uffici: idioti, analfabeti, criminali ... Ordini e contrordini. Così si poteva vedere uno stupido,

ma agguerrito portantino che veniva nominato direttore sanitario di un ospedale. Al cantiere navale gli operai sono diventati i responsabili, mentre

gli ingegneri

sono stati licenziati, imprigionati

o costretti

a la-

vorare tra le macerie. Non venivano pagati. [...] Si preferiva chi parlava croato. Per raccontare

ciò che questi vigliacchi hanno fatto in 40 giorni

di occupazione ci vorrebbero libri e libri”. Condizioni di vita a Trieste “Per fortuna non è successo niente

a me e alla mia famiglia, ma lo

stesso non si può dire di innumerevoli italiani scomparsi, di cui non si sa se siano

vivi e dove

si trovino.

Ora la linea

143

di demarcazione

lascia

migliaia di italiani, istriani e fiumani vittime della deportazione e della distruzione. Il brutto è che la popolazione della Venezia Giulia [pensa] che agli italiani non importi nulla del destino di questi loro fratelli. È necessario che me ne vada perché anche ora la vita dei notabili locali non è per niente al sicuro”. Sconforto in Istria “l’intera

a

causa delle coscrizioni obbligatorie

isola di Cherso è triste.

Gli uomini sono tutti lontani,

imma-

gino che anche tu abbia sentito della mobilitazione generale che c'è stata qui”. Deportazione di goriziani “Abbiamo trascorso 40 giorni di paura ed apprensione, rare a nessuno.

Più di 3.000 persone

sono sparite

da non augu-

da Gorizia e non si

conosce che destino i liberatori abbian loro riservato”. “|| 28 aprile le truppe di Tito hanno occupato Gorizia e catturato tutti gli uomini di età compresa tra i 16 e i 60 anni, per poi internarli in territorio jugoslavo. Naturalmente

anche Leondino ha subito la stessa

sorte, così come il personale medico e sanitario”. Detenuti italiani maltrattati dagli jugoslavi “Non posso descriverti quante sofferenze e torture ho dovuto subire e ringrazio il Signore per avermi dato la forza di resistere. Il pasto consisteva in un litro d’acqua con dentro una piccola quantità

d'erba che doveva bastare per tutto il giorno; dovevamo lavorare come schiavi e per ringraziamento ricevevamo percosse in gran quantità. Per delle sciocchezze venivamo appesi al palo e umiliati, ogni giorno c’erano fucilazioni. [...] Ci hanno portati in giro per la Slovenia per mostrarci alla popolazione come degli schiavi, bottino di guerra. In tre giorni abbiamo camminato

per 220 km senza ricevere niente da mangiare. Ti

lascio immaginare quanti caddero esausti e furono uccisi come cani. Questa è la loro civiltà! Ci hanno torturato

144

accendendo

dei fiammiferi

e mettendoceli

sotto le narici, bruciandoci il petto, le braccia e i piedi e, vedendoci soffrire, ridevano scimmiottandoci. Quanti sono tornati con le braccia in cancrena perché erano stati appesi al palo: ci appendevano

per i polsi, con il filo spinato

legato attorno

ai muscoli, ad un

palo del telegrafo a due metri dal suolo e ci lasciavano lì per due ore”, Commento

sulle condizioni

dei prigionieri

di guerra

al campo

di Bo-

rovnica

‘Il 13 luglio 1945 sono andato a trovare Ghedini e Berardi al campo di concentramento

di Borovnica.

[...] Che orrore!

È un secondo

Bu-

chenwald! Che pena mi hanno fatto! Da lontano si vedeva una massa di carne nuda, lacerata,

sporca,

affamata.

Mangiavano

ta al giorno gli davano

solo una minestra

pane ed erano costretti

a lavorare dalla mattina

allungata

erba. Una vol-

con l’acqua, senza

alla sera”.

“Romeo, sono appena tornato da un campo di concentramento in cui si trova anche

Pierino Zecchinato,

titino

il figlio di Olindo, che mi ha

chiesto del pane. Il campo si trova a Borovnica, a 15 km da Lubiana. Non posso

dirti cosa ho visto, ma ti dico solo che se le autorità

interverranno,

non

moriranno tutti”.

Deportazioni e sparizioni per mano titina “Ferruccio

D'Alessandro

di Arsia (Istria) il 26 marzo 1944 si trovava nel-

le vicinanze di Albona con la madre e la nonna che sono state assassinate e gettate in un foiba dai partigiani. Il ragazzo è stato arrestato e portato via”.

“Il 3 maggio [1945] Tullio è stato catturato dagli slavi e deportato non so dove, forse a Spalato. Anche se abbiamo tentato di avere sue notizie, non sappiamo nemmeno se sia ancora vivo. È colpevole di essere italiano e le foibe sono piene d’italiani, mentre i campi di concentramento slavi sono peggiori di quelli tedeschi. pirci di disperazione”.

145

È quanto

basta per riem-

“Il 4 maggio 1945 Paolo Guidi di S. Cisono a Damiano (Littoria), caporale della Guardia di Finanza, si è recato spontaneamente

al quartier

generale jugoslavo per consegnare le armi. Da allora è scomparso ...”. “Franco Stocco, studente di Pola, è stato arrestato dai partigiani perché in attesa degli Alleati stava preparando

Il

bandiere italiane”.

fascicolo WO 204/431

parte del rapporto d’investigazione alleato’” include invece le indagini svolte tra il 1° ottobre e l’8 novembre 1945. Divisa in quattro sezioni, la relazione punta i riflettori su quanto avvenne dopo l’accordo Tito-Alexander firmato a Belgrado il 9 giugno 1945 e poi perfezionato a Duino, con il quale la Venezia Giulia venne divisa in due aree d'occupazione: la zona A, che poneva l’Istria occidentale e Pola sotto l’amministrazione militare anglo-americana, e la zona B, in cui il potere dell’Istria orientale La seconda

era affidato all’amministrazione militare jugoslava. Le testimonianze raccolte, estremamente attendibili in quanto confermate da un certo numero di informatori, sono delle varianti di quanto gli Alleati avevano già verbalizzato nella prima parte del rapporto. Continuano pertanto i racconti sull’attuazione di una politica di terrore che, per garantirsi l’annessione territoriale della Venezia Giulia e il monopolio politico, fece ampio ricorso all’impiego di mezzi coercitivi contro la società civile, sulla scia dell’ondata bolscevica ancora operante che aveva come me-

todo che la realizzazione di un progetto dovesse passare necessariamente attraverso la spietata eliminazione degli oppositori. Le gravi violazioni dei diritti umani che ne derivarono costituiscono il contenuto del documento di cui si riporta un campione. Tre soldati italiani, Rosario Alaimo, Egisto Casadei e Costantino Belfiore, giunti a Trieste il 13 ottobre 1945, dichiararono che 200

\WO

204/431, 14 novembre 1945. 146

dopo esser caduti in mano tedesca nel settembre 1943, vennero deportati in un campo di lavoro nazista in Jugoslavia. “Dopo 14 mesi di prigionia,

il 4 ottobre

1944 siamo stati ‘liberati’ [le

virgolette sono degli autori della testimonianza] dai titini che ci hanno

trattato come bestie

e mandato

in un campo di concentramento. Da

quel momento è iniziato il nostro calvario. le descrivere

È umanamente

ciò a cui siamo stati sottoposti.

impossibi-

Nudi, scalzi, accarezzati

quotidianamente

dalle fruste di quei gentiluomini, abbiamo dormito per terra senza coperte e sopportato per altri 12 mesi un trattamento tale che ci ha fatto rievocare con gioia quello che ci facevano i tedeschi. Lavoravamo 12-15 ore al giorno, ricevendo una tazza d’acqua calda con carote e un pezzo di pane nero ammuffito che andava diviso in tre razioni. Calci, pugni, sputi, bastonate

ed altre crudeltà

erano all’ordine

del giorno. Non riusciamo ancora a capacitarci di come siamo riusciti a tornare in Italia, ma nei campi di concentramento del ‘paradiso jugoslavo’

[le virgolette

di prigionieri

sono degli autori]

italiani [...] che non hanno

languiscono neanche

ancora

migliaia

più la fisionomia

di

esseri umani. Il governo italiano deve saperlo: dopo quest’invernata ogni sforzo per il rimpatrio dei nostri fratelli sarà inutile. Tutto ciò che rimarrà degli italiani in Jugoslavia saranno i loro nomi incisi su una croce, ammesso

che ce ne sia una. Chi ci guadagnerà

sarà il maledetto

suolo jugoslavo concimato con il fosforo delle ossa italiane. Nei campi di concentramento

jugoslavi non si sono mai visti né assi-

stenza medica né medicinali. La malnutrizione è spaventosa e il tasso di mortalità aumenta giorno per giorno in maniera impressionante. Non ci sono ospedali, ma è pieno di cimiteri italiani; tuttavia il numero dei morti è così alto che i nostri connazionali fosse comuni, accatastati

vengono

gli uni sugli altri per risparmiare

seppelliti terreno.

in

Non

sembra esserci un registro dei decessi”.

Nel rapporto

alleato

si rinvengono

luogo, aggredita e assassinata

spesso

casi di gente

del

da agitatori o partigiani comunisti

147

di cui non si conosce il nome. Questo il caso di Emilio Beltramini, infermiere presso l’ospedale militare alleato. Estraneo alla militanza politica fascista, era anche stato prigioniero di guerra dei nazisti fino al maggio 1945. Tuttavia il 3 novembre 1945 venne assalito da tre individui non identificati. La ragione dell’assalto fu imputata al fatto che Beltramini portava il tricolore italiano sul risvolto della giacca. Sorte analoga toccò al professor Livio Bonetti, il 14 ottobre 1945, che venne picchiato da quattro sconosciuti appartenenti al Circolo Antifascista Sloveno di Rozzol. Il movente: la sera stessa Bonetti aveva affisso dei manifesti con scritto “Trieste libera”. Il 4 novembre tre commercianti italiani, Domenico Camasetta, Antonio Sciuto e Filippo Alecci, vennero fermati da un gruppo di dimostranti comunisti che controllarono i documenti. Alecci, che aveva un regolare porto d’armi, venne perquisito, l’arma trovata: fu prima linciato e poi ucciso a colpi di pistola. Pietro Planis venne assassinato il 20 luglio 1945 davanti a casa sua a Salvore, nella zona d'occupazione jugoslava. ll giorno seguente i partigiani jugoslavi, giunti alla casa della vittima, requisirono l'abitazione, portarono via tutti i mobili e ingiunsero alla vedova di andarsene immediatamente. La gente del luogo affermò

che gli esecutori

del delitto

erano

partigiani

jugoslavi,

ma dato che Salvore era in mano jugoslava, risultò impossibile

svolgere un’indagine. In una logica che ammetteva solo l’asservimento ideologico e la cieca obbedienza, gli italiani non furono le uniche vittime del furore slavo-comunista: la testimonianza di Vladimir Zinger è infatti emblematica della sorte di molti altri jugoslavi restii ad uniformarsi alla liturgia rivoluzionaria. All’età di 19 anni Zinger entrò a far parte dell’unità dei domobranci, antipartigiana e an-

ticomunista. Arrestato, fu mandato al campo di concentramento di Teharje, vicino a Celje, dove erano rinchiusi circa 4.000 prigionieri tra uomini,

donne

e bambini.

148

Gli uomini erano

suddivisi in

tre gruppi:

“A” con giovani fino ai 18 anni; “B” con la milizia anticomunista arrivata nel 1945; “C” tutti gli altri. Di quest’ultimo gruppo faceva parte Zinger. Ogni notte i partigiani prelevavano circa 600 detenuti del gruppo “C” ed il 5 giugno 1945 fu il turno di Zinger. Con le mani legate dietro la schiena da fili del telefono, i prigionieri furono prelevati a coppie, colpiti col calcio dei fucili, prassi usata costantemente anche durante la detenzione, e caricati su un camion che li portò nei boschi sopra a Hrasnil.

Private dei vestiti, tutte le coppie di prigionieri vennero allineate di fronte ad una grande fossa comune e freddate con un colpo di pistola alla nuca, sparato simultaneamente da due partigiani. Zinger cadde, ma si svegliò più tardi in una fossa dove c'erano circa 2.000 cadaveri, donne incluse. Nella caduta, il filo che gli legava le mani si era spezzato. Si avviò dunque verso San Vid, vicino a Sticna dove giunse l’11 giugno e rimase con una suora,

sua parente. Il 10 ottobre fuggì alla volta di Trieste, dove arrivò a piedi sei giorni dopo. La fonte che raccolse la testimonianza, il Servizio Informazioni Alleate di Trieste, scrisse che Zinger era un contadino che pareva essere sincero nella deposizione fornita; inoltre i segni rinvenuti sul corpo attorno ai polsi erano simili a quelli lasciati dai cavi telefonici, così come quelli alla nuca e sulla guancia sinistra dovevano corrispondere al punto in cui lo sven-

turato fu colpito dai proiettili. La vita di uno jugoslavo filomonarchico, Martignac,

l'ingegner

Isodor

ebbe invece un tragico epilogo: dopo l’arrivo a Trieste

nell'aprile 1945, Martignac s’impegnò attivamente nella creazione di un servizio d’intelligence antititino che gestiva praticamente da solo e che, dopo la sua misteriosa scomparsa avvenuta il 27 ottobre 1945, cessò d’esistere. Durante i tre mesi precedenti la sparizione la vittima aveva confidato agli amici che gli agenti dell’OZNA lo stavano pedinando. Nella descrizione del clima di grave tensione, le fonti riportano che anche dopo l’accordo di Belgrado vi furono numerosi casi

149

di petizioni di annessione territoriale fatte firmare sotto minaccia o del tutto falsificate. È questo il caso di cinque liste contenenti in tutto 53 nomi di triestini che richiedevano per l'appunto l’annessione della città alla Jugoslavia. Ad un esame accurato svolto presso l’anagrafe di Trieste risultò che delle 53 persone, 51 non esistevano affatto, mentre altre due, Michele Scafridi e Gaspare Buccellato, dichiararono di non aver mai firmato il modulo in questione e che le loro firme erano contraffatte. Il rifiuto di firmare la richiesta annessionista diede origine anche ad episodi di rappresaglia come quello di quattro dipendenti della manifattura tabacchi di Rovigno che furono licenziati, mentre altri 15 operai qualificati vennero retrocessi. Molto particolareggiata è la testimonianza di quanto avvenne a Pinguente. Il “plebiscito volontario” della cittadina e l’avvenu-

ta richiesta di annessione territoriale scaturirono dalle pressioni e minacce del presidente regionale del P.U.P., Giuseppe Sestan, che convocò la giunta comunale e definì coloro che non intendevano firmare la petizione “un ostacolo nel percorso del movimento popolare”, accusandoli inoltre di fascismo e collaborazionismo con il passato regime. Consapevoli della gravità dell’accusa, i consiglieri comunali presero l’iniziativa di convocare tutti i capifamiglia, i quali a loro volta decisero unanimemente di non firmare e di inviare una nota alla giunta regionale, in cui ribadivano il desiderio di pacifica convivenza con la popolazione slovenocroata ed il diritto di astensione da ogni tipo di plebiscito non indetto propriamente. La pressione tuttavia continuò e la fonte

riporta che: “In quasi ogni casa vanno ripetendo: noi’; ‘Se venite gettati

‘Chi non è con noi, è contro di

in una foiba, chi vi tirerà fuori?’;

‘Siamo venuti

così che non vi dobbiate pentire e dire che non siete stati messi in guardia’; ‘Uomo avvisato mezzo salvato’. Continuano ad andare per le case di sera tardi, ma finora non è stata firmata alcuna petizione.

150

Sestan è andato da uno che si rifiutava di firmare e l’ha avvertito dicendo: ‘Non mi ritengo responsabile per quello che il popolo ti farà’, mentre in un’altra famiglia ha dichiarato di aver ucciso tre membri della propria famiglia che avevano idee diverse dalle sue. In questo modo è riuscito ad ottenere la prima firma. Tengono i capi della giunta comunale in uno stato di continua apprensione. [...] Nelle campagne si dice che alcuni sono già stati prelevati e che sei persone sono sparite dal paese. Sono così stati nuovamente convocati i capifamiglia, informati della minaccia che incombe sulla popolazione di Pinguente e indotti a firmare per salvare la vita dei più sospetti tra loro. Il 26 agosto [tre giorni dopo la prima riunione della giunta] sono state raccolte le firme di quasi tutti, persino di coloro che, nonostante le minacce, avevano cacciato

per ben due volte gli emissari dell’autorità

regionale”.

Anche la campagna lanciata affinché i negozianti affiggessero insegne in lingua slovena rientrò nella politica di intimidazione e repressione di massa. Esponenti slavo-comunisti imposero infatti a molti commercianti di Trieste, soprattutto a Barcola, che le scritte fossero cambiate prima che la Commissione Alleata passasse nella zona. Pressioni e minacce furono all’ordine del giorno e significativo è l’episodio che portò all’arresto di Angelo Postogna, residente nel comune di Albona, in quanto sorpreso mentre insultava e apostrofava alcune donne con queste parole: “Porci di italiani, dovete

andarvene,

altrimenti

vi butteremo

in una foi-

ba”, reiterando così la paura per il terrorismo e l’arbitrarietà della morte che non lascia traccia. A ragione Elio Apih si interrogava: “La violenza, quand’è calcolata, è ancora tale? O non diventa politica con altri mezzi ?”2°, La coscrizione obbligatoria nelle fila dell’esercito jugoslavo rappresentò l’ulteriore segno di come la cieca sottomissione fosse l’unica strada possibile

non solo per la speranza

di una convi-

‘01 E. Apih, Le foibe

Note e documenti,

Libreria Editrice

giuliane.

Goriziana, 2010), p. 129. 151

(Gorizia,

venza pacifica, ma in primo luogo per salvaguardare la propria vita e quella delle proprie famiglie, ennesimo ritratto assai poco edificante, ma non certo il più deteriore, del volto comunista in Jugoslavia. La massiccia repressione andò avanti coinvolgendo, come già visto in precedenza, anche le isole. Gli abitanti di Cherso che riuscirono ad arrivare a Trieste riferirono alle autorità che 200 persone erano state arrestate dai partigiani e deportate sulla terraferma: da allora non se ne ebbe più alcuna notizia. Tutto il be-

stiame venne confiscato e mandato all’interno della Jugoslavia. | partigiani saccheggiarono molte case e, pistola alla mano, costrinsero i proprietari a firmare una dichiarazione in cui si specificava che il maltolto era una donazione spontanea alla Jugoslavia. Un disertore raccontò che a Cherso e Lussino circa 1.800 uomini erano stati costretti ad arruolarsi nelle fila dell'esercito jugoslavo e a frequentare ogni giorno due ore di lezione politica tenuta da un commissario: venne impartito che inglesi e americani erano i loro peggiori nemici. Un’agghiacciante politica del terrore venne impiegata anche a Pola dove, durante l’occupazione jugoslava vennero arrestate circa 600 persone, di cui il 25% senza alcuna ragione apparente. Un gruppo di prigionieri venne trasferito a bordo della nave Cam-

panella, che dopo esser incappata in una mina iniziò ad affondare. Le guardie partigiane allora aprirono il fuoco dei mitragliatori contro | prigionieri, uccidendone molti. Coloro che sopravvissero furono

arrestati

di nuovo

una volta giunti a riva e mandati

in un

campo di concentramento. Al momento della stesura del documento mancavano ancora all’appello 100 polesani. A Fiume i partigiani jugoslavi arrestarono oltre 1.000 persone, di cui solo circa il 30% erano fascisti. Un rifugiato dichiarò: “Subito dopo l'occupazione jugoslava venne instaurato un regime di terrore: non potevamo affiggere bandiere italiane, né criticare il re-

152

gime; era pericoloso persino parlare in italiano per strada, molti sono stati arrestati

dagli slavi e portati via, non si sa dove. Mario Blasich l’ex

segretario degli interni di Fiume è stato strangolato a casa sua, altri due notabili locali, Sincich e Stercich, sono stati uccisi dai partigiani jugoslavi, mentre

Baucer, il direttore

sanitario

dell’ospedale

di Fiume, è stato

arrestato e il giorno seguente il suo cadavere è stato trovato in mare. Durante la messa hanno ucciso il parroco don Perkan; gli assassini sono

stati arrestati, ma rimessi in libertà il giorno dopo. Si sono impossessati dei fondi della banca e anche di quelli dell’ospedale, che si dice si aggirino attorno

ai 4 milioni e mezzo di lire. | partigiani sono entrati

in

molte case e uffici e li hanno saccheggiati”.

Come asserisce un informatore ritenuto attendibile dagli Alleati, l’oppressione jugoslava si fece sentire anche nell’Istria nord-occidentale, testimonianza confermata anche da altre fonti. Nel piccolo paese

di Figarola, vicino a Capodistria,

furono

pri-

ma torturati e poi uccisi molti italiani la maggior parte dei quali innocenti. La casa del patriota ed irredentista italiano Nazario Sauro venne saccheggiata dai titini che non risparmiarono nemmeno le medaglie.

A Capodistria,

la cui popolazione

venne bolla-

ta come “fascista” perché in città c'erano soltanto cinque comunisti, le riserve alimentari si esaurirono non tanto perché non ve ne fossero più, ma in quanto non venivano distribuite in centro, dove risiedevano gli italiani, mentre i contadini slavi delle campagne circostanti ricevevano invece olio, zucchero, farina, etc ... Dal municipio furono rubati due milioni di lire. Le autorità com-

petenti di Lubiana avrebbero condotto un’indagine, ma intanto i responsabili del furto, il sindaco ed il segretario comunisti, erano ancora a piede libero. Nel loro dossier gli Alleati precisarono che nonostante la parzialità italiana, il contenuto di una nota proveniente dal clandestino Comitato

degli Esuli Istriani era attendibile

in quanto

fermato da altre fonti. Pure in questo documento

153

con-

prevalgono

resoconti di soprusi e violenze quotidiani. A Pirano la notte del 1° ottobre tre giovani democristiani furono arrestati mentre distruggevano volantini jugoslavi in cui si chiedeva che la città fosse annessa alla Jugoslavia. A Visignano venne rimosso dagli edifici municipali un monumento di epoca romana, mentre da Piazza San Marco ne fu tolto un altro che commemorava l’ingresso dei bersaglieri nel 1918. Fatto analogo

a Pinguente, dove fu rimosso un monumento che ricordava la ricostruzione del bastione veneto da parte di Eugenio Bigatto, primo sindaco della città. La situazione in Istria, aggiornata all’11 settembre 1945, riporta come a Capodistria gli jugoslavi si fossero impossessati di sette motori presi dai cantieri navali, così come di un gran quantitativo di maniglie per porte e serrature dalle case requisite. Ad Isola un gruppo comunista, accanito sostenitore di Tito, riuscì a carpire un certo numero di voti per la Jugoslavia, mentre a Buie alcuni uomini armati di mitra estorsero delle firme a favore della petizione annessionista soprattutto nel circondario, ma il centro città venne definito “un caposaldo di italianità”. Ad Albona alcuni italiani furono incarcerati per essersi rifiutati di firmare il modulo di annessione alla Jugoslavia; simili episodi si verificarono a Rovigno, dove degli operai furono costretti a firmare dietro minaccia che avrebbero perso il posto di lavoro e tre giovani vennero arrestati e picchiati con l’accusa di fomentare la propaganda clandestina. In generale in tutta la penisola istriana

il regime di terrore stava aumentando, specialmente in quelle località dove circolava la petizione filojugoslava. Intanto l’OZNA stava preparando una lista di tutti coloro che appartenevano a partiti politici diversi da quello comunista e li teneva sotto costante osservazione. Pertanto molti italiani si trovarono costretti a fuggire e, secondo il dossier alleato, i profughi istriani che avevano trovato riparo in Italia erano già 40.000. Dettagliata la relazione anche sugli eventi a Capodistria:

154

“Quando i tedeschi hanno ripreso possesso del territorio tra il 1943 ed il 1945, molti cittadini si sono uniti al movimento partigiano boicottando quindi gli occupanti nazi-fascisti. Nonostante la cooperazione nello sforzo congiunto

contro il nazifascismo,

da quando gli sloveni sono en-

trati in città, il 30 aprile 1945, si considerano padroni assoluti, mentrei cittadini credevano avrebbero potuto dividere i frutti della vittoria comune come avevano fatto i partigiani in altre zone d’Italia. Sono avvenute

nuove deportazioni,

senza chiedere

il parere

del Co-

mitato di Liberazione Nazionale che pure aveva collaborato durante la lunga lotta; hanno arrestato e deportato fascisti e non fascisti che sono in attesa di processo o sono stati condannati, senza alcuna possibilità d'intervento da parte del Comitato stesso. Di recente dei militari hanno ucciso quattro persone a Pobeghi (nel comune di Capodistria) ingiungendo

alla gente del luogo di mantenere

il silenzio.

Un altro pri-

gioniero non identificato è stato ucciso nel penitenziario locale. Elementi fedeli all’ordine di annessione comune,

la cui amministrazione

italiani disposti

naturalmente

a seguire

de facto hanno occupato il

è stata lasciata

le direttive

nelle mani di quegli

[...] e di altre persone

di fiducia,

di nazionalità slovena, che hanno impartito l’ordine che

tutte le istituzioni trasformino la loro origine italiana, in modo da provare che stanno amministrando discussa

ulteriormente,

non una zona la cui assegnazione

bensì una zona occupata.

va

[...] A noi {italiani]

non è stata data la possibilità di esprimere la nostra opinione in merito alla scelta [dell’amministrazione

comunale].

Va inoltre sottolinea-

ta l’assoluta incompetenza di questi impiegati che, solo per incassare soldi, hanno iniziato a tassare ogni forma di commercio, provocando il rialzo dei prezzi. Particolarmente

colpiti dal provvedimento

sono stati il

Consorzio agrario, il mercato del pesce, macellerie ed osterie”2°2,

Vennero occupate molte case e appartamenti privati che furono saccheggiati di tutto quanto i partigiani riuscirono a portare via e la rimanenza venne presa dai contadini portati in città dalle aree rurali. | muri delle case furono imbrattati da scritte a carat202

\WO 204/431,

29 ottobre

1945. 155

teri cubitali inneggianti alla Jugoslavia e a Tito: per la conservazione di tali scritte vennero usate delle pattuglie in città. Le scuole elementari, medie ed i licei furono posti sotto la supervisione

di un insegnante sloveno incompetente. Sempre a Capodistria il 26 ottobre 1945 le autorità jugoslave introdussero le jugolire, una nuova moneta che, sia pure senza l’autorizzazione

del GMA, venne

emessa

esclusivamente

e im-

posta nella zona B, dove circolò fino al luglio 1949, quando fu introdotto il dinaro. La nuova valuta, parte del meccanismo di sopraffazione da parte di Belgrado, non aveva alcun potere d’acquisto al di fuori della zona d'occupazione jugoslava e le banconote

fino a dieci lire non avevano

alcun numero

di serie,



firma, erano stampate su carta normale ed erano facilmente falsificabili. Il timore di una devastazione economica portò alla rivolta e allo sciopero dei negozianti della città che si rifornivano di prodotti quasi esclusivamente a Trieste. Fonda, presidente del CLN della Venezia Giulia, telegrafò a De Gasperi che a sua volta, il 2 novembre 1945, si rivolse all’ammiraglio Stone per denunciare l’allarmante situazione a Capodistria: vi si parla di disordini ed incidenti, di negozi saccheggiati da parte di gruppi armati jugoslavi, di maltrattamenti e di omicidi davanti agli occhi impassibili delle truppe regolari dell’esercito jugoslavo. Il governo italiano temeva che si verificassero episodi analoghi in altre città istriane e sollecitava la salvaguardia dei cittadini rimasti nella zona B°%, Quando il 28 novembre i lavoratori di Capodistria, soprattutto quelli dei cantieri navali che erano la maggioranza, vennero pagati con la nuova moneta per l’Istria, la rifiutarono: dinanzi alla prospettiva che non avrebbero più ricevuto lo stipendio in valuta italiana, indissero uno sciopero. ll 31 ottobre le autorità militari nella figura del dottor Cerquenik risposero con minacce di morte ai membri del Comitato che aveva organizzato la protesta, pertanto alle 11:00 del mattino lo sciopero era già terminato, alle 13:00 | lavoratori rientrarono ai loro posti e alle 15:00 i negozi avrebbero ‘3 WO 204/2297, 31 ottobre e 2 novembre 1945. 156

riaperto come di consueto: le autorità militari e civili ne erano al corrente. Tuttavia nel primo pomeriggio giunse in città una folla di circa 2.000 sloveni: erano armati di forche, falci, bastoni e armi ed erano stati trasportati ad uopo dai paesi circostanti nelle città di Capodistria, Isola e Pirano a bordo di camion e barche per

fermare lo sciopero. Sobillata da agitatori che urlavano “Morte ai fascisti”, questa folla semi ubriaca sfondò le porte dei negozi, li saccheggiarono

e aggredirono alcuni commercianti. Gli scontri costarono la vita a due di loro: Angelo Zarli e Francesco Reichstein che, dopo esser stati picchiati a sangue, furono uccisi a colpi di pistola, mentre la Milizia del Popolo si tenne a debita distanza e non fece nulla per impedire il linciaggio. In seguito gli aguzzini

danzarono attorno ai cadaveri, intonando le tipiche canzoni nazionali.

Un’'attendibile fonte alleata commentò con queste parole: “Se le autorità

politiche

e militari l’avessero

i fatti di Capodistria

voluto, avrebbero

avuto

tutto il tempo per prevenire questa minacciosa invasione cittadina, se non altro perché non sussisteva il motivo neanche per una dimostrazione pacifica. [...] | due uomini [assassinati]

non avevano

un passato

di simpatizzanti del regime fascista, comunque non vi aderirono dopo "8 settembre,

e non parteciparono

mai ad episodi di violenza.

[...] La

popolazione, sorpresa dall’attacco improvviso, non ha avuto né il tempo né il modo per reagire, pertanto non c'è stata alcuna provocazione, nemmeno

indiretta”2°4,

Durante le notti seguenti si ebbero altre uccisioni: in complesso 24 italiani e 4 slavi oppositori al nuovo regime persero la vita in quei giorni incandescenti; anche a Parenzo fu indetto uno scio-

pero in segno di protesta per l'introduzione moneta. 204

\WO 204/431,

1 novembre

1945. 157

illegale della nuova

Una solidarietà

e una giustizia difficili

Se è vero che gli Alleati occidentali scoprirono i metodi di epurazione jugoslava solo al ritiro delle truppe titine nel 1945 poiché nel 1943, quando si abbattè sugli italiani la prima fase persecutoria, essi si accingevano alla liberazione del Sud Italia, è altrettanto innegabile che l’eccessiva cautela sul fronte politico-diplomatico degli anglo-americani, timorosi del potente appoggio sovietico di cui godeva Tito, contribuì alla sciagura della Venezia Giulia. Come si è visto, le prove rinvenute durante l’opera di recupero

delle salme gettate nelle foibe o rinvenute in mare non vennero considerate sufficienti per aprire dei processi, alibi anche il fatto che i partigiani operavano con nomi di battaglia, il che avrebbe reso estremamente difficile l’identificazione degli autori materiali

e

dei mandanti

dei delitti.

A questo

si aggiunga

che le inda-

gini da parte alleata non vennero svolte in tutte le foibe a causa della guerra resistenziale ancora in corso e delle difficoltà operative che ciò comportava. In seguito la divisione del territorio nella zona A e B implicò che le aree sotto il controllo jugoslavo

divennero assolutamente inaccessibili, rendendo ulteriormente impotenti gli sforzi alleati. Soltanto cinquant’anni dopo sono stati rinvenuti altri resti umani nel corso di ricerche speleologiche

condotte da parte slovena. Inoltre all’epoca dei fatti la riluttanza delle famiglie a testimoniare, in quanto terrorizzate dalle rappresaglie e passibili di vendette locali, costituì un’altra componente che impedì alla giustizia di compiere il suo corso. Pertanto nonostante i documenti contengano le evidenti prove raccolte dagli anglo-americani, non vi fu né un risoluto intervento nella questione dei deportati, dovuto al timore di scatenare un terremoto politico, né si tenne mai un processo sui crimini delle foibe e sulle deportazioni come quello svoltosi a Norimberga contro i grandi responsabili del regime nazista e il metodico genocidio operato dal Terzo Reich. Solo nel biennio 1947-1949

158

furono aperti dei procedimenti

penali per abusi e omicidi circo-

stanziati,

ma non per atrocità inserite in un contesto politico. Alcuni di questi processi si arenarono alle indagini preliminari, dato

che le prove a carico spesso non risultarono sufficienti e sebbene la Corte d’assise in certi casi emise pene severe, caddero nel nulla in quanto gli imputati erano latitanti o avevano trovato rifugio in Jugoslavia. Il processo contro Piskulié, Motika, Margetié, tre croati membri dell’OZNA, colpevoli di assassinii e sparizioni, si aprì solo nel 1999, quasi cinquant’anni dopo gli eventi. Piskulié

non scontò alcuna pena grazie ad una sentenza d’estinzione per amnistia

della pena, mentre gli altri due imputati

morirono

men-

tre si svolgevano le indagini. Inoltre le ricerche condotte con estrema prudenziale accuratezza e le consultazioni tra inglesi e americani complicarono il quadro, ritardando notevolemente il raggiungimento delle decisioni e le conseguenti azioni da intraprendere con Belgrado. Questo interessò soprattutto la tetra e spettrale categoria degli gli unici per i quali si sarebbe potuto fare ancora qualcosa. | loro congiunti, ignari se i propri cari fossero stati deportati o uccisi, all’inizio confidarono molto che l’opera di mediazione alleata portasse alla liberazione, ma alla fine giunse il momento in cui la ragione non legittimò più la fiducia e si resero conto che scomparsi,

le loro “erano speranze artificiose, alimentate con l’ossigeno che si dà ai moribondi”, come scrisse Carlo Sgorlon. Il tanto agognato

aiuto alleato era stato lento e inadeguato. La deplorevole

assenza d'informazione mediatica e quindi la conseguente mancata solidarietà dell’opinione pubblica furono un altro elemento che non favorì la causa della popolazione istriana. La latitanza di giornali e radio nel diffondere il dramma che si consumò nell’alto Adriatico fu dovuta, come visto nelle fonti primarie già citate, alla reticenza da parte dei media inglesi nel pubblicare verità sgradevoli per la brutalità e l’inopportunità ‘05

R. Pupo, R. Spazzali, cit., pp. 32-34. 159

politica dei contenuti e pertanto classificate come “invendibili” 206, La mancanza di desiderio di verità, per non distruggere la figura di un glorioso ex-alleato creando nell’opinione pubblica inglese potenziali sentimenti di “titofobia”, è un atteggiamento che ai nostri giorni pare come un’assurda e aberrante bancarotta della moralità umana, oltre che una decisione inaccettabile dal punto di vista della deontologia professionale giornalistica. Tuttavia va inserita nel contesto che la produsse, vale a dire la Gran Bretagna dell’immediato dopoguerra in cui vigeva una certa ortodossia di pensiero che sfociò in pavidità intellettuale e aperto servilismo nei confronti dell’Unione Sovietica, come fosse un infallibile Stato divinizzato. Già all’epoca lo scrittore e giornalista George Orwell denunciò apertamente questa velata e volontaria censura che il mondo dei media inglesi si era autoimposto””, affermando

che “non era ufficialmente proibito dire questo o quello, ma non stava bene dirlo, proprio come in epoca vittoriana era inopportu-

206 ]n

merito a questo punto si veda il capitolo intitolato “Le liste”.

G. Orwell, Orwell and Politics, (London, Penguin, 2001), pp. 306-315. A tal proposito può interessare il lettore che il libro di Orwell, La fattoria degli animali, critica satirica del sistema totalitario stalinista e oggi universalmente acclamato come una delle opere più rilevanti del ventesimo secolo, incontrò molte difficoltà prima di essere finalmente pubblicato in Gran Bretagna il 17 agosto 1945. Per quanto Orwell fosse all’epoca un autore già noto e apprezzato, l’opera dovette attendere ben due anni prima di vedere le stampe e venne rifiutata da quattro case editrici. Una di queste, che aveva inizialmente accettato il romanzo allegorico, motivò il successivo rifiuto affermando che se il contenuto si fosse rivolto a tutte le dittature in generale, la pubblicazione non avrebbe incontrato difficoltà ma, siccome la trama ricostruisce specificamente le origini del potere comunista in Russia, ne presenta sviluppi e protagonisti e si riferisce solo a Stalin, escludendo inequivocabilmente altri totalitarismi e dittatori, la pubblicazione avrebbe creato non pochi imbarazzi. L'editore criticò soprattutto la scelta di usare dei maiali per rappresentare la nuova classe egemone che, tradendo gli ideali dei compagni di rivoluzione e sfruttando gli altri animali, si era sostituita all’antico padrone: l’uso dei suini, argomentò la casa editrice, avrebbe certamente offeso i russi. ‘07

160

no menzionare il termine ‘pantaloni’ in presenza di una signora”. Chiunque osasse sfidare l’ortodossia comune veniva prontamente zittito, palesò Orwell, e in quel periodo ciò che l’ortodossia dominante in Gran Bretagna esigeva era l’ammirazione senza riserve nei confronti della Russia sovietica, dove Stalin, novello Re Sole, era sacrosanto, e pertanto certi aspetti della politica perseguita dal dittatore non si dovevano discutere. Un esempio per tutti: la BBC realizzò un programma

in cui celebrò

il venti-

cinquesimo anniversario dell’Armata Rossa, ma non venne fatta alcuna menzione del fatto che Trotzkij, il grande dirigente bolscevico, acerrimo nemico di Stalin, era stato assassinato da un agente segreto nel 1940 durante il suo ultimo esilio in Messico. È ovvio intravedere che come si trascurarono la verità storica e la decenza intellettuale in nome di Stalin, lo stesso avvenne per Tito, altro ex alleato, campione della resistenza al nazifascismo. Era, infatti, ben noto agli anglo-americani

pretese jugoslave nella questione scontata

e massiccia propaganda

l’appoggio

russo alle

di Trieste, coadiuvato da una a livello popolare.

Un radiogior-

nale moscovita trasmesso in varie lingue, riprendendo la notizia già apparsa in un quotidano, riferiva come Trieste fosse “un’incubatrice di fascisti” protetti dagli inglesi, i quali non solo avevano privato della cittadinanza i partigiani triestini in modo da privarli del diritto di voto, ma avevano anche incarcerato e picchiato a morte molti combattenti della Resistenza”. Interessante è qui notare il diverso atteggiamento dei media: ostili e pronti a screditare con false accuse l’ex alleato inglese, quelli sovietici; timidi e leali quelli britannici,

tico conformismo di facciata tradirono

che con questo acri-

la libertà intellettuale

e

di espressione, “uno dei tratti distintivi della civiltà occidentale”, come sottolineò Orwell. La libertà di stampa inglese, persa nell’i-

dolatria di eroi-dittatori disumani, conobbe dunque in quegli anni una sconfitta ed è lecito chiedersi se un’opinone pubblica 208

FO 371/59337/R

341/3/92, 7 gennaio 161

1946.

internazionale

adeguatamente

informata, e possibilmente

indi-

gnata, avrebbe potuto qualcosa per contenere la tragedia delle deportazioni di italiani nella Venezia Giulia. Questo quadro va inserito nello scenario globale costellato da nazioni desiderose di uscire dal tremendo contesto della guerra e voltare pagina, dedicandosi alla contingenza della ricostruzione. Quando il dramma si era ormai consumato, nessuno aveva più interesse a rivangare una storia che rimase terreno di scontro solo dell’elettorato locale e argomento di ricerca di storici regionali. Tito era ormai entrato in collisione con Stalin e la Jugoslavia rappresentava ormai per l’Italia un utile stato-cuscinetto

tra il mondo sovietico e quello capitalista; anche la convenienza delle relazioni economiche tra i due paesi giocò un ruolo non secondario nell’accantonamento della spinosa tragedia del confine nordorientale, dimenticata per sessant'anni nel buio che, nelle intenzioni di alcuni, sarebbe dovuto restare eterno. Nonostante questi crimini siano rimasti impuniti per l’indubbia debolezza della mediazione alleata, scandita dall’interventismo di alcuni funzionari e dal lassismo di altri, e il fatto biasimevole dei mancati processi e delle mancate condanne, non significa tuttavia che tali atrocità non avvennero, ma illustrano piuttosto che i sentimenti di orrore e compassione spesso soccombono alla ragion di Stato tanto che, come ha commentato Courtois, in quel “secolo di ferro e fuoco sono stati tutti troppo presi dalla proprie disgrazie per compatire quelle altrui”. La Venezia Giulia visse il dramma di tutti i popoli e le nazioni che hanno la sventura di cadere preda del fanatismo ideologico e dello spirito di vendetta, quello che trasforma gli uomini in belve.

162

163

164

DIMITTE NOBIS DEBITA NOSTRA

“Mai il confine era apparso altrettanto

funzionante,

infido”. F. Tomizza

“Nessuna morte è più triste e definitiva come la morte di un’illusione”. A. Kostler

171

Cronaca di una morte annunciata Venezia Giulia, anno 1947. La guerra era ormai finita, ma la violenza non aveva ancora abbandonato la regione. La realtà era ancora spaventosa, tutt’attorno le macerie materiali e morali e nell'aria il sovrappiù di un odio quasi tangibile. Mentre deportazioni, uccisioni ed esodo avevano decimato l’etnia italiana, ridotta ad una specie

in via d'estinzione,

i vincitori avevano

in mano

le leve di comando per la futura assegnazione territoriale di una zona su cui più che altrove gravava il trauma della sconfitta bellica italiana. Il dolore muto interiorizzato dai superstiti esplose nell’animo di una donna qualunque con il gesto estremo nato da un impulso di ribellione definitivo, un omicidio, esasperato ripudio del ruolo di vittima. Stiamo parlando di Maria Pasquinelli, il cui caso divenne

la vicenda

simbolo

della recente

storia

giuliano-dalmata. “Alle 9:30 del 10 febbraio il generale di brigata R. W. M. de Winton,

comandante della 132 brigata inglese a Pola, è stato ucciso mentre passava in rassegna

la guarnigione

sina è stata immediatamente

davanti alla sede del comando.

L’assas-

arrestata. Ignoto il movente del gesto. Si

sono aperte le indagini” 2°.

Questo il testo del telegramma inviato dal quartier generale alleato alla stampa, allo Stato Maggiore congiunto e a quello britannico. Il giorno dopo fece seguito un altro comunicato, in cui si descrivevano in maggiore dettaglio le circostanze dell’omicidio dell'ufficiale inglese. “[...] Mentre

il generale

donna di nome Maria Pasquinelli gli si

209

FO

in rassegna

stava passando è

una

avvicinata da dietro sparando

371/67443/R 1957/1952/92, 10 febbraio 173

il presidio,

1947.

tre colpi a bruciapelo. Il generale si è accasciato al suolo ed è morto quasi all’istante. La donna, che ha sparato un quarto proiettile con cui ha ferito uno dei soldati, è stata arrestata e da parte inglese è stata predisposta un’ordinanza di custodia cautelare. La Pasquinelli è un'italiana giunta a Pola per lavorare come impiegata al Comitato esuli di Pola. Le indagini proseguono”?210,

Massimo il riserbo inizialmente mantenuto dalle autorità alleate, tuttavia al Ministero degli Esteri britannico iniziò un giro di

consultazioni per verificare non solo i contorni della vicenda, ma se vi fossero anche gli estremi per una richiesta di risarcimento danni al governo italiano. del Foreign Office, conFitzmaurice, uno dei rappresentanti

fermò che non ve n’erano a meno che non fosse stato possibile dimostrare che il governo avesse istigato l'assassinio o accusare di qualche forma di negligenza o mancanza di vigilanza la polizia o le autorità italiane o, ancora, se si fosse riusciti ad individuare

qualche precisazione nelle clausole armistiziali che dimostrasse come il governo di Roma era responsabile

della sicurezza del

personale alleato. Un altro funzionario

questi termini:

del Ministero commentò

l’attentato

“Nella stampa londinese di ieri è apparso un misterioso riferimento ad una dichiarazione del Presidente del Consiglio italiano all’Assemblea Costituente, nel corso della quale avrebbe affermato che il governo italiano aveva preventivamente avvisato le autorità alleate sulla possibilità che questa donna attaccasse un ufficiale alleato a Pola e che di conseguenza il governo di Roma si esime da ogni forma di responsabilità dell’accaduto. lo non ho visto alcun preavviso del genere nei telegrammi

di Sir Noel Charles

[ambasciatore

371/67443/R 1952/1952/92, 11 febbraio 211 FO 371/67443/R 1952/1952/92, 13 febbraio 212 FO 371/67443/R 1952/1952/92, 14 febbraio

210

FO

174

britannico

1947. 1947. 1947.

a Roma] e mi

in

domando se al Ministero della Guerra ne sappiano qualcosa. Se il governo italiano, avendo previsto la possibilità di un gesto simile, ha realmente avvertito, mi chiedo se oltre ad informare le autorità alleate non avrebbe dovuto far in modo che la donna venisse licenziata dall’agenzia italiana presso cui lavora. Mi immagino che l’istituzione che si occupa degli sfollati [presso cui la Pasquinelli aveva trovato impiego] sia infatti sotto il controllo del governo italiano, il quale dovrebbe assumersi la responsabilità non dico legale, ma almeno morale dell’attentato”2!3.

Immediata la risposta dell’ambasciatore

britannico

a Roma.

Sir Noel Charles diede prova di equanimità, precisando non solo che il 13 febbraio il nostro Presidente del Consiglio aveva dichiarato all’Assemblea Costituente che il governo italiano non pote-

va essere chiamato in causa per un delitto per il quale le autorità britanniche erano state messe in stato d’allerta, ma la Pasquinelli, il cui carattere

esagitato

era noto, non era rappresentante

di un organo né ufficiale né semi-ufficiale. Un’azione del genere andava piuttosto spiegata, ad avviso dell’ambasciatore, nel contesto del risentimento degli italiani verso il Trattato di Pace che il governo aveva dal canto suo fatto il possibile per placare. Se vi

era qualcuno che si potesse ritenere responsabile erano piuttosto le autorità alleate di Pola. Nel frattempo

il nostro

ministro

della difesa inviò tramite

De

Gasperi un messaggio di cordoglio alla famiglia della vittima e al comando alleato, nota che l’ammiraglio Stone accettò senza per questo escludere che le autorità alleate avrebbero fatto del-

le rimostranze presso il governo italiano”. Al quartier generale alleato

i risultati

ci si riservò di attendere

certamento

delle eventuali responsabilità

delle indagini e l’ac-

prima di indire una

protesta’!

371/67443/R 1952/1952/92, 15 febbraio 1947. 214 FO 371/67813A/Z 7043/3951/22, 15 febbraio 1947. 215 FO 371/67443/R 2157/1952/92, 15 febbraio 1947. 216 FO 371/67443/R 2166/1952/92, 15 febbraio 1947.

213

FO

175

Alcuni giorni dopo, il 18 e 19 febbraio, alla House of Com-

mons si svolse un’interrogazione parlamentare

per ottenere

informazioni ed accertare le responsabilità sull’assassinio, ma il Segretario di Stato agli Affari Esteri, John Freeman, così come il Segretario di Stato alla Guerra, Bellenger, non poterono né confermare né contraddire l’avviso che il governo italiano dichiarava

aver fornito e tanto meno illustrare al Parlamento inglese quali rimostranze fossero state fatte alla Commissione di Controllo Alleata, allora responsabile dell’amministrazione della giustizia e dell’ordine nella regione, in quanto le indagini erano ancora negli stadi preliminari?’7. La motivazione che aveva spinto l'insegnante bergamasca al

gesto estremo fu però subito nota per dichiarazione della stessa: “Seguendo

l’esempio di 600.000 Caduti nella guerra di redenzione

1915-1918,

sensibile

come Loro all’appello

di Oberdan,

[...] riconfermo

l’indissolubilità del vincolo che lega la Madre Patria alle italianissime terre di Zara, di Fiume, della Venezia Giulia, eroici nostri baluardi contro il panslavismo minacciante tutta la civiltà occidentale. Mi ribello - col proposito fermo di colpire di rappresentarli

a morte

chi ha la sventura

- ai quattro Grandi, i quali, alla Conferenza di Parigi,

in oltraggio ai sensi di giustizia, di umanità e di saggezza politica, hanno deciso di strappare

una volta ancora dal grembo materno le terre

più sacre all’Italia, condannandole

o agli esperimenti

di una novella

Danzica o — con la più fredda consapevolezza, che è correità jugoslavo, oggi sinonimo per le nostre genti, indomabilmente di morte in foiba, di deportazione, di esilio” 218,



al giogo italiane,

371/67813A/Z 7046/3951/22, 18 febbraio 1947 e FO 371/67813A/Z 7047/3951/22, 19 febbraio 1947. ‘15 R. Turcinovich Giuricin, La giustizia secondo Maria. Pola 1947: la donna che 217 FO

sparò al generale brigadiere Robert W. De Winton, (Udine, Del Bianco Editore,

2008), pp. 46-47.

176

Questo il testo del biglietto trovatole in tasca dopo l’arresto, redatto perché la Pasquinelli era convinta che le guardie presenti avrebbero risposto al fuoco, colpendola a morte. Nelida Milani ha osservato che “ci sono di [quei] momenti nella vita in cui non si è normali e non ci si comporta normalmente, perché tutti i sentimenti passano sul cuore: la pena e la gioia, la

tristezza, la fede, l'amarezza e la disperazione”?’”, Se questo pensiero può sembrare artificiosamente romantico, coglie però l’essenza del dramma di una donna divenuta assassina per quell’amor di patria inculcatole dal Ventennio e dalla Scuola di Mistica Fascista, un sentimento

che oggi pare tra noi anacronistico, ma che si ripete ovunque si semini tanto odio e che all’epoca la portò

ad eseguire questa condanna a morte simbolica di un innocente rappresentante dei poteri che il 10 febbraio 1947 sancirono il passaggio definitivo di Pola, Fiume, Zara e di quasi tutto il territorio della Venezia Giulia dallo Stato italiano a quello jugoslavo (per la spartizione di Trieste non si trovò una soluzione definitiva che fu raggiunta solo nel 1954). Lo stesso sentimento fu quello che portò il suo difensore, l’avvocato Luigi Giannini, ad esordire

nell’aula di tribunale con una professione di nazionalità italiana: “Prima di ogni altra cosa, signor presidente”, disse il legale, “io mi considero un italiano che difende un’italiana”, dichiarazione inequivocabile che sollevò applausi e creò trambusto tra gli astanti, provocando lo sgombero dell’aula. Maria Pasquinelli

fu una donna

lucida e coerente,

dalla vigile

coscienza critica, che nella propria esistenza unì temerarietà ed abnegazione, senza esser mai assalita dalla vanità di raccontare e di raccontarsi. Consapevole del fatto che la Storia è sempre stata piegata dal vincitore di turno, per attirare l’attenzione del mondo sull’ingiustizia che si stava compiendo verso la popolazione giuliano-dalmata, la giovane insegnante compì un gesto esagitato e inconsulto, a sua volta iniquo, che tuttavia rappresentava la 219

N, Milani, Una valigia di cartone, (Palermo, Sellerio, 1992), p. 55.

177

punta estrema di un iceberg di dolore: quello di una popolazione destinata a subire, dapprima abbandonata a se stessa, poi sacrificata nell’arena della politica internazionale e costretta all’esilio. Nel tentativo di comprendere il senso di quanto avvenuto, è illuminante leggere integralmente la lettera scritta dalla Pasquinelli alla regina Elisabetta ll d’Inghilterra, dal carcere di Santa Verdiana di Firenze il 12 giugno del 1953, in cui avversando i suoi simpatizzanti rifiutò qualunque tipo di intervento volto all’ottenimento della clemenza. Sebbene la missiva rimase senza riscon-

tro da parte della monarca da poco incoronata, risulta nondimeno interessante per capire la coerenza di una donna sola ma combattiva che, coinvolta suo malgrado nella domanda di grazia presentata da alcuni comitati italiani, non si piegò, come già aveva affermato in tribunale, “agli oppressori della [sua] terra” presentando ricorsi e domande di clemenza. “Maestà,

sono l'italiana che il 10 febbraio 1947, giorno della firma del Trattato di Parigi, colpì mortalmente

a Pola, nel comandante

roccaforte, il rappresentante

dei quattro Grandi.

Il 10 aprile

1947, a Trieste,

litare anglo-americana; commutata

fui condannata

a morte

inglese di quella da una Corte Mi-

il 21 maggio dello stesso anno la pena mi fu

nei lavori forzati a vita dal Comandante

Supremo Alleato,

generale Lee. Ho appena saputo che alcuni Comitati Italiani hanno presentato manda di grazia per me, nell’evento della Sua incoronazione. Le faccio pertanto

presente

do-

affinché ne sia tenuto conto oggi e nel futuro — che io non voglio dall’Inghilterra né grazie né provvedimenti —

d’alcun genere diretti al cambiamento La tragica sorte

imposta,

col sopracitato

Venezia Giulia italianissime

tale



Né io



della mia condanna. Trattato,

a Zara, a Fiume e alla

eroica difesa contro l’imperialismo orien-

persiste. —

nonostante

lo strazio per la vittima che, natomi nel cuore col

178

pensiero

dell’attentato,

mi accompagnerà

alla tomba

— son,

di fronte

agli uomini, pentita del mio atto. Maestà, sinceramente

Le auguro un lungo sereno regno sui Suoi popoli

che La amano. Maria Pasquinelli” 220

Da queste righe redatte in una grafia minuta e ordinata emer-

ge il ritratto di un personaggio tra il deamicisiano e il protagonista di una tragedia greca, perseguitato dalle Furie del suo idealismo patriottico scevro da quelle inconfessate avidità, corruttele e bassi compromessi che si annidano infidi nella politica, portato però all’epilogo tragico di un freddo e lucido assassinio. Lei af-

fermava spavalda e non pentita di non aver rimorso alcuno di fronte

agli uomini

per il gesto compiuto,

ma lasciava trasparire

l'intimo strazio di aver dovuto scegliere e sacrificare una vittima, col sentimento

forse di doverne

rendere

conto a Dio, l’unico col

supremo diritto di giudicare il tristo operato umano, nell’unico autentico tribunale. La Patria dunque come principio superiore ad ogni altro, persino alla prospettiva della dannazione eterna. Tuttavia fino a che punto l’amor di patria può essere usato per giustificare un crimine premeditato, compiuto a sangue freddo? l’assassino di un innocente può essere considerato un eroe? Non sarebbe forse più onesto ridurre il fatto alla sua pura epidermide

e attenuare

l’aura mitica creatasi

paradossalmente

attorno a questo ulteriore atto di violenza piuttosto che, come sarebbe logico aspettarsi, attorno alla vittima innocente immolata dopo esser stata presa a caso a simbolo di un sistema di ingiustizia?

Come scrisse George Orwell nelle sue Note sul nazionalismo, l’idea di nazione o, meglio, l’esaltazione di essa, può condurre

ad abitudini mentali caratterizzate da sentimenti di ossessio220

FO 371/107785/WT

1651/7, 12 giugno 1953. 179

ne, instabilità e indifferenza alla realtà oggettiva:?!, tutti fattori riscontrabili nel gesto della Pasquinelli.

La perizia l’imputata fu sottoposta alla perizia psichiatrica di un collegio composto da tre esperti di nazionalità americana, inglese e italiana che redassero una relazione sulla base dei vari colloqui avuti con l’imputata e delle testimonianze fornite in tribunale?2. Gli psichiatri avvalorarono quanto avanzato dal pubblico ministero, cioè che Maria Pasquinelli era perfettamente capace d’intendere e di volere: non vi erano infatti tracce di squilibrio emotivo o di allucinazioni, né soffriva di malattie neurologiche o di

disturbi ossessivi compulsivi. Il ritratto fornito dalla perizia è quello di una donna d’intelligenza media e di buona cultura, sensibile, generosa ed egotistica, i cui contrasti interiori e frustrazioni politiche avevano

raggiunto un’intensità tale da sfociare in un attacco omicida. La perizia sembra voler andare incontro alla Pasquinelli quando afferma: “Le maggiori tensioni che gli esseri umani devono affrontare sono quel-

le che nascono all’interno dell’individuo stesso sotto forma di conflitti tra opposti desideri o tendenze personali, quali profondi risentimenti, impulsi aggressivi o frustrazioni sessuali. Tali sentimenti cercano inevitabilmente una via d’uscita e possono entrare in conflitto con le leggi morali o sociali”223.

1 5. Orwell & I. Angus, (edited by), The Collected Essays, Journalism and Letters of George Orwell Vol. Ill, 1943-1945, 1968), pp. 361-380.

722

\WO 204/11202.

223

\WO

204/11202. 180

(London, Secker & Warburg,

Stando alla relazione medica, nella Pasquinelli non era pertanto rinvenibile alcuna indicazione di insania mentale o d’incapacità di distinguere tra bene e male, ma solo un’esagerata risposta emotiva con parziale inibizione della coscienza morale, il che avrebbe potuto rappresentare una limitata responsabilità al momento del crimine. La perizia fornisce molti elementi sulla personalità della Pasquinelli e rileva che il carattere dell’imputata era isolato e sospettoso e per sua stessa ammissione la donna sentiva di avere una personalità dominante e di non conoscere la paura; “non aveva molti veri amici, ma non ne sentiva nemmeno il bisogno, convinta com’era di potersi fidare solo di se stessa”. La relazione medica riporta vari collegamenti nella vita dell’imputata e riferisce che aveva avuto una relazione sentimentale, ma dopo aver scoperto

che l’uomo era già fidanzato

con un’altra ragazza, aveva

deciso che il suo futuro sarebbe stato diverso: non subalterno alla famiglia, come quello delle altre donne, ma dedicato

e sacri-

ficato alla patria. Dando prova di una volontà senza incrinature si era iscritta pertanto al partito fascista e durante la guerra d’Africa aveva prestato servizio come crocerossina per dare ancor più alla sua patria e alla sua causa. In seguito, travestita da soldato,

era andata al fronte per combattere in prima linea ma era stata scoperta ed allontanata anche dalla Croce Rossa. Al termine della guerra la Pasquinelli aveva rivolto la propria attenzione alla tragedia delle popolazioni giuliano-dalmate, identificandosi con il patimento di quelle genti, interpretando la questione

politica della Venezia Giulia alla luce dei suoi de-

sideri repressi e speranze disattese. Aveva razionalizzato infine le proprie frustrazioni, manifestandole nelle proprie convinzioni . politiche. Questa è la chiave di lettura con cui la perizia medica interpretò le cause del gesto delittuoso. In particolare ciò che parve colpire gli psichiatri fu la profonda capacità di empatia, la totale immedesimazione della Pasquinelli con i connazionali, le

181

loro sofferenze, i loro lutti. Nel subconscio il mito universale, antico e perenne, secondo il quale grazie al sacrificio di un uomo tutti gli altri si salveranno, assunse nell’imputata un’importanza straordinaria. Gli esperti

ne dedussero che era come se l’insegnante bergamasca avesse vissuto sulla propria pelle le lacerazioni dell’Italia e con il passare del tempo una siffatta convinzione fosse divenuta in lei un'idea

predominante, fino a raggiungere proporzioni di monoideismo che avevano creato così un enorme potenziale emotivo. Nel contempo il progressivo deteriorarsi della situazione politica nella Venezia Giulia contribuì a rinfocolare nell'opinione pubblica la

passione patriottica, esercitando su di essa un'influenza sempre maggiore e allineata con la forma mentis dell’imputata:

il gesto

patriottico ed eroico come possibilità unica di “salvare i giuliano dalmati da una morte orribile ed imminente”. Fu così che Maria Pasquinelli fu per sempre imprigionata nel suo gesto di ribellione, interprete di un profondo e incontrollabile sentimento di riscatto popolare. Secondo gli psichiatri anche altri impulsi concomitanti, sia interni sia esterni, spinsero l’imputata al gesto compiuto: il fatto di vivere in un'epoca di profondi disordini sociali, ricchi di pathos, di innumerevoli sacrifici e immagini di morte, a cui certe personalità paiono essere più sensibili che altre; la carenza di una vita affettiva profonda e costante; un’istruzione adeguata ma limitata ad una disciplina (la storia particolarmente suggestiva del Risorgimento); la mancanza di stimoli di altra natura, come vanità, avarizia, ambizione; infine l’assenza di responsabilità famigliari e di preoccupazioni di salute o di natura economica,

solitamente

utili nella conservazione

di un equilibrio

mentale pacifico. Il rapporto medico concludeva specificando che, per quanto

il delitto compiuto dalla donna mostrasse caratteristiche eccezionali e fosse di una gravità estrema, tuttavia i fattori menzionati evidenziavano che Maria Pasquinelli non rappresentava un

182

pericolo sociale e ribadiva ulteriormente che non vi erano elementi sufficienti per stabilire una diagnosi di insania mentale, ma eventualmente uno stato di responsabilità limitata, causato da una reazione emotiva esagerata e dall’espressione di alcuni elementi che usualmente dovrebbero essere inibiti. La Pasquinelli venne quindi definita

“vittima delle circostanze

e del proprio carattere”.

ambientali

L’ergastolo Se le modalità e le ragioni dell’assassinio sono ben evidenti, meno conosciuta

è la sequenza

di eventi e gli aspetti

politico-

diplomatici del caso che portarono alla commutazione del verdetto ed infine al rilascio di Maria Pasquinelli. Durante il processo la linea di difesa dell’imputata tentata dall’avvocato Giannini era stata chiaramente demolita dall’accusa. Nell’udienza del 9 aprile, la requisitoria efficacemente contrastò

la tesi della difesa di poter far ricorso all’Articolo 54 del

Codice Penale sullo stato di necessità che prevede la non punibilità di chi ha commesso

un reato per esservi stato costretto

dal

bisogno di salvare sè o altri dal pericolo attuale di un danno graal pericolo. ve alla persona, sempre che il fatto sia proporzionato La natura e le circostanze del delitto furono tali da rendere futili

le argomentazioni dell’avvocato Giannini dacché la vittima de Winton, che stava ispezionando la guardia, non rappresentava alcuna forma di pericolo e l’assassinio non era stato perpetrato per prevenire un danno, ma in segno di protesta contro qualcosa che era già avvenuto e di cui il generale non aveva alcuna responsabilità. Il presidente della corte militare alleata concor-

dò con l’accusa che se mai vi fu un’ipotetica minaccia verso gli italiani quella proveniva dagli sloveni, mentre la vittima era di nazionalità britannica. Il processo svoltosi davanti al Tribunale 224

\WO 204/11202,

9 aprile 1947. 183

Militare Alleato di Trieste si concluse così il 10 aprile 1947 con la condanna a morte, lasciando smarriti coloro che sostenevano

l’imputata e provocandone l'immediata mobilitazione. Sebbene la Pasquinelli non fece nulla per alimentare il proprio mito e si possa anzi affermare che lo subi, il fronte dei suoi sostenitori crebbe, trovando ampio spazio sulla stampa italiana che, sull’onda di uno slancio popolare e politico e senza alcuno spirito critico, contribuì a costruire ed esaltare questo personaggio travisandolo e dilatandolo nella figura di un’eroina nazionale. Aperto resta tutt’oggi l’interrogativo se il processo di mitizzazione, già presente nella strategia processuale della difesa e ripreso dai canali giornalistici, fu un’autentica presa di posizione della stampa interprete dell’opinione pubblica creatasi intorno alla vicenda, o fu piuttosto il contrario, vale a dire se il gesto per la dai sua connotazione politico-emotiva venne strumentalizzato

quotidiani per attirare l’opinione pubblica e quindi aumentare le vendite, come accade così frequentemente oggi? Per quanto il Novecento sia stato “un secolo smanioso di confezionarsi eroi di tutti i generi”, per dirla con l’orientalista Francois Massoulié, e una docente

di storia culturale,

come “la storia comprende

Luisa Passerini, abbia rilevato anche la fantasia, i sogni, le aspetta-

tive, in una parola quell'insieme di pensieri e sentimenti quotidiani che vanno sotto il nome di immaginario e che si intrecciano ma non coincidono con i dati dell’esperienza”, è difficile condividere il valore etico di un mito che nasce dal delitto di un innocente, gesto che va contro i valori etici più elementari. Certo è che l’atteggiamento e i toni adottati dai nostri giornali furono qualificati “scandalosi” dal Consigliere dell’ambasciata inglese a Roma e persino lo stesso ambasciatore Sir Noel Charles, tendenzialmente di simpatie italiane, definì i commenti “nazionalisti nel tono e compassionevoli verso l’assassina”, sottolineando con fastidio che sebbene la corte militare fosse alleata

ed avesse un presidente americano,

184

il colonnello

John Chapman,

il processo era stato trattato dagli italiani come una faccenda esclusivamente britannica. Per quanto sgradevole risultasse la faziosità italiana nel caso Pasquinelli, Sir Charles consigliava però al Foreign Office di non commettere lo stesso errore marchiano che nel 1945 aveva portato il tribunale militare britannico a

pronunciare ed eseguire la condanna

a morte del generale Ni-

cola Bellomo,

riconosciuto

che più tardi era stato

chiaramen-

te innocente, tanto che nel 1951 sarebbe stato insignito dalla Repubblica italiana della Medaglia d’argento al Valor Militare. Il diplomatico riportava come il quotidiano ‘L’Unità’ avesse aspramente criticato la sentenza degli Alleati che condannavano la Pasquinelli, ma lasciavano liberi molti prominenti fascisti e criminali di guerra”. Al Foreign Office pervennero anche i commenti unanimemente nazionalisti delle testate napoletane: ‘Il Roma’ aveva definito ingiusta la sentenza di cui reclamava la revisione; ‘Il Giornale’ chiedeva la sospensione della pena e ‘Il Domani d’Italia’, democristiano, faceva eco al risentimento pubblico,

domandando un atto di clemenza per la donna. Tutta la stampa reclamando la Pasquinelli come martire della libertà accusò la Gran Bretagna che, a differenza degli altri Alleati, continuava a sostenere la necessità di questa condanna a morte”. Il 21 aprile un gruppo di italiani inviò da Roma una lettera

allo Speaker della

House of Commons implorando clemenza per una donna spinta all’omicidio da un impulso incoercibile che trovava radice nell’amor di patria. La missiva non ricevette

risposta’””, ma testimonia-

va la mobilitazione pubblica che imponeva all’attenzione delle autorità inglesi il peso morale, sociale e politico della condanna emessa dal tribunale alleato. l’attenuante invocata dall’avvocato difensore, che aveva fatto appello alla condizionale passionale

225

FO 371/67813A/Z

3951/3951/22,

12 aprile 1947.

226

FO 371/67813A/Z

3953/3951/22,

18 aprile 1947.

27 FO 371/67813A/Z 3954/3951/22,

7 maggio 1947. 185

e alla suggestione, provocata da migliaia di profughi in partenza da Pola e dai cadaveri dei centosei italiani di Spalato, massacrati dai partigiani slavi, che la Pasquinelli aveva aiutato ad esumare ed identificare sul finire del 1943, venne invocata anche dal popolo e dal governo italiano che intervenne con insistenza affinché la pena comminata venisse rivista. Cauto l’atteggiamento del Foreign Office dove si avanzarono delle riserve. Nel caso in cui la pena di morte fosse stata com-

mutata ad un periodo di detenzione, che non sarebbe terminato prima del ritiro delle truppe britanniche dal suolo italiano, Brown, funzionario del ministero, si chiedeva che ne sarebbe stato della Pasquinelli dato che nell’Accordo per i Diritti Civili,

che stava per essere siglato con il governo italiano, non esistevano provvedimenti relativi a casi del genere. Si poneva altresì un altro interrogativo: quello sul luogo in cui la donna avrebbe dovuto scontare la pena. Se da un lato era normale che la Pasquinelli venisse incarcerata a Pola dove si era consumato il delitto, nel momento in cui le truppe inglesi si fossero ritirate dalla città, la donna avrebbe dovuto terminare il periodo di detenzione sotto il governo jugoslavo, legittimo successore del governo alleato, ma da un punto di vista politico questa opzione sarebbe equivalsa per gli italiani ad una condanna a morte. Se l’omicida invece fosse stata incarcerata a Trieste, dove si era svolto il processo, vi sarebbe rimasta per tutto il periodo di permanenza degli anglo-americani a discrezione del Governatore alleato ma in tal caso dopo l’entrata in vigore del Trattato di pace facilmente sarebbe stata liberata dagli italiani. Per man-

tenere pertanto la sentenza si sarebbe dovuto trasferirla sotto custodia militare in un territorio che non fosse il Regno Unito. Brown suggeriva persino di consegnare la Pasquinelli alle autori-

tà italiane, ma dietro assicurazione che la pena venisse scontata appieno*%. Anche Fitzmaurice, ufficiale del ministero, si espresse 228 FO

371/67813A/Z 3952/3953/22, 18 aprile 186

1947.

a favore della detenzione su suolo italiano, evidenziando però che nel caso di commutazione della pena, se la Pasquinelli fosse stata traslata dall’Italia in qualunque altra zona in cui vigeva la legge inglese, i suoi sostenitori avrebbero avuto gioco facile nell’ottenerne il rilascio secondo la norma giudiziaria Habeas Corpus, eventualità da scongiurare perché avrebbe potuto creare grande imbarazzo a livello politico’, Meno accondiscendente

a preoccuparsi

della sorte della Pa-

squinelli un altro funzionario del Foreign Office che, richiesto del parere, ammettendo comunque di non essere la persona più imparziale in virtù dell’amicizia che l’aveva legato alla vittima e al fatto che entrambi provenivano dallo stesso reggimento di fanteria, i Gordon Highlanders, riteneva che il Ministero degli Esteri inglese

non sarebbe

e tanto meno esercitare militari alleate,

dovuto

intervenire

nella vicenda

alcun tipo di pressione sulle autorità

che secondo

lui erano

le uniche a dover delibe-

rare su quello che era da considerare un delitto premeditato, senza alcuna attenuante, compiuto a sangue freddo contro un loro rappresentante’. Nel frattempo

il conte Sforza, Ministro degli Esteri, ed il Capo

provvisorio dello Stato, Enrico De Nicola, furono sommersi da centinaia di lettere e telegrammi di cittadini che chiedevano la grazia: il caso Pasquinelli era diventato non solo un caso giudiziario-diplomatico tra due nazioni, ma anche di politica interna estremamente delicato. Infatti l’Assemblea Costituente era sul punto di abolire la pena di morte precedentemente reintrodotta. dal regime fascista

ed in coerenza

di ciò il nostro

governo

era

costretto a prendere una decisa posizione a favore di una commutazione della pena. Si adoperò quindi inviando il capo di gabinetto del Ministero degli Esteri presso il Consigliere dell’amba3955/3951/22, 24 aprile 230 FO 371/67813A/Z 3952/3953/22, 19 aprile 229

FO 371/67813A/Z

187

1947. 1947.

sciata britannica

a

Roma per un incontro che venne definito “un

appello informale” affinché non sembrasse di aperto contrasto col governo inglese e alleato. Il governo di Roma espressamente indicò quindi di non volere intervenire ufficialmente né forzare

la mano delle autorità britanniche e il capo di gabinetto argomentò l’appello sostenendo che un provvedimento di clemenza sarebbe stato non solo un atto di generosità verso una “illusa”, Alcuni giorni ma anche un gesto politico di altissimo valore, dopo lo stesso ministro Sforza incontrò personalmente l’amba-

sciatore Charles e, dopo aver espresso la propria riluttanza a dover operare questa intercessione, fece presente che l’impiccagione o la fucilazione della Pasquinelli avrebbe avuto profonde ripercussioni nel paese e provocato anche strascichi negativi sulle relazioni anglo-italiane, che avrebbero potuto vanificare gli incentivi già ricevuti dai due Paesi all’indomani degli accordi finanziari stipulati?22. Anche Nicolò Carandini, ambasciatore italiano a Londra, durante una sua visita in Italia ribadì a Charles gli stessi argomenti già ripetuti per tutta la durata della ‘campagna pro-Pasquinelli”, segnalandogli come gli ultra-nazionalisti considerassero la Pasquinelli alla stregua di una martire ed il fatto che si trattasse di una donna ne aumentava l’aura. Carandini auspicava pertanto una revisione della sentenza, rassicurando l’ambasciatore inglese che il governo italiano era disposto a fornire una garanzia

scritta, con la quale si sarebbe impegnato

a non ridurre ulterior-

mente la pena non appena le truppe alleate avessero lasciato il suolo italiano, timore che albergava tra molte autorità militari e

governative anglo-americane”. Il 7 maggio 1947, il nostro ministro degli esteri rinnovò gli ap-

371/67813A/Z 3952/3951/22, 14 aprile 1947. 232 FO 371/67813A/Z 3954/3951/22, 19 aprile 1947. 238 FO 371/67813A/Z 3954/3951/22, 19 aprile 1947. 231 FO

188

pelli precedenti con una missiva all’ambasciatore inglese in cui lo supplicava di fare tutto il possibile “per porre fine a recriminazioni irrazionali e prive di fondamento che avrebbero solo lasciato l'amaro in bocca in Italia dopo la partenza delle truppe inglesi” 234

e il 21 maggio scrisse al generale

leato in Italia, sottolineando “In relazione

a precedenti

Lee, Comandante

quanto segue: intese

verbali

mi affretto

Supremo Al-

a comunicarLe,

dopo accordi presi col Ministro di Grazia e Giustizia, il quale ha dato il suo assenso, che il Governo Italiano è disposto ad assumere la custodia della cittadina italiana Maria Pasquinelli, condannata dal tribunale Militare Alleato, e di onorare la sentenza del tribunale medesimo, ove il Comando Supremo Alleato venga nella decisione di commutare la pena capitale in quella dell’ergastolo” 35.

Il generale

inglese

Sir John

Harding,

ufficiale superiore

nel

teatro d’operazioni del Mediterraneo, si mostrò disponibile ad assecondare le richieste italiane, dichiarandosi propenso a considerare la revisione del verdetto. In tal modo sosteneva avvedutamente che, sganciando dal carro della futura politica occidentale la bomba destabilizzante rappresentata dal caso Pasquinelli, gli inglesi si sarebbero

sbarazzati

dei proseliti nazionalisti

e

avrebbero potuto voltare pagina. Sir Charles dal canto suo propose un altro tipo di soluzione al problema suggerendo di “sottoporre nuovamente l’imputata ad una perizia psichica da parte civile, che non avrebbe avuto difficoltà a stabilire l’esistenza di una condizione patologica. Un accertamento del genere avrebbe facilmente consentito il ricovero in manicomio, la punizione migliore — a detta dell’ambasciatore — perché ciò l’avrebbe privata della corona di eroina nazionale e 4439/3951/22, 7 maggio 1947. 235 FO 371/67813A/Z 7368/3951/22, 21 maggio 1947. 234

FO 371/67813A/Z

189

l’intera vicenda avrebbe perso quello spirito romantico da cui era stata circonfusa”?*, Anche l’autorevole deputato inglese Harold Macmillan s’impegnò nel caso giudiziario-diplomatico, scrivendo a Sir Orme Sargent del Foreign Office che sarebbe stato “orribile” se la Pasquinelli fosse divenuta martire e l’intera vicenda strumentalizzata. Con un pragmatismo tipicamente britannico, constatò i benefici che gli inglesi avrebbero ricavato dalla commutazione del verdetto, asserendo a ragione che un tale gesto

“non sarebbe costato molto, non avrebbe causato risentimento in patria e avrebbe notevolmente impressionato l’Italia”??7, Pur essendo le autorità britanniche consapevoli delle forti implicazioni politiche insite nel caso e quindi convinte dell’oppor-

tunità di favorire una soluzione, non potevano però agire direttamente, dato che la sentenza era stata emessa da un tribunale alleato e l’eventuale revisione del verdetto era nelle mani del Comandante in capo delle Forze Alleate, all’epoca di nazionalità statunitense. Quello che gli inglesi avrebbero potuto fare e fecero era condizionare i colleghi americani in merito alla convenienza di prestare ascolto alle pressioni italiane, convincendoli che ciò avrebbe infatti aperto una fase nuova e positiva nelle relazioni bilaterali tra Alleati occidentali ed italiani. Nonostante questa disponibilità delle autorità inglesi, la tenacia senza pari mostrata dal governo italiano, dall’opinione pubblica e dai sostenitori della Pasquinelli mise a dura prova la pazienza diplomatica britannica. A lungo andare infatti gli appelli

delle nostre autorità per ottenere “sempre nuove concessioni da parte inglese nell’interesse delle relazioni anglo-italiane” finirono per irritare il Foreign Office che in una nota all’ambasciatore Charles si lamentò delle pretese italiane. “Se il governo di Roma assegna veramente ai rapporti tra Italia e Gran Bretagna l’impor-

371/67813A/Z 3954/3951/22, 18 aprile 237 FO 371/67813A/Z 4348/3951/22, 21 aprile 236 FO

190

1947. 1947.

tanza di cui fa mostra”,

scriveva

il Ministero,

“potrebbe

alme-

no fare qualcosa in merito, controllando ad esempio la stampa nazionale

così apertamente

critica verso la Gran Bretagna,

im-

pedendo a molti giornalisti dalle appurate simpatie fasciste di influenzare l’opinione pubblica italiana, soprattutto in merito al caso Pasquinelli”. Contemporaneamente alle rimostranze relati-

ve alla vicenda Pasquinelli, altro punto di attrito politico tra l’Italia ed il Ministero degli Esteri inglese era il caso Cantalupo, noto ufficiale fascista ed antibritannico con cui il governo di Roma era

in contatto per la faccenda della futura assegnazione delle colonie italiane, ulteriore esempio di come l’atteggiamento pratico italiano fosse in contrasto con la conclamata e auspicata armonia diplomatica tra i due paesi?8, Nonostante

ciò, il 10 maggio un telegramma

del Foreign Of-

fice diede precise disposizioni all’ambasciatore Charles affinché, previa consultazione con il generale Harding, entrasse in contatto con il Comandante in capo delle Forze Alleate discutendo il caso Pasquinelli secondo le seguenti linee guida. “Il Governo

di Sua Maestà

ritiene senza alcun dubbio

che l’esecuzio-

ne della pena capitale della Pasquinelli turberebbe e agiterebbe molto l’opinione pubblica italiana, pregiudicherebbe seriamente i rapporti tra Italia da un lato e Gran Bretagna

be il miglioramento crearsi dopo Maestà

e Stati Uniti dall'altro

e ritardereb-

della situazione generale che ci si augura venga a

l’entrata

crede pertanto

in vigore del Trattato

di Pace. Il Governo

di Sua

che da un punto di vista politico vi siano validi

motivi per un condono della pena all’ergastolo e spera che il generale Lee vorrà tenere Qualora il generale

in considerazione

tali elementi

Lee decida di mutare

politici.

il verdetto

nel carcere a vita, il

Governo di Sua Maestà stima auspicabile assicurarsi previamente che il governo italiano garantisca la detenzione dell’imputata anche dopo 238

FO 371/67813A/Z

3955/3951/22, 27 aprile 191

1947.

la partenza delle truppe alleate dall’Italia e il rispetto della sentenza allo stesso modo in cui si

è

precedentemente

impegnato a rispettare le

sentenze emesse dai tribunali militari britannici. [...] Se il Comandante

in capo delle Forze Alleate otterrà le debite ga-

ranzie dal governo di Roma, noi saremo soddisfatti

se la Pasquinelli

sconterà la pena in Italia. Nel caso in cui il Comandante

in capo delle Forze Alleate conceda la

grazia, Lei dovrà suggerirgli che, in qualunque

dichiarazione

che rilascerà, dovrebbe evidenziare di essere pervenuto

ufficiale

alla decisione

dopo consultazioni con il generale Harding ed i governi inglese e ameri-

cano (ammesso che abbia effettivamente consultato quest’ultimo)” °°.

Per quanto riguarda la presa di posizione degli Stati Uniti, l’ambasciatore statunitense a Roma si oppose fermamente all’esecuzione capitale della Pasquinelli2‘°, ma poiché il Segretario di Stato non volle intervenire nella faccenda si ritenne auspicabile non fare alcuna esplicita menzione ufficiale della posizione ame-

ricana in proposito’. Prima di emettere il proprio giudizio pertanto, il generale Lee si consultò con il generale John Harding, che esprimendosi a favore della grazia, così formulò la propria linea di pensiero: “[...]

A mio

parere non è possibile scindere questo caso dal contesto politico e internazionale. Dalle informazioni giuntemi risulta che l’operato irresponsabile

della stampa sull’emotività italiana ha sviluppato nell'opinione pubblica un tale parossismo che l’esecuzione della pena capitale trasformerebbe questa vile assassina in una martire ed eroina nazionale. La completa assenza di onestà individuale, nazionale e

371/67813A/Z 4439/3951/22, 10 maggio 1947. 240 FO 371/67813A/Z 3955/3951/22, 21 aprile 1947. 241 FO 371/67813A/Z 7368/3951/22, 1° maggio 1947. 239 FO

192

di equilibrio morale che traspare dalla vicenda mi è incomprensibile, ma a quanto

pare esiste e pertanto

va presa in considerazione.

[...] Se,

come mi è dato di capire, la morte di Maria Pasquinelli avesse come risultato

la sua mitizzazione,

allora la punizione

non avrebbe

più senso

e più che sopprimere, incoraggerebbe il fanatismo nazionale e ideologico che forma il sostrato di questa tipologia di crimini. Vi è inoltre un che di particolarmente

ripugnante nel togliere la vita ad una donna, per quanto odioso sia il crimine da lei commesso” 242,

Da savio e lungimirante consigliere quale si rivelò Harding nel caso Pasquinelli, un altro fattore che il generale tenne in considerazione fu l’effetto che un gesto di clemenza avrebbe avuto sul

morale delle truppe: “Non vi è nulla di vendicativo americani

che hanno

nel temperamento

completa

loro leader, per cui sarebbero

del soldati inglesi o

fiducia nell’integrità soddisfatti

e nel giudizio dei

di qualunque

modifica al ver-

detto venga decisa se basata su principi di giustizia e non di espedienti politici” 243,

Esortava

pertanto

il generale

Lee ad ottenere

garanzia

dal

governo italiano che la pena non sarebbe stata ulteriormente ridotta,

in quanto

se ciò fosse avvenuto

l’opinione pubblica in-

glese si sarebbe certamente indignata. Alle 20:30 del 22 maggio

1947 il consigliere

politico inglese

presso il Comando Supremo Alleato per il teatro d’operazioni Mediterraneo inviò al Foreign Office un telegramma in cui riferiva che prima di mutare la pena di morte in ergastolo il generale Lee fu ricevuto dal Presidente

della Repubblica

le diede garanzia formale che

il

verdetto sarebbe stato rispettato

7368/3951/22, 1° maggio 243 FO 371/67813A/Z 7368/3951/22, 1° maggio 242

De Nicola, il qua-

FO 371/67813A/Z

193

1947. 1947.

dalle autorità italiane‘. tizia in un articolo

Lo stesso giorno il Times pubblicò la nodal titolo “Pasquinelli graziata”, in cui riferiva

anche come il nostro ministro degli esteri indirizzò una lettera agli ambasciatori inglese e americano: Sforza vi esprimeva gratitudine per una “decisione che toccava il cuore degli italiani”,

mentre la stampa italiana salutò la decisione come un “atto di generosità e saggezza”. Il documento con cui il generale Lee, Comandante Supremo Alleato, spiegava le ragioni dietro la decisione presa recita: “[...] Dopo l’esamina degli atti del processo, incluso il referto della perizia psichiatrica richiesta dalla corte allo scopo di verificare le condizioni dell’accusata, e l'istanza d'appello, ritengo che le prove confermino quanto deliberato d’intendere

dalla corte, vale a dire che l’imputata era in grado

e di volere e non vi sono indizi che portino a considerare

la presenza di responsabilità morale limitata, che potrebbe rappresen-

tare un’attenuante.

Il

verdetto dovrebbe pertanto essere approvato e

confermato, tuttavia per deferenza verso i concetti fondamentali della giurisprudenza italiana e delle politiche pubbliche contrarie alla pena di morte e per contrasto con le dottrine fasciste ascritte dall’imputata, ma senza per questo condonare il vile gesto, ritengo che la pena di morte emessa dal tribunale debba essere commutata nell’ergastolo”245,

Se le pressioni del governo di Roma si rivelarono vincenti, meno successo ebbero le rimostranze di Augusta Ann de Winton, vedova del generale assassinato il 10 febbraio. Per quanto l’episodio non abbia interferito in alcun modo nello svolgimento della vicenda giuridica, appaiono tuttavia interessanti i risultati a cui giunsero l’intelligence militare inglese e il War Office sulla questione se il nostro governo avesse effettivamente informato

371/67813A/Z 4927/3951/22, 22 maggio 245 FO 371/67813A/Z 7368/3951/22, 21 maggio 244

FO

194

1947. 1947.

le autorità alleate sulle intenzioni omicide della Pasquinelli. La morte prematura del generale aveva lasciato la vedova in ristrettezze

finanziarie,

tanto

che la donna

aveva avanzato

le-

galmente la ferma richiesta di risarcimento danni e incaricato i suoi avvocati affinché accertassero eventuali responsabilità del governo di Roma. | legali dello studio Burton, Yates & Hart di Londra scrissero pertanto al Sottosegretario di Stato agli Affari Esteri inglese informandolo delle richieste della loro assistita e

vagliando la possibilità di rivolgersi alle autorità italiane, bene il Foreign Office avesse accusato

ricevuta

Seb-

della lettera tre

settimane dopo, specificando che erano in corso le indagini per accertare se il governo italiano fosse in qualche modo responsabile dell’attentato

e quindi passibile

di risarcimento,

alla fine di

giugno non era ancora stato fornito alcun riscontro’

che giunse

finalmente il 1° luglio 1947 dai servizi di sicurezza inglesi sotto forma di lettera al War Office. Il documento riporta quanto segue: “Le indagini avviate dal War Office per appurare se il governo italiano

abbia informato ufficialmente le autorità britanniche delle intenzioni omicide di Maria Pasquinelli hanno condotto al risultato secondo il quale né il governo

italiano

né altre organizzazioni

ufficiali italiane

hanno avvisato in primo luogo le autorità militari dell’attentato. Comunque dato che le autorità militari erano al corrente delle intenzioni di Maria Pasquinelli e l’attentato

era avvenuto

trollato dal GMA, non è possibile ritenere

il governo

in territorio

con-

italiano responsa-

bile dell’assassinio” 28, Il documento

del War Office non rappresenta certo un model-

1947. 5979/3951/22, 24 giugno 1947. 6171/3951/22, 1° luglio 1947.

246

FO

371/67813A/Z 5979/3951/22, 22 maggio

247

FO

371/67813A/Z

248

FO

371/67813A/Z

195

lo di chiarezza. Se, stando a quanto espresso, il governo italiano non informò le autorità alleate e queste erano tuttavia al corrente di quanto stava preparando la Pasquinelli, chi le informò e perché non si fece nulla per impedire l’attentato? Forse non è

azzardato ritenere che l’informazione era filtrata attraverso note non ufficiali o dei servizi segreti o anche clandestinamente e che la questione era così complessa e delicata che nessuna delle due parti coinvolte aveva preso iniziative atte a sventare l'attentato,

ma adesso nessuna voleva ammettere una qualche mancanza. Probabilmente

era nell’interesse

di tutti che la faccenda non ve-

nisse investigata troppo attentamente.

Quindi, dopo, per tutti

fu meglio sorvolare sui dettagli, che infatti non vennero forniti ai legali della vedova de Winton: sarebbero solo serviti ad alimentare una sterile bufera da cui nessuna delle parti in causa avrebbe tratto beneficio. lL’attestazione delle autorità britanniche di non-responsabilità del governo italiano placò il meccani-

smo di risentimenti, segnando la fine dell’incidente Pasquinelli ed il concomitante riavvicinamento tra inglesi e italiani in seno ai nuovi progetti politico-economici. Quindi per quanto il ministro degli esteri inglese, Ernest Bevin, comprendesse

e fosse spiacente

per le circostanze

in cui si

trovava la vedova de Winton, diede istruzioni affinché si contattassero i legali spiegando l’impossibilità di rivolgersi al governo di Roma per ottenerne un compenso”.

Un passo avanti Il caso Pasquinelli tornò alla ribalta nel febbraio 1952 quando il marchese Theodoli, chargé d’affaires italiano, durante una visita a Geoffrey Harrison del Foreign Office sollevò non senza

qualche imbarazzo il caso Pasquinelli, sondando il terreno per l’amnistia, magari in concomitanza 249 FO

con l’ascesa al trono della re-

371/67813A/Z 6171/3951/22, 14 luglio 196

1947.

gina Elisabetta ll o con la risoluzione della questione di Trieste ed Il ritiro delle truppe

inglesi. Il diplomatico inglese riferì al suo governo che sebbene da un lato il marchese si rendesse conto che una richiesta del genere poteva apparire prematura, e gli italiani non volevano certo condonare il delitto commesso dalla Pasquinelli, tuttavia la richiesta di un atto di clemenza veniva basata da Theodoli sul fatto che si era trattato di “un gesto di solitaria follia

da parte di una contadina che fino a quel momento aveva goduto di irreprensibile rispettabilità”?5°, Dopo aver esaminato il caso, il Foreign Office si avvide che per-

sino secondo il sistema giudiziario italiano la Pasquinelli avrebbe dovuto scontare un minimo di otto-dieci anni, mentre ne erano trascorsi solo cinque dal delitto e dal verdetto: quindi non solo era prematuro parlare di un condono, ma se e quando fosse giunto il momento di riesaminare il caso, lo si sarebbe dovuto fare da un punto di vista giuridico, piuttosto

che sulla base degli

sviluppi politici nella questione di Trieste. Il dialogo tra Harrison e Theodoli si concluse con l’intesa di rivedere periodicamente la questione”5!, Dai documenti

del Ministero degli Esteri inglese emerge un fit-

to scambio di opinioni con le ambasciate?

in merito alle pressio-

ni operate dal governo italiano per il rilascio della donna. Risulta più volte all’attacco, tra l’altro che le nostre autorità tornarono

lamentandosi

per il fatto che Albert Kesselring, responsabile di

crimini efferati contro gli italiani e processato come criminale di guerra, sebbene fosse stato condannato a morte nel 1947, venne poi amnistiato dagli Alleati nel 1952. Gli inglesi non si scomposero dinanzi alle rimostranze giunte da Roma: non solo anche il nostro governo aveva rilasciato con-

250

FO 371/102122/WT

1653/1, 29 febbraio 1952.

51 FO 371/102122/WT 1653/1, 28 marzo 1952. 252

FO 371/102122/WT

1653/2, 28 dicembre 197

1952.

nazionali colpevoli di atrocità verso gli inglesi, ma ai loro occhi la Pasquinelli era e restava colpevole di un assassinio premeditato, perpetrato nel pieno delle facoltà mentali e già era stata operata per lei la commutazione della pena di morte, per giunta “avvenuta grazie all’uso di espedienti piuttosto che per circostanze attenuanti”. Tra le considerazioni del Foreign Office vi era anche il timore che l’imputata potesse essere recidiva e che dopo il rilascio avrebbe potuto uccidere qualcun altro sulla base degli stessi motivi: era insomma un pericolo per la società. Fino a quando non avesse scontato il minimo della pena, vale a dire fino al 1955, gli Alleati non avrebbero nemmeno considerato nuovamente il caso Pasquinelli e quando ciò fosse avvenuto, le autorità responsabili sarebbero state il Ministero degli Esteri inglese e il Dipartimento di Stato americano, dato che l’istituzione che l’aveva condannata aveva cessato di esistere. Il 2 giugno 1953 nell’Abbazia di Westminster a Londra alla presenza di ottomila invitati tra dignitari e capi di stato e con circa tre Milioni di persone che si prevedeva avrebbero affollato le strade della capitale, la principessa Elizabeth Alexandra Mary Windsor sarebbe stata incoronata regina, dopo la morte del padre avvenuta nel febbraio del 1952. Quale occasione migliore per ripro-

porre la richiesta di clemenza per la Pasquinelli? Come è noto, nonostante il Foreign Office avesse già reso esplicita al nostro governo la ferma intenzione di non voler amnistiare la donna pri-

ma che fossero trascorsi almeno otto anni di carcerazione e che

l’ascesa al trono della nuova monarca non avrebbe rappresentato motivo di condono, il 18 maggio 1953 l’ambasciatore italiano

ed

il

consigliere d’ambasciata sollevarono per l’ennesima volta la

questione

del rilascio, a distanza di un giorno l’uno dall’altro”.

Ne conseguì un altro fitto scambio di lettere e promemoria tra

vari funzionari diplomatici al Ministero degli Esteri e al Ministe-

253

FO

371/107785/WT 1651/3, 28 marzo 198

1953.

ro della Guerra?5, Al Foreign Office due atteggiamenti si contendevano il campo: quello del magnanimo perdono e quello della

cautela, entrambi accomunati però da un elemento: le eventuali implicazioni secondo le quali l’assassinio di un innocente, mentre questi svolgeva

un compito

estremamente

delicato

a Pola, po-

tesse essere visto come un atto patriottico risultavano inaccettabili per entrambi gli schieramenti. Pertanto mentre alcuni come Robey non vedevano validi motivi per un rifiuto, a condizione

che risultasse chiaro a tutti che si trattava di un atto di clemenza dato che la scarcerazione non era certamente meritoria, altri Invece come Cheetham e Harrison si schierarono contro questa clemenza, facendo proprie le osservazioni del generale Thomas John Winterton, comandante della zona anglo-americana del Territorio Libero di Trieste tra il 1951 e il 1954. L’ufficiale britannico aveva sollevato forti obiezioni alla richiesta di grazia italiana,

che pareva basarsi soprattutto su motivazioni sentimentali, ed aveva evidenziato in maniera pertinente la realtà dei fatti: il governo di Roma aveva i mezzi pratici e legali per assicurare che la Pasquinelli non avrebbe rimesso piede nella zona A? Chi avrebbe potuto impedire alla donna di sparare a casaccio a lui o a un altro ufficiale del Governo Militare Alleato per gli stessi motivi che l’a-

vevano spinta ad assassinare

il

generale de Winton?

Cheetham inoltre segnalava che, indipendentemente da come sarebbero andate le cose, l’amnistia in occasione di un’incoronazione non era prassi vigente in Gran Bretagna e se anche fosse stata concessa, “non si sarebbe dovuta eseguire prima del 7 giugno 1953, giorno in cui gli italiani erano chiamati alle urne, i onde evitare possibili ripercussioni di natura politica”?55. Gli stessi punti sollevati dal generale Winterton erano stati ripresi il 17 luglio, durante un incontro con il marchese Theodoli,

4 FO 371/107785/WT 1651/4, maggio-giugno 1953. 255 FO 371/107785/WT 1651/4, 27 maggio 1953. 199

da W.H. Curtis del Ministero degli Esteri inglese che espresse le perplessità e le inquietudini delle autorità inglesi. Timori che il nostro chargé d’affaires non potè non condividere, soprattutto dopo la lettera indirizzata dalla Pasquinelli alla regina Elisabetta Il e pubblicata dal quotidiano ‘Il Tempo’, (anticipata nel capitolo “Cronaca di una morte annunciata”), in cui la detenuta non solo non faceva alcuna mostra di pentimento, ma anzi ribadiva la propria convinzione del gesto compiuto. Come infatti avreb-

be potuto

il governo

italiano incorrere in una tale responsabilità

nei confronti degli anglo-americani? ll diplomatico inglese rilevò nella sua relazione che dopo il colloquio lo stesso Theodoli era apparso alquanto tiepido alla prospettiva del rilascio, rendendosi conto delle implicazioni morali e politico-diplomatiche che esso

avrebbe comportato per

il

governo di Roma”.

Il sostegno

popolare in Italia era tuttavia ancora forte come testimonia la lettera alla regina d'Inghilterra da parte di una certa “Concettina Buonfiglio per tutte le donne d’Italia”. La missiva, priva di data e d’indirizzo, con il timbro postale illeggibile, giunse a Buckingham Palace al segretario privato della monarca il 6 giugno 1953. Come è facile immaginare, se la lettera della Pa-

squinelli stessa era rimasta senza riscontro, certo non vi era da aspettarsi sorte diversa per l’appello di questa sua appassionata ammiratrice. Significativo però è riportare un passo del testo, che fornisce un’idea di quanto la storia dell’omicidio e del per-

corso giudiziario della Pasquinelli avesse affascinato le menti e ammaliato i cuori della gente, quasi si fosse trattato di un’eroina di fotoromanzi,

tanto differenti:

e la cosa potesse essere vissuta da punti di vista

“Maestà,

in nome di tutte le donne d’Italia supplico la Vostra Maestà di concedere la grazia della scarcerazione a Maria Pasquinelli nel giorno bello e 256 FO

371/107785/WT 1651/6, 17 luglio 200

1953.

solenne della Vostra Incoronazione. Maria Pasquinelli

è colei che a Pola, l’11 febbraio

del 1947 si trovò la

mano armata contro il capitano inglese senza volerlo, senza saperlo neppure

perché

cieca d'amor

mare la sua Italia (sfortunata l’Inghilterra.

Fu una innocente

patrio. La sua grave colpa è quella d’adopo il Trattato di Parigi) come V. M. ama vittima il Capitano inglese ma Dio aveva

destinato che doveva morire per ragioni patriottiche. Maria Pasquinelli la sua colpa l’ha scontata di carcere

sono troppi

abbastanza!

per chi non è nata assassina,

Sei lunghi anni non ha l’animo

delinquente ma l’opposto della delinquenza. Maria Pasquinelli

ha l’animo nobile, elevato,

sensibilissimo,

idealista come la lunga fila di testi potè testimoniare vere gli stessi giudici che la condannarono.

altruista,

facendo commuo-

l’ergastolo

è peggio della

condanna a morte! Maestà, se il Vostro animo buono, proclive al perdono, darà ordine di spalancare quella pesante porta del carcere a Maria Pasquinelli, tutte le donne d’Italia, tutto il popolo italiano strettamente

unito sentirà

un’infinita gratitudine

per la giovane e bella regina d’Inghilterra”??’.

Non sfuggiranno

al lettore

una serie

di elementi

smacca-

tamente manipolati: il resoconto incongruente non solo con quanto dimostrato dall’accusa durante il processo, ma persino con quanto dichiarato in piena lucidità dall’imputata stessa che aveva architettato l’azione delittuosa con piena consapevolezza, tanto che l’espressione

“si trovò la mano armata

senza volerlo e

senza saperlo” assume una valenza fantasiosa; il tono romanzesco che osanna lo spirito patrio della Pasquinelli, mentre liquida il generale come destinato a morire per disegno divino e quindi non degno di essere vendicato dalla legge di un tribunale, non considerando quel senso di diritto alla vita, lo stesso che pure si invocava per le vittime della Venezia Giulia; lo spirito inequivocabilmente di parte che stabilisce che sei anni di carcere sono più 257

FO

371/107785/WT 1651/6, lettera ricevuta il 6 giugno 1953. 201

che sufficienti per rendere giustizia alla morte di un innocente, alla vedova e al figlioletto che sarebbe cresciuto senza padre, il fatto che la commutazione della pena di morte alla detenzione a vita, atto generoso tanto invocato dai simpatizzanti della Pasquinelli solo alcuni anni prima, non bastava già più. Arrivò il 26 ottobre del 1954, data in cui il generale Winterton e le truppe alleate lasciarono Trieste, città per cui si era raggiunto un accordo, e la questione della grazia si riaprì. Al Foreign Office si ritenne che l’intesa avrebbe forse placato il profondo rancore

che la Pasquinelli nutriva per il Trattato di pace e se anche non fosse stato così, l’avrebbe diretto contro gli jugoslavi che “certamente sarebbero riusciti a badare a se stessi”, come annotò un funzionario del ministero inglese. La partenza degli Alleati vanificava quindi le ragioni per cui fino a quel momento era stata negata la grazia alla Pasquinelli, e pertanto, visto che l’attenzione si era concentrata di nuovo sulla vicenda, il Ministero degli Esteri vagliò con il War Office la possibilità di rivedere il caso”. Il governo di Londra non aveva più alcuna obiezione al rilascio immediato della prigioniera, tuttavia siccome il verdetto prece-

dente era stato emesso da un Tribunale Militare Alleato, ne conseguiva la necessità

di ottenere

il permesso

statunitense. Il Dipartimento

anche dal governo

di Stato dichiarò di non avere nulla in contrario alla grazia, ma era necessario anche l’assenso dell’ambasciata americana a Roma, che giunse senza problemi’. Il 26 novembre 1954 con il telegramma numero 737 venne diramata la notizia che la Pasquinelli sarebbe stata posta in libertà nella maniera più discreta possibile e quindi con la minima pubblicità. Se necessario, si sarebbe dovuto sottolineare che si era trattato di un atto di clemenza, non certo di giustizia, e di una decisione presa all’u-

“58

FO 371/113132/WT

‘5 FO 371/113132/WT

1653/1, 12 ottobre 1954. 1653/1, 18 novembre 202

1954.

nisono dai governi inglese e statunitense’,

A questo punto la vi-

cenda non si concluse con la scarcerazione della Pasquinelli, ma fu messa a tacere per molto tempo e la donna di fatto sarebbe uscita di prigione quasi dieci anni più tardi. Comunque questi furono gli eventi che dall’iniziale condanna a morte le fecero avere il passaporto per la libertà. In tal modo si concluse una vicenda umana, giudiziaria e di-

plomatica dai contorni estremamente complessi che per lungo tempo impegnò i due paesi coinvolti. Da parte anglo-americana la condanna morale per la donna e l’indignazione per il sostegno italiano

non vennero

mai meno, mentre

in Italia vi furono

e vi

sono tuttora coloro che rievocano la tragedia in forma eroica,

romanzesca e sentimentale, attribuendo ad essa tutti i connotati nell’opinione pubblica di quel momento e per tutti i fattori che fu in grado di mettere in moto. Di recente sulla vicenda sono stati pubblicati di un importante

evento storico per il rilievo che assunse

due volumi: La giustizia secondo Maria di Rosanna Turcinovich Giuricin°“! e di Stefano Zecchi, Maria. Una storia italiana d'altri tempi. Il libro della giornalista di Rovigno si colloca in un am-

bito rievocativo che esalta le qualità umane del personaggio e, includendo un’ampia sezione che riporta l’arringa dell’avvocato difensore,

elementare

segue il filo della metamorfosi

che vide un'insegnante

combattiva e generosa trasformarsi

in un’assassina

per amor di patria. Il lavoro rende omaggio alla folla di persone che conobbero la Pasquinelli, soprattutto gli alunni del quartiere è caratterizzata dalmilanese della Bicocca, la cui testimonianza

la devozione che in altri tempi si aveva verso la maestra, figura che occupava un posto speciale nell’immaginario collettivo. Le caratteristiche più spiccate di questa difficile storia sono soprattutto i ricordi personali e i vincoli affettivi con coloro che non la

260

FO 371/113132/WT

1653/2, 26 novembre 1954.

Turcinovich Giuricin, cit. 2008). 262 $. Zecchi, Maria. Una storia italiana d’altri tempi, (Milano, RCS, 261

R.

203

abbandonarono durante gli anni del carcere. Benché il libro della Turcinovich abbia quindi il merito di divulgare una storia sconosciuta ai più, non vi è nulla che aiuti ad illuminare criticamente il caso Pasquinelli, ma contribuisce solo a rafforzare una sofferta partecipazione che non incrina il mito primigenio. Il volume

di Zecchi è invece da leggere più come un’opera creativa che come un contributo storico. Sebbene non si possa af-

fermare che si tratti di un profilo apologetico, la forma espressiva che vi prevale è pur sempre quella della suggestione emotiva: in un mondo sconvolto dalla guerra dove la Venezia Giulia diven-

ne un comune oggetto di desiderio, la Pasquinelli appare come un’eroina d'altri tempi evocata con partecipe simpatia, in quanto trasportata

dall’impeto della passione smisurata

e sensibile ai ri-

chiami patriottici. Malgrado non si possa e non si debba estrapolare l’assassinio dal contesto politico e dal clima sociale in cui fu concepito, tuttavia rimane aperto l’interrogativo: può essere mai giustificata la morte violenta del generale de Winton per mano di una donna unanimemente definita proprio per questo “coraggiosa”? Si può

definire coraggio colpire

a morte

un innocente, sorprendendolo

alle spalle? Il testo di Zecchi riporta come, prima di uccidere de Winton, la Pasquinelli avrebbe guardato il generale negli occhi, sia pure per un istante, come se avesse voluto iniziare a parlargli?3, in una sorta di aulico dialogo tra predestinati, lasciando inoltre intendere che l’assassina gli si sarebbe avvicinata difronte o almeno di lato. La versione degli eventi proposta dall'autore

pare influenzata da una attrazione di fondo per la figura della Pasquinelli,

che “entra

nella Storia

di una tragedia

italiana,

[...]

nel cuore del dramma”, ma non tiene conto della realtà dei fatti, vale a dire le testimonianze e gli atti del processo, da cui si apprende che la donna apparve dietro al generale, a tradimento.

‘63

S. Zecchi, cit., p. 53.

264

S, Zecchi,

cit., p. 13. 204

L’autopsia effettuata

la sera stessa del delitto confermò

che i col-

pi d’arma da fuoco erano stati sparati da dietro e che il decesso era stato provocato da un proiettile calibro nove il quale, entrato attraverso la schiena, aveva perforato il cuore causando una rapida emorragia

Durante gli interrogatori l’imputata ammise non solo di aver visto in viso de Winton solo una volta, il

martedì precedente ella stessa

cardiaca.

l’attentato, ed in seguito solo da dietro, ma

definì la propria azione “disgustosa

e vile” in quanto per riuscire nel proprio intento dovette cogliere la vittima di sorpresa e alle spalle. Usando i semplici fatti come griglia di lettura di quanto avvenne, risulta quindi difficile rinvenire alcunché di

eroico nella figura della Pasquinelli tale da giustificare versioni dei fatti epicheggianti e la miriade di volantini apparsi a Trieste all'indomani

dell'attentato

con scritto

“Dal pantano

d’Italia è

nato un fiore: Maria Pasquinelli”. Un simile atto di protesta contro il Trattato di pace avrebbe

forse potuto

cambiare

l’ingiustizia

subita dalle migliaia di profughi istriani, vendicare i morti torturati, infoibati e annegati, rimpatriare i deportati, fungere da scincontro il dominio jugoslavo o non fu piuttosto un inutile, iniquo, ignobile delitto? Come ebbe a dire il Manzoni: “Ai posteri l’ardua sentenza”. La storia umana soffre di gravissimi disturbi della vista. Infatti rileva alcune cose in dettaglio, quasi esasperato, e non vede tante altre cose, più numerose, più importanti, più gravi. Le prime diventano la vera storia, casi emblematici nei quali si esauriscono risorse infinite di tempo, di persone e di mezzi. Le altre non le ha tilla rivoluzionaria

volute veramente vedere nessuno e pertanto non esistono, non sono mai esistite. Eppure sono la vera storia dell’uomo. Esempio

tra le prime la vicenda della Pasquinelli. Tra le seconde quelle di migliaia di vittime civili ignorate dalla Storia e dimenticate, come quelle delle foibe. Cosa ci insegna la prima storia? Che si può uc-

cidere a sangue freddo per motivi patriottici. Cosa ci insegna la

seconda? Che ci sono vittime e morti che non conviene vendicare. In fondo la storia è la stessa, solo che così non è storia di verità.

205

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Italia 1943. Dopo gli anni del consenso fascista e delle manifestazioni in piazze gremite, la propaganda del regime non poteva coprire le sconfitte subite. Quella guerra, iniziata con un armamento e addestramento deplorevoli, con soldati sprovvisti di tutto, che cercavano di servire la patria come avevano imparato sui banchi di scuola, si trasformò in uno sfacelo materiale e morale. Al totalitarismo politico, morale e culturale imposto per vent’anni seguì il disincanto ideologico e il fatalismo dell’incognito. Anatomia di un eccidio ricostruisce la caotica realtà di quei giorni fino all'immediato dopoguerra nella Venezia Giulia e fa luce sul ruolo svolto dalla Gran Bretagna in quella che venne definita “a zone of strain”. | documenti conservati al Public Record Office, gli archivi di stato britannici, e qui raccolti offrono uno squarcio su una durissima occupazione jugoslava contraddistinta da sparizioni, eccidi, annegamenti, infoibamenti, coscrizioni obbligatorie di italiani nelle fila dell’esercito jugoslavo, confisca di beni e proprietà, distruzione di monumenti, incendi di archivi e biblioteche. La scarna obiettività con cui sono riportate le testimonianze in mano agli Alleati rende ancora più agghiacciante la lettura di questi ritratti: frammenti di vite spezzate, piccoli tasselli di umanità nel più ampio mosaico del catastrofico epilogo della Seconda guerra mondiale. Inglesi e americani cercarono di intervenire, divisi tra limitazioni di ordine logistico, politico, diplomatico che li portarono a condurre consultazioni e ricerche dei crimini jugoslavi con estrema prudenziale accuratezza, il che ritardò irreparabilmente il raggiungimento delle decisioni e le conseguenti azioni da intraprendere con Belgrado. All’interno di questa prospettiva Alleata il volume esamina anche il discutibile caso di Maria Pasquinelli, che il 10 febbraio 1947 a Pola assassinò il generale di brigata inglese Robert W. de Winton, un caso emblematico di deriva del nazionalismo. Il gesto compiuto dalla donna diventò un mito per l’opinione pubblica, come se la Pasquinelli fosse stata l’ultimo crociato della causa giuliano-dalmata, un processo che passò per ‘la via del cuore’ proiettandola nel firmamento degli eroi nazionali, una visione edulcorata di un omicidio premeditato e che ora, a distanza di oltre sessant'anni e alla luce della documentazione diplomatica inglese, suscita alcune perplessità. Anatomia di un eccidio costituisce un contributo di notevole pregio alla conoscenza complessiva delle vicende del confine orientale. Il volume si distingue per l’accuratezza, l’equilibrata analisi delle vicende e la vividezza delle testimonianze offerte da una vasta documentazione, a cui l'autrice ha dato intensità di racconto senza però indulgere all’emozionalismo. i

Luisa Morettin, insegnante presso il King's College di Londra e la Regent’s University London, svolge attualmente attivita' di ricerca sui crimini di guerra e trasferimenti coatti di popolazione nel Novecento. Fa parte del gruppo di ricerca RCTS, Regent's Centre for Transnational Studies, e ha collaborato con l'Università di Edimburgo e l'Università di Reading (Regno Unito).

Associazione Nazionale Venezia

Giulia e Dalmazia

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‘788888"669434